Roma, Piazza Don Bosco, quando ammazzarono Roberto

Roma, Piazza Don Bosco, quando ammazzarono Roberto

Stefano Galieni

La notte in cui ammazzarono Roberto Scialabba ce la ricordiamo in tanti, poi ti guardi indietro, ti accorgi che sono passati 40 anni esatti e ti viene un brivido, come quella sera. Il commando agì con freddezza anche se alcuni dei componenti oggi non sono più vivi. Morto Franco Anselmi, durante una rapina, morto Alessandro Alibrandi a cui erano crollate ad un certo punto le coperture che lo  avevano lasciato impunito. Volevano dare “una lezione ai compagni” quelli diretti verso Cinecittà e armati di tutto punto, volevano il morto e lo hanno trovato. Un compagno giovane rimasto prima ferito e poi colpito a morte da quel Giuseppe Valerio Fioravanti che all’epoca agiva in combutta col fratello poi pentito. Una storia nera, come neri erano quegli anni, pieni di dubbi e di tentativi di depistaggio. I fascisti di allora dei NAR provarono a far circolare la tesi per cui si era trattato di un regolamento di conti interno. Anni dopo lo stesso Fioravanti, di fronte ad un Sergio Zavoli che  stava raccontando “La notte della repubblica”, non si fece scrupolo di raccontare i fatti nudi e crudi. Erano partiti con due automobili e un comune obbiettivo, pareggiare  il conto con Mikis Mantakas, morto sempre a Roma, in Via Ottaviano, esattamente 3 anni prima. Vanno in piazza convinti e certi di trovare solo dei “rossi” e li  trovano. La dinamica militare della vicenda è controversa: forse ad iniziare a sparare è stato il giovane Cristiano Fioravanti, forse Franco Anselmi, noto per la pessima mira. Ma Giusva Fioravanti, il mai pentito, non ha scrupolo di raccontare allora con un sogghigno di essere salito sulla schiena di Roberto Scialabba, già ferito e di avergli tirato i colpi alla nuca. La violenza in piazza in quei giorni la respiravi, era quasi normale tanto  da provare orrore alla sola idea che oggi si ripresentino  simili  schemi. Ma di quello si trattava e i fascisti non erano “bravi ragazzi” con qualche copertura, agivano sapendo, alla faccia dello spontaneismo, di garantire la permanenza di una logica da opposti estremismi. Oggi alcuni dei sopravvissuti a quel clima: gli Adinolfi, i Fiore e tanti altri fanno un’altra vita. Alcuni si sono imborghesiti e hanno intrapreso attività redditizie, fanno parte di quella destra da salotto che incute timore e rispettabilità. Ma resta il ricordo di Roberto, caduto in quella piazza e della splendida sorella Valeria, morta pochi anni dopo nel 1983 in un incidente stradale, mentre  si recava ad una manifestazione contro il carcere speciale di Voghera. Una storia brutta e di periferia, su cui è calato un velo affatto pietoso, ma una storia antifascista che dovrebbe farci ragionare ancora oggi. Dall’altra parte della barricata, invecchiati forse ma con sempre più risorse, ci sono sempre le stesse persone.



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