Le donne scelgono la libertà: i Centri Antiviolenza lombardi rifiutano i criteri della Regione

di Giovanna Capelli -

Nella Conferenza stampa di stamattina (6/6/2017 ) presso la Casa delle donne Maltrattate di Milano ,in Via Piacenza abbiamo sentito la lucida disanima di quello che la Regione Lombardia, con i noti personaggi della sua Giunta sta proponendo e mettendo in campo contro la esperienza e la pratica dei Centri Antiviolenza, un totale sovvertimento dei criteri della loro esistenza e della loro funzione .

Su 29 Centri Antiviolenza lombardi 18 hanno sottoscritto questo rifiuto articolando punto per punto la critica alla proposta della Regione, che contrasta con la Convenzione di Instanbul e con la Intesa Stato Regioni del 2014 .

Prima di tutto esiste una questione di metodo: una concezione autoritaria della relazione fra Regione e centri antiviolenza, che fa sì che il Tavolo antiviolenza sia stato sostanzialmente un luogo di comunicazione di decisioni già prese dalla Giunta ( convocazioni senza preavviso adeguato, senza informazione preventiva, con funzionari poco inclini all’ascolto e poco rispettosi ).

Due sono i punti centrali della politica Regionale che stravolgono il senso della esistenza dei Centri antiviolenza : a)la modalità richiesta per iscriversi all’albo regionale, che cambia le regole vigenti e permette l’iscrizione all’albo naturalmente ai soggetti giuridici già operanti, ma anche a quelli nuovi che devono presentare non solo con uno statuto appropriato, ma certificare la qualità dei loro operatori (“operatori “recita la delibera al maschile con un chiaro lapsus linguistico, perché nei centri antiviolenza ci sono operatrici ), che devono dimostrare di avere una esperienza di almeno tre anni ( prima erano 5 )nei Centri Antiviolenza o in una Casa Rifugio. Entreranno dunque nell’albo enti, associazioni e fondazioni che non hanno le caratteristiche dei centri. Qui insomma passa anche il criterio che si accreditano non dei” luoghi “ ma delle persone, delle professionalità. I Centri Antiviolenza rischiano di fare la fine dei Consultori, svuotati della loro specificità e forza, ridotti a servizio sanitario e assistenziale e magari anche possibile fonte di “business”,in vista dei possibili fondi da ottenere. Appare chiara la volontà di fare entrare nell’albo soggetti che non hanno sulla violenza di genere la stessa impostazione dei Centri Antiviolenza , discussa e condivisa dalla rete nazionale D.i.RE, a cui fanno capo 80 soggetti.
>b)la Regione tramite il sistema integrato di raccolta dati, la tracciabilità e la costituzione del Fascicolo Donna, a cui i centri si dovrebbero adeguare viola il principio di segretezza e anonimato che permette alle donne di sentire i Centri Antiviolenza come un luogo protetto e libero, di totale accoglienza.
;”>Mimma Carta del Cadm della Brianza ha insistito sulle tendenze alla sanitarizzazione della donna maltrattata o alla sua psichiatrizzazione e alla svalorizzazione del grande lavoro che i centri hanno fatto anche per la formazione delle forze dell’ordine .Gabriella Sberviglieri della Associazione Eos di Varese ha illustrato le procedure di distribuzione dei fondi nazionali ( 2014-2016 40 milioni in due tranche ) tramite Regione e le difficili modalità di rendicontazione di finanziamenti che arrivano sempre in ritardo. Nel 2016 i Centri Antiviolenza lombardi hanno incontrato e sostenuto 5200 donne.
Marisa Guarneri,una delle fondatrici della Casa delle donne Maltrattate di Milano con la sua abituale ironia si è rallegrata della decisione della Giunta in quanto smaschera le culture politiche di fondo e ha costruito un ragionamento sul contesto perché come al solito la Lombardia è laboratorio delle tendenze di questa Europa in particolare di quanto è già avvenuto in Germania,dove centri antiviolenza nati dalle pratiche femministe sono diventati servizi sociali pubblici. In realtà anche il Governo centrale non vuole fare veramente un piano nazionale contro la violenza, vuole solo limitare il fenomeno, farlo apparire di meno e contenere anche le donne che accedono ai centri, che invece sono donne libere, che lottano per la propria libertà e riescono a farlo nella relazione con altre donne competenti. Il metodo di stravolgimeno è già consolidato : usare le parole delle donne, ripeterle nei documenti nazionali,ma svuotare di significato il luogo,il centro antiviolenza, per trasformarlo in altro.

Al No dei 18 Centri lombardi seguirà forse la convocazione richiesta del Tavolo regionale antiviolenza, ma l’esito di questo conflitto non si gioca lì. Il terreno è la capacità di mobilitazione e di proposta di Un piano antiviolenza, scritto dalle donne di “Non una di meno “e agito con forza e intelligenza negli scenari futuri. Il patriarcato non è morto ma non sta benissimo.



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