L’immigrazione è!

L’immigrazione è!

di Paolo Benvegnù

 “Le conquiste di quella parte del proletariato che si trova in una condizione più favorevole, saranno sempre messe in pericolo finché ne godrà solo una minoranza” […] “Ciò vale per le masse all’interno di un paese, come per tutto il mercato mondiale. Un proletariato di avanguardia può mantenersi solidarizzando, appoggiando quelli che sono rimasti indietro, e non separandosi da essi, non distaccandosene non opprimendoli. Là dove, sotto l’influenza di un miope corporativismo, il proletariato segue questo ultimo metodo, questo prima o poi fallisce e diviene uno dei mezzi più pericolosi per indebolire la lotta di emancipazione proletaria”.

 Da “Marxismo e imperialismo” Lenin Opere Complete. Quaderni sull’Imperialismo

Dall’invito del Consiglio generale dell’Internazionale ai sindacati inglesi a partecipare al congresso di Bruxelles, 1868. I passaggi citati sono fortemente annotati nel quaderno 39 pag. 627.

 

 L’immigrazione è!

L’immigrazione non deve essere combattuta né favorita: l’immigrazione è!

È faccenda che interessa il capitale, ma anche il lavoro.

Senza andare troppo in là nel tempo, è bene ricordare alcuni fatti che appartengono alla nostra storia recente: storia del conflitto di classe, naturalmente.

 Negli anni 60’ e 70’, in Europa, la gran parte dei lavoratori di linea nelle grandi fabbriche dell’auto erano operai immigrati: dalla Ford di Daghenam, alla Opel in Germania, alla Renault di Billancourt, alla Fiat di Torino, solo per citare le più note. Avendo la disgrazia di essere un po’ avanti negli anni e la fortuna di aver cominciato la mia militanza politica molto giovane, ricordo benissimo le condizioni di vita e lo stigma a cui erano sottoposti i meridionali a Torino: cittadini italiani, ma discriminati esattamente e forse anche peggio degli immigrati di oggi. Sono stato ospite di quei lavoratori nelle soffitte e nei retrobottega trasformati in alloggi dove, nei pochi letti disponibili, si alternavano gli ospiti secondo i ritmi della turnistica di fabbrica. Questi lavoratori “migranti” sono stati tra i principali protagonisti del più formidabile ciclo di lotte che abbia investito la fabbrica torinese dal secondo dopoguerra, e le grandi fabbriche “fordiste” dell’intera Europa. Erano “amati” dai lavoratori torinesi alla stessa maniera in cui tanti lavoratori italiani “amano” oggi gli immigrati. Tuttavia conquistarono rispetto e cittadinanza con le lotte formidabili di cui furono protagonisti. Per qualche anno furono silenti e obbedienti alla disciplina del capitale per poi rovesciarne il comando.

 La grande ristrutturazione capitalistica, partita alla metà degli anni ’70 a livello mondiale è anche la risposta a quel ciclo di lotte che inceppò il meccanismo dell’accumulazione. Nel 1973, all’incontro della Trilateral, presenti i grandi del capitalismo europeo, del Giappone e degli Usa, tra questi Agnelli, Kissinger, Rotschild, “eccesso di domanda” (il proliferare delle lotte sul salario e per il Welfare) ed “eccesso di democrazia” (la permeabilità dei sistemi istituzionali ai conflitti sociali) erano indicate come le distorsioni patologiche e sistemiche da combattere per ridare fiato ai profitti. Sappiamo come è andata. Una classe operaia multinazionale e meticcia, proveniente dall’Anatolia, dal Magreb, dai paesi dell’osso Appenninico e dalle isole del Mediterraneo aveva inceppato i meccanismi dell’accumulazione capitalistica, incrociandosi con le lotte dei popoli contro l’imperialismo (In Asia-America latina- Africa) e con le lotte degli operai afroamericani nelle fabbriche di automobili degli USA.  La controffensiva liberista che ha avuto avvio deciso negli anni ottanta nasce qui. Ancora una volta vale il principio: prima leggere le lotte operaie e “poi” i movimenti del capitale.

Tessera Nazionale 2016 fronte (1)I migranti, centinaia di milioni in tutto il mondo, sono stati e sono in Italia parte essenziale della classe operaia. Lo dice anche l’alto tasso di sindacalizzazione, superiore a quello degli autoctoni nel nostro paese, e se non bastasse lo dicono, ancor meglio, le lotte di cui si sono resi protagonisti in un ganglio vitale della produzione delle merci: la logistica. Sono concentrati nei settori meno qualificati della forza lavoro e più sfruttati, hanno salari inferiori agli autoctoni, ma per questo non sono meno combattivi.

 Certo, oggi siamo dentro una nuova fase. L’Europa è investita da un esercito di profughi e migranti che premono alle frontiere, che scappano dalle guerre e dalla fame per trovare un destino migliore nel nostro continente. Sono tra quelli costretti a migrare i più fortunati (perché ancora vivi), molto spesso i più scolarizzati, con retroterra famigliari economicamente favoriti, spesso con parenti residenti in Europa, in grado di sostenere i costi notevoli dei viaggi e delle traversate, imposti dai trafficanti. Meno, certamente meno, fortunati/e quelli che migrano all’interno dei loro stessi continenti, talvolta in paesi anch’essi poveri, ma che offrono una qualche miserabile possibilità in più. Molti, molti di più sono quelli/e costretti alle migrazioni interne dalle desertificazioni e dall’espulsione dalle campagne in cui vivevano, dall’introduzione dei sistemi di produzione capitalistica in agricoltura e dallo sviluppo delle monoculture. Le megalopoli africane, asiatiche, sudamericane con le loro immense periferie dense di miseria ce lo mostrano. Sono migranti interni i centinaia di milioni di lavoratori cinesi che hanno lasciato senza permesso le campagne in cui vivevano e che popolano le grandi fabbriche. Nel settore della manifattura e delle costruzioni sono stati protagonisti di molti conflitti. Una novità? Non direi: un aspetto necessario e conseguente della crescita del mercato mondiale. Sono migranti anche gli ottantamila italiani che vivono a Londra, non tutti impiegati nel settore immobiliare o nella finanza o nella ricerca, come i migranti di altri paesi dell’Europa attirati nella megalopoli britannica dalla possibilità, fino a ieri, di accedere oltre che a maggiori opportunità di lavoro, spesso precarie e malpagate, anche a un sistema di welfare più generoso. Così hanno fatto anche molti bengalesi immigrati in Inghilterra dopo aver acquisito la cittadinanza italiana e quindi europei a pieno titolo – tra questi alcuni nostri compagni del Prc di Padova – nonostante avessero un’occupazione con salari di fabbrica, qualcuno anche con significative professionalità.

I migranti sono parte costituente e centrale della classe a livello mondiale.

Si riversano verso l’Europa per l’insostenibilità delle condizioni di vita dei loro paesi e vanno a coprire i buchi che nel succedersi delle generazioni si sono determinati nella asfittica demografia del nostro continente. Il primo e il secondo paese manifatturiero in Europa, la Germania e l’italia, sono da questo di vista già alla canna del gas. Le ultime statistiche relative alla popolazione in Italia sono chiarissime: senza l’apporto dei migranti, dei migranti che già ci vivono e di quelli che verranno, il nostro è un paese già morto.

Per la Germania nei prossimi anni, sindacati e Confindustria si stanno già organizzando in questo senso: ci sarà bisogno di milioni di nuovi lavoratori soltanto per sostituire quelli che andranno in pensione, in larga parte skilled, qualificati, e molti di loro non potranno essere tedeschi.

Da questo punto di vista, nonostante la crisi e la ristrutturazione capitalistica, le necessità delle economie e delle società europee sono evidenti. Senza nuovi ingressi non si va da nessuna parte. Un milione di rifugiati e richiedenti asilo nel 2015 – il totale degli ingressi in Europa – è un numero assolutamente risibile rispetto alle capacità di accoglienza della prima economia mondiale; è il minimo necessario rispetto alle insufficienti capacità riproduttive di gran parte dei paesi europei.

Ciò nonostante abbiamo un tasso di disoccupazione superiore al 10%. Ciò nonostante i formidabili livelli di disoccupazione giovanile nel nostro paese. Perché? Perché solo gli imbecilli guardano al mercato del lavoro e alla realtà italiana con l’ottica del contabile. Il mercato, la domanda e l’offerta di lavoro sono profondamente stratificate e territorializzate. Nel Veneto, Verona ha un tasso di disoccupazione inferiore al 5%; in alcune zone della provincia di Rovigo si arriva al 18%. I giovani del sud preferiscono migrare al Nord oppure all’estero – fenomeno in netta ripresa – piuttosto che andare a raccogliere i pomodori o i meloni in Puglia. Poca concorrenza e minima sovrapposizione nel mercato locale, la stragrande maggioranza di chi piega la schiena nei campi per pochi euro al giorno, di chi lavora con paghe da fame in molti appalti della Fincantieri, lo fa costretto dal ricatto del permesso di soggiorno da rinnovare, o sotto la sferza dei caporali. Il punto è esattamente questo. La frammentazione e la stratificazione che riguarda in generale la forza lavoro come elemento fondante della Governance del mercato della forza lavoro dal punto di vista del capitale. Stratificazione e frammentazione che passano anche attraverso l’etnicizzazione di determinate tipologie di lavoro, anche settoriale.

Per andare a un passato recente, nei primi anni di questo secolo, in un periodo di forte crescita dell’economia italiana e globale, quando ai cancelli delle fabbriche e dei cantieri c’erano i cartelli “cercasi operai” (come negli anni ‘60), il movimento operaio, il sindacato italiano, ma anche Rifondazione comunista – allora una grande forza con milioni di voti e più di 100mila iscritti – non seppero cogliere la necessità di connettere strettamente la difesa dell’articolo 18 alla lotta contro la Bossi/Fini interpretandola per quello che essa è. Una legge che regolamenta il mercato del lavoro prima che i flussi immigratori, connettendo contratto di lavoro e permesso di soggiorno, consegnando così milioni di lavoratrici e lavoratori al conseguente, facile, ricatto dei datori di lavoro. La frammentazione e la precarizzazione di tutta la forza lavoro è passata anche da qui, anzi ha avuto qui uno snodo legislativo fondamentale.

La federazione di Rifondazione comunista di Padova, che come struttura organizzata del Prc fu la sola a sostenere materialmente e politicamente lo sciopero dei migranti di Vicenza contro la Bossi Fini nel Veneto, fu anche l’unica a fare almeno una decina di assemblee e manifestazioni nella provincia di Padova lanciando la parola d’ordine della mobilitazione unitaria contro l’attacco portato all’art 18 e la Bossi-Fini. Ci sono non poche/i compagne/i immigrati che sono ancora iscritti al nostro partito da quelli anni, che costruirono allora con noi la nostra “Rete del lavoro migrante”, a sottolineare la nostra chiara differenza dalle posizioni, talvolta interessate, dell’accoglienza compassionevole. Una battaglia persa, sostanzialmente non fatta nelle forme necessarie, per la miopia e l’opportunismo delle organizzazioni sindacali e politiche che avevano iscritte nelle loro bandiere e nei loro programmi la rappresentanza del mondo del lavoro.

 Il punto della questione mi pare essere assolutamente chiaro. I profughi e i migranti che premono alle frontiere europee devono poter “entrare” attraverso canali puliti e in maniera legale, con permessi di soggiorno che garantiscono la possibilità di accedere al mercato del lavoro senza ricatti. Confini nazionali e barriere, che merci e capitali superano con grande facilità, sono invece un formidabile strumento di regolazione e gestione del mercato del lavoro. Lo sono negli Stati Uniti dove 10 milioni di clandestini garantiscono l’abbattimento dei costi di riproduzione della forza lavoro nell’agricoltura e nei servizi, lo sono nel paese del sol levante dove i migranti dalla Nigeria, dal Bangladesh , vivono per anni da reclusi nelle fabbriche dove lavorano, a paga globale, senza diritti e senza alcuna possibilità di organizzarsi,  per poi riportare nei paesi di origine soldi, che nei contesti locali, sono cifre importanti: lavoro servile a basso prezzo per i padroni Giapponesi, da questo punto di vista in continuità con la loro storia imperiale.

A noi il compito di organizzare politicamente questi lavoratori, costruire con loro e con gli autoctoni le condizioni per rompere per tutti/e confini e barriere, le gabbie della precarietà e dello sfruttamento.

Un terreno di iniziativa oggi possibile, a partire da una nuova capacità di lettura dei luoghi dello sfruttamento e l’oggettiva fragilità interna di alcuni settori, oggi centrali o comunque importanti dal punto di vista della ristrutturazione capitalistica e dei profitti che sono in grado di generare.

Faccio due soli esempi per essere chiaro: il turismo e l’agricoltura. Realtà di larga diffusione di livelli altissimi di precarietà e sfruttamento ma, al contempo, costretti dentro le logiche necessarie degli andamenti stagionali, tremendamente sensibili allo sviluppo dei conflitti.

Una battaglia di classe, il terreno della ricostruzione dell’internazionalismo proletario fuori e contro il dominio del capitale, contro i populismi nazionalistici di ogni colore, per una società senza classi.

Il lavoro non ha patria. Nostra patria è il mondo intero.

 nostra patria mondo intero

Paolo Benvegnù è segretario regionale di Rifondazione comunicazione del Veneto



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