Perchè Wall Street ha vinto il primo round e noi potremmo vincere il secondo

Perchè Wall Street ha vinto il primo round e noi potremmo vincere il secondo

di Walden Bello

Quando a Wall Street si è aperta la terra sotto i piedi nell’autunno del 2008, si è fatto un gran parlare di lasciare che le banche subissero quello che si erano meritate, incarcerando i “bancriminali” [nell’originale ‘banksters’, da bank, banca e gangster, criminali) e imponendo norme draconiane. Il neoeletto Barack Obama salì al potere promettendo una riforma del settore bancario, avvertendo Wall Street: “La mia amministrazione è la sola cosa che vi separa dai forconi”.

Tuttavia quasi otto anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale è evidente che i responsabili di averla causata sono riusciti a farla franca. Non solo, sono stati in grado di far sì che i governi scaricassero i costi della crisi e il fardello del recupero sulle loro vittime.

Come Wall Street ha vinto

Come ci sono riusciti? La prima linea di difesa delle banche è consistita nell’ottenere che il governo salvasse le banche dal caos finanziario che esse avevano creato. Le banche hanno totalmente respinto la pressione di Washington perché creassero una difesa collettiva impegnando le loro risorse. Utilizzando il grosso collasso dei prezzi azionari innescato dal fallimento della Lehman Brothers, i rappresentati del capitale finanziario sono stati in grado di ricattare sia i liberali sia l’estrema destra al Congresso perché approvassero il Programma di Soccorso delle Attività Tossiche (TARP) da 700 miliardi di dollari. La nazionalizzazione delle banche è stata scartata come incoerente con i valori “americani”.

Poi, impegnandosi nella guerra difensiva contro le regole che avevano dominato nel Congresso per decenni, le banche sono state in grado, nel 2009 e 2010, di cancellare dalla legge Dodd-Frank di Riforma di Wall Street e di Protezione dei consumatori tre articoli chiave che erano considerati necessari per una vera riforma: ridurre la dimensione delle banche, separare istituzionalmente l’attività bancaria commerciale da quella d’investimento e vietare la maggior parte dei derivati e disciplinare efficacemente il cosiddetto “sistema bancario ombra” che aveva provocato la crisi.

L’hanno fatto usando quello che Cornelia Woll ha definito il “potere strutturale” del capitale finanziario. Una dimensione di tale potere sono stati i 344 milioni di dollari spesi dall’industria per esercitare pressioni sul Congresso nei primi nove mesi del 2009, quando i legislatori si stavano dedicando alla riforma della finanza. Il solo senatore Chris Dodd, presidente del Comitato del Senato sulle Banche, ha ricevuto 2,8 milioni di dollari di contributi da Wall Street nel 2007-2008. Ma forse ugualmente potenti rispetto alla lobby di Wall Street radicata nel Congresso sono state voci potenti della nuova amministrazione Obama amiche dei banchieri, specialmente il Segretario al Tesoro Tim Geithner e il capo del Comitato dei Consiglieri Economici Larry Summers, entrambi già stretti associati di Robert Rubin, che ha vissuto reincarnazioni consecutive da co-presidente della Goldman Sachs, capo del Tesoro di Bill Clinton e presidente e alto consulente di Citigroup.

Infine, il settore bancario ha avuto successo esercitando il proprio potere ideologico o, forse più correttamente, affidando la propria difesa all’ideologia neoliberista dominante. Wall Street è stata in grado di cambiare la descrizione delle cause della crisi finanziaria, gettando interamente la colpa sullo stato.

Questo è meglio illustrato dal caso dell’Europa. Come negli USA, la crisi finanziaria in Europa è stata una crisi determinata dall’offerta, con le grandi banche europee che cercavano alti profitti, utili rapidi sostitutivi dei bassi ritorni sugli investimenti dell’industria e dell’agricoltura, come il finanziamento del settore immobiliare e la speculazione in derivati finanziari, oppure investivano i loro fondi in supero in titoli ad alto rendimento collocati dai governi. In effetti nella loro corsa a ricavare sempre più profitti dai prestiti ai governi, alle banche locali e agli immobiliaristi, le banche europee hanno riversato 2,5 trilioni di dollari in Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna.

La conseguenza è stata che il rapporto debito-PIL della Grecia è salito al 148 per cento nel 2010, portando il paese sull’orlo della crisi del debito sovrano. Concentrato sulla protezione delle banche, l’approccio delle autorità europee alla stabilizzazione delle finanze della Grecia non è consistito nel penalizzare i creditori per i loro prestiti irresponsabili, bensì nel far sostenere ai cittadini tutti i costi dell’aggiustamento.

La descrizione modificata, concentrata sullo “stato sperperatore” anziché sulla finanza privata non regolata come causa della crisi finanziaria, si è fatta rapidamente strada negli USA, dove è stata utilizzata non solo per far deragliare una reale riforma del settore bancario ma anche per impedire la messa in atto di un efficace programma di stimolo nel 2010.  Christina Romer, capo del Comitato dei Consiglieri Economici di Barack Obama stimava che ci sarebbero voluti 1,8 trilioni di dollari per invertire la recessione. Obama ne approvò solo la metà, cioè 787 miliardi di dollari, placando l’opposizione Repubblicana ma impedendo una pronta ripresa. Così il costo delle follie di Wall Street è ricaduto non sulle banche bensì sugli statunitensi ordinari, con la disoccupazione salita quasi al 10 per cento della forza lavoro nel 2011 e la disoccupazione giovanile che ha superato il 20 per cento.

La vittoria della grande finanza negli USA e in Europa

Il trionfo di Wall Street nel domare la sollevazione popolare contro di essa dopo lo scoppio della crisi finanziaria è stato evidente nella corsa alle elezioni presidenziali del 2016. Le statistiche statunitensi erano chiare: il 95 per cento dei guadagni di reddito tra il 2009 e il 2012 è andato all’un per cento al vertice; il reddito medio nel 2014 è stato di 4.000 dollari inferiore a quello del 2000; la concentrazione delle attività finanziarie è cresciuta dopo il 2009, con le quattro banche maggiori che possiedono attivi arrivati a quasi il 50 per cento del PIL. Tuttavia disciplinare Wall Street non è stato un tema dei dibattiti alle primarie Repubblicane mentre nei dibattiti Democratici è stato un tema marginale, nonostante gli sforzi del candidato Bernie Sanders di metterlo al centro del tavolo.

Le istituzioni politiche di una delle più avanzate democrazie liberali del mondo non sono state all’altezza del potere strutturale e delle risorse ideologiche del sistema finanziario. Come scrive Cornelia Woll: “Per l’amministrazione e il Congresso, la principale lezione della crisi finanziaria del 2008 e 2009 è stata che disponevano solo di mezzi molto limitati per forzare l’industria finanziaria a comportamenti che apparivano urgentemente necessari per la sopravvivenza dell’intero settore e dell’economia nel suo complesso.”

In Grecia le politiche d’austerità hanno provocato una rivolta popolare – espressa nel referendum del giugno 2015 sul salvataggio, in cui più del 60 per cento del popolo greco ha respinto l’accordo – ma alla fine la loro volontà è stata calpestata con il governo tedesco che ha costretto Tsipras a una resa umiliante. E’ chiaro che i motivi chiave consistevano nel salvare l’élite finanziaria europea dalle conseguenze delle sue politiche irresponsabili, facendo valere il principio ferreo del pieno rimborso del debito e crocefiggendo la Grecia per dissuadere altri, come spagnoli, irlandesi e portoghesi, dal rivoltarsi contro la schiavitù del debito. Come ha ammesso qualche tempo addietro Karl Otto Pohl, ex capo della Bundesbank tedesca, l’intervento draconiano in Grecia ha riguardato “la protezione delle banche tedesche, ma specialmente quelle francesi, da cancellazioni del debito”.

Vittoria di Pirro

Tuttavia la vittoria delle banche finirà probabilmente per essere una vittoria di Pirro. La combinazione di una profonda recessione o stagnazione indotta dall’austerità che tiene nella morsa gran parte dell’Europa e degli USA e di assenza di riforme della finanza è mortale. La conseguente stagnazione prolungata e la prospettiva di deflazione hanno scoraggiato gli investimenti nell’economia reale per ampliare merci e servizi.

Contemporaneamente, con la mossa per ri-disciplinare la finanza bloccata, le istituzioni finanziarie hanno tutti i motivi per fare quello che facevano prima del 2008 e che ha innescato la crisi attuale: darsi a intense operazioni speculative ideate per conseguire super-profitti dalla differenza tra il prezzo gonfiato delle attività e dei derivati basati sulle attività e il valore reale di tali attività prima che la legge di gravità provochi l’inevitabile crollo.

Il mercato non trasparente dei derivati è oggi stimato in complessivi 707 trilioni di dollari, cioè considerevolmente più elevato dei 548 miliardi di dollari [sic – ? – n.d.t.] del 2008, secondo l’analista Jenny Walsh. “Il mercato è diventato così inafferrabilmente vasto che l’economia globale è a rischio di un grave danno se persino una piccola percentuale dei contratti andasse male. La sua dimensione e la sua influenza potenziale sono difficili da comprendere, per non dire da valutare.” L’ex presidente della Commissione Titoli e Cambi  [circa la Consob statunitense – n.d.t.] Arthur Levitt si è detto d’accordo, dichiarando a un giornalista che nessuna delle riforme post 2008 ha “significativamente diminuito la probabilità di crisi finanziarie”.

La domanda allora non è se scoppierà un’altra bolla, bensì quando scoppierà.

Vincere il prossimo round

Quindi la domanda successiva è: ci vorrà questa crisi in arrivo per ottenere finalmente quello che la reazione alla crisi finanziaria del 2008 non ha ottenuto: porre freni al capitale finanziario? Nel suo classico libro “La grande trasformazione” Karl Polanyi ha parlato del “doppio movimento” in cui gli eccessi del capitale creano un contro-movimento nel popolo che costringe lo stato a imbrigliarlo e disciplinarlo.

In questo possiamo imparare dall’esperienza unica dell’Islanda. Nell’ottobre del 2015 la magistratura islandese ha mandato in carcere i capi delle maggiori banche del paese, insieme con 23 dei loro luogotenenti. La sentenza è stata il culmine di un processo in cui l’Islanda ha scelto un corso diverso da quello degli USA e del resto dell’Europa. Ha lasciato fallire le sue banche invece di salvarle perché “troppo grandi per fallire”. Ha effettuato, in effetti, operazioni di salvataggio ma sono state per soccorrere i cittadini comuni anziché i banchieri, cancellando i debiti per mutui superiori al 110 per cento del valore effettivo della casa collegata al mutuo.

L’economia dell’Islanda non è crollata quando è stato permesso che le sue maggiori banche fallissero. Come ha segnalato un articolo, l’Islanda è tornata alla crescita economica molto più rapidamente di quanto gli scettici si aspettassero dopo aver rotto con l’approccio conciliativo nei confronti dei protagonisti dell’industria finanziaria assunto dalla maggior parte dei paesi dopo il crollo globale. Il tasso di crescita della minuscola economia ha superato la media di quello dei paesi europei nel 2012. Ha dimezzato la disoccupazione rispetto al picco della crisi.

Che il paese sia stato in grado di domare l’industria finanziaria è stato dovuto forse a molti fattori. Uno è stato la dimensione relativamente piccola della sua democrazia. Con una popolazione di soli 329.000 abitanti, la maggior parte nella capitale, Reykjavik, i dirigenti eletti dell’Islanda erano sensibili a pressioni molto dirette degli elettori, molti dei quali avevano subito grandi perdite. Un altro è che con la finanza emersa relativamente di recente come motore principale dell’economia, l’élite finanziaria non aveva conseguito il grande potere strutturale e ideologico che il capitale finanziario aveva conseguito negli USA, nel Regno Unito e nel resto dell’Europa.

L’Islanda può essere stata l’eccezione alla regola, ma dimostra che il controllo democratico delle banche è possibile.

Per evitare altre crisi con enormi tragici costi sociali abbiamo il compito urgente di portare la finanza sotto il controllo democratico, di riconfigurare il rapporto della società con il capitale finanziario, in realtà con il Capitale stesso.

L’opinionista di Telesur Walden Bello è membro del Transnational Institute e presidente del consiglio di amministrazione di Focus on the Global South. Questo articolo è una versione abbreviata di un testo più lungo che sarà presto pubblicato dal Transnational Institute https://www.tni.org/en/publication/state-of-power-2016.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/why-wall-street-won-round-one-and-we-might-win-the-next/



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