Sarà una Cina «conflittuale»

Sarà una Cina «conflittuale»

di Giorgio Grappi e Devi Sacchetto

Nel corso degli ultimi anni lo sviluppo economico cinese pare aver imboccato una nuova strada, con delocalizzazioni verso l’interno del paese e all’estero, mentre alcuni commentatori hanno sottolineato l’emergere di un’ampia classe media. Tuttavia, i conflitti che attraversano il paese hanno raggiunto un nuovo picco all’inizio del 2016. Il numero di lavoratori migranti interni che si spostano verso le città continua a crescere e ha superato il 20% della popolazione, circa 270-280 milioni: impegnati soprattutto nell’industria e nelle costruzioni, sono loro i principali protagonisti di centinaia di scioperi e proteste che, per ora, raramente superano il livello della singola azienda e sono variamente contenute da un poderoso apparato di sicurezza.

Proprio intorno a queste questioni iniziamo la nostra intervista con Pun Ngai, docente presso l’Hong Kong Polytechnic University e in Italia per una serie di incontri a Roma (6 giugno), Bologna (7 giugno) e Padova (8 giugno).
Pun Ngai ha pubblicato vari saggi sulle trasformazioni lavorative e sulle migrazioni in Cina, come il recente Migrant Labor in China: Post-Socialist Transformations (Polity Press). Tra le sue opere tradotte in Italia: Cina, la società armoniosa (Jaca Book 2012), Morire per un iPhone (Jaca Book 2015) e La fabbrica globale (Ombre Corte 2015).

In questi anni diversi istituti di ricerca hanno riscontrato un nuovo picco della conflittualità operaia in Cina. Dal suo punto di vista, che cosa caratterizza la situazione attuale nelle fabbriche e, più in generale, nel mondo del lavoro in Cina?

L’elemento che più caratterizza questa fase è la radicalizzazione della diseguaglianza sociale. Mentre ci sono i nuovi ricchi nella lista dei top 500 di Fortune, si assiste alla crescita di una nuova classe operaia composta di oltre 500 milioni di lavoratori urbani e di contadini-operai: la più numerosa al mondo. Con il rallentamento dello sviluppo economico e la sovrapproduzione, i conflitti cresceranno.

Qualche anno fa («il manifesto», 13 dicembre 2012) parlammo della crescita di una nuova generazione di operai, migranti e precari, in una situazione di stallo tra nessun avanzamento sociale e nessuna possibilità di ritirata. Che cosa è cambiato da allora?

Non c’è stato nessun cambiamento, a parte il fatto che il problema è diventato più serio. Dopo il 2012 e 2013, la crescita dei salari nelle zone industriali della Cina costiera ha subito un rallentamento, ma il costo della vita, in particolare degli affitti, continua a salire nelle aree urbane. Molti lavoratori migranti fanno fatica a stabilirsi nelle città con le loro famiglie, il che produce il fenomeno delle famiglie divise e dei bambini che rimangono nelle zone rurali.
In Cina non ci sono gli slum nelle aree industriali, semplicemente perché il regime dei dormitori è un loro valido sostituto, ma allo stesso tempo il regime della fabbrica-dormitorio occulta i bisogni di riproduzione sociale e rende possibile la circolazione dei migranti tra diversi stabilimenti e tra le città, privandoli della vita famigliare o di comunità. I migranti che vorrebbero tornare nelle loro città di origine scoprono che i loro piccoli appezzamenti sono stati requisiti dal governo locale per scopi industriali o commerciali, oppure che il mercato dei prodotti agricoli è sempre più dominato dalle importazioni di prodotti statunitensi quali i semi e i fertilizzanti. La terra agricola non è più quindi un mezzo di sostentamento per questi migranti di ritorno. Un tale dilemma non può essere sciolto senza un cambiamento strutturale.

Lei ha studiato la Foxconn per molti anni. Come definirebbe la situazione oggi?

Il calo dei profitti di Apple e la saturazione del mercato con iPad e iPhone ha dei contraccolpi ovvi per la Foxconn. Il numero dei suoi dipendenti in Cina è calato da 1,3 milioni a meno di un milione. Il paradosso è che oggi gli operai della Foxconn non svolgono abbastanza lavoro straordinario, e il loro salario è così diminuito del 15 o 20% rispetto agli anni scorsi. Siccome il salario di base per una giornata di lavoro di otto ore è troppo basso, gli operai migranti cinesi dipendono dagli straordinari.

Nei suoi saggi, ha recentemente sostenuto l’idea che sia necessario tornare al concetto di classe. Perché pensa che possa essere utile per la comprensione di questi fenomeni?

Parlo di classe perché è il concetto basilare per comprendere i rapidi cambiamenti che coinvolgono il mondo neoliberale. L’«addio alla classe» è un discorso egemonico occidentale, che sostiene lo sviluppo del capitale multinazionale. È un discorso che maschera la lotta in corso nelle società del Terzo mondo, dove gli agenti del cambiamento storico rimangono gli operai e i contadini che vengono sfruttati dal capitale globale e sono privi del sostegno delle amministrazioni locali. Quello di classe è un concetto di base per comprendere non soltanto la composizione e la stratificazione della società, ma anche il potere potenziale degli agenti che storicamente hanno cercato di cambiarla.

Dalla Cina giungono notizie dell’introduzione su larga scala dei robot nelle imprese multinazionali. Lei crede che questo processo possa modificare i rapporti di potere dentro le stesse fabbriche?

Sì, un modo per il capitale per risolvere il problema della sovrapproduzione è aggiornare le manifatture e creare nuovi mercati per nuovi prodotti. Molte industrie oggi producono robot poi utilizzati in differenti settori: si va dall’automobilistico all’elettronico fino ad altre produzioni con un alto valore aggiunto. Una sostituzione di manodopera con robot potrà avere un grande impatto nella relazione capitale-lavoro, e modificare il rapporto di potere nelle fabbriche. Se la sopravvivenza della nuova classe operaia cinese venisse minacciata, sarà anche probabile la nascita di un movimento luddista cinese.

Molti attori economici vedono oggi nella Cina una possibilità di spingere la crescita e gli investimenti. Discorsi come quello sulla nuova via della seta sono utilizzati, anche in Europa, per immaginare possibilità di sviluppo, ma sappiamo poco, in realtà, di cosa stia succedendo nel paese asiatico. Cosa ne pensa?

Il capitale cinese che «va fuori» è costretto dalle logiche dell’economia neoliberale: difficilmente potrà generare un mondo migliore. Molti ricercatori cinesi direbbero che gli investimenti cinesi all’estero sono migliori di quelli statunitensi in termini di benefici per le società locali. Per me è solo una questione di gradazione. La sovrapproduzione in Cina, soprattutto nelle industrie pesanti come l’acciaio, ha reso necessario per i capitali andare all’estero per cercare nuove possibilità d’investimento. Questo non è certo un nuovo internazionalismo.

Qual è l’impatto di questi processi nell’opinione pubblica cinese?

La gran parte delle élite e dei membri della classe media sono favorevoli a queste trasformazioni. Essi pensano che dopo il lungo periodo di povertà, la Cina si sia alzata in piedi. Queste élite propongono un «sogno cinese» per sfidare il «sogno americano». La maggior parte della classe operaia non ha alcuna possibilità di condividere il «sogno cinese», ma il 10% della classe media o superiore è fiera del fatto che la Cina sia diventata un paese importante.

Una versione più lunga dell’intervista uscirà su www.connessioniprecarie.org

fonte: il manifesto



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