Al supermarket del Capitale

Al supermarket del Capitale

L’unica cosa che non ci è del tutto chiara dell’acquisizione delle parti buone di Veneto Banca e Popolare di Vicenza da parte di Intesa Sanpaolo è come abbia pagato, alla fine della “faticosa” trattativa, l’AD del Gruppo Carlo Messina.

Se cercando una monetina, un po’ imbarazzato, nelle tasche di giacca e pantaloni, se chiedendo al Ministro Padoan l’IBAN sul quale l’indomani fare un bonifico o se, come dicono i più informati, consegnando due assegni circolari da 0,50 cent, uno per ognuna delle due ex-banche concorrenti.

Per il resto, si tratta di un’operazione che, al di là della complessità tecnica e dell’infinita (e in buona parte originale) serie di clausole di salvaguardia che l’acquirente privato ha imposto, appare nel suo significato politico-economico di una chiarezza straordinaria.

Si diceva una volta “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”; per dimostrare di non essere estremisti e saper stare al tavolo buono della finanza si potrebbe al limite dire oggi “privatizzazione dei futuri (probabilmente ingenti) profitti e socializzazione dei costi e del rischio (probabilmente alto) di perdite”.

Ma la sostanza non cambia.

La trasparenza cristallina di cosa è successo (e di quanto ne deriverà) dovrebbe suggerire di non attardarsi tanto in ragionamenti contabili su quanto potrà essere alla fine l’esborso pubblico o su quali mitologiche categorie di “cittadini”, “contribuenti”, “risparmiatori” pagheranno il conto. Sarebbe forse più opportuno concentrarsi su alcune questioni di fondo che, invece, paradossalmente, stentano a farsi largo nel dibattito politico, nei commenti giornalistici e, soprattutto, nella coscienza degli italiani.

In primo luogo, va ribadito che le regole dell’Unione Bancaria europea (quelle che ci sono e quelle che non ci sono), la loro fluttuante e spesso criptica interpretazione, le modalità ed i tempi della loro applicazione (e via di questo passo) non sono da giudicare prioritariamente sotto il profilo tecnico o con le categorie morali del buono o cattivo, del giusto o ingiusto. Sono “regole di classe”. Come l’intera costruzione dell’Europa economica e della sua cornice istituzionale sono il frutto del successo dell’ideologia neoliberista e del capitalismo finanziario e servono ad estenderne il dominio nel tempo e nello spazio. Ridisegnano il rapporto tra stati e all’interno di ognuno di essi tra élites dominanti e classi subalterne. In termini più crudi: spostano costantemente masse ingenti di denaro dal pubblico al privato, dai già poveri ai già ricchi, dal lavoro a rendita e speculazione.

Accettando di muoversi in tale contesto (come sempre) e limitandosi a trattare ai margini del consentito (per di più con titubanze e ritardi vari) il Governo italiano ha preso atto che, finiti presto in una voragine i soldi di Atlante, l’unica soluzione ritenuta percorribile era quella di finanziare direttamente la prima banca privata del paese, sottoscrivendone quasi tutte le condizioni poste, in modo da consentirgli di fare un ghiotto business e ricevendone in cambio un prezioso contributo di immagine e di solidità atto a tranquillizzare i mercati.

Chi parla di “sostanziale” violazione delle regole europee ovviamente parla forse della carta ma non certo della sostanza (e dello spirito!). Gli apologeti del Capitale sono i primi a sapere che l’intervento dello Stato anche nei mercati finanziari è spesso indispensabile sia nella buona che nell’avversa sorte (pur con strumenti diversi) purché naturalmente sia guidato da “forze amiche” e da interessi convergenti.

Per interpretare correttamente la vicenda (anche da parte di chi la contesta) occorre poi saper usare le parole giuste.

Da un lato non si può dire che i soldi per salvare le banche “si trovano sempre” perché in questo caso le daziende sono state semplicemente cancellate. Né si può affermare (se non per slogan) che sono stati regalati soldi ai “banchieri” (quasi fossero una frazione separata delle classi dominanti).

Dall’altro è ovviamente falso che l’operazione ha consentito di “salvare migliaia di posti di lavoro”. L’obiettivo che è stato raggiunto (peraltro importantissimo) è quello di garantire il reddito a diecimila bancari (la maggior parte dei quali tra l’altro hanno già visto azzerarsi il capitale investito in qualità di azionisti/soci della loro banca) e di procedere non a licenziamenti ma a prepensionamenti finanziati con parte dei soldi girati dallo Stato ad Intesa Sanpaolo.

Qui, sia detto per inciso, si annida uno dei colpacci migliori che ha fatto Intesa San Paolo. Per ragioni anagrafiche, infatti, solo 1.000 dei 4.000 “esuberi” proverranno dalle due banche venete, gli altri (ma i numeri finali saranno sicuramente maggiori) saranno individuati all’interno del Gruppo. Come noto, il fondo di categoria genera lauti guadagni in prospettiva ma l’anno di attivazione costa molto (ed incide negativamente sugli utili). Intesa riesce quindi a mandare a casa un plotone di sessantenni (bloccati dalla Fornero), in media costosi, tutelati e poco flessibili
utilizzando in gran parte soldi pubblici. Super!

I posti di lavoro si perderanno anche “fisicamente”: delle due reti distributive delle banche venete (e controllate varie) non resterà praticamente nulla. Come noto sono 600 (su circa 900) gli sportelli che l’Europa ha chiesto di chiudere ma se si pensa che Intesa aveva già in pancia un piano di quasi mille chiusure (molte delle quali ovviamente nel nord-est e nelle altre zone di presenze delle banche “acquisite”) si capisce facilmente che i numeri reali saranno ancora superiori.

Infine, è poco più di uno slogan semplificatore affermare che siano stati messi in sicurezza oltre 50 miliardi di risparmi dei cittadini. In realtà una buona parte, quella dei depositanti al di sotto dei 100mila euro, sarebbero comunque stati tutelati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (soldi delle banche…). La differenza rispetto al temutissimo bail in o all’intermedia formula del burden sharing sta quindi nei diversi gradi di protezione delle
varie categorie di obbligazionisti senior che, in questo caso, vengono completamente tutelati. E comunque in sede parlamentare già si parla di rimborsi per gli stessi detentori di obbligazioni subordinate.

Di certo, la soluzione adottata con l’intervento diretto di Intesa Sanpaolo è stata la più tranquillizzante più o meno per tutti. Meno cortei per strada, meno urla nei talk show, meno rischi per la traballante maggioranza di Governo.

Erano possibili soluzioni diverse? Naturalmente sì, anche se non tutte migliori.
Certo per noi la strada maestra sarebbe stata quella della nazionalizzazione delle due banche, soluzione difficile da contestare razionalmente visto che comunque lo Stato ci mette una montagna di soldi solo per assumersi costi, rischi e perdite, lasciando ai privati le parti sane e le fonti di business. L’Europa non l’avrebbe permesso? Così ci viene detto e, tuttavia, oggi il Tesoro è azionista di maggioranza del Monte Paschi al 70%.

Il punto centrale ci sembra un altro, come detto all’inizio. Fedele alla stessa impostazione ideologica che ha generato le regole europee il governo italiano (questo e i precedenti, naturalmente) non sa nemmeno immaginare un intervento pubblico nel settore bancario che sia funzionale ad interessi diversi (e contrapposti) da quelli che regolano il Mercato. Finché il ruolo del Pubblico rimane emergenziale e sussidiario poco cambia, a ben vedere, nel cedere subito ad Intesa il cuore sano delle due banche venete o farlo tra dieci anni per quelle di MPS a vantaggio di qualche fondo d’investimento internazionale o di qualche banca cinese (tanto per dire).

Post Scriptum.

Naturalmente c’è anche un problema di accertamento delle responsabilità per la mala gestione delle due popolari
(a partire dagli incredibili ritardi delle Autorità di Vigilanza). Gli Zonin ed i Consoli vanno perseguiti assieme al
gruppo più folto possibile di amministratori, manager e lacchè (purtroppo sappiamo già che sarà così solo per quelli
che saranno impossibili da salvare).

Ma per un veloce ripasso sul modello del nord-est e più in generale sulle modalità di funzionamento del capitalismo
italiano e dei rapporti tra politica ed economia è anche molto istruttivo scorrere l’elenco dei beneficiari dei grandi
finanziamenti elargiti dai due banchieri, dei protagonisti delle operazioni “baciate”, degli amici degli amici che hanno
venduto le quote prima del crollo o dei tanti funzionari di Stato (e di Bankit) finiti a libro paga di Zonin.

E su un altro piano, ma per noi altrettanto doloroso, che dire delle organizzazioni sindacali aziendali?

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