Fermare l’incendio planetario

Fermare l’incendio planetario

di Naomi Klein -

L’amministrazione Trump non è mai stata divisa tra quelli che volevano stracciare l’Accordo di Parigi e quelli che volevano rispettarlo. È stata divisa tra quelli che volevano stracciarlo e quello che volevano restarvi ma ignorarlo del tutto. Cosa possiamo fare ora? Un appello maturato tra i movimenti sociali di tutto il mondo propone di applicare sanzioni economiche di fronte al vandalismo climatico di Trump. Ma i governi non sono i soli che possono imporre penali economiche per un comportamento letale e immorale: i movimenti possono farlo direttamente sotto forma di campagne di boicottaggio e disinvestimenti mirate contro governi e imprese.

Ora che pare virtualmente certo che Donald Trump ritirerà gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima e che il movimento sul clima si sta molto giustamente mobilitando di fronte a questo più recente sbandamento, è ora di essere concreti riguardo a una cosa: praticamente tutto ciò che è debole, deludente e inadeguato riguardo a tale accordo è il risultato dell’attività di pressione statunitense a partire dal 2009.

Il fatto che l’accordo impegni unicamente i governi a mantenere il riscaldamento al di sotto di un aumento di due gradi, piuttosto che di un obiettivo molto più sicuro di 1,5 gradi, è stato forzato e ottenuto dagli Stati Uniti.

Il fatto che l’accordo ha lasciato alle singole nazioni decidere quanto sono disposte a fare per raggiungere quella temperatura obiettivo, consentendo loro di venire a Parigi con impegni che collettivamente ci pongono su una via più disastrosa di un riscaldamento di tre gradi, è stato forzato e ottenuto dagli Stati Uniti.

Il fatto che l’accordo tratti persino questi impegni inadeguati come non vincolanti, il che significa che i governi non hanno nulla da temere se ignorano i loro impegni, è un’altra cosa che è stata forzata e ottenuta dagli Stati Uniti.

Il fatto che l’accordo vieti specificamente ai paesi poveri di pretendere i danni per i costi dei disastri climatici è stato forzato e ottenuto dagli Stati Uniti.

Il fatto che si tratti di un “accordo” o “intesa” e non di un trattato – esattamente ciò che rende possibile a Trump mettere in scena il film d’azione al rallentatore del suo ritiro, con il mondo in fiamme dietro di lui – è stato forzato e ottenuto dagli Stati Uniti.

Potrei continuare. E continuare. Spesso gli Stati Uniti hanno avuto, in questo bullismo dietro le quinte, l’aiuto di illustri petro-stati quali l’Arabia Saudita. Quando hanno aggressivamente esercitato pressioni per indebolire l’accordo di Parigi, i negoziatori statunitensi hanno solitamente sostenuto che qualsiasi impegno maggiore sarebbe stato bloccato dalla Camera e dal Senato controllati dai Repubblicani. E ciò era probabilmente vero. Ma parte dell’indebolimento – in particolare le misure concentrare sull’equità tra nazioni ricche e povere – è stato perseguito principalmente per abitudine, perché preoccuparsi degli interessi delle industrie e ciò che gli Stati Uniti fanno nei negoziati internazionali.

Quali che siano le ragioni, il risultato finale è stato un accordo che ha un obiettivo decente riguardo alla temperatura, e un piano dolorosamente debole e meschino per raggiungerlo. Ed è questo il motivo per il quale, quando è stato rivelato per la prima volta, James Hansen, verosimilmente il più rispettato scienziato del clima al mondo, ha definito l’accordo “una frode, davvero, un falso”, poiché “non c’è nessuna azione, solo promesse”.

Ma debole non è sinonimo di inutile. Il potere dell’Accordo di Parigi è sempre stato riposto in quanto i movimenti sociali hanno deciso di farne. Avere un chiaro impegno a mantenere il riscaldamento sotto i due gradi Celsius, perseguendo contemporaneamente “sforzi per limitare l’aumento della temperatura d 1,5 gradi” significa che non rimane spazio perché il bilancio globale del carbonio sfrutti nuove riserve di combustibili fossili.

Tale semplice fatto, anche senza un vincolo legale a sostenerlo, è stato un potente strumento nelle mani dei movimenti contro nuovi oleodotti, campi di fratturazione idraulica e miniere di carbone, nonché nelle mani di alcuni giovani coraggiosi che hanno portato in tribunale il governo statunitense per proteggere il loro diritto a un futuro sicuro. E in molti paesi, inclusi gli Stati Uniti fino a molto di recente, il fatto che i governi abbiano dato almeno un’adesione di facciata a tale obiettivo della temperatura li ha lasciati vulnerabili a quel tipo di pressione morale e popolare. Come ha detto il giornalista e fondatore di 350.org Bill McKibben il giorno in cui è stato rivelato l’accordo di Parigi, i leader mondiali hanno fissato “un obiettivo di 1,5 gradi e poco ma sicuro che glielo faremo rispettare”.

In molti paesi tale strategia prosegue, indipendentemente da Trump. Alcune settimane fa, ad esempio, una delegazione di nazioni isolane del Pacifico poco sopra il livello del mare si è recata presso le sabbie bituminose di Alberta per chiedere che il primo ministro Justin Trudeau smetta di espandere la produzione di quella fonte di combustibile ad alta emissione di carbonio, sostenendo che se egli non lo farà violerà lo spirito delle sua belle parole e promesse a Parigi.

E questo è sempre stato il compito del movimento globale per la giustizia climatica quando si è trattato di Parigi: cercare di vincolare i governi al forte spirito, piuttosto che alla debole lettera, dell’accordo. Il problema è che non appena Trump è salito alla Casa Bianca è stato perfettamente chiaro che Washington non era più suscettibile a quel genere di pressione. Il che rende piuttosto sconcertati alcuni degli istrioni di fronte alla notizia che Trump pare ritirarsi ufficialmente. Comunque vada la decisione sull’Accordo di Parigi, tutti già sapevamo che sotto Trump era nelle carte un ritorno al peccato riguardo al clima. Lo abbiamo saputo non appena egli ha nominato Rex Tillerson a capo del Dipartimento di Stato e Scott Pruitt a capo dell’Epa. Ne abbiamo avuto conferma quando nella prima settimana in carica ha firmato i suoi decreti presidenziali sul Keystone XL e sulla Dakota Access Pipeline.

Per mesi abbiamo sentito parlare delle presunte lotte di potere tra quelli che volevano restare nell’accordo (Ivanka, Tillerson) e quelli a favore di abbandonarlo (Pruitt, il capo stratega Steve Banno, lo stesso Trump). Ma il fatto stesso che Tillerson abbia potuto essere la voce del campo del “restiamo” avrebbe dovuto rivelare l’assurdità di questa totale farsa.

Sono state le compagnie petrolifere come quella per la quale Tillerson ha lavorato per 41 anni a esercitare pressioni che hanno contribuito a garantire che gli impegni presi a Parigi fossero privi di qualsiasi meccanismo di imposizione. È per questo che un mese dopo la negoziazione dell’accordo la Exxon Mobil, con Tillerson ancora al timone, se n’è uscita con un rapporto che affermava “ci aspettiamo che petrolio, gas naturale e carbone continueranno a soddisfare circa l’ottanta per cento della domanda globale “ tra ora e il 2040. Era una sfrontata manifestazione di arroganza da parte dei sostenitori del “non è successo niente”. La Exxon sa benissimo che se vogliamo una decente opportunità di mantenere il riscaldamento sotto 1,5 – 2 gradi, l’obiettivo dichiarato dell’Accordo di Parigi, l’economia globale deve abbandonare virtualmente tutti i combustibili fossili entro la metà del secolo. Ma la Exxon ha potuto offrire tali assicurazioni ai suoi investitori – e anche affermare che appoggiava l’accordo – perché sapeva che l’accordo di Parigi non aveva forza vincolante.

È lo stesso motivo per cui la fazione di Tillerson nell’amministrazione Trump ha ritenuto di poter conciliare l’essere a Parigi e contemporaneamente smantellare il nucleo centrale dell’impegno statunitense in base all’accordo, il Pianto Energia Pulita. Tillerson, meglio di chiunque altro sul pianeta, sa quanto legalmente debole è l’accordo. Da amministratore delegato della Exxon ha contribuito ad assicurare che lo fosse.

Così quando cerchiamo di dare un senso a quest’ultima commedia, non sbagliamoci: l’amministrazione Trump non è mai stata divisa tra quelli che volevano stracciare l’Accordo di Parigi e quelli che volevano rispettarlo. È stata divisa tra quelli che volevano stracciarlo e quello che volevano restarvi ma ignorarlo del tutto. La differenza è di ottica; in un modo o nell’altro viene emessa la stessa quantità di carbonio.

Alcuni dicono che non è quello il punto, che il rischio vero del ritiro degli Stati Uniti è che incoraggerà tutti gli altri a ridurre le loro ambizioni e presto tutti abbandoneranno Parigi. Forse, ma non necessariamente. Proprio come il disastro di Trump riguardo all’assistenza sanitaria sta incoraggiando stati a considerare un’assicurazione unica più seriamente di quanto abbiano fatto da decenni, l’incendio climatico di Trump ha sinora alimentato unicamente l’ambizione climatica in stati come la California e New York. Anziché gettare la spugna, coalizioni come New York Renews, che sta premendo con forza perché lo stato passi interamente all’energia rinnovabile entro il 2050, stanno diventando ogni giorno più forti e più audaci.

Anche fuori dagli Stati Uniti i segnali non sono malvagi. La transizione alle energie rinnovabili sta già procedendo così rapidamente in Germania e in Cina, e i prezzi stanno calando così notevolmente, che forze di gran lunga maggiori di Trump stanno oggi stanno spingendo la svolta. Ovviamente è ancora possibile che il ritiro di Trump provochi un ritorno all’indietro globale. Ma è anche possibile che accada l’opposto, che altri paesi, sotto la pressione delle loro popolazioni arrabbiate per le azioni di Trump praticamente a ogni livello, diventino più ambiziosi se gli Stati Uniti tralignano. Potrebbero persino decidere di rinforzare l’accordo senza negoziatori statunitensi che li rallentino ogni momento.

E c’è ancora un altro appello che sempre più si sente da movimenti sociali di tutto il mondo: a sanzioni economiche di fronte al vandalismo climatico di Trump. Poiché ecco l’idea folle: che sia o no scritto nell’Accordo di Parigi, quando si decide unilateralmente di bruciare il mondo, dovrebbe esserci un prezzo da pagare. E ciò dovrebbe valere sia che si tratti del governo degli Stati Uniti, della Exxon Mobil o di qualche fusione alla Frankenstein dei due.

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Un anno fa nei circoli dirigenziali si rideva del suggerimento che gli Stati Uniti dovessero subire una punizione tangibile per il fatto di mettere a rischio il resto dell’umanità: certamente nessuno avrebbe messo in pericolo le proprie relazioni commerciali per qualcosa di così frivolo come un pianeta vivibile. Ma giusto questa settimana Martin Wolf, scrivendo sul Financial Times ha dichiarato: “Se gli Stati Uniti si ritirassero dall’accordo di Parigi il resto del mondo dovrebbe prendere in considerazione sanzioni”.

Probabilmente siamo ben lungi da un passo simile da parte di partner commerciali degli Stati Uniti, ma i governi non sono i soli che possono imporre penali economiche per un comportamento letale e immorale. I movimenti possono farlo direttamente sotto forma di campagne di boicottaggio e disinvestimenti mirate contro governi e imprese, sul modello sudafricano. E non soltanto le imprese dei combustibili fossili ma anche l’impero di marca Trump. La persuasione morale non funziona con Trump. La pressione economica potrebbe riuscirci. È arrivata l’ora delle sanzioni popolari.

Il nuovo libro di Naomi Klein, No Is Not Enough: Resisting Trump’s Shock Politics and Winning the World We Need [Il no non è sufficiente: opposizione alla politica dello shock di Trump e conquista del mondo di cui abbiamo bisogno] sarà pubblicato in questo mese.
Fonte originale The Intercept, tradotto per znetitaly.org da Giuseppe Volpe (traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3)

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