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	<title>Rifondazione Comunista &#187; Economia</title>
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		<title>Chi paga dazio?</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 17:46:45 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Paolo Benvegnù* La fiera opposizione europea alla provocazione trumpiana dei dazi sulle merci europee esportate negli Stati uniti si è squagliata come neve al sole. La presidente della Commissione Europea ha ingoiato, senza perdere il suo sorriso stereotipato, un rospo dalle dimensioni colossali. C&#8217;è chi dice che poteva andare peggio, che le diverse posture, interessi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
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<div dir="auto"><strong>Paolo Benvegnù*</strong></div>
<div dir="auto"></div>
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<div dir="auto">La fiera opposizione europea alla provocazione trumpiana dei dazi sulle merci europee esportate negli Stati uniti si è squagliata come neve al sole. La presidente della Commissione Europea ha ingoiato, senza perdere il suo sorriso stereotipato, un rospo dalle dimensioni colossali.</div>
<div dir="auto">C&#8217;è chi dice che poteva andare peggio, che le diverse posture, interessi soprattutto, dei paesi dell&#8217;Unione Europea hanno consigliato di cercare un accordo, seppure al ribasso. L&#8217;asticella era fissata a un accettabile 10%, ma è salita al 15%. A corredo dell&#8217;accordo: l&#8217;assunzione di impegni di acquisto di gas per 750 miliardi in 3 anni, a costi naturalmente più elevati dei contratti in corso con altri paesi; 600 miliardi di investimenti diretti negli Stati Uniti; una cifra non ancora definita, centinaia di miliardi, forse mille, in armamenti.</div>
<div dir="auto">Ora, poco c&#8217;interessa la pletora di commenti che circola in queste ore, la valutazione degli impatti sulle esportazioni, gli effetti sull&#8217;occupazione, se si sono calate le braghe o si è evitata una guerra commerciale. A mio avviso l&#8217;Europa si è calata anche le mutande, e fare un confronto con la Cina sarebbe perfino impietoso. Il punto è che alla fine della fiera bisogna indicare una risposta.</div>
<div dir="auto">Già sarebbe un grande risultato una mozione di sfiducia in parlamento europeo contro Ursula e la sua commissione, ma c&#8217;è un problema che va affrontato immediatamente e concretamente anche nel nostro paese. Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono del valore di 65 miliardi distribuiti in vari settori: dalla farmaceutica all&#8217;agroalimentare, a quello della moda, alla meccanica ecc. Va da sé che un calo delle esportazioni con i dazi al 15%, a cui va aggiunta una percentuale quasi equivalente per la svalutazione del dollaro, va messo nel conto.</div>
<div dir="auto">Per la destra e per Confindustria non si tratta di un disastro. Si potranno cercare altri mercati di sbocco, si cercherà di scaricare una parte dell&#8217;aumento dei prezzi sui consumatori e si cercherà di contenere, ridurre, i costi di produzione. Ecco qui la risposta vera! L&#8217;impatto dei dazi sarà in larga parte scaricato sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori riducendo l&#8217;occupazione, riorganizzando il lavoro, aumentando lo sfruttamento e contenendo i salari e i compensi del lavoro: un altro giro di vite. Per i padroni un&#8217;occasione da non buttare via.</div>
<div dir="auto">La risposta non può che essere quella di rovesciare un modello basato sulle esportazioni che fa acqua da tutte le parti. La stessa risposta vale anche per la torsione verso l&#8217;economia di guerra. Oggi diventa ancora più necessario e decisivo l&#8217;intervento pubblico in economia, la crescita dei salari e delle pensioni, gli investimenti nell&#8217;istruzione, nella ricerca, nella sanità, nella riconversione ecologica delle produzioni, nella messa in sicurezza dei territori, nel contrasto ai cambiamenti climatici. Un nuovo paradigma che basi la risposta all&#8217;inasprirsi del quadro della competizione internazionale, alla folle corsa al riarmo, sul soddisfacimento dei bisogni sociali, sulla cura del bene comune. Anche questa è economia. Un&#8217;altra economia per l&#8217;interesse dei molti contro quello dei pochi.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">*resp. nazionale Lavoro di Rifondazione Comunista</div>
</div>
</div>
<div></div>
<p><span style="color: #888888;"><span style="color: #888888;">&#8211;<br />
</span></span></p>
<div dir="ltr" data-smartmail="gmail_signature"><b>‎&#8221;Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono.” &#8211; (Bertolt Brecht) -</b></div>
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		<title>LEGGE DI BILANCIO: UNA MANOVRA CHE AVVIA 7 ANNI DI  DURA AUSTERITÀ PER I CETI POPOLARI SALVAGUARDANDO GRANDI RICCHEZZE, EVASORI E FINANZA.</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Oct 2024 08:13:08 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Di Antonello Patta* Con questa manovra il governo delle destre conferma il suo carattere antisociale: sacrifici per i lavoratori e i ceti popolari, impoverimento ulteriore di ciò che resta di pubblico con nuovi tagli, salvaguardia di profitti e rendite. Il modello sociale che coltivano le destre è chiaro : protezione delle grandi ricchezze, degli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">Di <strong>Antonello Patta*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Con questa manovra il governo delle destre conferma il suo carattere antisociale: sacrifici per i lavoratori e i ceti popolari, impoverimento ulteriore di ciò che resta di pubblico con nuovi tagli, salvaguardia di profitti e rendite.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il modello sociale che coltivano le destre è chiaro : protezione delle grandi ricchezze, degli evasori e della speculazione (il blocco sociale delle destre) il tutto a scapito dei redditi   bassi provocati  dalle pensioni sempre più magre e dai salari reali agli ultimi posti in Europa; bonus e mance   a sostegno di natalità e famiglie con importi  risibili  a fronte dei costi che dovranno affrontare per la mancanza di servizi aggravata dai nuovi tagli.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tutto ciò appare in modo lampante considerando anche solo gli aspetti principali di questa manovra che, andrà valutata meglio al momento del suo varo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per le/i lavoratrici/ori dipendenti  <b>si spacciano come aumenti i soldi  già ottenuti 2 anni fa</b> e oramai annullati da inflazione e fiscal drag; unica differenza: il bonus che sostituisce lo sconto sui contributi verrà  esteso ai redditi tra 35 e 40 mila euro.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Sulle pensioni c’è <b>l’insulto di un aumento di 3 euro al mese per le pensioni minime(promesse a 1000 euro in campagna elettorale.. )</b> mentre il ministro <b>Giorgetti portando  a compimento La controriforma Fornero</b>,  svela fino in fondo la demagogia delle promesse leghiste di una sua  abolizione. </span><br />
<span style="font-size: medium;"> Per di più il governo <b>riduce le detrazioni</b>, sulle ristrutturazioni e su altre spese, e le rimodula sulla composizione del nucleo familiare, <b>penalizzando quindi gli anziani soli ma anche i giovani single</b>.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Svanite nel nulla le promesse alla sanità</b> da anni in gravissime difficoltà nel personale e nelle strutture: i <b>4.7 miliardi promessi dal ministro si sono ridotti a 1.3</b> dei quali la gran parte servono per i contratti di medici e infermieri cui intanto viene dimezzata l’indennità prevista.  <b>Saltano le assunzioni, 30 mila promesse per il 2025</b>, con tanti saluti alla riduzione dei tempi d’attesa. Aumenta la quota delle risorse utilizzabili per comprare prestazioni dai privati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>La scure si abbatte su tutto il pubblico</b> impiego colpito dal <b>blocco parziale del turn over per il 2025</b> mentre per i contratti dei dipendenti pubblici del periodo 2022/24 sono previsti aumenti del 6% circa rispetto a un inflazione del 18 col risultato di <b>una perdita   salariale superiore al 10%</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La scuola subisce il <b>taglio di 5660 posti agli insegnanti e 2174 al personale tecnico</b> che si tradurrà in un peggioramento significativo delle attività didattiche e di sostegno; nessun intervento per dare una prospettiva ai 250 mila precari, 1 su 4, che tengono in piedi la scuola essendo privati di diritti basilari.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sugli enti territoriali sono <b>previsti 4 miliardi di tagli in 5 anni</b> con pesanti conseguenze sui servizi pubblici, in particolare quelli sociali già insufficienti rispetto alla diffusione della povertà assoluta aumentata a 5 milioni e 600 mila persone.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I punti della manovra richiamati che comportano per <b>2025 una riduzione della spesa del 2,5, 30 miliardi in meno del 2024,</b> ne mostrano chiaramente il carattere antipopolare, ma occorre capire  che è solo l’inizio di una fase  regressiva non solo per le condizioni di vita degli strati popolari, ma per il Paese tutto. </span><br />
<span style="font-size: medium;"> Col nuovo patto di stabilità accolto con favore dal governo e da quasi tutta l’opposizione ritornano i vincoli di spesa, che obbligheranno a tagli di 13 miliardi all’anno per sette anni. </span><br />
<span style="font-size: medium;"> Si continua a ignorare la lezione del passato quando politiche di bilancio restrittive hanno aggravato ulteriormente la situazione sociale del paese distruggendo l’welfare, riducendo i consumi e gli investimenti, deprimendo l’economia e aumentando ancora di più la povertà, le disuguaglianze e il divario tra l’Italia e le economie più avanzate. </span><br />
<span style="font-size: medium;"> Scelte assunte, oggi come in passato, con la motivazione della necessità di ridurre il debito che invece produrranno di nuovo effetti sociali ed economici nefasti senza ridurre il debito.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Per questo vanno respinti con forza i refrain che già si sentono ripetere dai sedicenti patrioti delle destre: “Ce lo chiede l’Europa” e “Non ci sono i soldi”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Non è questa l’Europa che vogliamo.  Un’ Europa subalterna alle banche, alla finanza e agli Usa che si arricchiscono mentre, complici governanti sudditi, scaricano sui popoli e i paesi europei i costi economici e umani di una escalation di guerra per difendere il predominio economico Usa nel mondo.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Occorre opporsi ai vincoli che accentueranno ancora di più il declino del nostro Paese che da quando esistono i trattati di Maastricht ha visto scendere la propria quota sul pil europeo da quasi il 20 a meno del 15%. Di fronte a questo sfacelo occorre disobbedire ai trattati.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Lottiamo per espandere la spesa sociale, investire nell’istruzione e nella formazione, nella tutela dell’ambiente,  per l’occupazione nel lavoro,  per produzioni di qualità che tutelino i salari, anche istituendo un salario minimo per i diritti di tutte e tutti;  per il  rilancio del  welfare,  per investire nella riconversione sociale e ambientale  dell’economia, per sostenere  produzioni e lavoro di qualità,  per   smettere di destinare enormi risorse al riarmo, al sostegno delle guerre a partire dall’ Ucraina.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> I soldi in Italia ci sono! Si possono reperire grandi risorse tassando di poco le grandi ricchezze sopra il milione di euro; attuando una riforma fiscale che tassi tutti i redditi in modo davvero progressivo attraverso  l’ampliamento del ventaglio delle aliquote, il recupero del drenaggio fiscale e l’eliminazione di  tutte le flat tax che sottraggono all’IRPEF decine di miliardi;   una vera lotta contro l’evasione fiscale; la riduzione delle spese militari; il recupero delle ingenti risorse dedicate a grandi opere inutili e dannose come il ponte sullo stretto.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> In Italia sono già previsti scioperi di diverse categorie contro la manovra per i contratti, il lavoro,  i salari e per pensioni dignitose  in difesa del pubblico , della sanità, dell’istruzione.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Noi sosterremo tutte le mobilitazioni previste perché riteniamo che solo una dura opposizione sociale potrà fermare la regressione sociale e politica cui questo governo condanna il paese. Saremo in tutte le piazze con l’obiettivo di estendere le lotte e unificarle fino a uno sciopero generale che rappresenti l’inizio di una grande stagione di lotte senza la quale non sarà possibile sconfiggere le politiche antipopolari di questo governo e riconquistare il primato del lavoro e dei diritti nella società e nei luoghi di lavoro.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Per il rilancio e l’unificazione delle lotte sosteniamo -l’aumento generalizzato di tutti i salari, delle pensioni, l’istituzione di un salario minimo legale e l’indicizzazione piena all’inflazione; la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per la piena occupazione, una necessità di fronte ai progressi tecnologici che aumentano la produttività; la garanzia del reddito per tutte e tutti tramite un reddito di cittadinanza slegato dalle politiche attive del lavoro, un grande piano nazionale del lavoro partendo dall’assunzione di 500 mila nuovi dipendenti pubblici; il ripristino dell’articolo 18, l’abrogazione del jobs act e di tutte le leggi che hanno ridotto diritti, tutele e precarizzato il lavoro; l&#8217;abolizione della legge Fornero e la garanzia della pensione abbassando l’età della pensione ,  il riordino del fisco in direzione progressiva, riducendo le aliquote più basse  per favorire  lavoratori e pensionati istituendo una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Responsabile nazionale lavoro</span></p>
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		<title>Brancaccio: &#8220;Patto di stabilità è stupido, Meloni sui ceci a firmare cambiale all’Europa liberista&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jan 2024 00:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator></dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<title>«Neoliberismo», non basteranno pentimenti teorici</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Dec 2023 14:53:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;   Paolo Favilli* Il complesso normativo liberista ha come punto di riferimento un complesso teorico.  Siamo portati a pensare che tra tenuta del complesso teorico e tenuta del quadro normativo ci sia una relazione biunivoca, magari non eccessivamente rigida.  Se, però, il quadro di riferimento teorico si dimostra fallimentare nello spiegare i processi economici [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><i> </i></p>
<p><strong>Paolo Favilli*</strong></p>
<p>Il complesso normativo liberista ha come punto di riferimento un complesso teorico.  Siamo portati a pensare che tra tenuta del complesso teorico e tenuta del quadro normativo ci sia una relazione biunivoca, magari non eccessivamente rigida.  Se, però, il quadro di riferimento teorico si dimostra fallimentare nello spiegare i processi economici in corso, come sta avvenendo da tempo, anche il quadro normativo dovrebbe mostrare elementi accentuati di crisi. Invece la stabilità della cornice neoliberista che definisce la nostra realtà economico-politica non mostra alcun segno di cedimento.</p>
<p>Dopo l’apoteosi degli anni Novanta del XX secolo, agli inizi del nuovo, prima con gli scricchiolii delle microcrisi, poi con la grande crisi iniziata nel 2008, la forma neoliberista del «capitalismo reale», diventa di nuovo oggetto primario di studio. Ed anche al di fuori dall’area degli economisti critici, tra economisti di formazione neoclassica cominciano ad emergere ripensamenti e persino abbandoni di alcuni lineamenti teorici.</p>
<p>Esemplare, a proposito, il percorso intellettuale di Joseph Stiglitz. Il Nobel per l’economia nel 2001gli era stato assegnato per studi di sostanziale impianto neoclassico. Nei successivi 11 anni egli scrive tre libri nei quali prende progressivamente forma il suo distacco dalla «legge propria» neoliberista che impedisce quella civilizzazione del capitalismo da lui auspicata. Successivamente (2018) finisce per auspicare la necessita di una «inversione della direzione» rispetto ad un neoliberismo «che si è preso tutto, condividendo niente».</p>
<p>Anche chi trent’anni fa aveva coniugato la «fine della storia» all’affermazione definitiva e naturale di una logica che predispone le società umane al capitalismo neoliberale, dice di trovarsi oggi di fronte ad un «mondo malthusiano premoderno a somma zero, nel quale è la depredazione, non la creazione di nuova ricchezza, a essere la via più semplice alla prosperità» (Fukuyama, <i>Trent’anni dopo</i>, 2018). Addirittura il «Financial Times» ha aperto una discussione su quella che con grande enfasi ha chiamato «The New Agenda». L’oggetto al centro della nuova agenda riguarda nientemeno che questo tema: «Capitalism Time for a Reset» (16 settembre 2019).</p>
<p>A 4 anni di distanza sono scomparsi dall’orizzonte sia il «Reset» che la «New Agenda» ed il neoliberismo continua ad essere la formula politico-economica predominante per la legittimazione economica del capitalismo reale, nonostante le teorie assiomatiche di equilibrio siano ormai  considerate tipiche solo dell’apologetica propria dell’«economia volgare».</p>
<p>Per comprendere un fenomeno di tale rilevanza è necessario invertire l’ottica con cui in genere si affronta il problema: tra il complesso teorico ed il complesso normativo è il secondo che assume la funzione sorrettiva del primo e non viceversa. Bisogna, con Marx, indagare dentro «l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante» e dunque sui modi in cui si impongono «le idee del suo dominio».</p>
<p>Il neoliberismo è una «razionalità governante», cioè una «attività che consiste nel guidare la condotta degli uomini entro un quadro e mediante degli strumenti statuali» (Foucault <i>Corso al Collège de France (1978-1979, </i>Feltrinelli 2005).</p>
<p>Le critiche sono impossibilitate a scalfire il processo in corso in quanto proprio nella traduzione in norme di legge di quella <i>specifica</i> teoria economica consiste l’asse portante della costruzione neoliberista. L’Europa di Mastricht, ad esempio, è costruita tramite il percorso legificante del trattato europeo di «stabilità» e «governance» (<i>fiscal compact</i>), a proposito, esemplare. Pareggio di bilancio e tagli strutturali alla spesa pubblica ne sono il cuore pulsante.  Si tratta di una «costituzione economica» sul modello che uno dei padri del neoliberismo, Friedrich von Hayek, aveva raccomandato fin dagli anni Venti del Novecento.</p>
<p>Di qui il recentissimo altolà della Corte Costituzionale tedesca al tentativo del Cancelliere Scholtz di forzare i limiti di spesa consentiti da un <i>Fiscal compact</i> che, proprio perché costituzionalizzato, determina rigidamente il quadro delle politiche economiche.</p>
<p>Quali sono state le condizioni che hanno reso possibile la realizzazione di questa «gabbia d’acciaio», con sbarre costruite direttamente dalla giurisdizione statuale? Dalla <i>politica</i>, dunque.</p>
<p>Elemento centrale la scomparsa dell’«antitesi» alla dinamica di moto dell’accumulazione capitalistica, cioè l’evento più rilevante verificatosi nella storia del capitalismo dell’età contemporanea.</p>
<p>La critica vera al neoliberismo passa attraverso culture politiche e pratiche sociali impegnate in  tutte le forme possibili di ricostruzione dell’antitesi. Cioè alla ricostruzione di una <i>politica</i> (la lotta sociale ne è una forma fondamentale) all’altezza della tenuta <i>politica </i>della gabbia d’acciaio.</p>
<p>*da Il Manifesto, 13/12/2023</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Legge di Bilancio e DDL Calderoli:  lo spezzatino della Repubblica è servito!</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2023 12:37:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator></dc:creator>
				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Interni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Tonia Guerra*   La prospettiva disegnata in sequenza dalla legge di Bilancio 2023 e dalla proposta di Legge Calderoli offre un quadro a dir poco allarmante di un Paese ulteriormente diseguale, con livelli di povertà insostenibili, un deficit preoccupante di democrazia e un grave squilibrio dei poteri. Finanziaria e LEP La Legge di Bilancio appena [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tonia Guerra*</strong></p>
<p align="center"><b> </b></p>
<p>La prospettiva disegnata in sequenza dalla legge di Bilancio 2023 e dalla proposta di Legge Calderoli offre un quadro a dir poco allarmante di un Paese ulteriormente diseguale, con livelli di povertà insostenibili, un deficit preoccupante di democrazia e un grave squilibrio dei poteri.</p>
<p><b>Finanziaria e LEP</b></p>
<p>La Legge di Bilancio appena approvata dedica i commi dal 791 all’801 ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), presupposto per l’Autonomia differenziata.</p>
<p>La “determinazione” dei diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, che la Costituzione affida come competenza esclusiva allo Stato, viene attribuita ad una “cabina di regia”, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri che delega il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, a cui partecipano i titolari di vari ministeri, il Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, il Presidente dell’Unione delle Province d’Italia e il Presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani.</p>
<p>Tale organismo, partendo dal criterio della “spesa storica” e sulla base delle ipotesi tecniche formulate dalla “Commissione per i fabbisogni standard”, determina i LEP e predispone i DPCM da adottare nella Conferenza Unificata (Stato/Enti locali).</p>
<p>Nel caso di inosservanza dei tempi stabiliti, viene nominato un Commissario.</p>
<p>I costi del procedimento sono quantificati in 500.000 euro per ogni anno dal 2023 al 2025; a questi si aggiungono 1.145.000 euro per ogni anno a partire dal 2023 per i componenti della segreteria di nomina ministeriale.</p>
<p>Complessivamente, per far partire l’autonomia differenziata sono stanziati circa 6.600.000 euro nei 3 anni.</p>
<p>L’intero iter dovrebbe concludersi entro dicembre 2023.</p>
<p>In pratica</p>
<ul>
<li>il tutto è gestito dal Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie;</li>
<li>l’esito sono decreti amministrativi che non hanno forza di legge;</li>
<li>il Parlamento viene esautorato anche se i Lep sono materia esclusiva dello Stato;</li>
<li>si definiscono livelli “essenziali” (non “eguali”) di prestazioni, ma non il relativo finanziamento, né ci si pone il problema della perequazione, dovuta e per anni disattesa.</li>
</ul>
<p><b>DDL <i>“Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario”</i></b></p>
<p>Il quadro diventa ulteriormente preoccupante se accompagnato in successione dal progetto di legge Calderoli, presentato, in una versione aggiornata ma non ancora ufficiale, il 29 dicembre scorso.</p>
<p>Strizzando l’occhio a quanti avversavano l’autonomia differenziata appellandosi esclusivamente alla determinazione dei LEP, il DDL li prevede secondo quanto previsto dalla normativa vigente, la Legge di Bilancio appena approvata.</p>
<ul>
<li>L’iniziativa per l’acquisizione di ulteriori forme di autonomia è in capo alla singola Regione, che può richiedere tutte le 23 materie.</li>
<li>La trattativa Regione-Governo è in capo al ministro per gli Affari Regionali e Autonomie, che propone l’intesa da far approvare in seno al Consiglio dei Ministri e inviare alla Conferenza Unificata e alla Commissione parlamentare per le questioni regionali, per un parere tutt’altro che vincolante.</li>
<li>Dopo la sottoscrizione, l’intesa viene inviata alle Camere, che l’approvano con maggioranza assoluta.</li>
<li>Per finanziare il trasferimento delle funzioni fino alla determinazione dei fabbisogni standard si fa riferimento alla <i>“spesa destinata a carattere permanente, fissa e ricorrente, a legislazione vigente, sostenuta dallo Stato nella Regione per l’erogazione dei servizi pubblici corrispondenti fatte salve le diverse previsioni contenute in ciascuna intesa</i>”. Quindi, la spesa storica.</li>
<li>Le risorse umane, strumentali e finanziarie sono determinate da una Commissione paritetica Stato-Regione e l’intesa  può essere modificata mediante iniziativa congiunta Stato-Regione.</li>
</ul>
<p>C’è da rilevare, oltre che l’ennesimo sfregio al Parlamento, l’assenza di regole e motivazioni oggettive per accedere a ulteriori forme di autonomia, di riferimenti alle ripercussioni che ricadrebbero su altre zone del Paese, l’assenza di criteri rispetto al numero di materie, il fatto che non tutte vengano considerate riferibili ai LEP.</p>
<p>In pratica, l’autonomia differenziata è un fatto privato fra due stati, quello regionale e il governo.</p>
<p>Scompare l’interesse generale nazionale.</p>
<p>Per questo da anni ci battiamo contro tale progetto, che oggi acquista una pericolosità maggiore con un governo di destra e leghista, privo di un’opposizione parlamentare efficace e coerente, in molti casi connivente.</p>
<p>In questi mesi si sono moltiplicate le voci di dissenso, dal Tavolo contro l’Autonomia differenziata, ai sindaci del Sud, alle associazioni e ordini professionali, ai sindacati, ai movimenti che operano sul piano dei diritti umani, alle forze politiche di sinistra e di opposizione, ai rappresentanti istituzionali e sociali, alle comunità del Mezzogiorno che lottano contro l’impoverimento economico, lo svantaggio sociale e il pregiudizio culturale.</p>
<p>A loro si sono unite le ragioni di chi maneggia dati e fatti: Banca d’Italia, Svimez, Corte dei Conti, Caritas …</p>
<p>Il dissenso innervosisce il potere: Calderoli minaccia di rappresaglie giudiziarie chi lo accusa di voler spaccare l’Italia, chi dice la verità.</p>
<p>Ha paura ma non fa paura: possiamo fermarli.</p>
<p>*Resp. <a href="http://web.rifondazione.it/home/index.php/mezzogiorno-e-campagna-autonomia-differenziata"><strong>Mezzogiorno e campagna contro autonomia differenziata</strong></a></p>
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		<title>LEGGE FINANZIARIA DELLA DESTRA: UNA MANOVRA CONTRO I POVERI, IL LAVORO, LE DONNE. SALVI I PROFITTI DEGLI SPECULATORI SUL GAS.</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2022 10:51:26 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Interni]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonello Patta* - Svanite come neve al sole le promesse elettorali, la finanziaria del governo delle destre si pone in perfetta continuità con l’austerità del governo Draghi del quale mantiene i tagli alla scuola e alla sanità a cui i soldi destinati non bastano nemmeno per coprire gli aumenti delle bollette e l’aumento dei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonello Patta* -<br />
Svanite come neve al sole le promesse elettorali, la finanziaria del governo delle destre si pone in perfetta continuità con l’austerità del governo Draghi del quale mantiene i tagli alla scuola e alla sanità a cui i soldi destinati non bastano nemmeno per coprire gli aumenti delle bollette e l’aumento dei costi generali dovuto all’inflazione.</p>
<p>Ma ciò che si può già notare in attesa del testo definitivo e dell’approvazione del Parlamento è che il tratto distintivo della manovra è un feroce segno di classe a vantaggio di lavoratori autonomi, settori imprenditoriali che vivono sullo sfruttamento e sul lavoro nero e povero ed evasori, il nocciolo duro della base sociale delle destre.</p>
<p>Con il taglio del reddito di cittadinanza preparato dalle grida estive sulla mancanza di lavoratori a causa dei fannulloni, e la ridotta rivalutazione delle pensioni si prendono soldi dai poveri e dai pensionati per dare, poco, ad altri poveri e soprattutto ridurre le tasse a settori che già non le pagano e incentivare con sgravi fiscali forme di salario funzionali all’aumento del potere delle imprese sul lavoro. Una serie di misure infine, come l’introduzione dei quozienti familiari in misure fiscali e bonus, e la scelta di vincolare l’età di pensionamento delle donne al numero di figli sono un chiaro segnale di cosa promette per il futuro in termini di attacco ai diritti delle donne l’integralismo familista e patriarcale delle destre.</p>
<p>Ma proviamo ad analizzare i punti della manovra come apparsi sui giornali, lasciando per il momento da parte il suo carattere recessivo su cui torneremo e concentrandoci sui suoi effetti sul lavoro e i ceti popolari. Il primo dato che colpisce è la nessuna considerazione sul tema dei salari medi delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, già tra i più bassi d’Europa, crollati drammaticamente sotto i colpi dell’inflazione arrivata ormai al 13%.</p>
<p>I pochi spiccioli messi sono destinati a sgravi fiscali che incentivano il salario di produttività e i bonus aziendali finalizzati a fidelizzare il lavoro al comando d’impresa. Niente nemmeno sul salario minimo la cui assenza è funzionale a lasciare milioni di lavoratori con paghe indegne e in balia di offerte di lavoro le più precarie; la reintroduzione dei famigerati voucher favorisce ancora di più la trasformazione del mercato del lavoro in un suk delle braccia a la carte costrette a sottostare allo sfruttamento fino al limite del lavoro schiavile, un favore a padroni e padroncini diffusi specialmente in agricoltura, nel turismo e nei servizi poveri e nel lavoro domestico.</p>
<p>L’intervento sul cuneo fiscale del lavoro dipendente, che Confindustria avrebbe voluto anche a beneficio delle imprese e molto più corposo in sostituzione di sacrosante rivendicazioni salariali, si limita a confermare la riduzione di due punti già introdotta da Draghi e all’aggiunta di un ulteriore punto per i redditi fino a 20 mila euro, un&#8217;altra mancetta che vale da 6 a 10 euro.<br />
Per quanto riguarda le pensioni siamo alla minestra riscaldata: le promesse magnificate durante la campagna elettorale dal duo Berlusconi e Salvini, le pensioni minime a mille euro e la pensione a 41 anni di contributi, sono svanite.</p>
<p>Non si fa nulla per i milioni di pensionati sotto i mille euro. Il millantato aumento sulle pensioni minime attuali si traduce, fatta salva la rivalutazione dovuta per l’inflazione, in una misera mancetta di meno di dieci euro. Così milioni di pensionati saranno costretti a continuare a vivere con 560 – 570 euro! Intanto si continua a utilizzare i pensionati come bancomat per fare cassa riducendo la rivalutazione delle pensioni per gli assegni sopra i 1600 – 1700 euro netti.</p>
<p>Non è andata meglio per chi si era illuso sulla tanto gridata rottamazione della legge Fornero; finita in fumo la promessa della pensione con 41 anni di contributi, per il diritto al pensionamento resta in vigore il doppio criterio dell’età, 62 anni, e degli anni di versamenti, 41, la cui applicazione permetterà solo poche migliaia di pensionamenti, a patto di non superare il valore massimo della pensione di 2670 euro lordi. Infine sempre in tema di pensioni va ricordata una misura che conferma l’ideologia familista sottostante la manovra; opzione donna mantiene gli svantaggi già noti in termini di riduzione dell’assegno di circa il 30% e peggiora ulteriormente diventando una sorta di opzione mamma punitiva verso le donne senza figli: avranno il diritto alla pensione a 58 anni le donne con due figli, a 59 quelle con un figlio, a 60 quelle senza figli.</p>
<p>il tratto di questa manovra che giustamente ha sollevato l’indignazione di molti è stato l’intervento brutale sul reddito di cittadinanza, una vera e propria rapina beffa contro i poveri; viene ridotta la copertura a soli 8 mesi per l’anno in corso per coloro i quali sono inseriti nella categoria inventata all’uopo degli occupabili, mentre da gennaio 2024 la misura viene eliminata del tutto ; è un altro gigantesco regalo alle imprese che fanno profitti su precarietà e paghe infami che completa il quadro degli interventi mirati a colpevolizzare chi il lavoro non lo trova e incentivare la guerra tra i poveri a vantaggio delle imprese.</p>
<p>Particolarmente grave è quanto deciso per “contrastare” il carovita in un contesto in cui crisi epocali e un inflazione alle stelle riducono i salari reali, aumentano la povertà anche di chi ha un lavoro, con milioni di famiglie che non riescono a pagare bollette esorbitanti e spese condominiali, a far fronte a mutui resi più gravosi dalle scelte monetarie recessive della Bce; Vengono messi pochi soldi per lavoratori e ceti popolari solo per qualche mese contro il carovita con un bonus sociale che copre meno del 30% degli aumenti delle bollette e dei generi alimentari per chi ha fino a 15 mila euro di reddito, per gli altri poco o nulla. Dimezzati gli sconti sui carburanti. Non si calmierano i prezzi dei beni di prima necessità.</p>
<p>E tutto ciò avviene mentre si tagliano le tasse ai lavoratori autonomi fino a 85 mila euro di reddito che diventano fittizi perché con la flat tax anche sugli incrementi di reddito fino a 40 mila euro si supera di gran lunga questa soglia; un iniquità assurda che premia di nuovo il lavoro autonomo andando a ridurre ancora di più le tasse che paga rispetto a un lavoratore dipendente di pari reddito. Gli autonomi pagheranno il 15% contro il il 23% minimo dei dipendenti, che arrivano al 43% a 50.000 € di stipendio; si premia l’evasione fiscale con nuovi condoni e la si incentiva con il tetto del contante a 5 mila euro; si continua a non colpire gli extra profitti (vedi le aziende dell’energia), favorendo la speculazione. Tutto ciò mentre continua l’aumento delle spese militari, si continua vergognosamente a non tassare le grandi ricchezze.</p>
<p>Oggi più che mai, di fronte a questa manovra ferocemente classista, occorre ripetere che le destre possono essere sconfitte solo rilanciando le lotte sociali e unificando tutti i soggetti colpiti in una grande mobilitazione popolare contro questa legge finanziaria per difendere il reddito dei dipendenti, dei pensionati e dei ceti popolari; per rafforzare e riqualificare lo stato sociale e la previdenza pubblica; per investimenti significativi nella scuola e nella sanità pubbliche; per difendere il diritto delle donne alla parità in famiglia e sul lavoro. Uniamoci e mobilitiamoci!</p>
<p><em><strong>Antonello Patta</strong>, responsabile nazionale lavoro del Prc</em></p>
<p>* Responsabile nazionale lavoro, Partito della Rifondazione Comunista &#8211; Sinistra Europea</p>
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		<title>Crisi delle materie prime, guerra e neoliberismo minano l’economia e il futuro dell’Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2022 08:22:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Antonello Patta* La commissione europea ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita e al rialzo l’andamento dell’inflazione in Europa, come conseguenza della crisi energetica e dell’aumento delle materie prime aggravata dalle strozzature commerciali e di prezzo sulle filiere internazionali, dalla guerra e dalle sanzioni. Le politiche fiscali e monetarie restrittive che l’Europa sta rilanciando [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Antonello Patta*</strong></p>
<p>La commissione europea ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita e al rialzo l’andamento dell’inflazione in Europa, come conseguenza della crisi energetica e dell’aumento delle materie prime aggravata dalle strozzature commerciali e di prezzo sulle filiere internazionali, dalla guerra e dalle sanzioni.<br />
Le politiche fiscali e monetarie restrittive che l’Europa sta rilanciando come annunciato da tempo non servono per fermare in via diretta l’inflazione, che deriva dall’offerta di beni importati e non certo dall’eccesso di domanda; al contrario, inducono direttamente e indirettamente ad una riduzione ulteriore degli investimenti e della spesa sociale, rendono più concreta la possibilità che tutta l’economia europea finisca in recessione con gravi conseguenze sulla tenuta del sistema produttivo, aumenterebbero riduzione delle produzioni e chiusure di aziende, e dell’occupazione.<br />
L’Italia è esposta a maggiori rischi perché la situazione di partenza è ancora più grave a causa della contrazione della domanda sia nella componente estera sia sul fronte dei consumi interni a causa dei bassi salari, dell’alto tasso di disoccupazione e del crollo degli indici di fiducia delle famiglie.<br />
Il governo ha continuato a fare previsioni  sulla crescita dell’economia nel 2022 troppo ottimistiche: già col Def di aprile aveva dovuto rivedere le previsioni programmatiche contenute nella Nadef di settembre riducendo le stime della crescita dal 4,7%  al 3,1%, ora è costretto a prendere atto dell’ulteriore riduzione al 2,4% che arriva dalla Ue che tra l’altro rivede al ribasso anche il dato del 2023; lo stesso avviene sul debito sul quale la UE E purtroppo non è la UE ad essere pessimista, anzi i principali previsori internazionali danno stime peggiori.<br />
Aggiungiamo che questo è lo scenario migliore dei tre analizzati in sede europea; Il peggiore, che avrebbe effetti molto più negativi, si verificherebbe  nel caso in cui  l’Italia, il secondo paese importatore di gas russo, subisse interruzioni delle forniture, cosa non esclusa se si continua a sostenere la linea Usa dell’escalation della guerra e l’espansionismo della Nato. La recessione secondo l’UE sarebbe assicurata: il tasso di crescita per il 2022 avrebbe il segno meno bruciando anche il margine di crescita già acquisito come trascinamento della crescita del 2021, l’inflazione aumenterebbe di altri tre punti.<br />
A un risultato simile si potrebbe comunque arrivare in caso di prolungamento della guerra fino al prossimo inverno con una nuova tornata di aumenti delle materie prime energetiche e non cui concorrono molteplici fattori.<br />
La cosa che colpisce di più è che tutto ciò avviene al tempo del PNRR, con una quantità di risorse straordinarie grazie alle quali, si era detto, si sarebbe riusciti a tirar fuori l’Italia da un trentennio di stagnazione quasi ininterrotta con calo degli investimenti, spread inflazionistico e differenziali di crescita a due cifre rispetto agli altri paesi europei.</p>
<p>Non andrà così per le conseguenze dei fattori di crisi, accentuati dalle scellerate scelte guerrafondaie dei governi europei  che nell’immediato stanno azzerando il potenziale delle risorse messe in gioco; non andrà così perché le risorse, scarse, sono erogate alle imprese a pioggia senza una programmazione pubblica, l’unica in grado di mettere mano alla riorganizzazione complessiva dell’apparato produttivo oggi indispensabile per stare con un qualche ruolo nel mercato europeo delle produzioni e dei capitali, mentre si tagliano le spese per l’welfare  e prosegue la politica delle privatizzazioni.</p>
<p>Molto dipende anche dall’ispirazione ferreamente neoliberista di Draghi e del suo governo che, nonostante sia stato del tutto evidente come il forte rimbalzo del 2021 sia derivato dall’aumento significativo della spesa pubblica (vedi il boom dell’edilizia legata alla discutibile iniziativa del superbonus), ha proceduto già in corso d’anno a tagliare oltre misura il deficit, e la spesa,  per rientrare a tappe accelerate nei parametri dei vincoli europei riaffermati a marzo da tutti gli organismi comunitari.<br />
Da una lettura più attenta  dei numeri forniti dalla UE arriva un’altra pessima notizia: il ritorno del Pil ai livelli del 2019, già non eccellenti, non avverrà entro la metà del 2021 come ipotizzato dal governo, ma nella seconda metà del 2023.<br />
A tingere a tinte ancor più fosche  la fotografia della situazione economica del nostro paese arriva il confronto tra la crescita dell’Italia e quella dell’Eurozona che rispetto al 2019 cresce due volte e mezzo più  dell’Italia, il paese che, come si diceva, più di tutti ha utilizzato le risorse del Next Generation EU!<br />
Continua quindi drammaticamente, nonostante la momentanea sospensione del patto di stabilità durante il covid e i fondi del NGEU, il processo di divergenza dell’economia italiana rispetto ai paesi dell’Europa centrale: continuano ad aumentare le disuguaglianze economiche tra le nazioni, le disuguaglianze sociali anche all’interno dei singoli paesi e nel nostro caso tra il sud e il nord del paese.</p>
<p>Prosegue il trend, visto tra il 2002 e il 2018 quando il divario tra gli investimenti pubblici e privati in Italia rispetto ai paesi europei avanzati crebbe del 28% mentre la quota dell’Italia sul pil europeo si riduceva di 4 punti. Col risultato che a fine 2019 il pil nazionale era ancora sotto il livello del 2007; oggi come allora continuano ad aumentare i divari salariale, occupazionale e quello degli indici di protezione del lavoro.<br />
Non possono che essere queste le conseguenze di un’architettura europea della totale libertà dei movimenti di capitale, della deregolamentazione della finanza, dei rigidi vincoli fiscali, delle restrizioni alle politiche pubbliche su un paese come l’Italia caratterizzato da debolezze strutturali nelle produzioni e nell’economia frutto della frammentazione dell’apparato produttivo e della disgregazione degli assetti proprietari perseguiti nella stagione delle privatizzazioni e del piccolo è bello.<br />
In queste condizioni strutturali continuando a lasciare l’economia italiana nelle mani del mercato e delle imprese senza guida pubblica prevarranno i poteri economici e finanziari ben più attrezzati a scala europea e il destino dell’Italia continuerà ad essere quello  progressivamente più subordinato, terreno di conquista nella forte ripresa della centralizzazione dei capitali a guida franco tedesca. Il capitalismo italiano continuerà, in assenza di lotte sociali, a registrare la complice convivenza tra quella parte (piccolo e medio capitale) che sopravvive grazie a bassi salari, lavoro precario, mancanza di innovazione e ricerca e quelle frange del capitale industriale e finanziario che, con poche eccezioni, hanno rinunciato ad aggregazioni su scala nazionale, magari in un intreccio col pubblico e cercano di accomodarsi nelle holding dei grandi padroni francesi e tedeschi.<br />
Permanendo queste condizioni, non si fa fatica ad accettare le previsioni dei principali organismi economici mondiali che danno un progressivo arretramento dell’economia italiana nei prossimi anni in riferimento a tutti gli indici economici e sociali.<br />
Le risposte che sarebbero necessarie rimandano tutte a una forte ripresa del ruolo pubblico in Italia e a una riscrittura dei trattati europei, che non si potranno avere se non in presenza di un nuovo grande ciclo di lotte che rimettano al centro il conflitto capitale e lavoro e la necessità di un modello economico e sociale che abbia al centro il lavoro, le persone e l’ambiente e non i profitti.<br />
*Resp nazionale lavoro, Partito della Rifondazione Comunista &#8211; Sinistra Europea</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rapporto Oxfam: lavoro sempre più povero tra pandemia e guerra</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2022 16:44:46 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luciano Cerasa * Lavoratori “invisibili”, sfruttati, precarizzati, dai diritti e dignità profondamente erosi e “valore sociale” scarsamente riconosciuto. Il rapporto Oxfam Italia pubblicato nei giorni scorsi, redatto da Mikhail Maslennikov, Policy Advisor dell’organizzazione internazionale che si batte contro la povertà e le disuguaglianze in oltre 90 paesi, restituisce una fotografia delle moderne forme di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>di Luciano Cerasa *</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Lavoratori “invisibili”, sfruttati, precarizzati, dai diritti e dignità profondamente erosi e “valore sociale” scarsamente riconosciuto. Il rapporto Oxfam Italia pubblicato nei giorni scorsi, redatto da Mikhail Maslennikov, Policy Advisor dell’organizzazione internazionale che si batte contro la povertà e le disuguaglianze in oltre 90 paesi, restituisce una fotografia delle moderne forme di sfruttamento lavorativo e di un mercato del lavoro nazionale profondamente iniquo, con ampi divari territoriali, generazionali e di genere e che produce strutturalmente povertà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La congiuntura pandemica, la prospettiva di una nuova recessione associata al conflitto in Ucraina, la spirale inflazionistica, le trasformazioni economiche in atto rischiano di impoverire ulteriormente il lavoro e ampliare i divari preesistenti, acuendo una crisi che nel nostro paese viene da lontano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel contesto europeo l’Italia spicca per una diffusione marcata della povertà lavorativa: nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era a rischio di povertà, oltre 2,5 punti sopra la media Ue.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Oltre un lavoratore su 8 era annoverato tra i working poor: perché dichiarava di aver lavorato per più della metà dell’anno di riferimento e di appartenere a un nucleo familiare con reddito equivalente disponibile inferiore al 60% del reddito disponibile mediano nazionale. Occupandosi di povertà lavorativa è fondamentale avere ben saldo in mente come il fenomeno attenga a due dimensioni: quella individuale, connessa all’occupazione di ogni membro di un nucleo familiare, al salario orario percepito, ai tempi di lavoro (ore lavorate alla settimana e settimane lavorate nel corso dell’anno) e ad altre forme di reddito percepite dai componenti di un nucleo familiare e quella familiare relativa alla numerosità e alla composizione occupazionale del nucleo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La definizione formale di working poor, secondo i ricercatori di Oxfam, stabilisce pertanto una linea di distinzione concettuale netta tra individui a rischio di povertà lavorativa e i low-wage workers, ovvero i lavoratori con retribuzioni basse (inferiori al 60% del salario mediano nazionale). Un campione Inps di dipendenti del settore privato italiano, in una finestra temporale quindicennale (2005-2018) restituisce nitidamente lo spaccato della crisi del lavoro in Italia: la soglia di bassa retribuzione è passata da 12.000 euro a 11.500 euro circa in conseguenza dell’esplosione del lavoro a tempo parziale anche in fasi di ripresa economica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La quota dei dipendenti privati che lavorano nel corso dell’anno con orari inferiori a quelli dei contratti a tempo indeterminato è raddoppiata nell’arco di tempo in esame, passando dal 15% al 30% con le donne maggiormente interessate dal fenomeno (dal 31% nel 2005 al 47% nel 2018) rispetto agli uomini (dal 6% del 2005 al 20% del 2018). Anche i contratti a tempo determinato risultano in crescita nell’ultimo triennio del periodo, passati dal 20% del 2016 al 26% circa del 2018.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La pluridecennale stagnazione salariale e il ricorso sempre più frequente a contratti non standard ha portato a un incremento della quota di low-wage workers, passati dal 27,9% del 2005 al 31,1% del 2018. Il fenomeno della bassa retribuzione interessava nel 2018 quasi un dipendente privato su tre (oltre 5 milioni in termini assoluti) e l’incremento risultava ancor più intenso con riferimento alle retribuzioni settimanali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Un’ulteriore aspetto degno di nota, che sta tristemente assumendo un carattere strutturale nel mercato del lavoro italiano, è quello relativo alla “trappola” della povertà ovvero alla persistenza temporale di basse retribuzioni: oltre 1 dipendente privato su 4, ad esempio, ha mantenuto una retribuzione bassa nel quinquennio 2014-2018 o della condizione di povertà lavorativa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda le differenze di genere, i dati Inps riportati nel rapporto mostrano come il differenziale dei salari medi fra donne e uomini si sia mantenuto costante (intorno al 30%) negli ultimi decenni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In termini di età, le retribuzioni medie dei lavoratori giovani (15-29 anni) hanno visto contrazioni più marcate nel periodo 1975-2017 rispetto ai lavoratori adulti (30-49 anni) e agli occupati anziani (over 50).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Per quanto attiene ai divari nelle retribuzioni medie tra lavoratori occupati in diverse macro- regioni del paese, a partire dalla metà degli anni Novanta e fino agli anni più recenti si assiste a una forte “divergenza interregionale”, riconducibile alla riduzione dei salari medi nel Sud e nelle Isole, a sua volta attribuibile ad una riduzione delle settimane lavorate nell’anno in media nel Mezzogiorno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Sono dunque tanti i fattori che concorrono a perimetrare la crisi del lavoro (quota crescente dei low-wage workers, ampie e crescenti disuguaglianze retributive) nel nostro paese.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Tra questi:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">il più che ventennale processo di de-industrializzazione e un’evoluzione della struttura occupazionale contraddistinta da un’espansione di occupazioni in settori economici a bassa produttività del lavoro e con salari orari più bassi;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">le caratteristiche tecnologiche e organizzative del tessuto produttivo italiano caratterizzato dalla prevalenza di micro e piccole imprese (il 33% delle imprese del settore privato conta da 1 a 9</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">addetti, appena lo 0,7%, circa 26 mila imprese, hanno più di 50 addetti dichiarati) con una propensione all’innovazione mediamente debole, un’adozione e diffusione di nuove tecnologie digitali relativamente ridotta, forte sottoutilizzo degli investimenti nel capitale umano; un cronico ricorso a strategie competitive da parte delle imprese basate sulla compressione dei costi unitari del lavoro; politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro contraddistinte da una moltiplicazione delle tipologie contrattuali atipiche e da una progressiva riduzione dei vincoli per i datori di lavoro ad assumere lavoratori con contratti a termine o a esternalizzare attività o parti del ciclo produttivo a soggetti non tenuti a osservare il contratto dell’impresa cedente che hanno accentuato le caratteristiche di dualità nel mercato del lavoro italiano; la moltiplicazione incontrollata dei contratti collettivi nazionali (oggi quasi un migliaio censiti dal Cnel) con significativi differenziali di retribuzione e diritti economici nel medesimo settore o in settori attigui, riconducibile alla tendenza delle imprese a pretendere “contratti su misura” (scivolando nella contrattazione pirata) e, più in generale, all’indebolimento della rappresentatività del fronte sindacale e, in misura ancor più marcata, delle associazioni datoriali. Una crisi che sbiadisce, in modo preoccupante, l’autorevolezza della contrattazione collettiva nel definire i minimi tabellari della retribuzione in grado di garantire, in aderenza al nostro dettato costituzionale, a un lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em><strong> </strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>IL LAVORO AL TEMPO DELLA PANDEMIA E LE CATEGORIE MAGGIORMENTE COLPITE</strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La pandemia da COVID-19 ha amplificato gli impatti preesistenti delle crisi che hanno colpito negli ultimi quindici anni i sistemi economici e sociali delle economie avanzate, Italia inclusa. Lo shock pandemico ha dispiegato i suoi effetti in modo differenziato sui settori economici, individui e gruppi sociali in “condizioni di partenza” profondamente eterogenee.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il 2020 è stato caratterizzato da una caduta della partecipazione al mercato del lavoro, associata alla persistenza dell’inattività. Un fenomeno che non ha smesso di manifestarsi al momento della ripresa. Le riaperture, a partire dalla seconda metà del 2020, hanno evidenziato limiti all’aumento dell’offerta di lavoro, rispetto al recupero della domanda di lavoro, cui possono aver concorso molteplici fattori: la decisione di non rientrare nel mercato da parte dei lavoratori in età anziana prossimi al pensionamento, il rinvio delle decisioni di partecipazione da parte delle donne sottoposte a carichi di cura accresciuti con l’arrivo della pandemia, il timore del contagio, l’aumentata fragilità psico-fisica delle persone.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’andamento occupazionale nel corso della pandemia è risultato allineato all’alternarsi delle misure di distanziamento: a un’ampia contrazione tra marzo e aprile 2020 (in corrispondenza del lockdown) sono seguiti una fase di stabilità a maggio e giugno e un recupero tra luglio e agosto. Il livello di occupazione è tornato a diminuire nell’autunno pandemico del 2020 fino a un minimo nel mese di gennaio 2021 con un calo di 820 mila occupati rispetto a febbraio 2020. L’attenuarsi della pandemia, in corrispondenza della campagna vaccinale, ha visto crescere il numero di occupati fino a giugno 2021, portando il gap rispetto al periodo pre-pandemico a 265 mila occupati, per poi stabilizzarsi nel terzo trimestre del 2021. Le ultime rilevazioni di Istat relative al quarto trimestre del 2021 fotografano una ripresa congiunturale dell’occupazione (+80 mila occupati rispetto al trimestre precedente) e un contestuale forte calo degli inattivi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ma è la qualità delle nuove posizioni lavorative a destare forte preoccupazione. Nella prima fase della crisi, la perdita occupazionale aveva interessato prevalentemente i dipendenti a tempo determinato e i lavoratori autonomi, mentre la ripresa del 2021 ha riguardato in prevalenza l’occupazione a termine trainata soprattutto dal comparto dei servizi che ha avuto bisogno in tempi rapidi di forza lavoro non qualificata e con salari bassi. La prevalenza di rapporti di lavoro più facili da interrompere riflette anche, in parte, l’incertezza delle imprese sull’evoluzione della pandemia e sulla durata della ripresa del ciclo economico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La precarietà della nuova occupazione è restituita con maggior dettaglio dagli ultimi dati rilevati dall’Inps: non è solo la crescita del lavoro a tempo determinato a destare forti preoccupazioni, ma, anche le durate delle nuove posizioni lavorative a termine. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno quasi il 40% delle attivazioni a tempo determinato aveva una durata prevista di 30 giorni (quasi 1 contratto su 8 aveva una durata di un solo giorno), quasi il 30% aveva una durata da due a sei mesi e appena l’1% superava un anno di durata. Lo scorcio del 2021 ha inoltre registrato, in termini tendenziali, un forte aumento del ricorso al lavoro in somministrazione e a chiamata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La tendenza a non assumere forza lavoro con contratti stabili appare ancor più marcata rispetto al periodo pre-pandemico: sono stati frequenti i casi di “concatenazione” di impieghi di breve durata o di sovrapposizione di più contratti intermittenti. Il fenomeno ha interessato soprattutto la componente femminile del centro, con molte donne costrette a cercare uno o più impieghi per integrare il reddito del nucleo familiare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Bassi tassi di occupazione giovanile e bassa qualità occupazionale dei giovani italiani costituiscono oggi caratteristiche strutturali del mercato del lavoro nazionale. il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni di età si è sensibilmente contratto in oltre quindici anni, passando dal 25,7% nel 2005 al 16,8% nel 2020 (dal 74,5% nel 2005 al 66,9% nel 2020 nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni), mentre il tasso di occupazione per i lavoratori anziani (tra i 55 e i 64 anni di età) è salito di oltre 23 punti, passando dal 31,4% del 2005 al 54,2% nel 2019.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Le rilevazioni qualitative degli operatori dei community center di Oxfam e della Diaconia Valdese sull’inefficacia dei centri per l’impiego nell’assicurare l’immissione nel mercato del lavoro dei propri utenti più giovani trovano conferma nei dati di fonte Istat: l’inserimento lavorativo della maggioranza dei giovani italiani passa oggi ancora per canali informali e sfruttando i network familiari.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel confronto europeo, le nuove generazioni di lavoratori hanno in Italia una consistenza numerica più ridotta, sono meno formate, meno valorizzate dal sistema produttivo, e maggiormente a carico delle famiglie o del welfare pubblico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La rappresentazione plastica di quella che nessuno stenta più a definire come una vera e propria bomba sociale del nostro paese è data dall’altissima percentuale dei Neet (persone soprattutto di giovane età che non hanno né cercano un impiego e non frequentano una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale) , attestatasi nel 2020, nella fascia compresa tra i 20 e i 34 anni di età, al valore più alto (29,4%) nell’Ue.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il tasso dei Neet è in crescita: per i giovani adulti (25-34 anni) l’incidenza è passata dal 23,1% nel 2008 al 30,7% nel 2020 (oltre 12 punti sopra la media dell’Unione). E anche la pandemia ha lasciato i suoi segni: oltre 2 giovani su 3 che erano Neet nel 2019 sono rimasti in tale condizione un anno dopo, oltre 3 su 4 al Sud Italia o tra i giovani meno istruiti o stranieri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’Italia, similmente ad altri paesi con un’alta incidenza dei Neet, è anche il paese con periodi più lunghi di permanenza dei giovani nel nucleo familiare d’origine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong><em>LE DONNE E IL LAVORO: LA CRISI PANDEMICA E LE DISUGUAGLIANZE STRUTTURAL</em>I</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La pandemia ha accentuato l’esclusione lavorativa delle donne e ha esacerbato ulteriormente le disparità di genere sul mercato del lavoro nazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La congiuntura pandemica si è tuttavia innestata su fenomeni che hanno nel contesto italiano natura strutturale. Il tasso di occupazione femminile si è mantenuto al di sotto del 50% (ad eccezione del 2019 e del 2021) da oltre trent’anni. Un tasso fermo al 33% tra le donne giovani e al Mezzogiorno. Pure in un contesto di bassa natalità e invecchiamento progressivo della popolazione, ogni anno oltre una donna su 6 lascia il lavoro a seguito della maternità, mentre 35mila donne con figli sotto i tre anni di età hanno rassegnato dimissioni volontarie nel 2019. L’occupazione femminile è altamente discontinua, concentrata in settori a minore remunerazione, con contratti atipici, un’alta incidenza del part-time a prevalenza involontario.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La crisi da Covid-19 si è abbattuta con maggiore veemenza sul settore dei servizi &#8211; oggetto di misure restrittive e chiusure disposte nel rispetto del distanziamento sociale &#8211; a maggior concentrazione di occupazione femminile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In secondo luogo, la crisi ha colpito di più il lavoro irregolare e gli occupati intrappolati nell’atipicità e nella precarietà contrattuale, fenomeni ad elevata incidenza nella forza lavoro femminile, maggiormente esposte all’informalità e alla segregazione oraria del mercato del lavoro. Le valutazioni sul costo opportunità femminile alla prosecuzione del rapporto di lavoro hanno inoltre risentito fortemente della necessità di contribuire in modo più intenso, nel periodo pandemico, all’esercizio della cura e dell’assistenza a bambini ed anziani. All’endemico sovraccarico del lavoro di cura ordinario, che grava in Italia prevalentemente sulle spalle delle donne, si sono assommate le attività di vigilanza e prevenzione sanitaria e di supporto nella didattica a distanza dei figli, causando ritiri o ritardi nel rientro sul mercato del lavoro di ampie fasce della popolazione femminile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In definitiva il rapporto Oxfam delinea una situazione drammatica del lavoro in Italia, in rapido e ulteriore deterioramento, dopo gli choc economici partiti dalla crisi del 2008, per la pandemia e la guerra. Un quadro segnato dalla precarietà, dall&#8217;iniquità nei trattamenti che discrimina le persone socialmente più deboli, dallo sfruttamento, dai bassi salari, da poche tutele riservate al settore pubblico e ai contrattualizzati di lunga durata per di più in via di restringimento, dovuto a una legislazione anti sindacale, alla moltiplicazione di contratti pirata e aggravato dalla riduzione progressiva della copertura del welfare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>* Giornalista economico</strong></span></p>
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		<title>ALCUNE SCOMODE LEZIONI DALLA GUERRA</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2022 23:09:17 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Consolo * - In tempi di pensiero unico del mercato e della guerra, è utile smarcarsi dall’isteria bellica dominante nei latifondi mediatici dell’Occidente. Così come la prima guerra in Iraq è stata la “guerra costituente della globalizzazione neo-liberista”, quella in Ucraina annuncia chiaramente un cambio di paradigma del comando capitalista a livello mondiale. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>di Marco Consolo * -</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In tempi di pensiero unico del mercato e della guerra, è utile smarcarsi dall’isteria bellica dominante nei latifondi mediatici dell’Occidente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Così come la prima guerra in Iraq è stata la “guerra costituente della globalizzazione neo-liberista”, quella in Ucraina annuncia chiaramente un cambio di paradigma del comando capitalista a livello mondiale. Siamo di fronte ad una fase totalmente nuova e, così come l’abbiamo conosciuta in questi anni, la globalizzazione è morta, o quantomeno moribonda. Lo affermano in molti, tra cui anche Larry Fink, CEO di <em>BlackRock</em>, il più grande fondo di investimento mondiale, secondo il quale <strong>la crisi delle catene di approvvigionamento e di valore ridefinirà la globalizzazione, riportando molte grandi aziende entro i loro confini nazionali<em> (on-shoring) </em>o all’interno del proprio continente</strong><em><strong> (near-shoring)</strong>.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dopo la pandemia, con il suo “stato di eccezione planetaria”, oggi la guerra riconferma la necessità di controllo delle classi dominanti, in un quadro di gigantesca ristrutturazione capitalista mondiale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E se dopo il 1945, il baricentro della Storia era passato dal continente europeo a quello americano (concretamente a quello nord-americano), dopo la sconfitta in Afghanistan e l’uscita di scena dell’Occidente e della NATO, il baricentro geo-politico si è spostato decisamente verso la cosiddetta “EurAsia”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Ma questa ultima guerra è lo spartiacque di un nuovo ordine mondiale</strong>. Una guerra coltivata, favorita, finanziata sin dalla caduta del muro di Berlino dagli Stati Uniti, di cui la NATO è stata lo strumento principale. Una guerra fatta per procura, dove il popolo ucraino continua tragicamente ad essere usato solo come carne da cannone, per obiettivi incofessabili.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Una rapido promemoria degli eventi di guerra degli ultimi anni ci consegna un tragico quadro in cui le guerre non si sono mai fermate: 1991 prima guerra in Iraq; 1999 guerra nella ex-Jugoslavia, il primo conflitto nel cuore dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale; 2001 Afghanistan (dopo l’11 settembre); 2003 Colin Powell all’ONU da il via alla seconda guerra in Iraq; 2011 guerra in Siria e Libia; 2014 in Ucraina si svolge il colpo di Stato (EuroMaidan) contro Yanucovich (vedi le dichiarazioni di Victoria Nuland <a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> ) e la “strage di  Odessa” con più di 40 vittime. Dopo il referendum in Crimea (16 marzo 2014) ,  la UE strangola la Grecia e, nel mentre, firma un <strong>Trattato di Libero Commercio</strong> con l’Ucraina il 21 marzo (AA/DCFTA) <a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a><sup>.</sup>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In seguito ai risultati del plebiscito in Donbass sulla propria autonomia da Kiev (11 maggio 2014), inizia l’attacco ucraino al Donbass che, secondo le Nazioni Unite <a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>,  ha provocato più di 13.000 vittime,  migliaia di feriti e rifugiati, nel quasi totale silenzio complice dei media occidentali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E mentre scriviamo, nel pianeta sono circa una trentina i conflitti in corso. Ne conosciamo alcuni di serie A, mentre quelli  di serie B sono volutamente dimenticati dall’ipocrisia e dal cinismo dei “mezzi di distrazione di massa”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Per i più smemorati, oltre all’inquadramento di forze paramilitari neo-naziste nelle Forze Armate regolari (Azov, Pravyi Sektor, etc.), ricordiamo che il governo di Zelensky è responsabile della messa fuorilegge del Partito Comunista d&#8217;Ucraina e della persecuzione dei comunisti, dell&#8217;arresto di altri oppositori, del segretario e di altri membri della Gioventù Comunista d&#8217;Ucraina, la cui vita è attualmente in pericolo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E sotto la legge marziale, l&#8217;Ucraina ha recentemente annunciato la sospensione di altri 11 partiti di opposizione, con la motivazione di avere &#8220;legami con la Russia&#8221;.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>I molteplici obiettivi Usa e Nato</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Come sempre avviene, la guerra si fa per raggiungere non uno, ma molteplici obiettivi. In questa ultima guerra, gli Stati Uniti e la NATO  non sono un’eccezione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Innanzitutto cercano di indebolire l’Unione Europea (ancor oggi prima potenza commerciale mondiale) nella competizione inter-imperialista USA-UE. Ciò implica rompere l’asse UE-Russia ed in particolare quello Germania-Russia, che preoccupa storicamente la Casabianca, a partire dalla riunificazione tedesca con la ex-DDR.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nei confronti della Federazione Russa si tratta di indebolirla e disgregarla, cercando di farla impantanare in Ucraina, come lo è stata in Afghanistan prima dell’intervento occidentale. Indebolendo la Federazione Russa, parallelamente si cerca di indebolire l’asse con la Cina (vero antagonista degli Stati Uniti, nel presente e nel futuro) e minare il progetto della “Nuova via della seta” (BRI) che coinvolge diversi Paesi della UE.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A sua volta, Washington vuole sabotare l’alleanza dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), uno dei poli di un possibile orizzonte di multi-polarità nei rapporti internazionali, che mette in discussione il dominio unipolare statunitense. A settembre 2021, la dichiarazione finale  del vertice BRICS a Nuova Delhi <a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, ingiungeva ai propri membri e a tutti gli Stati di risolvere pacificamente le controversie, dichiarando inaccettabile “l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi paese”. Ma nella recente votazione alle Nazioni Unite, nessuno dei suoi membri ha votato a favore della condanna della Russia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Oltre alla geo-politica, c’è poi l’aspetto commerciale, che ha sempre guidato la politica estera e militare statunitense. Si parte dal fare approvare ai Paesi membri della Nato l’aumento delle spese militari al 2% del PIL, come richiesto da tempo, e favorire il complesso militare-industriale. Non solo quello “a stelle e strisce”, ma anche europeo, mettendo a tacere i governi recalcitranti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E a proposito di business e di gas, la Casabianca è da tempo impegnata a bloccare il gasdotto “<em>Northstream 2</em>” dalla Russia verso la UE, per poter vendere il proprio gas (GNL) a prezzo maggiorato ai Paesi europei. Stando agli ultimi dati forniti dal <em>Refinitiv USA</em>, nel marzo scorso, l’esportazione di gas liquido statunitense ha registrato una crescita di circa il 16% su base mensile, realizzando un record storico. La maggior parte è stata esportata in Europa, per quattro mesi di fila principale meta di sbocco, con il 65% delle esportazioni totali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Allo stesso tempo, la guerra ha squadernato la crisi alimentare, ponendola nell’agenda globale come forse non era mai successo. E per gli Stati Uniti si tratta di piazzare le proprie riserve di cereali (grano, mais, etc) in sostituzione di quelle che il “granaio del mondo” (Russia ed Ucraina) avranno difficoltà a vendere.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Gli obiettivi del governo Putin</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Anche il governo del Presidente Putin ha diversi obiettivi con l’attacco militare e l’invasione dell’Ucraina. Il principale, come dichiarato recentemente dal Ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, è quello di bloccare l’espansione della NATO verso Est e le sue testate atomiche a 7 minuti di volo da Mosca. Come si sa, dall’implosione dell’URSS nel 1989, vi sono state 10 nuove adesioni alla NATO dei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia, adesioni percepite da Mosca come un accerchiamento in atto. Oltre a questo, secondo la concezione nazionalista della “Grande Russia”, il governo russo vuole ristabilire  il controllo sulla propria regione di influenza storica, in particolare nei Paesi confinanti, di cui alcuni nel passato erano parte dell’impero zarista e poi dell’ex-URSS. Nè più, né meno che  la politica statunitense verso l’America Latina, in base alla “dottrina Monroe”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Per  perseguire questo obiettivo, Mosca ha scatenato una “guerra preventiva”, con il pretesto della difesa delle popolazioni russofone del Donbass e non solo.  Del resto, di che stupirsi ? Il governo russo non fa altro che copiare quanto fatto dalla Nato nella ex-Jugoslavia “a difesa delle popolazioni del  Kossovo” ed in altre “guerre umanitarie” o “contro il terrorismo”&#8230;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Tra le richieste di Putin, prima di cadere in trappola ed annunciare l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, c&#8217;era una riduzione della presenza di soldati e armamenti della NATO lungo i suoi confini orientali. Con la guerra all&#8217;Ucraina ha ottenuto esattamente il contrario, e nuovi candidati bussano alle porte dell’Alleanza Atlantica.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il suicidio dell’Unione Europea ? </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Come è noto, l’Unione Europea non dispone di grandi risorse naturali e ciò la rende enormente dipendente dagli approvigionamenti dall’esterno, in particolare nel settore energetico, particolarmente sensibile per le imprese e per la popolazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Come appare lampante, la politica estera della UE è sempre più subordinata alla strategia degli USA e della Nato, nonostante le molteplici contraddizioni interne (ad esempio con la posizione di Orban in Ungheria ed il ruolo storico da “discolo” della Francia). Ma con questo ultimo conflitto, cambia la natura stessa della UE, nata anche per stabilire uno spazio continentale senza guerre dopo il secondo conflitto mondiale, obiettivo clamorosamente smentito già dalla guerra nella ex-Jugoslavia (a comando NATO), nel cuore dell’Europa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’Unione Europea scatta sull’attenti ai diktat USA-NATO e si riarma pesantemente,  aumentando vertiginosamente la spesa militare (l’Italia con 35 miliardi di euro, la Germania che rompe il tabù post Seconda Guerra Mondiale con l’annuncio di 100 miliardi di euro da spendere in armi, etc.). Festeggiano i produttori di morte e i mercanti d’armi, spesso <em>holding</em> del complesso militare-industriale che fanno capo ai singoli Stati. Rinnegando il preteso pacifismo delle sue origini, l’Unione Europea ha sviluppato il suo complesso militare-industriale grazie a due linee di finanziamento: il “Programma Europeo di Sviluppo Industriale per la Difesa” (EDIDP) e la “Azione Preparatoria per la Ricerca sulla Difesa” (PADR) per un totale di circa 575 milioni di euro a favore di aziende belliche di Francia, Germania, Italia, Spagna per lo sviluppo di sistemi d’arma. Ma l’appetito vien mangiando e a questi due si sono aggiunti due nuovi fondi: il “Fondo Europeo per la Difesa” (EDF) con 8 miliardi e l&#8217; “European Peace Facility” (EPF) (<em>sic</em>&#8230;) con altri 5 miliardi. Quest’ultimo è la cassa utilizzata per l&#8217;invio di armi in Ucraina in questi giorni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Oltre al “suicidio politico della UE”, c’è anche quello produttivo, grazie alle mal chiamate “sanzioni” (più correttamente si tratta di <strong>misure coercitive unilaterali</strong>) non decise in sede ONU, ma adottate ad occhi chiusi dai tecnocrati di Bruxelles e dai governi. Solo per quanto riguarda l’Italia, già si sente il forte impatto  delle “sanzioni” su diversi settori dell’economia (alimentare, turismo, tessile, mobilifici, etc.) oltre al carovita derivante dall’aumento dei prezzi (in gran parte speculativo) del gas e dell’energia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E, dulcis in fundo, un rinnovato ed imponente flusso di profughi verso l’UE.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Quali sono i risultati ?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“<em>Nulla è stato fatto da parte europea per prevenire il conflitto in casa propria” </em>(Umberto Vattani dixit) <a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. L’Unione Europea (e l’Italia) è in guerra come co-belligerante e si taglia la possibilità di svolgere qualsiasi ruolo di mediazione possibile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Russia e Cina rafforzano i loro rapporti politici e commerciali (al contrario di quanto auspicato da Washington).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A doppio taglio, l&#8217;<strong>esclusione</strong> di Mosca dal sistema statunitense <strong><em>Swift</em></strong> (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), ossia l&#8217;infrastruttura che permette i <strong>pagamenti </strong>soprattutto di <strong>prodotti energetici</strong> oltre a beni, servizi, materie prime. In altre parole, è il circuito globale che sorregge i pagamenti bancari. L’esclusione ha spinto il progressivo sganciamento dell’economia russa e l’adozione di  sistemi autonomi di pagamento. Ciò ha contribuito all’ulteriore declino relativo del signoraggio del dollaro nelle transazioni commerciali ed all’utilizzo di nuove monete, in particolare nei rapporti bilaterali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ma tagliare fuori molte banche di Mosca (non tutte) dal canale principale dei pagamenti bancari è una <strong>mossa molto pericolosa</strong> per un Occidente che dipende fortemente dalle importazioni di gas e petrolio dalla Russia. Tanto che da <strong>Wall Street </strong>è arrivato forte e chiaro uno stop ed alcune delle maggiori banche consigliano a Washington di seguire altre strade.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Stiamo forse assistendo alla nascita di un nuovo sistema finanziario mondiale, garantito da oro e materie prime ?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>E l’Italia ? </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In Italia il governo Draghi ha accelerato l’economia di guerra e le politiche di austerità (con una forte riduzione del potere d’acquisto dei ceti popolari) <a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> grazie ai partiti che lo sostengono, compreso il movimento 5 stelle, che si rimangia l’ennesima promessa fatta agli elettori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Insieme a una finta opposizione che finisce per votare per l’invio di ulteriori truppe ed armi (in palese violazione della Costituzione e rendendo il nostro Paese co-belligerante),  a favore dei moderni <strong>crediti di guerra</strong> con l’aumento della spesa militare a 38 miliardi (+ 13 rispetto agli attuali 25), sottraendoli a sanità, educazione, trasporti,  creazione di lavoro, ricerca. L’ultima vergogna, in ordine di tempo, è il voto in parlamento a favore dell’esclusione dell’IVA dal commercio delle armi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I numerosi sondaggi affermano che 2 italiani su 3 sono contrari all’invio di armi che ha reso dell’ Italia un Paese di fatto co-belligerante. Ma se il governo Draghi è sordo, il PD è sordo-muto anche grazie agli interessi diretti nel complesso militare-industriale italiano. Basti pensare alla <strong>LEONARDO</strong>,  tredicesima impresa militare del mondo e la terza in Europa per grandezza, con entrate dal settore “difesa” (sic) che rappresentano il 73 % del proprio fatturato <a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Da qualche tempo, la Leonardo è diventato una “riserva di caccia” per il PD, che vi ha piazzato numerosi suoi esponenti in posizione apicale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Sta a noi rafforzare ed allargare il movimento contro la guerra che ha visto importanti prese di posizione di ANPI, CGIL, USB ed altri sindacati di base, il Papa insieme a molti esponenti del mondo cattolico, portuali e lavoratori degli aeroporti che esprimono la parte migliore dell’impegno pacifista del movimento sindacale del nostro Paese.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dobbiamo quindi mobilitarci per il <strong>Cessate il fuoco, la ripresa del negoziato, per cambiare il “modello di difesa”, per la riconversione dell’industria militare, per ridurre drasticamente le spese militari, invece di aumentarle. Per l’uscita dell’Italia dalla NATO. </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Obiettivo disarmo. </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong><strong>*Responsabile Area Esteri e Pace PRC-SE</strong></span></p>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs</em> presso il Dipartimento di Stato sotto la presidenza Obama. Nel 2014 ha ricevuto un incarico diplomatico in Ucraina. Famosa la sua frase intercettata “Fuck EU&#8230;”</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <a href="https://www.bbc.com/news/world-europe-26680250">https://www.bbc.com/news/world-europe-26680250</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> <a href="https://lepersoneeladignita.corriere.it/2019/01/22/lonu-in-ucraina-13mila-morti-per-la-guerra-del-donbass/">https://lepersoneeladignita.corriere.it/2019/01/22/lonu-in-ucraina-13mila-morti-per-la-guerra-del-donbass/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>  <a href="http://www.brics.utoronto.ca/docs/210909-New-Delhi-Declaration.html">http://www.brics.utoronto.ca/docs/210909-New-Delhi-Declaration.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <a href="https://www.panorama.it/news/dal-mondo/vattani-dalla-farnesina-via-uscita-conflitto-ucraino">https://www.panorama.it/news/dal-mondo/vattani-dalla-farnesina-via-uscita-conflitto-ucraino</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> <a href="http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=50185">http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=50185</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> <a href="https://people.defensenews.com/top-100/">https://people.defensenews.com/top-100/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ednref1" name="_edn1"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
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		<title>Bollette e salari nascosti sotto il tappeto della propaganda di Draghi</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2022 20:44:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[ L&#8217;economia di guerra travolge il potere d&#8217;acquisto e i bilanci di famiglie e imprese. di Luciano Cerasa *   La propaganda di guerra sta nascondendo sotto il tappeto anche il crollo in termini reali dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie. Nei primi due mesi del 2022 in Italia i salari contrattuali sono aumentati [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"> L&#8217;economia di guerra travolge il potere d&#8217;acquisto e i bilanci di famiglie e imprese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">di Luciano Cerasa *</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La propaganda di guerra sta nascondendo sotto il tappeto anche il crollo in termini reali dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nei primi due mesi del 2022 in Italia i salari contrattuali sono aumentati dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2021,contro un’inflazione Istat schizzata a marzo al 6,7%. Ma il dato è ancora provvisorio e le proiezioni per aprile parlano dell’8%.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le bollette per imprese e utenze domestiche si sono incrementate quest’anno del 93%, portando al 270% l’aumento cumulato sul dato del 2019. Le stime del Pil fissano al 2,6% la crescita attesa per il 2022, con una perdita di potere d’acquisto delle famiglie di un ulteriore 1,5%.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La nuova mannaia sul reddito di dipendenti, piccoli imprenditori e precari, si abbatte su una situazione già profondamente deteriorata  dall’economia del Covid. A fine 2021 erano già a rischio di povertà quasi 11 milioni gli italiani, tra i 4 milioni di disoccupati e i 6,7 milioni di occupati ma con prospettive incerte circa la stabilità dell&#8217;impiego o con retribuzioni contenute. <strong>Oltre 1,6 milioni di soggetti in più rispetto a un&#8217;analoga rilevazione relativa al 2015</strong><b>,</b> con una crescita significativa di circa il 15%.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per dare un quadro dello scenario drammatico che il governo Draghi sta totalmente ignorando e anzi peggiorando con le sue politiche interne e internazionali, Confesercenti ha condotto a marzo due sondaggi, con Ipsos sui consumatori e Swg sulle imprese. Ne è emerso che 9 italiani su 10, anticipando la stangata sulla bolletta, hanno iniziato a tagliare le spese comprimibili. Oltre due terzi (il 67%) riduce le consumazioni al ristorante, il 53% la spesa in abbigliamento. Il 47% le vacanze con 3 o più pernottamenti e una quota uguale di consumi culturali e di intrattenimento. Ma c’è anche un 23% che taglia la spesa alimentare e un 10% quella legata alla salute.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Negozi e pubblici esercizi hanno risentito fortemente sia dell’aumento dei costi fissi dovuto all’esplosione delle bollette che del mutato atteggiamento dei consumatori e a migliaia negli ultimi due anni, hanno abbassato definitivamente le saracinesche: il 73% delle attività superstiti intervistate, giudica insoddisfacente o molto insoddisfacente l’andamento delle vendite a marzo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un’indagine rapida del Centro Studi della Confindustria (CSC) stima un calo della produzione industriale italiana a marzo dell’1,5%, dopo il rimbalzo, statistico, di febbraio a +1,9%. Il rincaro del gas naturale registra tassi di variazione a 4 cifre (+1217% in media nel periodo del conflitto sul pre-Covid) e quello del Brent è a 3 cifre (+104%), “Indici di sentiment sull’attività imprenditoriale e di fiducia, in flessione a marzo, preannunciano rilevanti ripercussioni sull’effettiva capacità di tenuta delle imprese nei prossimi mesi” denunciano gli industriali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel 1° trimestre 2022 il Centro Studi della Confindustria stima una diminuzione della produzione industriale di -2,9% rispetto al 4° trimestre del 2021. Gli ordini in volume diminuiscono a marzo di -0,8% su febbraio, quando erano scesi di -0,1% su gennaio. Dopo l’intensa caduta registrata a gennaio (-3,4%), il parziale recupero di febbraio è dovuto prevalentemente ad un effetto base di rimbalzo statistico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La crisi viene da lontano. Il deflagrare del conflitto ha accentuato da fine febbraio l’effetto dei precedenti rincari delle materie prime e della scarsità di materiali dovuti in grande misura alla speculazione. Le difficoltà di approvvigionamento riguardano quasi 8 imprese su 10. A questo si aggiunge una sensibile diminuzione nei giudizi e nelle attese di produzione delle imprese manifatturiere, che prelude a ristrutturazioni e drastiche riduzioni dell’occupazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In un&#8217;indagine condotta presso le imprese associate a Confindustria emerge che il 16,4% delle imprese rispondenti ha già ridotto sensibilmente la produzione. Il peggioramento dell’indice di incertezza della politica economica, che per l’Italia è salito a 139,1 a marzo da 119,7 di febbraio (+38,4% rispetto al 4° trimestre del 2021), accresce i rischi di un pesante impatto sul tessuto produttivo italiano e di un significativo indebolimento dell’economia nella prima metà del 2022.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lo stesso Ministero dell’Economia parla apertamente di recessione, pure rispetto al crollo del Pil di quasi il 9% già subito nel 2020 e dovuto al lockdown, nel caso si dovessero chiudere per una decisione politica i rubinetti del gas naturale russo per famiglie e imprese italiane. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma l’ordine è “vincere e vinceremo” e al peggio, nel piccolo mondo antico della globalizzazione capitalistica, non c’è mai fine.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">* Giornalista economico</span></p>
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