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	<title> &#187; Dino Greco</title>
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		<title>Dalla marcia su Roma al governo Meloni</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2022 17:35:06 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Brescia. Lezione del prof. Angelo d&#8217;Orsi, mercoledì 23 novembre 2022. Analisi storica dalla nascita del fascismo al governo Meloni.</p>
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		<title>La Comune di Parigi e il &#8217;69 operaio</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2021 12:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Capita talvolta che grandi rivolgimenti politici e sociali, malgrado coloro che ne sono stati protagonisti siano stati duramente sconfitti, producano i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/comune19.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-991" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/comune19-150x150.jpg" alt="comune19" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Capita talvolta che grandi rivolgimenti politici e sociali, malgrado coloro che ne sono stati protagonisti siano stati duramente sconfitti, producano i propri effetti a distanza, e le istanze di allora tornino ad ispirare sommovimenti altrettanto profondi.</p>
<p>E’ ciò che per molti e significativi aspetti si sviluppò in Italia nel decennio che va dalla fine degli anni Sessanta a buona parte dei Settanta.</p>
<p>Anzi, a me pare che si possa affermare senza allontanarci dal vero che l’autentico atto di nascita della “Repubblica democratica fondata sul lavoro” coincida con la riscossa operaia del 1969, dopo circa vent’anni di latenza costituzionale, segnati più dall’anticomunismo che dall’antifascismo.</p>
<p>Chi non ha vissuto quel periodo, un giovane di oggi, faticherebbe non poco – alla luce del presente – a comprendere le dimensioni di quel poderoso sconquasso che fu tale da mettere in discussione rapporti di potere consolidati, a partire dalla fabbrica, e da investire l’intera società, la cultura, la politica e la produzione legislativa lungo quasi un decennio.</p>
<p>L’elemento di svolta fu il contratto nazionale dei metalmeccanici dell’autunno 1969, conquistato dopo uno vero e proprio scontro campale e 300 ore di sciopero.</p>
<p>Si trattò di un’autentica rivoluzione che investì tutti gli aspetti del rapporto di lavoro.</p>
<p>Il pendolo dei rapporti di forza si sposta potentemente:</p>
<p>forti aumenti salariali dopo anni di stagnazione delle retribuzioni;<br />
superamento delle “gabbie salariali”, in ragione delle quali ad eguale prestazione di lavoro nel medesimo settore corrispondevano, territorialmente, diversi livelli retributivi;<br />
inquadramento unico operai-impiegati;<br />
riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali;<br />
diritto alle assemblee retribuite all’interno dei luoghi di lavoro;<br />
elezione dei delegati e la conquista di un monte ore di permessi sindacali retribuiti dall’azienda.</p>
<p>Nel contratto nazionale dei metalmeccanici successivo, quello del ’73, entrerà anche – sotto il titolo “Diritto allo studio” &#8211; la previsione di 150 ore retribuite per il completamento degli studi da parte di lavoratori il cui accesso al lavoro sin da giovanissimi aveva impedito di completare la formazione scolastica.</p>
<p>La polemica si snodò lungo tutto l&#8217;arco della vertenza contrattuale.<br />
Ci fu un episodio emblematico, quando Felice Mortillaro, direttore di Federmeccanica, nel tentativo di ridicolizzare le posizioni sindacali e dimostrarne l’inconsistenza domandò al tavolo delle trattative se le richieste comprendessero anche il diritto per i lavoratori di studiare il clavicembalo.</p>
<p>Bruno Trentin, allora segretario della Fiom-Cgil, rispose di sì, affermando per questa via il diritto alla piena autodeterminazione dei percorsi culturali e della domanda di apprendimento che ne discendeva.</p>
<p>Il clavicembalo divenne la rappresentazione simbolica dell’affermazione della libertà operaia di decidere della propria cultura, di scegliere e imporre le proprie priorità dentro e fuori la fabbrica, di rompere una soggezione anche culturale, psicologica nei confronti della classe possidente, di sottrarsi ad una condizione deprivata di ogni ambizione che andasse al di là della propria riproduzione sociale, come forza lavoro consegnata al puro compito di valorizzazione del capitale.</p>
<p>La conquista delle 150 ore si inscrive, dunque, nella strategia di uguaglianza e di unità dei lavoratori che in quegli anni seppe collegare l&#8217;egualitarismo salariale alla battaglia per l&#8217;inquadramento unico fra operai e impiegati, nell&#8217;affermazione di un diritto permanente allo studio come rifiuto della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, fra la produzione e la scienza.</p>
<p>Il mondo padronale esce tramortito da quell’impetuosa spinta al riscatto collettivo nata sotto l’impulso di una nuova e giovane classe operaia, in gran parte senza storia precedente, emigrata in massa dalle campagne meridionali ed entrata in forze nella fabbrica manifatturiera fordista.</p>
<p>Nell’aprile del 1968, a Valdagno, l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto da parte di migliaia di operaie e di operai, fu la materiale rappresentazione della rivolta contro un potere assoluto, dispotico, contro quell’universo concentrazionario nel quale si esercitava non solo lo sfruttamento ma anche il controllo totale sulla vita dei proletari. Si trattò dell’apertura di una fase acuta della lotta di classe in Italia. E non si può non osservare come quel moto liberatorio rappresenti l’equivalente simbolico dell’abbattimento della Colonne Vendome, che la Comune di Parigi considerò “un monumento alla barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, un’affermazione di militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attentato continuo ad uno dei tre grandi principi della Repubblica: la fratellanza”.</p>
<p>Ebbene, Angelo Costa, storico presidente di Confindustria, dopo la firma del contratto del ’69, vissuta come un’oltraggiosa usurpazione, si dimetterà dal suo incarico sostenendo che il nuovo contratto espropriava gli imprenditori del loro “diritto naturale” a considerare la fabbrica loro proprietà esclusiva, mentre le nuove norme, subite con la forza, li costringevano a finanziare la lotta di classe che veniva portata in “casa loro”.</p>
<p>L’impatto delle lotte operaie investirà tutta la società italiana e condizionerà profondamente la politica e l’attività legislativa per tutta la prima parte degli anni Settanta.</p>
<p>Sono di quel periodo:<br />
lo statuto dei diritti dei lavoratori (1970);<br />
la legge di tutela delle lavoratrici madri (1971);<br />
la legge sul lavoro a domicilio (1973);<br />
la legge sul collocamento degli invalidi (1968).</p>
<p>Nel 1975 viene stipulato l’accordo che fissa il valore della indennità di contingenza (la scala mobile) a 1389 lire a punto, uguali per tutte le categorie e per tutti i lavoratori.</p>
<p>Sono inoltre di quegli anni le “grandi riforme”:<br />
quella delle pensioni (il diritto al pensionamento matura a 35 anni con una rendita del 2% per anno calcolato sull’intero montante retributivo);<br />
quella della sanità (con la concreta affermazione del diritto universalistico alle prestazioni sanitarie);<br />
quella della psichiatria (la “riforma Basaglia”, con l’abolizione dei manicomi);<br />
quella della casa (con la legge 167, che afferma il principio del diritto all’abitazione attraverso la costruzione e l’assegnazione di case di edilizia economico-popolare);<br />
nasce il nuovo diritto di famiglia.</p>
<p>Nel 1974 la battaglia sul divorzio si conclude con la vittoria nel referendum abrogativo della legge promosso dai Comitati civici e sostenuto dalla Democrazia cristiana e dalle gerarchie vaticane.</p>
<p>Ma è lo Statuto dei lavoratori che rappresenta una vera cesura d’epoca, una vera e propria rottura di faglia nei rapporti economico-sociali.</p>
<p>Lo Statuto abbatte le barriere di quella “zona franca”, impermeabile alla Costituzione, che fino a quel momento era stata la fabbrica.</p>
<p>Il padrone incontra per la prima volta un limite cogente, di carattere giuridico, al proprio potere indiscriminato.</p>
<p>Con una formula secca: cambiano in Italia e radicalmente i rapporti di forza fra le classi.</p>
<p>Ma il sindacato stesso conosce una trasformazione originale che ne muta profondamente il carattere in senso democratico.</p>
<p>Lo Statuto dei lavoratori appena approvato dal parlamento prevedeva che i poteri di rappresentanza dei lavoratori fossero affidati alle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) nominate dai sindacati maggiormente rappresentativi (Cgil, Cisl, Uil).<br />
L’investitura avveniva dunque dall’alto e dall’esterno.</p>
<p>Ma il movimento si spinge oltre.<br />
L’esperienza dei Consigli di fabbrica muta radicalmente questa impostazione.<br />
Perché sul campo nasce la figura del delegato di reparto o di gruppo omogeneo (una sorta di collegio uninominale), eletto da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti ai sindacati, attraverso un voto su scheda bianca, dove tutti sono dunque elettori ed eleggibili e dove vige la regola della revoca istantanea del mandato ove questa sia richiesta dal 50 per cento +1 dei lavoratori interessati.</p>
<p>Quelli che nel linguaggio corrente chiamiamo delegati erano in realtà dei commissari, depositari di un mandato imperativo, che in nessun caso espropriava l’assemblea che rimaneva in ogni momento il vero organo sovrano perché – per dirla con Rousseau – “dove c’è il rappresentato non c’è più il rappresentante”, e “la sovranità consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta, o è essa stessa o è un’altra”.</p>
<p>Ma qui interviene una novità assoluta che sta nel fatto che il sindacato decide una cosa assolutamente senza precedenti e cioè di fare cadere su coloro che i lavoratori hanno scelto come propri rappresentanti la nomina di Rsa, munendoli dei poteri formali e sostanziali che la legge assegna alle Rsa.</p>
<p>I consigli dei delegati non sono più soltanto l’espressione diretta dei lavoratori, in una sorta di dualismo di potere: essi diventano il primo livello dell’organizzazione sindacale.</p>
<p>La novità è straordinaria (una volta tanto questo termine non è abusato), perché rappresenta una sintesi originalissima di democrazia diretta e democrazia delegata, dove sono i lavoratori ad avere la prima e l’ultima parola.</p>
<p>Questo intreccio inedito ed unico al mondo fra organizzazione esterna e democrazia di base prelude alla stagione unitaria più feconda del sindacalismo italiano e all’esperienza di unità organica che da lì prenderà le mosse, realizzandosi in modo compiuto, per alcuni anni, con la federazione lavoratori metalmeccanici (Flm).</p>
<p>E’ interessante notare come questa fase di formidabile crescita della democrazia operaia richiami direttamente il biennio rosso 1919-1920 e l’esperienza del gruppo ordinovista di Gramsci, Togliatti e Terracini. E, ancora più indietro nel tempo, come la forma organizzativa dei Consigli si ispirasse, per tanti versi, all’architettura statuale costruita dai rivoluzionari della Comune di Parigi del 1871 ripresa dal Lenin di Stato e rivoluzione.</p>
<p>Ebbene, al punto più alto di questo gigantesco processo di soggettivazione operaia c’è, a mio avviso, la battaglia per la salute in fabbrica, non più delegata al sapere codificato degli “specialisti”, ma assunta in proprio dai lavoratori.</p>
<p>Si tratta della scoperta che l’organizzazione scientifica del lavoro portava, oltre alla fatica muscolare, un nuovo tipo di affaticamento di matrice psichica, la cosiddetta “fatica industriale”, i cui effetti incidevano pesantemente sulla sanità psicofisica dell’uomo, non misurabile con i tradizionali strumenti di rilevazione.</p>
<p>Sul piano scientifico, viene affermandosi il concetto che l’operaio non è soltanto un oggetto della ricerca, ma ne è soggetto, protagonista. Il suo parere diventa non già un’opinabile valutazione da inserire nell’anamnesi, ma un dato scientifico con il quale confrontare gli altri dati rilevabili con diverse metodologie.<br />
Non era più solo il giudizio dell’esperto a stabilire cosa fosse nocivo e cosa no: l’esperienza operaia e il suo racconto diventano un vero e proprio strumento scientifico, un vero e proprio “caposaldo epistemologico”.</p>
<p>La tendenza a chiedere un risarcimento monetario in cambio dei danni subiti dalla salute scaturiva da una riverenza, da una soggezione nei confronti della presunta scientificità di cui il tecnico della salute era portatore.</p>
<p>Al movimento operaio italiano mancava un autonomo punto di vista sulla scienza e sulla tecnologia, ritenuta neutrale e perciò non suscettibile di alcuna modifica.</p>
<p>Ebbene, l’esperienza consiliare recupera interamente Gramsci per ricostruire una “coscienza del produttore” a partire dal gruppo operaio omogeneo e dalla sua capacità di controllare e modificare il processo produttivo: l’elaborazione del “modello sindacale di lotta per la salute” e il valore che in esso era assegnato alla soggettività operaia contribuirono allo sviluppo di un’autonoma capacità di critica e di proposta sull’organizzazione del lavoro.</p>
<p>Parimenti, una leva di medici del lavoro rompe la propria separatezza dal mondo del lavoro, si sente rivalutata nella propria professione e acquista nuova dignità sociale.</p>
<p>L’esperienza consiliare troverà un ulteriore sviluppo, tutto politico, nei Consigli di zona, rete dei consigli di fabbrica operanti in un determinato territorio.</p>
<p>Questa evoluzione, tutta politica, della struttura consiliare, delinea i tratti di un contropotere sociale. Essa muove dalla comprensione, che via via si fa strada, che la conquista di un potere negoziale dentro la fabbrica è fondamentale, ma non sufficiente e che ci sono contraddizioni e problemi che possono essere affrontati solo in una dimensione più vasta.</p>
<p>Si sentono qui gli echi di Lenin, che nel “Che fare” sottolineava come la coscienza politica di classe la si conquista oltre il rapporto fra padrone e operaio, perché lì si vedono i rapporti di tutte le classi fra loro, di tutte le classi con lo Stato, con il potere politico e si giunge ad una visione complessiva della società.</p>
<p>Perché ciò avvenga bisogna appunto capire cosa c’è dietro al padrone, come egli organizza il proprio potere e la propria egemonia e comprendere come il padrone sia sostenuto da tutta una struttura sociale, da tutta un’organizzazione politica e statuale.</p>
<p>La classe non si pone più solo come parzialità, come soggetto sociale deprivato che si difende, impegnato nell’autotutela. La classe assurge ad un livello superiore: essa guarda al tutto dal punto di vista di una parte.</p>
<p>In quella straordinaria stagione i Consigli di zona diventano il riferimento di tutte le lotte sociali, di qualsivoglia natura, che prendono corpo in un determinato territorio.<br />
La prassi sociale che si produce incarna una democrazia di tipo nuovo, fondata sulla partecipazione diretta di masse di donne e di uomini che magari non conoscono nulla del marxismo, ma che il marxismo lo praticano sul campo: è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.</p>
<p>L’effetto di riverbero delle lotte operaie sull’insieme della società è di assoluta rilevanza.</p>
<p>Strati di intellettuali e di piccola borghesia si separano dalle classi dominanti e si uniscono ad una classe operaia e ad un movimento sindacale di cui si riconoscono autorevolezza e forza egemonica.</p>
<p>Persino la tradizionale fatuità e apoliticità della musica leggera italiana ne viene influenzata. La condizione operaia vi irrompe in un modo prima impensabile, persino al festival di San Remo dove i Giganti cantano Proposta (“Me ciami Brambilla e fu l’operari / lavori la ghisa per pochi denari”…).<br />
Ricordo un convegno che promuovemmo negli anni Ottanta come Camera del lavoro di Brescia, a cui invitammo Giovanni Palombarini, fondatore di Magistratura democratica, a parlare di lavoro e Costituzione.</p>
<p>Palombarini ci disse che non si aveva ancora chiara percezione di quale impatto avesse avuto, su una nuova generazione di magistrati, l’irruzione sulla scena sociale e politica italiana del movimento operaio; e di quanto questa nuova leva di giuristi abbia imparato a rileggere la Costituzione con le lenti dello Statuto dei lavoratori, assimilandone non solo la lettera e la norma, ma anche la cultura, profondamente diversa da quella pre-esistente.</p>
<p>Nasce così il Nuovo processo del lavoro e le stesse aule di tribunale che ci vedevano sistematicamente sconfitti nelle cause di lavoro smettono di diventare per i lavoratori luoghi ostili: si comincia a vincere anche nel contenzioso giudiziario.</p>
<p>Il comportamento antisindacale (punito dall’articolo 28 dello Statuto) viene prontamente applicato, la violazione dell’ordine pretorile diventa un reato da codice penale che prevede (cosa inaudita) fino all’arresto.</p>
<p>La reintegrazione nel posto di lavoro ove il licenziamento del lavoratore sia intervenuto senza “giusta causa o giustificato motivo” (articolo 18) sancisce che il padrone non può ledere la dignità del suo prestatore d’opera perché il lavoro – come dice la Costituzione -non è solo il corrispettivo della retribuzione, ma è anche “elemento costitutivo della personalità umana”.</p>
<p>Di più. Nel giuslavorismo di nuovo conio, figlio di questa eccezionale stagione di sommovimento sociale, prende corpo un concetto giuridico di fondamentale importanza: quello in base al quale la legge deve compensare l’oggettiva asimmetria di forze che si stabilisce nel rapporto di lavoro fra datore di lavoro e prestatore d’opera.<br />
E lo deve fare, precisamente, affermando l’indisponibilità individuale del contratto collettivo di lavoro, cioè la sua inderogabilità.<br />
E ciò in quanto “bisogna difendere la parte più debole (il lavoratore) dalla sua stessa debolezza che potrebbe indurla a rinunzie sostanziali perché subite in una condizione di oggettivo ricatto, di oggettiva soggezione”.</p>
<p>Mai come in questo periodo il Paese viene a somigliare con i tratti, i principi, il dettato della sua carta costituzionale.<br />
E ciò avviene proprio in forza di quella soggettività, di quel protagonismo sociale e politico del lavoro che invera al livello più alto il concetto di democrazia progressiva.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/Intervento-su-Comune-di-Parigi.docx">Intervento su Comune di Parigi &#8211; Versione .docx</a></p>
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		<title>Relazione su Pci e terrorismo anni ‘70</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2021 22:04:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

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		<description><![CDATA[12-13 marzo 2021 di  Dino Greco &#8211; Non vi è dubbio alcuno che il ventennio successivo alla Liberazione e al varo della costituzione repubblicana fu [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>12-13 marzo 2021 di  Dino Greco &#8211;</p>
<p>Non vi è dubbio alcuno che il ventennio successivo alla Liberazione e al varo della costituzione repubblicana fu segnato più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. La reazione delle classi dominanti, preoccupate del carattere di lotta di classe che aveva assunto l’epopea resistenziale e del ruolo centrale che in essa aveva svolto il partito comunista, si traduce in una controffensiva restauratrice, perfettamente in linea con la “guerra fredda”, conseguente alla divisione del mondo in aree di influenza.</p>
<p>In seguito alla sconfitta del nazifascismo, per tutto l’Occidente il nemico fondamentale torna ad essere a Est, come dopo la rivoluzione sovietica.</p>
<p>Dopo la parentesi della guerra, il sistema delle alleanze torna a scomporsi e a ricomporsi lungo i binari del conflitto di sistema. E Si fronteggiano, nelle loro varianti, due idee del mondo contrapposte.</p>
<p>Il recupero del fascismo in funzione anticomunista assume in Italia tratti evidentissimi.</p>
<p>Lo Stato repubblicano eredita in blocco la vecchia architettura fascista e il personale del ventennio.</p>
<p>Un solo dato: ancora nel 1966 tutti i prefetti e i viceprefetti, tutti i questori e i vice questori in attività avevano iniziato la loro carriera sotto il regime fascista.</p>
<p>I fascicoli personali aperti dall’Ovra nei confronti dei comunisti si inoltrano sino alla soglia degli anni Settanta ed oltre. Il linguaggio dei rapporti di polizia ricalca espressioni, giudizi, formule abituali nel ventennio, circostanza non ascrivibile a semplice inerzia burocratica, ma riflesso di una precisa disposizione politica che riproducendo lo stigma dei “pericolosi sovversivi” legittima un’investigazione coperta e sotterranea sui comunisti.<br />
C’è un tratto che emerge prepotentemente sin dai primi anni della Repubblica. L’offensiva anticomunista si salda sempre alla repressione delle lotte sociali, sia operaie che contadine, al Nord come al Sud.</p>
<p>La prima strage di Stato, nel 1947, quella di Portella della Ginestra, avviene quando circa duemila lavoratori, in gran parte agricoltori, tornarono a festeggiare il 1º maggio, a manifestare contro il latifondismo, a favore dell&#8217;occupazione delle terre incolte e a festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo, l&#8217;alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti alle elezioni dell’assemblea regionale siciliana.</p>
<p>Immediatamente dopo la strage di Portella, il ministro dell’Interno Scelba mandò nelle strade i reparti celere con in dotazione mitragliatori, autoblinde e mortai: decine di manifestanti in tutta Italia furono uccisi in pochi mesi. Il 22 giugno furono assaltate le sezioni comuniste di Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi: nove morti e decine di feriti. Furono assassinati sindacalisti e capilega.</p>
<p>Ho indugiato su questa vicenda perché pare a me paradigmatica di ciò che sarebbe avvenuto nel futuro: l’intreccio fra mafia, banditismo, poteri dello Stato, servizi, fascismo, intelligence statunitense.</p>
<p>Non è certo un caso se quel primo maggio 1947, il segretario di Stato Usa Jorge Marshall inviò una lunga lettera all’ambasciatore in Italia James Dunn, in cui si possono leggere queste parole: «il dipartimento di Stato è profondamente preoccupato delle condizioni politiche ed economiche italiane, che evidentemente stanno conducendo ad un ulteriore aumento della forza comunista e ad un conseguente peggioramento della situazione degli elementi moderati, con i comunisti che diventano sempre più fiduciosi e portati ad ignorare l’attività del governo».</p>
<p>L’impressionante sequenza di tentativi di golpe conferma questo intreccio perverso.</p>
<p>Nel 1964 il “Piano Solo” del generale Giovanni de Lorenzo, si proponeva di assicurare all&#8217;Arma dei Carabinieri il controllo militare dello Stato per mezzo dell&#8217;occupazione dei cosiddetti «centri nevralgici» e, soprattutto, prevedeva un progetto di «enucleazione», cioè la cattura, l’arresto e l’imprigionamento in un centro allestito dal Sifar in Sardegna di 731 uomini della sinistra e del sindacato.</p>
<p>Il piano fallì e nel ’67 fu istituita una commissione parlamentare d&#8217;inchiesta che definì il tentato golpe null’altro che «una deviazione deprecabile» ma non come un tentativo di colpo di Stato.</p>
<p>Ci riprova il principe nero Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970.</p>
<p>In accordo con diversi vertici militari e membri dei Ministeri, il piano prevedeva l&#8217;occupazione del Ministero dell&#8217;Interno, del Ministero della Difesa, delle sedi Rai, dei mezzi di telecomunicazione e la deportazione di dirigenti comunisti, socialisti e di quanti sospetti di collusioni a sinistra.</p>
<p>Anche in questo caso il tentativo fallisce, ma la Procura della Repubblica di Roma dispone l&#8217;archiviazione dell&#8217;indagine per mancanza di prove. Si tentò di avallare nell&#8217;opinione pubblica italiana il convincimento che si fosse trattato dell'&#8221;operazione grottesca di un manipolo di vegliardi&#8221;. Tutto fu archiviato con la sentenza della Corte d&#8217;Assise, &#8220;perché il fatto non sussiste”. I giudici disposero l&#8217;assoluzione di tutti i 48 imputati dall&#8217;accusa di cospirazione politica, persino per coloro che avevano ammesso di avervi preso parte, aggiungendo che tutto ciò che era successo non era che il parto di un «conciliabolo di 4 o 5 sessantenni».</p>
<p>Già dal 1956 era stata costituita  l&#8217;organizzazione paramilitare Gladio, appartenente alla rete internazionale Stay-behind, con un protocollo d&#8217;intesa tra il servizio segreto italiano e la Central Intelligence Agency  per contrastare una possibile invasione nell&#8217;Europa occidentale da parte dell&#8217;Unione Sovietica e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia dietro le linee nemiche, con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture.</p>
<p>Ma la vera funzione di Gladio fu chiarita da Luigi Tagliamonte, capo dell&#8217;ufficio amministrazione del SIFAR: «Si effettuavano dei corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio, all&#8217;uso degli esplosivi al fine di impiegare le persone addestrate in caso di sovvertimenti di piazza, nel caso che il Pci avesse preso il potere”.</p>
<p>Il magistrato veneziano Felice Casson trasmise il fascicolo sull&#8217;organizzazione, per ragioni di competenza territoriale, alla Procura di Roma, la quale dichiarò che la struttura Stay-behind non aveva nulla di penalmente rilevante.</p>
<p>Amos Spiazzi (generale dell&#8217;Esercito Italiano inquisito durante gli anni settanta-ottanta come presunto partecipante al cosiddetto &#8220;Golpe Borghese&#8221;) fonda nel 1973 la Rosa dei venti, un&#8217;organizzazione segreta italiana di stampo neofascista, collegata con ambienti militari. L’organizzazione – spiegò Spiazzi – si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo. Al vertice dell&#8217;organizzazione stanno senz&#8217;altro dei militari, ma non ne fanno parte solo militari, bensì anche civili, industriali e politici. Soltanto un vertice conosce tutto e ai vari livelli si rinvengono dei vertici parziali (…) La filosofia ispiratrice è quella dell&#8217;appartenenza dell&#8217;Italia al blocco occidentale inteso come immutabile, mobilitato permanentemente contro il comunismo e finalizzato ad impedire l&#8217;ascesa alla direzione del paese da parte delle sinistre”. Anche in questo caso la copertura fu totale: il pubblico ministero Claudio Vitalone invocherà il segreto di Stato e sulla questione cadrà il silenzio.</p>
<p>Poi, la Loggia massonica P2, guidata dal venerabile maestro Licio Gelli, che intervistato da Klaus Davi disse: «Avevamo l&#8217;Italia in mano. Con noi c&#8217;erano l&#8217;Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate dagli appartenenti alla P2. Non solo i capi, che erano di nomina politica, ma anche i funzionari più importanti, di consolidata carriera interna».</p>
<p>Come è noto, il “Piano di rinascita democratica” di Gelli prevedeva di portare la magistratura italiana sotto il controllo del potere esecutivo, separare le carriere dei magistrati, superare il bicameralismo perfetto e ridurre numero dei parlamentari, abolire le province, rompere l&#8217;unità sindacale e riformare il mercato del lavoro, controllare i mezzi di comunicazione di massa, trasformare le università in Italia in fondazioni di diritto privato, adottare una politica repressiva contro avversari politici.</p>
<p>Ebbene, malgrado la Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta dal ministro Tina Anselmi, avesse chiuso il caso P2 denunciando la loggia come una vera e propria «organizzazione criminale» ed «eversiva»,</p>
<p>gli appartenenti alla P2 e Gelli furono assolti con formula piena dalle accuse di «complotto ai danni dello Stato» con le sentenze della Corte d&#8217;assise e della Corte d&#8217;assise d&#8217;appello di Roma tra il 1994 e il 1996.</p>
<p>Ma è tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta che</p>
<p>lo scenario politico e sociale dell’Italia muta radicalmente.</p>
<p>Il 20 maggio 1970 entra in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E’ una vera rivoluzione perché, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica, la Costituzione varca le stanze chiuse di ogni luogo di lavoro. La fabbrica non è più una zona franca, dominio esclusivo del padrone. Si riconosce e formalizza in modo cogente che i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi e di tutelare i propri interessi in forma conflittuale, l’attività antisindacale viene punita in quanto reato, i licenziamenti di cui sia dimostrata l’illegittimità vengono revocati, la tutela dell’integrità psico-fisica dei prestatori d’opera viene con forza affermata. Da universo concentrazionario dove è possibile ogni arbitrio padronale la fabbrica diventa luogo dove in forza di legge è possibile affermare i diritti di cittadinanza, la libertà di pensiero, di attività sindacale.</p>
<p>Ma lo Statuto non piove dal cielo. Esso è il frutto di una straordinaria stagione di lotte operaie che conquistano sul campo parte rilevante dei risultati che ora trovano una legittimazione legislativa.</p>
<p>Il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici del 21 dicembre 1969, firmato dopo oltre 180 ore di sciopero, viene vissuto dai vertici confindustriali come uno smacco insopportabile.</p>
<p>Ma il movimento operaio che era stato protagonista di quella impetuosa stagione non si ferma. E realizza forme inedite di rappresentanza sindacale che prevedono un intreccio di democrazia diretta e democrazia delegata e rimodellano lo stesso rapporto fra sindacato esterno e rappresentanza interna. Nascono i consigli di fabbrica.</p>
<p>Questa potente iniezione di democrazia, che sorge direttamente dalla base, diventa l’elemento propulsore, direi scatenante, di una capillare vertenzialità quale non si era mai vista in precedenza.</p>
<p>I padroni non mandano giù il rospo e ogni vertenza produce uno scontro di grande durezza. Davanti ai cancelli si consumano veri e propri corpo a corpo, con i crumiri e con i fascisti che appaiono sempre più frequentemente sulla scena, sistematicamente spalleggiati dalla polizia e dai carabinieri.</p>
<p>Il padronato si riorganizza, si moltiplicano le riunioni di associazione nelle quali essi manifestano tutta la propria rabbia per quella che chiamano un’usurpazione, una violazione della proprietà privata, la fabbrica divenuta teatro di un conflitto di potere quotidiano. Un sentimento si fa strada sempre più acuto nel padronato: “bisogna fermarli. A qualsiasi costo”.</p>
<p>Torna a galla “il marcio di Salò”, la parte più intrisa di fascismo, strutturalmente ostile al sindacato, abituata a trattare con il bastone i rapporti sociali.</p>
<p>Giorgio Almirante si incontra con gruppi di imprenditori, soprattutto siderurgici, garantendo loro sostegno attivo. Vengono assunte squadre di picchiatori fascisti con il solo compito di intimidire i lavoratori.</p>
<p>All’impetuoso sviluppo del movimento operaio, di cui i comunisti sono componente essenziale, fa da riscontro un poderoso processo riformatore che si sviluppa sino alla metà degli anni Settanta e che ha nel Pci il suo principale protagonista.  Alle conquiste sindacali si salda un’imponente attività legislativa di impronta sociale (Statuto dei lavoratori, legge di tutela delle lavoratrici madri, riforma sanitaria, delle pensioni, della casa, della psichiatria), lungo un percorso di rafforzamento del welfare e del sistema di protezione sociale. E ancora, la riforma del diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio. Lo scuotimento è fortissimo.</p>
<p>Mutano profondamente i rapporti fra le classi e l’impetuosa avanzata elettorale del Partito comunista conseguita nelle elezioni del ’75 e del ’76 apre concretamente il tema del governo del paese lungo una traiettoria mai prima verificatasi.</p>
<p>L’ondata terroristica, lo stragismo nero e di Stato, da piazza Fontana al treno Italicus, da piazza della Loggia alla stazione di Bologna, all’attentato al rapido 904, tracciano una ininterrotta scia di sangue e delineano una strategia eversiva il cui obiettivo è quello di ricacciare indietro il movimento operaio e impedire con ogni mezzo l’avvento del partito comunista al governo del paese.</p>
<p>In tutte le stragi sono emerse connivenze, complicità, depistaggi, diretto coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri.</p>
<p>Non a caso, in quasi tutti i processi susseguitisi per decenni non si è venuti a capo della verità giudiziaria, anche se quella storica e politica si può considerare ampiamente acquisita.</p>
<p>Valga per tutti i casi ciò che scrisse il giudice Zorzi nella sua durissima requisitoria nel quarto processo sulla strage di piazza della Loggia, a quarant’anni dall’eccidio, quando denunciò l&#8217;esistenza di un meccanismo &#8220;che fa letteralmente venire i brividi, soprattutto di rabbia, in quanto è la riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell&#8217;esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo&#8221;. Nelle motivazioni della sentenza si possono leggere queste drammatiche parole, sufficienti a spiegare quali forze si sono mosse per nascondere la verità sotto una colata di cemento: “Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell&#8217;opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l&#8217;intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell&#8217;intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell&#8217;epoca delle bombe”.</p>
<p>Del resto, fu Henry Kissinger, il segretario di Stato Usa negli anni di Richard Nixon e di Gerard Ford, protagonista del golpe di Pinochet e dell’assassinio di Salvador Allende, a dichiarare con la consueta schiettezza: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.</p>
<p>E con la stessa determinazione gli Usa si mossero nei confronti dell’Italia, quando l’accordo fra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer aveva portato il Pci alla soglia del governo del paese.</p>
<p>Queste le parole di Kissinger, recentemente desecretate dall’Intelligence Usa:</p>
<p>&#8220;Il governo marxista di Allende può diventare un ‘modello’(…) gli effetti di un governo marxista eletto avrebbero sicuramente conseguenze di grande rilievo in altre parti del mondo, a partire dall’Italia”. Del resto, si sa che gli Usa non risparmiarono attacchi al leader Dc, come raccontò in tribunale la moglie di Moro, Eleonora, riferendo delle minacce ricevute dal marito, negli Usa, nel 1974, durante la visita ufficiale italiana a Washington, dove Moro si era recato con il presidente Giovanni Leone. Moro era considerato un destabilizzatore degli accordi di Yalta. &#8220;O tu cessi la tua linea politica oppure pagherai a caro prezzo per questo&#8221;, gli disse a muso duro Henry Kissinger. Ed è noto con quanta precisione egli mantenne la promessa.</p>
<p>Il sequestro e l’assassinio di Moro ad opera delle Brigate rosse è il punto di massimo livello cui giunse l’attacco alla democrazia e alla sovranità del nostro paese.</p>
<p>La storia dovrà essere ancora scritta per intero, ma quanto è già emerso è che gli esponenti più autorevoli delle Br – oggi a piede libero malgrado i vari ergastoli loro comminati – intrattenevano legami con i servizi segreti, i cui uomini erano presenti nel luogo dove avvenne il sequestro di Moro e che durante la sua detenzione depistarono le indagini che avrebbero potuto condurre al luogo in cui egli era detenuto.</p>
<p>Le Br furono non solo infiltrate, ma almeno in parte eterodirette dai servizi segreti per la semplice ragione che, in definitiva, le loro azioni, malgrado i sedicenti proclami rivoluzionari e le altrettanto presunte velleità insurrezionali, furono oggettivamente rivolte ad impedire una svolta radicale nella politica italiana.</p>
<p>La fine politica delle Br e dell’alone di solidarietà o di tolleranza che poté per una fase riscuotere dentro una parte del movimento operaio ebbe nell’assassinio di Guido Rossa &#8211; operaio dell’Italsider di Conigliano, iscritto al Pci e alla Cgil e membro del CdF – ebbe il suo snodo cruciale. Rossa aveva denunciato un operaio della stessa azienda, trovato a diffondere materiale di propaganda delle Br. Questo episodio suscitò una presa di coscienza diffusa e concorse in modo determinante all’isolamento delle Br, avviandole progressivamente verso una crisi irreversibile. Nella coscienza popolare non si trattava più di “compagni che sbagliano”, ma di avversari del movimento operaio.</p>
<p>Fu il procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, Luigi Ciampoli, ad affermare che “Il caso Moro è stato il prodotto di un intrigo internazionale che ha visto la partecipazione di servizi segreti, soprattutto della Mossad. Chi in senso attivo, chi in senso omissivo, in molti hanno collaborato alla vicenda del rapimento e dell’omicidio. In tutto questo ci sono state le responsabilità di pezzi della magistratura italiana, pezzi delle forze dell’ordine, mentre la cupola maggiore è stata la P2, che poi è il governo di tutti questi fenomeni criminali”.</p>
<p>Possiamo concludere che l’intera strategia stragista e il terrorismo siano state una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia. Una fase nella quale le classi dominanti e parte cospicua del loro personale politico hanno usato il fascismo e il terrore per impedire una profonda trasformazione dei rapporti sociali in italia.</p>
<p>C’è un’ultima riflessione da fare, una riflessione da riprendere in altra sede, ma del tutto congrua ai fatti che oggi abbiamo esaminato: nel nostro Paese i conti con il fascismo non sono mai stati fatti e la stessa promulgazione della Costituzione, sortita dalla lotta di Liberazione, è stata vissuta come una parentesi dalle classi dominanti, il cui latente sovversivismo è pronto a riemergere ogniqualvolta la situazione lo richieda.</p>
<p>Vale infine la pena di chiedersi, a quasi mezzo secolo di distanza, se questa consapevolezza, che fu così forte in quel tempo, sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l’oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle più anziane. Il danno è grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto più nefasto è quello di avere consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre.</p>
<ul>
<li><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/Locandinafor13.pdf">Locandina dell&#8217;iniziativa</a></li>
<li><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/Relazione-al-su-Pci-e-terrorismo-anni-‘70.docx">Relazione in formato MS Word</a></li>
</ul>
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		<title>ANNI SETTANTA: La stagione dell&#8217;azione collettiva</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2020 17:11:17 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Gli anni &#8217;70 furono un periodo di grande fermento sociale, furono anni di grande azione collettiva, sicuramente la più grande azione collettiva di tutta la storia della Repubblica. Venne messa in discussione l&#8217;intera organizzazione della società italiana. si venne a creare un movimento che dalle università si diffuse nelle scuole, nelle fabbriche ed in ogni ambito della società.<br />
Ne parliamo con</p>
<ul>
<li>DINO GRECO (Responsabile nazionale formazione Prc-Se)</li>
<li>LUIGI DAPPIANO (insegnante e storico)</li>
</ul>
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		<title>Intervento di Dino Greco al convegno on line sulle stragi fasciste e sulla strategia della tensione. 1 agosto 2020</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 16:11:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’antefatto della strage di Piazza della Loggia: le lotte di classe a Brescia nei primi anni Settanta. Per capire cosa sia stata la strage di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’antefatto della strage di Piazza della Loggia: le lotte di classe a Brescia nei primi anni Settanta.</p>
<p>Per capire cosa sia stata la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 è indispensabile fare un passo indietro di alcuni anni. Anni cruciali che hanno rappresentato uno spartiacque nella storia dell’Italia repubblicana, lungo il decennio che va dalla fine degli anni sessanta a buona parte dei settanta.</p>
<p>Il 20 maggio 1970 entra in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E’ una vera rivoluzione perché, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica, la Costituzione varca le stanze chiuse di ogni luogo di lavoro. La fabbrica non è più una zona franca, dominio esclusivo del padrone. Si riconosce e formalizza in modo cogente che i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi e di tutelare i propri interessi in forma conflittuale, l’attività antisindacale viene punita in quanto reato, i licenziamenti di cui sia dimostrata l’illegittimità vengono revocati, la tutela dell’integrità psico-fisica dei prestatori d’opera viene con forza affermata. Da universo concentrazionario dove è possibile ogni arbitrio padronale la fabbrica diventa luogo dove in forza di legge è possibile affermare i diritti di cittadinanza, la libertà di pensiero, di attività sindacale.</p>
<p>Ma lo Statuto non piove dal cielo. Esso è il frutto di una straordinaria stagione di lotte operaie che conquistano sul campo parte rilevante dei risultati che ora trovano una legittimazione legislativa.<br />
Il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici del 21 dicembre 1969, firmato dopo oltre 180 ore di sciopero, viene vissuto dai vertici confindustriali come uno smacco insopportabile.</p>
<p>Ma il movimento operaio che era stato protagonista di quella impetuosa stagione non si ferma. E realizza forme<br />
inedite di rappresentanza sindacale che prevedono un intreccio di democrazia diretta e democrazia delegata e rimodellano lo stesso rapporto fra sindacato esterno e rappresentanza interna. Nascono i consigli di fabbrica. I delegati non sono più di nomina esterna ma vengono eletti da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato. Ogni reparto o gruppo omogeneo diventa una sorta di collegio uninominale, dove ognuno è elettore ed eleggibile. Vige la revoca del mandato, se sottoscritta dal 50%+1 dei lavoratori di cui il delegato è espressione.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/11/ploggia5.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-954" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/11/ploggia5-300x168.jpg" alt="ploggia5" width="300" height="168" /></a>Ciò che rende questa esperienza un unicum nella storia del sindacalismo mondiale è la decisione del sindacato di mettere in capo ai delegati liberamente eletti i poteri che lo Statuto attribuiva alle Rsa di designazione sindacale. Prima nei metalmeccanici, in seguito anche nelle altre categorie, i consigli di fabbrica diventano il primo livello unitario della struttura sindacale, a cui si riconoscono poteri di contrattazione e di rappresentanza.<br />
Questa potente iniezione di democrazia, che sorge direttamente dalla base, diventa l’elemento propulsore, direi scatenante, di una capillare vertenzialità quale non si era mai vista in precedenza.<br />
I padroni non mandano giù il rospo e ogni vertenza produce uno scontro di grande durezza. Prima ancora di guadagnare il tavolo di trattativa occorre fare riconoscere come interlocutori del negoziato i consigli di fabbrica. Davanti ai cancelli si consumano veri e propri corpo a corpo, con i crumiri e con i fascisti che appaiono sempre più frequentemente sulla scena, sistematicamente spalleggiati dalla polizia e dai carabinieri. Non solo, ormai, davanti alle fabbriche metalmeccaniche, ma anche davanti a quelle tessili, dell’abbigliamento e calzaturiere dove sono le donne a guidare e sostenere le battaglie più dure.</p>
<p>I padroni non ci stanno: “Bisogna fermarli. A qualsiasi costo”</p>
<p>I padroni bresciani si riorganizzano, si moltiplicano le riunioni di associazione nelle quali essi manifestano tutta la propria rabbia per quella che chiamano un’usurpazione, una violazione della proprietà privata, la fabbrica divenuta teatro di un conflitto di potere quotidiano. Un sentimento si fa strada sempre più acuto nel padronato: “bisogna fermarli. A qualsiasi costo”.<br />
Torna a galla “il marcio di Salò”, la parte più intrisa di fascismo, strutturalmente ostile al sindacato, abituata a trattare con il bastone i rapporti sociali.<br />
Giorgio Almirante viene sistematicamente a Brescia: a Nave, a Lumezzane, sul Garda. Qui si incontra con gruppi di imprenditori, soprattutto siderurgici, garantendo loro sostegno attivo. Vengono assunte squadre di picchiatori fascisti (all’Idra di Pasotti, alla Fenotti &amp;Comini, alla Palazzoli) con il solo compito di intimidire i lavoratori.</p>
<p>I prodromi della strage</p>
<p>Dal 1970 in avanti è un crescente stillicidio di attentati alle sedi sindacali, del Pci e dello Psiup; si moltiplicano gli agguati a militanti di sinistra, militanti del movimento studentesco vengono aggrediti da gruppi di fascisti che fanno capo ad Ordine Nuovo.<br />
Inutilmente il Comitato Unitario Provinciale Antifascista interviene presso prefetto e questore per chiedere un intervento nei confronti di organizzazioni di cui si conoscono perfettamente nomi e intenzioni. E’ sempre più chiaro che i fascisti contano di simpatie, connivenze, quando non aperto sostegno negli organi istituzionali e di polizia.<br />
Dieci giorni prima della strage un fascista, Silvio Ferrari, salta in aria con il suo scooter mentre trasporta un ordigno destinato ad un attentato.</p>
<p>28 maggio 1974: la strage</p>
<p>Nei giorni immediatamente successivi viene proclamata dal CUPA una manifestazione antifascista a cui il sindacato aderisce unitariamente proclamando per quel giorno uno sciopero generale di 4 ore che si svolge sotto una pioggia battente.<br />
Alle 10,12, mentre è in corso il comizio, sotto il portico adiacente alla piazza, esplode la bomba: alla fine saranno 8 i morti e 108 i feriti. Muoiono sei insegnanti, l’intero gruppo dirigente della Cgil scuola che si era dato appuntamento nei pressi del cestino dei rifiuti dove era stato deposto l’ordigno per discutere di una iniziativa per sostenere la gratuità dei libri di testo. Muoiono dilaniati anche due operai ed un pensionato, ex partigiano.<br />
Di tutti gli eccidi perpetrati nel corso della strategia della tensione, quello di Brescia è il più direttamente rivolto contro i lavoratori. Questa volta non viene scelto un luogo neutro (una banca, un treno, una stazione) dove sparare nel mucchio per creare terrore. L’obiettivo questa volta è esplicito e diretto: il nemico dichiarato è il movimento operaio.</p>
<p>Lo sconvolgimento è totale, sangue ovunque, scene di disperazione, ma non prevale il panico. La piazza non viene abbandonata. Si prestano i primi soccorsi ai feriti. Solo due ore dopo lo scoppio il vicequestore e il capitano del nucleo investigativo dei Carabinieri procedono al lavaggio della piazza, facendo scomparire reperti essenziali per comprendere la natura dell’esplosivo utilizzato dagli attentatori: è il primo di una lunga serie di depistaggi messi in atto dagli apparati dello Stato.<br />
La prima risposta: occupare le fabbriche e assemblee ovunque</p>
<p>Immediatamente si decide di andare in massa alla Camera del lavoro che da quel momento diventerà lo stato maggiore che dirigerà per tutti i giorni a seguire la risposta operaia e popolare: una sorta di agorà nella quale partecipazione spontanea e organizzazione troveranno una sintesi perfetta.<br />
La prima, fondamentale decisione è quella di prolungare sino a tutto il giorno dopo lo sciopero, rientrare nelle fabbriche, occuparle e svolgervi assemblee aperte a cittadini, partiti democratici, studenti. Anche il movimento studentesco bresciano decide l’occupazione di tutti gli istituti medi superiori.<br />
L’obiettivo è quello ti tenere assieme i lavoratori, impedire che prevalga lo scoraggiamento e, nel contempo, produrre un’analisi lucida della situazione e farlo nel corpo vivo del movimento.<br />
Si organizzano centinaia di assemblee in tutte le grandi e medie fabbriche dove confluiscono i lavoratori delle piccole aziende. E’ un popolo intero che si mette in moto. Saranno due giorni di impressionante tensione emotiva nei quali migliaia di lavoratori e lavoratrici prendono parola. Se si sfogliano le centinaia di verbali redatti nel corso delle assemblee non si può non essere colpiti dalla istintiva percezione che con sicuro istinto politico corre da fabbrica a fabbrica, da persona a persona: l’attentato è contro di noi, contro ognuno di noi, contro quello che siamo e che stiamo facendo: ci sono i fascisti, certo, ma i mandanti stanno altrove, ci sono i padroni, ci sono i servizi, ci sono gli apparati dello Stato, c’è il potere costituito.</p>
<p>La democrazia di massa si organizza</p>
<p>Come accade in rare occasioni, dopo un primo, breve momento di smarrimento, si genera una situazione totalmente nuova, certamente imprevista ed opposta a quella immaginata dagli ideatori della strage: al senso di paura, all’orrore e allo sbigottimento subentra la mobilitazione. E’ la democrazia di massa che si organizza: la fabbrica, il luogo del conflitto sociale ne diventa l’epicentro. E’ lì che ciò che potrebbe disperdersi si riaggrega, istantaneamente. Attraverso la discussione si ricostruisce l’intelligenza dei fatti, si analizza, si decide, si elabora la ferita subita e si trasforma la rabbia in risposta politica, in stretto rapporto con un sindacato che entra in risonanza con questi sentimenti e guida il movimento, senza impossibili briglie, ma con mano sicura. Le richieste sono chiarissime: mettere fuori legge il Msi, epurare dagli apparati dello Stato quanti sono transitati in perfetta continuità dallo Stato fascista a quello repubblicano, rendere obbligatorio lo studio della Costituzione nelle scuole di ogni ordine e grado.</p>
<p>Dalla piazza alla fabbrica e viceversa: la città in mano agli operai</p>
<p>Poi, la seconda fase. Il processo che si determina è biunivoco e transitivo: dalla piazza insanguinata alla fabbrica e poi di nuovo alla piazza e quindi a tutta la città, governata, presidiata dai Consigli. Sono migliaia i delegati che presidiano ogni via d’accesso alla città, ogni piazza. Alla strage caratterizzata dal più alto tasso di politicità possibile si oppone ora una risposta altrettanto politica.<br />
I due giornali quotidiani bresciani e non solo, colgono che si respira, nei giorni che vanno dall’eccidio ai funerali, un’atmosfera “rivoluzionaria”, quale era possibile cogliere solo nei giorni della Liberazione, dove vigilanza, disciplina, controllo del territorio sono rimessi nelle mani di migliaia di operai, di delegati con bracciale rosso al braccio che costruiscono un nuovo “ordito” democratico.</p>
<p>I funerali: giù le mani dai nostri morti!</p>
<p>I funerali sono stabiliti per il 31 maggio, a 4 giorni dall’attentato. Presidenza della Repubblica e Presidenza del consiglio vogliono i funerali di Stato e fanno pressione sui sindacati nazionali affinché se ne rispetti il cerimoniale che prevede solo interventi istituzionali. Luciano Lama chiama la Camera del lavoro di Brescia e propone di risolvere la questione prevedendo che in una data successiva alla cerimonia ufficiale se ne svolga una sindacale. La richiesta è seccamente respinta: i morti sono nostri, la bomba è contro di noi. Se insistono, noi non faremo i funerali di Stato. La condizione è che fra gli oratori ci sia proprio Luciano Lama: prendere o lasciare!</p>
<p>Quel giorno, il 31 di maggio, arriva a Brescia più di mezzo milione di persone. Le due piazze e le vie adiacenti a Piazza della Loggia sono gremite all’inverosimile. Striscioni dei consigli di fabbrica e bandiere rosse ovunque.<br />
Tutta la gestione organizzativa e persino la sicurezza è nelle mani del sindacato. Né il presidente della Repubblica, né le autorità locali sono in grado di opporsi: le forze dell’ordine sono relegate nel cortile della prefettura e nelle caserme.</p>
<p>La contestazione alle autorità</p>
<p>La Brescia ufficiale, custode dei poteri istituzionali, ancora non capisce. Non capisce il decano di tutti i sindaci d’Italia, rimasto in carica per quasi 20 anni, dai giorni successivi alla Liberazione, che nel discorso pronunciato ai funerali dei caduti cercherà invano – subissato dai fischi – di derubricare la strage a fatto locale, gesto folle di isolati.<br />
Non capisce il vescovo di Brescia, monsignor Morstabilini, che nella sua omelia non saprà andare oltre un’innocua invettiva contro lo “spirito di Caino”. Capisce ancor meno – ma come potrebbe! – il presidente della Repubblica Giovanni Leone, che resterà muto ed impietrito di fronte alla piazza che lo contestava dopo avere tentato, senza successo, di ottenere una revisione edulcorata dei discorsi ben altrimenti espliciti degli altri oratori.<br />
Capisce perfettamente il presidente del<br />
Consiglio, Mariano Rumor, che rinuncia a prendere parola.</p>
<p>Il corteo funebre che per tre chilometri e mezzo percorre le strade cittadine, dalla piazza al cimitero Vantiniano, si snoda fra folte ali di folla. Il selciato è totalmente coperto di fiori, si intravede appena l’asfalto sottostante.</p>
<p>Un nuovo “ordito” democratico, una nuova legalità costituzionale</p>
<p>Ormai si era aperta una cesura, una vera e propria frattura: alla delegittimazione di poteri istituzionali privi di credibilità corrisponde l’affermazione di un movimento di massa che rivendica e soprattutto pratica una nuova legalità costituzionale, forse per la prima volta così esplicito, dai giorni della sconfitta del fascismo. Per questo quel sedimento, estesamente penetrato nella coscienza collettiva, è durato. Per questo il ’74 diventa, a Brescia, il mito propulsore di una nuova fase dei rapporti sociali, di un rilancio delle istanze di rinnovamento sociale e politico radicale che ispirarono le lotte del ’68 e del ’69. Per questo si verificherà negli anni successivi – come ricordò Claudio Sabattini – un doppio movimento che imporrà un mutamento dei rapporti di forza tanto in fabbrica quanto nel rapporto fra cittadini e istituzioni. Non a caso prende corpo, in quegli anni, la breve ma intensa esperienza dei Consigli di zona, vale a dire il più ambizioso tentativo operaio di proiettare all’esterno della fabbrica, nel territorio, nella società civile quella carica egualitaria di rinnovamento e di partecipazione che aveva innervato le lotte di fabbrica e che aveva attratto a sé forze intellettuali e strati sociali fino a poco tempo prima refrattari o diversamente dislocati. Per questo, infine, in quella temperie poté forgiarsi e perdurare una leva di quadri di estrazione operaia che segnerà a lungo la storia eccentrica quanto feconda del sindacalismo bresciano.</p>
<p>Sappiamo chi è STATO</p>
<p>Come sappiamo, tutto questo non è stato sufficiente a Brescia – come prima a Milano e poi a Bologna – a individuare e sanzionare giuridicamente i mandanti dello stragismo nero, i protagonisti della strategia della tensione. C’è però una verità politica e storica che nessuna acrobazia, nessun depistaggio, tuttora coperti da interessate omertà, può cancellare.<br />
Il giudizio politico e la stessa ricostruzione degli eventi, della trama che li preparò, sono stati già ampiamente conseguiti, sin da quando, il 1° giugno del ’74, in piazza della loggia comparve per la prima volta lo striscione che portava scritto “Sappiamo chi è STATO”.</p>
<p>Le inchieste, i processi, fra omissioni e depistaggi</p>
<p>La catene processuale durò oltre 40 anni. E da subito si mise in moto la catena di depistaggi, di manomissione delle prove.<br />
Siamo nell’epoca delle “larghe intese”, della “solidarietà nazionale”, che a Brescia ha radici profonde. E c’è un teorema politico che guida l’indagine giudiziaria: bisogna circoscrivere il campo delle responsabilità, da limitare ai fascisti locali, del tutto privi di legami esterni.<br />
Così recintata, la prima inchiesta dei sostituti pm Vino e Trovato porterà, nel luglio del ’79, alla condanna all’ergastolo del mitomane Ermanno Buzzi e Angelino Papa, personaggi in bilico fra criminalità comune e neo-fascismo. Tutti gli altri imputati, anch’essi appartenenti alle organizzazioni del fascismo bresciano, verranno assolti per insufficienza di prove o con formula piena. Penseranno Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, uomini di Avanguardia nazionale, a “giustiziare” Ermanno Buzzi tappandogli la bocca per sempre nel carcere di Verona.<br />
Sarà la corte d’assise d’appello, nel marzo dell’82, a dimostrare la totale infondatezza della precedente sentenza e ad assolvere tutti: giudizio confermato<br />
La Cassazione che annulla la sentenza e dispone che si rifaccia il processo: nuovi imputati (compaiono fra questi anche il comandante dei carabinieri Delfino e Pino Rauti), ma identico esito. Tutti assolti.<br />
La Cassazione annulla anche questa sentenza e si torna a chiedere che si ricominci da capo. Ma anche tutte le successive sentenze, nei vari livelli di giudizio (’89, ’93, 2010, 2012) portano allo stesso punto morto.<br />
La Cassazione stabilisce che un nuovo processo dovrà accertare le responsabilità di due degli imputati che nei processi di primo e secondo grado erano stati assolti: Maurizio Tramonte, un uomo vicino ai servizi, che tanto ha parlato negli anni di eversione e bombe, e Carlo Maria Maggi, ottantenne medico veneziano, all&#8217;epoca a capo di Ordine Nuovo nel Veneto. Nel 2015, quarantun’anni dopo la strage, si conclude l’iter processuale con la condanna all’ergastolo di Maggi e Tramonte.</p>
<p>Buio sui mandanti: la durissima requisitoria del giudice Zorzi</p>
<p>Buio totale sui mandanti, sui depistaggi e sulle complicità istituzionali. Sarà il giudice istruttore Zorzi a denunciare l&#8217;esistenza di un meccanismo &#8220;che fa letteralmente venire i brividi, soprattutto di rabbia, in quanto è la riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell&#8217;esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo&#8221;.<br />
Nelle motivazioni della sentenza si possono leggere queste drammatiche parole, sufficienti a spiegare quali forze si sono mosse per nascondere la verità sotto una colata di cemento: “Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell&#8217;opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l&#8217;intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell&#8217;intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell&#8217;epoca delle bombe”.</p>
<p>In tutte le stragi di cui oggi abbiamo parlato si è vista l’alacre attività di depistaggio degli apparati dello Stato.<br />
A Brescia si parlò di “pista libica”, poi si sostenne che la bomba fosse rivolta non già contro i manifestanti, ma contro le forze di polizia che di solito stazionavano nel luogo dove esplose l’ordigno; infine si cercò incredibilmente di attribuire l’attentato ad Euplo Natali, il pensionato ed ex partigiano perito nell’esplosione! Altrettanto, come è noto, accadde per la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Milano, quando la “pista anarchica” che portò all’incriminazione di Pietro Valpreda e all’assassinio di Giuseppe Pinelli negli uffici della questura milanese fu ampiamente sostenuta dalle autorità istituzionali e da una potente campagna mediatica. E a Bologna, dove ancora oggi si tenta di attribuire l’attentato alla stazione ferroviaria ad una trama palestinese!</p>
<p>La strage di Brescia: una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia</p>
<p>Le stragi nere – e in modo esemplare quella di Brescia – sono state una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia. Una fase nella quale le classi dominanti e parte cospicua del loro personale politico hanno usato il fascismo e il terrore per impedire una profonda trasformazione dei rapporti sociali in italia.</p>
<p>I conti mancati con il fascismo e il “sovversivismo” delle classi dominanti</p>
<p>C’è un’ultima riflessione da fare, una riflessione da riprendere in altra sede, ma del tutto congrua ai fatti che oggi abbiamo esaminato: nel nostro Paese i conti con il fascismo non sono mai stati fatti e la stessa promulgazione della Costituzione, sortita dalla lotta di Liberazione, è stata vissuta come una parentesi dalle classi dominanti, il cui latente sovversivismo è pronto a riemergere ogniqualvolta la situazione lo richieda.</p>
<p>Vale infine la pena di chiedersi, a quasi mezzo secolo di distanza dalla strage di Brescia, se questa consapevolezza, che fu così forte in quel tempo, sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l’oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle più anziane. Il danno è grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto più nefasto è quello di avere consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/file/d/152JadkVQrJpraamaFHhwlJyiOs8OHPRT/view?usp=sharing" target="_blank">Versione .docx</a></p>
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		<title>Lo statuto del Lavoratori. Da sfruttati a produttori</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 12:41:23 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Audio Video]]></category>
		<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Pantano]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Dalmasso]]></category>

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		<description><![CDATA[A 50 anni dallo Statuto dei diritti dei lavoratori e dalla straordinaria stagione di lotte di classe che ne ha fatto da incubatrice: una vera [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/rct16.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-945" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/rct16-150x150.png" alt="rct16" width="150" height="150" /></a>A 50 anni dallo Statuto dei diritti dei lavoratori e dalla straordinaria stagione di lotte di classe che ne ha fatto da incubatrice: una vera e propria cesura d’epoca che ha provocato la rottura di tutti gli equilibri precedenti. Cosa fare, nelle mutate (e miserabili) condizioni del tempo presente, per riprendere il cammino</p>
<p><a href="https://drive.google.com/file/d/1zq2oTgS7aJYdLC3ETkRW_tdoh-xbFzrx/view?usp=sharing" target="_blank">Dispensa</a><br />
<a href="https://drive.google.com/file/d/1zq2oTgS7aJYdLC3ETkRW_tdoh-xbFzrx/view?usp=sharing" target="_blank">Dagli sfruttati a produttori e viceversa</a></p>
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		<title>Gli arditi del popolo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 12:28:15 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Gli Arditi del popolo sorgono improvvisamente, nello scenario incandescente degli anni Venti. E ad un certo punto paiono esprimere una luce [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/arditipopolo.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-937" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/arditipopolo-150x150.png" alt="arditipopolo" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Gli Arditi del popolo sorgono improvvisamente, nello scenario incandescente degli anni Venti. E ad un certo punto paiono esprimere una luce nuova a cui vanno speranze e adesione delle masse e quasi altrettanto rapidamente – salvo per qualche nucleo locale &#8211; spariscono.<br />
La loro storia è per più versi sintomatica del dramma del movimento operaio nel primo dopoguerra, forse la grande occasione mancata dall’antifascismo militante prima della marcia su Roma.<br />
La loro vicenda può essere anche vista come lo specchio dei difficili rapporti esistenti fra le forze politiche del socialismo italiano e quelle correnti combattentistiche che pure riflettono, in modo sin che si vuole confuso, ma spesso non meno sincero, aspirazione socialiste, rivoluzionarie, uno stato d’animo e ideali che si collegano allo stesso interventismo di sinistra, alla concezione della guerra come incubatoio di una rivoluzione e guardano al combattente come alla figura più degna di rivendicare questa eredità insieme sovversiva e patriottica.</p>
<p>La ricostruzione del movimento che se ne può fare ora non fuga forse tutte le ombre che si sono posate su di esso sin dalle sue origini, ma chiarisce almeno due punti fondamentali:<br />
il carattere assolutamente popolare, spontaneo, che il movimento tende ad assumere immediatamente<br />
l’errore straordinario che i partiti proletari commettono nei suoi confronti, accecati dal settarismo, da pregiudiziali dottrinarie, da piccoli calcoli politici, da diffidenza sospettosa per tutto ciò che non proviene direttamente dalle organizzazioni istituzionalizzate nello schieramento operaio.</p>
<p>Confluiscono negli Arditi del popolo eterogenee tendenze, mazziniane, anarchiche, persino qualche ascendente dannunziano. Al suo interno si trovano anche personaggi dalla personalità poco cristallina, ma il tratto antifascista e antiborghese diventa via via più netto e visibile, con accenti nettamente classisti.</p>
<p>In uno dei manifesti si legge:<br />
“Contro la borghesia capitalistica, sfruttatrice e fautrice di movimenti reazionari e conservatori, si levino oggi tutti i lavoratori del braccio e del pensiero!”.<br />
E poi, ancora più nettamente:<br />
“Noi sovversivi non daremo mai il nostro braccio per le tirannie, non ci lasceremo illudere da scopi che non sono i nostri. E saremo i più intransigenti selezionatori di chi vorrà essere tra noi”.</p>
<p>Traspare subito la simpatia dell’Ordine Nuovo verso il nuovo movimento i cui scopi sono nettamente delineati:<br />
“Gli Arditi del popolo sono sorti per difendere i lavoratori dal brigantaggio politico tenuto esclusivamente dai Fasci di combattimento”.<br />
La formazione di questi ‘senza partito’ è accolta con enorme simpatia anzitutto tra i militanti dei partiti proletari.</p>
<p>Dalla centrale comunista si è, al primo momento, esitanti. Il Psi si dichiara subito estraneo al movimento.</p>
<p>Gramsci stesso osserva che gli obiettivi della nuova associazione sono troppo limitati, che il proletariato non si trova di fronte soltanto i fascisti ma “tutto l’apparecchio statale, con la sua polizia, con i suoi tribunali, con i suoi giornali”.<br />
Detto questo, però aggiunge:<br />
“Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze produttive generate dal capitalismo”.</p>
<p>Ora, questo intervento di Gramsci è tanto più singolare perché appare sul giornale il 15 luglio, il giorno dopo la pubblicazione di un comunicato ufficiale dell’esecutivo comunista in cui si promettono indicazioni precise in merito a iniziative come questa e si invitano i compagni a restare in attesa di disposizioni.<br />
Nel volgere di quindici giorni o poco più giungerà la sconfessione comunista degli Arditi del popolo.</p>
<p>La contraddizione è plateale perché i nuovi Arditi sono comunisti, socialisti, anarchici.<br />
A Torino, ad esempio, fin dal primo annuncio della nuova formazione, diventano e si proclamano Arditi del popolo i componenti delle squadre delle Guardie rosse, e un primo battaglione di 300 armati è costituito alla metà di luglio.<br />
Il manifesto della sezione di Torino recita: “Operai, impiegati, vecchi soldati delle trincee, rivoluzionari sinceri, accorrete a ingrossare il nuovo esercito di difesa proletaria”.</p>
<p>Il carattere unitario e spontaneo dell’organizzazione la sua stessa gracilità di organizzazione testimoniano di uno sforzo popolare di costruire dal nulla una trama di resistenza armata.<br />
Ovunque, in piccoli e grandi centri, si raccolgono fondi attraverso sottoscrizioni popolari, si cercano e si comprano armi. Che tanto slancio si esprima senza nessun incoraggiamento, anzi tra la sospettosa inerzia dei partiti è la prova che la volontà di resistenza nelle masse, o almeno nelle loro avanguardie, ha bisogno assolutamente di un centro di raccolta e di coordinamento.</p>
<p>Così Gramsci in un articolo dell’agosto:<br />
“Le masse operaie, le quali concepiscono concretamente e positivamente la funzione del partito politico, le masse operaie le quali, anche dopo il congresso di Livorno, continuarono ad avere fiducia nel partito socialista, erano persuase che la predicazione della non resistenza al male fosse una mascheratura tattica, che doveva servire alla preparazione minuziosa e perfetta di una grande iniziativa strategica contro il fascismo. Ciò spiega il grande entusiasmo con cui furono accolte le prime apparizioni degli Arditi del popolo, per dare una forma solida e coesa all’insurrezione popolare. Questa illusione è ormai caduta. Le grandi masse popolari devono ormai essere convinte che dietro la sfinge socialista non c’era nulla. Se anche dei socialisti hanno partecipato alla creazione dei primi nuclei di Arditi del popolo, è certo, però, che la fulminea diffusione dell’iniziativa non fu determinata da un piano generale, preparato dal Partito Socialista, ma fu dovuta semplicemente allo stato d’animo generalizzatosi nel paese, alla volontà di insurrezione che covava nelle grandi masse. Ciò fu dimostrato clamorosamente dal “Patto di pacificazione”, il quale non poteva non determinare un ristagno nel movimento di riscossa proletaria”.<br />
Il Patto di pacificazione fra fascisti e socialisti, contro il quale i comunisti non hanno mancato di prendere netta posizione, è indubbiamente un fiero colpo inferto al movimento degli Arditi del popolo.</p>
<p>Ciò che neppure Gramsci spiega è però perché – se così stavano le cose, se tale era lo stato d’animo delle masse in favore degli Arditi del popolo – i comunisti abbiano anch’essi dato l’ostracismo al movimento.</p>
<p>Fatto sta che quattro giorni dopo il Patto di pacificazione, un comunicato dell’esecutivo del PCd’I pronuncia una solenne diffida, minacciando anche “i più severi provvedimenti” ai militanti che vogliano entrare negli Arditi del popolo. Insomma, non si deve aderire a questa organizzazione , né prendere contatto con essa.</p>
<p>Ed ecco la giustificazione della scomunica: i comunisti debbono inquadrarsi soltanto in proprie formazioni militari. Il fine degli Arditi sarebbe semplicemente quello di ristabilire l’ordine e la normalità della vita sociale mentre la lotta proletaria va rivolta alla vittoria rivoluzionaria. E poi, c’è un non detto: gli Arditi del popolo sarebbero diretti da provocatori.</p>
<p>Dalla testimonianza di Francesco Leone:<br />
“Noi avevamo distrutto con le nostre mani, soffocato nella culla, in sostanza, quel movimento che esprimeva un’istintiva volontà di lotta, di unità antifascista, la fiducia di arrestare uniti l’avanzata delle squadre fasciste”. Noi ci trincerammo nelle nostre squadre comuniste che finirono per ridursi ad un pugno di uomini disposti a tutto nel fuoco della lotta che diventava sempre più impari…”.</p>
<p>Non si può dire fino a che punto il movimento avrebbe potuto spingersi. Certo è che quando la violenza fascista riprenderà stracciando col ferro il Patto, il proletariato si troverà scoraggiato e disarmato. Qualche nucleo di Arditi del popolo si attesta qua e là, ma con l’autunno il movimento appare stroncato. Il fatto è che il fascismo ha attraversato una seria crisi nell’estate del 1921 e i comunisti paiono ancor più conquistati all’idea che il fenomeno fascista stia per essere assorbito dalla classe dirigente.</p>
<p>Quando, in settembre, il movimento dei Fasci si trasforma in partito, Togliatti scriverà:<br />
“Noi siamo convinti che il fascismo non sia stato altro che una forma nuova della dittatura borghese. Costituito il partito, il fascismo avrà la sua parte al festino della democrazia, più o meno sociale. Tutti si metteranno facilmente d’accordo”.</p>
<p>Durissima la risposta dell’Internazionale, certo redatta da un esponente molto qualificato del partito bolscevico.<br />
“E’ chiaro- comincia la requisitoria – che agli inizi avevamo a che fare con un’organizzazione di massa proletaria e in parte piccolo-borghese che si ribellava spontaneamente contro il terrorismo…Dove erano in quel momento i comunisti? Erano occupati ad esaminare con una lente di ingrandimento il movimento per esaminare se era sufficientemente marxista e conforme al programma?&#8230;Il Pci doveva penetrare subito energicamente nel movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé gli operai e in tal modo convertire in simpatizzanti gli elementi piccolo-borghesi, denunciare gli avventurieri ed eliminarli dai posti di direzione, porre elementi di fiducia in testa al movimento. Il partito comunista è il cuore e il cervello della classe operaia e, per il partito, non c’è movimento a cui partecipano masse di operai troppo basso e troppo impuro”.<br />
La lezione continua: “Il movimento di Zubatov venne organizzato dal capo della polizia segreta moscovita, i moti di gennaio 1905 a Pietroburgo furono diretti dal pope Gapon, semiavventuriero, semispia, che divenne poi una spia completa. Tutto questo ha impedito ai nostri compagni russi di partecipare energicamente al movimento, di smascherare le spie e di attrarre le masse al partito? Al contrario, grazie alla loro partecipazione attiva hanno affrettato la rivoluzione dell’ottobre 1905 perché attraverso tali azioni spontanee sono riusciti a dominare movimenti di massa condizionati dalle vicende storiche”.</p>
<p>La risposta dell’Internazionale si sofferma infine su un altro punto:<br />
“Cari compagni, ci siamo permessi di spiegarvi la nostra opinione sinceramente perché ci pare che abbiate trattato il problema in modo troppo teorico e di principio. Il vostro giovane partito deve utilizzare ogni possibilità per avere contatto diretto con larghe masse operaie e per vivere con loro. Per il nostro movimento è sempre più vantaggioso compiere errori con la massa che lontano dalla massa, racchiusi nella cerchia ristretta dei dirigenti di partito, ad affermare la nostra castità per principio”.</p>
<p>L’esempio della condotta comunista nei confronti degli Arditi del popolo diverrà classico nelle successive polemiche interne del movimento. Si dirà anche che Lenin sia personalmente intervenuto a raccomandare al partito italiano di fare ciò che questo non fece.<br />
Lo affermerà senza mezzi termini Il dirigente tedesco Thalmann nel ’24:<br />
“Al tempo del grande movimento degli Arditi del popolo nel 1921 il partito italiano ha rifiutato di trarre profitto da questo movimento popolare, sebbene Lenin glielo avesse espressamente domandato”.</p>
<p>C’è un testo di Lenin del 1916 che illustra perfettamente la questione:<br />
“La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente (senza tale partecipazione non è possibile nessuna lotta rivoluzionaria); e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere. Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione”.<br />
(V.I. Lenin, Opere complete, Roma, Editori Riuniti 1966, v. XXII, p.353)</p>
<p>Il caso del dibattito intercorso sul problema è una spia preziosa dei caratteri e dei termini del dissenso che si sta aprendo tra il Pci diretto da Bordiga e l’Esecutivo del Komintern. E che avrà pesanti conseguenze negli sviluppi del duro confronto fra Bordiga e Gramsci e nel futuro del PCdI.</p>
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		<title>L’occupazione delle fabbriche (agosto-settembre 1920)</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 12:24:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Le agitazioni sociali nelle campagne e nelle città che si erano impetuosamente sviluppate lungo tutto il 1919 continuarono con intensità ed [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/occupazionefabbriche.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-934" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/occupazionefabbriche-150x150.png" alt="occupazionefabbriche" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Le agitazioni sociali nelle campagne e nelle città che si erano impetuosamente sviluppate lungo tutto il 1919 continuarono con intensità ed ampiezza non minori nel 1920. E continuò lo sviluppo delle organizzazioni sindacali.<br />
La CGdl Raggiunse i 2.150.000 iscritti. La Cisl arrivò a 1.180.000 iscritti. Complessivamente, tenuto conto dell’Usi, dell’Uil e dei sindacati autonomi il numero dei lavoratori organizzati superò nel ’20 i tre milioni e mezzo.</p>
<p>Lo scontro di classe più importante della prima fase dell’anno avvenne nel settore metalmeccanico nei mesi di marzo e aprile a Torino, ed ebbe come oggetto principale la nuova istituzione operaia dei consigli di fabbrica.<br />
Il primo consiglio sorse nell’agosto del ’19, quando in una fabbrica torinese, la Fiat-Centro, la commissione interna in carica si dimise e gli operai decisero di eleggere al suo posto un commissario per ognuno dei 42 reparti della fabbrica. L’insieme dei commissari formava il consiglio di fabbrica.<br />
Il movimento dei consigli era ispirato e sostenuto dal gruppo che si riuniva intorno alla rivista L’Ordine nuovo, di Gramsci, Togliatti, Terracini e Tasca, di cui Gramsci era ormai il teorico più coerente e dinfluente.</p>
<p>Secondo gli ordinovisti, proprio i consigli di fabbrica, come già i soviet in Russia, dovevano diventare i principali strumenti di lotta del proletariato per la conquista del potere, dapprima nelle fabbriche, gangli vitali dell’organizzazione produttiva borghese; poi con l’alleanza dei contadini, nel paese intero.<br />
Essi dovevano pertanto divenire le prime cellule dell’organizzazione del nuovo stato proletario.<br />
I consigli di fabbrica e la teorizzazione che ne fecero gli ordinovisti suscitarono subito l’ostilità dei dirigenti riformisti della CGdl, della Fiom e delle principali federazioni di categoria, non solo perché questi dirigenti diffidavano di un movimento in espansione guidato da un gruppo comunista e appoggiato da elementi anarchici, ma soprattutto perché temevano che i consigli, eletti a suffragio universale da una base composta anche dai non iscritti al sindacato finissero per esautorare prima o poi il sindacato.</p>
<p>Anche i dirigenti massimalisti del partito socialista negavano che i consigli di fabbrica potessero avere una funzione analoga a quella che avevano avuto i soviet in Russia.<br />
Infine, anche Bordiga, da una sponda opposta, criticava gli ordinovisti perché non si ponevano il problema della lotta diretta contro lo Stato borghese e temeva che i consigli potessero essere assorbiti dall’ordinamento esistente.<br />
Egli bollò la linea ordinovista come venata di “anarco-sindacalismo”.<br />
La linea indicata dall’Ordine nuovo poteva svilupparsi in senso rivoluzionario soltanto se i consigli fossero riusciti a contrapporre il loro potere a quello delle imprese all’interno di tutta l’organizzazione industriale del paese e se fossero riusciti a collegare il loro movimento a quelli allora in atto delle masse contadine, cosa che, come vedremo, non avvenne.</p>
<p>I padroni, Agnelli in testa, colsero immediatamente la pericolosità della rivoluzione consiliare e si convinsero della necessità di opporsi energicamente ai consigli di fabbrica. Il 20 marzo una delegazione di industriali, di cui faceva parte lo stesso Agnelli, si recò dal prefetto di Torino, al quale comunicò la decisione di dichiarare la serrata per rispondere alla pressione degli operai, giudicata insostenibile.<br />
Proprio in quei giorni entrava in vigore il decreto governativo che ristabiliva l’ora legale, provocando da parte degli operai la richiesta – non accolta dalla direzione della Fiat &#8211; di ritardare di un’ora l’inizio dell’orario lavorativo. Il 22 marzo la commissione interna della sezione Industrie metallurgiche della Fiat sposta di un’ora le lancette dell’orologio di controllo. La direzione reagisce licenziando i membri della commissione e gli operai rispondono con lo sciopero, che passerà alla storia come lo “sciopero delle lancette”.</p>
<p>Il movimento dello sciopero dilagò e fra il 29 marzo e il 23 aprile coinvolse dapprima 50.000 operai metalmeccanici e poi, con la dichiarazione dello sciopero generale, 120.000 lavoratori della città e della provincia. Lo scontro era diventato tutto politico e aveva per posta la vera questione di fondo e cioè l’esistenza stessa dei consigli di fabbrica che gli industriali volevano liquidare. La resistenza degli industriali fu durissima e fu resa insormontabile da varie circostanze.<br />
Innanzitutto l’appoggio del governo Nitti che in quei giorni concentrò a Torino circa 50.000 uomini fra guardie regie, carabinieri e soldati, oltre al sostegno di tutte le forze conservatrici e anti-socialiste della città. Poi gli industriali, che in questo caso non badarono a spese, poterono arruolare un gran numero di crumiri ed assicurare il funzionamento dei servizi pubblici nei giorni dello sciopero generale. Anche il Fascio di Torino, che peraltro contava soltanto un centinaio di iscritti, sostenne l’azione degli industriali, la cui vittoria fu salutata con entusiasmo da Mussolini sul Popolo d’Italia del 23 aprile.</p>
<p>La vittoria degli industriali fu favorita anche dall’atteggiamento della CGdl e del Psi, ostili a questo sciopero che aveva per protagonista un movimento che usciva dal quadro tradizionale delle lotte sindacali e che tendeva a modificare profondamente la struttura stessa e le finalità del movimento operaio. Il partito socialista in un convegno nazionale tenuto a Milano nei giorni 20 e 21 aprile, deliberò di respingere la richiesta degli ordinovisti di proclamare lo sciopero generale nazionale.<br />
Il segretario della CGdl, D’Aragona, si assunse quindi il compito di “seppellire il morticino”, cioè di liquidare lo sciopero torinese, accettando la soluzione degli industriali che esautorava i consigli di fabbrica e restringeva i compiti e le prerogative delle stesse commissioni interne.</p>
<p>Gramsci commentava così la vicenda: “La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione; o una tremenda reazione della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia e di incorporare gli organismi di resistenza operaia (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello stato borghese”.</p>
<p>Dopo questo passo profetico la relazione proseguiva con una critica implacabile dell’attività del partito socialista e proponeva:</p>
<p>“il Partito deve acquisire una sua figura precisa e distinta: da partito parlamentare piccolo-borghese deve diventare il partito del proletariato rivoluzionario che lotta per l’avvenire della società comunista attraverso lo Stato operaio, un partito coeso, omogeneo, con una propria dottrina, una sua tattica, una disciplina rigida e implacabile”.<br />
E ancora: “I non comunisti rivoluzionari devono essere eliminati dal partito e la direzione, liberata dalla preoccupazione di conservare l’unità e l’equilibrio tra le diverse tendenze e tra i diversi leaders, deve rivolgere tutta la sua energia per organizzare le forze operaie sul piede di guerra”.</p>
<p>L’importanza di questa relazione sta anche nel fatto che, conosciuta da Lenin, verrà presentata dai Bolscevichi, al II congresso dell’Internazionale, come l’unica posizione accettabile per quanto riguarda il Psi. Si arrivò in questa situazione di divisione dentro le file socialiste e dentro la stessa sinistra all’agosto del ’20. Già nel maggio l’VIII congresso della Fiom, con Bruno Bozzi, aveva approvato una piattaforma rivendicativa che chiedeva agli industriali aumenti salariali del 40% in media, aumenti delle retribuzioni per le straordinarie, per l’indennità di licenziamento, dodici giorni di ferie pagate all’anno. Tutto ciò in un quadro economico che aveva registrato l’aumento del costo della vita del 60% rispetto al ’19.</p>
<p>Le trattative ristagnano per tutto il mese di luglio. L’indisponibiltà degli industriali è totale. La lotta assume forme ostruzionistiche. La situazione precipita alla fine di agosto, quando l’Alfa Romeo proclama la serrata, seguita a ruota dalla Federazione nazionale dell’industria meccanica e metallurgica. Gli operai non escono dalle fabbriche e le occupano in Piemonte, in Lombardia, in Liguria e in tutte le regioni dove esistono stabilimenti metalmeccanici: circa 500.000 lavoratori si asserragliano nelle fabbriche e sotto la guida dei consigli di fabbrica e dei commissari di reparto, continuano nei limiti del possibile la produzione e apprestano la difesa delle fabbriche stesse pur con un armamento scarso e improvvisato. Squadre di guardie rosse sorvegliano giorno e notte gli stabilimenti.</p>
<p>Giolitti si rende subito conto del fatto che la vastità del movimento rende pericolosissima e per di più aleatoria un’azione di forza chiesta con grande insistenza da Agnelli. Spiegherà Giolitti che fare sgomberare le fabbriche “avrebbe significato scatenare la guerra civile”, a maggior ragione dopo che la CGdL “aveva solennemente dichiarato che essa escludeva qualunque carattere politico del movimento che si sarebbe mantenuto nei limiti di una vertenza economica”.<br />
Giolitti e i dirigenti riformisti della CGdL furono dunque sostanzialmente d’accordo nell’impedire che il movimento assumesse un carattere propriamente politico e si aprisse uno scontro fra le forze dello Stato e quelle della classe operaia.<br />
Ma in realtà proprio questo fu il tema che l’azione degli operai, per la sua vastità, per la sua spontaneità, mise al centro della lotta nelle prime settimane di settembre.</p>
<p>Si susseguono febbrilmente, nei primi giorni di settembre, una serie di riunioni degli “Stati generali operai”, con rappresentanti delle Camere del lavoro impegnate nella lotta. Alla richiesta proveniente da varie realtà di estendere l’occupazione a tutte le fabbriche Buozzi risponde che bisogna mantenere lo scontro sul piano sindacale, mentre l’estensione dell’occupazione avrebbe cambiato obiettivi e prospettiva. E a una domanda di Terracini che chiede a D’Aragona cosa pensasse “sulla possibile rivoluzione in Italia e sul suo avvenire”, il capo della CGdl risponde che non se la sentiva di assumere delle responsabilità “che si risolverebbero nel massacro del popolo”. Gli Ordinovisti di Torino avvertono tutta la tensione e la contrarietà della dirigenza riformista della CGdL e chiariscono subito che o la lotta sarà generale o non si potrà pensare che accada come in aprile, quando nella lotta Torino fu lasciata sola.</p>
<p>Il Psi, a questo punto, rinuncia ad avocare a sé la direzione delle lotte, si scrolla dal groppone ogni responsabilità e rimanda la decisione finale al consiglio nazionale della CGdL, ben conoscendo umori e propensioni del suo gruppo dirigente riformista. La drammatica notte dell’11 settembre andò in scena in Italia, né più né meno, il voto sulla rivoluzione. Si confrontarono due mozioni: quella favorevole all’estensione del movimento e all’avocazione della direzione delle lotte al Psi e quella di Ludovico D’Aragona. Prevalse quest’ultimo con 591.245 voti contro 409.569. Gli astenuti (Buozzi e i rappresentanti della Fiom) furono 93.623. E’ bene ricordare che alle riunioni del 10 e 11 settembre non parteciparono i rappresentanti dell’Usi e del sindacato ferrovieri.<br />
Il 22 settembre un congresso straordinario della Fiom approva l’accordo.</p>
<p>Nell’ultima settimana di settembre le fabbriche vengono sgombrate. Così terminò quel movimento di massa che per estensione e per la radicalità degli obiettivi perseguiti fu certamente il più grande tra quanti ve ne furono in Italia durante il “biennio rosso” e, a ben vedere, nell’intera storia del movimento operaio. Un movimento che suscitò la “grande paura” di vasti settori della borghesia. Dal punto di vista strettamente sindacale esso si concluse con un successo dei lavoratori, che pare particolarmente notevole se si tiene conto dell’intransigente ostilità con cui gli industriali avevano accolto le rivendicazioni della Fiom ed avevano tanto a lungo resistito ad esse (aumenti del 10-12% per le categorie meglio pagate e del 20% per i lavoratori non qualificati, miglioramenti economici relativi alle ferie, all’indennità di licenziamento, alle tariffe di cottimo e per le ore straordinarie).</p>
<p>Rimase lettera morta la questione del controllo operaio delle aziende: nei mesi successivi, mentre si scatenava la reazione fascista, tanto la CGdL quanto il Psi non ebbero la forza e neppure la determinazione necessarie per continuare su quella strada. Del resto, il tema del controllo operaio era stato il surrogato con cui socialisti e riformisti del sindacato cercavano di contenere la vera richiesta che era quella dell’autogestione operaia della produzione.</p>
<p>Bordiga era per parte sua convinto che fosse necessario prima creare un partito rivoluzionario, quale il Psi non era e poi fare la rivoluzione. E in effetti, il risultato dell’occupazione delle fabbriche accelerò il processo che doveva portare, quattro mesi dopo, alla scissione di Livorno e alla nascita del partito comunista. Convinti che la situazione fosse matura per la rivoluzione e che l’occupazione delle fabbriche dovesse essere allargata e sboccare nell’insurrezione rimasero gli anarco-sindacalisti i quali però rimasero isolati e fallirono nel tentativo di prolungare l’agitazione in contrasto con l’accordo raggiunto con la mediazione di Giolitti. In un certo senso, l’esito dell’occupazione delle fabbriche è proprio la dimostrazione del fatto che il movimento operaio italiano non aveva una sua strategia rivoluzionaria, che non vi era nessun rapporto reale tra una progettazione come quella dei Soviet e quanto si faceva nella pratica.</p>
<p>I consigli di fabbrica sorgono in molte città, ma non è loro indicato alcun obiettivo concreto di lotta. Ma c’era anche tutto quel fondo localistico, quello squilibrio corporativo che Gramsci rilevava dopo lo sciopero di aprile che riguardava non solo le dirigenze ma le stesse masse, tra le quali l’occupazione è stata vissuta in modo molto diseguale.</p>
<p>Una rivoluzionaria sensibile come Klara Zetkin lo noterà senza mezzi termini:</p>
<p>“Io vedo altro ancora, compagni, cioè che le masse che allora si erano sollevate in Italia non avevano fatto maggiori progressi dei loro capi, altrimenti, se le masse fossero state davvero animate da volontà rivoluzionaria, se fossero state coscienti, esse avrebbero quel giorno fischiata la decisione dei loro capi-partito e sindacali esitanti e si sarebbero impegnate nella lotta politica”.<br />
Non c’è dubbio che una certa faciloneria massimalistica, una certa “psicologia parassitaria”, oltre alla stanchezza di due anni di “ginnastica rivoluzionaria” si siano impadronite anche di gruppi operai e sulla loro remissività giocheranno i capi sindacali riformisti nel ricattare il partito.<br />
Del resto, tale sensazione è anche quella di un uomo come Gramsci che conosce da vicino la psicologia operaia e ne tiene sempre conto.</p>
<p>Scriverà:</p>
<p>“Noi nel 1920 non avremmo tenuto il potere se lo avessimo conquistato, con un partito com’era il socialista, con una classe operaia che in generale vedeva tutto roseo e amava le canzoni e le fanfare più dei sacrifici. Avremmo avuto dei tentativi controrivoluzionari che ci avrebbero spazzato via inesorabilmente”.<br />
Si tirano le somme di un’esperienza che il leninismo sottolineava da anni e cioè che la rivoluzione richiede un certo tipo di organizzazione  politica del proletariato, un certo tipo di fedeltà a un centro internazionale, a un certo rigore disciplinare.<br />
Mentre il Psi aveva dimostrato di essere sostanzialmente rinchiuso nei limiti storici della II Internazionale, di non avere accettato se non formalmente i principi della III Internazionale.</p>
<p>Per questo la pur straordinaria rivolta operaia era fatalmente condannata alla sconfitta e veniva esposta alla reazione più violenta delle classi dominanti, spaventate dal rischio corso ed  ormai pronte ad affidare al fascismo la tutela dei propri interessi e le sorti stesse del Paese.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=11SBjXECJlcekdvtxXwmE3T_ZU1cKFRp0" target="_blank">Ricevi il documento</a></p>
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		<title>30 maggio 2020 webinar &#8220;100 anni fa gli anni ruggenti&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2020 10:34:07 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Facebook e Youtube live. Sabato 30 maggio 2020 ore 15.</p>
<p>Intervengono</p>
<ul>
<li>Nicolò Martinelli. Responsabile nazionale Antifascismo GC</li>
<li>Dino Greco. Direzione nazionale PRC</li>
<li>Eleonora Forenza. Ricercatrice in storia, Direzione nazionale PRC</li>
<li>Paola Varesi. Museo Cervi</li>
</ul>
<p>Modera Francesca Camos. GC Torino</p>
<p>Per domande <a href="mailto:redazione@laspina.red">redazione@laspina.red</a></p>
<p>GC Piemonte Lombardia Emilia Romagna, laspina.red</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/05/Avvento-del-Fascismo.png"><img class="alignnone size-large wp-image-926" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/05/Avvento-del-Fascismo-1024x1024.png" alt="Avvento del Fascismo" width="1024" height="1024" /></a></p>
<p><em>*webinar: </em>seminario interattivo tenuto su Internet</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il sogno di una cosa. Karl Marx duecento anni dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2020 10:47:50 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sono stati pubblicati gli atti di un importante convegno su Marx svoltosi a Roma nell&#8217;ottobre del 2018 e svoltosi presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell&#8217;Università di Roma Tre. Segue la copertina e una breve presentazione del volume.</em></p>
<p>I contributi raccolti in questo volume sono il frutto di una giornata di studio &#8211; rivolta prevalentemente a studenti e docenti della scuola e dell’università &#8211; che si è svolta il 18 ottobre 2018 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre. In essa si è discusso della multiforme ricerca marxiana sulla natura del capitale e sulla sua capacità di condizionare tutti gli aspetti della vita umana.</p>
<p><em><strong>Scritti di: Paolo Ciofi, Carmela Covato, Vladimiro Giacché, Dino Greco, Lelio La Porta, Gennaro Lopez, Giorgio Nebbia, Stefano Petrucciani, Michele Prospero, Edoardo Puglielli, Donatello Santarone.</strong></em></p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/05/sognocosa22.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-923" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/05/sognocosa22-725x1024.jpg" alt="sognocosa22" width="725" height="1024" /></a></p>
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		<title>Sei anni fa moriva Carla Ravaioli</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 16:14:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sei anni fa moriva Carla Ravaioli, colpevolemente dimenticata da quanti in lei avrebbero dovuto riconoscere l’interprete più lucida e lungimirante di un femminismo capace di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/ravaioli.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-906" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/ravaioli-150x150.jpg" alt="ravaioli" width="150" height="150" /></a>Sei anni fa moriva Carla Ravaioli, colpevolemente dimenticata da quanti in lei avrebbero dovuto riconoscere l’interprete più lucida e lungimirante di un femminismo capace di parlare all’universo dei generi e di un ambientalismo capace di ridisegnare un paradigma strategico indispensabile per il rilancio di un socialismo del terzo millennio.<br />
Quando Carla morì, il 16 gennaio del 2014, Liberazione, nella sua versione on-line, pubblicò la prefazione che Ravaioli scrisse al suo straordinario “La donna contro se stessa”, pubblicato nel lontano 1969.<br />
Riproduciamo integralmente quel testo e la breve premessa che lo presentava.</p>
<p>“La donna contro se stessa”</p>
<p>di Carla Ravaioli &#8211;</p>
<p><em>Pubblichiamo di seguito un testo Di Carla Ravaioli ormai pressoché introvabile nelle librerie, eppure così storicamente importante per lo sviluppo di un pensiero e di una pratica sociale e politica del movimento femminista. Si tratta della prefazione dell’autrice – integralmente riprodotta – alla seconda edizione de “La donna contro se stessa”, ripubblicato nel 1977, ben nove anni dopo la prima edizione. Un messaggio che non sente il peso dei decenni trascorsi e che non finisce mai di dire – anche e forse soprattutto nel mondo odierno – quel che aveva da dire. Pochissimi giorni fa, Carla ci ha fatto dono di questo suo libro, con le sottolineature vergate di sua mano. Non è certo questo il solo suo lavoro di valore, ma è senz’altro quello con cui ha più profondamente scavato in se stessa, in controluce quasi un’autobiografia e un testamento culturale e politico.</em><br />
<strong><em>(Dino Greco)</em></strong></p>
<p>Rileggere, per la prima volta dall’inizio alla fine, questo libro significa per me rituffarmi in un passato che mi sembra lontanissimo, e che per certi versi lo è davvero. Sono trascorsi nove anni esatti da quando, nel giugno 1968, lo consegnai all’editore (la data della prima edizione è di sei mesi dopo, gennaio 1969) e nove anni non sono pochi nella vita di una persona, né lo sono nella vicenda di una società come la nostra, così carica di spinte al mutamento e di mutamenti già in atto; ma sono moltissimi se questa società la si legge entro l’ottica specifica del problema femminile, e se questo problema è stato ed è motivo dominante nell’esistenza di una persona, come lo è stato per me.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=1VWxykHS1bQOnPzYwsEg8fSMM2UQUzOh0" target="_blank">Leggi tutto</a></p>
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		<title>Le trasformazioni del lavoro nel capitalismo globale e digitalizzato</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 15:24:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Relazione al convegno del 24.11.2019 su &#8220;Le trasformazioni del lavoro nel capitalismo globale e digitalizzato&#8221; &#8211; di Dino Greco &#8211; Comincio col proporvi un frammento [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/capitalismo.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-884" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/capitalismo-150x150.jpg" alt="capitalismo" width="150" height="150" /></a>Relazione al convegno del 24.11.2019 su &#8220;Le trasformazioni del lavoro nel capitalismo globale e digitalizzato&#8221; &#8211;</p>
<p>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Comincio col proporvi un frammento di storia industriale italiana della metà degli anni Settanta, una storia poco conosciuta, poco studiata e ormai consegnata agli archivi, come molta della nostra migliore storia sindacale e politica. E purtuttavia assai importante, non soltanto, come cercherò di dimostrare, per capire la siderale distanza che ci separa, sotto ogni punto di vista, da quell’epoca nella quale un movimento operaio coeso e conflittuale seppe misurarsi senza sudditanze con il capitale sul governo del processo produttivo e seppe contrattare la ripartizione della ricchezza prodotta dal lavoro sociale, praticando e formalizzando un sistema di relazioni industriali oggi inconcepibile. Un ripasso utile anche per capire cosa si è perso, come e perché lo si è perso e cosa di esso possa – debba – essere recuperato per riprendere il cammino&#8230;</p>
<p>&#8211; <a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2eU9RMkdFQWxpdWJYb0owUUJXQXRNSGFXb1NV" target="_blank">Leggi tutto</a> -</p>
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		<title>24.11.2019 formazione a Brescia &#8220;Lavoro e capitale nel capitalismo globale e digitalizzato: nuove forme di alienazione e di dominio&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Nov 2019 11:50:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Fumagalli]]></category>
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		<description><![CDATA[Lavoro e capitale nel capitalismo globale e digitalizzato: nuove forme di alienazione e di dominio Domenica 24 novembre, dalle 9,30 alle 18, presso la sede [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lavoro e capitale nel capitalismo globale e digitalizzato: nuove forme di alienazione e di dominio</p>
<p>Domenica 24 novembre, dalle 9,30 alle 18, presso la sede di Rifondazione comunista, in via Cassala 34 a Brescia</p>
<p>Andrea Fumagalli (Economista)<br />
Dino Greco (sindacalista, giornalista)</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/191123formazionebrescia.png"><img class="alignnone size-full wp-image-875" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/191123formazionebrescia.png" alt="191123formazionebrescia" width="546" height="771" /></a></p>
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		</item>
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		<title>Dal 13 al 15.9.2019 scuola di formazione con Dino Greco a Viareggio</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Sep 2019 17:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Corsi di formazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Viareggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Programma 13 settembre 2019 dalle 18 alle 23 Lavoro: le trasformazioni del mercato del lavoro, del giuslavorismo e della contrattazione collettiva dallo statuto dei lavoratori [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Programma</p>
<p>13 settembre 2019 dalle 18 alle 23</p>
<p>Lavoro: le trasformazioni del mercato del lavoro, del giuslavorismo e della contrattazione collettiva dallo statuto dei lavoratori al jobs act.</p>
<p>14 settembre 2019 dalle 9,30 alle 13 e dalle 14,30 alle 19</p>
<p>Europa: come l&#8217;ideologia liberista sta stritolando i popoli d&#8217;europa.</p>
<p>15 settembre 2019 dalle 9,30 alle 13 e dalle 14,30 alle 19</p>
<p>Ambiente: il paradigma ecologico: naturalizzare l&#8217;uomo, umanizzare la natura.</p>
<p>Presso la sede PRC Viareggio, viale della Libertà 43 quartiere Varignano</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/09/volantino-formazione-settembre_.png"><img class="alignnone size-large wp-image-847" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/09/volantino-formazione-settembre_-724x1024.png" alt="volantino formazione settembre_" width="724" height="1024" /></a></p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/09/volantino-formazione-settembre-retro_.png"><img class="alignnone size-large wp-image-848" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/09/volantino-formazione-settembre-retro_-738x1024.png" alt="volantino formazione settembre retro_" width="738" height="1024" /></a></p>
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		<title>Il paradigma ecologico: naturalizzare l&#8217;uomo, umanizzare la natura</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2019 17:36:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Corsi di formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Naturalizzare l’uomo, umanizzare la natura &#8211;  Il disastro ambientale Comincia a farsi (faticosamente) strada la consapevolezza che siamo sull’orlo di un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/06/paradigmaecologico.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-838" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/06/paradigmaecologico-150x150.png" alt="paradigmaecologico" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p><em><strong>Naturalizzare l’uomo, umanizzare la natura &#8211; </strong></em></p>
<p>Il disastro ambientale</p>
<p>Comincia a farsi (faticosamente) strada la consapevolezza che siamo sull’orlo di un precipizio. E cioè che gli esseri umani rischiano di essere i soli organismi viventi che stanno distruggendo le condizioni di sopravvivenza della propria specie sul pianeta Terra.<br />
Riscaldamento del globo terrestre (cosa vuole dire l’aumento di due gradi di temperatura)<br />
Emissioni di CO2 fuori controllo<br />
Scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari<br />
Desertificazioni prodotte dai cambiamenti climatici<br />
Inquinamento di aria, suolo, acqua<br />
Deforestazione per fare posto agli allevamenti intensivi<br />
Pesca indiscriminata<br />
Riduzione progressiva della biodiversità<br />
Inquinamento dei mari</p>
<p>Se filtrassimo tutte le acque salate del mondo, scopriremmo che ogni chilometro quadrato di esse contiene circa 46.000 micro particelle di plastica in sospensione.<br />
Numeri impressionanti di un fenomeno che non è circoscritto alle cinque “isole di plastica” in continuo accrescimento negli Oceani ma tocca anche il nostro Mar Mediterraneo.<br />
La più grande isola di plastica è situata nell&#8217;Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. Si tratta di un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica).<br />
La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un&#8217;area più grande della Penisola Iberica a un&#8217;area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell&#8217;Oceano Pacifico.<br />
Il fragile equilibrio della vita marina animale e vegetale è scosso dalla concentrazione sempre più elevata di plastiche di ogni tipo e la catena alimentare sta subendo danni forse irreparabili.<br />
I dati dello studio di Science Advances parlano chiaro: la produzione mondiale di resine e fibre plastiche è cresciuta dai 2 milioni di tonnellate del 1950 ai 380 del 2015.<br />
Oltre 8.300 milioni di tonnellate prodotte in 65 anni hanno reso la plastica uno dei simboli industriali, con cemento ed acciaio, dell’era dell’”Antropocene”, in sostanza l’epoca geologica in cui viviamo in questo momento.<br />
E’ entrata a tal punto nella nostra quotidianità che risulta difficile pensare ad un oggetto che non contenga polimeri, anche in minima parte.<br />
La plastica è infatti il prodotto sintetico a più lunga conservazione, si degrada completamente solo in centinaia di anni.<br />
In questi anni di crescente domanda, solo il 20% della plastica prodotta è stato riciclato o incenerito. Tutto il resto si è accumulato come scarto a terra e in acqua.<br />
Di conseguenza dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei mari di tutto il mondo ogni anno, causando l’80% dell’inquinamento marino.<br />
Rifiuti che per i 4/5 entrano in mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi. Il resto è prodotto direttamente dalle navi che solcano i mari, soprattutto pescherecci ma anche navi mercantili ed imbarcazioni turistiche di tutte le stazze.<br />
Dalla Fossa delle Marianne ai poli, residui di plastica sono stati trovati praticamente ovunque nei mari e negli oceani.<br />
Bottiglie, imballaggi, reti da pesca, sacchetti, fazzoletti, mozziconi e qualunque altro oggetto in plastica una volta finito in acqua si spezza in frammenti più piccoli per azione dell’erosione e delle correnti.<br />
Ogni minuto più di 33mila bottigliette di plastica finiscono nel Mediterraneo.</p>
<p>Come dimostrato da diversi esperti, questi frammenti, che possono raggiungere dimensioni microscopiche inferiori ai 5 mm di diametro, costituiscono una fra le principali cause di morte per soffocamento di molti pesci ed uccelli marini poiché vengono scambiati per cibo.<br />
A causa di ciò, 115 specie marine sono a rischio, dai mammiferi agli anfibi.<br />
L’ingerimento accidentale di plastica scambiata per plancton o meduse è un fenomeno così comune che il 52% delle tartarughe marine ne ha subito gli effetti.<br />
Si devono cambiare abitudini inveterate<br />
– Ridurre: optare per prodotti con meno imballaggi, borse in stoffa, batterie ricaricabili…<br />
– Riusare: scegliere il vuoto a rendere, il vetro al posto della plastica…<br />
Riciclare: selezionare i rifiuti, adottare la raccolta differenziata…<br />
Riutilizzare: i rifiuti da concepirsi come materie seconde<br />
Recuperare: produrre oggetti diversi dalla loro funzione originale, inventare nuovi utilizzi…<br />
Ma se 17 milioni di tonnellate di plastica sono state trovate perfino nelle remote e sperdute isole Pitcairn, in pieno Oceano Pacifico è evidente che il contrasto all’avvelenamento dei mari causato da questa “zuppa plastica globale” non può essere un affare privato dei singoli come dicono con qualche reticenza e ingenuità le anime belle.<br />
Le decisioni prese dai singoli stati e dalla comunità internazionale sono le uniche che possono abbattere drasticamente l’inquinamento dei mari causato dai rifiuti plastici.<br />
Una recente risoluzione dell’Enviromental Assembly delle Nazioni Unite dedicata al tema è stata rimandata al mittente da parte di Stati Uniti, Cina ed India, i maggiori produttori mondiali di rifiuti plastici.<br />
La strada è quindi tutta in salita perché, a fianco delle necessarie esigenze di salvaguardia e mantenimento della vita degli oceani, si accompagnano interessi economici ed industriali che rifiutano controlli più stringenti ed efficaci.<br />
Gli interessi economici – chiamiamoli col nome che gli compete: il profitto – sono il cuore del problema ed è di questi che ci dobbiamo occupare..</p>
<p>Cito due fra i più devastanti incidenti ambientali.<br />
La Exxon Valdez (1989)<br />
La super petroliera si incaglia in una scogliera di un’insenatura del Golfo di Alaska disperdendo in mare 40 milioni di litri di petrolio, inquinando 1900 km di coste. Muoiono centinaia di migliaia di animali (uccelli marini, lontre, foche, aquile, orche, miliardi di uova di salmone e aringhe).<br />
Il film Waterword (Kevin Kostner)<br />
La Deepwater Horizon (2010)<br />
Era la piattaforma di perforazione della Transocean, sotto contratto con la Bp, che trivellava nelle acque profonde del Golfo del Messico.<br />
Un’esplosione causa la fuoriuscita di petrolio per 106 giorni provocando un’ecatombe senza precedenti di specie faunistiche e un disastro ambientale che coinvolge le coste di Luisiana, Alabama, Florida.<br />
Ma, al di là di singoli esempi che danno solo il senso più eclatante della drammaticità della situazione, è il modo di produzione e i rapporti sociali che lo sostengono a dover essere messo sul banco degli imputati e processato come attentato contro l’umanità.<br />
Con la formazione economico-sociale capitalistica la contraddizione fra uomo e natura è degenerata, nel tempo presente, nella forma di una vera e propria inconciliabilità.</p>
<p>Il delirio antropocentrico si è risolto nell’idea che l’uomo non è un “ente naturale”, ma si colloca al di sopra della natura e delle sue leggi.</p>
<p>L’uomo “crea” la natura e si rende artefice, demiurgo, di una manipolazione che rompe l’equilibrio dentro il quale ha potuto evolversi la specie umana, sino a mettere in forse l’esistenza delle generazioni future.</p>
<p>L’intrinseca follia della teoria e della pratica sviluppista, connaturata al modo di produzione capitalistico, consiste nell’idea malsana che la produzione di merci, il consumo in crescita esponenziale di materia e di territorio possano procedere linearmente, lungo un continuum senza fine.</p>
<p>Alla base vi è la convinzione che sia possibile continuare ad estrarre dal globo terraqueo più risorse di quante la terra e il mare possano reintegrare. Regna cioè l’assoluta ignoranza del fatto, elementare, del carattere finito del pianeta.</p>
<p>Scriveva Einstein in un suo celebre aforisma che “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”.</p>
<p>Un fil di fantascienza di grande successo di alcuni anni fa, “Matrix”, delle sorelle Wachowski, propone una grande metafora del mondo di oggi, raccontando di un tempo in cui gli umani erano stati soppiantati dalle macchine da essi stessi generate, venendo essi stessi schiavizzati e trasformati in combustibile, in pile da cui estrarre l’energia per il funzionamento delle macchine, i nuovi padroni. A tutto ciò si oppone la resistenza di un drappello di umani che combattono questo nuovo ordine. Ad un certo punto, il capo della resistenza viene fatto prigioniero da un agente delle macchine che gli si rivolge più o meno così: “Io disprezzo voi umani perché non siete dei veri mammiferi. I mammiferi instaurano un equilibrio fra sé e il mondo circostante. Voi no. Voi colonizzate un territorio, lo depredate, poi passate ad un altro. E così via. C’è un solo organismo vivente che si comporta come voi: il virus”.<br />
Ecco, io trovo questa rappresentazione cinematografica perfettamente calzante, perché illustra con caustica precisione lo stato delle cose presente. Gli umani, con metodo e pervicacia, stanno segando il ramo su cui sono seduti.</p>
<p>A questo punto si impone la domanda: perché accade ciò? Si tratta di un’amnesia? Come mai hanno ancora libero corso teorie negazioniste che sembrano ignorare quello che è persino constatabile empiricamente da ognuno di noi?<br />
La ragione è semplice: il capitale, che regola in modo ormai uniforme i rapporti sociali dell’intero pianeta, è totalmente autocentrato. Questo vuol dire che il capitale non ammette né regole né limiti, né vincoli, né condizionamenti che siano esterni al suo codice genetico.</p>
<p>La missione del capitale è quella di creare profitto, di estrarre plus-valore dal lavoro e di soggiogare la natura. Nell’uno e nell’altro caso la voracità onnivora del capitale non conosce inibizioni morali: il capitale, per definizione, è cieco.<br />
La remunerazione del capitale investito ha bisogno come dell’aria dell’economia allargata e la riproduzione del capitale avviene lungo un continuum che non ammette soste.</p>
<p>Accade però fatalmente che quando una parte cospicua degli esseri umani viene talmente impoverita da non essere in grado di assorbire le merci prodotte, cade “tendenzialmente” – come scoprì Marx – il ‘saggio di profitto’. Allora il capitale nella sua proteiforme capacità di trasformarsi e adattarsi alla nuova situazione, mette in atto misure antagonistiche, capaci di fronteggiare la propria crisi di sovraproduzione: dall’aumento del tasso di sfruttamento alla creazione di cartelli, alla finanziarizzazione, attraverso la quale prova a saltare l’anello della produzione per generare l’illusione speculativa che si può creare denaro attraverso il denaro. E, non certo come ultima ratio, il ricorso alla guerra, cioè alla distruzione violenta di forze produttive e di capitale, necessaria per rimettere in moto il meccanismo di accumulazione inceppatosi.</p>
<p>L’appropriazione mediante esproprio dei beni comuni e la messa a mercato di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce lungo un processo di privatizzazione integrale è la strada maestra perseguita oggi dai poteri dominanti.<br />
Le note vicende dell’Accordo di Partenariato Transatlantico (TTIP) e l’Accordo di libero scambio fra Europa e Canada (CETA) sono lì a dimostrare che non esistono più diritti sociali e civili, neppure se sanciti dalle Costituzioni nazionali, che possano essere messi al riparo dal mantra del profitto privato da parte di un pugno di “proprietari universali”, per usare un’espressione cara a Luciano Gallino.</p>
<p>I diritti finiscono di essere tali e si trasformano in bisogni a cui il capitale darà risposte, ma soltanto a quelli solvibili, cioè paganti. Le persone non sono più titolari di diritti e si trasformano in clienti che devono soddisfare i bisogni, anche i più essenziali, acquistandoli sul mercato.</p>
<p>Disuguaglianze e ingiustizie crescono a dismisura in ragione proporzionale ad una concentrazione della ricchezza che nel tempo presente ha raggiunto dimensioni senza precedenti nella storia umana, facendo impallidire i ritmi dell’accumulazione originaria.</p>
<p>Vale qui la pena di ricordare che è stata da tempo e totalmente archiviata la fase “prometeica” del capitalismo, che nei “trenta gloriosi”, con la “dottrina Truman”, prometteva crescita e sviluppo per tutti.</p>
<p>Sin dagli anni Settanta, lo spartito è cambiato e la cattiva coscienza del capitale ha rimesso in ordine tutti i propositi e tutte le gerarchie sociali.</p>
<p>“Non ce n’è per tutti”: questo il nuovo manifesto del capitale transnazionale.</p>
<p>Così, il 28 maggio del 2013, scriveva in un documento di 14 pagine la grande banca mondiale intestata al suo fondatore “John Pierpont Morgan”:<br />
“Il sistema politico dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione, perché lì è forte l’influenza delle idee socialiste”.<br />
Il documento cita, fra gli ostacoli da rimuovere, la tutela dei diritti dei lavoratori e il welfare.<br />
Si dice esplicitamente che c’è in quei paesi un sovraccarico di democrazia e che è necessario spostare il potere dai parlamenti agli esecutivi”.</p>
<p>Ma già nel lontano 1971, David Rockefeller, fondatore del club esclusivo del gotha capitalistico mondiale denominato “Trilateral Commition” affermava che “la sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile alle autodeterminazioni nazionali dei secoli scorsi”.</p>
<p>Il cosmopolitismo, la dimensione mondo, diventa il terreno su cui si esercita il dominio del capitale. Un dominio senza egemonia che incontra nella democrazia e nella sovranità popolare altrettante gabbie che debbono essere abbattute.</p>
<p>Il mito del PIL (Prodotto Interno Lordo)</p>
<p>Oggi siamo tutti soggiogati (non solo gli addetti ai lavori) da una pseudo-scienza economica che pretende di misurare il benessere sociale attraverso la crescita del PIL, divenuto nientemeno che un caposaldo epistemologico imprescindibile.</p>
<p>Tutta l’architettura finanziaria dei trattati europei, da Maastricht in avanti, ne è colma: il rapporto deficit/pil e debito/pil sono diventati la cartina da sole dello stato di salute dei paesi membri, le coordinate entro le quali si deve obbligatoriamente stare, pena procedure di inflazione e pesanti sanzioni economiche.</p>
<p>Ma cos’è il PIL?<br />
Andando a ritroso nel tempo, vale ricordare quello straordinario discorso (per il pulpito da cui veniva e per il tempo) pronunciato nel 1968 all’università del Kansas da Robert Kennedy, un discorso nel quale il futuro candidato alle presidenza degli Usa attaccava l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate:<br />
«Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l&#8217;anno, ma quel PIL &#8211; se giudichiamo gli USA in base ad esso &#8211; comprende anche l&#8217;inquinamento dell&#8217;aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l&#8217;intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull&#8217;America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».<br />
Difficile dire meglio.</p>
<p>Cosa non vede e dunque non contabilizza il Pil?: lo stato di salute fisica e mentale, il grado di istruzione, la qualità dell’aria che si respira, del cibo di cui ci si nutre, dell’acqua che si beve.</p>
<p>Wim Dierckxsens, un economista olandese non ortodosso che oggi insegna presso l’università del Costa Rica, scrive nel suo “La Transizione al postcapitalismo, un’alternativa per la società del XXI secolo” che<br />
“il PIL non prende in considerazione la ricchezza naturale e neppure lo sfruttamento e il deterioramento dell’ambiente. Per ironia, il calcolo attuale considera come produttiva ogni attività svolta per riparare i danni provocati alla natura, anche se non considera come costo la perdita di ricchezza naturale precedentemente provocata. Il PIL, quindi, considera l’uso di risorse naturali come fonte di entrate e di ricchezza, ma non contempla la simultanea perdita di ricchezza e di risorse naturali. Già tale questione costituisce un problema quando si tratta di risorse rinnovabili, ma diviene ancor più grave quando si tratta di risorse non rinnovabili. Il PIL, inoltre, non considera neppure il deterioramento della salute della popolazione come perdita di ricchezza, ma calcola come entrata e creazione di ricchezza il recupero ospedaliero della salute perduta. Il neoliberalismo va ancora più lontano e considera produttiva, e fonte di sicuro guadagno, qualsiasi privatizzazione dell’assistenza medica e improduttivi i fondi destinati dal Governo al sistema sanitario pubblico per curare le persone meno abbienti. Ancora più improduttiva viene considerata la prevenzione e si ritiene che i costi sostenuti dal governo in questo settore dovrebbero essere limitati il più possibile. Da ciò si comprende la distanza abissale esistente tra una concezione di ricchezza come benessere, vista nel suo contenuto, cioè a beneficio delle necessità reali, e la concezione fondata sulla ricchezza monetaria, vista secondo la razionalità del mercato”.<br />
E ancora :<br />
“Ignorando il contenuto della ricchezza, il PIL non inserisce fra le perdite la riduzione della vita media dei prodotti e della tecnologia, che accelera la riproduzione e la vendita di articoli praticamente identici per rispondere alla medesima necessità o, peggio ancora, per soddisfare un desiderio creato artificialmente dalla pubblicità. In un’analisi che si basa sulla forma, cioè sulla semplice ricchezza monetaria, questo atto viene percepito come creazione di ricchezza nuova e, quindi, considerato un aumento del PIL. Dal punto di vista del contenuto e del benessere reale, tuttavia, abbreviare la vita media della ricchezza prodotta significa raddoppiare il lavoro necessario per soddisfare, praticamente, lo stesso bisogno. Visto nell’ottica del contenuto, è uno spreco di ricchezza che potrebbe essere destinata a soddisfare i bisogni e le masse degli esclusi”.</p>
<p>Dierckxsens propone un indicatore alternativo al PIL, fondato sul preliminare imperativo che non vengano prese dalla natura più risorse di quelle che, a lungo termine, possano essere sostituite dalla natura stessa.<br />
Si tratta dunque di fondare un modello in cui la biodiversità occupa il cuore stesso di un’economia alternativa orientata verso la vita umana, perché – insiste Dierckxsens – “creare boschi utili per il futuro sfruttamento, non solo sacrifica la diversità forestale, ma anche la flora e la fauna che vi vivono (…). Un ettaro di bosco primario non può essere sostituito con un ettaro di riforestazione commerciale”.</p>
<p>In sostanza, ogni perdita della vita naturale è perdita di ricchezza e un costo irreparabile per le generazioni di oggi e per quelle future.</p>
<p>Ho già sottolineato come il capitale, al fine di garantire la propria riproduzione, fissi la durata dei prodotti generati, come una sorta di dispositivo di autodistruzione.</p>
<p>L’esito perverso di questo meccanismo è che mezzo mondo, quello più povero, funziona da discarica di quello ricco.</p>
<p>Anni fa, nel corso del Forum sociale mondiale che si svolse a Nairobi, in Kenya, a cui partecipai con una delegazione della Camera del lavoro di Brescia, vistai Korogocho, una baraccopoli fra le centinaia disseminate in ogni parte del globo.<br />
Korogocho è costruita su una montagna di rifiuti prodotti nella parte ricca di Nairobi, quotidianamente sversati nella favela dove in 1,5 km2 vivono, ma la formula è eufemistica, 200mila persone. I bambini razzolano come galline in mezzo ai rifiuti per recuperare tutto ciò che può servire alla sopravvivenza, in una situazione in cui infezioni, malattie di ogni tipo, mortalità infantile, degrado fisico e morale, rappresentano la cifra dello standard di vita normale.</p>
<p>Qui il capitalismo si mostra nella sua più brutale essenza ed è plasticamente raffigurato come la realtà di un mondo capovolto.</p>
<p>Ora, Karl Marx ci ha mirabilmente spiegato come all’origine di tutto ciò vi sia una questione cruciale, consustanziale – direbbe il filosofo – al rapporto di capitale.</p>
<p>Cos’è infatti il capitale? Il capitale non è solo un ammasso di merci, di macchine, di mezzi finanziari, di lavoratori; il capitale è, prima di ogni altra cosa, un rapporto sociale che oggi come due secoli fa, nel suo archetipo come nella più spinta modernità divide gli esseri umani in due parti nettamente distinte: coloro che detengono la proprietà dei mezzi di produzione ed un’altra parte, infinitamente più grande, che vende alla prima la propria forza lavoro la quale nel processo di produzione riproduce anche se stessa, appunto, come forza lavoro.<br />
Ma il contratto fra capitale e lavoro è solo in apparenza una libera pattuizione perché la parte più debole, il lavoro, è costretta a subire il peso di rapporti di forza che ne condizionano il potere di contrattazione.</p>
<p>Sulla natura di questo patto si espresse in termini sarcasticamente fulminanti Jean Jacques Rousseau, in un passo del suo Discorso sull’economia politica del 1775, che si meritò una citazione letterale di Marx nel primo libro del Capitale: “Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra noi: permetterò che abbiate l’onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi prendo nel comandarvi”.</p>
<p>Sempre Rousseau, ben conosciuto dal Moro, scriveva una pagina indimenticabile nel suo Discorso sull’origine dell’ineguaglianza fra gli uomini che malgrado l’ampia notorietà che si è guadagnato voglio qui ricordare:<br />
“Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: ‘questo è mio’, e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero inventore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassinii, quante miserie ed orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: ‘guardatevi dall’ascoltare quell’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno’”.<br />
Il misfatto originario, quello che sta alla radice del processo di accumulazione originaria, è dunque un atto predatorio di cui esseri umani e natura sono le vittime sacrificali. Se non se ne viene a capo, se non si rimette sui piedi ciò che cammina sulla testa, se non si fonda un mondo in cui alla produzione sociale corrisponda la proprietà sociale dei beni prodotti, il destino del genere umano è segnato. E con esso viene inesorabilmente compromesso il ricambio organico fra uomo e natura.</p>
<p>A questo punto, si pone, più che legittima, una domanda: come mai l’ormai totalità del pianeta è soggiogata da un rapporto sociale che lascia nella deprivazione sterminate masse di esseri umani e perpetra un cieco saccheggio delle risorse naturali? Come mai non si riesce a rompere questa soggezione verso forze così manifestamente ostili?</p>
<p>Ebbene, alle classi dominanti, storicamente vittoriose sul movimento operaio e socialista, è venuta in soccorso un’arma potente: l’ideologia.<br />
Si è costruita un’intera narrazione fondata sulla dichiarazione che “ciò che è reale è razionale”, che al mondo dato non esiste alternativa e che la storia umana è giunta al suo epilogo (“there is no alternative”, non c’è alternativa, riassunto nell’acronimo T.I.N.A).</p>
<p>Il capolavoro delle classi dominanti è stato poi quello di convincere le classi subalterne, il proletariato &#8211; per dirlo con un’espressione classica – che non esiste come classe e che nella società moderna non vi sono sfruttatori e sfruttati ma solo liberi individui padroni e responsabili del proprio personale destino.</p>
<p>Nel passato la risposta storicamente determinata è stata la rivoluzione, la presa del potere da parte della classe operaia o, più precisamente, della propria avanguardia politica.<br />
La sconfitta di quell’esperimento profano, secondo l’espressione di Rita Di Leo, ha lasciato un vuoto terribile.</p>
<p>I pionieri del socialismo utopistico, Charles Fourier e Robert Owen, avevano promosso sperimentazioni di comunità autogestite, imperniate sull’idea di una progressiva trasformazione molecolare della società.<br />
Nessuna di esse è sopravvissuta ai giorni nostri.</p>
<p>Oggi, in un mondo ormai ridotto ad una dimensione sola, quella del capitale, possiamo annoverare solo tenaci esperienze di resistenza.<br />
Quella dei Sem Terra brasiliani è forse la più importante perché contiene il seme di una società nuova.<br />
Poi ci sono le Ert, le 300 “fabbriche recuperate” argentine, ma si tratta di risposte sì importanti, ma essenzialmente difensive alla crisi, nate sotto uno stato di necessità, fondate sulla parola d’ordine lanciata proprio dai Sem Terra: “occupare, resistere, produrre”.<br />
Si tratta di enclavi di resistenza, realtà mediamente di trenta/quaranta lavoratori e lavoratrici, la cui autonomia e la cui stessa natura sono costantemente minacciate dai condizionamenti del mercato e dell’ingranaggio capitalistico con il quale sono costrette a fare i conti.</p>
<p>Dedicheremo a questo tema una specifica sessione del nostro corso di formazione.<br />
Per ora vi suggerisco la lettura del bel libro di Andrés Ruggeri, Le fabbriche recuperate, edizioni Alegre.</p>
<p>Per ultimo, vorrei affrontare la questione del rapporto sino ad ora irrisolto quando non apertamente conflittuale fra movimento operaio e movimento ambientalista o, per meglio dire, fra movimento operaio e coscienza ambientalista.</p>
<p>Si tratta, in realtà, di una cesura storica.<br />
L’industrialismo degli anni Cinquanta, figlio della ricostruzione post-bellica e del cosiddetto “miracolo economico” è stato segnato da una convinzione diffusa, che sembrava inverare un classico assunto marxiano, quello secondo cui capitale e lavoro si sviluppano insieme.</p>
<p>Questo paradigma ha dominato per un lungo periodo ed ha influenzato, in Italia, lotte straordinarie.<br />
Ne ricorderò due, di diversa natura ma di eguale, formidabile intensità.</p>
<p>La prima si sviluppò durante il contratto integrativo di una delle più importanti imprese tessili italiane, la Niggeler &amp; Kupfer, proprietà tedesca, amministratore delegato e direzione generale italiana.<br />
L’azienda era una holding che constava di sette unità produttive disseminate essenzialmente nel nord-ovest del paese.<br />
La piattaforma sindacale prevedeva aumenti salariali, riduzioni dell’orario di lavoro, passaggi di qualifica e un piano di investimenti che domandava una cosa effettivamente straordinaria: il plafonamento degli investimenti al nord e la destinazione di quelli aggiuntivi al sud, secondo una strategia che puntava a portare fabbriche e lavoro al Sud.<br />
Si trattava di una linea che conteneva un certo tasso di ingenuità ed un’idea essenzialmente quantitativa dello sviluppo che doveva essere trapiantato nel Mezzogiorno.<br />
Ma la generosità della lotta che si ingaggiò fu veramente straordinaria. Costò molte ore di sciopero e la vertenza si chiuse solo quando l’azienda si piegò a sottoscrivere un accordo che prevedeva la costruzione di un impianto tessile negli Abruzzi, la Manifattura di Roseto degli Abruzzi, appunto.<br />
Difficile e nel tempo presente difficilmente immaginabile l’entusiasmo che si diffuse fra i lavoratori, soprattutto donne, alla firma dell’accordo. Lì capivi che la solidarietà era un sentimento profondamente interiorizzato nella classe.</p>
<p>La seconda si svolse negli anni Novanta alla Valsella meccanotecnica di Montichiari (Bs), con sito produttivo in Castenedolo (Bs) specializzata nella produzione di mine anti-uomo che furono vendute in ogni dove e, in particolare, in Iran e Iraq nella guerra che provocò un milione di morti.<br />
L’azienda era dei flli. Borletti e della Fiat, che dismise il suo pacchetto azionario solo quando l’Italia aderì alla moratoria contro le mine anti-uomo.</p>
<p>Gli effetti disastrosi della disseminazione delle mine senza mappatura furono descritti in tutta la loro drammaticità da Emergency.<br />
Da quella denuncia prese corpo una campagna contro la produzione e l’utilizzo di queste armi di distruzione indiscriminata di massa, una campagna che si concluderà con successo nel ’97 con la messa al bando delle mine anti-uomo.</p>
<p>La campagna non poteva non chiamare in causa la Valsella e, fatalmente, quanti e quante vi lavoravano: un pugno di tecnici addetti alla progettazione, profumatamente pagati e una quarantina di operaie addette alla produzione con salari non superiori alle 900 mila lire mensili.<br />
E’ a loro che ci rivolgemmo per discutere della necessità di porre fine a quelle produzioni.<br />
La prima assemblea fu durissima. Le operaie rifiutavano di essere assimilate a coloro che avevano le mani sporche di sangue. Concordammo allora un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada. Lì fu proiettato un documentario agghiacciante che ebbe sul Consiglio di fabbrica un effetto catartico.<br />
Da quel momento iniziò un processo rapido di maturazione e di presa di coscienza che sfociò in uno sciopero a oltranza che si protrasse per mesi. Vi parteciparono tutte le donne, addette alla produzione. A loro non si unì nessuno dei progettisti.<br />
Con l’agenzia regionale per la riconversione furono elaborati progetti alternativi, che sfruttavano le tecnologie esplosive delle mine per produrre airbag, dispositivi per lo svitamento in cunicoli stretti, tecniche di esplosione in verticale per la demolizione di edifici vetusti. Ma la Valsella non intendeva abbandonare la produzione straordinariamente lucrativa delle mine. Dovette cedere quando il governo decise di aderire alla moratoria internazionale della produzione delle mine.<br />
La situazione economica era terribile, malgrado il credito che gli esercenti facevano alle operaie in lotta e alle loro famiglie. A questo punto, come non sempre accade, un colpo di fortuna. Si fece avanti un’azienda che operava nel settore automotive, la Vehicle Engineering&amp;Design, che si dichiarò disponibile a rilevare la Valsella per costruire motori a trazione elettrica: un salto di qualità clamoroso, salutato con entusiasmo dai lavoratori. Ma l’offerta conteneva una condizione: la disponibilità dei lavoratori a consentire la vendita alla Spagna dell’Istrice, un marchingegno brevettato dalla Valsella che serviva alla distribuzione dall’alto delle mine, ovviamente senza mappatura. L’incasso sarebbe servito anche a pagare ai lavoratori le tante mensilità arretrate accumulate.<br />
Si svolse un’assemblea drammatica: spettava alle lavoratrici decidere se rifiutare l’offerta e ricominciare da capo o accettarla con le conseguenze intuibili.<br />
Ricorderò per sempre quei momenti. Nel silenzio totale prese la parola una delle tre delegate del consiglio di fabbrica e disse: “Sentite, abbiamo fatto tanta strada insieme, in tutti i sensi; siamo cresciute, abbiamo capito che a volte nella vita occorre assumersi delle responsabilità che vanno oltre le proprie convenienze. Ora, dopo tutta questa lotta, cosa dovremmo fare? Dovremmo scambiare la nostra dignità per questi quattro soldi? Sì, lo so, riprenderemmo il lavoro, in un modo degno, e ne abbiamo bisogno tutte, ma ogni giorno ci ricorderemmo che non abbiamo avuto il coraggio di andare fino in fondo e resterebbe una macchia su ognuna di noi. Sapete allora cosa vi dico?: nessun compromesso. Di qui non esce niente, nemmeno il progetto di quel maledetto istrice”.</p>
<p>Si votò. E la proposta della delegata venne accettata. Era un venerdì sera. Tornammo al sindacato e scrivemmo alla Vehicle Engineering&amp;Design per comunicare la decisione delle lavoratrici, condivisa dal sindacato. E invitammo l’azienda a ripensare le condizioni poste e a confermare l’offerta d’acquisto, senza condizioni.<br />
Il secondo colpo di fortuna fu che lunedì l’azienda rispose, rinunciando a quanto aveva chiesto.<br />
Nei giorni successivi si svolse una grande manifestazione, con un corteo che si snodò da Brescia a Montichiari. Gli stampi delle mine furono bruciati in piazza. Tutti i progetti furono consegnati al Ministero della difesa.</p>
<p>Mi sono diffuso nel racconto di questi due episodi, espressione di quella che un tempo nominavamo come lotta di classe, ma altri meriterebbero di essere ricordati, perché grandi battaglie furono combattute in quegli anni, animate da una straripante generosità politica, da una nitida coscienza di sé e da un alto senso morale, uniti alla consapevolezza assai forte nei lavoratori e nelle lavoratrici di appartenere ad una comunità di destino.</p>
<p>Per l’ambiente non è andata così.<br />
Brescia, la stessa città protagonista delle lotte appena ricordate è oggi sotto i riflettori come uno dei territori più inquinati d’Italia.</p>
<p>Ci sono ragioni più recenti, ampiamente note, ed altre più antiche, che portano il segno dell’industrializzazione selvaggia, del saccheggio del territorio, dell’inquinamento delle falde acquifere. In quel tempo allo sviluppo, all’occupazione si poteva sacrificare tutto il resto.<br />
Brescia, come gran parte del Nord, è stata per lunghi anni una realtà dove il tasso di disoccupazione non ha mai superato dimensioni fisiologiche. E tanto bastava.<br />
La tutela dell’ambiente non è mai entrata nell’orizzonte delle preoccupazioni di un movimento operaio pur forte come quello che negli anni Settanta, Ottanta e per trascinamento persino oltre, ha segnato di sé la vicenda sociale del nostro paese.</p>
<p>Poi, negli anni della crisi, della distruzione di posti di lavoro, il movimento operaio e sindacale è rinculato su se stesso e le lotte per la difesa del posto di lavoro, spesso senza alternative, hanno rimosso ogni altra priorità, accentuando, se possibile, la frattura fra l’istanza del posto di lavoro e quella della tutela ambientale, a sua volta interpretata da un movimento ambientalista privo di storia sindacale.<br />
Sono infiniti gli esempi, in qualche caso clamorosi, di frattura e di contrapposizione che si sono consumati, il più delle volte con esiti infausti per entrambi i fronti.</p>
<p>L’Icmesa di Meda<br />
Disastro Seveso è il nome con cui si ricorda l&#8217;incidente, avvenuto il 10 luglio 1976 nell’azienda Icmesa di Meda con la fuoriuscita e la dispersione di una nube della diossina TCDD, una sostanza chimica fra le più tossiche. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso.<br />
Il disastro, che ebbe notevole risonanza pubblica e a livello europeo, portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE nota anche come Direttiva Seveso. Si trattò del primo evento nel quale la diossina era uscita da una fabbrica e aveva colpito la popolazione e l&#8217;ambiente circostante. Secondo una classifica del 2010 del periodico Time, l&#8217;incidente è all&#8217;ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia. Il sito americano CBS ha inserito il disastro tra le 12 peggiori catastrofi ambientali di sempre.<br />
Uno studio pubblicato nel 2008 ha evidenziato come ancora a 32 anni di distanza dal disastro gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione siano elevati.<br />
I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell&#8217;alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La popolazione dei comuni colpiti venne però informata della gravità dell&#8217;evento solamente otto giorni dopo la fuoriuscita della nube. Nell&#8217;area più inquinata il terreno fu depositato in vasche. Fu apportato un nuovo terreno proveniente da zone non inquinate ed effettuato un rimboschimento che ha dato origine al Parco naturale Bosco delle Querce.<br />
L’Acna di Cengio.<br />
L’Acna (acronimo che sta per Azienda Coloranti Nazionali e Affini) presso Cengio, in provincia di Savona) era in mano all’ENI tramite la sua consociata EniChem.<br />
Per quasi 30 anni, i comuni piemontesi segnalarono di continuo casi di inquinamento dei pozzi e delle falde, causate dalla presenza dello stabilimento. I danni erano spesso evidenti a occhio nudo: le acque si tingevano di strani colori e puzzavano per qualche giorno, poi la situazione sembrava migliorare fino al successivo episodio. Indagini e accertamenti avrebbero in seguito dimostrato una scorretta gestione dei rifiuti tossici, con sversamenti delle sostanze nelle acque di scarico, che finivano poi nel fiume.<br />
Da un lato c’erano gli abitanti di Cengio e degli altri comuni liguri che beneficiavano dell’occupazione offerta dalla fabbrica, mentre dall’altra c’erano i piemontesi che dovevano fare i conti con l’inquinamento causato dall’impianto e che attraverso la Bormida interessava buona parte del fondo valle fino alla confluenza del fiume con il Tanaro, nei pressi di Alessandria.</p>
<p>Morti sospette per cancro alla vescica spinsero i sindacati a costituirsi parte civile, ma questi si ritirarono dal processo su pressioni da parte dell’azienda. I sindacati confermarono la posizione mantenuta per decenni, dimostrando l’interesse per il mantenimento dei posti di lavoro, che superava quello per tutelare l’ambiente e la popolazione della val Bormida.<br />
Lo scontro divenne durissimo. Nel 1988 una grande manifestazione coinvolse oltre 8mila persone, ma anche in quel caso i sindacati furono dalla parte dell’azienda. Lavoratori da una parte con i distintivi distribuiti dal sindacato che su un cuore rosso portavano la scritta I love Acna, e dall’altra cittadini che chiedevano la chiusura dello stabilimento.</p>
<p>Il 23 luglio 1988 alle 8 del mattino una densa nube bianca si levò dallo stabilimento ACNA di Cengio. I gas tossici di oleum, una miscela di acido solforico e anidride solforica, furono rapidamente trasportati dal vento verso Saliceto e altri comuni piemontesi della val Bormida, causando grande preoccupazione tra gli abitanti.</p>
<p>L’ennesimo disastro portò a nuove manifestazioni da parte degli attivisti piemontesi, richieste al governo di intervenire e ancora polemiche con i sindacati. Fu disposta una chiusura dello stabilimento per un mese e mezzo a partire da agosto, in attesa di un piano per risanare e mettere in sicurezza il sito produttivo.<br />
La proposta di costruire nell’area dell’ACNA un inceneritore per recuperare i solfati portò a nuove proteste, ma l’anno seguente il piano fu approvato dalla regione Liguria.</p>
<p>Dopo avere scoperto la presenza di sostanze inquinanti che finivano chiaramente nella Bormida, le associazioni intensificarono i loro presidi intorno allo stabilimento ACNA, con una presenza 24 ore su 24.<br />
Le loro iniziative furono raccontate sui media nazionali in alcune trasmissioni, come quelle sulla RAI di Michele Santoro. Intanto la costruzione dell’inceneritore proseguiva a singhiozzo, tra sospensioni e provvedimenti quando si scoprì che l’azienda non aveva eseguito le valutazioni di impatto ambientale necessarie.<br />
Nel 1999 l’ACNA fu infine chiusa, a oltre un secolo dalla fondazione del primo dinamitificio a Cengio.<br />
L’area tra Cengio e Saliceto è stata inserita tra i Siti contaminati di Interesse Nazionale (SIN), sotto la competenza del ministero dell’Ambiente in collaborazione con le Agenzie regionali per la protezioneambientale.<br />
Il territorio della val Bormida risulta ancora inquinato e lo resterà per decenni, mentre si attuano soluzioni per ridurre l’impatto degli inquinanti sulla popolazione e la produzione agricola.</p>
<p>Mi sono diffuso lungamenete su questo caso perché ampiamente rappresentativo di ciò che è accaduto (e ancora accade) nel nostro paese.</p>
<p>Di passaggio voglio solo ricordare altre vicende paradigmatiche:</p>
<p>Il petrolchimico di Marghera<br />
Un censimento del 1998 evidenziò la presenza di 1498 camini da cui venivano immesse ogni anno 53 mila tonnellate di 120 sostanze tossiche differenti. Tante quante le discariche abusive per un totale di 5 milioni di metri cubi di rifiuti. Tra gli agenti contaminatori zinco, arsenico, piombo, selenio, rame ma anche alcuni idrocarburi. In particolare fu riscontrata la presenza di metalli pesanti e microinquinanti organici.<br />
Nel 1996 la procura di Venezia chiese il rinvio a giudizio di 28 dirigenti di Montedison ed Enichem con l&#8217;accusa di strage, omicidio, lesioni colpose multiple e disastro colposo ambientale. Questi erano gli stabilimenti che a partire dagli anni Settanta immettevano nell&#8217;atmosfera tonnellate di fumi tossici e riversavano nel mare sostanze cancerogene.<br />
Tutto ciò ha provocato nella popolazione aumento delle patologie tumorali legate alle vie respiratorie, alla pelle e alle ossa con centinaia di vittime tra gli abitanti.<br />
Nel 1998, lo Stato si costituì parte civile chiedendo un risarcimento di 71 mila miliardi di lire. Montedison verserà la cifra di 550 miliardi come contributo per opere di bonifica del territorio. Enichem, invece, risarcirà la vittime con 70 miliardi di euro ma in cambio chiese ed ottenne il loro ritiro dal processo. Nel processo d’appello del 2004, vennero condannati 5 ex dirigenti Montedison.</p>
<p>Quanto alla bonifica, i dati forniti dal ministero dell&#8217;Ambiente aggiornati al marzo 2013, riportano una percentuale di avanzamento, calcolato rispetto al totale delle aree perimetrate a terra di competenza pubblica: solo il 10,3% di queste zone è stato sottoposto ad interventi di messa in sicurezza di emergenza.<br />
In tutto tra il 2004 e il 2010 con le bonifiche in corso sono state prodotte 140 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, 600 mila di rifiuti non pericolosi, 90 mila di rifiuti solidi da bonifica e 370 mila tonnellate di rifiuti liquidi. Cifre impressionanti e solo parziali che rendono bene l&#8217;idea sulla quantità e gravità dell&#8217;inquinamento del sito.</p>
<p>L’Ilva di Taranto</p>
<p>L’ Ilva S.p.A. è una società che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell’acciaio.<br />
Rinata sulle ceneri dell&#8217;Italsider, viene acquisita da flli. Riva.<br />
In amministrazione straordinaria dal 2015, il 1º novembre 2018 l’Ilva entra ufficialmente a far parte del colosso ArcelorMittal, nato nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e dell&#8217;inglese Mittal Steel.</p>
<p>Nel 2012 furono depositate presso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie, una chimica e l&#8217;altra epidemiologica, nell&#8217;ambito dell&#8217;incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell&#8217;area agglomerato. A loro carico furono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.<br />
Quanto alla perizia epidemiologica, i modelli adottati dai periti di parte nominati dalla Procura di Taranto hanno attribuito all’Ilva la responsabilità di un totale di 11.550 morti, con una media di 1650 morti all&#8217;anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie; un totale di 26 999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all&#8217;anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie, e cerebrovascolari.<br />
Gli esiti sanitari evidenziarono un danno a carico delle emissioni del siderurgico costituito da patologie cardiovascolari e respiratorie, queste ultime in particolare per i bambini, tumori maligni e leucemie.<br />
La perizia epidemiologica si conclude con un&#8217;affermazione che sintetizza quella che, secondo le metodologie di rilevazione adottate, è la situazione dell&#8217;area ionica: &#8220;L&#8217;esposizione continuata agli inquinanti dell&#8217;atmosfera emessi dall&#8217;impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell&#8217;organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte&#8221;.<br />
Nel gennaio 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha accolto i ricorsi presentati nel 2013 e 2015 da 180 cittadini che vivono o sono vissuti nei pressi dello stabilimento siderurgico di Taranto e condanna l&#8217;Italia per non aver tutelato il diritto alla salute dei cittadini.<br />
La bocciatura riguarda i governi che dal 2010 (governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) hanno sempre rinviato il rispetto dei vincoli ambientali.<br />
Ancora oggi, l’intervento di bonifica, promesso dalla nuova proprietà, langue.</p>
<p>La Marlane, di Praia a mare</p>
<p>La proprietà? Prima Lanerossi, poi Marzotto.<br />
Per anni usano sostanze tossiche nella produzione e sversano i veleni nel terreno circostante. Ma nessuno si muove, sindacato compreso, perché il lavoro, in una zona che ne è avara, è troppo prezioso. Moriranno in 107 (sino ad ora).<br />
Di fronte all’ecatombe manifesta l’omertà si rompe faticosamente e alla fine la procura apre un procedimento per omicidio colposo e disastro ambientale.<br />
La prima scandalosa sentenza assolve tutti e quella pronunciata dai giudici del processo d’appello conferma quella di primo grado.<br />
All’inizio di febbraio dello scorso anno sono state pubblicate le motivazioni della sentenza del processo d’appello che vedeva imputati dirigenti e proprietari della Marlane, della Lanerossi, della Marzotto.<br />
Tutti assolti! Per non aver commesso il fatto, perché il fatto non sussiste, perché è passato troppo tempo dai fatti e tanti reati sono prescritti. Nessuno è stato dichiarato responsabile delle malattie e delle morti conseguenti, di quella“epidemia”di diversi tipi di cancro che ha colpito i poco più di mille che hanno lavorato in quella fabbrica calabrese. Persone, non numeri di una statistica, che si sono spente un poco alla volta, lentamente, nell’indifferenza generale. Morti, anche in questo caso, che non hanno fatto notizia. Esistenze da dimenticare.</p>
<p>Nei terreni è stata riscontrata la presenza in concentrazioni altissime di cinque classi di metalli pesanti, per le loro caratteristiche non degradabili in forme non tossiche e nocivi per la salute umana: mercurio, piombo, cadmio, cromo, arsenico.<br />
Ancora oggi è estremamente difficile reperire le informazioni su cosa sia realmente successo alla Marlane-Marzotto e sul perché di tante morti, ma se si leggono le motivazioni di quella sentenza assolutoria per tutti, dirigenti e imprenditori, qualche certezza cresce, dirompente. Perché nelle motivazioni appare chiaro e lampante che nella Marlane-Marzotto la causa di tante malattie e morti c’è ed è stata trovata. I livelli di inquinamento e tossicità, all’interno e all’esterno dello stabilimento, erano incredibilmente elevati. Sono stati chiaramente rilevati a distanza di decenni da quando, probabilmente è avvenuto l’inquinamento e sono, ancora oggi, estremamente pericolosi per la salute e la vita di chiunque abbia lavorato in quel maledetto stabilimento o viva nelle sue vicinanze.<br />
La Caffaro<br />
Il divieto di produrre PCB fu deciso in Giappone nel 1972 e negli Stati Uniti nel 1977. In Italia no e la Caffaro ne interruppe solo nel 1984 la produzione. Fu nel 1980 che si iniziò a considerare la pericolosità della dispersione in ambiente delle peci e dei rifiuti tossici delle produzioni Caffaro.<br />
Nei primi anni Ottanta, il Comune di Brescia, attraverso la propria municipalizzata, verificò il forte inquinamento dovuto al tetracloruro di carbonio di alcuni pozzi dell&#8217;acquedotto pubblico. Nel corso dei decenni erano state utilizzate ingentissime quantità di acqua di falda. L’acqua emunta con sette pozzi, venne scaricata per anni “arricchita” di tutte le sostanze tossiche entrate in produzione, nella roggia da cui si irradiava il sistema di irrigazione dei campi a valle della stessa fabbrica.<br />
Secondo le indagini effettuate dall’Arpa Lombardia (nel 2001) è emerso “un inquinamento del suolo con valori fino a migliaia di volte al di sopra dei limiti”.<br />
E ancora: “Nell’area dello stabilimento gli inquinanti quali policlorobifenili (pcb), policlorobenzodiossine e dibenzofurani, mercurio, arsenico, solventi, si sono spinti nel sottosuolo fino a una profondità di oltre 40 metri, determinando anche la contaminazione della risorsa idrica sotterranea” su un’area che, oltre al vecchio stabilimento, comprende all’incirca 260 ettari di terreno e oltre duemila ettari di falda acquifera.<br />
Uscendo dal perimetro della fabbrica, all’orizzonte c’è un’ampia area di campi, una zona agricola sulla quale sorgono delle vecchie cascine. I contadini che abitano in quegli edifici e coltivavano quei campi hanno sempre pensato di aver mangiato sano. Lo hanno pensato fino al giorno in cui è stato detto loro che dovevano ammazzare tutti gli animali e smettere di coltivare la terra. La loro vita non è più la stessa. Niente è più lo stesso per loro. Anche se non è visibilmente cambiato nulla e i risarcimenti, per tutto questo, non sono mai arrivati.<br />
I danni per la salute delle persone sono evidenti, come testimoniano le alterazioni del sangue e del latte materno presenti fra i residenti nell’area Caffaro.</p>
<p>L’azienda liquefatta non è in grado di riparare il danno prodotto, di proporzioni semplicemente enormi, mentre l’inquinamento della falda non è affatto risolto e richiede un intervento radicale che ancora non è alle viste.</p>
<p>Questa disamina campionaria – per altro assolutamente parziale e formulata a titolo di esempio – spiega con chiarezza lineare non soltanto la protervia dei padroni, attenti unicamente alla realizzazione dei propri profitti, quale che sia il prezzo economico, sociale ed ambientale pagato dalla collettività, non soltanto l’inerzia dei poteri pubblici, ma anche le amnesie del sindacato schiacciato su una linea di condotta che è spesso di oggettiva complicità con l’impresa.</p>
<p>Persino le grandi lotte che negli anni Settanta hanno saputo mettere al centro della contrattazione il tema della salute nei luoghi di lavoro attraverso un grande processo di soggettivazione operaia, non si sono mai saldate ad una visione più ampia del problema ambientale.<br />
Fra il “dentro” e il “fuori” dalla fabbrica è rimasta una cesura, una ferita mai ricomposte.</p>
<p>Dall’altra parte, abbiamo un ambientalismo “debole” (Verdi, WWF, Italia nostra, la stessa Legambiente) che non hanno mai saputo legare la questione ambientale a quella del lavoro, del tema cruciale di chi decide cosa produrre, come produrre e per chi.</p>
<p>Ci sono tracce – per la verità – di un ambientalismo “forte”, quello della compianta Carla Ravaioli, di Mario Agostinelli, di Giorgio Nebbia, che sulle tracce di Serge Latouche, Karl Polany, Ivan Illich si è spinto sino a produrre una critica dello stesso concetto di “sviluppo sostenibile” e della csd “Green economy”, definita come una sorta di impacco caldo su una gamba di legno, per approdare al concetto di “decrescita serena”, fondata sulla convinzione che serva un cambiamento radicale, possibile solo se si lavora per un’uscita dal capitalismo.</p>
<p>Ma si tratta di posizioni minoritarie, sostanzialmente estranee al grande dibattito pubblico e ignorate dal mainstream.</p>
<p>Oggi, in una fase di generale riflusso della sinistra e del movimento operaio, la regressione del senso comune su posizioni subalterne a quelle del grande capitale è molto evidente.</p>
<p>Il rilancio di una speranza viene dall’esterno della fabbrica, dall’esterno delle organizzazioni del movimento operaio.<br />
Si tratta del movimento su scala planetaria, innescato dalla giovanissima svedese Gretha Thumberg, che pare aver messo in moto una nuova generazione, in gran parte studentesca (nelle manifestazioni di queste settimane non troverete un solo operaio) che si muove con gli strumenti che ha, con un livello di coscienza che non può appoggiare su alcun pavimento culturale preesistente.<br />
Camminano con generosità su un terreno arido e incolto.<br />
Si portano appresso contraddizioni, primitivismi, diffidenze verso le ideologie, verso le tradizionali forme politiche organizzate, massimamente verso i partiti: sono in qualche modo vittime dell’antipartitismo dilagante, esito della degenerazione populistica e lidersitica che ha libero corso.</p>
<p>Qui ci sarebbe (c’è), ove ne fossimo capaci, un ruolo da svolgere, se non fossimo ingoiati dall’irresistibile afasia della sinistra radicale divorata dalla sua eterna balcanizzazione.<br />
Il rischio che anche quel movimento subisca una manipolazione e un esito consegnato all’egemonia moderata c’è tutto, e con esso l’inevitabile riflusso.<br />
Del resto è sempre stato questo il rischio, connaturato alla natura di tutti i movimenti di scopo, anche i più forti e motivati, i quali, prima o poi, concludono la propria vita sociale, o perché raggiungono lo scopo, o perché, come più spesso accade, perché vengono sconfitti.<br />
Ma anche nella fase “alta” della loro crescita, difficilmente scoprono il nesso politico che lega gli uni agli altri, vivendo in una sorta di assolutismo autoreferenziale: fuori da sé non c’è nulla.</p>
<p>La necessità di rifondare la Sinistra sulla base di un nuovo paradigma ambientalista, di stampo marxiano, dovrebbe essere il cimento dei comunisti, impresa che implica un di più di cultura teorica e politica oggi francamente deficitari.</p>
<p>Nel mondo cattolico, soprattutto per l’iniziativa di Bergoglio, c’è un fermento nuovo che sarebbe sbagliato trascurare o sottovalutare. Quel Bergoglio che è sotto attacco – dall’interno e dall’esterno della chiesa – da parte della destra reazionaria, sanfedista e clerico-fascista.</p>
<p>L’enciclica Laudato sì rappresenta un passo di novità epocale perché individua un nesso stringente fra le due crisi, quella sociale e quella ambientale, entrambe legate, anche se il termine capitalismo non viene esplicitamente evocato.</p>
<p>E ancora: la rivendicazione di un’ecologia integrale, dove l’origine dei mutamenti climatici viene spiegata con la qualità dello sviluppo; la questione dell’acqua e dei beni comuni; la tutela della biodiversità; il debito ecologico del Nord verso il Sud del mondo; la dignità del lavoro e la centralità della persona.</p>
<p>C’è, su questi temi cruciali, una superficie di contatto molto ampia con le istanze di liberazione di cui dovrebbe farsi banditrice una sinistra finalmente capace di padroneggiare e riabilitare i propri “fondamentali”.</p>
<p>E’ mia convinta opinione che il punto più alto della proposta di una nuova civilizzazione umana, di impronta socialista, che mai sia stato formulato sia venuto per iniziativa di Enrico Berlinguer nel 1977, dopo la grande avanzata elettorale che fra il ’75 e il ’76 portò il Pci ad un’incollatura dalla Dc.<br />
Fu allora che il segretario del Partito comunista chiamò a raccolta, nel giro di 15 giorni, fra il 15 gennaio e il 30 gennaio, rispettivamente, gli intellettuali italiani, al teatro Eliseo di Roma e le lavoratrici e i lavoratori italiani, al teatro Lirico di Milano.</p>
<p>Per questo, in conclusione della mia relazione, mi soffermerò ampiamente su quella che ritengo sia stata – senza retorica – la più grande occasione che si presentò al popolo italiano da quando è nata la repubblica democratica.</p>
<p>Lo farò facendo parlare direttamente il capo del Pci. Che a lavoratori e intellettuali propose un discorso che riassumerei così: a questo punto della nostra forza non possiamo più limitare la nostra battaglia ad una pur essenziale strategia redistributiva della ricchezza. A questo punto dobbiamo compiere un decisivo salto di qualità, che consiste nel porre all’ordine del giorno la questione cruciale del modello di società che vogliamo costruire, che nella sostanza significa cosa produrre, come produrre e per chi.<br />
In sostanza, Berlinguer mette a tema la questione della transizione verso una società postcapitalistica, dove i produttori associati, riuniti in pubbliche e democratiche istituzioni, possano diventare protagonisti del loro destino, sottraendolo a forze estranee ed alienanti.</p>
<p>“Noi vogliamo – così si rivolse Berlinguer agli intellettuali – fare una cosa che non si è mai fatta in Italia, sia per la sostanza che per il metodo: arrivare ad un progetto di trasformazione discusso fra la gente, con la gente. E poiché per trasformare la nostra società si tratta, come abbiamo detto più volte, non di applicare dottrine o schemi, non di copiare modelli altrui già esistenti, ma di percorrere vie non ancora esplorate, e cioè di inventare qualcosa di nuovo, che stia, però, sotto la pelle della storia, che sia, cioè, maturo, necessario, e quindi possibile, è naturale che il primo momento di questo lavoro sia stato e debba essere l’incontro con le forze che sono o che dovrebbero essere creative per definizione, con le forze degli intellettuali, della cultura (…) Questo convegno rappresenta un primo positivo risultato dello sforzo che stiamo avviando e che dovrà ora continuare ed intensificarsi con altre iniziative che sollecitino il contributo degli operai, dei contadini, dei tecnici, dei dirigenti aziendali, delle masse giovanili e delle loro organizzazioni, delle donne e delle loro associazioni”.</p>
<p>Berlinguer definirà la sua proposta come una proposta di “austerità”. “Per noi – continuò – l’austerità non è un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali (…). Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato (…). Lungi dall’essere una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del capitalismo, l’austerità può essere una scelta che ha un avanzato, concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale”.</p>
<p>Berlinguer pose due urgenze assolute: “aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia dei popoli del terzo mondo e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza e abbandonare l’illusione che sia possibile perpetrare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”.</p>
<p>Una proposta– continuava Berlinguer – che “non è un tendenziale livellamento verso l’indigenza”, ma “un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, un atto che crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale”.</p>
<p>“Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine l’elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati ad un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale; quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori al controllo delle aziende, dell’economia, dello stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti ad una redistribuzione della ricchezza su scala mondiale, che cos’altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?”</p>
<p>E ancora più nettamente, rivolto agli operai: “Qualcuno, sentendoci parlare di austerità, ha creduto di poter fare della facile ironia. Forse voi comunisti – hanno detto – state diventando degli asceti, dei moralisti? Risponderò con le parole che disse, mentre infuriava ancora la guerra nel Vietnam, il primo ministro di quel paese, compagno Pham Van Dong: ‘ il socialismo non significa ascetismo. Sostenere una simile argomentazione sarebbe ridicolo, reazionario. L’uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un’automobile…Oltre un certo limite materiale le cose materiali non contano poi gran che; e allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori reali. E’ questo che dà un senso alla vita, che dà valore a un popolo”.</p>
<p>Così chiudeva il suo discorso:<br />
“Ai nostri compagni, proprio in questo momento che, ancora una volta, è di dura prova per il partito e per il popolo italiano, diciamo che dobbiamo tendere ogni nostra energia in un incessante sforzo innovativo e inventivo e, al tempo stesso, rimanere fedeli ai princìpi comunisti. E, di fronte a certi petulanti, lasciate, compagne e compagni, che , concludendo, io ricordi quel famoso verso di Dante con cui Carl Marx chiuse la sua prefazione alla prima edizione del ‘Capitale’: ‘Non ti curar di loro, ma guarda e passa’”.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2aXExQ2VVd1lkZTFWYTB4OWVXZ1BQMTZ2cWNF" target="_blank">Documento MS Word aggiornato il 16.09.2019</a></p>
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		<title>Rosa Luxemburg, professione rivoluzionaria</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 14:32:59 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Rosa Luxemburg, “Come una candela che brucia da due parti”. I fili da tirare, nel pensiero e nell’azione di questa straordinaria [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/02/rosa24.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-818" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/02/rosa24-150x150.png" alt="rosa24" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Rosa Luxemburg, “Come una candela che brucia da due parti”.</p>
<p><em>I fili da tirare, nel pensiero e nell’azione di questa straordinaria rivoluzionaria (entrambi i termini, per una volta, non sono abusati) sono molti e ci consegnano un materiale su cui riflettere, oggi più di ieri, quando la storia ha consumato, nel fuoco di brucianti sconfitte, la speranza di una radicale trasformazione dei rapporti sociali, oggi come ieri segnati col marchio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.</em></p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2aFhMUlpkM29EejhxTU5jcy1laVNQNlJ3aHNN" target="_blank">Leggi la relazione di Dino Greco</a></p>
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