La forza creativa della Costituzione

La forza creativa della Costituzione

di Paolo Ciofi

L’intervento di Paolo Ciofi è tratto sul n. 4-5/2017 della rivista Critica Marxista. Torniamo a segnalare il suo ultimo libro “Costituzione e rivoluzione.  La crisi, il lavoro, la sinistra.

Cosa vuol dire, nelle condizioni del mondo di oggi, lottare per l’applica­zione della Costituzione del 1948, che fonda sul lavoro la nostra Re­pubblica democratica? Il tema, ignorato per anni e colpevolmente messo in sonno dai partiti subito dopo il clamoroso risultato del refe­rendum del 4 dicembre 2016, che ha respinto la controriforma renziana orientata a deformare l’assetto co­stituzionale secondo gli interessi del capitale finanziario e di un’oligar­chia di comando, è stato con effica­cia riproposto all’attenzione del di­battito pubblico dall’Assemblea per la democrazia e l’uguaglianza, or­ganizzata da Anna Falcone e To­maso Montanari al teatro Brancac­cio di Roma il 18 giugno scorso.

In questo nuovo contesto indub­biamente suscita interesse il saggio di Giorgio Lunghini e Luigi Caval­laro dal titolo La Costituzione come programma economico, pubblicato sul numero 4/2017 di Micromega in un almanacco di economia che espli­citamente propone di «tornare a Keynes». Una visione che, sebbene gli autori non lo dichiarino in modo esplicito, sul terreno politico inevi­tabilmente ci riconduce al compro­messo socialdemocratico, e dunque alla pratica politica del riformismo. Anche perché, come essi stessi sot­tolineano, l’economia è una discipli­na in cui «l’elemento politico ha un peso importante e perfino determi­nante». Andiamo a vedere.

 

Articolo 3

Muovendo dalla premessa che «il la­voro costituisce il valore e l’interes­se fondamentale sottostante all’or­dinamento», l’economista e il giuri­sta sostengono che tale principio è «la chiave di volta dell’intero ordi­namento economico». Quindi — argomentano — la Costituzione italia­na respinge l’idea, tipicamente bor­ghese, che dalla visione del lavoro come «forza creatrice soprannatu­rale» pretende di derivare il princi­pio «secondo cui l’uomo che non ha altra proprietà, all’infuori della sua forza lavoro, dev’essere asservito agli altri uomini che si sono resi pro­prietari delle condizioni materiali del lavoro».

In altri termini, essendo stato cancellato il principio della pro­prietà sacra e inviolabile ancora vi­gente nello Statuto albertino, su cui si è retta la dittatura fascista che aveva schiavizzato i lavoratori, ciò significa che la Repubblica demo­cratica fondata sul lavoro, nel con­flitto che caratterizza la natura stessa del capitale in quanto rap­porto sociale, riconosce la suprema­zia del principio lavoristico sul prin­cipio capitalistico. Possiamo dire, senza cadere nella retorica inconcludente di cui oggi si abusa, che si tratta effettivamente di una con­quista di portata storica, poiché il pilastro che sostiene il patto tra gli italiani non è più il cittadino pro­prietario, bensì il cittadino lavora­tore. Colui il quale per vivere —uomo o donna, finalmente anch’es­sa titolare del diritto di voto — deve vendere la propria forza lavoro ma­teriale e immateriale ai detentori dei mezzi di produzione che la usa­no per ottenere un profitto.

Decisivo è il secondo comma del­l’articolo 3, che va oltre l’uguaglian­za di fronte alla legge, pure essen­ziale, e si misura con il tema crucia­le, oggi di fatto ignorato, dell’ugua­glianza sostanziale: «È compito del­la Repubblica rimuovere gli ostaco­li di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’egua­glianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politi­ca, economica e sociale del Paese». Dove risulta che non è sufficiente agire nella sfera in cui si distribui­sce il reddito, ma occorre interveni­re nel rapporto di produzione capi­talistico, vale a dire nel rapporto di proprietà, come con chiarezza pre­scrivono gli articoli 42, 43, 44.

Lunghini e Cavallaro sottolinea­no che in una società capitalistica di­visa in classi come la nostra, il con­flitto distributivo tra lavoratori, ca­pitalisti e rentiers dipende da molte­plici fattori, interni ed esterni alla produzione e, tra questi, dai concre­ti rapporti di forza tra le classi. «Sic­ché l’unica cosa che, semplicemente, si può dire è che i profitti saranno alti o bassi a seconda che i salari sia­no bassi o alti». Di cosa parliamo, se non della contraddizione tipica del modo di produzione capitalistico, che il capitale, in quanto rapporto sociale, costantemente ha tentato e tenta in vario modo di superare?

«Proprio perciò — chiariscono i due autori — l’art. 3, secondo comma, della Costituzione si può considera­re, da un lato, come presa d’atto che, in una società capitalistica, il “non intervento” dello Stato equivale a intervento a favore della classe do­minante, cioè al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è più debole, e dall’altro lato come ma­nifestazione del convincimento che la struttura socio-economica pro­pria della società capitalistica deb­ba essere superata in favore di un diverso modello di società, in cui i principi regolatori del modo di pro­duzione capitalistico vengano tem­perati e affiancati da altri».

È la questione cruciale posta dal­la Costituzione, che delinea un pro­getto di nuova società da conquista­re. Ed è esattamente per questo mo­tivo che la Costituzione antifascista, subito dopo la sua approvazione, è diventata terreno di lotta tra forze del rinnovamento e forze della con­servazione. Un progetto che oggi, travolti come siamo da una crisi di fondo del modo di produzione capi­talistico — non solo economica e so­ciale, ma anche politica e culturale — diventa particolarmente attuale per la sua forza innovativa e per la sua capacità di aggregazione, peral­tro confermate dal referendum del 4 dicembre 2016.

 

Economia mista

Quali sono, dunque, dentro questa cornice in sintesi delineata, gli indi­rizzi programmatici in materia eco­nomica che i due autori ci propon­gono? L’obiettivo fondamentale che la Costituzione persegue, sostengo­no Lunghini e Cavallaro, è quello della piena occupazione, come è chiaro dalla disposizione dell’artico­lo 4. Dove si afferma che «la Repub­blica riconosce a tutti i cittadini il di­ritto al lavoro e promuove le condi­zioni che rendano effettivo questo diritto». Da cui deriva la necessità —precisano —di orientare l’attività dei pubblici poteri verso il persegui­mento di questo fine: sia mobilitan­do con adeguati progetti di investi­mento la spesa pubblica e privata, sia promuovendo l’acquisizione da parte dei lavoratori delle conoscen­ze necessarie per il loro impiego.

Il lavoro, quindi, come diritto, ma anche come «dovere», da cui emerge, secondo gli autori, l’incosti­tuzionalità del reddito di cittadi­nanza, che non può essere sostituti­vo di una politica rivolta all’obietti­vo della piena occupazione. Altra cosa — viene da osservare — sareb­bero misure temporanee di sostegno del reddito all’interno di un piano pluriennale per il pieno impiego. Resta comunque il fatto, e questo è un indirizzo fondamentale per per­seguire l’obiettivo della piena occu­pazione, che nell’impianto costitu­zionale l’interesse pubblico genera­le è destinato a prevalere sull’inte­resse privato. Di conseguenza, «l’e­sigenza di un governo pubblico del­lo sviluppo economico comporta l’abbandono del primato dell’inizia­tiva economica privata nelle scelte concernenti l’allocazione delle risor­se». Secondo gli autori, si tratta di un’acquisizione costituzionale da cui non si può prescindere.

Stanno dentro questa logica le disposizioni dell’articolo 41, secon­do cui l’iniziativa privata è libera, ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da re­care danno alla sicurezza, alla li­bertà, alla dignità umana». In pari tempo risulta evidente che l’ultimo comma dello stesso articolo, nell’af­fidare alla legge il compito di deter­minare «i programmi e i controlli opportuni perché l’attività econo­mica pubblica e privata possa esse­re indirizzata e coordinata a fini so­ciali», non comporta l’instaurazione di uno statalismo burocratico e pri­mitivo. Giacché, come Lunghini e Cavallaro fanno notare, non viene cancellato il mercato in quanto mi­suratore di efficienza né si propone una pianificazione integrale della vita economica. Si fissano invece le coordinate di un’economia mista e, negli articoli successivi, le disposi­zioni indispensabili alla scelta di «funzionalizzare la proprietà priva­ta dei mezzi di produzione al conse­guimento dell’utilità sociale», per dirla con le parole dei nostri autori.

Seguendo questi indirizzi, nella loro visione assume particolare ri­lievo il tema del credito e del ri­sparmio, in connessione con le poli­tiche fiscali. Le norme dell’articolo 47, con le quali si stabilisce di tute­lare il risparmio in tutte le sue for­me e di disciplinare e controllare l’esercizio del credito, stanno a si­ gnificare, né più né meno, che oc­corre «assoggettare al controllo pubblico la liquidità monetaria, nella sua duplice forma di rispar­mio e di credito». Ciò allo scopo di orientare il risparmio medesimo verso quelle forme di investimento che appaiono più consone alle fina­lità sociali cui deve essere ispirata l’attività economica. Infatti, «nel disegno della Costituzione — so­stengono Lunghini e Cavallaro — il sistema bancario nel suo comples­so non è altro che uno strumento per la gestione monetaria della pro­grammazione pubblica».

Anche in materia di fiscalità il punto di vista dell’economista e del giurista è molto netto. Stabilito che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», come prescrive il comma 1 dell’articolo 53, secondo loro «l’obiettivo princi­pale dell’imposizione fiscale non è più quello di concorrere al finanzia­mento delle spese pubbliche per sa­nità, previdenza, infrastrutture ec­cetera, ma diventa quello di regola­re la domanda del settore privato dell’economia, così che il settore pubblico possa variare la propria spesa (in avanzo o in disavanzo) in modo da conseguire non solo la pie­na occupazione, ma anche una struttura della produzione orienta­ta secondo le priorità decise politi­camente e condivise socialmente». Del resto, nello stesso articolo 53, il principio della progressività del­l’imposta, in base al quale l’aliquo­ta aumenta con l’aumentare del­l’imponibile operando una redistri­buzione del reddito dai ricchi ai po­ veri, favorisce l’espansione della domanda effettiva. Con ricadute positive sui livelli di reddito e di oc­cupazione, giacché la propensione marginale al consumo dei più ricchi è inferiore a quella dei meno ricchi.

 

Economia e democrazia

Non c’è dubbio che la lettura degli indirizzi economici proposta da Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro meriti grande attenzione, in parti­colare alla luce della crisi senza pre­cedenti nella quale stiamo vivendo. Certamente un contributo di rilievo nella ricerca di una politica econo­mica e sociale diversa, da praticare in Italia e in Europa, che rende ne­cessaria la chiarificazione di alcuni aspetti di merito. Come pure delle condizioni politiche in assenza delle quali il disegno costituzionale, so­prattutto per quel che riguarda gli aspetti economici, rischia di restare un’irraggiungibile utopia.

Quanto ai contenuti, non appare sufficientemente nitida a mio pare­re, negli indirizzi programmatici dei due autori, la relazione che inter­corre tra economia e società, secon­do cui in Costituzione gli interventi economici debbono essere finalizza­ti a obiettivi chiari e distinti, non al profitto per il profitto. Innanzitutto, alla piena occupazione, non c’è dub­bio. Ma anche alla fitta rete dei di­ritti sociali, dei quali lo stesso dirit­to al lavoro fa parte, che invece re­stano piuttosto in ombra nella loro portata innovativa generale. Esat­tamente da questi nuovi traguardi sociali, anima e corpo di una civiltà più avanzata, i padri costituenti hanno fatto discendere le scelte in materia economica attinenti alle ca­ratteristiche e alla qualità dell’im­presa e della proprietà, come del re­sto risulta dalla stessa sequenza del Titolo III. Non il contrario. Se la priorità, invece, viene data all’eco­nomia e all’equilibrio dei fattori, si corre rischio di infilarsi in un tunnel senza via d’uscita, e di mettere in di­scussione le premesse stesse da cui gli autori hanno preso le mosse.

I padri costituenti non si propo­nevano di applicare, o di perfezio­nare, la dottrina economica di John Maynard Keynes, alla quale si ri­chiamano con costanza i nostri au­tori, bensì di delineare un progetto di nuova società per dare soluzione a impellenti bisogni umani interve­nendo nei rapporti di produzione ca­pitalistici: con l’obiettivo di porre l’e­conomia al servizio degli uomini e delle donne, non viceversa. Ben sa­pendo, avendo vissuto la tragedia della dittatura fascista, che se non condizioni, non limiti e non orienti il loro potere, e non fai crescere e progredire la democrazia anche nei rapporti di produzione, il dominio delle grandi concentrazioni econo­miche e finanziarie produrrà effetti devastanti sull’intera società. La democrazia sarà attaccata e limita­ta, svuotata e disgregata. Al limite, soppressa. Come è avvenuto con il fascismo, un regime dittatoriale di massa.

In merito agli aspetti politici, Lunghini e Cavallaro si appellano in modo pressante all’intervento dello Stato, ossia all’intervento pub­blico, perché il mercato, abbando­ nato a se stesso, non precipiti nell’a­narchia e il sistema acquisti un equilibrio. Ma cos’è oggi lo Stato na­zionale, peraltro largamente svuo­tato dalle istituzioni sovranaziona­li, se non un organismo burocratico privo di rappresentanza e di parte­cipazione popolare, trasformato in agenzia a disposizione dei poteri economico-finanziari dominanti? E come è possibile, in tale condizione, contrastare questi poteri e limitar­ne il dominio politico, se sono essi stessi a dettare le scelte politiche e le regole istituzionali, direttamente o per interposta persona, in Italia, in Europa e nel mondo? È evidente che non si può porre correttamente il tema dell’attuazione del progetto costituzionale se nello stesso tempo non si combatte tenacemente, an­che sul piano culturale, per mettere in campo una forza politica in grado di organizzare e rappresentare le la­voratrici e i lavoratori del nostro tempo.

Alla concentrazione del potere economico corrisponde lo svuota­mento della democrazia. Questa è una “legge” ferrea del capitale, che oggi osserviamo a occhio nudo so­prattutto nel Paese guida della de­mocrazia occidentale, dove tutto il potere è concentrato nelle mani di monopoli privati della produzione e della comunicazione, i quali hanno instaurato una dittatura delle mi­noranze e si combattono ferocemen­te tra loro sul terreno politico. Il si­stema democratico progettato dalla nostra Costituzione è tutt’altra cosa. Economia e democrazia, so­cietà capitalistica e nuova società, capitalismo e socialismo. Questa è la diade che la Costituzione del 1948 oggi ci propone, e per questo si ma­nifesta in tutta la sua straordinaria attualità e nel valore universale dei suoi principi.

Una costruzione organica e coe­rente, sia nell’impianto logico che nella visione storico-politica. Nella quale, dal fondamento del lavoro che concretamente ridefinisce i principi di libertà e uguaglianza, fa emergere la fitta trama dei diritti sociali. In assenza dei quali il pieno sviluppo della persona umana non si realizza, e i principi di libertà e uguaglianza restano una declama­zione vuota. Ma la Costituzione non si limita a indicare l’insieme dei di­ritti indispensabili all’affermazione della libertà dei lavoratori e allo svi­luppo di ogni persona umana nel patto che unisce gli italiani. Pre­scrive anche i doveri e le condizioni economiche e politiche perché il pat­to costituzionale si possa inverare nella vita reale delle donne e degli uomini del nostro Paese, e nei con­flitti tra capitale e lavoro che con­notano la società in cui viviamo. Fino a prevedere l’ascesa delle lavo­ratrici e dei lavoratori politicamen­te organizzati alla direzione del Paese.

 

Universalità dei diritti

La linea costituzionale è molto chia­ra. Per dare attuazione ai diritti non basta che tutti concorrano alle spe­se pubbliche in ragione della loro ca­pacità contributiva come prescrive il già ricordato articolo 53, sebbene questa sia una condizione dalla quale non si può prescindere. Occorro­no almeno altre tre condizioni: a) che l’iniziativa economica privata non si svolga in contrasto con l’uti­lità sociale o in modo da recare dan­no alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41); b) che alla proprietà privata, pur libera, sia po­sto un limite che ne assicuri la fun­zione sociale e l’accessibilità a tutti (art. 42); c) che sia possibile trasfe­rire allo Stato, a enti pubblici o «a comunità di lavoratori o di utenti» imprese che si riferiscano a servizi pubblici, a fonti energia o a situa­zioni di monopolio (art. 43).

Viene sancito in tal modo il prin­cipio fondamentale del pluralismo nelle forme e nel diritto di proprietà, chiaramente in contrasto con il to­talitarismo dilagante della pro­prietà capitalistica privata. Un principio che trova conferma nei successivi articoli, riguardanti i li­miti alla proprietà terriera e il ra­zionale uso del suolo, la funzione so­ciale della cooperazione, il coinvol­gimento dei lavoratori nella gestio­ne delle imprese. E infine la tutela del risparmio e il controllo del cre­dito, che nella visione di Luigi Ca­vallaio e di Giorgio Lunghini assu­mono un valore strategico.

In sintesi possiamo dire che il fondamento del lavoro, in quanto ri­definisce il contenuto della libertà e dell’uguaglianza, è anche il riferi­mento ineludibile per la ridefinizio­ne e la finalizzazione della pro­prietà, nonché per il controllo e il go­verno del mercato. E qui emerge in tutta la sua portata innovativa l’a­spetto politico del problema, poiché i padri costituenti hanno operato una rottura con il passato del fasci­smo senza voltarsi indietro verso lo Stato liberale. Ai lavoratori e alle la­voratrici vengono riconosciuti il di­ritto di sciopero e la libertà sindaca­le (artt. 39 e 40), senza i quali la loro libertà sarebbe amputata. Ma le la­voratrici e i lavoratori conquistano anche la possibilità, attraverso il partito politico, di lottare nella so­cietà e nelle istituzioni, e di farsi classe dirigente «associandosi libe­ramente in partiti per concorrere con metodo democratico a determi­nare la politica nazionale» (art. 49).

Un passaggio ineludibile, in as­senza del quale l’intera costruzione costituzionale sarebbe solo una di­chiarazione di buone intenzioni che galleggia sulle nostre teste. Il pro­getto di una Repubblica democrati­ca fondata sul lavoro, che non guar­da al passato e si spinge a introdur­re elementi di socialismo, come è stato giustamente osservato, non può essere scisso dalla partecipa­zione e dal protagonismo della clas­se lavoratrice. Per questo i costi­tuenti avevano ben chiaro il nesso organico che lega i principi e i dirit­ti costituzionali alla presenza politi­ca organizzata in partiti dei lavora­tori e delle lavoratrici. Ma cosa può accadere se la politica degrada a mera gestione del potere? Se il mon­do del lavoro viene di fatto espulso dal sistema politico, senza organiz­zazione, rappresentanza e rappre­sentazione nella società, nel parla­mento, nella comunicazione?

Una Repubblica democratica fondata sul lavoro nella quale i la­voratori e le lavoratrici non hanno alcun peso politico, e sono esclusi dalle decisioni che riguardano la loro stessa vita: questo è il problema drammaticamente aperto del no­stro tempo. Uno stato delle cose che sta logorando le fondamenta demo­cratiche della Repubblica, e ci spin­ge verso il ridimensionamento della nostra economia, la disgregazione della società, la subalternità grega­ria della cultura e dei media. Trop­po pessimismo? No. Constatazione elementare dello stato dei fatti, ai quali viene imposta la maschera di un pensiero dominante che cancella la realtà spesso insostenibile della condizione umana e del conflitto tra le classi, oggi esasperato dalla dit­tatura del capitale sul lavoro e sul­l’intera società. Uno stato delle cose ancora più preoccupante perché in discussione sono principi e diritti della nostra Costituzione che hanno valore universale e costituiscono una tavola di riferimento su cui si potrebbe promuovere un movimen­to dei subalterni e degli sfruttati in Europa e non solo, superando fram­mentazioni, disgregazioni e guerre tra poveri.

Valore universale, nelle condi­zioni del mondo di oggi, hanno i principi fissati nei citati articoli 3 e 4 sull’uguaglianza sostanziale e sul­le condizioni da rimuovere per ren­dere effettivo il diritto al lavoro. Continuando con gli esempi si può citare anche l’articolo 9, dove si sta­bilisce che la Repubblica ha il com­pito di promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, e di tutelare l’ambiente e il patrimo­nio storico e artistico. I pensieri lun­ghi ed elevati dei costituenti si ri­scontrano anche nel principio dell’articolo 11, che ripudia la guerra in quanto «strumento di offesa alla li­bertà di altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali».

Ma hanno valore universale an­che il diritto a una retribuzione pa­ritaria per uomini e donne a parità di condizioni lavorative, proporzio­nata alla quantità e qualità di lavo­ro, e comunque sufficiente ad assi­curare «un’esistenza libera e digni­tosa». Nonché il diritto al riposo set­timanale e alle ferie annuali retri­buite, alla tutela della salute, al­l’assistenza, alla pensione. E natu­ralmente all’istruzione, che è fatto­re costitutivo della libertà della per­sona. Non si può proclamare la li­bertà e l’uguaglianza tra gli esseri umani se all’universalità dei diritti civili non corrisponde l’universalità dei diritti sociali.

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Oltre Keynes

Nell’insieme, dall’impianto costitu­zionale emerge una visione cultura­le e politica che va ben al di là delle ricette di Keynes, spesso geniali per equilibrare il capitalismo ma non per rinnovare il socialismo, che è affondato nel compromesso social­democratico e nel riformismo senza riforme. Non di un percorso a ritro­so quindi si tratta, verso esperienze già consumate e concluse, bensì di un avanzamento che guarda al fu­turo, verso una civiltà più avanzata che potremmo definire nuovo socia­lismo. Non è convincente presenta­re la Costituzione e la lotta per la sua attuazione come una rivincita di Keynes nel corpo a corpo con ilneoliberismo. In realtà la nostra Carta costituzionale è il risultato di un’operazione politico-culturale ben più complessa e più avanzata, che ha prodotto un’architettura uni­versale unica, e del tutto originale, senza riscontri in altre Costituzioni europee.

Non è inutile ricordare che dai principi liberali, sostenuti allora da azionisti, repubblicani e liberali de­mocratici, la Costituzione italiana assume la conquista fondamentale dei diritti civili, ma respinge la vec­chia ideologia proprietaria oggi ri­verniciata dal moderno mercatismo dei padroni della rete, che camuffa la proprietà capitalistica fino a far­la diventare una divinità da adora­re. Si è trattato di una scelta cru­ciale, sulla quale nei lavori della Co­stituente si è determinata una con­vergenza decisiva tra due correnti di pensiero che alla Carta fonda­mentale hanno dato un’impronta inedita, ancora più significativa e ri­levante con il trascorrere del tempo. L’una d’ispirazione marxista, cui al­lora facevano riferimento il Pci e il Psi, l’altra d’ispirazione cristiano-sociale, di cui il principale esponen­te nella Dc era Giuseppe Dossetti.

Un solidarismo di origine diver­sa — osservava Palmiro Togliatti, protagonista assoluto della costru­zione dell’impianto costituzionale, in particolare dei principi fonda­mentali e del Titolo III della prima parte — che però arriva «a risultati analoghi a quelli a cui arrivavamo noi» in materia di diritti sociali, «della nuova concezione del mondo economico» «fondata sul principio della solidarietà e del prevalere del­ le forze del lavoro», «dei limiti del di­ritto di proprietà». Ma anche sul tema della dignità della persona —aggiungeva — si è determinato un al­tro punto di convergenza, poiché «socialismo e comunismo tendono a una piena valutazione della perso­na umana».

Proprio la convergenza di cultu­re diverse, sotto il segno non di un inciucio, bensì di una complessa sin­tesi di portata storica, ha consenti­to di delineare un grandioso disegno innovativo, sicuramente la vetta più alta raggiunta da noi italiani nel difficile e contrastato cammino ver­so la libertà e l’uguaglianza. Mi si permetta di citare dal mio Costitu­zione e rivoluzione:«La proprietà distribuita, limitata e finalizzata, e il mercato, regolato per soddisfare le esigenze umane e am­bientali attraverso l’intervento pub­blico e la presenza di soggetti socia­li organizzati, promuovono la libertà come padronanza del proprio desti­no, non come assenza di regole, e l’u­guaglianza come giustizia sociale, non come cancellazione dell’indivi­dualità e delle differenze. Il plurali­smo nelle forme della proprietà, con­trapposto à totalitarismo della pro­prietà privata capitalistica, rende bene l’idea di un percorso aperto, di un progetto riformatore in progress configurato da una Costituzione programmatica che delinea una tra­sformazione del sistema fino à pos­sibile superamento dei rapporti di produzione capitalistici.»

Come confermano i nostri autori nelbrano citato all’inizio, l’articolo 3,secondo comma, esprime il convincimento che «la struttura socio-eco­nomica propria della società capita­listica debba essere superata in fa­vore di un diverso modello di so­cietà», ma il keynesismo, espressio­ne di un pensiero liberale alto, non si proponeva di innovare il sociali­smo bensì di consolidare il capitali­smo, e non ha inciso nei rapporti di proprietà, che si è ulteriormente concentrata. Nelle sue applicazioni pratiche, poi, si è assestato sulla li­nea del governo politico del capitale nel tentativo di condizionarlo, uti­lizzando a questo fine la presenza di un movimento operaio sindacal­mente e politicamente organizzato. Ma le contraddizioni del capitale non sono state superate, e anzi si sono ripresentate in tutta la loro violenza e drammaticità, favorendo l’offensiva liberista guidata da Mar­garet Thatcher e Ronald Reagan.

La vittoria del capitale nella lot­ta di classe contro il lavoro è stata talmente schiacciante che il riformi­smo è diventato un sottoprodotto del liberismo, e la socialdemocrazia si è trasformata in un’officina che forni­sce pezzi di ricambio alla macchina del capitalismo. Perciò è necessario un taglio netto con il passato. Non solo con il liberismo, ma anche con il keynesismo, oggi irripetibile perché sono cambiate le condizioni storiche, e perché non è ragionevole pensare di poter tornare à capitalismo “buo­no” che ha generato quello “cattivo” dei nostri giorni.

È arrivato il momento di pren­dere atto che il compromesso social­democratico si è definitivamente concluso con una resa senza condi­zioni al capitale. Ed è un inutile e perdente esercizio continuare a pe­stare l’acqua nel mortaio del rifor­mismo, secondo il vecchio riformista Sergio Cofferati una parola malata, che ha tradotto in termini politici le regole economiche imposte dai mer­cati finanziari globalizzati. Voglia­mo resuscitare un morto, o riappro­priarci fino in fondo della cultura della Costituzione, che ci indica la via di un possibile cambiamento, ri­pensando i presupposti e i fonda­menti di un nuovo socialismo?

 

Una civiltà più avanzata

Pensare una civiltà più avanzata, retta dai principi di uguaglianza, li­bertà, giustizia sociale, e lottare concretamente per questo obiettivo, non è un’utopia irraggiungibile. È la rivoluzione del nostro tempo. Che dovrebbe attenuare e colmare lo scarto, sempre più evidente e dram­matico, tra le potenzialità della ri­voluzione scientifica e tecnologica in atto, di cui la digitalizzazione della produzione e della comunicazione è solo un aspetto, e la concentrazione della proprietà e della ricchezza in poche mani, che fa ostacolo allo svi­luppo sociale e civile dell’umanità e alla salvaguardia del pianeta.

Il modo di lavorare e di produr­re, di vivere e di pensare è un pro­cesso di cambiamento perenne, nel quale ci sarebbe bisogno di una clas­se lavoratrice sempre più esperta, qualificata e istruita, capace di pa­droneggiare processi globali che hanno già cambiato la nozione tra­dizionale del tempo e dello spazio. Ma oggi accade il contrario. Le con­ tinue conquiste della scienza e del­la tecnica consentirebbero a tutte e a tutti di ridurre i tempi di lavoro e di elevare la qualità della vita, di tu­telare l’ambiente e di padroneggia­re con maggiore sicurezza il proprio destino. Ma nelle mani di un pugno di proprietari universali che compe­tono tra loro per il controllo del mon­do, accrescendo i pericoli di guerra, accade il contrario: intensificazione dello sfruttamento e aumento delle disuguaglianze, disgregazione della società, riscaldamento globale e de­sertificazione della terra con enormi masse umane che migrano in cerca di lavoro e sicurezza.

Se le confrontiamo con la socia­lità potenziale della rete e con la po­tenza scientifica e tecnologica della forza lavoro del nostro tempo, che si esprime soprattutto nelle capacità comunicative e relazionali a livello planetario, le forme attuali della proprietà capitalistica sui mezzi di produzione e di comunicazione ap­paiono addirittura barbariche. Non solo i settori produttivi e di servizio avanzati diventano sempre più in­compatibili con le attuali forme del­la proprietà e dell’appropriazione. Siamo arrivati al punto che una banca privata “compra” con due euro altre due banche sull’orlo del fallimento scaricando i costi sulla collettività nazionale. E siccome 1’80 per cento delle entrate fiscali pro­vengono dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, non è difficile calco­lare chi ci guadagna e chi ci perde. Ma non è la prima volta che i pove­ri salvano i ricchi.

Anche i beni naturali, come l’ac­qua e l’aria, sono entrati in contrasto con la proprietà capitalistica e chiedono il suo superamento. In de­finitiva, diventa sempre più pres­sante l’esigenza di proprietà pubbli­che, sociali e comunitarie, come la Costituzione prevede. È su questo nodo, stringente e decisivo, che oc­corre intervenire lottando perché l’economia e la società siano orga­nizzate secondo un ordine nuovo, orientato al soddisfacimento dei bi­sogni umani e al pieno sviluppo del­le persone. Ecco perché la sinistra dovrebbe impugnare la bandiera della Costituzione e della sua at­tuazione con un programma chiaro, che compia una precisa scelta di campo: dalla parte del lavoro, non del capitale.

Una scelta che consente di por­tare in Europa una linea effettiva­mente alternativa non solo (e non tanto) alle politiche cosiddette di au­sterità, ma all’intera costruzione europea fondata sugli interessi do­minanti del capitale finanziario. Non l’Europa del capitale dunque, ma neanche il rinculo nazionalisti­co nell’Europa delle patrie, che spin­gerebbe inevitabilmente verso la concorrenza spietata e la guerra tra poveri. Bensì l’Europa dei popoli e dei lavoratori: che può nascere solo, per quel che riguarda noi italiani, portando in Europa la nostra Costi­tuzione come utile contributo alla costruzione di un nuovo internazio­nalismo del lavoro, e al tempo stes­so promuovendo in Italia un ampio movimento per l’applicazione dei principi costituzionali.

Se non si compie in modo chiaro e netto la scelta di impugnare la ban­diera della Costituzione e dell’attua­ zione dei suoi principi e diritti met­tendo al centro il lavoro, raccoglien­do e dando sbocco positivo allo stato di generale malessere che attraver­sa strati sempre più ampi della so­cietà, la prospettiva è quella di un ul­teriore degrado, di una crisi irrever­sibile della democrazia, dell’ascesa di una destra sempre più arrogante e totalitaria. Molti segnali sono già presenti al riguardo. Di fronte al vuoto di rappresentanza e di rap­presentazione del lavoro che apre spazi enormi alle spinte nazionali­stiche e fascistiche, la priorità asso­luta, se vogliamo guardare in faccia la realtà, è dunque quella di colma­re questo vuoto. Di impegnarsi pan­cia a terra, buttando à macero vec­chie idee, vecchie storie e vecchie scorie, immergendosi nelle contrad­dizioni reali del mondo che ci circon­da in cui vivono le donne e gli uomi­ni in carne e ossa, per dare forma a un partito politico che renda prota­goniste, oggi, le persone che per vi­vere hanno bisogno di lavorare, e le aiuti a farsi classe dirigente.

La forza della nostra Carta fon­damentale non sta solo nella capa­cità di unire la stragrande maggio­ranza degli italiani. Sta anche, for­se soprattutto, nella capacità di vol­gere lo sguardo al futuro afferman­do una visione dinamica dell’ugua­glianza e della libertà, indispensa­bile per poter parlare ai giovani. La Costituzione non abolisce la pro­prietà. Ma, come fa notare Stefano Rodotà, del quale sentiremo la man­canza per la sua dedizione alla cau­sa dell’Italia democratica e progres­sista, con la Costituzione «si è ormai fuori dalla logica liberista» giacché la proprietà privata (il terribile di­ritto evocato da Cesare Beccaria) «è ormai conformata in maniera tale» da permettere «la realizzazione di finalità sociali».

In altri termini, la forza creatri­ce della Costituzione ci dice che l’u­guaglianza non si riduce alle pari opportunità offerte dalle condizioni di partenza. Come mette in eviden­za lo stesso Rodotà, «l’accesso alla conoscenza reso possibile da Inter­net non basta ad affermare il pari diritto di ciascuno, se le condizioni di partenza creano condizioni di di­suguaglianza e di esclusione». Una conferma che le innovazioni scienti­fiche e tecnologiche reclamano quel­l’uguaglianza sostanziale, connessa alle condizioni economiche e cultu­rali dei cittadini, che la Costituzio­ne indica, tutelando in particolare i giovani che si affacciano sul merca­to del lavoro, e offrendo loro la pos­sibilità di allargare il campo all’af­fermazione di diritti nuovi. Un’a­pertura straordinaria sul futuro, che conferma la lungimiranza dei padri costituenti.

Per cui in conclusione possiamo dire che se la priorità assoluta è or­ganizzare le lavoratrici e i lavorato­ri, e costruire insieme a loro lo stru­mento politico indispensabile per applicare la Costituzione, d’altra parte la lotta per attuare i diritti co­stituzionali e conquistarne nuovi è anche il mezzo per dare forma a un partito che li organizzi e li rappre­senti. In ogni caso è arrivato il tem­po di ripensare il socialismo per uscire dalla prigione del capitali­smo. Anche per questo serve la Co­stituzione.


Riferimenti bibliografici
Ciofi P. (2017), Costituzione e rivoluzio­ne. La crisi, il lavoro, la sinistra, Roma, Editori Riuniti.
Keynes J.M. (2010), Laissez faine e co­munismo, a cura di Giorgio Lunghi­ni e Luigi Cavallaro, Roma, Deri­veApprodi.
Keynes J.M. (2010), Possibilità econo­miche per i nostri nipoti seguito da Guido Rossi, Possibilità economiche peri nostri nipoti?, Milano, Adelphi.
Marx K., Engels F. (1983), Manifesto del partito comunista, Roma, Editori Riuniti.
Mortati C. (111975), «La Repubblica è fondata sul lavoro», in Politica del diritto.
Rodotà S. (2013), Il terribile diritto. Stu­di sulla proprietà privata e sui beni comuni, Bologna, Il Mulino.

Togliatti P. (1987), «Sul progetto di Co­stituzione», in Discorsi Parlamenta­ri I, Camera dei Deputati, Roma.

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