La sinistra di Milano non è quella raccontata dal suo sindaco.

La sinistra di Milano non è quella raccontata dal suo sindaco.

Stefano Galieni*

Ieri, 19 settembre, il candidato sindaco della sinistra di Milano, Gabriele Mariani, si è confrontato alla festa del partito con il nostro segretario nazionale Maurizio Acerbo. Nei giorni scorsi, il candidato, aveva rilasciato a Transform Italia, questa intervista che vi proponiamo.

Ormai da mesi giornali e mezzi di informazione mainstream parlano di Beppe Sala come l’unico sindaco di Milano per il passato e per il futuro, spingendosi a dire, in una sorta di profezia da far realizzare in anticipo, che – data la debolezza del centro destra – neanche ci sarà bisogno di andare al ballottaggio. Nel capoluogo lombardo, come nel resto delle grandi città molte sono le liste che si misureranno e grande è la frantumazione a sinistra del Partito democratico. Ma mentre alcune forze puntano ad avere un ruolo di mera testimonianza la proposta della coalizione che candida a sindaco Gabriele Mariani e di cui Rifondazione Comunista è uno dei motori, punta a rafforzare l’esperienza riuscita di Milano in Comune. Ingegnere civile e architetto, un tempo esponente Pd ma che via si è spostato più a sinistra contestando nel merito le scelte dell’attuale giunta, il candidato rappresenta l’esempio di una persona competente e capace di operare ne contesto istituzionale cittadino senza cedere alle sirene della compatibilità con gli operatori immobiliari che si sono imposti nel contesto metropolitano. Incontrandolo gli chiediamo innanzitutto il perché di una candidatura fuori dagli schemi.

«La proposta è nata da un gruppo di cittadini che si occupa di difendere gli spazi della città e da comitati che hanno condotto battaglie civiche contro le scelte operate da Sala. Immediatamente è arrivata la risposta positiva della sinistra milanese ad oggi in Comune con Basilio Rizzo, già da sola ricca e composita. A febbraio abbiamo aperto un dialogo col M5S in particolare con la loro leader milanese Patrizia Bedori. Si è aggregata una parte di Sinistra Italiana e abbiamo cominciato a lavorare arrivando a due liste: Milano in Comune e la lista CivicaAmbientaLista (si scrive così, ndr). I verdi hanno preferito accodarsi a Sala che di ambiente si è occupato ben poco; in compenso si sono aggregate molte cittadine e cittadine e cittadini che non avevano mai fatto politica ma che magari si erano impegnati nella difesa di un parco e poi attivisti M5S delusi dalla piega presa dal loro movimento. Diciamo che si è creata una buona convergenza che poggia su due gambe: quella della sinistra milanese che non si è lasciata conquistare da una narrazione falsa della città e quella civica»

Quale punto inserisci come elemento centrale del lavoro che volete svolgere?

«La trasparenza. Il racconto che viene fatto di questa città è con Sala, monodirezionale, costruito su una sofisticata propaganda che si avvale di tutti gli strumenti mediatici di fatto dominati dagli operatori immobiliari e senza un minimo di partecipazione dei cittadini. Nella città si è deciso senza colpo ferire dei nuovi scali ferroviari come dell’abbattimento dello stadio di San Siro senza neanche prendere in considerazione l’idea di domandarsi cosa ne pensano gli abitanti. Io vorrei vivere e far vivere in una città di persone formate e informate. Il piano di governo del territorio di Milano vede oggi convivere nello stesso assessorato, ambiente e urbanistica. Le scelte concrete e dirimenti a mio avviso devono avere prima carattere ambientale e poi tradursi in scelte urbanistiche. Non il contrario. Si fa una propaganda verde subalterna ai parametri urbanistici perché gli interessi immobiliari sono dominanti».

Conoscendo un po’ Milano si nota, forse più che in altre città, un aumento dopo il covid, delle diseguaglianze sociali. È vero?

 

«Si. Secondo i dati forniti dalla Caritas, prima della pandemia, il 10% dei milanesi si erano arricchiti a scapito del 90 impoverito prima covid. A pesare soprattutto i costi degli immobili e anche delle locazioni. Si sono costruiti, anche fuori dalla Ztl palazzi per abitanti più ricchi (8000/10.000 mt al metro quadro) e pochissime case popolari. Basterebbe applicare la legge 167 e i soldi per realizzare edilizia popolare o per restaurare stabili abbandonati ci sono. Se non si è fatto è perché fa comodo a chi costruisce. Sta accadendo da noi quello che accadeva a Roma in passato. Il sindaco mesi fa suonava le trombe dicendo che Milano cresceva nel numero degli abitanti. Ora, al di là del fatto che l’aumento della popolazione non è di per se un valore, che valore, è vero? No. Ora che la situazione pandemica sta migliorando se ne stanno andando dalla città 500 persone al mese. Il motivo è presto detto, lo stipendio non è sufficiente per vivere. Non si trovano autisti ATM (l’azienda dei trasporti locali, Ndr) perché lo stipendio è insufficiente per vivere a Milano. Il modello sta divorando se stesso. Quando a Cologno era esplosa la pandemia si andava a fare l’aperitovo al grido “Milano non si ferma”. Abbiamo visto i risultati. Ora per apparire green si realizzano grattacieli col prato sopra ma quanto questo serve alla città? Quanto migliora la vita di chi ci vive e non potrà mai neanche permettersi un appartamento da quelle parti? E si badi bene: io non sono contro gli investimenti a prescindere ma qualcosa alla città deve restare. Qui il Comune è il maggior imprenditore, si narra come “verde” ma nel frattempo ha imposto una cultura della sussidiarietà. Ogni servizio è appaltato ad un terzo settore che in questa maniera viene silenziato. Si offrono posti di lavoro precari tramite cooperative, si finanziano progetti, creando un “consenso peloso” per cui anche una parte di sinistra si adegua e sostiene il sindaco.

Nella narrazione che andrebbe smontata c’è anche quella della “Milano accogliente”?

«Sul tema dell’accoglienza, come su quello dei diritti Lgbt, il Comune poteva avere maggiore coraggi anche perché queste battaglie non incidono sul conflitto capitale lavoro. Certamente qualcosa è stato fatto di migliore rispetto alla destra ma non basta. Un esempio fra tutti, si è fatto riaprire il Cpr (Centro Permanente per i Rimpatri), un luogo in cui la legalità è sospesa. Chiaro che non poteva essere il sindaco ad impedirlo ma c’era spazio e modo per far sentire la propria contrarietà rispetto al decisore romano, invece niente. Ma poi, soprattutto in emergenza covid – parlando di accoglienza e di politiche sociali rivolte a chi sta peggio – si poteva fare molto, invece si è preferito esternalizzare i servizi. Milano in Comune tentò di far approvare una delibera per i tamponi gratuiti ma niente da fare. Ad esempio si potevano poi istituire mense popolari per i cittadini bisognosi gestite dal Comune, invece si è scelta la sussidiarietà rivolgendosi a soggetti terzi».

La città ha sofferto in maniera gravissima, non solo per il numero di morti, con la pandemia. Cosa bisognerebbe fare per riprendersi?

«Partirei dal pensare a tutta la città metropolitana, anche fuori dalla Ztl. Arriveranno decine di miliardi di euro di investimenti di cui deve poter beneficiare tutta la città a partire dalle periferie. Questa, come si diceva prima, è una città dai forti squilibri economici e dovremmo, magari facendo asse con Roma, richiedere finanziamenti per fare ciò che finora non è stato fatto. Gli investimenti devono produrre posti di lavoro stabili e si deve attuare una vera conversione ecologica ad esempio attuando la captazione di energia dall’acqua di falda e non continuando ad utilizzare quella proveniente dai fossili. In tal senso bisogna anche approcciarsi al Pnrr».

Come progetto cosa vi proponete  di fare e a chi vi rivolgete?

«Intanto lavorare, sin dal primo giorno, per costruire la successione che ci innervi per i prossimi 5 anni. Noi raggiungeremo un voto di opinione di chi non è chiaramente schierato e quello della sinistra tradizionale. Il tema che si pone è non ottenere il consenso e il sostegno unicamente dai sindacati degli inquilini ma costruire consapevolezza e formazione, garantendo prima un tetto sopra la testa. Stiamo facendo il possibile in campagna elettorale con poche risorse ma partendo dal grande impegno e dalla competenza delle compagne e dei compagni di strada e Rifondazione in questo percorso si è rivelata essenziale. Poi ci sono le reazioni che si percepiscono mentre si danno i volantini e che ci fanno capire molto. Passi dalla “sciura” infastidita che vota Sala a chi ci dice che siamo tutti uguali, anche in maniera rude e poi vota Lega, a chi è deluso dalla svolta liberale, con una candidata calata dall’alto del M5S. Per noi c’è un elettorato “movimentista” anche complesso ma che puntiamo a raggiungere. Sabato e domenica troveremo modo, nella festa di Rifondazione, di fare una “Festa della coalizione”, in cui con molto piacere avrò modo di confrontarmi anche col segretario del Prc. Certo la comunicazione non aiuta. Vengo da un dibattito su Tele Lombardia in cui, invece che di parlare dei problemi e delle soluzioni si cercavano le risse. Ma al di là di questo la stampa è totalmente schierata: il tg3 ci ha citato 3 volte, Radio Popolare, la radio storica della sinistra milanese, dopo aver accennato due volte alla nostra presenza, da un paio di mesi ci ignora. Sono usciti due articoli sul Fatto Quotidiano ma contemporaneamente i giornali di massima tiratura trovavano spazio per dedicare mezza pagina alla, per carità legittima, candidatura, dell’ex ciclista Gianni Bugno. La pressoché totale egemonia di Sala nei mezzi di comunicazione non è a mio avviso un bel segnale per la città».

*da Transform Italia.it

 





 

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