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	<title> &#187; Gramsci</title>
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		<title>Guido Liguori &#8211; Lezione su Gramsci</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2015 14:38:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Guido Liguori è docente di Storia del pensiero politico contemporaneo presso l’Università della Calabria, presidente della International Gramsci Society Italia e caporedattore della rivista di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/06/gramsci-conteso_216.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-255" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/06/gramsci-conteso_216-198x300.jpg" alt="gramsci-conteso_216" width="198" height="300" /></a>Guido Liguori</strong> è docente di Storia del pensiero politico contemporaneo presso l’Università della Calabria, presidente della International Gramsci Society Italia e caporedattore della rivista di cultura politica <em>Critica marxista</em>. Ha ideato e diretto con Fabio Frosini il Seminario della Igs Italia sui <em>Quaderni del carcere</em>. È autore tra l’altro dei seguenti libri: <em>Gramsci. Guida alla lettura</em> (con Chiara Meta, 2005); <em>Sentieri gramsciani</em> (2006, vincitore del Premio Sormani, tradotto in Brasile); <em>La morte del Pci</em> (2009, pubblicato anche in Francia). Ha curato nel 2009 con Pasquale Voza il <em>Dizionario gramsciano 1926-1937</em>, contenente oltre 600 voci scritte da 60 specialisti di diversi paesi.</p>
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		<title>Antonio Gramsci &#8211; I giorni del carcere</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2015 08:06:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel racconto del documentarista Lino Del Fra riviviamo gli anni passati nel carcere di Turi da Antonio Gramsci. Il rapporto con gli altri prigionieri politici, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/06/del_fra_gramsci.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-248" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/06/del_fra_gramsci-150x150.jpg" alt="del_fra_gramsci" width="150" height="150" /></a>Nel racconto del documentarista Lino Del Fra riviviamo gli anni passati nel carcere di Turi da Antonio Gramsci. Il rapporto con gli altri prigionieri politici, che dapprima lo guardano come un eroe e poi, progressivamente, lo abbandonano per le sue posizioni critiche verso il Partito, riecheggia la spaccatura con Togliatti che, in esilio, appoggia la linea di Stalin, opposta al leninismo di Gramsci.</p>
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		<title>Movimenti sociali e ruolo del partito nel pensisero di Gramsci e oggi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 09:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Guido Liguori &#8211; “Coscienza” e “spontaneità” in Lenin e in Gramsci. Spontaneità, senso comune e classi subalterne. L’educatore viene educato: gli anni dell’Ordine Nuovo. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Guido Liguori &#8211;<br />
“Coscienza” e “spontaneità” in Lenin e in Gramsci.<br />
Spontaneità, senso comune e classi subalterne.<br />
L’educatore viene educato: gli anni dell’Ordine Nuovo.<br />
La riflessione dei Quaderni: un partito interno ai movimenti sociali<br />
dei “subalterni”, ma che non rinunci a educarli e guidarli.<br />
Le differenze con il mondo di oggi e gli errori della sinistra.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/04/liguori_partitomovimenti.pdf">Ricevi il PDF</a></p>
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		<title>Per una dialettica gramsciana del subalterno*</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 09:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Dialettica gramsciana]]></category>
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		<description><![CDATA[di Raul Mordenti &#8211; 1. La domanda se il subalterno possa parlare costituisce (a rigori) una tautologia, che nasconde però un problema (e forse il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Raul Mordenti &#8211;</p>
<p>1. La domanda se il subalterno possa parlare costituisce (a rigori) una tautologia, che nasconde però un problema (e forse il problema). Il subalterno, finché rimane subalterno e in quanto subalterno, non può evidentemente parlare, perché l?essere subalterno si definisce appunto come una radicale mancanza di autonomia, che significa mancanza di un proprio punto di vista, mancanza di un discorso auto-centrato e posizionato a partire da sé, dunque mancanza anzitutto di parola. Dove “parola” significa evidentemente sia lessico che linguaggio i quali (il pensiero femminista ce l&#8217;ha insegnato) sono intrisi di dominio: usare la parola di chi ci usa non è parlare. Credo anzi che potrebbe essere questa la vera definizione di “subalterno”: è subalterno chi non possiede una propria capacità di parola …</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/04/mordenti_dialetticagramsciana.pdf">Ricevi il PDF</a></p>
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		<title>2 &#8211; Gramsci e la Rivoluzione d’Ottobre</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2015 11:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione Ottobre]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Gramsci (nel ’18 aveva 27 anni) capisce che la Rivoluzione d’Ottobre manda per aria gli schemi evoluzionistici della Seconda Internazionale, autodistruttasi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Gramsci (nel ’18 aveva 27 anni) capisce che la Rivoluzione d’Ottobre manda per aria gli schemi evoluzionistici della Seconda Internazionale, autodistruttasi dopo il voto sui crediti di guerra.</p>
<p>Gramsci comprende cioè che la Rivoluzione russa dà un rilievo cruciale al momento soggettivo, all’iniziativa politica, contrariamente alle attese “crolliste” e al meccanicismo delle socialdemocrazie occidentali.</p>
<p>Scrive sul Grido del popolo, il 12 gennaio 1918:<br />
“I fatti hanno superato le ideologie; i fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici secondo i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico”.</p>
<p>Gramsci si riferisce in realtà al marxismo irrigidito, schematizzato, dogmatizzato delle Seconda internazionale.</p>
<p>Così prosegue Gramsci:<br />
“I Bolscevichi rinnegano Karl Marx. Affermano, con la testimonianza dell’azione esplicita e delle conquiste realizzate che i canoni del materialismo storico non sono così ferrei come si potrebbe pensare e si è pensato”.</p>
<p>Gramsci ha a quel tempo una conoscenza molto relativa del pensiero di Marx ed anche della rivoluzione russa e del pensiero di Lenin. Più avanti Gramsci dirà di sé che a quel tempo era ancora incrostato di crocianesimo: la posizione soggettivistica è qui evidente, i giudizi sono acerbi, ma la sostanza è che Gramsci ha capito come la rivoluzione russa sia la critica vivente di una falsa interpretazione del pensiero di Marx e che sia necessario riaffermare la funzione del soggetto rivoluzionario contro una concezione deterministica ed economicistica.</p>
<p>Bisogna soprattutto tenere presente che il bersaglio polemico contro cui Gramsci si rivolge è l’opportunismo del Partito socialista italiano.</p>
<p>Dal Grido del popolo:<br />
“Il nullismo opportunista e riformista che ha dominato il Partito socialista italiano per decine e decine di anni, e oggi irride con lo scetticismo beffardo della senilità agli sforzi della nuova generazione e al tumulto di passioni suscitate dalla rivoluzione bolscevica, dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza sulle sue responsabilità e sulla sua incapacità a studiare, a comprendere, a svolgere un’azione educativa. Noi giovani dobbiamo rinnegare questi uomini del passato: quale legame esiste tra noi e loro? Quale ricordo di amore e di gratitudine per averci aperto e illuminato la via della ricerca e dello studio, per aver creato le condizioni di un nostro progresso, di un nostro balzo in avanti? Tutto abbiamo dovuto creare da noi, con le nostre forze e con la nostra pazienza: la generazione attuale italiana è figlia di se stessa; non ha il diritto di irridere ai suoi errori e ai suoi sforzi chi non ha lavorato, chi non ha prodotto, chi non le può lasciare nessun’altra eredità che non sia una mediocre raccolta di mediocri articolucci da giornale quotidiano”.</p>
<p>Sulla base di questa riflessione Gramsci si orienta nella crisi italiana del dopo-guerra: egli si persuade che la classe operaia si trova in una condizione di ribellione verso il potere capitalistico, ma manca il partito rivoluzionario capace di cogliere le opportunità che la situazione oggettiva offre.</p>
<p>“Esiste in Italia qualcosa – si chiede – che possa essere paragonato ai soviet? Qualcosa che autorizzi ad affermare che il soviet è una forma universale e non un istituto solamente russo? Esiste un germe, un embrione di soviet in Italia?”<br />
La risposta di Gramsci è “Sì, esiste, A Torino, è la commissione interna”.</p>
<p>Le commissioni interne erano nate come strumenti di collaborazione fra padroni e operai e solo successivamente diverranno strumenti di organizzazione e di lotta.</p>
<p>Dice Gramsci:<br />
“Studiamo questa istituzione operaia, studiamo la fabbrica capitalistica come forma necessaria della classe operaia, come territorio nazionale dell’autogoverno operaio”.</p>
<p>Avviene qui la rottura, nell’Ordine nuovo, fra Gramsci, Togliatti, Terracini e Angelo Tasca (“Ordimmo – scriverà Gramsci – un vero colpo di stato redazionale).<br />
Tasca vedeva nel giornale uno strumento per organizzare una corrente di sinistra nel Psi, quindi un organo che si muoveva nell’ambito del partito, senza stabilire un rapporto reale, profondo, con il movimento operaio.<br />
Per Gramsci, l’Ordine nuovo deve diventare l’organo dei Consigli di fabbrica, deve cioè portare a chiarezza teorica e culturale l’esperienza di lotta degli operai.<br />
Scriverà più tardi:<br />
“L’Ordine nuovo divenne per noi e per quanti ci seguivano ‘il giornale dei consigli di fabbrica’. Gli operai amarono l’Ordine nuovo (questo possiamo affermarlo con intima soddisfazione). E perché gli operai amarono l’Ordine nuovo? Perché negli articoli del giornale ritrovavano una parte di se stessi, la parte migliore di se stessi; perché sentivano gli articoli de l’Ordine nuovo pervasi dallo stesso loro spirito di ricerca interiore. ‘Come possiamo diventare liberi? Come possiamo diventare noi stessi?’ Perché gli articoli de l’Ordine nuovo non erano fredde architetture intellettuali, ma sgorgavano dalla discussione nostra con gli operai migliori, elaboravano sentimenti, volontà, passioni reali della classe operaia torinese, che erano state da noi saggiate e provocate, perché gli articoli de l’Ordine nuovo erano quasi un ‘prendere atto’ di avvenimenti reali, visti come momenti di un processo di intima liberazione e espressione di se stessa da parte della classe operaia. Ecco perché gli operai amarono l’Ordine nuovo ed ecco come si ‘formò’ l’idea de l’Ordine nuovo”.</p>
<p>Oggi le commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono una funzione di arbitrato e di disciplina: “sviluppate ed arricchite dovranno essere domani gli organi del potere proletario, che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni di direzione e di amministrazione”.</p>
<p>Vedere Gramsci e la ‘dialettica servo-signore’ (Hegel ne La filosofia dello spirito, ripresa da Marx nella Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico).</p>
<p>Il consiglio di fabbrica come momento di rigenerazione del sindacato e del partito stesso, dominato dalla destra socialista.</p>
<p>Lo scontro con Bordiga: questi pensa che non si può parlare di potere aziendale, perché non ha senso parlare di potere al di fuori del potere statale. Questa sembra una posizione più ortodossa, più rigorosamente marxiana, ma a Bordiga sfugge ciò che per Marx è essenziale: egli non vede che la conquista del potere non può essere altro che il risultato della lotta, dell’unificazione della classe operaia e di forze sociali attorno al proletariato. La conquista del potere deve cioè maturarsi e cominciare dentro la fabbrica, perché lì avviene il processo di gestazione e di incubazione della coscienza politica di classe.<br />
Quello che Gramsci possiede è appunto il senso del processo.</p>
<p>E’ aperta la discussione se a quel tempo non fosse presente in Gramsci un certo abbandono allo spontaneismo del movimento o, per lo meno, una certa sottovalutazione del ruolo del partito.</p>
<p>Certo, nel ’19-’20 Gramsci non possiede ancora la lezione leninista del partito. L’acquisirà pienamente più avanti, durante il lungo soggiorno in Russia, fra il ’22 e il ’23, quando il II congresso del PCdI deciderà di inviarlo a Mosca come rappresentante del partito nell’Internazionale comunista.<br />
Qui avrà modo di parlare con tutti i maggiori dirigenti del partito bolscevico, soprattutto con Lenin, parteciperà al IV congresso dell’Internazionale e al terzo esecutivo allargato che condannerà la linea di Bordiga.</p>
<p>Tuttavia, la critica al Psi contiene, in nuce, i compiti di un partito della classe.<br />
Egli scrive:<br />
“In verità, il partito socialista italiano, per le sue tradizioni, per l’origine storica delle varie correnti che lo costituiscono, per il patto di alleanza con la Confederazione generale del lavoro, non differisce per nulla dal Labour party inglese ed è rivoluzionario solo per le affermazioni generali del suo programma. Esso è un conglomerato di partiti. Si muove, e non può non muoversi, pigramente e tardamente; è esposto a divenire continuamente il facile paese di conquista di avventurieri, di carrieristi, di ambiziosi. Per la sua eterogeneità, per gli attriti innumerevoli dei suoi ingranaggi, non è mai in grado di assumersi il peso e la responsabilità delle iniziative e delle azioni rivoluzionarie che gli avvenimenti incalzanti incessantemente gli impongono. Ciò spiega il paradosso storico per cui in Italia sono le masse che spingono ed educano il partito della classe operaia e non è il partito che guida ed educa le masse(…). In verità, questo partito socialista, che si proclama guida e maestro delle masse altro non è che un povero notaio che registra le operazioni compiute spontaneamente dalle masse. Questo povero partito socialista, che si proclama capo della classe operaia, altro non è che gli ‘impedimenta’ dell’esercito proletario”.</p>
<p>Questa critica è mossa dalla consapevolezza che il partito è il momento della direzione, che il partito non può limitarsi a registrare la spontaneità del movimento, ma deve superarla. Gramsci non conosce il Che fare di Lenin, ma la sua concezione già allora gli si avvicina.</p>
<p>Quando l’attenzione di Gramsci sul partito diventa centrale? Questa diventa preminente dopo la conclusione del “biennio rosso”, dopo la sconfitta dell’occupazione delle fabbriche che indica il limite di quella pur straordinaria esperienza che non riuscì, tuttavia, ad assumere un carattere nazionale.<br />
Gli anni che vanno dal ’21 al ’26, al terzo congresso svoltosi a Lione sono gli anni in cui l’impegno di Gramsci è rivolto al partito.</p>
<p>Proprio l’esperienza russa gli consente di vedere più lucidamente i vizi della direzione bordighiana e di rompere gli indugi nella lotta contro di essa.</p>
<p>Gramsci nel ’25 afferma:<br />
“L’elemento della situazione nazionale era preponderante nella formazione politica del compagno Bordiga e aveva cristallizzato in lui uno stato permanente di pessimismo sulla possibilità che il proletariato e il suo partito potessero rimanere immuni da infiltrazioni piccolo-borghesi, senza l’applicazione di una tattica politica estremamente settaria, che rendeva impossibile l’applicazione e la realizzazione dei princìpi politici che caratterizzano il bolscevismo: l’alleanza tra operai e contadini e l’egemonia del proletariato nel movimento rivoluzionario anticapitalista”.</p>
<p>L’Ordine nuovo diventa il centro del movimento operaio torinese che guida e sostiene nel grande sciopero dell’aprile del ’20, durante l’occupazione delle fabbriche del settembre ’20 e nel fallito sciopero dell’aprile ’21.</p>
<p>Gramsci intravvede nella questione meridionale lo snodo delle alleanze di classe e la condizione dell’egemonia – sino ad allora mancata – del proletariato.</p>
<p>Scrive Gramsci:<br />
“Il proletariato può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo stato borghese la maggioranza della popolazione lavoratrice, ciò che significa, in Italia, nei reali rapporti di classe esistenti in Italia, , nella misura in cui riesce ad ottenere il consenso delle larghe masse contadine”.<br />
“Ma la questione contadina in Italia è storicamente determinata; non è la questione contadina e agraria in generale; in Italia la questione contadina ha, per le determinate condizioni italiane, per il determinato sviluppo della storia italiana, due forme tipiche e peculiari: la questione meridionale e la questione vaticana”.</p>
<p>Quanto alla questione meridionale, è essenziale cambiare radicalmente l’approccio sin qui avuto:<br />
capovolgere la vecchia visione del problema meridionale che era propria del partito socialista, del meridione come “palla al piede” che impediva lo sviluppo democratico dell’Italia;<br />
cogliere l’enorme potenziale rivoluzionario presente nei contadini del Mezzogiorno;<br />
comprendere che il blocco di potere dominante è fondato sulla divisione tra la classe operaia del nord e i contadini del Sud, perché è tale divisione che consente l’alleanza della classe capitalista con i grandi proprietari terrieri del Sud.</p>
<p>Dice Gramsci:<br />
“Perché la classe operaia assuma una funzione egemone, occorre che l’operaio superi non solo la mentalità corporativa, per cui il metallurgico si sente prima di tutto metallurgico, l’edile edile, ecc. (…); bisogna che egli acquisti la mentalità di classe, per cui l’operaio si sente prima di tutto operaio, indipendentemente dalla categoria di appartenenza, ma bisogna che l’operaio si senta parte di una classe che interpreta interessi più generali, di forze lavoratrici che non sono propriamente proletarie”.</p>
<p>Gramsci e la politica di Giolitti, ovvero, il blocco storico capitalistico-agrario.</p>
<p>La borghesia italiana aveva di fronte, almeno teoricamente, due possibilità: o dare luogo ad una democrazia rurale, che si appoggiasse sulla grande massa contadina, oppure poteva seguire la via del blocco capitalistico-operaio, acconsentendo a determinate rivendicazioni della classe operaia del nord sul piano delle libertà politiche e delle conquiste sindacali, facendone pagare il prezzo alle masse meridionali. A questa seconda politica si prestò il partito socialista che non pose mai la questione meridionale come questione essenziale, nazionale, della lotta rivoluzionaria in Italia.</p>
<p>Nota bene: Gramsci legge la storia d’Italia come storia di rivoluzioni passive.<br />
Cos’è una rivoluzione passiva? E’ la risposta che le classi dominanti danno ad istanze che vengono dalle classi subalterne senza modificare i rapporti sociali esistenti, dunque mantenendo il proprio potere e la propria egemonia.</p>
<p>Scrive Gramsci:<br />
“Il Mezzogiorno può essere definito una grande disgregazione sociale. I contadini, che costituiscono la grande maggioranza della sua popolazione, non hanno nessuna coesione tra di loro…la società meridionale è un grande blocco agrario costituito da tre strati sociali: la grande massa contadina, amorfa e disgregata, gli intellettuali della piccola e media borghesia rurale, i grandi proprietari terrieri e i grandi intellettuali. I contadini meridionali sono in perpetuo fermento ma, come massa, essi sono incapaci di dare un’espressione centralizzata alle loro aspirazioni e ai loro bisogni. Lo stato medio degli intellettuali riceve dalla base contadina le impulsioni per la sua attività politica ed ideologica. I grandi proprietari nel campo politico ed i grandi intellettuali nel campo ideologico centralizzano e dominano in ultima analisi tutto questo complesso di manifestazioni. Come è naturale, è nel campo ideologico che la centralizzazione si verifica con maggiore efficacia e decisione. Giustino Fortunato e Benedetto Croce rappresentano perciò le chiavi di svolta del sistema meridionale ed in un certo senso sono le due più operose figure della reazione italiana”.</p>
<p>Il Croce, ponendo la cultura italiana a contatto con quella europea, sprovincializzandola, riesce a staccare il piccolo e medio intellettuale dal suo punto di riferimento, dalla base contadina da cui proviene. Lo immette in un tipo di cultura da cui è assente la voce dei contadini, la vita concreta dell’Italia, e particolarmente dell’Italia meridionale.<br />
Il Croce compie una grande operazione di egemonia in senso conservatore e reazionario, e impedisce alle spinte contadine di attirare dalla propria parte gli intellettuali, i propri quadri, quei quadri che soli possono dare omogeneità, direzione, coerenza all’azione contadina.<br />
Privata dei suoi intellettuali, la massa contadina resta inerte, disaggregata, sobbalza in ribellioni improvvise e poi ricade nella passività.</p>
<p>Come si vede, qui la critica al Croce non si svolge sul terreno speculativo, ma parte dall’analisi della funzione reale della filosofia del Croce. E ne mostra il carattere di calsse, la funzione politica.</p>
<p>Il blocco agrario del Mezzogiorno funziona da intermediario e da sorvegliante del capitalismo settentrionale. Il suo unico scopo è quello di conservare lo status quo. Esso non è autonomo, ma gregario e parassitario, tenuto insieme da un’egemonia nazionale che è quella del blocco industriale del Nord, che si avvale come strumento del blocco agrario.</p>
<p>Si annuncia qui l’analisi che sarà compiutamente sviluppata nei Quaderni del carcere.</p>
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		<title>3 &#8211; I quaderni del carcere</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2015 10:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni dal carcere]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; I Quaderni del carcere sono gli appunti che Gramsci scrisse in carcere fra il ’29 e il ’35, cioè a partire da [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>I Quaderni del carcere sono gli appunti che Gramsci scrisse in carcere fra il ’29 e il ’35, cioè a partire da due anni dopo l’arresto, quando riuscì ad avere un po’ più di calma e prima che la sua malattia si aggravasse, al punto di impedirgli di lavorare, anche in ragione delle durissime condizioni carcerarie che dovette subire.</p>
<p>Gramsci stende una serie di quaderni contemporaneamente. Di essi egli sottolinea il carattere provvisorio, di promemoria, non destinati cioè alla pubblicazione, ma propedeutici ad una ricerca più organica che Gramsci si proponeva di condurre, pensando ad un’opera che fosse destinata a durare für ewig (per sempre), come scrisse in una lettera alla cognata Tania Schucht.</p>
<p>Quest’opera non venne mai compiuta. Gramsci non supponeva che l’opera destinata a rimanere per sempre sarebbero state proprio quelle note, lette e studiate, oggi più di ieri, in tutto il mondo (tranne che nell’Italia strapaesana di oggi.</p>
<p>I quaderni furono pubblicati, per la prima volta, fra il ’48 e il ’52 dalla casa editrice Einaudi per espressa iniziativa di Togliatti, quando il pensiero di Gramsci, era sconosciuto.</p>
<p>I Quaderni vengono pubblicati in un’edizione, curata da Felice Platone, che per facilitare la lettura suddivideva i testi gramsciani per argomenti, non, dunque, secondo l’ordine cronologico della loro gestazione.<br />
Si trattava di 6 libri con i seguenti titoli:<br />
&#8211; Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce<br />
&#8211; Il risorgimento<br />
&#8211; Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura<br />
&#8211; Letteratura e vita nazionale<br />
&#8211; Note sul Machiavelli<br />
&#8211; Passato e presente</p>
<p>Solo nel 1975 sarà pubblicata l’edizione critica dei Quaderni, filologicamente e cronologicamente ricostruita per meglio dare conto del pensiero di Gramsci, da Valentino Gerratana.</p>
<p>Sin dalla pubblicazione dell’edizione curata da Platone l’impatto nel mondo intellettuale e politico italiano fu enorme.</p>
<p>Il filo rosso, il motivo conduttore che lega il testo gramsciano è il tema dell’egemonia, che potremmo sommariamente declinare così: come e perché le classi dominanti sono tali, cos’è e come si forma un apparato egemonico, come questo apparato mette in scacco e rende permanente lo stato di soggezione delle classi subalterne, come è possibile fondare/costruire un altro apparato egemonico capace di liberare le classi subalterne dal loro asservimento.</p>
<p>Le classi subalterne sono avvinte, soggiogate e partecipi di una concezione del mondo che non nasce da loro stesse. Esse sono succubi di una ideologia che corrisponde agli interessi e alla funzione storica delle classi dominanti: un’ideologia attraverso la quale le classi dominanti costruiscono la propria capacità di plasmare la coscienza di tutta la collettività, di travestire di oggettività, quasi si trattasse di una legge di natura, l’ordine di cose esistente.</p>
<p>Gramsci compie uno studio degli strumenti attraverso i quali la borghesia esercita il suo dominio:<br />
La scuola, con la divisione fra professionale e ginnasio-liceo, che ha il compito di riprodurre la frattura di classe;<br />
La religione e la Chiesa: sarà grande l’attenzione di Gramsci per il catechismo, considerato come un testo fondamentale, elaborato con estrema sapienza pedagogica;<br />
Il servizio militare, con il manuale del caporale, strumento per imprimere tutta una mentalità e una gerarchia di valori;<br />
I giornali locali, i piccoli episodi di cultura locale, tutte le manifestazioni del folklore, perché bisogna studiare con grande attenzione come si esprime una coscienza subalterna, analizzare il carattere composito e contraddittorio di quella coscienza e cogliere la spontaneità relativa in essa presente;<br />
Il cinematografo: Gramsci sottolineerà l’importanza del sonoro di cui apprende in carcere l’avvento;<br />
La radio, e persino i romanzi di appendice.</p>
<p>Ma se le classi subalterne sono ideologicamente dominate attraverso mille canali da un’ideologia che è quella delle classi dominanti, i loro bisogni effettivi, le loro rivendicazioni spingono queste classi ad azioni, lotte, movimenti, comportamenti che sono in contraddizione con la concezione del mondo a cui esse sono educate.<br />
Dov’è, allora, la filosofia reale?<br />
Ebbene, la filosofia reale va ricercata nell’agire. Ma finché vi è contraddizione tra l’agire e la concezione del mondo che ci guida, l’agire non può essere consapevole e non può essere coerente.</p>
<p>Scrive Gramsci in un brano intitolato Perché gli uomini sono irrequieti?:<br />
“Si può dire che l’irrequietezza è dovuta al fatto che non c’è identità tra teoria e pratica, ciò che ancora vuol dire che c’è una doppia ipocrisia: cioè si opera mentre nell’operare c’è una teoria o giustificazione implicita che non si vuole confessare e si ‘confessa’ ossia si afferma una teoria che non ha una corrispondenza nella pratica. Questo contrasto fra ciò che si fa e ciò che si dice produce irrequietezza, cioè scontentezza, insoddisfazione. Ma c’è una terza ipocrisia: all’irrequietezza si crea una causa fittizia, che non giustificando e non spiegando non permette di vedere quando l’irrequietezza stessa finirà”.</p>
<p>L’azione coerente dev’essere guidata da una concezione del mondo, da una visione unitaria e critica dei processi sociali. Si tratta, in altre parole, di rendere esplicito ciò che è ancora implicito.</p>
<p>Si tratta dunque di elaborare una concezione nuova che parta dal senso comune per criticarlo, depurarlo, unificarlo ed elevarlo a quello che Gramsci chiama “buon senso”, cioè alla visione critica del mondo.</p>
<p>Dice Gramsci:<br />
“Il compito di ogni concezione dominante è di conservare l’unità ideologica in tutto il blocco sociale che da quella determinata ideologia è cementato e unificato”.<br />
Una classe è egemone, dirigente e dominante fino a quando, attraverso la sua azione politica, ideologica, culturale, riesce a tenere insieme un gruppo di forze eterogenee ed impedire che il contrasto esistente fra queste forze esploda.</p>
<p>Scrive J.P.Sartre (Questioni di metodo, in Critica della ragione dialettica, il Saggiatore): “Una filosofia, una concezione del mondo, un blocco sociale vivono finché vive la prassi che li ha generati”.</p>
<p>Gramsci osserva come l’egemonia delle classi dominanti italiane sia sempre stata, in realtà, parziale.</p>
<p>Torniamo alla Chiesa cattolica e all’esercizio della sua funzione egemonica.<br />
La chiesa cattolica si preoccupa di tenere in un unico blocco le classi dominanti e le classi subalterne, gli intellettuali e i semplici.</p>
<p>La Chiesa lo ha fatto in un modo caratteristico: usando due linguaggi, due teologie, due ideologie, una per i “semplici” (il catechismo, la predica del parroco) e l’altra per gli intellettuali, a cui è proposta un’altra sofisticata interpretazione della teologia.</p>
<p>Preoccupazione della Chiesa è non rompere mai questa unità: il distacco fra i due strati non deve mai divenire rottura. Ma mai la Chiesa si propone il compito di elevare i semplici al livello degli intellettuali, cioè di compiere una vera riforma intellettuale e morale.</p>
<p>Croce e Gentile, pur affermando che la religione non è che una forma di mitologia, sono favorevoli all’insegnamento di essa nella scuola perché essa è una pre-filosofia, da lasciare ai bimbi e alle masse popolari subalterne, a coloro, cioè, che non devono elevarsi al sapere critico, alla filosofia.<br />
In sostanza, non ci si pone il problema di sollevare le classi popolari al livello delle classi dominanti, bensì di mantenere le classi popolari in una posizione subalterna.</p>
<p>La “filosofia della prassi” (il marxismo) non tende invece a mantenere i semplici nella loro filosofia primitiva, ma vuole condurli ad una concezione superiore della vita.</p>
<p>C’è, nei Quaderni, un passo di stupefacente valore in cui Gramsci delinea il processo inverso, quello, appunto, in cui si invera quel rapporto pedagogico che risolve la dicotomia fra governanti e governati e delinea la figura dell’intellettuale nuovo.</p>
<p>Il passo ha per titolo: “Passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere”.<br />
Sentite:<br />
“L’elemento popolare ‘sente’, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale ‘sa’, ma non sempre comprende e, specialmente, ‘sente’. I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia più sfrenati.<br />
L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (…), cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se staccato e distinto dal popolo nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica (…). Non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporti di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio.<br />
Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati – è dato da un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governanti e governati, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita d’insieme che solo è la forza sociale; si crea il blocco storico”.</p>
<p>Ma se l’egemonia è il superamento della contraddizione tra la pratica e la teoria, chi dev’essere il mediatore, l’unificatore, visto che questa unità non si pone automaticamente, visto che essa è il risultato di tutto un processo di lotta tra differenti egemonie?<br />
L’unificatore della teoria e della pratica, il demiurgo, è il partito, il partito comunista.</p>
<p>E’ il partito che crea una volontà collettiva, la prima cellula in cui si riassumono dei “germi di volontà collettiva che tendono a diventare universali”, nel senso che nel partito c’è già una visione totale e organica della società, di quello che dev’essere il suo sviluppo.<br />
Gramsci parla del partito come del soggetto collettivo che prefigura la società di domani e ne anticipa i caratteri.</p>
<p>Ora, l’elemento originario, senza cui non può prendere vita un partito, è quello che compie la sintesi critica, il capitano che crea l’esercito.</p>
<p>Torna qui, pienamente, la concezione di Lenin (Un passo avanti e due indietro): il partito non si costruisce dal basso all’alto, ma dall’alto al basso.</p>
<p>Ma mentre l’attuale società è caratterizzata dalla distinzione/opposizione tra governanti e governati, si deve tendere ad una società pienamente unificata, non più antagonistica, fondata sull’autogoverno dei produttori associati.<br />
Ma già si deve costruire questa unità fra governanti e governati nel partito, elevando tutti gli aderenti al partito alla qualità di dirigenti, di quadri.</p>
<p>Merita riflettere, al riguardo, su questa ulteriore, straordinaria (anche perché straordinariamente attuale) riflessione di Gramsci, dal titolo: “Grande ambizione e piccole ambizioni”:<br />
“Può esistere politica, cioè storia in atto, senza ambizione? L’ambizione ha assunto un significato deteriore e spregevole per due ragioni principali, perché è stata confusa l’ambizione (grande) con le piccole ambizioni e perché l’ambizione ha troppo spesso condotto al più basso opportunismo, al tradimento dei vecchi principi e delle vecchie formazioni sociali che avevano dato all’ambizioso le condizioni per passare a servizio più lucrativo e di più pronto rendimento. In fondo, anche questo secondo motivo si può ridurre al primo: si tratta di piccole ambizioni, poiché hanno fretta e non vogliono avere da superare soverchie difficoltà o troppo grandi difficoltà, o correre troppo grandi pericoli (…). La grande ambizione, oltre che necessaria per la lotta, non è neanche spregevole moralmente, tutt’altro: tutto sta nel vedere se l’ambizioso si eleva dopo avere fatto il deserto intorno a sé o se il suo elevarsi è condizionato consapevolmente dall’elevarsi di tutto uno strato sociale e se l’ambizioso vede appunto la propria elevazione come elemento dell’elevazione generale.<br />
Di solito si vede la lotta delle piccole ambizioni (del proprio particulare) contro la grande ambizione (che è indissolubile dal bene collettivo).<br />
Queste osservazioni sull’ambizione possono e debbono essere collegate ad altre sulla così detta demagogia. Demagogia vuol dire parecchie cose: nel senso deteriore, significa servirsi delle masse popolari, delle loro passioni sapientemente eccitate e nutrite, per i propri fini particolari, per le proprie piccole ambizioni (il parlamentarismo e l’elezionismo offrono un terreno propizio per questa forma particolare di demagogia che culmina nel cesarismo e nel bonapartismo coi suoi riti plebiscitari).<br />
Ma se il capo non considera le masse umane come uno strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi da buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera ‘costituente’, costruttiva, allora si ha una demagogia superiore; le masse non possono non essere aiutate a elevarsi attraverso l’elevarsi di singoli individui e di interi strati culturali (…).<br />
Il demagogo deteriore pone se stesso come insostituibile, crea il deserto intorno a sé, sistematicamente schiaccia ed elimina i possibili concorrenti, vuole entrare in rapporto con le masse direttamente (plebiscito, grande oratoria, colpi di scena, apparato coreografico fantasmagorico: si tratta di ciò che il Michels ha chiamato ‘capo carismatico’).<br />
Il capo politico della grande ambizione, invece, tende a suscitare uno strato intermedio tra sé e la massa, a suscitare possibili concorrenti ed uguali, ad elevare il livello di capacità delle masse, a creare elementi che possano sostituirlo nella funzione di capo. Egli pensa secondo gli interessi della massa, e questi vogliono che un apparecchio di conquista e di dominio non si sfasci per la morte o il venir meno del singolo capo, ripiombando la massa nel caos e nell’impotenza primitiva.<br />
Se è vero che ogni partito è partito di una sola classe, il capo deve poggiare su di questa ed elaborarne uno stato maggiore e tutta una gerarchia; se il capo è di origine ‘carismatica’ deve rinnegare la sua origine e lavorare e rendere organica la funzione della direzione, organica e coi caratteri della permanenza e continuità”.</p>
<p>Tutta questa concezione dà il massimo rilievo al momento ideale, culturale, al momento dell’intervento critico, al soggetto rivoluzionario. Contro le deformazioni del materialismo meccanicistico che prevaleva nella Seconda Internazionale, secondo cui il proletariato è fatalmente destinato a vincere, e che degenerava in una posizione sostanzialmente attendistica e nell’opportunismo.<br />
Per Lenin e per Gramsci, al contrario, la caduta della borghesia e del capitalismo non sono mai fatali.</p>
<p>Il materialismo volgare è l’espressione di una classe che pur cercando di darsi un’ideologia non più subalterna tale invece resta perché pensa che la sua vittoria sia dovuta al corso oggettivo delle cose e non ad una sua funzione e ad una sua iniziativa, ad una sua capacità di egemonia.<br />
E il rapporto di egemonia è sempre un rapporto pedagogico.</p>
<p>Scrivevano Marx ed Engels, ne La sacra famiglia:<br />
“La storia non fa niente (…). E’ l’uomo invece, l’uomo reale e vivente colui che fa tutto, possiede e combatte tutto; non è affatto la storia che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i suoi fini (…). Essa non è altro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini”.<br />
Insomma, non esiste – se non nelle teologie comunque travestite – una filosofia della storia.</p>
<p>Se Marx ed Engels hanno fondato materialisticamente l’analisi storico-sociale sul modo di produzione e in modo particolare sui rapporti di produzione; e se Lenin ha dato un contributo decisivo alla elaborazione dei problemi inerenti al “primo grado” della sovrastruttura (la “politica”, in senso stretto), è merito di Gramsci l’avere straordinariamente allargato – su questo impianto – la ricerca storico-teorica al livello delle sovrastrutture più complesse e, in primo luogo, all’ambito della cultura e dell’ideologia.</p>
<p>Qualcuno ha rimproverato a Gramsci di avere trascurato il quadro del modo di produzione, dei rapporti economici. Qualcuno ha persino creduto di vedervi un elemento di idealismo se non un non superato residuo di crocianismo.<br />
Ma se si studia non superficialmente l’opera di Gramsci e la lotta politico-concreta in cui essa è incardinata, ci si accorge che quel sospetto è destituito di fondamento.</p>
<p>Si guardi come Gramsci tratteggia il concetto di “blocco storico”: “La struttura e la superstruttura – dice Gramsci – formano un blocco storico”.<br />
E cos’è un blocco storico? E’ un’unità di forze sociali e politiche differenti, tenute assieme attraverso una specifica concezione del mondo e attraverso specifici rapporti economico-sociali.<br />
La lotta per l’egemonia (cioè per la costruzione di un blocco storico) deve perciò investire tutti i rapporti della società: la base economica, la superstruttura politica e la superstruttura ideale nel loro intreccio e reciproco condizionamento dialettico.</p>
<p>In un passo dei Quaderni dedicato al Risorgimento Gramsci dà una visione dinamica del processo in base al quale si formano e si dissolvono le egemonie: “La supremazia di un gruppo sociale – scrive – si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale”: dominio degli avversari, direzione dei gruppi affini e alleati.<br />
Ma un gruppo sociale deve essere dirigente già prima di conquistare il potere politico: “Dopo, anche quando esercita il potere e lo tiene saldamente in pugno e diventa dominante, deve continuare ad essere anche dirigente”.</p>
<p>L’egemonia entra in crisi quando è sì mantenuto il dominio, ma viene meno la capacità dirigente, quando non si sa più risolvere i problemi della collettività.<br />
Al rovescio, la classe sino a ieri subalterna diventa a sua volta dirigente quando sa indicare la soluzione dei problemi concretamente ed ha una concezione del mondo e dei rapporti economico-sociali che conquista nuovi aderenti e unifica lo schieramento che si forma intorno a lei.</p>
<p>Ora, gli intellettuali sono i quadri della classe dominante – economicamente e politicamente &#8211; e sono coloro che elaborano l’ideologia.<br />
Essi non sono un gruppo sociale autonomo, ma ogni gruppo sociale, affermando una propria funzione nella produzione economica, si forma degli intellettuali che diventano i tecnici della produzione, ma assolvono anche al compito di dare alla classe dominante la consapevolezza di se stessa e della propria funzione.</p>
<p>Il capitalismo industriale crea essenzialmente i tecnici, gli scienziati legati alla produzione: sono gli intellettuali “organici”, urbani, intimamente connessi alle funzioni dell’economia capitalista.</p>
<p>Ma ogni gruppo sociale che si afferma trova al tempo stesso degli intellettuali già formati dalla società precedente, frutto delle precedenti formazioni economico-sociali: sono gli intellettuali tradizionali.<br />
La nuova classe dominante, mentre forma i propri intellettuali organici, si sforza di assimilare gli intellettuali tradizionali.</p>
<p>Nell’Italia di Gramsci gli intellettuali tradizionali sono quelli di formazione umanistica (fra i quali anche il clero), prevalentemente di origine rurale e provengono dalla borghesia rurale assenteista: avvocati, notai, medici e, giù giù, fino al farmacista, cioè tutti coloro che svolgono una funzione di mediazione sociale del consenso e contribuiscono a formare il senso comune, l’adesione all’ideologia delle classi dominanti:<br />
questo ruolo può essere esercitato perché la mediazione professionale è difficilmente scindibile dalla mediazione politica; di qui l’autorevolezza che a queste figure viene riconosciuta dall’elemento popolare.<br />
Costoro svolgono una funzione ideologica e politica più importante degli intellettuali organici.</p>
<p>L’intellettuale è il quadro di un apparato egemonico.</p>
<p>In questo senso, per Gramsci, il bracciante capo-lega, se è un capace dirigente, anche se è analfabeta o semianalfabeta, è un intellettuale, in quanto è un dirigente, un educatore di massa, un organizzatore.</p>
<p>Vedremo come nella società complessa, nell’Occidente capitalistico, sia possibile costruire un’egemonia delle classi subalterne capace di evitarne il riflusso nella rivoluzione passiva e di costruire le condizioni e l’architettura della rivoluzione in Occidente.</p>
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