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	<title>Rifondazione Comunista &#187; migranti</title>
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		<title>Adesso lo sappiamo&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 08:43:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Paolo Benvegnù* Abdou Mustafa Ziad Saad, di 21 anni e Abdelwahab Hamad Sayed di 39, sono morti a Santa Maria di Sala, provincia di Venezia, a causa delle esalazioni della fossa biologica, dove erano entrati senza protezioni e senza cognizione dei pericoli a cui potevano andare incontro. Il più giovane è sceso per primo il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Paolo Benvegnù*</strong></p>
<p>Abdou Mustafa Ziad Saad, di 21 anni e Abdelwahab Hamad Sayed di 39, sono morti a Santa Maria di Sala, provincia di Venezia, a causa delle esalazioni della fossa biologica, dove erano entrati senza protezioni e senza cognizione dei pericoli a cui potevano andare incontro. Il più giovane è sceso per primo il secondo più anziano per cercare di soccorrerlo. Un gesto di solidarietà dettato, probabilmente, dalla condivisa esperienza della traversata dalle coste della Libia. Erano entrambi  nello stesso centro di accoglienza in quanto richiedenti protezione umanitaria.</p>
<p>Non avevano alcun contratto di lavoro, reclutati, sicuramente,  attraverso  canali informali come spesso accade. In agricoltura, in edilizia, la carenza manodopera è ormai cronica. Trovare braccia disponibili è sempre più difficile. A dirlo sono gli stessi datori di lavoro, le categorie economiche ed è costretto ad ammetterlo lo stesso governo nella comunicazione che ha accompagnato il decreto flussi. In futuro sarà ancora molto più grande il bisogno di forza lavoro migrante per coprire i vuoti prodotti dalla glaciazione demografica che colpisce l&#8217; Italia, ancor più che altri paesi europei. Nel nord-est si prevede una carenza di forza lavoro del 20%. Non va meglio nel resto del paese segnato dalla fuga di decine di migliaia di giovani, ragazze e ragazzi in fuga dalla precarietà, dal mancato riconoscimento delle competenze acquisite, da un lavoro segnato da livelli di sfruttamento insostenibili: la cartina di tornasole della miseria di una borghesia predatoria, sempre alla ricerca di massimizzare i profitti. Ci raccontano, gli stessi migranti, compagne/i del sindacato, operatrici e operatori delle cooperative di accoglienza, costretti a ridurre i loro interventi  per la riduzione continua dei fondi destinati alle loro attività, di imprenditori che direttamente o attraverso i canali informali cercano tra gli ultimi arrivati, richiedenti asilo o protezione umanitaria, braccia da mettere al lavoro. Cose note e conosciute da chi decide di venire nel nostro paese per migliorare la propria condizione di vita sapendo che un lavoro, comunque sia si può trovare.</p>
<p>Nonostante questo, le campagne contro i “clandestini”, contro gli immigrati sono pane quotidiano per la destra che governa questo paese. Garantiscono una rendita elettorale sicura e, insieme ai dispositivi legislativi, una condizione di ricattabilità verso una larga fascia di lavoratrici e lavoratrici che è anch&#8217;essa strumento di schiacciamento generale della condizione delle classe: niente di nuovo. Già nel 1870 Carlo Marx in un indirizzo della Associazione internazionale dei lavoratori scriveva ai sindacati inglesi che discriminare gli irlandesi non era un buon affare per gli operai inglesi e che alla fine la loro oppressione l&#8217; avrebbero pagata tutti.</p>
<p>Ora noi non possiamo che rivolgere addolorati il nostro pensiero a questi nostri fratelli di classe così come ogni giorno viviamo con sofferenze i limiti della nostra capacità di risposta al crimine che quotidianamente si rinnova degli omicidi nei luoghi di lavoro. Però non molliamo. Continueremo la battaglia per un lavoro sicuro e dignitoso per tutte/i , perché si aumentino controlli e attività che lo garantiscano, perché sia introdotta nella nostra legislazione una norma che riconosca , nel caso di accertate e gravi responsabilità dei datori di lavoro e delle aziende committenti il reato di omicidio sul lavoro</p>
<p>*Responsabile nazionale Lavoro, PRC-S.E.</p>
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		<title>Il problema è nell&#8217;UE e nella sua arroganza coloniale</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jul 2025 09:42:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<description><![CDATA[Soumaila Diawara Ci denuncia la rabbia, ci ferisce la tristezza, ma il silenzio sarebbe complicità. Dopo le battute sul respingimento “in stile Piantedosi”, è arrivato il momento di parlare sul serio. Quello che abbiamo visto non è solo l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza di un ministro dell’Interno italiano, è qualcosa di molto più profondo: il riflesso strutturale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: medium;">Soumaila Diawara</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ci denuncia la rabbia, ci ferisce la tristezza, ma il silenzio sarebbe complicità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo le battute sul respingimento “in stile Piantedosi”, è arrivato il momento di parlare sul serio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quello che abbiamo visto non è solo l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza di un ministro dell’Interno italiano, è qualcosa di molto più profondo: il riflesso strutturale dell’ipocrisia, dell’arroganza, e della totale mancanza di rispetto che l’Unione Europea continua a riservare al continente africano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Parliamo di una delegazione europea inviata a Tripoli, con un mandato diretto della presidente Ursula von der Leyen, ma chi ha autorizzato quella delegazione a spostarsi senza permessi ufficiali fino a Bengasi? Nessuno. Ed è proprio qui che riemerge con forza brutale l’arroganza coloniale che ancora permea le istituzioni europee, e la domanda è inevitabile: perché non hanno chiesto il permesso?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Perché agire con tanta disinvoltura, sapendo che nessuno, davvero nessuno, lo avrebbe negato se fosse stato chiesto? È questo che rivela la verità più scomoda: non è stato un errore diplomatico, ma una scelta consapevole, frutto di una mentalità radicata nel dominio e nel disprezzo, una mentalità che dà per scontato che l’Africa non meriti nemmeno l’atto formale del rispetto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’Europa non ha mai veramente fatto i conti con la propria eredità coloniale, ha solo cambiato forma al dominio. Oggi lo chiama “partenariato strategico”, “cooperazione allo sviluppo”, “gestione dei flussi migratori”, ma la sostanza è rimasta la stessa: trattare l’Africa come un cortile di casa, come uno spazio da sorvegliare, sfruttare, manipolare a proprio piacimento.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mi chiedo: l’Unione Africana potrebbe mai mandare una delegazione non autorizzata a Roma, a Berlino, a Parigi, o a Bruxelles? No, sarebbe considerato un affronto, un atto ostile, un’invasione diplomatica. E allora, perché l’Europa si arroga il diritto di fare ciò che agli altri nega? Perché persiste questa mentalità tossica di superiorità? Perché si continua a dare per scontato che l’Africa non abbia voce, né dignità sovrana?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’Europa si scandalizza quando alcuni Paesi africani stringono alleanze con altri attori geopolitici, Cina, Russia, Turchia. Ma di cosa si stupisce, esattamente? Dopo cinque secoli di razzie, schiavitù, occupazioni militari, sfruttamento economico e culturale, imposizioni politiche, davvero pensano che l’Africa non abbia il diritto di cercare alternative?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il vero problema è che in Europa manca la volontà, e forse anche il coraggio, di fare autocritica. Non si vuole guardare allo specchio, si preferisce continuare a raccontare una narrativa tossica e funzionale: l’Africa come continente caotico, corrotto, fragile, da “salvare”. Una narrazione che giustifica l’intervento e protegge lo status quo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma l’epoca in cui l’Africa poteva essere trattata come oggetto è finita. È tempo di dire le cose con chiarezza: non si tratta di un incidente diplomatico, si tratta di un atteggiamento sistemico. È l’Europa intera che deve cambiare mentalità, deve liberarsi della sua postura coloniale, deve imparare una volta per tutte a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco, non sull’arroganza imperiale mascherata da “cooperazione”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Finché questo non accadrà, l’Africa continuerà a guardare altrove. Non per dispetto, non per ideologia, ma per affermare un diritto sacrosanto: quello all’autodeterminazione e alla dignità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E a chi continua a gridare all’“anti-occidentalismo” ogni volta che queste verità vengono dette, diciamo: interrogatevi prima sulle vostre responsabilità storiche e morali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chi guida l’Europa oggi sta minando non solo il presente, ma anche il futuro del continente, e delle sue nuove generazioni. Abbiate il coraggio, se ve ne è rimasto, di guardare in faccia la realtà, di dire le cose come stanno, di smetterla con questa mentalità da padroni del mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Altrimenti, i veri nemici dell’Europa non sono altrove, sono già nelle sue capitali, a partire da Bruxelles, dove una leadership arrogante e incapace sta portando l’Europa verso il disastro morale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Grazie.</span></p>
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		<title>Pensare in grande</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 13:23:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni*   Si parta dal fatto che il bicchiere referendario va visto come “mezzo pieno”. Che nell’afoso silenzio elettorale, nella melassa della distrazione di massa, nell’assenza quanto nell’indicazione da parte di alte cariche dello Stato a disertare le urne, che quasi 15 milioni di aventi diritto si rechino a votare su quesiti complessi, sovente spiegati [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<div><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano Galieni*</strong></span></div>
</div>
<div><span style="font-size: medium;"> </span></div>
<div itemprop="text">
<p><span style="font-size: medium;">Si parta dal fatto che il bicchiere referendario va visto come “mezzo pieno”. Che nell’afoso silenzio elettorale, nella melassa della distrazione di massa, nell’assenza quanto nell’indicazione da parte di alte cariche dello Stato a disertare le urne, che quasi 15 milioni di aventi diritto si rechino a votare su quesiti complessi, sovente spiegati male – a volte anche dagli stessi proponenti – è un risultato da cui partire e da non dimenticare, per innescare dinamiche più articolate attorno al rapporto fra democrazia e partecipazione. Dalle prime dichiarazioni del segretario nazionale della Cgil questo dato pare acquisito, così come sembra aver preso piede la necessità di riaprire un lavoro di inchiesta sul campo nel mondo articolato, variegato e complesso del mondo del lavoro, fatto di ascolto, di ricerca, di analisi, tanto nei singoli territori, con le loro complessità, quanto nei diversi comparti produttivi. Un impegno che non si può esaurire nei luoghi di lavoro – troppo spesso effimeri, frammentati, fondati sull’isolamento – ma che deve riconnettere l’intero tessuto sociale del Paese. Non si tratta di utilizzare termini idealisti quali “ottimismo” quanto di una verifica incontrovertibile dei risultati ottenuti laddove insieme ai referendum si votava per il primo turno delle elezioni amministrative (cfr Nuoro) o al ballottaggio (Taranto o Matera). In queste città il quorum referendario si è quasi sempre raggiunto o superato e i risultati hanno dato una netta prevalenza del si. Ogni dato ipotetico, legato ad un superamento generale del quorum va preso con le molle. Se è vero che la destra tende ad appropriarsi del blocco astensionista, questa non va imitata. Non bisogna credere o far credere a proiezioni arbitrarie dei risultati anche se, va detto, laddove nei ballottaggi hanno prevalso coalizioni di centro destra, sui referendum hanno vinto le posizioni dei promotori dei quesiti. C’è però un vulnus, profondo e dalla forte natura politica che va analizzato nelle sue diverse e complesse sfaccettature. I referendum che direttamente impattavano sul mondo del lavoro sono quelli che hanno ricevuto i maggiori consensi con i 12.249.649 voti, in percentuale l’89.6% dei votanti (contro il jobs act) e i 12.220.430, pari all’ 89,04 % sul terzo quesito, quello riguardante le maggior tutele per chi lavora nelle piccole imprese. Questo perché nel mondo produttivo nazionale, questo tessuto è divenuto prevalente. Il problema forte è nel divario fra i si ottenuti ai 4 referendum e quello erroneamente presentato come quesito su immigrazione e cittadinanza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In realtà il quesito, che mirava a dimezzare i tempi necessari per poter chiedere (non per ottenere come erroneamente, a volte anche in buona fede ha sintetizzato qualcuno), ha ottenuto oltre 3.200 mila voti in meno rispetto agli altri e questo apre ad una necessaria e urgente riflessione politica che si dirama verso diverse direzioni. I 3 milioni e 200 mila che hanno votato no ad una proposta minimale di estensione dei diritti a loro colleghe e colleghi di lavoro, a studentesse e studenti, vanno cercati in ambiti diversi, tanto in base alle appartenenze politiche, quanto alla disinformazione dilagante, quanto ai territori in cui tale dissenso si è manifestato. Con questo approccio non si intende certo fare proposte per affrontare un tema vasto e complesso, ma si propone semplicemente di analizzarlo in maniera laica e basata su dati certi, non su ipotesi. Togliamo, almeno in parte, le elettrici e gli elettori del M5S a cui il movimento aveva lasciato “libertà di coscienza” pronunciandosi compiutamente solo sui primi quattro si. Non si può dimenticare la composizione di questa forza politica che unisce ad una posizione altamente progressista su tematiche come il lavoro e l’opposizione al riarmo, crepe significative rispetto ai diritti, in particolare sul tema dell’immigrazione. Hanno governato con Salvini, una parte di loro considera ancora le Ong come “taxi del mare” ed è difficile far comprendere ad un elettorato poco politicizzato, anzi dall’origine orientato all’antipolitica, la differenza che passa fra i richiedenti asilo e chi vive e lavora magari da decenni in questo assurdo Paese. In alcuni, non tutti, i casi, i vertici – al contrario di altre forze politiche – sono più avanzati della base e questo è un problema di cui tenere conto. C’è poi una piccola area, forse ancora poco rilevante in termini numerici ma capace di proporre forti argomentazioni di contrarietà all’estensione dei diritti e che, per necessità di sintesi, proviamo a definire come i sostenitori italiani dell’approccio BSW di Sahra Wagenknecht. Si tratta di un’area di “sinistra nazionalista” secondo cui le forze comuniste (per loro neoliberiste) hanno da troppo tempo dimenticato il proletariato nazionale in nome di valori e di una società  cosmopolita. Lavoratori (non è il caso che utilizzino spesso il termine al maschile), che, sentendosi abbandonati e vedendo i colleghi immigrati come concorrenti al ribasso nei salari, li percepiscono come “nemici”. Un approccio da sinistra conservatrice che però, in un contesto come quello italiano, più impoverito di quello tedesco, può trovare spazio e costituire cultura di se. Peccato che l’impoverimento del Paese non sia certo dovuto alla presenza, peraltro non competitiva di lavoratrici e lavoratori stranieri quanto all’assenza di una sana conflittualità per il miglioramento delle condizioni salariali, per un welfare da ricostruire, per servizi da estendere e non da considerare privilegi per chi, magari individualmente, li ha ottenuti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un’altra componente in cui ha prevalso la diffidenza vede insieme problemi di classe e generazionali. Ci si riferisce ad una marea di persone, sovente pensionate, con basso reddito e la cui informazione è basata sul livello infimo dei canali televisivi. Per questi il cambiamento sociale epocale dovuto all’immigrazione è da decenni – anche grazie a politiche di governo di diverso orientamento, complici o vigliacche – sinonimo di sconvolgimento, di paura, di insicurezza perché i volti che si incontrano sono considerati ancora sconosciuti e minacciosi. Tale paura, che secondo la narrazione tossica televisiva modello Rete 4 è generalizzante, nell’esperienza personale è rivolta principalmente contro quelle e quelli che vengono percepiti come poveri e, in quanto tali, concorrenti alla spartizione delle poche briciole lasciate da un welfare a pezzi. L’impressione, ancora da misurare con rilevazioni più accurate, è che laddove prevale un elettorato giovane e colto, spesso universitario, il divario delle opinioni sui diversi quesiti, si assottiglia molto. Resta, sia ben chiaro, ma c’è un segnale che contrasta invece con una ricerca basata su quanto accade nei territori. Nelle grandi città il si alla riforma della legge sulla cittadinanza ha avuto risultati migliori rispetto alle piccole province, significativo il divario fra un Nord più restio – pesa ancora l’influenza leghista – e un sud, in cui si è votato di meno ma dove la percentuale dei favorevoli al quinto referendum è stata maggiore. Non da ultimo, ad una prima analisi, si conferma anche un altro forte divario fra i risultati nei seggi ubicati nelle periferie e quelli in zone più borghesi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ad una lettura che si fermi alla fotografia del presente, i risultati sembrano confermare le tesi del BSW, che colgono la contraddizione fra un ceto medio progressista, più teso a difendere i “diritti civili” di chi non ha il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, ed un proletariato / sottoproletariato, privo di strumenti di tutela e privo persino di quella consapevolezza di diritto alla rivolta verso le classi dominanti. E ci siamo infine arrivati, questi risultati si dimostrano questione politica da affrontare. O le soggettività politiche e sindacali si assumono la responsabilità di operare per una concreta ricomposizione di classe che passi attraverso lotte comuni, formazione, ricostruzione di una egemonia culturale in grado di ridare una spiegazione materiale e ideologica al presente o si è condannati a subire quella dell’avversario di classe.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Secondo alcune / i, questo referendum non andava fatto, secondo il parere di altre / i è stato impostato su valori di carattere liberale – come spesso capita sulle questioni inerenti diritti civili – non comunicandone la sua specificità all’interno di una complessità di classe. Chi scrive pensa che entrambe le reazioni siano inadeguate. Il referendum era necessario a seguito di totale inadempienza delle forze politiche presenti in parlamento che, o per opposizione ad ogni miglioramento di una legge razzista come la 91/1992 o per il timore di perdere consensi, non è mai stata seriamente messa in discussione. Solo una partecipazione popolare poteva riproporre meglio tale tema nell’agenda politica del Paese e questo in parte, certamente insufficiente, è avvenuto. Sulla seconda critica il ragionamento che va fatto è più articolato, spettava ai settori di classe organizzati e più avanzati, presentarlo nei luoghi critici come elemento di ricomposizione di classe ma spettava anche al ceto medio “illuminato” valorizzare il fatto che questo non era un “referendum sull’immigrazione” ma un primo tentativo per fare i conti con un Paese che è cambiato nel profondo nella propria composizione sociale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ora diventa necessario non disperdere quel consenso che comunque si è accumulato per farlo crescere, magari con un percorso più visibile, per ottenere non piccoli miglioramenti legislativi o accettare le proposte al ribasso come lo “ius scholae” già rilanciato da Forza Italia, ma modifiche molto più sostanziali. Bisogna puntare in alto partendo da alcuni elementi, questi si profondamente di classe. In Italia le questioni sociali sono divenute divisive quando scientemente si è scelto di separarle. Si pensi alle cd politiche inclusive per i rom, per i rifugiati, per i senza fissa dimora, per le persone con disagio psichico. Va invece reimposto di affrontare i problemi che attanagliano la vita di chi ha meno diritti o meno opportunità, riportandoli ad un carattere di universalismo. Serve edilizia popolare? Il solo modo per evitare che un quartiere di una periferia si mobiliti in maniera aggressiva perché legittimamente è stato dato un alloggio pubblico ad una famiglia “straniera” è quello di aumentare il numero di alloggi per edilizia pubblica, facendo conoscere bene i criteri di graduatoria. Lo stesso ragionamento va fatto per i presidi sanitari, per i posti negli asili nido, per tutti quei bisogni primari in cui la concorrenza fra ultimi e penultimi è determinata in realtà dal fatto che entrambi non sono garantiti dai poteri dominanti. Questo tipo di intervento che è sociale, economico, ma persino pedagogico, non va lasciato all’improvvisazione ma deve vedere come protagonisti tanto lo Stato, le regioni, i Comuni e gli enti pubblici di prossimità, quanto i corpi intermedi di cui questo Paese ha estremo bisogno, partiti, sindacati, mondo associativo eccetera. E riguardando un cambiamento sociale in atto da decenni ed irrefrenabile, deve vedere come protagoniste/i anche quelle forze vive, nate e/o cresciute in Italia che potrebbero svolgere un ruolo propulsivo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Si tratta di coesione sociale che deve poter comprendere quante più persone possibili e attraverso cui va declinato, da “sinistra” il termine sicurezza, alibi attraverso cui da decenni si consumano le peggiori nefandezze.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dovremmo insomma produrre un programma più ambizioso per il futuro, capace di modificare radicalmente le gerarchie dell’agenda politica e di quella, conseguente, dei media mainstream. Fino a quando si continuerà unicamente a difendersi con termini compassionevoli, che si richiamano ad un’etica che risulta inutile nella giungla della competizione individuale, saremo – molto probabilmente e quando va bene – in grado di ottenere soltanto la riduzione del danno. Invece dobbiamo volere “il pane e le rose” ad esempio costruendo quelle relazioni per cui la parola “cittadinanza”, da concessione individuale per alcune/i, riassuma il suo significato originale di appartenenza ad una comunità aperta e capace di guardare in avanti. Occorre un lavoro lungo, di tutte e di tutti, in cui il passaggio referendario va visto, con le sue contraddizioni, come un primo risultato da non rinnegare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">P.S. i referendum hanno risentito sicuramente anche, come già detto, di una scarsa quando non distorta informazione. A chi scrive è capitato, almeno un paio di volte, di partecipare in orari improbabili, a tribune referendarie televisive. Nel backstage, prima della diretta, gli esponenti della maggioranza dialogavano mostrando di comprendere quanto la presenza soprattutto di giovani immigrate/i non fosse stata mai seriamente affrontata, parlavano di urgenza di dialogo. Ma non appena le telecamere si accendevano, gli stessi si scatenavano affermando che i promotori volevano regalare la cittadinanza a clandestini, delinquenti, stupratori e, chi più ne ha più ne metta, seguendo un trito copione di esaltazione del braccio forte e autorevole dell’attuale compagine governativa. Un triste show che va in onda ogni giorno a reti pressoché unificate e in cui il contraddittorio è spesso debole se non timido. Anche questo è un intervento da perseguire perché sul pensiero televisivo si formano ancora le opinioni delle persone. Ed anche questo è un terreno di scontro di classe.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Transform Italia</span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>L’Italia delle mille fortezze interne</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jan 2025 07:38:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni*   Fatti di cronaca inframezzati da vicende politico giudiziarie. Il 2024 è terminato con l’ennesimo naufragio che non fa quasi neanche notizia. I morti, al largo della Tunisia, da cui si continua a fuggire, sono 27, circa 80 quelli salvati. Per ora. Secondo l’UNICEF, la grande bara chiamata Mediterraneo ha raccolto nel 2024, [...]]]></description>
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<div><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano Galieni*</strong></span></div>
</div>
<div><span style="font-size: medium;"> </span></div>
<p><span style="font-size: medium;">Fatti di cronaca inframezzati da vicende politico giudiziarie. Il 2024 è terminato con l’ennesimo naufragio che non fa quasi neanche notizia. I morti, al largo della Tunisia, da cui si continua a fuggire, sono 27, circa 80 quelli salvati. Per ora. Secondo l’UNICEF, la grande bara chiamata Mediterraneo ha raccolto nel 2024, altri 2.400 corpi sacrificali per l’integrità della Fortezza Europa, le sue gabbie si riaprono quando c’è da sfruttare e si richiudono, nella silenziosa guerra trentennale per la difesa dei “sacri ci confini” per quelli che si chiamano alla luce del sole, “carichi residuali”, non certo vite.  In fondo che effetto fa crepare in mare mentre il resto del Paese festeggia, o in un altro giorno dell’anno. Nel frattempo, c’è chi prova a riaprire un centro per trattenere richiedenti asilo a Porto Empedocle (Ag) ma i giudici non convalidano e questo, come quelli albanesi, restano vuoti. Poi alcuni solidali piemontesi vengono fermati in Bulgaria perché hanno osato soccorrere dal freddo un piccolo gruppo di migranti maghrebini. Se la cavano con una notte in una cella sporca. Si rifiutano di firmare un verbale redatto in bulgaro e vengono scarcerati, meglio liberarsene forse. E poi nel cosiddetto mondo libero, c’è chi annuncia, come il nuovo presidente Usa, deportazioni di massa, chi – come l’opposizione di destra in Cile – propone di utilizzare la dinamite per scoraggiare gli arrivi, chi, come in Austria va a governare, al grido di “fuori gli immigrati” e chi come in Germaniasi prepara ad una campagna elettorale in cui, con le stesse parole d’ordine, si dovranno sperimentare alleanze spurie, per impedire all’Afd di divenire primo partito del Paese. Queste destre, fra loro diverse ma capaci di fare fronte comune, dovrebbero porre in allarme chiunque abbia a cuore ciò che resta della democrazia. Ciò che si sente affermare con facilità, “social liberisti e nazional liberisti sono due facce della stessa medaglia”, mostrano una miopia assurda ed inconcepibile. Incomprensibile per chi poi ne paga le conseguenze. Certo nessuno dimentica che la guerra, come fase strutturale, è elemento sovraordinante, ma quando poi gli alfieri del sovranismo all’amatriciana si recano, come i re magi da Elon Musk per consegnare ufficialmente a lui le chiavi con cui controllare anche le comunicazioni riservate, siamo certi di poter affermare che non si stia determinando un vero salto di paradigma?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Migranti e confini, salvaguardia del suprematismo, costi quel che costi, sono unicamente cartine di tornasole per far vivere perennemente la guerra in casa, indipendentemente da quanto potrà accadere in Ucraina, Medio Oriente, Repubblica Democratica del Congo. Una guerra silenziosa, che definisce un vivere quotidiano fondato su paura e repressione. L’omicidio ripreso, quasi con compiacimento da chi lo inseguiva del giovane Ramy a Milano è già dimenticato, l’espulsione immediata di due cittadini tunisini che, sempre nel capoluogo lombardo, sono stati fermati, la notte di Capodanno perché “insultavano l’Italia”. Avevano partecipato a disordini e questo basta. Ma c’è ancora altro. Prima ancora della conversione in legge del Ddl 1660, “Il Disegno della paura”, in concomitanza con Capodanno e Giubileo si vanno sperimentando nelle città italiane nuove forme di esclusione e criminalizzazione della povertà e del dissenso istituzionalizzando la razzializzazione dei controlli. Una spiegazione in sintesi: il Daspo (Divieto di Accesso alle manifestazioni Sportive), introdotto nel 1989 per far fronte ai disordini negli stadi, da molto tempo, con l’aggettivazione di “Daspo Urbano” è divenuto strumento per cacciare con fogli di via persone considerate, in quanto povere, portatrici di degrado, da allontanare dai luoghi ad alta frequentazione, come le stazioni, dalle parti “in” delle città, dalle zone in cui si concentrano turisti e opere d’arte, dai luoghi ritenuti sensibili. Con il decreto prefettizio per Capodanno, la cui validità si sperimenterà in alcune città come Roma fino a marzo almeno, “Il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha inviato una direttiva<sup><a id="identifier_0_39142" title="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2024-12/nuova_direttiva_zone_rosse_ministro_piantedosi.pdf." href="https://transform-italia.it/litalia-delle-mille-fortezze-interne/#footnote_0_39142">1</a></sup>  ai prefetti per sottolineare l’importanza di individuare, con apposite ordinanze, aree urbane dove vietare la presenza di soggetti pericolosi con precedenti penali e poterne quindi disporre l’allontanamento. Viene in tal modo esteso ad altre città questo strumento che ha già dato positivi risultati nel corso della sua prima applicazione a Firenze e Bologna dove complessivamente, negli ultimi 3 mesi, sono stati 105 i soggetti destinatari di provvedimenti di allontanamento su 14mila persone controllate. Il ricorso alle cosiddette “zone rosse” rientra nella più ampia strategia volta a garantire la tutela della sicurezza urbana e la piena fruibilità degli spazi pubblici da parte dei cittadini. Tali ordinanze sono particolarmente utili in contesti caratterizzati da fenomeni di criminalità diffusa e situazioni di degrado, come le stazioni ferroviarie e le aree limitrofe, nonché le “piazze dello spaccio”, dove sono già in atto le operazioni interforze ad alto impatto. Le misure potranno essere applicate anche in altre aree urbane, come le zone della movida, caratterizzate da un’elevata concentrazione di persone e attività commerciali e dove si registrano spesso episodi di microcriminalità (furti, rapine), violenza (risse, aggressioni), vandalismo, abuso di alcol e degrado”. È questo il testo con cui dal Viminale definiscono una nuova, per quanto propagandistica, visione delle città. In alcuni luoghi considerati “simbolo del degrado”: Quarticciolo a Roma, Rozzano (Milano), Scampia-Secondigliano (Napoli), Orta Nova (Foggia), Rosarno-San Ferdinando (Reggio Calabria), quartiere San Cristoforo (Catania), Borgo Nuovo (Palermo), è stato approntato un nuovo/vecchio modello seguendo l’approccio annunciato a Caivano, (Napoli) per reprimere e punire. Per curiosa coincidenza si tratta di zone cittadine in cui la concentrazione di occupazioni abitative è molto forte. Ma, quasi da ultimo, l’elemento che fa di queste azioni un vero e proprio programma fondato sull’oppressione va ricercato sui soggetti che ne subiranno le conseguenze. Emerge infatti, neanche troppo fra le righe un segnale da lanciare alle forze dell’ordine quanto alla maggioranza silenziosa che lascia prevalere la paura. A subire per ora gli effetti di queste misere politiche saranno le persone razzializzate, le prime ad essere fermate in quanto a prescindere rappresenterebbero un pericolo, a prescindere potrebbero essere presenti irregolarmente, a prescindere potrebbero essere pregiudicati. Poi chi è povero, chi vive in case occupate, chi reagisce e non si rassegna. Da ultimo chi si ribella e, anche in assenza di condanne passate in giudicato, potrà essere tenuto fuori dalle mura delle città privilegiate. Così come la fortezza marina e quella balcanica tengono per ora fuori un “nemico” (come scrive l’amico e collega Maurizio Pagliassotti, autore dello splendido <em>La guerra invisibile</em>, Einaudi, 2023) che è ancora esterno. I Daspo, i decreti, le circolari prefettizie, i fogli di via, saranno una barriera contro il nemico interno. Complimenti ai legislatori che in questa maniera provvedono ad aumentare la distanza fra un “noi” e un “loro” che di solito porta solo sciagure. Non bastano i coraggiosi magistrati che, ad esempio, continuano ad opporsi ai campi di delocalizzazione dei “nemici” in Albania. Occorre un salto di qualità politico e culturale che deve maturare in questo 2025, altrimenti il danno sarà irrecuperabile.</span></p>
<p>*Responsabile nazionale immigrazione PRC-S.E  Da Transform Italia</p>
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		<title>DICHIARAZIONE DELLA VIII ASSEMBLEA DEL FORUM EUROPEO DELLE FORZE DI SINISTRA.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 21:42:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. Al fine di costruire un&#8217;Europa progressista e socialmente avanzata, noi siamo per una distribuzione equa della ricchezza, servizi pubblici universali e di qualità, e la proprietà pubblica dei beni comuni, al fine di realizzare una società più giusta, partecipativa e democraticamente pianificata. L&#8217;accesso a un alloggio dignitoso, accessibile e adeguato al clima deve essere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><b>1. Al fine di costruire un&#8217;Europa progressista e socialmente avanzata, noi</b> <b>siamo per una distribuzione equa della ricchezza,</b> <b>servizi pubblici universali e di qualità, e la proprietà pubblica dei beni comuni, al fine di realizzare una società più giusta, partecipativa e democraticamente pianificata.</b> <b>L&#8217;accesso</b> <b>a un alloggio dignitoso, accessibile e adeguato al clima deve essere un diritto, non un lusso, la copertura della sicurezza sociale in termini di salute, pensioni e disoccupazione deve essere universale, cioè un diritto per tutti in Europa. Questo implica un diverso uso del denaro da parte delle imprese, delle banche e della BCE.</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il diritto a condizioni di lavoro dignitose, a un impiego sicuro e a una formazione permanente ben retribuita sono fondamentali, il rafforzamento dei diritti sindacali, le clausole sociali nei contratti pubblici, l&#8217;aumento dei salari e dei diritti sociali, colmare il divario occupazionale e migliorare l&#8217;ambiente e le condizioni di lavoro. Vogliamo</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">posti di lavoro di qualità e il diritto a una pensione dignitosa a partire dai 60 anni, erogata da enti pubblici efficienti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Difendiamo l&#8217;accesso libero e universale all&#8217;assistenza sanitaria e il rafforzamento dei sistemi sanitari pubblici, al fine di ridurre le disuguaglianze sociali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo servizi pubblici moderni con personale sufficiente, senza burocrazia, con una gestione partecipata e che rispondano alle esigenze delle persone che ne usufruiscono.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una delle questioni fondamentali della nostra società è garantire a tutta la popolazione un&#8217;istruzione di alto livello, libera, gratuita, egualitaria, liberatoria ed emancipatrice, libera da pressioni religiose, oscurantiste o del mercato economico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La carenza di alloggi sociali di qualità ed economicamente accessibili rappresenta una crisi urgente in tutta Europa che richiede un&#8217;azione immediata e decisiva. È necessario adottare misure e iniziative a livello europeo, per utilizzare le risorse finanziarie in base alle esigenze di ogni singolo individuo piuttosto che agli interessi finanziari.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo l&#8217;istituzione di un programma europeo per l&#8217;edilizia sociale, sostenuto da politiche economiche e sociali che rafforzino gli investimenti pubblici nell&#8217;edilizia senza scopo di lucro. Chiediamo una regolamentazione transnazionale della speculazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Affrontare la crisi sociale deve essere una priorità assoluta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questo motivo ci opponiamo a un ritorno alla politica di austerità liberale, così come pretesa dalla Commissione europea, che si concretizza da un lato in misure liberali che favoriscono le classi dirigenti e tagliano i diritti umani e di cittadinanza, economici e sociali dei popoli europei mentre dall&#8217;altro aumentano le spese militari a scapito dei fondi che dovrebbero essere spesi per la spesa sociale, l&#8217;uguaglianza e creazione di lavoro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo acquisire potere sul denaro, sviluppare servizi pubblici, cooperazione, servizi efficienti, occupazione efficiente e di qualitá nelle aziende, e rifiutare il libero e rifiutare la concorrenza libera e non distorta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo vale sia all&#8217;interno dell&#8217;UE che con il resto del mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo la sovranità popolare sul denaro per altri obiettivi sociali, a differenza dell&#8217;attuale UE, che risponde alle esigenze del capitale. Un modo per farlo sarebbe quello di creare un Fondo europeo per finanziare i servizi pubblici attraverso prestiti ai governi a tasso zero, finanziati dalla BCE.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>2. Consideriamo la crisi climatica come un&#8217;emergenza che richiede una risposta globale basata su una trasformazione ecologica, energetica e industriale. L&#8217;Unione europea deve agire senza indugio di fronte all&#8217;emergenza climatica e sociale.</strong> È essenziale abbandonare il modello che fondato sull’energia basata sul carbonio, garantendo al contempo la creazione di posti di lavoro. Questo implica una trasformazione sociale dei modelli di produzione e di consumo per raggiungere la neutralità climatica entro il 2040, e soddisfare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno di obiettivi ambientali più ambiziosi e una pianificazione verde per garantire una giusta transizione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 3. <strong>Ci battiamo per un&#8217;Europa di pace e solidarietà, con una prospettiva pacifista che affronta i conflitti attraverso il dialogo e le soluzioni diplomatiche.</strong> Un&#8217;Europa che propone un approccio alternativo al modello di sicurezza a partire da una nuova visione basata sul riconoscimento che nessuno Stato può essere veramente sicuro se gli altri non condividono lo stesso livello di sicurezza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Condanniamo fermamente le politiche europee contro migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo: il diritto di asilo e la libertà di movimento devono diventare il fondamento dell&#8217;Europa che vogliamo, e ci batteremo contro le politiche proposte dal Patto sull&#8217;Immigrazione e l&#8217;Asilo di Ursula von der Leyen che mirano a vietarli. Questo significa affrontare le cause alla radice della migrazione e sviluppare una nuova politica di co-sviluppo con i Paesi interessati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non vogliamo che l&#8217;Europa faccia parte della nuova guerra fredda, né che diventi un campo di battaglia su cui questa infuria.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ci opponiamo alla dominazione militarista della NATO sull&#8217;UE e sui suoi Stati membri,  all&#8217;aumento dei bilanci militari e di guerra a scapito della spesa sociale, alla rapida militarizzazione della politica, dell&#8217;economia e delle menti, invece vogliamo vedere l&#8217;Europa emancipata dai mandati degli USA e della NATO, libera dai mandati di potenze esterne.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Guerre e conflitti servono gli interessi del capitale finanziario che ne trae profitto. Finché queste guerre dureranno, sempre più civili innocenti moriranno ogni giorno. Per questo chiediamo che si ponga fine alla violenza attraverso negoziati per portare una pace duratura in Ucraina, nel quadro delle Nazioni Unite.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Allo stesso modo, chiediamo soluzioni eque e negoziate ai conflitti armati che si stanno diffondendo in varie parti del mondo, Somalia, Yemen, Siria, Sahara occidentale, ecc.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;ulteriore sviluppo delle armi nucleari e il fatto che il loro utilizzo è apertamente considerato dalle potenze nucleari, rende il disarmo una necessità di prim&#8217;ordine per la sopravvivenza dell&#8217;umanità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;attacco di Hamas del 7 ottobre, che condanniamo fermamente, non giustifica la guerra condotta da Israele. Chiediamo un immediato cessate il fuoco in Medio Oriente e la fine dell&#8217;aggressione israeliana in Palestina. Chiediamo il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e i prigionieri politici palestinesi, nonché la consegna di aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, la ricostruzione di tutto ciò che è stato distrutto dall&#8217;esercito israeliano e il ritorno di tutti i palestinesi sfollati. Riaffermiamo che l&#8217;instaurazione di una pace duratura nella regione richiede la fine dell&#8217;occupazione, della colonizzazione e del regime di apartheid di cui soffre il popolo palestinese insieme al riconoscimento di uno Stato palestinese vitale e pienamente sovrano alle condizioni definite dalle risoluzioni delle Nazioni Unite sul riconoscimento di due Stati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo Saharawi, privato da decenni del diritto di vivere nel proprio territorio, subendo la repressione delle forze di occupazione, e chiediamo il rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite a favore dell&#8217;autodeterminazione  e l&#8217;indizione di un referendum nel Sahara Occidentale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo la fine dell&#8217;occupazione di Cipro e la riunificazione del Paese in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo la fine degli interventi militari turchi nella Siria nord-orientale, nell&#8217;Iraq settentrionale e nel Sinjar, e la fine dell&#8217;oppressione dei curdi e del popolo turco in Turchia. Chiediamo alla Turchia</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">il rilascio di tutti i prigionieri politici e l&#8217;attuazione delle decisioni del Consiglio d&#8217;Europa e della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La repressione della politica democratica e contro i rappresentanti eletti deve essere fermata. Una soluzione giusta e democratica alla questione curda, che dura da decadi, richiede dialogo e  negoziazione, non isolamento, imprigionamento e violenza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo ottavo Forum si unisce alla mozione approvata alle Nazioni Unite che chiede la fine del blocco ingiusto e illegale cui gli Stati Uniti sottopongono Cuba da decine di anni e, allo stesso tempo, chiede la rimozione di Cuba dalla lista degli Stati patrocinatori del terrorismo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sosteniamo la ricerca della pace e dell&#8217;autonomia in Africa. È tempo di ricostruire le relazioni afro-europee sulla base dell&#8217;uguaglianza e della uguaglianza e solidarietà, per costruire un futuro in cui pace e dignità prevalgano sulla violenza e sul dominio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Aspiriamo a un nuovo ordine economico internazionale basato sui diritti dei popoli e rifiutiamo qualsiasi egemonia monetaria globale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo soluzioni cooperative, democratiche e non egemoniche per il finanziamento comune della transizione ecologica e dei servizi pubblici in tutto il mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">4.<strong> Il femminismo di classe contesta il sistema capitalista e patriarcale e mette in evidenza la contraddizione tra capitale e vita.</strong>Si pone come un&#8217;alternativa a un&#8217;economia basata sullo sfruttamento degli esseri umani e propone una società libera dalla violenza maschilista, che permetta uno sviluppo umano emancipatorio per tutte le persone in uguaglianza e armonia con la natura: è l&#8217;economia basata sulla cura della vita.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I movimenti femministi lottano contro la violenza maschile e la disuguaglianza che le donne e i loro figli e figlie subiscono nel corso della loro vita e chiedono una legislazione  completa e un quadro politico per affrontare tutte le forme di violenza di genere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il movimento femminista, insieme al movimento ambientalista,</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">sono motori del cambiamento politico per la trasformazione sociale in Europa ed è per questo che la destra e l&#8217;estrema destra attaccano sistematicamente i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+ e negano il cambiamento climatico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo Forum propone che la prospettiva femminista sia un criterio per le politiche economiche, ecologiche e sociali dell&#8217;UE, cosí come per l&#8217;assistenza sanitaria, la cura, l&#8217;istruzione e la cultura. Per avviare la transizione femminista in Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Difendiamo i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne in Europa e i diritti fondamentali al matrimonio per tutte le coppie.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il riconoscimento legale delle identità LGBTQIA+ deve essere incluso nei motivi per la concessione dell&#8217;asilo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Insieme ai movimenti femministi vogliamo spingere per l&#8217;inclusione del diritto di decidere del nostro stesso corpo e della nostra maternità nella Carta Europea dei Diritti Fondamentali e nei Diritti Fondamentali e il riconoscimento dell&#8217;apartheid di genere nel diritto internazionale, in modo che le donne e le persone LGBTQIA+ che lo subiscono, come in Afghanistan, siano accolte come rifugiate e protette in Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">5. <strong>Siamo consapevoli della necessità di affrontare e integrare attivamente i bisogni, i sogni, le preoccupazioni e le prospettive dei/delle giovani e degli studenti e delle studentesse,</strong> promuovendo il loro protagonismo nei piani, nelle campagne e nelle azioni delle forze della Sinistra Europea, dei Verdi e delle forze progressiste, e ne faremo un obiettivo specifico per i prossimi anni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">6. <strong>L&#8217;ascesa dell&#8217;estrema destra nelle elezioni per il Parlamento europeo è proseguita nelle successive elezioni statali e regionali in vari Paesi europei.</strong> Questa ascesa riflette un&#8217;ideologia neofascista priva di valori etici e morali, che si nutre di razzismo, xenofobia, misoginia, sessismo, omofobia, LGBTQIA+fobia, autoritarismo, odio per i migranti e di un individualismo non solidale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di fronte all&#8217;aggravarsi della crisi economica, sociale e morale, le classi lavoratrici provano un senso crescente di disaffezione politica e la mancanza di prospettive future, e la loro rabbia è diretta dai movimenti di estrema destra e fascisti, che propongono soluzioni economiche semplicistiche nell&#8217;interesse della borghesia, delle classi dominanti e del capitalismo, e in parte verso la demotivazione e l&#8217;astensionismo. Solo una strategia basata sulla giustizia sociale, l&#8217;uguaglianza, l&#8217;ecologia, la condivisione e sulla pace, che le forze progressiste della trasformazione sociale sostengono può offrire loro una prospettiva positiva.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">Di conseguenza, con questa Dichiarazione finale l&#8217;8° Forum europeo delle forze di Sinistra, Verdi e Progressiste concorda di partecipare, in cooperazione con altre organizzazioni politiche, sindacali, pacifiste, femministe, alla preparazione di una Conferenza per la Pace e la Solidarietà nel Mondo e di promuovere in collaborazione con i sindacati europei una campagna contro le politiche di austerità e di tagli proposte dalla Commissione europea.</span></strong></p>
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		<title>Referendum per cambiare regole sulla cittadinanza. C&#8217;è molto da fare</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 16:09:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* Dopo quasi due settimane dalla consegna di 637.487 firme, raccolte perché si possa decidere, mediante referendum, come modificare l’assurda, vetusta e xenofoba legge che rende impervio e spesso inaccessibile l’accesso a tale diritto è il caso di fare il punto su alcuni elementi, a partire dal successo della Campagna e proporre alcune tappe [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano Galieni*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo quasi due settimane dalla consegna di 637.487 firme, raccolte perché si possa decidere, mediante referendum, come modificare l’assurda, vetusta e xenofoba legge che rende impervio e spesso inaccessibile l’accesso a tale diritto è il caso di fare il punto su alcuni elementi, a partire dal successo della Campagna e proporre alcune tappe da concordare col comitato promotore di cui Rifondazione Comunista fa parte a pieno titolo. Bisogna chiarire intanto che l’iniziativa è stata concordata durante l’estate da alcune delle associazioni di ragazze e ragazzi con background migratorio, sovente senza cittadinanza, stanche dei rinvii imposti dalle istituzioni e che hanno trovato sponda soprattutto in + Europa e nel loro parlamentare Riccardo Magi. Si sono interrogati a lungo i promotori iniziali se fosse il caso di proporre l’abrogazione dell’intera legge 91/1992 che regola l’accesso alla cittadinanza, se scegliere di affrontare diversi quesiti, la cui modifica avrebbe radicalmente modificato l’impianto normativo o se, come poi è stato fatto, proporne uno solo che, a scanso di diversa interpretazione della Corte Costituzionale che all’inizio del 2025 sarà chiamata a pronunciarsi in materia, potrebbe portare da 10 a 5 gli anni di residenza continuativa che permetterebbero, a chi lo chiede, di rendere effettivo tale diritto. La proposta ha viaggiato in ambiti quasi riservati, si è poi estesa al mondo associativo (Arci, A buon diritto, Action Aids per citare alcuni soggetti) e poi a forze politiche come Radicali, Partito Socialista, Possibile. Rifondazione Comunista, va detto ad onore del vero, è giunta quando il quesito stava per essere depositato in Cassazione divenendo fra i 19 soggetti firmatari. Qualora il quesito venga giudicato ammissibile, la consultazione referendaria si terrà fra aprile e giugno, quasi certamente in concomitanza con gli altri indetti precedentemente – no ad Autonomia Differenziata e quesiti sul lavoro proposti dalla Cgil – e dovrà per aver valore, vedere la partecipazione, come noto, il 50% + 1 delle/gli aventi diritto. Ed è curioso che, in questo caso, possano votare unicamente le persone che, avendo la cittadinanza italiana, non sono toccate direttamente da tale limitazione dei diritti. Il tema che si pone oggi ha molte sfaccettature. Intanto ad aggregarsi nel comitato promotore inizialmente, non sono state né le grandi organizzazioni politiche né quelle sindacali. L’avvicinarsi del traguardo al numero delle firme necessarie, ha portato alcune forze, ad aderire e ad esporsi, ma in maniera non troppo convinta ecomunque tardiva. <b>Prevale l’idea che tale tema debba essere affrontato, inevitabilmente con una trattativa al ribasso che riguarderebbe una parte delle nuove generazioni, in grado di prevalere in parlamento</b>. Le numerose delusioni accumulate negli anni passati, fanno poco sperare in un simile percorso, da troppo tempo giocato per strumentali battaglie politiche di palazzo che poco hanno a che vedere con le esigenze reali. <b>La raccolta firme e questo è un primo grande risultato</b>,  anche mainstream, dalle dichiarazioni sguaiate degli imprenditori del razzismo alle riflessioni che contengono almeno parziali elementi di autocritica di alcuni settori rimasti sinora freddi. Del tema si parla e si parlerà sempre più se saranno le/i dirette/i protagonisti a esporsi, <b>supportati, come strumenti di servizio, dalle forze che credono nell’importanza di tale battaglia di civiltà.</b> E si badi bene, la proposta referendaria va considerata, indipendentemente dall’esito e dal percorso affatto semplice, come un primo passaggio, in quanto garantisce meno della metà delle persone con background migratorio presenti in Italia ed ancora chi intende usufruire di tale diritto è sottoposto a vincoli di reddito, di residenza, di fedina penale, di permanenza continuativa, di conoscenza della lingua, che vanno considerati inaccettabili. Una vittoria referendaria costituirebbe il primo risultato, dopo decenni di sconfitte, che potrebbe spingere a voler ottenere di più. Non a caso, malgrado i tentativi di boicottaggio della proposta condotti anche a colpi di sondaggi e di dichiarazioni, <b>l’esecutivo sembra voler impedire ad ogni costo il referendum, anche attraverso una riforma di facciata dell’attuale legge in materia.</b> Per agire anche su altri fronti, cito solo due questioni: <b>l’abrogazione dell’attuale Testo Unico sull’immigrazione (Turco Napolitano emendato e peggiorato dalla Bossi Fini)</b> a cui faccia seguito una nuova normativa adeguata ai tempi, che abbia come obbiettivo quello dell’eliminare l’irregolarità della presenza nel Paese attraverso percorsi di regolarizzazione permanente e non basati su una presunta o dichiarata utilità delle persone arrivate all’economia italiana, spesso in termini di sfruttamento. <b>È il caso di ricordare come tanto la legislazione vigente, quanto i continui interventi normativi messi in atto, definiscono un contesto per cui si parla di immigrazione unicamente per produrre leggi sul mercato del lavoro e, a seguire, come questioni di ordine pubblico.</b> Ma, ed è il secondo punto, c’è l’urgenza di saldare, senza confondere i contesti, l’impegno per sostenere chi arriva in Italia, soprattutto per richiesta d’asilo, garantendo canali sicuri di ingresso con l’investimento in percorsi di convivenza che coinvolgano chi è stabilmente presente nel Paese, magari ha costruito qui il proprio nucleo familiare ma non può essere considerato appieno persona in attesa di decidere soggettivamente il percorso da intraprendere. La saldatura è possibile partendo, ad avviso di chi scrive, garantendo, non sulla base dell’utilitarismo economico, ma anche dell’inserimento sociale e affettivo, delle singole persone. <b>Quella che va elaborata, come strategia sociale, politica, culturale e comunicativa, è un cambio di paradigma che porti a considerare la mutazione sociale intercorsa e ancora in fase di cambiamento, come riguardante persone, soggetti e non, seguendo un profondo suprematismo eurocentrico, a volte neanche consapevole, come oggetti, merce, numeri con cui fare i conti.</b>  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Cosa fare ora?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nei prossimi 4 mesi, in attesa del pronunciamento della Corte, corre l’obbligo, a partire dalla scadenza referendaria, di “battere il ferro finché è caldo”. Proviamo quindi ad avanzare proposte</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">1)    Occorre organizzare un momento di incontro, possibilmente anche pubblico, con <b>costituzionaliste/i in grado di fornire ulteriori pareri rispetto all’ammissibilità del quesito</b>. Si potrebbero coinvolgere, oltre a Giovanni Russo Spena, Gaetano Azzariti, Alessandra Algostino, Massimo Villone ed altre/i per smontare innanzitutto la tesi secondo cui il quesito, per come congegnato, diventa propositivo e non abrogativo e, in quanto tale, inammissibile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">2)    <b>Monitorare i tentativi di modifica della legge vigente. </b>Ius scholae, culturae o italiae, comunque si vogliano chiamare, intervengono su nate/i o cresciute/i in Italia, che ottemperino ad obblighi scolastici. Ammesso e non concesso che tali accenni di riforma trovino spazio in parlamento, non andrebbero però a scalfire la situazione delle persone adulte. <b>Per tale ragione diviene indispensabile un rapporto con le forze politiche di opposizione, presenti in parlamento,</b> che, pur avendo approcci diversi rispetto alla proposta referendaria, possono convergere su una comune strategia. Ovvio che, almeno per rimediare agli errori passati, non sono ammesse deroghe rispetto agli impegni che verranno presi.  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">3)    <b>Mantenere forte l’attenzione su questo tema</b> dando sfogo a tutta la creatività di cui si è capaci: iniziative nelle scuole e nelle università, incontri nelle piazze, utilizzo dei social media e di tutti gli spazi che si riescono a raggiungere per ampliare i luoghi in cui questo tema possa entrare nella pubblica discussione. <b>Sarebbe prezioso un sostegno delle diverse forze sindacali per trovare sponda anche nei luoghi di lavoro. In tutte queste iniziative è fondamentale il protagonismo delle varie associazioni e forze costituite da persone con background migratorio</b>, le cui vicende sono quelle che concretamente possono maggiormente evidenziare l’urgenza almeno delle modifiche proposte col referendum. La campagna referendaria deve costituire, ad avviso di chi scrive, <b>anche uno dei momenti in cui riesca ad esprimersi una nuova, maggiore, plurale presenza politica di uomini e donne</b>.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>4)    </b><b>Va inoltre rafforzata una vera e propria rete, in grado di raggiungere tutto il Paese </b>che, senza rimuovere le proprie differenze,<b> </b>cerchi di mettere in connessione <b>le almeno due milioni e mezzo di persone che, potendo accedere ai diritti che diventerebbero esigibili con l’approvazione del referendum non si è ancora riusciti a coinvolgere. </b>Potrebbero essere insieme a noi queste donne e questi uomini, il valore aggiunto che ci permetterà di vincere il referendum, ognuna/o di loro è interno a qualche rete sociale, vive, lavora o studia, con persone che hanno diritto di voto e che potrebbero partecipare e spostare i consensi. Sarebbe utile che, in maniera ancora più ampia, <b>tale rete, se non è ancora riuscito a farlo, assumesse la forma di coordinamento leggero ma radicato in tutto il Paese</b> e capace di interfacciarsi per fare fronte comune davanti alle diverse problematiche che emergeranno. Una modalità di azione comune in cui le forze politiche, come quella che rappresento, devono mettere a disposizione luoghi di incontro, sostegno, energie, <b>ma il cui protagonismo deve appartenere a coloro che più rappresentano le problematiche affrontate, le donne e gli uomini in carne ed ossa a cui oggi il diritto è negato.</b> <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>5)    </b><b>Pur essendo il quesito referendario di carattere tematico e, per tale ragione, </b>non omogeneo dal punto di vista politico, sarebbe necessario che si realizzassero punti di convergenza con coloro che animano le altre campagne referendarie di primavera regionale <b>contro il jobs acts e contro l’Autonomia differenziata.</b> L’intero pacchetto referendario è alla base di un’idea di cittadinanza sostanziale da garantire di cui i quesiti costituiscono un architrave comune. Sarebbe necessario, da questo punto di vista, <b>elaborare anche momenti di incontro e di convergenza, sempre partendo dall’ottica di un ampliamento che deve rafforzare tutte/i e non lasciare indietro nessuna/o.</b> Che si apra su tale approccio una discussione laica ma urgente e scevra da divisioni ideologiche. <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quello che ho provato a definire è una sorta di promemoria per un programma comune di lavoro che vi propongo di valutare, correggere, integrare e utilizzare per quanto possa risultare utile. Il Partito della Rifondazione Comunista intende sostenere comunque il percorso iniziato il 6 settembre 2024 anche partendo da un attivismo politico e sociale in tale direzione, iniziato sin dalla sua nascita risalente al 1991. Consideriamo, come già affermato, la lotta referendaria, come una parte fondamentale ma non esaustiva di un sistema da cambiare radicalmente. Ci riconosciamo in una “sinistra” che ha iniziato, tardi e non in maniera completa, a compiere un percorso di “decolonizzazione culturale” come chiave di volta per affermare un internazionalismo dei popoli che si oppone al nazionalismo delle frontiere. Un percorso che, è nostro punto basilare di analisi ma che non vogliamo assolutamente imporre ad alcuna/o parte dalla necessità di una trasformazione radicale dei rapporti sociali che affronti il tema dello sfruttamento. In Europa suprematismo e sfruttamento di chi lavora sono le due facce della stessa medaglia e rappresentano l’elemento nodale di una gerarchia di relazioni che vede contrapporsi egemoni e subalterni. Relazioni di impostazione piramidale che vedono in cima poche dinastie facoltose e poi, via via, coloro che debbono sottostare a ruoli prestabiliti che non ammettono più nemmeno mobilità sociale. Anche una riforma come quella proposta attraverso il referendum può, a mio avviso, costituire un elemento che mette in crisi questa obsoleta gerarchia. Anche per questo il nostro apporto sarà completo e trasparente. <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Resp. Immigrazione PRC-S.E.</span></p>
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		<title>#referendumcittadinanza</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Sep 2024 13:56:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* Rifondazione Comunista ha aderito al referendum che avverrà su piattaforma elettronica, per modificare la vetusta legge sulla cittadinanza e ridurre i tempi per l&#8217;ottenimento di tale requisito. I tempi sono strettissimi, si potrà firmare fino al 30 settembre, ma la campagna che si è lanciata potrebbe permettere il raggiungimento di tale risultato e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: medium;">Stefano Galieni*</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">Rifondazione Comunista ha aderito al referendum che avverrà su piattaforma elettronica, per modificare la vetusta legge sulla cittadinanza e ridurre i tempi per l&#8217;ottenimento di tale requisito. I tempi sono strettissimi, si potrà firmare fino al 30 settembre, ma la campagna che si è lanciata potrebbe permettere il raggiungimento di tale risultato e avrebbe il pregio di riportare nel dibattito pubblico un tema che è stato finora rimosso. Chiediamo ad iscritte/i e simpatizzanti di firmare il referendum, lo si può fare attraverso i canali social o cliccando nell&#8217;apposito riferimento contenuto nel testo che segue. Il testo è illustrativo, è stato realizzato dai promotori, associazioni di cittadine/i che seguono il tema, spesso composte da persone che hanno faticato non poco ad acquisire la cittadinanza ma anche persone che ancora sono prive di tale diritto. A promuovere la campagna ci sono poi associazioni di diversa composizione e ancora pochi partiti politici fra cui il nostro.  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Responsabile nazionale immigrazione PRC-S.E.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>R</em>Grazie a questo referendum verranno ridotti da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana che, una volta ottenuta, sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni. Questa semplice modifica rappresenterebbe una conquista decisiva per la vita di molti cittadini di origine straniera (secondo le stime si tratterebbe di circa 2.500.000 persone) che, in questo Paese, non solo nascono e crescono, ma da anni vi abitano, lavorano e contribuiscono alla sua crescita. Partecipare agevolmente a percorsi di studio all&#8217;estero, rappresentare l&#8217;Italia nelle competizioni sportive senza restrizioni, poter votare, poter partecipare a concorsi pubblici come tutti gli altri cittadini italiani. Diritti oggi negati. Il Referendum vuole allineare l&#8217;Italia ai  maggiori paesi europei che hanno già compreso come promuovere diritti, tutele e opportunità garantisca ricchezza e crescita per l’intero Paese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Siamo figlie e figli d’Italia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>L’obiettivo è raccogliere 500.000 firme entro il 30 settembre. Si firma online con spid o carta di identità elettronica sulla piattaforma del governo </b><a href="https://pnri.firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/1100000">FIRMA QUI</a><b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Cosa dice il quesito?</b> Il quesito mira a modificare l’articolo 9 della legge n. 91/1992 per ridurre da 10 a 5 anni il termine di soggiorno legale ininterrotto in Italia ai fini della presentazione della domanda di concessione della cittadinanza da parte dei maggiorenni. In Italia la legge era già così dal 1865 al 1992 quando la legge n.91 ha introdotto una irragionevole penalizzazione dei cittadini extra Ue.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Che differenza c’è tra questa proposta e ius soli e ius scholae? </b>Lo ius soli riguarda solo chi nasce in Italia (circa 500mila persone all’anno), lo ius scholae solo chi completa un ciclo di studi di 5 anni (circa 135mila persone all’anno), questa proposta riguarda le persone che risiedono legalmente in Italia da almeno 5 anni e i rispettivi figli minori (circa 2,5 milioni di persone).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Dimezzando gli anni di residenza legale si regala la cittadinanza?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">No. La concessione della cittadinanza non è un automatismo: oltre alla residenza ininterrotta in Italia (che questo Referendum propone di ridurre a 5 anni) resterebbero invariati gli altri requisiti già stabiliti dalla normativa vigente e dalla giurisprudenza, quali: la conoscenza della lingua italiana, il possesso di adeguate fonti economiche, l’idoneità professionale, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Come funziona nel resto d’Europa?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il referendum cittadinanza allineerebbe l’Italia alle altre normative europee. In nessun paese dell’Unione è previsto un termine di legale soggiorno di 10 anni come è oggi in Italia. La Germania all’inizio del 2024 ha approvato una legge che coincide con le richieste di questo referendum e che ha stabilito il termine di 5 anni di residenza per l’ottenimento della cittadinanza. Lo hanno fatto semplicemente per riconoscere il contributo che molti cittadini stranieri danno alla crescita del Paese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>IL QUESITO </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Riduzione a 5 anni di residenza legale del termine per la concessione della cittadinanza italiana ai cittadini extraUE </b><b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Volete voi abrogare l&#8217;articolo 9, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole &#8220;adottato da cittadino italiano&#8221; e &#8220;successivamente alla adozione&#8221;;</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">nonché la lettera f), recante la seguente disposizione: “f) allo straniero che risiede legalmente da almeno 10 anni nel territorio della Repubblica. ”,  della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>PARTNER</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il comitato promotore è aperto alle adesioni di qualsiasi organizzazione voglia aiutare la campagna di raccolta firme. Finora hanno aderito le associazioni:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Italiani senza cittadinanza, CoNNGI, Idem Network, Libera, Gruppo Abele, Società della Ragione, A Buon Diritto, ARCI, ActionAid, Cittadinanza Attiva, Recosol, InOltre Alternativa progressista, InMenteItaca</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E hanno aderito i partiti: +Europa, Possibile, Partito socialista italiano, Radicali italiani, Rifondazione comunista</span></p>
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		<title>Il 6 luglio a Latina, contro omicidi sul lavoro, sfruttamento, razzismo e per abolire la Bossi Fini</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jul 2024 10:06:50 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Interni]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Stefano Galieni Il 2 luglio di due anni fa, spariva, nelle campagne del ragusano Daouda Diane, mediatore culturale che era impegnato nella difesa dei diritti di chi lavorava nell&#8217;agricoltura. Ha dato evidentemente fastidio a chi gestisce i campi come se si fosse nelle piantagioni di cotone degli Usa, più di 150 anni fa. Domenica notte [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Stefano Galieni</strong></p>
<p>Il 2 luglio di due anni fa, spariva, nelle campagne del ragusano Daouda Diane, mediatore culturale che era impegnato nella difesa dei diritti di chi lavorava nell&#8217;agricoltura. Ha dato evidentemente fastidio a chi gestisce i campi come se si fosse nelle piantagioni di cotone degli Usa, più di 150 anni fa. Domenica notte a Roma, nel quartiere più multiculturale della città, altro episodio, apparentemente distante.  Una vera e propria aggressione a sfondo razziale. Il fatto sembra originato da un gruppo di adolescenti italiani, tre ragazzi e tre ragazze, che prendono di mira alcuni bambini indiani tra i 6 e 15 anni che stavano giocando a calcio. Una sera estiva in cui è &#8220;normale&#8221; che i tre ragazzi italiani rubino la palla ai bambini e iniziano a giocare tra loro. Nel frattempo, secondo la ricostruzione le tre ragazze italiane, sedute su una panchina, hanno cominicato a insultare i bambini. “Tornate nel vostro paese. Indiani di merda. Negri. Questa è casa nostra”. Una delle ragazze, in particolare, usa parole violentissime contro una quindicenne indiana, nata in Italia, che era in strada per guardare il fratellino, che la sera stessa avrebbe compiuto 9 anni. La 15enne, stupita dal tenore degli insulti, chiede spiegazioni: “Ma non hai niente di più intelligente da dire?”. E la risposta dell’italiana è netta: “Sono razzista, hai qualche problema?”. Terzo episodio, oramai noto. Il 17 giugno, un lavoratore agricolo, in provincia di Latina, Satnam Singh, di 31 anni, utilizzando un macchinario subisce l&#8217;amputazione di un braccio. Il suo &#8220;padrone&#8221;, così bisogna rivolgersi ai sedicenti datori di lavoro che pagano al nero 4 euro l&#8217;ora per un lavoro infernale, fa caricare Satman Singh su un furgone e scarica il corpo che perdeva sangue, davanti casa del lavoratore per liberarsene, dopo aver messo il suo braccio in una cassetta e dopo aver sequestrato a lui e alla sua compagna i cellulari per impedire di chiamare i soccorsi. Satman Singh muore  dissanguato due giorni dopo. Ci sono già state due  manifestazioni a Latina, i genitori sono arrivati nella città e sabato 6 luglio la Cgil ha indetto una manifestazione nazionale con una piattaforma che parte dalla necessità di abrogare, non emendare, ma cancellare dal nostro ordinamento la legge Bossi Fini. Rifondazione Comunista sarà presente, perché questo è l&#8217;ennesimo omicidio sul lavoro che rischia di restare mero fatto di cronaca, fatto impunito. Non a caso uno degli indagati per questo crimine si è difeso dicendo che &#8220;la colpa era del lavoratore. Non avrebbe dovuto avvicinarsi a quel macchinario&#8221;. Leghiamo insieme questi tre episodi, chissà quanti sono quelli non denunciati per timore o perché non hanno avuto conseguenze più gravi, per affermare che il razzismo di Stato, che fa il paio con un sistema legislativo fondato sullo sfruttamento del lavoro migrante e con una cultura diffusa di xenobia, non nasce oggi e non può essere ricondotta a difficoltà adolescenziali ma prefigurano una visione dei rapporti sociali che ha fatto egemonia. Chi li ha sdoganati nel governo Meloni ha avuto un lungo periodo per coltivare questo veleno spesso senza ricevere alcuna reale opposizione politica, sociale e culturale. Oggi l&#8217;Italia è questo come è il mondo diffuso dell&#8217;associazionimo che supporta le Ong, che opera per costruire convivenza pacifica, che realizza splendide esperienze di coesione sociale spesso senza avere il minimo supporto dalle istituzioni preposte anzi, venendo anche avversate o peggio ancora criminalizzatte. Si vuole cambiare registro? O si sta da una parte o dall&#8217;altra, non ci possono essere zone grigie in cui si resta in silenzio per il timore di perdere consensi.</p>
<p>Riportiamo per provare ad introdurre ulteriori elementi di analisi, un articolo pubblicato su www.transform.it</p>
<p><span style="font-size: large;">Latina Europa</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"></span></p>
<div>
<div>di S. Galieni,</div>
<div>R. Scapinelli</div>
</div>
<div></div>
<p>L’omicidio efferato di Satman Singh non è un fatto di cronaca. Non solo perché esistono gli estremi per definirlo “volontario” e non certo colposo. Il sequestro del suo cellulare e di quello della moglie, operato dai titolari dell’azienda per cui è morto, rende ancora più grave un reato compiuto in maniera raccapricciante e va analizzato in un contesto ancora più grave. Anzi va inserito in una catena di riflessioni che dovrebbero fungere da cartina di tornasole dello stato di questo Paese, riflessioni necessarie, per chi vuole cambiare lo stato di cose esistenti.<br />
Satman Singh è morto in uno dei luoghi massimi di sfruttamento del bracciantato ma sono tanti, almeno 400 secondo l’osservatorio Placido Rizzotto, le situazioni simili già monitorate da tempo, presenti tanto nel ricco Nord che nel Meridione.<br />
Difficile sfuggire, a fronte di un comparto come quello agroindustriale in cui la materia prima, il raccolto, è acquistata dalle grandi catene di distribuzione a prezzi irrisori: chi ha i campi, trae profitto dal lavoro nero e in condizioni di semi schiavitù. Ovvio che non va accettata la logica governativa del povero ma onesto imprenditore che non riesce a far fronte a queste spese, come è ovvio che sia comodo e ipocrita parlare unicamente di “caporalato”, l’ultima catena fra sfruttato e sfruttatore, che spesso è connazionale della manodopera immigrata assunta. Quanto accade nell’Agro Pontino è, da oltre un quindicennio, denunciato da lavoratori, sindacalisti (non tutti), ricercatori e avvocati.<br />
Marco Omizzolo, sociologo, presidente della Cooperativa In Migrazione, autore del volume <i>Agromafie</i>, di quel mondo tremendo ha fatto conoscenza diretta all’inizio del suo lavoro. Fingendosi Sikh, come gran parte dei braccianti, ha lavorato, anche di notte, in ginocchio nei campi, ha vissuto le giornate interminabili di sfruttamento che non costituiscono l’eccezione, ma la regola. Alcune sfumature di quanto racconta suggeriscono di affrontare tale questione con un altro occhio, complementare a quello prettamente economico e criminale. Forse più che in altre parti d’Italia, lo schiavismo dell’Agro Pontino si lega alle basi ideologiche e culturali su cui i rapporti sociali qui dominanti, un misto di nostalgia da regime (Latina si chiamava in origine Littoria), il bacino enorme di cui gode la destra nel governare la provincia. Ricordiamo che è qui che è stata eletta nel 2019 Giorgia Meloni e da qui è uscito l’eurodeputato Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia e qui è radicata l’idea – che del resto si è ormai espansa in gran parte del Paese – che chi lavora nei campi non deve avere diritti.<br />
Epifenomeni? Forse. Ma se così non fosse?<br />
In quest’area del paese si registra una concentrazione di lavoratori e di lavoratrici provenienti per lo più da un’area ristretta del pianeta, il Punjab, modalità di arrivo e di gestione della manodopera che di fatto configurano forme di organizzazione criminale, la realizzazione di ghetti in cui almeno 12.000 persone sono stipate, assenza di contratto di lavoro e spesso di permesso di soggiorno, assenza pressocché totale dello Stato. Alle istituzioni si sostituiscono quelli che si fanno chiamare datori di lavoro ma che dalla manodopera pretendono di essere appellati col termine di “padrone”. Le inchieste svolte in passato dai pochi coraggiosi che hanno provato a rompere i vincoli di omertà, presenti per paura e per ricatto fra le stesse persone che subiscono tali trattamenti, hanno portato a scoprire non solo che, per reggere la fatica, chi è nei campi accetta di essere dopato con oppiacei che deve pagare e che consentono di non sentire il dolore ai muscoli e alle ossa. Il padrone spesso pretende che chi lavora per lui si tenga a tre passi di distanza, che non alzi mai il capo, che non provi a rispondere. C’è chi ha testimoniato di essere stato costretto a fare il saluto romano prima di iniziare la giornata.<br />
Di fronte a tali accuse c’è chi si è difeso provando a parlare di clima goliardico. Ma è questa la “cultura” che si tenta di imporre a chi è costretto a stare a schiena bassa, la paga di 4 euro l’ora non è certo ascrivibile ad un clima di scherzo fra colleghi. E, truffando lo Stato, c’è anche chi, in possesso di documenti, viene assunto con contratti da cui risultano poche ore lavorate, non le effettive 12/14 giornaliere e che permettono di essere licenziati per poi continuare a lavorare a condizione di versare al padrone parte dell’indennità di disoccupazione. E va ripetuto: “diritti zero”. In Italia, infatti, la direttiva europea 52/2009, che garantiva protezione alle persone irregolari solo in caso di tratta, è stata attenuata dalla legge 119 sul caporalato che permette di usufruire del permesso di soggiorno a chi denuncia grave sfruttamento. Poco è cambiato, rari e ininfluenti controlli, omertà diffusa perché garantire lo status quo fa comodo a molti, poche purtroppo le ribellioni. Anche quando partono singole denunce – ce ne sono state – si fatica a portarle avanti. L’azienda per cui lavorava Satnam Singh era stata già nel 2019 inquisita, fra le persone coinvolte persino un dirigente della Cisl locale, ma tutto era tornato come prima.</p>
<p>Ma torniamo agli elementi da regime totalitario e fascistoide che si evincono da tale contesto: apartheid, diritti negati, sfruttamento, illegalità diffusa, valore delle vite e delle voci di chi lavora meno influenti di fronte alla legge, amministrazione che rivendica con orgoglio le proprie modalità di trarre beneficio economico da tale modello di sviluppo. Come se, invece di cercare colonie si riprovasse, come avveniva in America Latina, ad importare schiavi a tempo determinato.<br />
Mancano le denunce, sia per timore di essere bandite, sia perché il patriarcato è trasversale, sia perché si rischia di non essere credute, ma negli anni sono emerse vicende di donne, mogli o figlie dei lavoratori, che hanno subito anche stupri e violenze da parte di caporali e padroni. Potremmo definire questo un fascismo primitivo che non esiste unicamente nell’Agro Pontino. Le donne come merce, i ghetti in cui tenere distanti chi lavora, la caccia al nero fatta per divertimento, sono un lato nascosto della storia di questo Paese, si registrano episodi simili da Saluzzo a Ragusa, passando per la Piana del Sele, per la tendopoli calabrese di San Ferdinando, per il “Gran ghetto” di Borgo Mezzanone nel foggiano e tanti ancora. Situazioni in cui regna tanto la violenza padronale quanto l’assenza di qualsiasi garanzia di protezione per chi lavora e che, soprattutto, sono luoghi di separazione netta con i paesi più vicini.<br />
Quanto è accaduto nelle campagne di Latina è quindi da considerarsi la punta dell’iceberg di un contesto che riguarda, in merito alle politiche del lavoro e del controllo repressivo delle persone migranti, l’intera area UE. Tali condizioni sono istituzionalizzate, a livello nazionale, con la Bossi-Fini e con tutta la piramide di decreti, circolari, gestioni prefettizie che si sono sedimentate in 22 anni. Si tratta di una legge che ha prodotto cultura e quella cultura ha ben attecchito in strati padronali e persino popolari. Ha creato una condizione considerata insuperabile, per cui entra regolarmente solo chi “ci serve” e alle condizioni che vogliamo noi bianchi che manteniamo il potere dominante. Questo perché si tratta di una legge pensata – male – sul controllo del mercato del lavoro, in un quadro unicamente nazionale, adeguata ad una perdita di agibilità democratica per ognuna/o di noi. A Latina, per condizioni che hanno radici storiche ma ben impiantate nel presente, le contraddizioni emergono in maniera più evidente, ma di quante situazioni simili è ormai piena l’Italia? E capita solo da noi?<br />
E questo è un nodo da affrontare. L’affermazione delle destre estreme in gran parte d’Europa, come già scritto in passato, ha avuto come epicentro il contrasto all’immigrazione. Come scriveva Umberto Eco nel suo <i>Il fascismo eterno</i>, “l’UR-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando la paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi”.<br />
Solo una lettura miope può portare a pensare che in Austria o in Germania la paura derivi dagli sbarchi nel Mediterraneo. Lo scontro deriva da una presenza reale o percepita di persone “altre” che non devono godere degli stessi diritti delle persone considerate autoctone. La direttiva già citata, come il non aver mai ratificato la Convenzione Onu per i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, sono la base strutturale su cui questo può tranquillamente avvenire. Poi subentra il fatto che, anche nell’estrema destra come in ambienti a noi tanto vicini, si può ancora parlare, riducendone gli spazi, di diritto d’asilo, ma non di diritti sociali paritari. Che restino persone con meno opportunità, che debbano subire una selezione qualitativa estrema, per cui solo pochissimi dovranno avere accesso a condizioni di vita pari a quelle dei cittadini europei. Gli altri e le altre, con modalità diverse, in maniera gerarchica, devono restare in condizioni di subalternità, quelle che un suprematismo che ha ancora pochi decenni di vita, intende imporre anche col sangue. Sì, col sangue, come è accaduto a Satnam Singh.</p>
<p>Stefano Galieni* Responsabile immigrazione</p>
<p>Rita Scapinelli* Responsabile Antifascismo</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mariolino va per mare, un libro per tutte le età che parla di umanità e migrazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 19:44:19 +0000</pubDate>
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<p><span style="font-size: medium;">DI  <strong>LAURA TUSSI</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La leggerezza di un racconto per bambini e bambine, ma che colpisce il cuore anche dei più grandi, per raccontare un tema grave e attuale. Mariolino va per mare, scritto a quattro mani da Manuela Barbaro e Mimmo Laghezza, è un libro necessario per affrontare la questione migratoria, acquisire consapevolezza e invocare un dibattito più umano e meno politicizzato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Taranto, Puglia &#8211; C’era una volta una delle tante principesse portate dal mare, dalla pelle nera come l’ebano e il cuore dai mille colori dei tramonti africani. C’era il suo fedele cavaliere che a quel mare l’aveva rubata e c’era un nonno che di quel mare viveva, nelle mani e nell’anima, ogni giorno come se fosse il primo, ogni giorno come se fosse l’ultimo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il mare prende e il mare dà e su quel mare c’era una città piena di contraddizioni, con i suoi fumi color ruggine e le sue oasi naturalistiche dietro l’angolo, le sue isole piene di tesori e i suoi uccelli curiosi e ciarlieri. E c’era una quarta elementare: quarantaquattro occhi che tutto vedono, quarantaquattro orecchie che tutto ascoltano, ventidue bocche che a volte restano chiuse e a volte dicono troppo. Ventidue menti che corrono, inciampano, cadono e si rialzano con la genuinità dei loro nove anni.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il mare prende e il mare dà. Basta sapergli tendere la mano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A tendere la mano e tutto sé stesso, nella parte iniziale del libro <a href="https://multimage.org/libri/mariolino-va-per-mare/" target="_blank"><b>Mariolino va per mare</b></a> – scritto da Manuela Barbaro e Mimmo Laghezza per la Multimage – la casa editrice dei diritti umani e inserito all’interno della collana: L’isola che c’è – è un ragazzino della città vecchia di Taranto che dal peschereccio di nonno Antonio ascolta un brusio e pensa si tratti del rumore dei vecchi motori. In realtà, sono le voci disperate di naufraghi il cui gommone si è afflosciato a poche miglia dalla costa tarantina.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Manuela, Mimmo, come è nata l’idea di questo racconto, purtroppo molto verosimile?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Aicha, la protagonista femminile del nostro libro, è stata una mia alunna appena arrivata in Veneto, dove ho insegnato per vent’anni. La sua storia, che io e Mimmo abbiamo romanzato, non si discosta molto dalla descrizione che abbiamo fatto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Avete scritto Mariolino va per mare a quattro mani. Non è un’operazione semplice, soprattutto se si vuole garantire un’armonia nella scrittura e una scorrevolezza fondamentale per un libro che è letto da tutti, ma vuole dire qualcosa sulle migrazioni ai più giovani.</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Abbiamo una sintonia totale. Ti diciamo solo che rileggendolo facciamo fatica – e spesso neanche ci riusciamo – a ricordare chi ha scritto cosa! Conosciamo perfettamente le caratteristiche l’un dell’altra e capitava spesso che uno dei due dicesse: “Questa descrizione è cosa tua e animerai anche le pagine su cui sarà stampata!”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>. Quello che potrà riportarci a vedere la luce saranno le azioni collettive dal basso: quelle che metteranno al centro della propria vita e della propria comunità l’essenza vitale del “noi”</i></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Senza voler svelare la trama di questa bellissima favola moderna, mi limito a chiedervi del naufragio di quel gommone con il suo carico di esseri umani. Che messaggio avete pensato di mandare agli studenti che leggeranno il vostro racconto?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mariolino va per mare è stato scritto nel 2020, in pieno lockdown per il Covid: l’unico periodo in cui anche i disperati in fuga da guerre e carestie annose non hanno potuto mettere a rischio la propria vita pur di giocarsi qualche possibilità di sopravvivere. Il salvataggio di tanti ragazzi, mamme e padri non avviene a opera di una motovedetta della guardia costiera o di una ONG, ma si verifica grazie allo slancio di povera gente, dei pescatori, che all’epoca sarebbero potuti essere denunciati per quell’atto di umanità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>“Atto di umanità” dite, ma non ritenete che la questione sia tutta politica?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Assolutamente no, per due ragioni in particolare: innanzitutto – e non facciamo qualunquismo – perché sulla questione migrazioni abbiamo constatato risposte simili da destra e da sinistra, sebbene riteniamo che definire il PD con Minniti ministro “forza di sinistra” sia una forzatura non da poco. Essere di sinistra, sinistra vera intendiamo, non è una collocazione astratta, ma vuol dire incarnare nel profondo i valori di uguaglianza sociale, avversione a qualsiasi forma di discriminazione e perseguimento di azioni di pace!</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non di certo fare <a href="https://www.italiachecambia.org/rassegna-stampa/rinnovo-memorandum-italia-libia/" target="_blank"><b>accordi con la Libia</b></a> per creare dei lager dentro cui imprigionare chi tenta di attraversare quel tratto di Mediterraneo! Se la società civile non si è mobilitata contro quest’atto di assoluta disumanità, evidentemente non è solo un problema politico ma sociale. È una fase buia quella che stiamo attraversando – e veniamo alla seconda ragione – e secondo noi si spiega con l’esaltazione dell’io, della leadership come forma di potere. Quello che potrà riportarci a vedere la luce saranno le azioni collettive dal basso: quelle che metteranno al centro della propria vita e della propria comunità l’essenza vitale del “noi”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Dite “questione” e non “problema” migrazioni: perché non pensate sia un problema da risolvere?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Semplicemente perché migrare, muoversi da un posto all’altro, è nella natura dell’uomo dacché popoliamo questo mondo. I bisogni fisiologici – mangiare, bere, respirare – non sono visti come un problema e ora muoversi lo diventa per giustificare scelte assurde.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Aicha, la ragazzina senegalese salvata dall’affondamento del gommone su cui tentava di raggiungere l’Italia, vive nella città vecchia di Taranto. Perché avete pensato questa trama al vostro racconto?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A chi non conosce la nostra città, è un invito a calarsi in questo micromondo, venendo a visitarla: ci sono indubbiamente difficoltà economiche e socio-culturali, ma è un esempio meraviglioso di umanità. Sull’Isola della città antica, chi ha un solo piatto di pasta ne porta metà ai dirimpettai se non hanno nulla da mangiare. Di storie così ne sentiamo tante e ci commuoviamo ogni volta: si riparta da lì, dal senso più profondo di umanità!</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
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		<title>Morire in un cantiere si chiama omicidio</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:54:22 +0000</pubDate>
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<p><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano <span style="font-style: italic;">Galieni*</span></strong></span></p>
<div><span style="font-size: medium;"> </span></div>
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<p><span style="font-size: medium;">Bouzekri Rachimi, 56 anni, è stato l’ultimo corpo ad essere recuperato. Prima di lui erano stati estratti dalle macerie di un cantiere privo di qualsiasi garanzia di sicurezza, quelli di Taufik Haidar, 45 anni, Mohamed Toukabri di 54 anni; Mohamed El Ferhane, 24 anni e Luigi Coclite, 59 anni. Non è l’ora del cordoglio e del silenzio, come si chiede dai palazzi, ma dell’indignazione e della protesta. La vicenda macroscopica di questa strage, che ha causato altri 3 feriti gravi rivela molte chiavi di lettura che, in attesa delle doverose indagini, vale la pena di accennare. La prima, macroscopica, è che ormai da anni la logica dei subappalti al ribasso ha annientato quei vincoli di condizioni del lavoro che nei cantieri dovrebbero essere rispettati. Quando si deve costruire di corsa non c’è tempo di badare a questo. Chi offre i lavoratori a costo minore vince la gara, chi crea meno problemi al marchio famoso, assumendosi responsabilità che non pagherà mai, ha maggiori opportunità di ottenere la commessa. Si tratta di un gioco palesemente truccato. In assenza di una legislazione più severa, sia nella prevenzione che, poi nella punizione degli illeciti commessi, il mercato è lasciato a se stesso. Brucia ancora la vicenda oscena della giovane Luana D’Orazio, uccisa da un orditoio a cui, per velocizzare i tempi, erano stati tolti i meccanismi di blocco in caso di incidente e i cui titolari dell’impresa sono stati condannati ad una pena ridicola. Un secondo filone è legato, in maniera più specifica al mondo dell’edilizia. Avveniva anche nei decenni passati che chi lavorava in questo settore si dovesse ritrovare ad inseguire letteralmente il lavoro e i cantieri. I lavoratori uccisi in questo omicidio plurimo non vivevano a Firenze ma, di volta in volta, si spostavano dove c’era richiesta. Quando un minimo di maggiore controllo sui cantieri era in vigore e i diritti venivano difesi seriamente dal sindacato, quantomeno c’erano maggiori garanzie. Oggi chi lavora è sballottato da una città all’altra, deve trovarsi un alloggio temporaneo per poi ricominciare. Si può chiamare vita questa? Ci si può poi lamentare che non si trovino giovani “italiani” per tale impiego, faticoso, rischioso e con stipendi affatto gratificanti? Sulla frammentazione che ha raggiunto questo comparto manca da decenni una seria ricerca e riflessione, forse perché questa contrasta il diritto incontrastato delle imprese e di chi ottiene i subappalti a garantire i propri margini di profitto. Un ulteriore elemento è quello relativo all’assenza di controlli da parte degli ispettori che attuino controlli preventivi nei cantieri. La prevenzione, su cui è tornata, dopo la strage, la ministra del Lavoro Calderone è una chimera. Non basta dichiarare di aver aumentato nel 2022 circa 850 “professionisti con qualifica tecnica che consentiranno all’Inail di aumentare del 40% le ispezioni”. Più significative ci paiono le dichiarazioni di Giancarlo Spocchia, Presidente dell’Associazione Nazionale Funzionari Ispettivi Pubblici che, il 30 gennaio scorso, in audizione alla Commissione Lavoro aveva dichiarato che “con il numero di ispezioni che vengono fatte in Italia, rispetto al numero di aziende presenti, ogni azienda ha la possibilità di essere sottoposta ad ispezione ogni 18 anni, quindi quelle che truffano hanno la possibilità di farla franca”. Gli ispettori erano 1.200 nel 2018 e oggi sono 844 – contraddicendo quindi quanto affermato dalla ministra – chi va in pensione lascia il posto vuoto perché grazie alle riforme introdotte da Renzi non si fanno nuove assunzioni, il ruolo, come i controlli, spariscono. Da ultimo va rilevato che 4 dei lavoratori morti a Firenze erano cittadini immigrati, così come lo sono i 3 feriti. Si è parlato – le indagini sono in corso – di assunzione di persone “irregolari” o con mansioni diverse da quelle che svolgevano, c’è stato anche chi ha avuto il coraggio di andare a notare come una delle vittime avesse avuto in passato controlli di polizia per problemi inerenti il permesso di soggiorno. Questo perché la presenza in Italia di lavoratori e lavoratrici con cittadinanza diversa è ancora vincolata da quel cappio nato nel 2002 e mai modificato da nessun governo di nessun colore che si chiama legge Bossi Fini. In pratica, fa sempre bene ricordarlo, se non si ha una carta da lungo soggiornanti – teoricamente di durata illimitata – ma ottenibile solo avendo per almeno 5 anni di fila non solo un lavoro stabile ma un contratto di affitto o di proprietà di un’abitazione e un reddito continuato, si è costretti al permesso di soggiorno periodicamente da rinnovare. Col risultato che per milioni di persone, stabilmente presenti in Italia, perdere il lavoro significa perdere il diritto al permesso di restare in questo “ameno” paese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Certo si ha il tempo per trovare altra occupazione ma intanto i tempi di rilascio e di rinnovo dei permessi sono sempre più lenti, capita di ottenerne uno quando la sua durata è già scaduta, anche due anni dopo, in tali condizioni il rischio di finire in condizioni di irregolarità che possono portare anche verso l’espulsione fa si che si sia disponibili ad accettare ogni lavoro, indipendentemente dal beneficio che se ne trae. I tribunali sono intasati di cause relative a buste paga da cui risultavano 20 ore settimanali a fronte di oltre 50 lavorate effettivamente, si passa da un cantiere alla raccolta nei campi, in condizioni di lavoro grigio, come se nulla fosse, sempre nella speranza di potersi mantenere legalmente presenti. Questo a fronte del fatto che sono almeno 600 mila in Italia le persone prive di titolo di soggiorno, sì, quelli che chiamano squallidamente clandestini, costretti a condizioni di vita ancora peggiori. Molte sono donne che vivono e lavorano nelle case per la cura di anziani o figli, senza poter minimamente aspirare ad altro che a pochi soldi da poter, almeno in parte rimandare a casa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A chi straparla di “esercito industriale di riserva” che abbassa i salari degli “italiani”, magari ammantandosi anche dell’egida di difensore del proletariato, va fatto presente che, in assenza generalizzata di garanzie sul lavoro, la gerarchia che si è stabilita fra chi ha la cittadinanza e chi non ha neanche un pezzo di carta che permetta di usufruire dei servizi essenziali (medico, istruzione, ecc.) non è di conflittualità interna ma di vittoria del profitto su tutte e tutti. E a chi invoca la sicurezza per un barchino che giunge a Lampedusa, ma si volta dall’altra parte di fronte all’elenco infinito di chi perde la vita o subisce gravi infortuni, per accettare le condizioni imposte semplicemente per svolgere il proprio lavoro, viene da domandare: quale è la vera sicurezza? Quella che impedisce gli omicidi sul lavoro o quella strombazzata come falso allarme sociale?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una sinistra degna di questo nome dovrebbe porre queste domande alla pubblica opinione queste questioni e offrire una soluzione semplice, radicale e di buon senso. Permettere la regolarizzazione permanente a chi vive sul territorio nazionale, a chi lavora o è in cerca di trovarlo, a chi ha sviluppato legami sociali e affettivi col territorio, a chi vuole costruirsi un futuro. Essere regolari senza i vincoli imposti non dalle leggi dello Stato ma dal volere di un padrone – è questo l’unico termine adeguato – non solo rinsalderebbe i legami sociali ma, cosa su cui poco ci si sofferma, sarebbe un colpo all’economia sommersa, garantirebbe un maggior gettito fiscale, farebbe persino aumentare i consumi. Ma vanno fatte scelte non da “una tantum”, la regolarizzazione deve divenire permanente come l’aumento dei controlli delle aziende che, sfruttando il lavoro nero, evadono il fisco e lucrano sul bisogno di lavoro di migranti e autoctoni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una sinistra pacifista, per la giustizia sociale ed ambientale, può inserire anche questo punto nei propri irrinunciabili punti di forza? Ad avviso di chi scrive deve farlo e, al contempo, inserire, come richiesto dalla grande raccolta firme portata avanti dal sindacato conflittuale e da poche forze politiche, il reato di omicidio sul lavoro. Mai più la parola “morti bianche”. Si tratta di delitti che hanno un esecutore e un mandante. Il mandante si chiama profitto a qualsiasi costo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*da Transform Italia</span></p>
</div>
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