La legge  truffa? Truffa

La legge truffa? Truffa

di Maria R. Calderoni

Bene. Legge elettorale-truffa approvata via fiducia, firmata da Mattarella, pronta per la Gazzetta Ufficiale.

E se ci fosse un’altra beffa del destino? L’”altra” volta ci fu. Con l’”altra”legge-truffa, quella passata alla Storia con tale etichetta. Anno 1953. Piena era Dc, il partito pigliatutto (anzi il partito dei forchettoni, copyright Giancarlo Paietta), nelle elezioni precedenti, 18 aprile 1948, si era portato a casa il 48,5%.

Ora però i tempi sono cambiati e l’allora presidente del Consiglio nonché segretario nazionale dc, il famoso Alcide De Gasperi, si rende conto che quell’exploit è roba non ripetibile. E quindi, per essere sicuro di continuare a tenere in pugno il governo, pensa di “armarsi” adeguatamente. Cioè di dotarsi di una legge elettorale ad hoc, che c’è di meglio? Appena un “piccolo” ritocco, una ripassatina della legge elettorale esistente (proporzionale puro dal 1946); diciamo un “correttivo”, proposto in nome della solita e ben nota ” stabilità di governo. Vale a dire l’assegnazione di un premio di maggioranza, pari a 380 seggi, il 65% del totale, alla lista o alla coalizione che avesse ottenuto il 50% dei voti più uno.

E legge elettorale ad hoc ci fu (la legge Scelba, dal nome del suo autorevole autore), firmata e promulgata il 31 marzo 1953 (n. 148) e ovviamente subito in vigore. Per le elezioni politiche indette da lì a due mesi, nel giugno di quello stesso anno.

Destino cinico e baro. De Gasperi e la sua coalizione ottengono “solo” il 49,8%! E così il premio di maggioranza gli viene sfilato sotto il naso. Un puntino in meno, una mazzata.

È il 7 giugno 1953, un’altra data passata alla Storia. Vota la bellezza di 28.410.326 italiani, il 93,8% degli aventi diritto (praticamente  la più alta percentuale della intera storia repubblicana, battuta solo una volta, di un decimo di punto, nelle elezioni per il Senato del 1958).

Mentre la Dc e i suoi alleati (Psdi, Pli, Pri, Svp, Psd’az) perdono circa 2 milioni e 800.000 voti, la sinistra ne guadagna oltre 1 milione; il Pci sfiora il 23% e porta 120 deputati alla Camera (invece la Balena Bianca di seggi ne perde 42 alla Camera e 18 al Senato).

7 giugno epocale. Ecco come Pietro Ingrao, all’epoca direttore dell’Unità, lo racconta (Il Manifesto). <Il 7 giugno, dopo una frenetica campagna elettorale, votò circa il 94% degli elettori. Si potrebbe dire: tutti gli iscritti alle liste. Era quasi incredibile.

Ho nella mente la passione della notte tra il lunedì e il martedì, mentre si incrociavano – con alti e bassi di delusioni e speranze – i dati che giungevano dal Viminale e quelli che venivano dai compagni delle federazioni e da Botteghe Oscure, dove lavorava, silenziosissimo e preciso, Celso Ghini, un compagno che aveva vissuto la dura scuola dell’emigrazione politica e poi (le singolari metamorfosi!) era diventato quasi imbattibile nel vaglio e nello studio dei dati elettorali.

Circa alle sei del mattino del martedì 9 giugno, dopo una notte vissuta tutta al giornale, mi recai a Botteghe Oscure, per annunciare a Togliatti che il Partito comunista aveva varcato la soglia dei sei milioni di voti. Togliatti, dalla cui bocca non avevo mai sentito una parola scurrile, scattò in un gesto rivolto all’avversario, incrociando il braccio sinistro sul braccio destro. Quel voto voleva dire un radicamento, difficile ormai da cancellare.

Alle 10 di quel martedì mattina ero in tipografia a preparare l’edizione straordinaria del giornale. Sentii a un tratto levarsi un urlo lungo nella sala. Non so chi aveva dato la notizia delle dichiarazioni di Scelba: per 57.000 voti la «legge truffa» non era passata[1] >.

La Storia si ripete, come si sa…


 [1]


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