Tomaso Montanari: il progetto di Pisapia del tutto privo di senso

Pubblichiamo il lungo messaggio inviato da Tomaso Montanari all’assemblea tenutasi a Roma domenica 11 dicembre Ricominciamo da NO(i).

Firenze, 10 dicembre 2016

Caro Sandro (Medici; ndr),
perdonami se non riesco oggi ad essere a Roma (colpa di un piccolo intervento, niente di serio), e grazie per questo invito. Partiamo dall’attualità più stretta. Il progetto di un Campo Progressista che si allei programmaticamente con il Partito Democratico mi pare del tutto privo di senso. Ma non perché non ci si può alleare con Renzi, e non perché Pisapia ha votato Sì.
Alziamo un poco lo sguardo. Dimentichiamo Matteo Renzi: facciamo finta che la fata buona della democrazia lo faccia sparire oggi stesso.
Ebbene: il progetto di Pisapia sarebbe comunque inattuale, e a renderlo inattuale sono le ragioni profonde del suo Sì – non quelle superficiali legate ai rapporti con Renzi e il Pd di oggi, tutte assai poco interessanti e, in ultima analisi, irrilevanti.
Le ragioni profonde di quel Sì al referendum scaturiscono da una incomprensione radicale della fase storica in cui siamo conficcati.
Una fase – lo dirò brutalmente – per la quale nessun riformismo è sufficiente.
Nemmeno un riformismo vero: non dico il conservatorismo classista del Pd di oggi e di ieri.
Una fase estrema in cui è necessario un nuovo radicalismo democratico: se non vogliamo perdere, dopo la giustizia sociale e l’eguaglianza, anche la democrazia stessa.
Il caso italiano è chiarissimo. La riforma proponeva uno scambio tra diminuzione della rappresentanza e della partecipazione e (presunto) aumento della possibilità di decidere: ha risposto Sì chi sentiva di poter rinunciare ad essere rappresentato perché già sufficientemente garantito sul piano economico e sociale. Ha detto No chi non ha altra difesa che il voto. Basterebbe questo intreccio tra condizione sociale e diritti politici a suggerire che il No abbia qualcosa a che fare con l’orizzonte della Sinistra.
La Brexit, la vittoria di Trump e ora quella del No in Italia hanno indotto molti osservatori ad additare i rischi del suffragio universale: la democrazia comincia ad essere avvertita come un pericolo, perché la maggioranza può votare per sovvertire il sistema. Perché siamo arrivati a questo? Perché la diseguaglianza interna agli stati occidentali ha raggiunto un tale livello che la maggioranza dei cittadini è disposta a tutto pur di cambiare lo stato delle cose. È qua la radice della riforma: oltre un certo limite la diseguaglianza è incompatibile con la democrazia. E allora o si riduce la prima, o si riduce la seconda. E chi ha scelto il Sì, come Pisapia, ha scelto la seconda opzione: che a me pare il contrario di ciò che dovrebbe fare una qualunque Sinistra.
Il punto, in sintesi, è questo: una Sinistra ha senso solo se contesta alla radice – cioè appunto radicalmente – la dittatura del mercato e lo svuotamento della democrazia. Se invece continua a ripetere che a tutto questo There Is No Alternative, TINA, allora non è una Sinistra.
Vorrei dire a Michele Serra: non è la Sinistra a dire di No.
È il Partito Democratico a dire costantemente un enorme NO, da troppi anni (ben prima di Renzi), ad ogni cambiamento vero dello stato delle cose.
È il PD che ha fatto di TINA il proprio motto, è il PD che ha perso ogni ambizione di cambiare lo stato delle cose. Un partito che si è ridotto a difendere i privilegi dei salvati, e a temere il voto dei sommersi.
Allora la questione è: ha senso costruire – come propone Pisapia – una nuova forza di sinistra che nasca con incorporato il dogma del TINA? Quale futuro può avere una sinistra che dia per scontata la sua alleanza con un simile partito?
La vera sfida è costruire una forza che ambisca a diminuire la diseguaglianza, e non la democrazia.
Una forza persuasa che «guasto è il mondo, preda / di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula / e gli uomini vanno in rovina» (Oliver Goldsmith, The Deserted Village): e che sia venuto il momento di ripararlo, non di limitarsi a oliarne i meccanismi perversi.
Questi versi del 1770 sono stati scelti da Tony Judt, uno degli intellettuali più importanti del nostro tempo, come epigrafe ed ispirazione per il suo ultimo libro (Guasto è il mondo, 2010). È uno dei libri fondativi per una Sinistra del XXI secolo, perché alimenta e fa crescere il presupposto essenziale su cui essa deve fondarsi: uno sguardo radicalmente critico sull’esistente. Permettetemi di citarne qualche riga:
«C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi.
Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane.
Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono. Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società, o il mondo. Erano queste un tempo le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta: dobbiamo reimparare a porci queste domande. Dobbiamo sottoporre a critica radicale l’ammirazione per mercati liberi da lacci e laccioli, il disprezzo per il settore pubblico, l’illusione di una crescita senza fine. Non possiamo continuare a vivere così».
Judt ha ben chiaro, e noi con lui, che questa critica radicale non può che partire dalla struttura economica esistente. Lo cito ancora: «Oggi nel campo della politica economica i cittadini delle democrazie hanno appreso la modestia. Ci hanno detto che queste sono faccende da lasciare agli esperti, che l’economia e le sue implicazioni politiche sono troppo complicate per essere capite da un uomo della strada: una visione corroborata dal linguaggio sempre più arcano e matematico della economia. È difficile trovare gente della strada disposta, su questi argomenti, a sfidare le affermazioni del ministro del Tesoro e dei suoi consulenti. Ma dobbiamo reimparare a farlo. Dobbiamo reimparare a criticare chi ci governa. Ma per farlo in modo credibile dobbiamo liberarci dal cerchio di conformismo in cui, noi come loro, siamo intrappolati. Non possiamo sperare di ricostruire il nostro disastrato dibattito pubblico fino a quando non saremo arrabbiati a sufficienza per la condizione in cui ci troviamo».
Ieri un commento ricorrente alla mia risposta a Serra era che era bella, ma ‘fuori dalla realtà’. Ebbene: dobbiamo capire, e quindi spiegare, che è la realtà ad essere ormai insostenibile.
Non si tratta di punti di vista: semplicemente non possiamo continuare a vivere così.
Il pianeta non lo permette, le condizioni della maggioranza dell’umanità non ce lo permettono nemmeno se volessimo.
Il programma di una nuova Sinistra c’è già, tutto intero: sono i principi fondamentali della Costituzione italiana che il nostro popolo ha sottoscritto di nuovo, a milioni, domenica scorsa: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Attuare tutto questo. Ecco il nostro programma, il nostro progetto, la nostra ambizione.
Oggi dobbiamo farci due domande.
La prima domanda è: siamo arrabbiati a sufficienza per comprenderlo?
E la seconda domanda è: abbiamo strumenti culturali sufficienti a rompere il cerchio del letale conformismo che ci impedisce di rompere con l’assedio del presente?
La risposta alla prima domanda l’hanno data i 19 milioni di italiani che domenica scorsa hanno votato No.
La risposta alla seconda domanda dipende solo dal nostro impegno.

Grazie, e buon lavoro
Tomaso Montanari

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