Il dl Salvini è legge. Disobbedire contro la fascistizzazione è un dovere.

Il dl Salvini è legge. Disobbedire contro la fascistizzazione è un dovere.

Stefano Galieni

La firma è stata apposta. Il dl 113 preparato dal Ministro Matteo Salvini e dal suo entourage securitario diventerà legge, giusto in tempo, prima che scadessero i 60 giorni di tempo in cui un decreto emanato per ragioni di “necessità e urgenza” rischiasse di non poter essere convertito. A firmare il dl, non rimandandolo alle Camere, non chiedendo un riesame del testo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che pur avendo giurato su una Costituzione antifascista, con quella firma, tradisce il suo mandato e la sua promessa. Non è questione di forma ma di sostanza. Comportandosi come un novello Ponzio Pilato o, per avvicinarsi ai nostri giorni, come un Vittorio Emanuele III, ha di fatto avallato le leggi razziali del Ventunesimo secolo, le nuove forme di apartheid, giuridico, sociale e politico con cui si istituzionalizza non solo la caccia al migrante ma quella al povero, al vulnerabile, al non gradito. Un giorno, c’è da augurarselo e da agire perché questo avvenga, la Storia, con la S maiuscola inserirà nell’elenco dei vili, degli ignavi, chi ha apposto tale firma, chi ne ha avallato le scelte, chi le ha condivise col voto di finta protesta o con una rabbia inconsulta che non ha trovato, anche per nostre responsabilità, adeguata rappresentanza politica diversa. Ma oggi, all’atto della firma, nell’ottantesimo anniversario della Legge della Razza, a ridosso della ratifica (2 dicembre 1949) della Convenzione Onu per l’abolizione della schiavitù, contro il traffico degli esseri umani e contro la tratta per sfruttamento sessuale, il paese, come gran parte d’Europa del resto, sceglie di tornare indietro nel tempo, trasformando i diritti in privilegi. Il dl dell’uomo ossessionato dalle ruspe è solo un esempio. E non si tratta solo della cattiveria inutile attraverso cui si creano forme di diritto differenziato (peraltro già abbozzato da Minniti), che nega la difesa, permette di revocare cittadinanza, asilo, protezione, in nome di valutazioni unicamente politiche. Nella manovra che si sta approvando in parlamento si tagliano i servizi sanitari destinati ai migranti non iscritti al Sistema Sanitario Nazionale, (quasi 31 milioni di euro) il cui uso verrà deciso dalle regioni. Si passa ovvero da un Sistema Sanitario Nazionale ad un Sistema Nazionalista che esclude chi non ha avuto il privilegio precario di essere diventato cittadina/o italiana/o. Crolla l’idea di garantire chi è più vulnerabile, si sbattono le persone in strada, altro che sicurezza, si fanno saltare quei pochi presidi di accoglienza positiva, gli Sprar, lasciando disoccupati forse 18 mila operatori, altro che “prima gli italiani”. E, ad ulteriore dimostrazione di come il dl colpisca non solo i migranti, si istituzionalizza uno Stato di polizia e di indebolimento degli spazi democratici per chi esprime dissenso attivo (sarà possibile intercettare telefonicamente chi occupa uno stabile), chi attua un blocco stradale, chi reclama diritti. Si rende la richiesta di veder esigibili diritti e forme di protesta in reato penale grave. Si chiama, per voler utilizzare la parola che tanto si cerca di non pronunciare “fascistizzazione” del paese, con mezzi e strumenti diversi che in passato, senza bisogno di olio di ricino (per ora) ma utilizzando l’indottrinamento mediatico, l’odio instillato verso chi è altro da se, l’impotenza determinata da chi (anche spacciandosi per progressista) ha sempre bandito ed esorcizzato ogni forma di conflitto di classe. Una brutta data quella di questo 3 dicembre, che forse passerà alla storia come il punto di cedimento definitivo in Italia, per chi pensava fosse ancora possibile mediare. Il dl 113 (in nomen omen) segna un punto di svolta, non l’unico e purtroppo non l’ultimo di una serie di misure che da tanti anni vanno colpendo chi è sfruttata e sfruttato in questo paese. Leggi e decreti che colpiscono il mondo del lavoro, i diritti fondamentali ma che provano ad alterare, si veda il dl Pillon, in senso regressivo, anche gli elementi strutturali della cultura di questo paese. L’impianto ideologico di un Medio Evo oramai presente in cui tutto sarà possibile. Unico antidoto resta quello di continuare a praticare un conflitto di classe adeguato al XXI secolo. Internazionalista, senza frontiere e capace di assumere il meglio che ancora esiste in tanti paesi, dal mutualismo alle pratiche di resistenza, dalla disobbedienza civile alle forme di rivolta che ancora non riescono a trovare, o che spesso sono restie a cercare, rappresentanza politica ma hanno già rappresentanza sociale. Le energie ci sono, alle comuniste e ai comunisti spetta il compito di contribuire a farle liberare. Senza restare da soli, senza costruire ulteriori recinti di autoreferenzialità ma avendo chiara in mente l’idea che non ci sono più spazi di mediazione. O si è con un establishment che da Salvini a Mattarella abbraccia gran parte dell’arco parlamentare, M5S compresi, o si costruiscono pazientemente altre strade di ribellione capaci di proporre un altro modo di vivere e di proporre un futuro.

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