I “giornalisti comprati” in Europa

I “giornalisti comprati” in Europa

di  Thomas S. Harrington

Non molto tempo fa per assorbire quantità industriali di dottrina religiosa si doveva andare in chiesa o in un tempio o in una moschea.

Dall’inizio del XXI secolo però, è possibile avervi accesso in grande e compiaciuta abbondanza attraverso le pagine editoriali dei quotidiani “seri” e nominalmente progressisti del continente, giornali come The Guardian, El Paìs, La Repubblica, Le Monde e Suddeutsche Zeitung.

Che tipo particolare di teologia vi si sostiene ?

L’imperialismo neoliberale, qualcosa che i dirigenti ecclesiastici della fede – persone come  Timothy Garton-Ash, Niall Ferguson. Moisés Naim, Mario Vargas Llosa, Hermann Tertsch, Antonio Caño, Joseph Joffe e quel precedentemente filosofo-clown di Bernard Henry-Levi – preferiscono descrivere in termini di “sostegno agli accordi Trans-Atlantici” e di creazione e affermazione di “Società Aperte”.

Un giorno gli storici si chiederanno come sia stato possibile che l’Europa, con un ricco sistema governativo apparentemente unito, una popolazione di 500 milioni di abitanti ed una storia sofisticata ed estremamente profonda di produzione intellettuale indigena, si sia ritrovata ad avere le sue dissertazioni pubbliche dominate dagli interessi limitati e, piuttosto frequentemente, parrocchiali delle elites di un altro paese (fino ad arrivare alla sua devozione incondizionata ad un piccolo Stato del Medio Oriente bellicoso e  con l’apartheid) situato a metà strada del globo.

E se questi storici sono svegli punteranno lo sguardo su ciò che succedeva nelle redazioni ed in altri centri di produzione mediatica in Europa (o forse in maniera più appropriata, nei consigli d’amministrazione che stabiliscono le loro politiche) durante il primo decennio del XXI secolo.

Il desiderio statunitense di diffondere il credo atlantista, che sostanzialmente sostiene che la vita per gli europei è migliore se sublimano i loro interessi economici e strategici con quelli strategici ed economici degli USA, non è una novità. A dirla tutta è stato questo lo scopo dell’attività diplomatica e dei servizi segreti sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La carriera di Joffe, segnata da soggiorni alla Stanford’s Hoover Institution e da apparizioni nel Charlie Rose Show, luogo preminente di auto-promozione e consolidamento degli argomenti di conversazione ufficiali USA-Israele, fornisce una testimonianza eloquente sui benefici che accumulano coloro che vogliono promuovere quotidianamente il punto di vista americano sulla realtà ai loro conterranei.

Quello che cambia oggi è il peso relativo di questa ideologia, con il suo amore per le forze militari ed il bullismo fiscale da una parte e la sua volgare indifferenza ai chiari interessi a lungo termine del grosso della popolazione europea (come ad esempio instaurare vigorosi scambi commerciali e culturali con la Russia o garantire l’assistenza sanitaria di base in Grecia) dall’altra, nel panorama della creazione di opinioni nel continente.

Se in passato gli asserviti pro-USA come Joffe erano una voce tra tante, adesso costoro e le loro opinioni sono predominanti nella maggior parte dei più importanti giornali europei.

Com’è successo?

Per coloro, e ce ne sono ancora molti purtroppo, che hanno il bisogno di credere nella natura essenzialmente benevola della politica estera statunitense e nell’esistenza di un “mercato delle idee” più o meno libero e senza restrizioni la risposta è facile. Nell’invecchiare e nel diventare più ricchi gli europei sono diventati più conservatori ed hanno iniziato a pretendere la presenza di persone che riflettessero queste loro mutevoli opinioni nei maggiori organi di stampa. Per coloro che capiscono l’enorme importanza che l’establishment statunitense del dopoguerra ha dato al “management della percezione” e a come le informazioni sui conflitti fossero e sono ancora un elemento di enorme portata della nozione rumsfeldiana di “influenza a spettro completo” (Full Spectrum Dominance), questa spiegazione manca di credibilità, comunque.

Per esempio, è possibile credere  veramente che con tutte le persone intelligenti, cosmopolite disponibili in Spagna, nazione tradizionalmente pro-Palestina, la persona più adatta al ruolo di guru della politica estera nel fine settimana di El Paìs sia Moisès Naìm, un sionista ex-ministro dell’arcicorrotto governo venezuelano di Carlos Andrès Pèrez, ex direttore esecutivo della Banca Mondiale e per lungo tempo editore di Foreign Policy, la bibbia interna del pensiero corrente imperialista statunitense? Dobbiamo veramente credere che il nocciolo dei lettori socialisti desiderasse proprio quello?

 Per non far sembrare tutto troppo speculativo, suggerisco di guardare un’intervista condotta, nel 2014, con Udo Ulfkotte, un reporter veterano tedesco ed ex vice capo redattore di Frankfurter Allgemeine Zeitung, nella quale parla di come lui ed altri giornalisti erano e sono abitualmente ”comprati” da operatori americani di qualunque tipo, arrivando a descrivere il suo Paese, la Germania, come una “repubblica delle banane” ed anche “colonia degli americani” dove i giornalisti che servono gli interessi delle organizzazioni “trans-atlantiche” sono ricompensati profumatamente e dove chi non sta al gioco ne subisce le dure conseguenze.

 L’intervista ebbe luogo in occasione dell’uscita del suo libro “Gekaufte Journalisten” che mi dicono sarà tradotto in “Giornalisti Comprati” nel quale entra nei dettagli di questi argomenti. E’ interessante notare che nonostante sia velocemente salito tra i best seller in Germania quando fu pubblicato due anni fa non è ancora stato tradotto in inglese o in nessuna altra lingua europea. Si è parlato di una prossima uscita della versione in inglese del testo ma ogni volta che controllo la data di pubblicazione risulta slittata ancora di qualche mese.

Pensate che sia stata esercitata una qualche pressione su coloro che debbono portare sul mercato la versione in inglese?

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•         Thomas S. Harrington è professore di Studi Iberici al Trinity College di Hartford, Connecticut ed autore del libro da poco pubblicato “Livin’ la vida Barroca: American Culture in a Time of Orthodoxies”

Europe’s “Bought Journalists”  http://www.counterpunch.org/2016/08/02/europes-bought-journalists/

 


 

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