Viva la sincerità!

Viva la sincerità!

di Maurizio Acerbo

“Berlinguer fu fino all’ultimo un comunista convinto”, lo scrive Biagio De Giovanni sull’Unità. Può apparire una non-notizia visto che tutti sanno che si trattava del segretario del partito comunista italiano. Ma scritta sul giornale del PD renziano è meno scontata di quel che si pensi.
Ho trovato apprezzabile la sincerità con cui quello che fu uno degli ideologi della svolta di Occhetto e dello scioglimento del PCI e ora sostenitore del renzismo ricostruisce il profilo di Enrico Berlinguer in un articolo, Berlinguer, ha vinto o è stato sconfitto?, che ha aperto un dibattito probabilmente volto a far comprare a qualche nostalgico del PCI quel giornale transgenico.

Comunque molto meglio delle operazioni attraverso cui si è teso a ridurre Berlinguer a “brava persona” o a precursore del PD.
Presentare un Berlinguer “decaffeinato”, come ha fatto il per me indigeribile Veltroni con il suo uso politico dei buoni sentimenti, è stata un’abile quanto ipocrita operazione politica e mediatica per non contrapporsi a un diffuso sentimento popolare anzi per egemonizzarlo.

Negli anni scorsi i dirigenti ex-comunisti dei DS e del PD avevano più apertamente preso le distanze da Berlinguer giungendo apertamente a schierarsi retrospettivamente dalla parte del nemico Craxi. I nipotini di padre Bettino li definì Tortorella sulla rivista del manifesto.
Miriam Mafai che era una ex-comunista che parlava chiaro, non nascondeva le proprie opinioni e che dalle colonne di Repubblica ha accompagnato e incoraggiato la progressiva trasformazione dell’ex-PCI scrisse un libro dal titolo “Dimenticare Berlinguer” proprio per indicare la necessità di rompere con quel passato e quella storia.

Nell’ultimo anniversario invece è prevalsa l’ipocrisia: il ceto politico che ha rottamato il PCI ha preferito non sfidare la sensibilità dei suoi elettori e ha reso omaggio a Berlinguer con ampio dispiegamento di uomini e mezzi. Proprio nel momento in cui il PD ha assunto le sembianze e il programma di un partito della “destra economica” (categoria che si usava ai tempi di Berlinguer per distinguere i “padroni” dai fascisti) compiutamente neoliberista hanno ritenuto poco accorto turbare la vasta fascia di elettori soprattutto anziani che a quella storia si sentono legati.

D’altronde è certo quello che annota De Giovanni: “nessun altro dirigente del vecchio Pci (che pure ne ha avuti tanti, e carismatici, a cominciare dallo stesso Togliatti) ha potuto conquistare una dimensione “universale” nella coscienza degli italiani, come quella consolidatasi intorno a Berlinguer”.

Dunque perché star lì a sottolineare che l’errore di Berlinguer era stato quello di “rimanere comunista” come affermò nel 1996 D’Alema o che “Craxi era più moderno di Berlinguer” come aveva fatto Fassino nel 2003 ?

Il furbo Veltroni e più in generale le celebrazioni del trentennale nel 2014 han preferito suscitare lacrimoni e oscurare deliberatamente il “secondo Berlinguer” post-compromesso storico evidenziando solo quegli aspetti che meglio si prestavano a un’operazione di recupero piddina.

Biagio De Giovanni invece onestamente ammette la distanza da Berlinguer, considerandolo una di quelle figure che “meritano ricordo e anche riconoscenza, proprio nel momento del distacco da loro e della critica”.

Va detto che De Giovanni anche nell’89 scrisse chiaramente che il cambiamento del nome del partito aveva il preciso obiettivo della liquidazione del comunismo mentre autorevoli dirigenti – i rottamatori di allora – dichiaravano che si trattava solo di un’operazione di rinnovamento e ammodernamento del PCI.

Scrive De Giovanni di Berlinguer:

“dava il senso di una politica che sgorgava non da se stessa, – né da una scelta iperrealista né da un scelta, per dir così, di pura filosofia della storia – quanto da una ispirazione etica. Come se le sue radici (…) fossero da rinvenire prima che nei grandi scenari della storia, in alcune verità insite negli strati più elementari della vita sociale, a partire dalle vite travagliate dei contadini del Sulcis o degli operai di Mirafori. (…) Insomma, dentro le risposte a queste realtà, partecipi di una umanità bistrattata, nasceva la necessità di guardare con una convinzione che è restata ferma fino all’ultimo, a “un’altra” società, prodotta da una vicenda che, all’origine, era nata, nel giudizio di Berlinguer, proprio per riportare gli esclusi sulla scena nella storia. Una forte vena etica era alla base di una scelta storico-politica, ma questa scelta storico-politica acquistò una sua autonomia, e condizionò tutto. Il 1917 aveva diviso la storia del mondo in un prima e in un dopo. Un punto fermo, da cui non si discostò mai”

la sua battaglia politica “interna” alla storia del movimento operaio e socialista, si sviluppò su due fronticontro le degenerazioni del sistema sovietico, con il costante richiamo all’idea di ritardi e insufficienze rispetto a un modello ideale, a una idea-forza che stava ben collocata nelle origini, onde il suo più volte confermato “leninismo”,anche se –certo- corretto, ma mai oltre un certo punto; contro le vedute del riformismo socialdemocratico, qualunque carattere esso assumesse che non fosse di tendenziale subalternità alla tradizione comunista. Quando Craxi vinse la battaglia all’interno del PSI, la cosa stimolò ancora più l’ostilità del segretario del PCI perché proprio le “origini” venivano sottoposte al più duro degli attacchi. Dunque un doppio fronte di lotta, contro le degenerazioni autoritarie sovietiche per una (utopica) visione democratico-comunista, la veduta che lo aveva portato, nel 1977, all’invenzione dell’eurocomunismo; contro il riformismo socialdemocratico, perché la sua idea centrale fu sempre quella di oltrepassare i confini della democrazia liberale e-o socialista. Berlinguer era affascinato dall’idea di un’ultra-democrazia degli uguali”

Ovviamente De Giovanni ritiene che finalmente con il PD renziano “oggi si sta lavorando in modo efficace su una discontinuità effettiva”.
Su questo noi non avevamo dubbi anche se la mutazione è un processo di lunga data di cui Renzi è solo l’esito.

Va detto che considerata l’involuzione liberista delle ex socialdemocrazie europee quella “lotta su due fronti” di Berlinguer appare mica tanto vecchia. E quella che De Giovanni definisce “utopia” è davvero niente male.

Non è un caso che l’eco dell’eurocomunismo di Berlinguer è forte tra i compagni greci di Syriza (vedi intervento di Haris Golemis al convegno del marzo scorso su Berlinguer e l’Europa promosso da Futura Umanità) e più in generale nelle formazioni del partito della Sinistra Europea che si collocano a sinistra dei socialiberisti e non si identificano con la visione del socialismo dei regimi crollati tra l’89 e il ’91. Perchè poi definire quella “terza via” che Pietro Ingrao definiva la “nostra autentica tradizione”  come “utopia”? Cosa ci sarebbe di utopico?

Ovviamente Berlinguer non va ridotto a un santino neanche da parte di chi continua a dirsi comunista e ci sono molti aspetti della sua vicenda storica che sono legittimamente oggetto di dibattito nella sinistra radicale da anni e continueranno a esserlo fuori e dentro Rifondazione.

fonte: sandwiches di realtà





 

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