La grande truffa del Pot’N’Pop

La grande truffa del Pot’N’Pop

Gabriele  Zanella

Niente di nuovo. Un qualsiasi ente o processo che, dopo la propria fase precursoria e quella di picco, vive una fase di criticità storica, è tendenzialmente oggetto di un’azione ostile da parte di un soggetto esterno tesa ad affossarlo. Lo strumento abituale è la narrazione divisiva basata su vere o, molto più spesso presunte, dicotomie;  su tutte il vecchio/nuovo ed il sofisticato/immediato.

Non è automatico che l’operazione riesca;  accanto ad elementi ostili vi sono infatti contaminazioni che possono portare ad una risalita per il soggetto originario, che si salva solamente se riesce a far proprie queste contaminazioni, delle quali va colta l’importanza. Questo vale, a parere mio, anche per Rifondazione Comunista in questa fase.

Sarebbe un errore decontestualizzare la vicenda dello statuto dai sette mesi successivi alle elezioni, focalizzandoci sulla cronologia dell’ultimo mese, o peggio ancora sarebbe ridurre la questione ad un elemento giuridico-politicista.  “Le due Costituzioni” che hanno diviso la nostra comunità politica non sono un evento estemporaneo e casuale; sono figlie di una precisa, spregiudicata, narrazione che il gruppo dirigente dell’Ex Opg ha propinato dal 4 Marzo.

Ci è stato narrato che da una parte vi erano i giovani, carichi di entusiasmo e privi di passato politico, come fosse uno stigma aver militato in un’organizzazione partitica e invece fosse una peculiarità qualificante non aver votato e porsi in maniera spesso incurante rispetto alle elezioni ed alla rappresentanza; quest’ultima a sua volta, contrapposta alla strada, all’agire per via movimentista.

La logica divisiva ha contrapposto spesso la pratica all’intelletto, ha, ancora una volta narrato che un partito, Rifondazione Comunista, che nei fatti da anni si trova nei presidi, nei comitati, nelle attività di aiuto agli strati più disagiati (terremoti, sportelli, aiuto allo studio, gap), fosse riverso e stantio in mille riunioni interminabili per spezzare il capello in quattro. Ci siamo spesso trovati di fronte ad una sorta di anti-intellettualismo declinato con la caricatura di Rifondazione Comunista, all’attribuzione ad essa di sofisticazioni tali da renderla distante da un popolo bisognoso di slogan anziché di articolazioni del pensiero.

Ci è stato narrato che da una parte ci fossero degli idealisti, che girano a spese proprie (e chi dei nostri militanti ha mai visto un soldo in anni di politica?), che battevano metro per metro il Paese edificando una casa del Popolo ogni venti chilometri; nei fatti si tratta quasi sempre di annunci, fatti persino nelle assemblee nazionali e non corrispondenti alla realtà e di usurpazioni narrative di attività già in corso e sedi già in uso, riconducendole a Pap. In questa generale “vendita della fontana di Trevi”, ci hanno imposto l’idea farlocca che PaP abbia avuto un effetto dirompente sulla società italiana, anche alla prova dei fatti e dei numeri impietosi. Non è casuale che il nucleo dirigente di Pap abbia utilizzato ultimamente a proprio favore, la valutazione più aleatoria, e al contempo descritta come scienza, che vi sia in politica: i sondaggi.

E che dall’altra parte ci fossero dei freddi uomini d’apparato che vivono di tavoli ristretti, di accordicchi elettorali, di poltrone, di fallimenti politici. Le compagne ed i compagni di Rifondazione, dalla base al vertice,  hanno certamente commesso degli errori in passato, e ne commetteranno altri,  ma sono tra i pochi in questo paese ad aver sempre tenuto una dirittura morale inattaccabile e a schierarsi, da anni, in direzione politicamente ostinata e contraria ad ogni forma di liberismo e di politica filo-padronale, ad ogni costo e di fronte alla rinuncia in termini di eletti e di cariche.

E per finire la narrazione sintetica del dualismo; fatta in maniera molto sottile; che ci fossero un PAP di serie A, entusiasta e convinto (nei fatti al limite del fideismo, acritico e irrazionale) e un PAP di serie B, quello dei nemici interni: distaccato, menagramo e meritevole di continui processi alle intenzioni solamente per qualche critica a fin di bene.

Ecco, io credo che la vera lezione contaminante sia stata questa; l’importanza della narrazione, che indubbiamente genera appetibilità e aspettative per un processo politico .

Certo, non è secondario il far tesoro di questa esperienza in termini di tenore dialettico, e se necessario conflittuale, da tenere in futuro; del dovere di farsi rispettare da subito dagli interlocutori, chiunque siano.

Ma credo sia la prima, la lezione realmente contaminante, per Rifondazione Comunista, da questo percorso. Raccontiamo chi siamo, partendo dai fatti e non dalla fuffa come abbiamo visto fare in questi mesi; ma facciamolo. Raccontiamo fino in fondo i nostri sportelli, i nostri doposcuola, i nostri volantinaggi, i blocchi degli sfratti che questo Partito fa da anni. Non aspettiamo che arrivino da fuori a farlo, e a farlo proprio. Raccontiamo le nostre dure vite, quelle dei nostri giovani, le nostre idee, le nostre analisi, la nostra militanza. Facciamolo nella maniera più immediata, comprensibile e fruibile; e se non lo sappiamo fare, facciamocelo insegnare dalle tante compagne e compagni che lo fanno in maniera efficace. Raccontiamo ciò che siamo, di cui dobbiamo andare fieri al di là di ogni immaginario falso che ci hanno, nel tempo, costruito attorno. Rendiamo, per contraddittoria che sia, questa esperienza funzionale ad una risalita, che  con l’impegno unitario di tutte e di tutti, può realisticamente esserci.

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