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	<title>Commenti a: Ci ha lasciati Costanzo Preve</title>
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		<title>Di: Antonello Cresti</title>
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		<dc:creator>Antonello Cresti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2013 20:33:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ringrazio per aver menzionato il mio articolo per Il Manifesto.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio per aver menzionato il mio articolo per Il Manifesto.</p>
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		<title>Di: toni muzzioli</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=9115#comment-35690</link>
		<dc:creator>toni muzzioli</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2013 23:15:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ha ragione Ferrero: Preve è stato una notevole figura di intellettuale militante, una delle poche rimaste attive e vigili negli anni della desertificazione culturale, intellettuale e morale degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, e ancora in questo inizio di XXI. In quel contesto, però, egli non si limitò (come pur generosamente si doveva – e si deve – fare) a “difendere i principi”, ma ritenne – e disse sempre a voce alta – che era necessario, per superare l’impasse oggettivo in cui ci si trovava, una radicale rifondazione del marxismo teorico, un “cambiamento di paradigma”. Rompendo, tra l’altro, con la vulgata storicistica del comunismo novecentesco. Per parecchi giovani militanti comunisti dell’ultima DP e della prima Rifondazione con interessi teorico-culturali, a cavallo di anni Ottanta e Novanta, Preve divenne, grazie anche allo stile polemico, brillante e divertente che lo caratterizzava, punto di riferimento inevitabile, in una fase in cui la sconfitta epocale del movimento operaio si riverberava anche dentro le residue organizzazioni sotto forma di scoraggiamento e disinteresse verso la teoria (certo non incentivato, peraltro, dai gruppi dirigenti, eredi in questo di una lunga tradizione di pragmatismo senza principi). Per me personalmente – per quel che conta – rappresentò stimolo non secondario a dedicarmi attivamente allo studio e alla ricerca teorica.

1) Preve ci invitava a contestare non solo il moderatismo socialdemocratico (che si andava facendo in quegli anni in realtà adesione mimetica al neoliberismo), ma anche le varie forme dell’estremismo ultra-sinistro, con i suoi miti della classe operaia infallibile, della base-che-ha sempre-ragione contrapposta ai dirigenti sempre traditori, con il suo disinteresse per la cultura in favore dell’attivismo ecc. Ma penso soprattutto al post-operaismo di Negri &amp; Co., con il suo comunismo “desiderante” (il continuo straparlare di “moltitudini”, “Comune” ecc.), tanto presente, purtroppo, nei movimenti giovanili di questi anni [una concezione coincidente, in definitiva – così ci spiegava lucidamente – con la “presenzialità del comunismo”, cioè  l’idea  – di natura a tutti gli effetti delirante – che lo sviluppo delle forze produttive abbia nei fatti già prodotto il comunismo che necessiterebbe ora solo una sorta di presa di coscienza collettiva!!!]

2) Un altro elemento importante della sua analisi fu il tema del nichilismo contemporaneo, che egli vedeva (cfr. il suo “Convitato di pietra”) come una componente essenziale del modo di produrre capitalistico. Una riflessione, questa, che spingeva decisamente verso l’abbandono di quell’atteggiamento positivistico tipico del marxismo novecentesco ispirato a un fondamentale ottimismo sulla “direzione” dello sviluppo delle forze produttive. Oggi, un sociologo acuto come Mauro Magatti ha nel suo notevole saggio “Libertà immaginaria” adottato proprio la nozione di “capitalismo tecno-nichilista” per connotare la società attuale. Si tratta di considerazioni che vengono oggi appunto da un sociologo cattolico (quale è Magatti), ma si trovano nei lavori di Bauman, come nelle riflessioni di Latouche, oppure in quelle dello psicoanalista lacaniano Recalcati. Quale altro dovrebbe essere oggi il compito degli intellettuali marxisti residui se non quello di utilizzare tutti questi spunti analitici per ri-costruire un pensiero critico complessivo orientato al socialismo?

3) Importante (ma cito davvero solo alcuni punti in modo disordinato) la sua insistenza nel cogliere la natura sempre più “post-borghese” del capitalismo contemporaneo, laddove la teoria dominante nel movimento operaio vuole una sorta di identificazione tra borghesia e capitalismo. Si tratta anche in questo caso di osservazioni che certo egli non faceva in solitudine ma che derivavano da una sua lucida capacità di guardare al presente unita ad una conoscenza notevole del dibattito internazionale, e che comunque spesso portava in anticipo nel (sovente provinciale) dibattito italiano (si veda il notevole “Nouvel esprit du capitalisme” di Boltansky e Chiapello, 1999, di cui ancora manca una traduzione italiana, che sostanzialmente di questo si occupa).

4) La sua stessa insistenza, che data dagli anni Novanta, sul superamento della dicotomia destra/sinistra – discutibile finché si vuole – non aveva niente a che vedere con il trito luogo comune del pensiero unico, se non la somiglianza esteriore. Muoveva invece dalla lucida presa d’atto dell’ormai compiuta trasformazione della tradizione politico-culturale detta “sinistra”, nelle sue espressioni largamente maggioritarie, in una ideologia di complemento della globalizzazione capitalistica (da cosa dipenderebbe, altrimenti, la irrilevanza ormai cronica in cui stiamo come sinistra di classe, oltre che dalla insipienza dei nostri gruppi dirigenti, pur rilevante?!!!).

Quelli citati (disordinatamente) sono solo alcuni punti della lunga e multiforme attività teorica di Preve, a cui certo vanno aggiunti, in tempi più recenti, la capacità di assumere posizioni rigorose sul piano etico-politico, e nello spaventoso silenzio di tanta “sinistra” (!!!), rispetto al riemergere dell’imperialismo USA in forma di “guerre umanitarie” (Iraq, Yugoslavia, Libia ecc.), al tema della difesa dell’indipendenza nazionale, allo scandalo globale rappresentato dalla perdurante ed impunita violenza coloniale israeliana.

Per i compagni che non lo conoscessero, può essere utile qui proporre qualche suggerimento di lettura dalla ingentissima mole di saggi brevi e scritti per riviste e periodici (negli ultimi anni anche su web) nel corso degli ultimi tre decenni, nonché da un notevole numero di libri pubblicati soprattutto per editori minori (da ultimo per le edizione Petite Plaisance di Pistoia:  ). 

Ancora da vedere con profitto sono alcuni suoi libri di ormai vent’anni fa e non più reperibili se non nelle biblioteche – ma vale la pena farci un salto):
•	Il filo di Arianna (Milano, Vangelista editore, 1990)
•	Il convitato di pietra (Milano, Vangelista, 1991)
•	Il tempo della ricerca (Milano, Vangelista, 1993)

Proficua, per parecchi anni, la sua collaborazione con Massimo Bentempelli (anch’egli scomparso alcuni anni fa), da cui nacque tra l’altro il notevole “Nichilismo, verità, storia. Un manifesto filosofico della fine del XX secolo” (CRT, 1997).

Più recente, il suo libro di sintesi su Marx (questo invece reperibile):
•	“Marx inattuale. Eredità e prospettiva” (Torino, Bollati Boringhieri, 2004)

Negli ultimi anni, poi, il giovane e brillante Diego Fusaro, che a Preve è legato da uno stretto legame intellettuale (di Fusaro c’è l’affettuoso ricordo in rete:  ), sta contribuendo a fare emergere nei suoi libri “neomarxisti” diversi temi che erano cari al filosofo torinese. 
Da vedere infine, accessibili in rete, anche gli articoli che negli ultimi anni ha ospitato “MegaChip”, la rivista online diretta da Giulietto Chiesa, in particolare su questioni di attualità politica: 
Ho citato qui alcuni libri che mi sembrano tra i suoi più significativi e alcuni articoli recenti che sono facilmente reperibili in rete, ma la mole dei suoi lavori, come dicevo, è enorme. Quel che va detto, comunque, è che non c’è probabilmente uno di questi testi (pur di valore e natura differenti, e – diciamolo pure – non tutti necessari!) da cui non si potesse trarre una lezione, un insegnamento, uno spunto di riflessione da seguire, uno stimolo a pensare. Non poco, di questi tempi.

                                                (Milano, 26 novembre 2013)

Toni Muzzioli


PS – Da segnalare, infine, l’ottimo ricordo apparso sul “manifesto” del 26 novembre 2013, “Il marxismo in solitudine di un eretico” di Antonello Cresti]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ha ragione Ferrero: Preve è stato una notevole figura di intellettuale militante, una delle poche rimaste attive e vigili negli anni della desertificazione culturale, intellettuale e morale degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, e ancora in questo inizio di XXI. In quel contesto, però, egli non si limitò (come pur generosamente si doveva – e si deve – fare) a “difendere i principi”, ma ritenne – e disse sempre a voce alta – che era necessario, per superare l’impasse oggettivo in cui ci si trovava, una radicale rifondazione del marxismo teorico, un “cambiamento di paradigma”. Rompendo, tra l’altro, con la vulgata storicistica del comunismo novecentesco. Per parecchi giovani militanti comunisti dell’ultima DP e della prima Rifondazione con interessi teorico-culturali, a cavallo di anni Ottanta e Novanta, Preve divenne, grazie anche allo stile polemico, brillante e divertente che lo caratterizzava, punto di riferimento inevitabile, in una fase in cui la sconfitta epocale del movimento operaio si riverberava anche dentro le residue organizzazioni sotto forma di scoraggiamento e disinteresse verso la teoria (certo non incentivato, peraltro, dai gruppi dirigenti, eredi in questo di una lunga tradizione di pragmatismo senza principi). Per me personalmente – per quel che conta – rappresentò stimolo non secondario a dedicarmi attivamente allo studio e alla ricerca teorica.</p>
<p>1) Preve ci invitava a contestare non solo il moderatismo socialdemocratico (che si andava facendo in quegli anni in realtà adesione mimetica al neoliberismo), ma anche le varie forme dell’estremismo ultra-sinistro, con i suoi miti della classe operaia infallibile, della base-che-ha sempre-ragione contrapposta ai dirigenti sempre traditori, con il suo disinteresse per la cultura in favore dell’attivismo ecc. Ma penso soprattutto al post-operaismo di Negri &amp; Co., con il suo comunismo “desiderante” (il continuo straparlare di “moltitudini”, “Comune” ecc.), tanto presente, purtroppo, nei movimenti giovanili di questi anni [una concezione coincidente, in definitiva – così ci spiegava lucidamente – con la “presenzialità del comunismo”, cioè  l’idea  – di natura a tutti gli effetti delirante – che lo sviluppo delle forze produttive abbia nei fatti già prodotto il comunismo che necessiterebbe ora solo una sorta di presa di coscienza collettiva!!!]</p>
<p>2) Un altro elemento importante della sua analisi fu il tema del nichilismo contemporaneo, che egli vedeva (cfr. il suo “Convitato di pietra”) come una componente essenziale del modo di produrre capitalistico. Una riflessione, questa, che spingeva decisamente verso l’abbandono di quell’atteggiamento positivistico tipico del marxismo novecentesco ispirato a un fondamentale ottimismo sulla “direzione” dello sviluppo delle forze produttive. Oggi, un sociologo acuto come Mauro Magatti ha nel suo notevole saggio “Libertà immaginaria” adottato proprio la nozione di “capitalismo tecno-nichilista” per connotare la società attuale. Si tratta di considerazioni che vengono oggi appunto da un sociologo cattolico (quale è Magatti), ma si trovano nei lavori di Bauman, come nelle riflessioni di Latouche, oppure in quelle dello psicoanalista lacaniano Recalcati. Quale altro dovrebbe essere oggi il compito degli intellettuali marxisti residui se non quello di utilizzare tutti questi spunti analitici per ri-costruire un pensiero critico complessivo orientato al socialismo?</p>
<p>3) Importante (ma cito davvero solo alcuni punti in modo disordinato) la sua insistenza nel cogliere la natura sempre più “post-borghese” del capitalismo contemporaneo, laddove la teoria dominante nel movimento operaio vuole una sorta di identificazione tra borghesia e capitalismo. Si tratta anche in questo caso di osservazioni che certo egli non faceva in solitudine ma che derivavano da una sua lucida capacità di guardare al presente unita ad una conoscenza notevole del dibattito internazionale, e che comunque spesso portava in anticipo nel (sovente provinciale) dibattito italiano (si veda il notevole “Nouvel esprit du capitalisme” di Boltansky e Chiapello, 1999, di cui ancora manca una traduzione italiana, che sostanzialmente di questo si occupa).</p>
<p>4) La sua stessa insistenza, che data dagli anni Novanta, sul superamento della dicotomia destra/sinistra – discutibile finché si vuole – non aveva niente a che vedere con il trito luogo comune del pensiero unico, se non la somiglianza esteriore. Muoveva invece dalla lucida presa d’atto dell’ormai compiuta trasformazione della tradizione politico-culturale detta “sinistra”, nelle sue espressioni largamente maggioritarie, in una ideologia di complemento della globalizzazione capitalistica (da cosa dipenderebbe, altrimenti, la irrilevanza ormai cronica in cui stiamo come sinistra di classe, oltre che dalla insipienza dei nostri gruppi dirigenti, pur rilevante?!!!).</p>
<p>Quelli citati (disordinatamente) sono solo alcuni punti della lunga e multiforme attività teorica di Preve, a cui certo vanno aggiunti, in tempi più recenti, la capacità di assumere posizioni rigorose sul piano etico-politico, e nello spaventoso silenzio di tanta “sinistra” (!!!), rispetto al riemergere dell’imperialismo USA in forma di “guerre umanitarie” (Iraq, Yugoslavia, Libia ecc.), al tema della difesa dell’indipendenza nazionale, allo scandalo globale rappresentato dalla perdurante ed impunita violenza coloniale israeliana.</p>
<p>Per i compagni che non lo conoscessero, può essere utile qui proporre qualche suggerimento di lettura dalla ingentissima mole di saggi brevi e scritti per riviste e periodici (negli ultimi anni anche su web) nel corso degli ultimi tre decenni, nonché da un notevole numero di libri pubblicati soprattutto per editori minori (da ultimo per le edizione Petite Plaisance di Pistoia:  ). </p>
<p>Ancora da vedere con profitto sono alcuni suoi libri di ormai vent’anni fa e non più reperibili se non nelle biblioteche – ma vale la pena farci un salto):<br />
•	Il filo di Arianna (Milano, Vangelista editore, 1990)<br />
•	Il convitato di pietra (Milano, Vangelista, 1991)<br />
•	Il tempo della ricerca (Milano, Vangelista, 1993)</p>
<p>Proficua, per parecchi anni, la sua collaborazione con Massimo Bentempelli (anch’egli scomparso alcuni anni fa), da cui nacque tra l’altro il notevole “Nichilismo, verità, storia. Un manifesto filosofico della fine del XX secolo” (CRT, 1997).</p>
<p>Più recente, il suo libro di sintesi su Marx (questo invece reperibile):<br />
•	“Marx inattuale. Eredità e prospettiva” (Torino, Bollati Boringhieri, 2004)</p>
<p>Negli ultimi anni, poi, il giovane e brillante Diego Fusaro, che a Preve è legato da uno stretto legame intellettuale (di Fusaro c’è l’affettuoso ricordo in rete:  ), sta contribuendo a fare emergere nei suoi libri “neomarxisti” diversi temi che erano cari al filosofo torinese.<br />
Da vedere infine, accessibili in rete, anche gli articoli che negli ultimi anni ha ospitato “MegaChip”, la rivista online diretta da Giulietto Chiesa, in particolare su questioni di attualità politica:<br />
Ho citato qui alcuni libri che mi sembrano tra i suoi più significativi e alcuni articoli recenti che sono facilmente reperibili in rete, ma la mole dei suoi lavori, come dicevo, è enorme. Quel che va detto, comunque, è che non c’è probabilmente uno di questi testi (pur di valore e natura differenti, e – diciamolo pure – non tutti necessari!) da cui non si potesse trarre una lezione, un insegnamento, uno spunto di riflessione da seguire, uno stimolo a pensare. Non poco, di questi tempi.</p>
<p>                                                (Milano, 26 novembre 2013)</p>
<p>Toni Muzzioli</p>
<p>PS – Da segnalare, infine, l’ottimo ricordo apparso sul “manifesto” del 26 novembre 2013, “Il marxismo in solitudine di un eretico” di Antonello Cresti</p>
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