Marx sull’immigrazione. Lavoratori, salari e status legale

Marx sull’immigrazione. Lavoratori, salari e status legale

di David L. Wilson

Pubblichiamo la traduzione di un articolo dalla rivista socialista americana Montly Review. Oggi il tema dell’immigrazione è al centro del dibattito e dello scontro politico negli USA come in Europa.

Il 9 aprile 1870, Karl Marx scrisse una lunga lettera a Sigfrid Meyer e August Vogt, due dei suoi collaboratori negli Stati Uniti.1 In essa Marx toccava una serie di temi, ma il suo obiettivo principale era la “questione irlandese”, compresi gli effetti dell’immigrazione irlandese in Inghilterra. Questa discussione pare sia stata la più estesa trattazione di Marx sull’immigrazione, e mentre rappresenta difficilmente un’analisi completa, rimane interessante come un campione del pensiero di Marx sull’argomento, almeno in un giorno nel 1870.

Dati i dibattiti intensi e spesso amari sull’immigrazione che si stanno svolgendo negli Stati Uniti e in Europa, la lettera a Meyer e Vogt ha ricevuto sorprendentemente poca attenzione dalla sinistra moderna. I sostenitori dei diritti degli immigrati, in particolare, hanno ignorato i pensieri di Marx sulla questione, in particolare la sua osservazione – che riflette la sua valutazione del modo in cui il sistema capitalista opera – che l’afflusso di immigrati irlandesi sottopagati in Inghilterra forzava verso il basso i salari dei lavoratori inglesi nativi. In realtà, molti sostenitori attuali dei diritti degli immigrati si sono schierati dalla parte degli economisti liberali che insistono sul fatto che l’immigrazione aumenta in realtà i salari per i lavoratori nativi.2

 

Marx sull’immigrazione irlandese

Nella sua lettera del 1870, Marx accusava la politica inglese verso l’Irlanda di essere basata principalmente sugli interessi economici dei capitalisti industriali inglesi e dell’aristocrazia terriera. L’aristocrazia inglese e la borghesia, scriveva, hanno avuto “un interesse comune…a trasformare l’Irlanda in pura e semplice terra da pascolo che fornisce carne e lana ai prezzi piú bassi possibili per il mercato inglese”. Per i capitalisti c’era anche un interesse

nel ridurre la popolazione irlandese con l’espulsione e l’emigrazione forzata, ad un piccolo numero tale che il capitale inglese (capitale investito in terreni in locazione per l’agricoltura) può funzionare lì con “sicurezza”. Essa ha i medesimi interessi a disboscare le terre d’Irlanda, che aveva a disboscare i distretti agricoli di Inghilterra e Scozia. Le 6.000-10.000 sterline dei proprietari assenteisti e delle altre rendite irlandesi che oggi affluiscono ogni anno a Londra, sono pure da mettere in conto.

Ma, Marx continuava, la borghesia inglese aveva anche “interessi molto più importanti nella presente economia d’Irlanda” – l’ immigrazione forzata di lavoratori irlandesi in Inghilterra:

Attraverso la continua e crescente concentrazione dei contratti di affitto l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.3

E ora la cosa piú importante di tutte! Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita. In relazione al lavoratore irlandese egli si considera un membro della nazione dominante e di conseguenza diventa uno strumento degli aristocratici inglesi e capitalisti contro l’Irlanda, rafforzando così il loro dominio su se stesso. Egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese. Il suo atteggiamento verso di lui è più o meno identico a quello dei “bianchi poveri” verso i negri negli ex Stati schiavisti degli U.S.A. L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.

Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.

Marx scrisse questi passaggi quasi 150 anni fa, e lui non era certo infallibile: nella stessa lettera suggeriva ottimisticamente che l’indipendenza per l’Irlanda poteva accelerare “la rivoluzione sociale in Inghilterra.” Ma una grande parte della sua analisi suona straordinariamente contemporanea.
I paralleli diventano evidenti se sostituiamo i paesi del Bacino dei Caraibi all’Irlanda e gli Stati Uniti all’Inghilterra. Proprio come la politica inglese ha devastato l’agricoltura su piccola scala in Irlanda, i programmi neoliberisti promossi dagli Stati Uniti come l’accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) hanno sradicato i piccoli produttori in Messico, America Centrale, e nelle isole dei Caraibi, e questo a sua volta ha spinto milioni di sfollati a cercare lavoro negli Stati Uniti. Una volta qui, gli attuali immigrati sono costretti, come i loro predecessori irlandesi in Inghilterra, a lavori sottopagati e condizioni di vita scadenti, solo per affrontare l’ostilità da parte dei lavoratori nativi che li vedono come concorrenti. Antagonismi su questa competizione sono ulteriormente alimentati da pregiudizi razziali ed etnici, “artificialmente tenuti in vita e intensificati dalla stampa”.

Ma Marx affermava anche che l’immigrazione irlandese spingeva verso il basso i salari dei lavoratori inglesi. Le forze anti-immigrati negli Stati Uniti fanno affermazioni simili oggi. Questo colloca Marx dalla parte di gente come Donald Trump e l’ex sceriffo dell’Arizona Joe Arpaio?

trump vs immigrant workers

I giudizi degli economisti sui salari

L’effetto dell’immigrazione sui salari è infatti un punto chiave di contesa nel dibattito attuale sugli immigrati negli Stati Uniti, con nativisti che regolarmente sostengono che l’immigrazione riduce la paga dei lavoratori nati negli Stati Uniti, e attivisti per i diritti degli immigrati che ribattono che l’immigrazione ha solo una piccola influenza negativa o anche un effetto positivo sui salari dei nativi.
Entrambe le parti citano il lavoro di economisti accademici. I nativisti citano George Borjas, un professore conservatore cubano americano della Kennedy School of Government di Harvard. Nel 2013, Borjas ha scritto che dal 1990 al 2010 l’immigrazione probabilmente “ha ridotto i guadagni medi annuali dei lavoratori americani di 1,396$ nel breve periodo …. L’impatto varia per fasce di qualifica professionale, e quello di chi ha abbandonato la scuola superiore è il gruppo più colpito negativamente”.4 Attivisti per i diritti per gli immigrati preferiscono citare Giovanni Peri, un professore della Università di Davis in California, che ha sostenuto nel 2010 che si prevede che l’immigrazione complessiva negli Stati Uniti tra il 1990 e il 2007 abbia portato un aumento di circa 5100 dollari “un aumento di circa 5,100 $ nel conto annuale del lavoratore medio degli Stati Uniti in costante 2005 dollari.” 5

Gli attivisti sulla questione sono naturalmente rapidi nel citare gli studi accademici che sostengono la propria positione.6 Sono meno desiderosi di guardare sotto il cofano e analizzare come gli studiosi sono arrivati a questi numeri. Calcolare l’effetto dell’immigrazione sui salari è un’impresa complicata. Ci sono una varietà di possibili approcci empirici. Un metodo cerca di correlare i salari con i livelli di immigrazione in un determinato periodo. Ad esempio, molti ritengono che la stagnazione dei salari reali dal 1970 è collegata all’aumento dell’immigrazione in quel periodo. Tuttavia, ci sono molte altre cause – l’indebolimento del movimento dei lavoratori, le perdite di posti di lavoro a causa di automazione e delocalizzazioni, e così via – e questi sono difficili da quantificare. A meno della scoperta di un universo alternativo, semplicemente non c’è alcun modo sicuro per fare un modello di previsione sui livelli salariali in assenza di immigrazione.

Un altro approccio empirico è quello di confrontare l’evoluzione dei salari in diverse parti del paese. Ad esempio, se i salari aumentano in una città mentre aumenta l’immigrazione, mentre allo stesso tempo i salari cadono in un’altra città che fa esperienza di un declino dell’immigrazione, poi l’aumentata immigrazione può essere un fattore che spinge i salari su.

Questo secondo approccio è quello che sia Borjas che Peri preferiscono, utilizzando sofisticati metodi statistici per il controllo di altri fattori, come la tendenza degli immigrati a stabilirsi in luoghi con alti salari, o di lavoratori nati negli Stati Uniti ad allontanarsi da zone in cui essi si confrontano con la concorrenza degli immigrati. Ma i due economisti giungono a risultati opposti, e in entrambi i casi, possono dimostrare solo una correlazione, non un causa.7 In definitiva, i dati da soli non ci forniranno mai una conclusione indiscutibile.

I modelli teorici degli economisti

Per far fronte a questo problema, Borjas e Peri integrano i loro studi empirici con modelli basati sulla teoria economica, soprattutto in termini di domanda e offerta. Quando gli immigrati entrano nel mondo del lavoro, aumentano l’offerta di lavoro, senza immediatamente aumentare la domanda; il risultato a breve termine è una tendenza per i salari a scendere. Nel corso del tempo, i livelli salariali dovrebbero stabilizzarsi, dal momento che i nuovi immigrati aumentano anche la domanda di beni e servizi, e quindi di lavoro, ma questi effetti variano tra i diversi settori della forza lavoro. Gran parte dell’immigrazione verso gli Stati Uniti dal 1970 al 2008 ha coinvolto lavoratori con poca istruzione e limitata conoscenza della lingua inglese, che hanno cercato lavori manuali in un momento in cui la domanda di lavori di questo genere si stava restringendo. Il risultato è stato un eccesso di offerta di lavoratori manuali, che poi prevedibilmente ha spinto giù i salari per i lavoratori nativi nelle stesse categorie di lavoro. Questa è la base per l’argomento di Borjas che l’immigrazione riduce i salari.
Peri e i suoi collaboratori raffinano questo modello di base della domanda e dell’offerta utilizzando un principio che chiamano “Complementarietà”. A loro avviso, gli immigrati a basso salario non si limitano a sostituire lavoratori nativi: data la loro minore conoscenza della lingua inglese, gli immigrati prendono posti di lavoro che richiedono capacità di comunicazione minimali, incoraggiando i lavoratori nati nel paese a usare le loro maggiori capacità di comunicazione a indirizzarsi verso posti di lavoro di livello superiore. Per esempio, come Peri ha scritto nel 2010,

quando i giovani immigrati con livelli di scolarizzazione bassi ottengono lavori nelle costruzioni ad alta intensità di manualità, le imprese di costruzioni che li utilizzano hanno l’opportunità di espandersi. Questo aumenta la domanda di supervisori, coordinatori, progettisti, e così via. Quelle sono occupazioni con maggiore intensità di comunicazione e sono in genere fornite da personale nato negli Stati Uniti che si è allontanato dal lavoro manuale di costruzione. Questa attività complementare di specializzazione spinge tipicamente i lavoratori nati negli Stati Uniti verso lavori meglio pagati, migliora l’efficienza della produzione, e crea posti di lavoro.8

Per Peri e i suoi collaboratori, questo fattore più che compensa gli effetti della semplice domanda e offerta. Secondo i loro modelli, un afflusso di immigrati a basso salario porterà verso il basso i salari leggermente per i lavoratori nativi meno istruiti, e deprimerà i salari in modo significativo per gli altri lavoratori immigrati già presenti nel paese. Tuttavia, Peri scrive, i benefici per i lavoratori più istruiti degli Stati Uniti superano le perdite per i meno istruiti; secondo i calcoli di Peri, nel lungo periodo, il reddito del lavoratore medio aumenta del 0,6-0,9 per cento per ogni aumento di un uno per cento nel popolazione immigrata.9

immingrant workers

Quello che sfugge agli economisti

Anche se raggiungono conclusioni opposte, le analisi di entrambi Borjas e Peri condividono un grave difetto: la loro ipotesi che gli unici fattori che determinano i livelli salariali sono l’offerta e la domanda di lavoro e i livelli di istruzione e di competenze dei lavoratori immigrati. Nel mondo reale, naturalmente, ci sono molte altre forze al lavoro. Le donne e gli afro-americani sono pagati meno degli uomini bianchi, ma questo non è a causa di un eccesso di offerta di donne e afroamericani. Allo stesso modo, non è perché i lavoratori sindacalizzati sono più istruiti che guadagnano più delle loro controparti non sindacalizzate.

La maggior parte dei lavoratori immigrati sono persone di colore, ed è difficile immaginare che la discriminazione razziale non influisca su quanto sono pagati. Un modo con cui gli scienziati sociali cercano di avvicinarsi a queste questioni è con la tecnica di decomposizione di Oaxaca-Blinder, un metodo statistico che analizza il divario salariale tra i diversi gruppi identificando i fattori noti che impattano i livelli salariali , come i livelli di istruzione e di competenze, e sbrogliano i fattori sconosciuti che possono essere attribuiti alla discriminazione. Utilizzando una decomposizione di Oaxaca-Blinder, uno studio del 2016 ha trovato che, anche per la terza generazione di messicani americani, solo il 58,3 per cento del livello del salario di un lavoratore è spiegato da fattori noti come l’istruzione e l’esperienza di lavoro. La discriminazione rimane ancora peggiore per le persone di origine africana; per questi lavoratori, i fattori noti rappresentano soltanto il 48,3 per cento della differenza nei salari.10

Gli economisti accademici tendono a ignorare il ruolo che lo status giuridico può svolgere nella determinazione dei livelli salariali, anche se un terzo dei lavoratori immigrati del paese – circa 8,1 milioni dal 2012 – sono privi di documenti, secondo il Pew Research Center.11 Questi lavoratori affrontano un ulteriore ostacolo: essi sono stati resi “illegali”, e di conseguenza vivono sotto la costante minaccia della persecuzione e della deportazione. 

Secondo la legge degli Stati Uniti, i lavoratori senza documenti godono la maggior parte degli stessi diritti degli altri, ma non hanno il diritto di essere qui: in qualsiasi momento, un immigrato non autorizzato può essere arrestato, imprigionato, e destinato alla deportazione. La paura sovrasta tutti gli aspetti del rapporto di lavoro di questi lavoratori e della loro vita in generale. La minaccia di espulsione è un’arma sempre a disposizione per i datori di lavoro quando i lavoratori non autorizzati cercano di far valere i propri diritti – per chiedere salari più alti, riferire le violazioni nel luogo di lavoro, chiedere un risarcimento per gli infortuni sul lavoro, e formare un sindacato. E per legge questi lavoratori non hanno accesso all’assicurazione contro la disoccupazione o a qualsiasi altra parte della sfilacciata rete di sicurezza sociale, in modo che hanno di fronte difficoltà significative se perdono il loro posto di lavoro. Scioperare è rischioso per la maggior parte dei lavoratori; per il clandestino richiede un livello speciale di coraggio.

E’ possibile, quindi, quantificare la “penalizzazione salariale” che la mancanza di status giuridico impone ai lavoratori senza documenti? Diversi studi hanno affrontato questa domanda, per lo più con la decomposizione di Oaxaca-Blinder. Dato il gran numero di variabili, questi studi hanno prodotto stime ampiamente divergenti della disparità salariale, che vanno dal 6 per cento a più del 20 per cento.12 Ma sono tutti d’accordo che la mancanza di status legale ha un preciso impatto negativo sulla retribuzione degli immigrati. E questo effetto funziona senza alcun riferimento all’offerta e alla domanda, o alla “complementarietà” di Peri. Anche se non vi è un eccesso di offerta di lavoratori a basso salario, gli immigrati senza documenti saranno comunque pagati sensibilmente meno dei loro colleghi nati negli Stati Uniti, e meno rispetto ai lavoratori immigrati con status giuridico.

Questo produce inevitabilmente una sostanziale pressione al ribasso sui salari per i lavoratori nati negli Stati Uniti in categorie di lavoro con alti tassi di partecipazione da parte di clandestini. Ad esempio, una ricerca del 2005 ha rilevato che i lavoratori irregolari rappresentavano il 36 per cento di tutti i lavoratori di isolamento e il 29 per cento di tutti gli installatori di tetti e muri a secco.13 Anche se la penalizazione del salario per questi lavoratori è sul lato basso – al 6,5 per cento, dice – deprime senza dubbio i salari per gli altri lavoratori in questi lavori nell’edilizia.

“Una classe lavoratrice divisa”

Un altro fattore che gli economisti ignorano è proprio quello Marx considerava “il più importante di tutti”: il modo in cui l’immigrazione può essere utilizzata per creare “una classe lavoratrice divisa in due campi ostili”. Marx potrebbe aver esagerato quando definiva l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi “il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese”, e negli Stati Uniti di oggi, il pregiudizio anti-immigrazione è solo una delle forze che impediscono alla maggior parte della popolazione di far valere la propria forza. Il razzismo contro gli afroamericani – insieme a sessismo, omofobia, e molti altri pregiudizi – continua a svolgere il suo ruolo storico nell’impedire ai lavoratori di unirsi e organizzarsi. Ma la xenofobia è anche un fattore importante, soprattutto nei periodi in cui i tassi di immigrazione sono elevati.

Potrebbe non esserci un modo semplice per quantificare l’effetto sui salari, ma possiamo trovare almeno un esempio lampante di quanto possa essere efficace il sentimento anti-immigrati nel mettere il movimento dei lavoratori contro gli interessi dei suoi membri. L’Immigration Reform and Control Act del 1986 (IRCA) per la prima volta ha istituito sanzioni per i datori di lavoro che assumono lavoratori non autorizzati. Secondo i sostenitori della legge, queste “sanzioni sui datori di lavoro” dovrebbero ridurre l’immigrazione non autorizzata, interrompendo l’accesso degli immigrati ai posti di lavoro degli Stati Uniti. In realtà, le sanzioni hanno semplicemente fornito un altro strumento per il super-sfruttamento dei lavoratori irregolari. I requisiti di documentazione dell’IRCA forniscono un pretesto per incursioni sul luogo di lavoro, e spingono molti lavoratori irregolari nell’economia sotterranea, dove si trovano ad affrontare ancora più problemi nel difendere i loro diritti del lavoro. Anche i legittimi datori di lavoro possono ridurre la paga ai lavoratori immigrati – e pertanto possibilmente privi di documenti – per compensare il rischio di essere multati, mentre altri datori di lavoro ora usano abitualmente subappaltatori che assumono il rischio su se stessi e pagano i lavoratori anche meno.14 Rispondendo ai sentimenti anti-immigrati tra i membri dei suoi sindacati, l’AFL-CIO ha sostenuto questa misura anti-lavoro nella fase preparatoria dell’IRCA. Non è stato fino al 2000 che la federazione del lavoro, infine, ha rinunciato alle sanzioni dei datori di lavoro ed si è espressa a sostegno della legalizzazione dei lavoratori non autorizzati.15

Combattere lo sfruttamento, non l’immigrazione

Marx non si dilungò le ragioni che lo inducevano a scrivere che l’immigrazione irlandese aveva ridotto i salari dei lavoratori inglesi. Egli sottintendeva che la causa era un eccesso di offerta di lavoratori manuali, ma sue altre affermazioni indicano che egli considerava la xenofobia inglese e l’antagonismo risultante tra i lavoratori un problema ancora maggiore. Il punto importante, tuttavia, è che non stava dando la colpa della diminuzione dei salari agli stessi immigrati; per lui i colpevoli erano il sistema coloniale che spingeva i lavoratori irlandesi in Inghilterra, e lo sfruttamento di questi lavoratori una volta arrivati.

Le stesse considerazioni valgono oggi negli Stati Uniti. La differenza principale è l’aggiunta dello status giuridico come fattore di regolazione dei livelli salariali – leggi che ora rendono il lavoro “illegale” per milioni di lavoratori immigrati. I sostenitori dei diritti degli immigrati possono ritenere opportuno citare gli economisti accademici come Peri che minimizzano o negano la pressione al ribasso esercitata sui salari dallo sfruttamento dei lavoratori irregolari. Non è così. Come ha notato l’economista della Columbia University Moshe Adler, questo approccio non fa nulla per convincere i molti cittadini statunitensi che lavorano in occupazioni con un gran numero di immigrati privi di documenti – e quindi “sanno in prima persona che [lo sfruttamento dei lavoratori immigrati] esercita una pressione diretta verso il basso sui propri stipendi”.16

Lungi dal contribuire al movimento, citando Peri non fanno che aumentare la diffidenza e il risentimento di questi lavoratori verso i difensori della classe media dei diritti degli immigrati.17 Cosa ancor più importante, questo approccio distrae l’attenzione dagli sforzi per affrontare i problemi reali: le cause profonde dell’immigrazione nella politica estera degli Stati Uniti, il super-sfruttamento dei lavoratori immigrati, e gli interessi comuni di immigrati e lavoratori nativi.
Nel 2010, la Dignity Campaign, una coalizione di circa quaranta organizzazioni per i diritti del lavoro e degli immigrati, ha proposto un approccio globale sottolineando questi problemi. Più di recente, la piattaforma della campagna presidenziale 2016 del senatore Bernie Sanders ha fatto alcuni passi nella stessa direzione, mentre la piattaforma del Movement for Black Lives ha formulato raccomandazioni importanti nel mese di agosto 2016 per la lotta contro l’ingiustizia e il razzismo sistemico nelle leggi sull’immigrazione.18 Il clima politico è diventato particolarmente favorevole per l’organizzazione in questo senso a partire dal crollo finanziario del 2008. Paradossalmente, anche la campagna presidenziale di Trump 2016 può aver contribuito: ha incoraggiato il diritto nativista, ma ha anche reso un ampio settore della popolazione più consapevole del razzismo sottostante alla xenofobia anti-immigrati.
Nella sua lettera del 1870, Marx descriveva ciò che poi considerò la priorità assoluta per l’organizzazione dei lavoratori in Inghilterra: “far capire ai lavoratori inglesi che per loro l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione di giustizia astratta o sentimento umanitario, ma la prima condizione della propria emancipazione sociale“. Le sue parole conclusive di consiglio per Meyer e Vogt erano simili: “Voi avete un vasto campo d’azione in America, per operare nella stessa direzione, la coalizione degli operai tedeschi con quelli irlandesi (naturalmente anche con gli inglesi e gli americani che lo vorranno) è il più grande successo che voi possiate conseguire ora”. Questa prospettiva internazionalista e di classe non ha perso nulla del suo buon senso nel secolo e mezzo trascorso da quando è stata scritta.

Note

1 Karl Marx e Frederick Engels,Collected Works, vol. 43, Letters 1868–70 (London: Lawrence and Wishart, 2010): 471–76. In italiano Opere Complete, vol. 43, Lettere: gennaio 1868-luglio 1870 (Editori Riuniti, 1975).

2 Per esempio, il pro-immigrazione American Immigration Council (AIC) scrisse nel 2012 che “l’immigrazione dà un piccolo incremento salariale alla vasta maggioranza dei lavoratori indigeni” AIC, “Value Added: Immigrants Create Jobs and Businesses, Boost Wages of Native-Born Workers, Employment and Wages,” January 1, 2012, http://americanimmigrationcouncil.org .

3 Il tedesco moralisch, tradotto qui come “morale” può riferirsi a morale (stato d’animo) cosi come a principi etici. Marx sembra usare la parola in un senso ancora più largo: per esempio, nel Capitale, vol. 1, capitolo 10, lui discute “i limiti morali della giornata lavorativa”. Egli specificava che questi “limiti morali” includono “tempo per l’istruzione, per lo sviluppo intellettuale, per adempiere a funzioni sociali e per le relazioni con gli altri, per il libero gioco dell’attività fisica e mentale, perfino il tempo festivo domenicale”.

4 George Borjas, “Immigration and the American Worker,” Center for Immigration Studies, aprile 2013, http://cis.org. Borjas spiega diffusamente le sue posizioni in Heaven’s Door: Immigration Policy and the American Economy (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1999).

5 Giovanni Peri, “The Effect of Immigrants on U.S. Employment and Productivity,” Economic Letter, Federal Reserve Bank of San Francisco, 30 agosto 2010, http://www.frbsf.org. For a fuller discussion of Peri’s methodology, vedi Giovanni Peri e Chad Sparber, “Task Specialization, Immigration, and Wages,”American Economic Journal: Applied Economics 1, no. 3 (2009): 135–69.

6 vedi, per esempio, Neil Munro, “Report: Immigration boosts economy, widens wealth gaps, analysis finds,” Daily Caller, 9 aprile 2013, http://dailycaller.com; e Mark Engler, “Labor Day: Immigrants Build the U.S. Economy”, Dissent, 3 settembre 2010, http://dissentmagazine.org.

7 Per un esempio di queste dispute, vedere David Frum, “The Great Immigration-Data Debate”, Atlantic,  19 gennaio 2016.

8 Peri, “The Effect of Immigrants on U.S. Employment and Productivity.”

9 Ibid.

10 Pedro P. Orraca-Romano e Erika García Meneses, “Why Are the Wages of the Mexican Immigrants and their Descendants So Low in the United States?”Estudios Económicos 31, no. 2 (2016): 305–37, http://estudioseconomicos.colmex.mx.

11 Jeffrey S. Passel and D’Vera Cohn, “Share of Unauthorized Immigrant Workers in Production, Construction Jobs Falls Since 2007”, Pew Hispanic Center, 26 marzo 2015, Table 1, http://pewhispanic.org.

12 Patrick Oakford, Administrative Action on Immigration Reform: The Fiscal Benefits of Temporary Work Permits (Washington, D.C.: Center for American Progress, 2014), 14–17, http://cdn.americanprogress.org; Francisco L. Rivera-Batiz, “Undocumented Workers in the Labor Market: An Analysis of the Earnings of Legal and Illegal Immigrants in the U.S.”, Journal of Population Economics12, no. 1 (1999): 91–116.

13 Jeffrey S. Passel, “The Size and Characteristics of the Unauthorized Migrant Population in the U.S.: Estimates Based on the March 2005 Current Population Survey”, Pew Hispanic Center, March 7, 2006, http://pewhispanic.org.

14 Douglas S. Massey e Kerstin Gentsch, “Undocumented Migration to the United States and the Wages of Mexican Immigrants,”International Migration Review48, no. 2 (2014): 482–99.

15 Teófilo Reyes, “AFL-CIO, in Dramatic Turnaround, Endorses Amnesty for Undocumented Immigrants”, Labor Notes, 1 aprile 2000; David Bacon, “The AFL-CIO reverses course on immigration”, LaborNet Newsline, 17 ottobre 1999.

16 Moshe Adler, “The Effect of Immigration on Wages: A Review of the Literature and Some New Data”, Empire State College, May 1, 2008, http://esc.edu; “Pitting Worker Against Worker”, TruthDig, 30 aprile 2010, http://truthdig.com.

17 Gli attivisti per i diritti degli immigrati dovrebbero anche notare che Peri supporta programmi di forte sfruttamento di “guest worker” (lavoratore straniero con permesso per un tempo limitato), e ha anche proposto che il governo federale metta all’asta visti di lavoro per le aziende, una pratica che “suona come mettere all’asta schiavi”, secondo il vice-direttore di Le Monde diplomatique Benoît Bréville. Vedi Giovanni Peri, “The Economic Windfall of Immigration Reform”, Wall Street Journal, February 12, 2013; e Benoît Bréville, “Getting In and Getting On,”Le Monde diplomatique, July 2013.

18 Dignity Campaign, “The Dignity Campaign Proposal”, http://dignitycampaign.net; “A Fair and Humane Immigration Policy”, http://berniesanders.com; Movement for Black Lives, “End the War on Black People”, http://policy.m4bl.org.

……………………..

articolo originale MARX ON IMMIGRATION

traduzione di Maurizio Acerbo

per aderire alla brigata traduttori inviare una mail a traduttori@rifondazione.it



Sostieni il Partito con una


Campagna di autofinanziamento. Moduli RID