Il Fronte sconfitto, la pesante eredità di De Gasperi

il manifesto -
di Fulvio Lorefice -

In tema di sconfitte storiche, dopo quella del 4 marzo, oggi ne ricorre un’altra: quella del 18 aprile 1948. Socialisti e comunisti, nel Fronte Democratico Popolare, persero quasi 10 punti rispetto ai risultati dei due partiti alle elezioni per la Costituente.

Si attestarono al 31% consentendo alla Democrazia Cristiana di raggiungere il 48,4%. Per capire perché occorre fare un passo indietro.

Nella primavera precedente e più in particolare con le elezioni della prima assemblea regionale siciliana, avevano prevalso socialisti, comunisti e azionisti, raggruppati nel Blocco del Popolo. La decisione di De Gasperi di porre fine alla collaborazione governativa con comunisti e socialisti fu influenzata, infatti, non soltanto dal quadro internazionale segnato dall’avvento di Truman alla presidenza degli Stati uniti ma anche dalla minaccia, nitidamente avvertita in Sicilia, che, se un cambiamento di rotta non fosse intervenuto, un’altra formazione politica sarebbe potuta divenire riferimento dei settori più conservatori della borghesia italiana, insidiando quindi alla Dc la leadership dello schieramento delle forze moderate.

Le sinistre, di converso, consapevoli dello spessore raggiunto dalla loro iniziativa politica e della saldezza del legame instaurato con le masse popolari, avevano ipotizzato che la scelta di De Gasperi fosse temporanea, non si riteneva cioè plausibile che il partito cattolico avesse potuto procedere a lungo separatamente dalle forze del movimento operaio, individuando nella già sperimentata formula frontista la soluzione tattica maggiormente efficace. Il Fronte, nel raggruppare segmenti molto diversi della società civile – dalla Costituente della Terra, al Congresso del Popolo meridionale, passando per l’Alleanza per la Cultura e il Congresso dei Comuni – si proponeva, infatti, quale base di un futuro governo democratico-popolare.

La campagna elettorale ricalcò il conflitto ideale della guerra fredda, la contrapposizione assunse però i tratti della crociata religiosa: una volgarizzazione abilmente perseguita dalla Democrazia Cristiana e che costituì, come notò Calamandrei, una sua prima vittoria. La paura del bolscevismo ateo ne riassumeva in sé molte altre, alimentate dalle notizie che nel frattempo giungevano dai paesi dell’Europa dell’est e più in particolare dalla Cecoslovacchia dove una crisi politica governativa si era risolta con la costituzione di un governo dominato dai comunisti.

La situazione di apparente vantaggio delle sinistre nella contesa elettorale lasciò presto il passo al multiforme intervento della Chiesa cattolica e del governo degli Stati Uniti d’America. Esemplificativi furono gli inviti, a mezzo lettera attraverso schemi di testo preordinati, a non votare per il Fronte da parte di migliaia di emigrati oltreoceano, e le non velate minacce di ritorsioni economiche qualora avessero prevalso le sinistre cui era ricorso George Marshall, segretario di Stato americano nonché promotore dell’omonimo piano di aiuti per la ricostruzione post-bellica in Europa.

Benché la sconfitta del Fronte maturò in quella che si presumeva essere la sua roccaforte, ovvero le regioni del nord-ovest dove più forte era l’industrializzazione e maggiormente presenti operai e proletari urbani, il percorso di analisi e ricerca dei comunisti non si limitò a quest’ambito ma venne ampliato nella direzione dello studio di quei ceti medi, tecnici, piccoli e medi proprietari, cui invero era stato rivolto il programma politico. Ad eccezione di Emilia, Toscana e Umbria, le elezioni avevano sancito, infatti, il mancato sostegno di questi gruppi sociali alle sinistre.

Un’impostazione che avesse confinato la questione ai meri interessi economici immediati, sulla scorta di uno schematismo analitico, risultava insufficiente ove non preceduta e accompagnata da un esame delle forme in cui questi gruppi esprimevano una coscienza sociale. Da qui il tema del cattolicesimo e del suo predominio ideologico su ceti medi e mondo contadino.

Le elezioni del 18 aprile 1948, ha osservato Mario G. Rossi, «rispetto alla storica interruzione della continuità istituzionale e politica operata nel quinquennio 1943-47» rappresentarono pertanto «il tentativo, riuscito, di una normalizzazione, intesa, se non ad annullare il cambiamento, almeno a fissarlo sull’equilibrio più arretrato» garantendo «alle classi dominanti la possibilità di recuperare il massimo spazio consentito dalle pur nuove condizioni create dalla sconfitta storica delle forze reazionarie in Italia e in Europa».

Tale normalizzazione si tradusse, fra le altre cose, nel ritorno alla mezzadria, dopo la mobilitazione delle campagne suscitata dal decreto Gullo del 1944; in una «clericalizzazione» della società, sconosciuta alla stessa Italia liberale postunitaria; nell’indebolimento della democrazia a causa della conventio ad excludendum dei comunisti; nell’emarginazione di quei settori progressisti pur presenti nello schieramento cattolico.

Per lungo tempo, non a caso, sarebbero rimasti inattuati i più avanzati contenuti programmatici della Costituzione. Prendeva forma il cosiddetto «caso» italiano, nota ancora Rossi, «quel misto di crescita economica e di immobilismo politico, di dinamismo sociale e di fragilità istituzionale, considerato spesso in passato un’anomalia positiva, gravata sì da pesanti tare storiche, ma ricca anche di potenzialità inedite rispetto alle altre democrazie di più antica e consolidata tradizione».



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