Mozione per il boicottaggio attivo dei referendum lombardo-veneti del 22 ottobre

Mozione per il boicottaggio attivo dei referendum lombardo-veneti del 22 ottobre

Approvata all’unanimità durante la Direzione dell’8/09/2017

La Direzione Nazionale del PRC/SE, riunita il giorno 8 settembre 2017, considera la celebrazione dei referendum consultivi del 22 ottobre p.v. uno scandaloso uso delle risorse pubbliche e degli istituti di democrazia diretta da parte dei presidenti delle Giunte regionali e delle maggioranze nei Consigli regionali. L’esito dei quesiti dal punto di vista pratico NON produrrà nessun effetto ulteriore a quello di far emanare disegni di legge di riforma delle competenze e delle risorse da parte delle due Regioni oggetto di approvazione delle Camere. Tutte le istanze, anche quelle di giusta autonomia come per le dolomiti venete, vengono mistificate sull’altare di due referendum che servono a consolidare il potere di oligarchie di governo o di finta opposizione.

Classi dirigenti – non solo politiche – inette e, sovente, corrotte pensano di rilegittimare il loro operato con lo slogan “PARONI IN CASA NOSTRA” e ”AUTONOMIA FA RIMA CON EFFICIENZA E RISPARMIO” mentre pianificano quotidianamente il taglio dello stato sociale, delle risorse agli enti locali e la privatizzazione dei servizi. Le stesse classi dirigenti di destra, del PD e del M5S che si inginocchiano alla Compagnia delle opere o concionano con Confindustria a Cernobbio. Le stesse classi dirigenti che assistevano passivamente o sostenevano il saccheggio e la distruzione ad opera di bande di grassatori di due banche popolari quali Popolare di Vicenza e Veneto Banca cancellando i risparmi di migliaia di persone e rischiando centinaia di posti di lavoro. Le stesse classi dirigenti che si sono alimentate con voracità delle mazzette sulle strutture di diagnosi e cura o sulle inutili grandi opere in Lombardia. I medesimi personaggi oggi fanno spendere alle due Regioni circa 50 milioni di € per consultazioni sterili: tutte risorse sottratte ai servizi pubblici gestiti dalle amministrazioni proponenti.

Le proposte di nuove competenze nel merito, se prese sul serio, sarebbero foriere di ingiustizie e squilibri: quale la creazione di sistemi scolastici regionali con insegnanti e programmi veneti, lombardi o emiliani. Queste solleticano il peggio dell’egoismo e dell’individualismo proprietario andando, oltre tutto, verso un impoverimento culturale. La stessa logica che – quotidianamente - costringe centinaia di persone ad autentici viaggi della speranza dal Sud al Nord e dalla periferia al centro per curarsi o per partorire. Ciò avviene anche a causa dell’assurda riforma del titolo V parte II della Costituzione che, costituzionalizzando i principi di sussidiarietà, ha prodotto un’ulteriore sperequazione dello sviluppo economico italiano. Ha trasformato le Regioni in carrozzoni burocratici che si comportano insieme come lobby e ministeri.

Per questo l’uso della partecipazione per un plebiscito politico appare oggettivamente incostituzionale.

Un’altra tendenza da combattere è l’uso improvvido di categorie come autogoverno, autodeterminazione dei popoli, indipendenza di cui, in particolare la Regione Veneto, fa ampio sfoggio nella sua legislazione. Il quesito veneto era, infatti, contenuto in un paio di leggi dichiarate incostituzionali dalla Consulta che si proponevano addirittura di far votare i veneti sull’indipendenza nazionale, come si trattasse della Catalogna o dell’Euskadi. Il quesito rimasto è inutile, ma è buono per rifocillare politicanti, come quelli che sfiorano il ridicolo obbligando per legge tutte le strutture pubbliche a esporre il gonfalone di San Marco a pena di multe salate.

Si evoca l’autodeterminazione, ma si allude alla guerra tra i popoli, ai nazionalismi delle piccole patrie, all’appartenenza a una comunità per il suolo e il sangue. Veneto e Lombardia non sono né saranno mai nazioni senza Stato, ma sono aree ricche i cui gruppi dirigenti vogliono sbarazzarsi dei parenti poveri del Sud Italia.

Per questo l’attività dei legislatori regionali lombardi, veneti e di chi vorrà seguirli, appare oggettivamente eversiva.

Per queste ragioni Rifondazione Comunista non è solo contraria nel merito dei quesiti ma sostiene un NO ai referendum. Invita, quindi, tutte le sue strutture territoriali a lanciare un conflitto politico nettissimo contro il teatrino politico inscenato il 22 ottobre. Va messo in campo con le altre forze della Sinistra alternativa un boicottaggio attivo che provi a far mancare il quorum nella Regione Veneto, e svilisca l’astuta operazione politica lombarda, meno ideologica, ma non meno insidiosa.

Il PRC/SE prenderà parte e si spenderà in tutte le iniziative coerenti con questo approccio a partire da tutti i Comitati sorti purché funzionali al boicottaggio attivo dei referendum.

Boicottare i referendum significa NON difendere lo status quo perché se, da un lato, non si può prescindere da una ridiscussione dei poteri e dei finanziamenti delle Regioni speciali per la perequazione delle risorse tra zone del Paese, non si può, dall’altro, non pretendere maggiore autonomia e democrazia per gli enti che rappresentano da vicino gli interessi e le esigenze delle popolazioni.

BATTERE i referendum del 22 per costruire una Repubblica davvero delle autonomie, dello sviluppo e della solidarietà.



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