Crescita e occupazione: ma perché Gentiloni esulta?

micromega -

Sono mesi che ad ogni rilevazione sulla crescita sentiamo cantare la litania “siamo fuori dalla crisi”. Una mistificazione che si fa tanto più insopportabile quando si tratta dei dati sul lavoro, visto che l’Istat considera “occupato” chi ha fatto anche solo un’ora di lavoro in una settimana.

di Roberta Fantozzi

Chiedersi il perché dell’esultanza di Gentiloni per i dati di oggi su crescita e occupazione, è ovviamente una domanda retorica. Non solo siamo in campagna elettorale e dunque la propaganda abbonda, ma più in generale il tasso di mistificazione della realtà si è fatto in questi mesi ed anni crescente: le politiche liberiste non danno soluzioni realmente progressive e la falsificazione ne è perciò parte costitutiva.

Così sulla crescita, sono mesi che ad ogni rilevazione (degli stessi dati)  sentiamo cantare l’inno del “mai così alta da dieci anni” e la rivendicazione del fatto che quel risultato va ascritto alle politiche del governo. Sia chiaro in premessa che la crescita del Pil è ben lontano dall’essere per noi l’indicatore del benessere delle persone e della società, ma nella misura in cui viene assunto come tale,  non lo si dovrebbe fare senza un qualche rigore.

Ed allora come non dire intanto che quella crescita è assai più attribuibile ad un contesto europeo e globale di una qualche ripresa economica,  determinata in larga misura dalle politiche monetarie espansive, che non alla politica del governo? Le iniezioni di liquidità senza precedenti di questi anni, non hanno risolto contraddizioni e squilibri, alimentano le disuguaglianze e la possibilità di nuove bolle speculative, ma hanno certamente ridotto le insolvenze e favorito per quel che riguarda l’Europa le esportazioni.

La crescita europea inoltre è abbondantemente sovrastimata, come ha sottolineato qualche tempo fa Luigi Pandolfi per l’inserimento a partire dal 2014 delle attività criminali nel calcolo del Pil – traffici di stupefacenti, contrabbando di tabacco, prostituzione.  Per quel che riguarda l’Italia si tratta di circa 16 miliardi, 1 punto di Pil, senza il cui conteggio ci troveremmo di fronte ad una persistente stagnazione.

A queste considerazioni se ne aggiungono altre. Continua ad esistere un differenziale negativo rilevante rispetto al resto dell’Europa: l’Italia è all’ultimo posto dei 28 paesi Ue (o 27 se si considera la scelta assunta ma non ancora attuata dalla Gran Bretagna con la Brexit) con una crescita dell’1,5% a fronte del 2,4% della Ue a 28 e del 2,2% della zona Euro. Né si può omettere di dire che il Pil italiano continua a segnare ancora un -5,7% rispetto al 2008, anche in questo caso con una differenza negativa molto rilevante rispetto ai principali paesi Ue.

Le mistificazioni sono ancora più gravi per quel che riguarda l’occupazione. Anche in questo caso sono mesi che Gentiloni e Renzi dichiarano  “Abbiamo creato un milione di posti di lavoro in più, la maggior parte dei quali a tempo indeterminato” … “il numero di occupati ha raggiunto il livello più alto da 40 anni”… “Il milione di posti di lavoro lo fa il Jobs Act”.

La verità è che, se certamente non siamo nel punto più aspro della crisi, quello raggiunto tra 2013 e 2014, la situazione è tutt’altro che a livelli pre-crisi e la qualità dell’occupazione si è pesantemente degradata.

La quantità complessiva di ore lavorate che era di 11,6 miliardi su base trimestrale nel 2008, per quanto risalita dai minimi raggiunti, continua ad essere nettamente inferiore: 10,9 miliardi nel terzo trimestre 2017. Le Unità di Lavoro equivalenti, cioè i posti di lavoro, intesi come posti di lavoro a tempo pieno, e che si ottengono dividendo quella quantità complessiva di ore lavorate per l’orario di lavoro standard, sono ancora 900mila in meno.

La crescita degli occupati dipende dunque dal fatto che le statistiche dell’Istat considerino tecnicamente occupato chiunque nella settimana di riferimento abbia “svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura” oppure abbia “svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente” e dal proliferare di part-time imposto, sottoccupazione, lavori non solo precari  ma a brevissimo termine.

I 23milioni e 66mila occupati del gennaio 2018 non solo continuano ad essere inferiori ai 23milioni e 179mila raggiunti nel 2008, a maggior ragione se si considera la popolazione oggi complessivamente superiore e dunque un tasso di occupazione che passa dal 58,6 al 58,1, ma è per l’appunto la qualità di quell’occupazione che cambia. Il part-time imposto riguardava nel 2007 1milione e 119mila persone, che diventano 2milioni e 628mila nel terzo trimestre del 2017: oltre 1 milione e mezzo in più, in nettissima prevalenza donne (1milione e 756mila contro 871mila uomini). La sottoccupazione aumenta da 300mila persone a 650mila, 350mila in più.

Gli ultimi dati dell’Istat non fanno inoltre che confermare le analisi più a lungo termine, con una crescita dell’occupazione che su base mensile, trimestrale, annuale, è integralmente riconducibile al lavoro precario  (2milioni e 916mila, il picco più alto raggiunto) mentre diminuisce il tempo indeterminato – che per gli assunti con il Jobs Act è comunque precario, data la piena libertà di licenziamento illegittimo. Il primo rapporto integrato Ministero del Lavoro Istat Inps Inail Anpal  di un paio di mesi fa, ha  anche evidenziato come i contratti inferiori a 3 mesi che nel 2012 riguardavano 3 milioni di persone, nel 2016 ne abbiano interessato 4 milioni, 1 milione dei quali per contratti inferiori a 2 giorni.

Confermata anche la dinamica generazionale dell’occupazione che solo negli ultimi tre anni, dal dicembre 2014 ad oggi, ha visto crescere di oltre 1 milione gli occupati ultracinquantenni, passati da 7 milioni e 248mila a 8milioni e 283mila, mentre se l’occupazione cresce di 150mila persone tra i 14 e i 24 anni, diminuisce di oltre 450mila nelle fasce centrali di età.

Soprattutto, rispetto a tre anni fa sono oltre 600mila in più gli occupati a termine (2milioni e 916mila contro 2milioni e 309mila).
E come continuiamo a ripetere, se incidono anche le dinamiche demografiche, è determinante in questo quadro la controriforma Fornero delle pensioni, che inchioda al lavoro gli adulti/anziani, lasciando ai più giovani i lavoretti iper-precari.

La crescita del lavoro delle donne, in cui continuiamo comunque a collocarci ai posti più bassi in tutta Europa, registra anche queste dinamiche, tra part-time imposto, lavori di breve durata, effetti della controriforma previdenziale che si sono scaricati con particolare durezza ed impatto sulle donne.

Non c’è davvero nulla da esultare.  Né per l’occupazione, né tantomeno per una condizione del lavoro, che mai come in questo momento è stata riportata così vicino alla condizione servile, tra via libera ai licenziamenti illegittimi, demansionamenti, videosorveglianza, generalizzazione della precarietà, lavoro gratuito. Né per i costi che tutto questo ha avuto, tra decontribuzione, tagli delle tasse alle imprese – comprese quelle sui profitti – contributi di ogni tipo. Quelle risorse che non ci sono mai quando si tratta di dare risposte ai bisogni sociali e che si trovano sempre per perseverare con le medesime politiche.

(2 marzo 2018)



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