Intervento di Angela Davis alla Women’s March anti-Trump, Washington 21 gennaio 2016

Intervento di Angela Davis alla Women’s March anti-Trump, Washington 21 gennaio 2016

In un momento difficile della nostra storia, dobbiamo ricordare a noi stessi che noi le centinaia di migliaia, i milioni di donne, transessuali , uomini e giovani che siamo qui alla Marcia delle donne, noi rappresentiamo le potenti forze del cambiamento che sono determinate a evitare che le culture morenti del razzismo, dell’etero-patriarcato risorgano di nuovo.
Noi riconosciamo che siamo agenti collettivi della storia e che la storia non può essere cancellata come le pagine web. Sappiamo che ci riuniamo oggi pomeriggio sulla terra indigena e noi seguiamo l’esempio dei primi popoli che nonostante la massiccia violenza genocida non hanno mai rinunciato alla lotta per la terra, l’acqua, la cultura, la loro gente. Noi in particolare salutiamo oggi i Sioux di Standing Rock.
Le lotte per la libertà dei neri che hanno plasmato la natura stessa della storia di questo paese non possono essere cancellate con il movimento di una mano. Non possiamo dimenticare che le vite dei neri contano. Questo è un paese ancorato alla schiavitù e al colonialismo, il che significa che nel bene e nel male la storia stessa degli Stati Uniti è una storia di immigrazione e riduzione in schiavitù. Diffondere la xenofobia, lanciare accuse di omicidio e stupro e la costruzione di muri non cancellerà la storia.
Nessun essere umano è illegale.
La lotta per salvare il pianeta, per fermare i cambiamenti climatici, per garantire l’accessibilità all’acqua dalle terre degli Standing Rock Sioux, a Flint, Michigan, alla West Bank della Cisgiordania e a Gaza. La lotta per salvare la nostra flora e fauna, per salvare l’aria – questo è il ground zero della lotta per la giustizia sociale.
Questa è una marcia delle donne e questa marcia delle donne rappresenta la promessa di un femminismo contro i poteri perniciosi della violenza di stato.

E il femminismo inclusivo e intersezionale che invita tutti noi a unirci alla resistenza al razzismo, alla islamofobia, all’antisemitismo, alla misoginia, allo sfruttamento capitalistico.
Sì, salutiamo la lotta per il salario minimo orario di 15 dollari. Noi ci dedichiamo alla resistenza collettiva. Resistenza ai miliardari profittatori delle ipoteche e gentrificatori. Resistenza ai corsari dell’assistenza sanitaria. Resistenza agli attacchi contro i musulmani e gli immigrati. Resistenza agli attacchi contro le persone disabili. Resistenza alla violenza di stato perpetrata dalla polizia e attraverso il complesso industriale carcerario. Resistenza alla violenza di genere istituzionale e intima, in particolare contro le donne trans di colore. I diritti delle donne sono diritti umani in tutto il pianeta ed è per questo che diciamo libertà e la giustizia per la Palestina. Noi celebriamo il rilascio imminente di Chelsea Manning. E di Oscar López Rivera. Ma diciamo anche liberate Leonard Peltier. Liberate Mumia Abu-Jamal. Liberate Assata Shakur.
Nel corso dei prossimi mesi e anni saremo chiamati a intensificare le nostre rivendicazioni di giustizia sociale, a diventare più militanti nella nostra difesa delle popolazioni vulnerabili. Coloro che ancora difendono la supremazia dell’etero-patriarcato del maschio bianco farebbero meglio a fare attenzione.
I prossimi 1.459 giorni dell’amministrazione Trump saranno 1.459 giorni di resistenza: resistenza sulle strade, resistenza nelle aule scolastiche, resistenza sul posto di lavoro, resistenza nella nostra arte e nella nostra musica.
Questo è solo l’inizio e con le parole dell’inimitabile Ella Baker, ‘Noi che crediamo nella libertà non possiamo riposare fino a quando non arriva’. Grazie.

traduzione di Maurizio Acerbo

Washington è rosa: in 600mila sfidano Trump

Stati Uniti. Donne, uomini, etero, gay, bianchi, neri alla Women’s March. «La resistenza comincia oggi», lo slogan di un corteo senza fine. Non solo la capitale: cortei anche nel resto degli States a Boston, New York, Chicago, Los Angeles

di Marina Catucci, il manifesto, 22.01.2017

Una manifestazione lunghissima, incredibilmente numerosa, una città invasa di berretti rosa, simbolo de facto di questa marcia storica che ha invaso Washington ed è stata presente a New York, Chicago, Los Angeles, Boston ma anche a Sidney, Tokyo, Parigi.

La Women’s March, nata dall’idea di un gruppo di donne hawaiane due giorni dopo l’elezione di Trump, in poco tempo ha raggiunto una dimensione tale da non poter essere ignorata ed ha attratto l’adesione di praticamente tutte le associazioni americane che si occupano di diritti civili.

«Ogni volta che si fa un corteo serve un permesso del comune, per ogni gruppo che aderisce al corteo – dice Tim, 62 anni che lavora al comune di Washington ed è sceso a manifestare alla Women’s March – Questa volta abbiamo rilasciato più di 100 permessi».

Nella sola Washington, dove si aspettavano 200mila persone ne sono arrivate più del doppio, si parla di una folla di quasi 600mila composta da donne, uomini, americani, stranieri, etero, gay, tutti a dire che la resistenza comincia ora, che i diritti delle donne sono diritti civili e come tali verranno difesi.

«Sono ebrea ed ho 78 anni – dice Ruth – I miei genitori sono scappati dalla Germania nazista, io ho vissuto gli anni ‘50. Tesoro, quando vedo un fascista e un misogino lo riconosco, e lo combatto».

Per raggiungere il comizio che ha preceduto l’inaugurazione l’unico mezzo era arrivarci a piedi, le metropolitane, con i treni e le piattaforme stracolme di gente, non si fermavano alle fermate più vicine il concentramento in quanto la zona non poteva più accogliere altre persone.

Per cui una fiumana di gente rimasta a piedi ha composto svariati cortei di fatto che da vari punti, ben lontani da dove si sarebbe tenuto il comizio, è confluita nella zona prevista, senza poter arrivare nemmeno minimamente vicino al palco.

Sullo stage si sono alternati vari personaggi davanti all’immensa folla festante in modo liberatorio dopo la pesantezza della giornata precedente.

«Siete tantissimi, siamo tantissimi – ha detto Michael Moore evidentemente emozionato – ed ora bisogna continuare. Io, non ci crederete, sono un uomo timido, quando ho cominciato a fare ciò che faccio, in Michigan, avevo bisogno di ore per vincere la timidezza, e questo è ciò che ora dovremo fare tutti quanti, anche voi, è importante vincere le proprie resistenze e mettersi un gioco. In special modo politicamente: entrare nel gioco politico locale, la politica locale è fondamentale, difendete il vostro quartiere, la vostra città, questo difenderà il paese».

Uno degli interventi più applauditi è stato quello della giovanissima Sophie Cruz, 8 anni, diventata famosa quando, durante la visita del papa a Washington nel 2015, era riuscita a scivolare tra le transenne, abbracciarlo e consegnargli a una lettera scritta a mano con un appello per la riforma dell’immigrazione, in quanto i suoi genitori sono illegali.

La paura personale di Sophie per la deportazione dei suoi genitori l’ha resa una delle voci più giovani del movimento di riforma dell’immigrazione. La leader femminista Gloria Steinem ha descritto la mobilitazione in tutto il mondo come «il rialzo del rovescio della medaglia: si tratta di una iniezione di energia e di democrazia, come non ho mai visto nella mia vita, una vita molto lunga».

«A volte dobbiamo mettere i nostri corpi fisicamente là dove sono le nostre convinzioni – ha aggiunto – in special modo ora, con Trump che è un presidente impossibile».

Il colpo d’occhio che si vedeva per le strade di Washington era quello di un fiume rosa, formato principalmente dai cappellini di lana con le orecchie da gattino, pussy in inglese, o vagina, in riferimento a uno dei peggiori commenti di Trump riferiti alle donne. Moltissimi uomini si sono presentati con questo cappello, fieramente.

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«Questo l’ha fatto mia moglie – dice Mitch, 35 enne della Virginia – È un simbolo fantastico anche perché fatto a mano, così come questa nazione, fatta dalle mani degli americani, quelli che sono in piazza oggi è che saranno in piazza per i prossimi 4 anni, se necessario anche tutti i giorni».

Gli slogan che risuonavano più frequentemente non è di timore, come invece nelle manifestazioni precedenti, ma di lotta. «La resistenza comincia», hanno detto tutti gli speaker dal palco .

«La resistenza comincia», ha detto l’attrice Ashley Judd, prima di cominciare il suo discorso sul significato dell’essere una donnaccia, una nasty woman, cattiva, così come Trump si era riferito ad Hillary Clinton durante un dibattito. «Io sono una nasty woman – ha affermato – ma ora vi dico cosa non fa una nasty woman», ed ha continuato elencando tutte le malefatte dei componenti del gabinetto di Trump, interrotta continuamente dal boato della folla che a quel punto era incontenibile e si espandeva in tutte le vie intorno la piazza.

«Manifestanti, non fate errori – ha detto dallo stesso palco l’attrice America Ferrera – Tutti noi, ognuno di noi, siamo tutti sotto attacco. La nostra sicurezza le libertà sono in estremo pericolo». Il messaggio di Ferrera era palpabilmente ricevuto, molti nel corteo indossavano sombreri, simboli nativi americani, magliette di Black Lives Matter.

Quando arriva l’ora della partenza del corteo in realtà il corteo è cominciato da un pezzo, le persone non hanno mai smesso di sfilare, ci sono manifestanti in ogni via di Washington.

«Chissà che twitterà oggi Trump – dice Ira, afro-americana – Forse farà finta di niente, ma è qua a Washington, se ha delle orecchie ci sente». Ignorare questa folla sarà difficile, Trump potrà provarci ma dovrà fare grossi sforzi, nessuno sembra intenzionato a restare a casa e tranquillamente guardarlo fare a pezzi i diritti civili.

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