DIBATTITO / Avanti popolo

Stella Isacchini

Vincenzo Salvitti

Marco Schettini

Il governo della reazione

Le elezioni politiche del 4 Marzo con l’affermazione del movimento 5stelle e della coalizione di centrodestra a trazione leghista e la travagliata ma riuscita nascita del governo Conte, Salvini, Di Maio segnano un salto di fase politica molto rilevante nel paese: la politica trasformista dei “5stelle”, per sua natura ambivalente e opportunista è surclassata e fagocitata dalla politica “coerentemente” reazionaria della Lega, che nel passaggio trimestrale dalle elezioni alla formazione del governo vede crescere i suoi consensi del 70% (dal 17% al 29%).

Quello che abbiamo di fronte è un governo che sta praticando politiche xenofobe sull’immigrazione e che cerca alleanze, a livello europeo, con i governi dei paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia). Sono presenti nel governo posizioni esplicitamente sessiste ed omofobe ma la caratteristica principale che lo contraddistingue è l’intreccio tra cultura conservatrice e reazionaria con proposte di politica economica iper-liberista come la flat-tax, che, se applicata, produrrebbe una fortissima redistribuzione della ricchezza verso l’alto.

Avanza un populismo fiscale, penale, sociale, etnico, costituzionale, che si fa azione di governo. Siamo di fronte ad un governo “di riequilibrio“, espressione di una parte della borghesia italiana, (settori produttivi e ceti professionali che influenzano amplissimi strati di lavoratori, disoccuppati, inoccupati) che mira a ricontrattare politicamente il proprio ruolo in ambito europeo, per ottenerne vantaggi economici rilevanti. A questo scopo mostra un cinismo disumano sui migranti, solleticando istinti esplicitamente razzisti.

Ma c’è di più: non è impossibile che il movimento 5-stelle e la Lega intendano,  consolidare l’alleanza per il futuro, ben sapendo che il loro non sarà un governo per la legislatura, puntando cioè a (stra) vincere le prossime elezioni.

Rimane da osservare come si dispiegherà concretamente l’azione governativa nella prossima fase e nei meccanismi e nei rapporti economici europei. Il tentativo da parte del 5stelle con il cosiddetto “Decreto dignità” di recuperare consenso nella competizione con la Lega, di certo non smantella il “jobs act” ma introduce solo elementi correttivi e limitati sui contratti a termine e sugli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo, ben lungi da un intervento di riduzione organica della precarietà (tipologie contrattuali) o di reintroduzione dell’articolo 18 per tutti. Anche il provvedimento sulle delocalizzazioni rimane monco senza nessun ridisegno degli ammortizzatori sociali. Negativa l’abolizione dello split payement e grave l’annunciata reintroduzione dei voucher in agricoltura e turismo.

L’opposizione necessaria

La posizione iniziale di “Potere al popolo”, mentre era in corso lo “scontro” nella composizione del nuovo governo tra il 5stelle/Lega e il Presidente della Repubblica, sul caso Savona, non ci è sembrata individuare correttamente l’urgenza di una denuncia politica del carattere reazionario del nuovo governo (composto interamente da forze che NON sono antifasciste). Sarebbe stata necessaria, invece, una posizione di difesa esplicita dei valori fondanti la Costituzione, come quello dell’antifascismo, che ci avrebbe distinto correttamente dall’opposizione liberista del Pd e dalle motivazioni economiche di Mattarella.

Non possono esserci equivoci ed è bene ribadire che non si tratta di un governo “contro” i poteri forti come pure ha detto “Potere al popolo” ad un certo punto, ma di un governo che è espressione di frazioni di classe della borghesia italiana, quelle oggi più propense ad avventure autoritarie: quindi l’opposizione ad esse non può essere solo “programmatica” ma deve essere anche di principio.

Il nostro compito di fase come comunisti è quello di contrastare il consolidamento di un blocco sociale reazionario che possa derivare dal governo Lega/5stelle.

Se questo avvenisse si aprirebbe, nel medio periodo, uno lunga stagione di “autoritarismo” nel nostro paese. Per questa ragione non condividiamo posizioni come quelle espresse da una delle componenti di Potere al popolo (ex-Opg), in occasione del decreto dignità, tese ad una sorta di opposizione costruttiva che rischia, nel malcelato tentativo di dialogare con “il popolo”, di alimentare ulteriori illusioni sulle virtù taumaturgiche di questo governo. Sebbene in questi anni il movimento 5-stelle abbia consolidato progressivamente il proprio voto elettorale (con la significativa eccezione di Roma durante la prima prova di governo in una grande città), l’accordo con la Lega e il profilo politico del governo possono incrinarne il consenso in quella parte di elettorato precedentemente e genericamente orientato a sinistra. Il nostro compito è quello di evitare approcci “costruttivi” o viceversa “ultrasinistri” che rischiano, semplicemente, di regalare questo settore al Partito Democratico.

 

 

Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e il quarto polo

La mozione congressuale approvata a Spoleto, al X congresso del Prc, recita:

Rilanciamo con forza la nostra proposta di costruzione di un soggetto unitario della sinistra antiliberista che raccolga il complesso delle forze sociali, culturali e politiche che si pongono sul terreno dell’alternativa alle politiche liberiste, dunque alternativo al PD ed ai socialisti europei. (…) Continuiamo a lavorare in questa direzione valorizzando tutti i percorsi unitari sin qui costruiti, a partire dalle esperienze già sperimentate nei territori e dall’iniziativa della rete delle “città in comune” con l’obiettivo di dar vita ad un processo di aggregazione. Invitiamo le altre formazioni della sinistra di alternativa a intraprendere con determinazione un percorso che vada oltre l’ottica della mera lista unitaria e a condividere un progetto che vada oltre il perimetro degli attuali partiti senza chiedere a nessuno di sciogliersi.”

Il progetto elettorale di “Potere al Popolo” scaturisce, come d’altra parte quello di Liberi ed Uguali, dalla rottura del “Brancaccio”. Il fallimento politico di quel percorso e la costrizione temporale per la presentazione delle Liste hanno dato al progetto elettorale di “Potere al Popolo” un carattere essenzialmente  reattivo e difensivo, il tentativo cioè di mantenere in piedi lo spazio politico dell’alternativa antiliberista (unica altra opzione era la presentazione di liste del Prc).
Si sono manifestate nella rottura, per semplificare, una “destra” e una “sinistra”, con opzioni politiche conseguentemente opposte; quella di LEU protesa a una riedizione di nuove formule alchemiche di centrosinistra.

Il voto del 4 Marzo segna uno spartiacque. Le ambizioni “centrosinistre” si sono infrante su un drammatico scoglio elettorale, con il tracollo del Pd e su uno stentatissimo superamento della soglia del 3% da parte di Leu, che partiva da ambizioni a due cifre.

Il risultato di “Potere al Popolo” è stato invece drammaticamente insufficiente (1,1%) per poter svolgere efficacemente il compito di riaggregare il complesso delle forze sociali, culturali e politiche antiliberiste, stante il nostro il mandato congressuale. I risultati delle elezioni politiche, dunque, segnano seccamente una sconfitta elettorale delle due opzioni fuoriuscite dal Brancaccio.

La rottura di quel percorso ha avuto il merito, però, di chiarire quali sono le opzioni strategiche in campo e dove proseguire l’impegno del nostro partito nella costruzione della sinistra antiliberista. Le elezioni amministrative del 10 Giugno 2018 ci hanno fornito nuove e ulteriori indicazioni.

Per prima cosa va sottolineata la negativa assenza di liste di sinistra alternativa in circa la metà dei Comuni. Laddove si sono presentate, le liste di sinistra hanno ottenuto dei risultati importanti, come a Pisa (Città in Comune, Prc e Possibile) dove sfiorano l’8%, ad Ancona (L’altra idea di città), 6,7%, a Grottammare (Ascoli Piceno) dove viene eletto a Sindaco al primo turno, il compagno Piergallini e Bussi sul Tirino (Pescara) con l’elezione a Sindaco di un nostro compagno. Risultati importanti ci sono stati in Sicilia a Francofonte (22%) e a Partinico (10%). Potere al Popolo ha ottenuto un buon risultato a Campi Bisenzio, con il nostro compagno Lorenzo Ballerini, (5,9%) e a Massa, (3.64%) mentre ha avuto pessimi risultati a Brescia, (0.86%) e nell’ottavo municipio di Roma.

Dove ci siamo presentati con la lista di Rifondazione comunista, da soli o con un simbolo composito, i risultati non sono drammatici e smentiscono la “vulgata” dell’irrilevanza elettorale del Partito.

Rispetto alle politiche, anche se i risultati non sono comparabili e si tratta di piccoli centri, il Partito ottiene in voti assoluti e percentuali risultati uguali o superiori a quelli di “Potere al Popolo”: Chiaravalle (2.75%), Anzio (2%), Corciano (2.5%), Martellago, (2.3%).

L’analisi del voto amministrativo segnala, quindi, in un quadro negativo di assenza in circa la metà dei comuni, una pluralità di esperienze locali e una rete nazionale come quella delle “Città in Comune”, che necessariamente devono entrare a far parte della costruzione dell’alternativa antiliberista.

L’ovvia conclusione è che Potere al Popolo è parte importante della sinistra alternativa, ma non può esserne l’unico elemento, né disegnarne l’intero campo. Riteniamo sbagliata, quindi, l’opzione politica che identifica “Potere al Popolo” come l’unico soggetto antiliberista in cui investire strategicamente ed errata anche la variante tattica in cui Potere al Popolo assuma il ruolo di centro assorbente di altri soggetti.

Il quarto polo, la sinistra antiliberista ed anticapitalista, può invece essere lo strumento idoneo a tenere insieme differenze, radicalità e unità. Lo stesso movimento politico del Sindaco di Napoli, De Magistris, forte di un consenso locale ampio e di un immagine positiva in larghi settori della sinistra può dare un forte impulso in direzione della costruzione del quarto polo. Un contributo importante possono darlo militanti senza appartenenza, personalità, realtà politiche, sociali, di movimento e sindacali che oggi non sono in “Potere al Popolo” e scelgono coerentemente una prospettiva antiliberista.

E’ bene specificare quale, a nostro avviso, debba essere il ruolo del Prc in questo contesto.

L’orientamento acquisito al nostro interno, da anni, è che la eventuale cessione della sua “sovranità” o autonomia è ammissibile solo in materia di elezioni e costituzione della rappresentanza istituzionale, restando in capo al partito la titolarità piena di ogni altra attività.

Prima di essere una questione statutaria, che pure si pone, con riguardo agli articoli 3  (“Non è ammessa la contemporanea iscrizione al partito e ad altra organizzazione partitica” ) e  10  (“Lo scioglimento del partito, la sua confluenza o unificazione in una nuova soggettività politica possono essere decisi solo dal congresso del partito con la maggioranza dei due terzi delle delegate e dei delegati”) si tratta di una questione prevalentemente politica.

In “Potere al popolo” affiorano interlocutori con una cultura politica correttamente radicale, in termini generali, ma declinata in forma minoritaria nella proposta politica e settaria nella pratica delle relazioni.

Decidere di non “fare politica”, come ad esempio nelle elezioni regionali della Val d’ Aosta, (Potere al popolo ha provato a presentarsi da solo, scontando una rottura interna e senza peraltro essere riuscito a raccogliere le firme, mentre la lista di cui potevamo far parte ha raggiunto il 7.5%, eleggendo 3 consiglieri) di fronte ad uno smottamento enorme dell’elettorato di sinistra, scegliere di perseguire la costruzione di sé come opzione identitaria e strutturata è, secondo, noi, una forma di minoritarismo politico, che impedisce a Potere al popolo di dare un importante contributo alla prospettiva dell’alternativa.

Per dispiegare al meglio le sue potenzialità “Potere al Popolo” non deve chiudersi, di fatto, nella nascita di un nuovo Partito: obiettivo anche apprezzabile per un centro sociale o per una rete come Eurostop, ma improponibile per il Prc. Non solo perché il Partito già ce l’abbiamo ma perché abbiamo una ambizione più grande: ricostruire la sinistra alternativa e antiliberista, ricomponendo soggetti politici, sindacali e associativi, senza torsioni moderate né estremistiche e con l’ambizione di svolgere un ruolo centrale in questo processo, favorendo il dialogo tra diversi e trovando le forme più adeguate per tenere insieme tutti e tutte, (coalizione, confederalità, ecc..).

L’esistenza politica di “Potere al Popolo” per noi ha senso, dunque, se le sue “componenti” accettano di essere parte di un aggregazione più vasta, senza interdizioni da e verso nessun soggetto antiliberista, o se sono capaci di farsi esse stesse promotrici di un processo più largo.

In tal caso, servirebbero un appello ampio, la scelta di continuare ad essere un movimento politico aperto ed includente, dentro una coalizione plurale, popolare e radicale dove possono essere adottati metodi decisionali simili a quelli che furono del “Genova Social forum”, cioè pieno riconoscimento reciproco di ogni pratica e soggettività; in ogni caso flessibilità organizzativa e libertà delle forme organizzative, assunzione della varietà di esperienza che si ritrovano in Potere al popolo e metodo del consenso o, al limite, voto assembleare a maggioranza qualificata per ogni decisione contendibile.

Purtroppo la direzione intrapresa dall’assemblea di fine maggio a Napoli e dal coordinamento nazionale di Potere al Popolo (dove sono presenti nostri compagni e compagne), sembra indicare un’altra strada, fatta di strutturazione organizzativa minuta, bizantine discussioni in cui l’intensità della adesione politica è funzione del costo-tessera, sostanziale auto-isolamento a sinistra e paradossale autoesaltazione del proprio percorso.

L’utilizzo ambiguo della preannunciata piattaforma informatica, il costo dell’adesione (on-line e cartacea), l’annunciato congresso a settembre con relativo Statuto e scelta dei gruppi dirigenti vanno nella direzione della costruzione di un soggetto politico-partitico nuovo che appare difficilmente compatibile con la piena esistenza del PRC come partito autonomo. Vogliamo su questo punto essere chiari: se consideriamo  il complesso degli elementi che si stanno predisponendo quali il deposito di nome e simbolo da un notaio; l’apertura e chiusura a settembre di una fase costituente in cui si doterà di uno Statuto che regolerà la vita interna e i processi decisionali; l’adesione on-line o cartacea che definirà la “platea” degli iscritti; la scelta dei gruppi dirigenti normata dallo statuto e che verrà fatta dagli aderenti “aventi diritto” ed infine la partecipazione alle elezioni politiche ed amministrative ci sembra chiaro ed evidente che Potere al Popolo ha avviato un processo di trasformazione in un nuovo Partito (nessuna associazione o sindacato contiene allo stesso tempo tutti questi elementi). Un modello di Partito relativamente nuovo in Italia, ma pur sempre un Partito.

Nel Prc alcuni settori negano questa evidenza del processo di trasformazione di “Potere al Popolo” da movimento a Partito, ma evitano con accuratezza di entrare nel merito delle questioni sollevate. Se esiste una posizione politica favorevole al superamento di Rifondazione Comunista essa va esplicitata con chiarezza e lealtà.

A nostro avviso invece, se altre componenti di Potere al popolo s’incammineranno su questa strada, come Prc, non potremo aderire, ma dovremo mantenere un rapporto politico da soggetto a soggetto contribuendo alla costruzione del quarto polo e non escludendo una relazione privilegiata.

Rimane quindi imprescindibile il mantenimento della piena autonomia politica ed organizzativa del Prc, sia nelle relazioni politiche che nelle relazioni di massa.

Il Prc deve ritrovare lo slancio organizzativo oltre che politico, deve curare la propria organizzazione, il proprio tesseramento, i propri insediamenti, continuando nel difficile percorso di “risanamento” e incrementando l’autofinanziamento. Anche per la presentazione delle liste alle elezioni politiche del 4 marzo il nostro contributo è stato determinante.  Senza i nostri militanti, i nostri circoli, le nostre sedi e le nostre case del popolo non ci sarebbe stata nessuna lista né tantomeno “Potere al popolo” e un contributo determinante lo daremo anche nella costruzione del quarto polo.

Le elezioni  europee

Riteniamo che sia principale interesse di Rifondazione Comunista, e dovrebbe esserlo anche di Potere al Popolo, costruire uno schieramento antiliberista più largo possibile, non solo in Italia con la costruzione del quarto polo e l’obiettivo di un’unica lista unitaria alle prossime elezioni europee, ma anche a livello internazionale senza sconti alle socialdemocrazie, contro i populisti ed i liberali: per raggiungere questo obiettivo dobbiamo mantenere un quadro unitario con chi la rottura non l’ha potuta sperimentare, a causa di errori e  sconfitte (Syriza) ma governa; con le sinistre dei paesi economicamente forti  (Die Linke, France Insoumise) che sono all’opposizione; con quelle che gestiscono tentativi innovativi (“Bloco de esquerda” e PCP portoghese e Podemos e Iu) che appoggiano esternamente governi socialisti, con soggetti  apparentemente periferici nel GUE ma ben radicati nel loro paese (SP, Sinn Feinn)

Auspichiamo, pur non condividendola nel merito, che la recente scelta del “Partito della sinistra” di Melenchon di rompere con il “Partito della Sinistra europea” non costituisca un serio ostacolo alla costruzione di un riferimento unitario internazionale per le europee del 2019. Proponiamo dunque che per le prossime elezioni si lavori, ad una lista ampia, radicale, di sinistra, munita di una convergenza politica sul programma e tecnica sul simbolo, politicamente caratterizzata grazie alle sue candidature, al suo profilo ed alla sua riconoscibilità.

Il Partito della Rifondazione Comunista

In una delle ultime riunioni, la Direzione Nazionale del Partito della Rifondazione comunista ha deliberato un insieme di priorità organizzative e operative. Si tratta di ben 11 compiti urgenti, non è chiaro se indicati in ordine di importanza, o se tutti di pari importanza. Ci limitiamo qui ad indicarne i primi tre:

-          Tesseramento, con l’obiettivo di aumentare gli iscritti del 2018 del 10% rispetto al 2017.

-          Autofinanziamento, con l’obiettivo di raggiungere le 100 mila indicazioni “L19″ in favore del PRC, ed il raddoppio dei moduli Sepa (ex RID), superando quindi il migliaio.

-          Formazione, con l’impegno a dotarsi di una rivista telematica e costituire un gruppo di lavoro.

Poi ci sono il mutualismo, la comunicazione, l’uso sociale delle sedi e così via. Per raggiungere questi obiettivi crediamo che il nostro Partito, a Roma come in numerose altre situazioni, abbia bisogno in primo luogo, di una “terapia d’urto” metodica, complessa, efficace.

Nella consapevolezza che la politica delle alleanze che abbiamo praticato, e continuiamo a praticare giustamente, drena risorse militanti e dirigenti, crediamo sia urgente e fondamentale ricalibrare gli impegni militanti sull’organizzazione del Partito.

Riteniamo che il dispositivo della Direzione Nazionale implichi una chiamata alla responsabilità per i nostri gruppi dirigenti ad ogni livello e che si concretizzi in obiettivi e risultati verificabili e tangibili. Noi per primi ci sentiamo, ed in verità già da tempo siamo, impegnati in questo senso, nella convinzione che la tenuta politico-organizzativa, finanziaria e patrimoniale del Partito, il suo insediamento e ricostruzione, siano l’insieme della precondizioni per ogni scelta politica, per tutte le scelte politiche.

Avanti popolo, avanti Rifondazione!!

 

 

 

 

 

PRIVACY



Sostieni il Partito con una


Campagna di autofinanziamento. Moduli RID