Elezioni  2016, lepenismo  e xenofobia non pagano

Elezioni 2016, lepenismo e xenofobia non pagano

Sergio Bontempelli & Stefano Galieni

Questo articolo  è stato pubblicato sul sito di ADIF (Associazione Diritti e Frontiere, www.A-DIF.org ) prima del referendum in Gran Bretagna che ha sancito la “Brexit”. Lo  reputiamo ancora utile perché i contesti dei diversi paesi europei determinano risposte altrettanto  diverse, dalla piazza del  conflitto di classe in Francia all’exploit xenofobo in Austria. Lo riteniamo utile perché continuando a valutare in casa propria sulla base delle ultime notizie nazionali o internazionali serva solo ad acuire uno sterile provincialismo come il tentativo di piegare la realtà alle proprie percezioni momentanee.

La tornata elettorale appena conclusa registra il clamoroso fallimento delle retoriche anti-immigrazione: sicurezza, ordine pubblico ed espulsioni non pagano, e non portano voti

Passata la sbornia dei risultati, dei festeggiamenti (per chi ha vinto) e dei tristi bilanci (per chi ha perso), la recente tornata elettorale pone come sempre numerosi interrogativi. Gli elementi da analizzare sono molti, ma a noi ne interessa uno in particolare, che finora – ci sembra – è stato preso scarsamente in considerazione. Slogan come “più sicurezza nelle periferie”, “fermiamo i barconi”, “sgomberiamo i campi nomadi”, insomma tutti gli strumenti retorici dei fabbricanti della paura, non hanno prodotto significativi risultati sul piano elettorale.

La sconfitta del lepenismo italiano

Il serbatoio di consensi delle forze più caratterizzate su questi temi – pur con qualche significativa eccezione – sembra anzi essersi svuotato. La Lega Nord dell’onnipresente Matteo Salvini, nonostante le felpe, i comizi, i gazebo, lo spazio mediatico decisamente sproporzionato di cui ha goduto finora, la visibilità assicurata su ogni elettrodomestico, dal pc alla tv all’antica lavatrice, arresta la propria espansione, perde alcuni baluardi dall’alto valore simbolico (come Varese) e non sfonda nelle tanto decantate periferie: al contrario, perde terreno sia nelle città in cui si unisce al centro destra che in quelle dove, gagliarda, corre da sola.

Il Movimento Cinque Stelle, che per conquistare consensi a destra ha spesso utilizzato alcuni afflati xenofobi, in questa campagna elettorale li ha sottaciuti e ridimensionati. Non ne ha fatto il proprio valore fondante, forse per non competere in uno spazio politico già occupato.

Anche le altre formazioni della destra non hanno fatto gran bella figura. A Milano si è avuto il solo caso rilevante di un candidato Pd che è uscito vincitore contro un fronte ufficialmente compatto che andava dalla Lega alle componenti moderate del centrodestra. A Roma, pur alzando il tiro contro rom e immigrati, con tanto di manifesti campeggianti in tutta la città, né Giorgia Meloni né Alfio Marchini si possono ritenere soddisfatti. A Napoli, il centro destra di Lettieri non ha sfondato di fronte al ciclone De Magistris. Le destre di stampo apertamente neofascista, come Forza Nuova e Casa Pound, non hanno ottenuto consensi rilevanti.

Come cambiano le paure

Che accade insomma? L’Italia si scopre antirazzista? Una risposta del genere sarebbe fin troppo semplicistica: il punto, qui, ci pare un altro.

In primo luogo, in gran parte dei Comuni in cui si è andati al voto (Bologna e Cagliari sono eccezioni) si è voluta punire tanto l’amministrazione uscente quanto il governo nazionale, entrambi ritenuti incapaci di risolvere i problemi concreti derivanti dalla crisi, dal crescere di disagi e di nuove povertà. In questo contesto i comizi televisivi di Salvini, e in generale i discorsi che indicavano nei migranti la causa di tutti i mali, sono stati percepiti come vecchi e inadeguati: risposte sbagliate, parziali, a volte condivisibili (dagli elettori, si intende, e non da noi) ma insufficienti.

In secondo luogo, i cittadini hanno voluto premiare chi non ha mai avuto a che fare con le scelte politiche recenti (M5S), o chi le ha perennemente contrastate anche amministrando (De Magistris). A Benevento si è arrivati addirittura a dare nuova fiducia a una classe politica che sembrava destinata all’estinzione (Mastella), nella logica – potremmo dire – dell’«usato sicuro».

Insomma le paure passate sono state sostituite dalle paure presenti. E chi ha ripetuto i soliti slogan – “fermiamo gli immigrati, rimandiamoli a casa” – è apparso un po’ come quel tale che prometteva il ben noto milione di posti di lavoro…

Non sembra aver pagato neanche la paura del terrorismo di matrice fondamentalista. Anche in questo caso, certamente l’islamofobia è cresciuta rispetto a qualche anno fa, ma gli eventi di Parigi e di Bruxelles non hanno cambiato granché le percezioni collettive: o almeno non hanno influito sulle decisioni elettorali. Cessate le paure dei primi giorni, divenuta familiare la presenza dei militari alle stazioni della metro, gran parte del timore è stato assorbito, e il voto ha preso altre direzioni.

Il nemico è chi governa

È vero che la destra, a volte anche apertamente xenofoba, ha vinto in alcuni comuni toscani come Cascina e Montevarchi, e ha ripreso capoluoghi di provincia come Grosseto, Savona e Trieste: ma ciò è accaduto per motivi diversi, in qualche modo coerenti – ci pare – col ragionamento che abbiamo proposto fin qui. Si tratta infatti di città che sono state governate dal centro sinistra (a volte eternamente e quasi sempre male), nelle quali il M5S non era abbastanza radicato, e in cui personaggi più o meno noti della destra hanno catalizzato un bisogno confuso di cambiamento e protesta. In queste città gli slogan anti-immigrazione hanno sicuramente giocato un ruolo importante, ma non decisivo.

La paura che ha trionfato è stata quella di affidare le proprie città a chi finora si è dimostrato incapace di amministrarle, a chi ha favorito i poteri forti, a chi ha tagliato servizi sociali essenziali in nome del rispetto dei patti di stabilità e del rischio di dissesto finanziario. Ha perso chi governa il paese, segno di un crollo di fiducia nel “nuovismo” renziano, nei messaggi allucinogeni che annunciavano ogni giorno la ripresa.

In questo nuovo discorso pubblico semplicemente per i migranti non c’era posto: finivano in secondo piano, si parlava più di chi vuole spendere miliardi per le Olimpiadi, o di chi non trova casa né lavoro (e non per colpa degli stranieri).

Dal capro espiatorio alla crisi

La logica del “capro espiatorio”, insomma, non ha funzionato, non funziona più. Oggi si pensa con angoscia alla crisi, al lavoro che non c’è, ai bilanci familiari che non quadrano, alle bollette che aumentano, al salario che si assottiglia, al futuro che appare sempre più nero. E si guarda con rabbia ai privilegi di chi intasca mazzette, o di chi siede nei posti di comando delle banche o della politica.

Molti italiani, sicuramente, guardano con rancore e sospetto anche a “loro”, agli immigrati, dipinti come concorrenti sui posti di lavoro e come beneficiari di inesistenti privilegi: eppure, chi addita lo straniero come causa di tutti i mali comincia ad essere percepito, sia pure confusamente, come un millantatore e un imbroglione.

Uno spazio possibile…

In un contesto simile ci sarebbe ampio spazio per chi volesse aprire un discorso sulla crisi, coniugando istanze di giustizia sociale con la lotta alle discriminazioni e al razzismo.

Al di là dell’oceano, pochi anni fa è stato eletto il primo Presidente afroamericano della storia statunitense, mentre oggi Bernie Sanders sdogana il termine socialismo dimenticato da quasi un secolo. A Londra, gli elettori del Labour premiano un politico dichiaratamente di sinistra, ed eleggono un Sindaco di fede musulmana e di origini migranti.

Qui da noi, nonostante alcuni nobili tentativi, le forze che si richiamano alla sinistra sono ancora prigioniere delle proprie contraddizioni interne, delle piccole faide consumate in stanze prive di vita. Eppure, gli spazi ci sarebbero.

Stefano Galieni e Sergio Bontempelli



Sostieni il Partito con una


Campagna di autofinanziamento. Moduli RID