Quando si perde la nozione di popolo

Quando si perde la nozione di popolo

di Paolo Maddalena*

Lo scellerato pensiero neoliberista, con il suo obiettivo di “accentrare” la ricchezza nelle mani di pochi ed estromettere dal mercato l’intervento dello Stato, e cioè del popolo (in aperto contrasto con il pensiero keynesiano, che vuole la “re – distribuzione” della ricchezza e l’intervento del popolo come protagonista dell’economia), ha talmente soggiogato l’immaginario collettivo che anche giornalisti di chiara fama, come Paolo Mieli (vedi l’articolo “Qualcosa non quadra a sinistra di Matteo Renzi” sul Corriere della Sera di lunedì) non riescono a uscire dalle consunte categorie di “sinistra”, di “centro” e di “destra”, impedendo a loro stessi e agli altri di capire pienamente i nuovi fermenti che in questo periodo stanno facendosi strada nelle masse.
Non si potrà certo negare, ad esempio, che la vittoria di Trump sulla Clinton, la Brexit e la vittoria del No al referendum sulle modifiche costituzionali sono espressione di una insofferenza che aumenta sempre più nelle classi popolari, mentre, sul piano intellettuale, la voce di Papa Francesco, di Sanders e di Stiglitz, solo per citare alcuni dei nomi più famosi, si levano fortemente per far capire i disastri che ha provocato l’affermazione del neoliberismo: la enorme disuguaglianza tra ricchi e poveri, l’aumento vertiginoso della povertà e della disoccupazione, la distruzione sistematica dello Stato sociale. È evidente che in questo quadro non è più possibile parlare di destra, sinistra e centro, ma di un “sopra” (le multinazionali e la finanza) e di un “sotto”, tutti i lavoratori e le loro famiglie, divenuti praticamente sudditi della volontà dei mercati.
TOMASO Montanari e Anna Falcone hanno capito questo. Hanno capito che c’è una massa enorme di persone che non ha “rappresentanza” politica, che la cerca affannosamente, pur di non astenersi dal voto, e che vuol vedere affermati quei diritti fondamentali loro garantiti dalla Costituzione, nonché quel vero e proprio “programma di governo dell’economia”, che è costituito dagli articoli da 35 a 47 della Costituzione medesima. Essi, in modo del tutto trasversale, prescindendo assolutamente da qualsiasi forza politica, chiamano a raccolta semplicemente il “popolo”, quell’aggregato umano che si fonda sulla “solidarietà” ed ha come contraltare l’egoismo del “singolo”. La civiltà è nata proprio quando sono nate le città e si è potuto parlare di “cives”, singoli cittadini, considerati come “parti” dell’universalità dei cittadini, cioè del Popolo.
Vogliamo dunque uscire dalla crisi, richiamando il popolo a essere protagonista dell’economia, o vogliamo ancora trastullarci con le diatribe dei partiti che sono e restano chiusi in se stessi perseguendo i loro interessi di casta e si adeguano agli interessi delle lobby, tradendo i propri elettori?
Confinare l’appello di Montanari e Falcone tra questi ultimi vuol dire disinteressarsi degli interessi del popolo e farci restare prigionieri dell’attuale insulso sistema parlamentare. Si può essere ironici quanto si vuole, ma la politica, se prescinde dal popolo, cioè dai cives e dalla civiltà, non è “politica”.

* magistrato, ex presidente della Corte costituzionale


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