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	<title>Commenti a: «Gravi colpe di ribelli e Usa»</title>
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		<title>Di: rifonda newsletter &#8211; 13/05/13 : Rifondazione Tigullio Golfo Paradiso</title>
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		<dc:creator>rifonda newsletter &#8211; 13/05/13 : Rifondazione Tigullio Golfo Paradiso</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 May 2013 13:52:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[...] «Gravi colpe di ribelli e Usa» [...]]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] «Gravi colpe di ribelli e Usa» [...]</p>
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		<title>Di: Qtar</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=3618#comment-13326</link>
		<dc:creator>Qtar</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2013 07:00:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[CINA – LIBIA
Pesanti perdite per le ditte cinesi attive in Libia
Decine di progetti per miliardi di dollari, dalle ferrovie alle telecomunicazioni e 36mila lavoratori cinesi presenti in Libia. La sommossa nel Paese causa grandi danni alle ditte cinesi, abituate a fare affari con governi dittatoriali senza pensare ai possibili rischi. 

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Le rivolte in Libia hanno travolto le molte attività di ditte cinesi, impegnate a realizzare opere per miliardi di euro per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e la realizzazione di infrastrutture. Il ministro cinese per il Commercio ha detto sul proprio sito web che al 24 febbraio erano stati “attaccati e devastati” 27 cantieri e stabilimenti cinesi: unità dell’esercito e gruppi di ribelli hanno attaccato edifici, distrutto veicoli e macchinari, rubato denaro e quant’altro potevano.
Con la Libia, 3° maggior produttore di petrolio e 4° maggior produttore di gas naturale africano, la Cina è dal 2009 il 1° partner commerciale, con scambi complessivi di 6,6 miliardi di dollari nel 2010. Ha investimenti diretti per oltre 9 miliardi di dollari, nel 2010 ha importato circa 7,4 tonnellate di greggio, pari a circa 150mila barili al giorno.

Nel Paese erano presenti circa 36mila lavoratori cinesi, impegnati in decine di progetti per un valore complessivo di molti miliardi di dollari: la China National Petroleum cerca giacimenti e realizza oleodotti, la China Communication Construction e la China Railway Construction Corporation progettano e costruiscono linee ferroviarie, la China Civil Engineering Construction cura un progetto di irrigazione nel Sahara orientale, la China Gezhouba Group edifica abitazioni in 5 città meridionali, la Huawei Technologies realizza infrastrutture per la telefonia mobile, e l’elenco può proseguire.

Ora i lavoratori cinesi sono in fuga, molti sono fuggiti a piedi dai loro insediamenti distrutti. Ieri Pechino aveva già fatto partire 12mila persone, mandando persino una fregata, di stanza con la flotta presente nel Golfo di Aden, ad aiutare e proteggere le navi  impegnate nell’evacuazione.

La Cina da decenni persegue in Africa una politica spregiudicata, concludendo affari anche con governi dittatoriali, spesso sotto embargo da parte della gran parte degli Stati. Pechino non si limita ad acquistare energia e materie prime, senza preoccuparsi se il prezzo pagato sarà usato per il bene della popolazione o arricchirà il gruppo di potere. In genere concede anche finanziamenti per realizzare edifici e infrastrutture, purché la realizzazione sia poi affidata a proprie ditte.

Lo stesso ha fatto con la Libia. Cosa che ora è costata alle sue aziende, peraltro in gran parte statali, pesanti perdite economiche.

Zheng Wei, professore del dipartimento di Gestione del rischio ed assicurazione presso la Scuola di economia dell’università Peking, osserva che “è una lezione importante per il governo cinese. La Cina deve imparare a considerare i rischi politici globali”.

Esperti osservano che molte attività cinesi in Africa sono fondate sulla personale conoscenza e collaborazione con regimi autoritari. Per cui sono molto vulnerabili a possibili rovesciamenti o cambiamenti di governo.

“Il governo – conclude Zheng – non dovrebbe incoraggiare le compagnie a investire, dovrebbe chiedere una maggior cura e attenzione ai fattori di rischio”. Le ditte cinesi sono molto presenti in altri Paesi con regimi criticati e ritenuti dittatoriali, come Zimbabwe, Angola e Sudan.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>CINA – LIBIA<br />
Pesanti perdite per le ditte cinesi attive in Libia<br />
Decine di progetti per miliardi di dollari, dalle ferrovie alle telecomunicazioni e 36mila lavoratori cinesi presenti in Libia. La sommossa nel Paese causa grandi danni alle ditte cinesi, abituate a fare affari con governi dittatoriali senza pensare ai possibili rischi. </p>
<p>Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Le rivolte in Libia hanno travolto le molte attività di ditte cinesi, impegnate a realizzare opere per miliardi di euro per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e la realizzazione di infrastrutture. Il ministro cinese per il Commercio ha detto sul proprio sito web che al 24 febbraio erano stati “attaccati e devastati” 27 cantieri e stabilimenti cinesi: unità dell’esercito e gruppi di ribelli hanno attaccato edifici, distrutto veicoli e macchinari, rubato denaro e quant’altro potevano.<br />
Con la Libia, 3° maggior produttore di petrolio e 4° maggior produttore di gas naturale africano, la Cina è dal 2009 il 1° partner commerciale, con scambi complessivi di 6,6 miliardi di dollari nel 2010. Ha investimenti diretti per oltre 9 miliardi di dollari, nel 2010 ha importato circa 7,4 tonnellate di greggio, pari a circa 150mila barili al giorno.</p>
<p>Nel Paese erano presenti circa 36mila lavoratori cinesi, impegnati in decine di progetti per un valore complessivo di molti miliardi di dollari: la China National Petroleum cerca giacimenti e realizza oleodotti, la China Communication Construction e la China Railway Construction Corporation progettano e costruiscono linee ferroviarie, la China Civil Engineering Construction cura un progetto di irrigazione nel Sahara orientale, la China Gezhouba Group edifica abitazioni in 5 città meridionali, la Huawei Technologies realizza infrastrutture per la telefonia mobile, e l’elenco può proseguire.</p>
<p>Ora i lavoratori cinesi sono in fuga, molti sono fuggiti a piedi dai loro insediamenti distrutti. Ieri Pechino aveva già fatto partire 12mila persone, mandando persino una fregata, di stanza con la flotta presente nel Golfo di Aden, ad aiutare e proteggere le navi  impegnate nell’evacuazione.</p>
<p>La Cina da decenni persegue in Africa una politica spregiudicata, concludendo affari anche con governi dittatoriali, spesso sotto embargo da parte della gran parte degli Stati. Pechino non si limita ad acquistare energia e materie prime, senza preoccuparsi se il prezzo pagato sarà usato per il bene della popolazione o arricchirà il gruppo di potere. In genere concede anche finanziamenti per realizzare edifici e infrastrutture, purché la realizzazione sia poi affidata a proprie ditte.</p>
<p>Lo stesso ha fatto con la Libia. Cosa che ora è costata alle sue aziende, peraltro in gran parte statali, pesanti perdite economiche.</p>
<p>Zheng Wei, professore del dipartimento di Gestione del rischio ed assicurazione presso la Scuola di economia dell’università Peking, osserva che “è una lezione importante per il governo cinese. La Cina deve imparare a considerare i rischi politici globali”.</p>
<p>Esperti osservano che molte attività cinesi in Africa sono fondate sulla personale conoscenza e collaborazione con regimi autoritari. Per cui sono molto vulnerabili a possibili rovesciamenti o cambiamenti di governo.</p>
<p>“Il governo – conclude Zheng – non dovrebbe incoraggiare le compagnie a investire, dovrebbe chiedere una maggior cura e attenzione ai fattori di rischio”. Le ditte cinesi sono molto presenti in altri Paesi con regimi criticati e ritenuti dittatoriali, come Zimbabwe, Angola e Sudan.</p>
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		<title>Di: Temistocle</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=3618#comment-13321</link>
		<dc:creator>Temistocle</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2013 04:53:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gli Usa ( con Inghilterra, Francia, Israele )sono i capofila guardiani degli interessi di multinazionali e capitalismo a livello planetario. Per perseguire i loro spesso sporchi obiettivi ingannano la opinione pubblica mondiale, controllano i media, sabotano e intimidiscono, finanziano e armano oppositori di ogni risma, agevolono colpi di stato, creano ad arte guerre civili, e quando necessita bombardano, invadono territori, uccidono anche con azioni di terrorismo di stato, e così via. Naturalmente in nome della ( sic ! ) libertà e della democrazia.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gli Usa ( con Inghilterra, Francia, Israele )sono i capofila guardiani degli interessi di multinazionali e capitalismo a livello planetario. Per perseguire i loro spesso sporchi obiettivi ingannano la opinione pubblica mondiale, controllano i media, sabotano e intimidiscono, finanziano e armano oppositori di ogni risma, agevolono colpi di stato, creano ad arte guerre civili, e quando necessita bombardano, invadono territori, uccidono anche con azioni di terrorismo di stato, e così via. Naturalmente in nome della ( sic ! ) libertà e della democrazia.</p>
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		<title>Di: marco p.</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=3618#comment-13270</link>
		<dc:creator>marco p.</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 May 2013 15:08:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ripropongo di seguito il mio commento all&#039; articolo di Claudio Grassi sulla Siria, guerra che in questi giorni sta cambiando nuovamente aspetto con il protagonismo aggressivo di Israele e Gran Bretagna. 

Ricordo che il 27 maggio i ministri degli esteri dell&#039; Unione Europea discuteranno la richiesta della Gran Bretagna di togliere l&#039; embargo alle armi in Siria, in sostanza vogliono essere liberi di armare direttamente i gruppi anti Assad, cosa ora impedita dall&#039; embargo.Speriamo che almeno questa volta il Parlamento italiano se ne occupi e venga informato della discussione in corso in Europa, ormai da qualche mese.

&quot; Claudio Grassi coglie alcuni punti cruciali della crisi e guerra siriana, alla quale il Prc non ha dedicato finora molta attenzione. Ma guardiamo avanti, perchè sarebbe davvero utilissimo che tanti bravissimi compagni del Partito di Rifondazione Comunista, diffusi in tutta Italia, si impegnassero da ora in poi su questa crisi insieme ai pochi che in Italia lo hanno fatto finora.

Mussalaha è una bella idea che se portata avanti con impegno può dare qualche risultato concreto, qualcuno già lo ha dato in Siria. Ora una missione internazionale di Mussalaha è in Siria, al suo ritorno penso che saranno in programma iniziative anche in Italia. Speriamo di riparlarne.&quot;

Marco]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ripropongo di seguito il mio commento all&#8217; articolo di Claudio Grassi sulla Siria, guerra che in questi giorni sta cambiando nuovamente aspetto con il protagonismo aggressivo di Israele e Gran Bretagna. </p>
<p>Ricordo che il 27 maggio i ministri degli esteri dell&#8217; Unione Europea discuteranno la richiesta della Gran Bretagna di togliere l&#8217; embargo alle armi in Siria, in sostanza vogliono essere liberi di armare direttamente i gruppi anti Assad, cosa ora impedita dall&#8217; embargo.Speriamo che almeno questa volta il Parlamento italiano se ne occupi e venga informato della discussione in corso in Europa, ormai da qualche mese.</p>
<p>&#8221; Claudio Grassi coglie alcuni punti cruciali della crisi e guerra siriana, alla quale il Prc non ha dedicato finora molta attenzione. Ma guardiamo avanti, perchè sarebbe davvero utilissimo che tanti bravissimi compagni del Partito di Rifondazione Comunista, diffusi in tutta Italia, si impegnassero da ora in poi su questa crisi insieme ai pochi che in Italia lo hanno fatto finora.</p>
<p>Mussalaha è una bella idea che se portata avanti con impegno può dare qualche risultato concreto, qualcuno già lo ha dato in Siria. Ora una missione internazionale di Mussalaha è in Siria, al suo ritorno penso che saranno in programma iniziative anche in Italia. Speriamo di riparlarne.&#8221;</p>
<p>Marco</p>
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