Paesi baltici invocano un Norimberga 2 per il comunismo. Per i russi passo verso riabilitazione nazismo

Paesi baltici invocano un Norimberga 2 per il comunismo. Per i russi passo verso riabilitazione nazismo

Un tribunale contro il comunismo diverrebbe un passo decisivo verso la riabilitazione del nazismo

Il sito web russo Vzgljad ha pubblicato lo scorso 20 marzo un intervento, a firma di Vjačeslav Višnevskij, a proposito dell’idea dei paesi baltici di istituire una sorta di “Norimberga-2” contro il comunismo. Vi proponiamo la traduzione dell’articolo.

 Già da molti anni le autorità di Lituania, Lettonia ed Estonia accarezzano l’idea di una sorta di “Norimberga-2.” L’idea è semplice: il comunismo sovietico è stato un regime altrettanto criminale quanto il nazismo tedesco; ma, a differenza di questo, è mancato un adeguato giudizio internazionale. Dunque, l’iniziativa partirà dai Paesi baltici, in qualità di parte lesa. Le prime proposte di “tribunale anticomunista” sono state avanzate nel 2015 nel corso di una conferenza tenuta al “Museo dell’occupazione”, in Estonia, con ospiti da Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Georgia.

In quell’occasione il professore dell’Istituto lituano di Diritto Internazionale e Diritto della UE presso l’Università “Mykolas Romeris”, Justinas Žilinskas, aveva dichiarato al quotidiano Lietuvos zinios, che “un tribunale internazionale sui crimini del comunismo sarebbe un atto molto significativo in termini di consolidamento della memoria storica”; tuttavia, sarebbe “dubbio poter chiamare a rispondere gli autori delle repressioni comuniste, dato che praticamente nessuno di loro è ancora in vita, quantomeno in Lituania”. La questione è stata ora sollevata a livello di Ministeri della giustizia: nel febbraio scorso il Ministero estone ha proposto agli omologhi dicasteri di Lituania e Lettonia l’istituzione di un “tribunale internazionale per indagare sui crimini del comunismo”.

Ha reali prospettive un tale progetto? In qualche misura sì, ritiene lo storico russo Vladimir Simindej (nativo di Riga e direttore del fondo “Memoria storica”), dal momento che Estonia, Lituania e Lettonia cercano di sfruttare l’isteria antirussa per condurre sul piano giuridico internazionale le loro pretese politiche e storiche contro Mosca. “Non esistono formati giuridici che i baltici possano mutuare, quindi dovranno inventarsi un proprio “modello”, afferma Simindej; “finché la Russia è forte, questo gioco politico, di un processo alla nostra storia comune, a carico della Russia e dei russi, non avrà serie prospettive. Aggiungerà però un’ulteriore nota al coro generale. Le forze politiche dei Paesi baltici riescono ancora a mobilitare l’elettorato con un intreccio di russofobia e retorica anticomunista”.

La politologa Natalja Eremina osserva che i tribunali internazionali vengono istituiti a conclusione di operazioni militari, per significare le perdite in vite umane, distruzioni, etc, e i tribunali vengono istituiti dai paesi vincitori. “Ma in questo caso l’iniziativa parte dalla periferia europea, il cui punto di vista non è tenuto in gran conto dalla UE. Tra i paesi – in quanto entità statali – promotori di questo tribunale e l’URSS, che incarna il sistema comunista, non c’è stata guerra. Inoltre, lo stato di “occupazione”, su cui puntano i baltici, avrebbe dovuto essere stato complementare a un’azione di guerra ed essersi verificato sul territorio del nemico. E’ per questo che in Estonia, Lettonia e Lituania si dà così tanto rilievo a quelle formazioni militari (i legionari delle “Waffen SS”) che combatterono contro l’esercito sovietico: probabilmente per tentare di dimostrare l’esistenza di uno stato di guerra tra paesi baltici e URSS e che essi furono occupati. Secondo le autorità baltiche, questa sarebbe una chance per ribadire la loro presunta estraneità all’ideologia comunista (sebbene molti politici baltici siano stati direttamente ad essa legati: ad esempio, la presidente della Lituania Dalia Gribauskajte, ex alta funzionaria comunista), e procedere in tal modo a una “auto-purificazione”. In questo senso, l’istituzione del tribunale rappresenta anche un atto politico legato alla costruzione di stati etno-nazionali nella regione baltica. Così, pensano che nessuno oserà più mettere in dubbio l’occupazione”.

Il riconoscimento della “occupazione” e la condanna del comunismo sono strettamente collegati. “Ma questi temi” afferma Eremina, “costituiscono non solo passi verso lo stato etnocentrico, ma anche uno strumento di pressione economica sulla Russia. La richiesta di istituire il tribunale viene giustificata anche con la necessità di un risarcimento per le sofferenze e il lavoro obbligatorio in URSS. E da chi potrebbero ottenere quei risarcimenti se non dall’erede dell’URSS, cioè dalla Russia? Non si preoccupano certo per le sofferenze patite da moltissimi russi, per le loro perdite o il loro lavoro obbligatorio nei lager. Estonia, Lettonia e Lituania hanno già condannato in partenza i russi per la diffusione del comunismo e “l’occupazione” dei Paesi baltici. Tallin, Riga e Vilnius vedono nell’istituzione di una Giornata della memoria delle vittime dello stalinismo e del nazismo, nella risoluzione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) di condanna dei regimi comunisti totalitari, nella risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE sulla riunificazione dell’Europa divisa e in tutte le dichiarazioni di condanna del comunismo adottate nei paesi dell’Europa orientale, diversi strumenti di influenza sull’opinione pubblica, per tradurre in pratica l’idea di un tribunale internazionale”.

Tuttavia, secondo Eremina, se verrà condannato il comunismo (ma, proprio i comunisti sono stati storicamente i principali oppositori e i reali avversari di nazismo e fascismo), ciò porterà automaticamente a un livellamento dei crimini del nazismo. “In molte risoluzioni e dichiarazioni, comunismo e nazismo sono già equiparati, nonostante siano fenomeni diversi. Se il nazismo è in primo luogo un’idea di ultranazionalismo aggressivo, il comunismo è, al contrario, un’idea di internazionalismo. Vi è il serio pericolo che venga indebolita la comprensione della minaccia nazista. A mio avviso, non c’è miglior mezzo per screditare definitivamente le procedure penali internazionali che l’istituzione di un simile tribunale”.

Il costituzionalista estone Sergej Seredenko ha condotto per Vzgljad un’analisi giuridica dell’idea di un tribunale anticomunista. Egli sottolinea che, sinora, non si è riusciti a definire “specifici crimini comunisti”, sebbene tentativi vengano via via intrapresi. Così, ad esempio, la legge polacca del 18 dicembre 1998 sull’Istituto per la memoria storica (“Commissione d’indagine sui crimini contro il popolo polacco”) ha introdotto il concetto di “crimini comunisti”. In tale atto, si definiscono con quel termine le “azioni commesse da  funzionari dello stato comunista nel periodo dal 17 settembre 1939 al 31 luglio del 1990, costituenti atti di repressione e forme di violazione dei diritti umani nei confronti di persone o gruppi sociali, così come altre azioni relative a tale repressione e configuranti reato, ai sensi della legge penale vigente al momento in cui sono state compiute”. Un altro tentativo di definire “nello specifico i crimini comunisti”, ricorda Seredenko, è quello della risoluzione APCE n° 1481 del 25 gennaio 2006 sulla “Necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti”.

Tale risoluzione afferma che “tutti i regimi comunisti totalitari che hanno governato i paesi dell’Europa centrale e orientale nel XX secolo e quelli ancora al potere in una serie di paesi nel mondo, si caratterizzano per massicce violazioni dei diritti umani (comprese uccisioni ed esecuzioni individuali e collettive), decessi nei campi di concentramento, fame, deportazioni, torture, lavoro forzato e altre forme di terrore fisico di massa, persecuzioni per motivi etnici o religiosi, violazione della libertà di coscienza, pensiero e parola,  libertà di stampa e mancanza di pluralismo politico”. A parere di Seredenko, tuttavia, tali accuse possono solo parzialmente essere ascritte all’ideologia comunista. “Ad esempio, l’ideologia comunista, profondamente internazionalista, non accetta la persecuzione per motivi etnici: tali accuse possono essere rivolte alla ideologia nazionalista. Dove le ideologie nazionalista e fascista contemplano un regime di discriminazione razziale, l’ideologia comunista tende a una discriminazione sociale (di classe), espressa nella “lotta di classe” e nella “dittatura del proletariato”. E’ significativo, che nella risoluzione della APCE non si nomini un tipo di terrorismo specificamente comunista, quale il “terrore rosso”. La dichiarazione di Ginevra del 1987 sul terrorismo, mentre parla di “terrorismo di stato”, non lo lega a una qualsivoglia ideologia”, sottolinea Seredenko, che nota anche come tra ideologia fascista e comunista esista una sensibile differenza di proprietà scientifiche. “Il preambolo della Dichiarazione ONU e della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, bollano chiaramente ogni presunta base “scientifica” delle idee di superiorità razziale: “Ogni teoria di diversità o superiorità razziale è scientificamente falsa, moralmente condannabile, socialmente ingiusta e pericolosa e nulla permette di giustificare la discriminazione razziale, né in teoria né in pratica”. Al contrario, le differenze sociali e, in primo luogo, di averi, contro cui lotta il comunismo per l’instaurazione dell’uguaglianza non solo formale, ma di fatto, esistono oggettivamente e sono scientificamente provate”.

Il costituzionalista ricorda anche come a suo tempo i comunisti ungheresi, attraverso la Corte europea dei diritti dell’uomo, abbiano ottenuto l’annullamento del divieto di portare la stella rossa. Egli ha inoltre evidenziato il fatto che, a differenza dei nazisti, il comunismo mondiale non è stato sconfitto in guerra: ad esso si è rinunciato volontariamente; inoltre, nessuno ha confutato il comunismo scientifico; al contrario, molti analisti dei processi sociali fondano tutt’oggi le loro ricerche sulla base delle idee marxiste.

In fin dei conti, l’idea del tribunale è un’iniziativa personale del Ministro della giustizia estone Urmas Rejnsalu. “Negli ultimi 25 anni gli ultradestri estoni non hanno sfornato alcuna nuova idea” afferma Seredenko; “un anno e mezzo fa, egli, coi suoi colleghi di Lituania e Lettonia, ha firmato un patto per cui essi esigeranno, in comune, dalla Russia il risarcimento per “l’occupazione”. Egli ha due idee fisse: il tribunale sul comunismo e il risarcimento dalla Russia. Per la verità, il nostro ex primo ministro Taavi Rõivas aveva corretto Rejnsalu: come dire, non chiederemo nessun soldo alla Russia”, ricorda il costituzionalista estone.

“In generale, tutta questa retorica sui tribunali e i risarcimenti non è che un prodotto, in primo luogo a uso interno, un mezzo per ottenere voti. Dubito molto che verranno intrapresi passi concreti per organizzare un tale tribunale; altra cosa è che non è consigliabile dirlo in pubblico. A suo tempo – l’unica volta in vita mia! – sono finito sul registro della nostra Polizia politica, in cui si  elencano i diversi “nemici del popolo”, solo per aver dichiarato, per l’appunto, che l’idea di un risarcimento per l’occupazione è a solo uso interno. Come si dice, quod licet Jovi non licet bovi» conclude Seredenko.

ss lettoni

manifesto di propaganda delle SS lettoni “Noi proteggeremo la nostra terra. Morte al Bolscevismo!“

 

 



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