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	<title>Rifondazione Comunista &#187; libri</title>
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		<title>Gaza. Altro che tregua.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Sep 2024 22:03:44 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Laura Tussi*   Altro che tregua. A Gaza è stata imposta l’interruzione degli aiuti e non quella dei bombardamenti che stanno annientando i palestinesi. Israele è ancora il popolo dell’esilio di cui parlava Moni Ovadia nel suo libro?   &#8220;Si stanno rivelando per quello che sono, cioè una tragica farsa, le nuove trattative volute dagli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Laura Tussi*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Altro che tregua. A Gaza è stata imposta l’interruzione degli aiuti e non quella dei bombardamenti che stanno annientando i palestinesi. Israele è ancora il popolo dell’esilio di cui parlava Moni Ovadia nel suo libro?</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">&#8220;Si stanno rivelando per quello che sono, cioè una tragica farsa, le nuove trattative volute dagli USA in Qatar, con l’obiettivo del tutto teorico, purtroppo, di una sempre più improbabile restituzione degli ostaggi in cambio del cessate il fuoco, uno stop al genocidio in atto che, evidentemente, Israele non vuole proprio accettare. Ed ecco che ieri le operazioni di aiuti umanitari delle Nazioni Unite a Gaza sono state sospese in seguito al nuovo ordine di Israele di evacuare Deir Al-Balah nella zona centrale della Striscia, come ha comunicato un portavoce delle Nazioni Unite. “Non siamo in grado di lavorare oggi nelle condizioni in cui ci troviamo”, ha affermato il funzionario, parlando a condizione di anonimato. “Non ce ne andremo da Gaza perché la gente ha bisogno di noi lì”. “Stiamo cercando di bilanciare le esigenze della popolazione con l’esigenza di sicurezza e protezione del personale delle Nazioni Unite”, ha aggiunto.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas a ottobre, l’Onu ha dovuto a volte “ritardare o mettere in pausa” le sue operazioni, “ma mai fino al punto di annunciare concretamente che non può più fare nulla”, come invece sta succedendo ora, ha aggiunto il funzionario. Siamo cioè al punto più basso della crisi, nel quale si è persa da parte di Israele e di chi lo sostiene, ogni remora o riferimento alla coscienza civile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Eppure – come ci racconta la nostra Laura Tussi nella recensione al libro di Moni Ovadia Il popolo dell’esilio, pubblicato dagli Editori Riuniti – i valori dell’uguaglianza e dell’accoglienza erano alla base dell’idea stessa di Popolo Ebraico, la cui vocazione era quella di vivere nella pace&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Salvatore Izzo</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Rivista Tempi di Fraternità propone una recensione a &#8220;Il Popolo dell&#8217;Esilio&#8221;, opera di Moni Ovadia, grande interprete e musicista poliedrico e eclettico e attore istrionico e impegnato sui temi politici di stringente attualità. La recensione è inerente la questione mediorientale e il conflitto tra Israele e Palestina.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Rivista e la Redazione di Tempi di Fraternità sono impegnate sui temi del diritto internazionale alla pace, al dialogo, alla democrazia, alla luce dei processi di riconciliazione tra genti, popoli e minoranze, con le loro culture e tradizioni creative, al fine di esorcizzare, con gli strumenti della creatività e della bellezza di fantasie oniriche e musicali, e superare la strategia della tensione e del terrore di tutti i conflitti armati, delle dittature imperialiste e dei regimi sciovinisti, che impongono guerre e genocidi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Recensione di Moni Ovadia, <i>Il Popolo dell&#8217;Esilio</i>, Editori Riuniti. da Il faro di Roma</span></p>
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		<title>Tamas Krausz: Il socialismo di Lenin – Dal punto di vista del futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jan 2024 19:51:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo la traduzione di un articolo del marxista ungherese Tamas Krausz, autore di una monumentale biografia di Lenin Reconstructing Lenin: An Intellectual Biography che finalmente esce in italiano il 19 gennaio meritoriamente edita dalla casa editrice Donzelli.  “Se leggiamo Lenin dalla prospettiva del futuro, non sono le strade e le piazze a dover essere occupate, ma i [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">Pubblichiamo la traduzione di un articolo del marxista ungherese Tamas Krausz<em>, autore di una monumentale biografia di Lenin <a href="https://monthlyreview.org/product/reconstructing_lenin/">Reconstructing Lenin: An Intellectual Biography</a> che finalmente esce in italiano il 19 gennaio meritoriamente edita dalla <a href="https://www.donzelli.it/libro/9788855225212" target="_blank">casa editrice Donzelli</a>. </em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;">“Se leggiamo Lenin dalla prospettiva del futuro, non sono le strade e le piazze</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;">a dover essere occupate, ma i luoghi di lavoro”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>introduzione</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">C’è una grande varietà di teorie e discussioni sulle opinioni di VI Lenin sul socialismo e sulla sua <em>praxis</em> rivoluzionaria, che spesso porta al caos e alle confusioni teoriche e intellettuali. Il presente lavoro cerca di chiarire alcune questioni controverse.1</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La teoria del socialismo di Lenin deriva direttamente dalle opinioni di Marx ed Engels, e si manifesta nella sua famosa opera, <em>Stato e rivoluzione</em>.2 La teoria del socialismo di Marx ed Engels era così importante per Lenin che non vi rinunciò mai, nemmeno nel periodo del comunismo di guerra, quando per un breve periodo pensò che le misure del comunismo di guerra potessero accelerare il passaggio al socialismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">È ovvio che i rivoluzionari, compreso Lenin, dovettero cambiare idea dopo la vittoria della rivoluzione, quando si trovarono di fronte una mutata e imprevista situazione politico-storica: dopo una sanguinosa guerra civile e l’intervento militare occidentale, l’Unione Sovietica era sola e doveva navigare in circostanze “oggettive” molto sfavorevoli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Il problema storico chiave del socialismo nella Russia sovietica</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Lenin delineò l’intero problema del socialismo attraverso lo sviluppo storico dei rapporti di proprietà e di produzione, secondo il quale la nuova “società comunitaria” (communal nel testo inglese) socialista nasce in Russia e nella semiperiferia (Krausz 2020). Basandosi sulla tradizione teorica di Marx, l’interpretazione del socialismo di Lenin delineava una forma più elevata di proprietà comune, il controllo diretto nel luogo di lavoro attraverso i soviet dei lavoratori, il cui primo antenato storico era stata la Comune di Parigi osservata da vicino da Marx.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quando seguendo Marx, Lenin propose il suo concetto delle “tre fasi” nel suo <em>Stato e Rivoluzione</em> – in cui il socialismo, come “fase inferiore” del comunismo, è preceduto da un “periodo di transizione” – non poteva sapere che in Russia la rivoluzione avrebbe finito con l’essere isolata. Di conseguenza, il <em>socialismo teorico</em> come questione pratica dovette essere rimandato e tolto dall’agenda e la storia si spostò verso la possibilità del socialismo nella sua peculiare <em>forma russa</em>, qualcosa che avrebbe voluto evitare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Così, le considerazioni teoriche e le possibilità pratiche entrarono inevitabilmente in conflitto già il secondo giorno della Rivoluzione d’Ottobre. In una visione a lungo termine della storia, tutti i grandi conflitti e tutte le contraddizioni sono stati radicati in questo fatto in un modo o nell’altro. Lenin era consapevole del fatto che “l’arretratezza russa” (il suo sviluppo semiperiferico) facilitava la causa della rivoluzione, ma ostacolava la realizzazione del socialismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che lo sviluppo sovietico debba essere suddiviso in periodi diversi sulla base di criteri economico-politici. I tre periodi successivi alla Rivoluzione d’Ottobre furono i seguenti: “economia di mercato” che caratterizzò il periodo fino alla primavera-estate 1918, il comunismo di guerra del 1918-1920 e il “capitalismo di stato” della Nuova Politica Economica (NEP) dal marzo 1921 in avanti. Questi periodi hanno plasmato il pensiero di Lenin. A questo punto è necessaria una breve digressione sulla storia della storia socialista.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Le origini concettuali del socialismo</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nella prima metà del 1890, Lenin, contraddicendo Mikhailovsky nel suo <em>Che cosa sono gli “Amici del Popolo”</em>, respinse tutte le visioni sognanti del socialismo. Chiarì che l’opera di Marx non ha mai dipinto prospettive dettagliate per il futuro: si limitava ad analizzare l’attuale regime borghese, a studiare le tendenze dinamiche di sviluppo dell’organizzazione sociale capitalista.3</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Vladimir Ilyich Ulyanov, un giovane di Simbirsk, aveva 24 anni quando arrivò alla chiara esposizione-interpretazione di un’alternativa al capitalismo; e fu un risultato molto importante soprattutto se si considera che fino ad ora non abbiamo ancora un’altra alternativa teoricamente coerente al capitalismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Soprattutto e molto presto Lenin delineò l’intero problema del socialismo attraverso lo sviluppo storico della proprietà. Nella sua analisi la nuova società comunitaria appare nella storia moderna dopo la dissoluzione delle comunità antiche. Era una forma superiore di proprietà comunitaria, la manifestazione di una nuova “proprietà individuale”:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“L’abolizione della ‘proprietà individuale’, che dal Cinquecento si attua nel modo sopra indicato, è la prima negazione. Ne seguirà una seconda, che ha il carattere di negazione della negazione, e quindi di restaurazione della «proprietà individuale», ma in forma superiore, fondata sulla proprietà comune della terra e degli strumenti di lavoro. Herr Marx chiama questa nuova ‘proprietà individuale’ anche ‘proprietà sociale’, e in essa appare l’unità superiore hegeliana, in cui la contraddizione dovrebbe essere sublata (aufgehoben – il termine hegeliano specifico)” (LCW, Vol. 1, 169).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Pertanto, il socialismo come possibilità filosofica e storica ha il suo principio con l’inizio della moderna società capitalista sotto forma di accumulazione primitiva di capitale. Lenin citava a lungo Marx sulla rinascita della proprietà individuale, che ora significava la proprietà condivisa degli strumenti di produzione (vedi anche Krausz 2015, 313). Cioè, “la forza-lavoro di tutti i diversi individui è applicata consapevolmente come forza-lavoro combinata della comunità” su base socialista, come una “comunità di individui liberi”:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“Il capitale diventa un vincolo al modo di produzione, che è sorto e si è nutrito insieme e sotto di esso. La concentrazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono finalmente un punto in cui diventano incompatibili con il loro involucro capitalista. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica” (LCW, Vol. 1, 169 e 171–172).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel primo volume del <em>Capitale</em> Marx prosegue così:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso.” (Marx, 1887 C1, cap. 32).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Così Lenin interpretò gli sviluppi del capitalismo moderno su questa base teorica:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“Il sistema taylorista – senza che i suoi iniziatori lo sappiano o lo desiderino – sta preparando il momento in cui il proletariato si occuperà di tutta la produzione sociale e nominerà i propri comitati operai allo scopo di distribuire e razionalizzare adeguatamente tutto il lavoro sociale. Produzione su larga scala, macchinari, ferrovie, telefonia: tutto offre migliaia di opportunità per ridurre di tre quarti l’orario di lavoro dei lavoratori organizzati e renderli quattro volte migliori di quanto non lo siano oggi. E questi comitati operai, assistiti dai sindacati dei lavoratori, potranno applicare questi principi della distribuzione razionale del lavoro sociale quando quest’ultimo sarà liberato dalla sua schiavitù del capitale” (LCW, Vol. 20, 154).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Sulla base delle esperienze dal colonialismo alla prima guerra mondiale, Lenin sapeva già che non esiste un qualche confine o limite nel processo di riproduzione capitalista e, in generale, nel processo di accumulazione senza fine del capitale, che avrebbe portato automaticamente al crollo del capitalismo. La Rivoluzione d’Ottobre del 1917 non avrebbe avuto alcun significato se i lavoratori e i contadini non si fossero impossessati della proprietà dei luoghi di lavoro e dei mezzi di produzione, compresa la terra, attraverso i loro Soviet.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Periodo di transizione: dall’economia di mercato al comunismo di guerra</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Al centro del pensiero di Lenin dopo l’ottobre 1917 c’era la questione di come preservare il potere duramente conquistato dai soviet. In pratica questo non fu mai separato dal potere del suo partito, che lui vedeva come la condizione politica da cui dipendeva il mantenimento del potere sovietico. Da questo punto di vista esaminò la possibilità pratica dei fini proletari socialisti-comunitari. La contraddizione, che metteva a dura prova le tortuose battaglie quotidiane per la sopravvivenza e il mantenimento degli obiettivi, poneva sempre più in primo piano i discreti problemi del cosiddetto periodo di transizione. Tale era la massa di problemi che dovette affrontare al primo congresso dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Lì, richiamò l’attenzione sulla particolarità della loro rivoluzione: la situazione era stata travisata per far credere che alcuni volessero “introdurre” il socialismo in Russia per decreto, senza considerare il livello tecnico esistente, il gran numero di piccole imprese, o le abitudini e i desideri della maggioranza della popolazione, e, con in aggiunta – elemento che Lenin più volte sottolineò – il fatto che l’80% della popolazione era analfabeta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel suo opuscolo, <em>I compiti immediati del potere sovietico</em>, pubblicato come inserto della Pravda il 28 aprile 1918, Lenin sollevò ancora una volta le stesse questioni e gradualmente prese posizione alla luce della nuova situazione (LCW, Vol. 27). Il motivo per cui attribuiva tanta importanza alle difficoltà causate dalla situazione “caotica” era che “il partito militare, tentato dalla momentanea debolezza della Russia… può prendere il sopravvento in qualsiasi momento” in Occidente (LCW, Vol. 27, 237). Intendeva stabilire una concreta alternativa economica alla produzione dominata dal mercato in una “società capitalista costruita in modo anarchico” e nel sistema del “mercato nazionale e internazionale in crescita ed espansione spontanea”, ma che non avesse ancora oltrepassato i limiti dell’attuale “economia di mercato mista<em>”</em> (LCW, Vol. 27, 238). In verità, aveva già sostenuto “la contabilità e il controllo più rigorosi e universali della produzione e distribuzione dei beni”. Poiché parlò di “costruire un sistema estremamente intricato e delicato di nuove relazioni organizzative”, la cui realizzazione non era solo una questione tecnica, è naturale che non abbia previsto una completa e immediata cessazione di tutti i rapporti di mercato in quanto “ci vuole tempo” per “convincere la gente” e “approfondire la coscienza”. Lenin concluse che il capitalismo come settore avrebbe dovuto rimanere in piedi. Disse che “se decidessimo di continuare ad espropriare capitali alla stessa velocità con cui abbiamo fatto finora, certamente subiremmo una sconfitta”, e altrove che “l’espropriazione degli espropriatori” è più facile che introdurre un nuovo sistema. Credeva che gli attacchi della Guardia Rossa al capitale fossero giunti al termine e che fosse iniziato il periodo di “utilizzo di specialisti borghesi da parte del potere statale proletario” (LCW, Vol. 27, 246, 248). Si allontanò anche da ogni premessa teorica e dichiarò inequivocabilmente che questi specialisti devono essere impegnati al servizio del nuovo regime con “alta remunerazione”. Lenin descrisse questa “conquista delle ‘stelle’ dell’intellighenzia” come un “passo indietro” e una “ritirata parziale” rispetto all’uguaglianza socialista (LCW, Vol. 27, 248–250). Allo stesso tempo – e con grande preveggenza – parlò di una certa e inevitabile corruzione di questo sistema, dell’indebolimento della sua fibra morale come una sorta di concomitanza naturale dell&#8217;”economia di mercato”. “L’influenza corruttrice degli alti salari – sia sulle autorità sovietiche (soprattutto perché la rivoluzione è avvenuta così rapidamente che era impossibile impedire a un certo numero di avventurieri e ladri di entrare in posizioni di autorità …) sia sulla massa dei lavoratori – è indiscutibile”. Eppure non trovò mai una soluzione convincente a questa contraddizione, pensando sempre in termini di coscienza “socialista” e “proletaria” e della sua persuasione, perché non erano stati in grado di stabilire “un controllo e una contabilità globali” ed erano “rimasti indietro con la riforme socialiste”. “Il controllo operaio è stato istituito da noi per legge, ma con difficoltà comincia a penetrare nella vita e persino nella coscienza delle grandi masse del proletariato” (LCW, Vol. 27, 254).4 In sostanza, l’allargamento della regolamentazione statale alla produzione capitalistica e allo scambio di beni (anche alle cooperative) può diventare una questione fondamentale sulle condizioni finanziarie e di mercato nella “transizione che porta al socialismo”. In <em>La Catastrofe Immediata</em>, tracciò una chiara linea di demarcazione tra il controllo statale della borghesia e l’espropriazione della proprietà privata che si applicava alla borghesia, argomentando anche contro l’espropriazione in questo caso specifico:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“Se la nazionalizzazione delle banche viene così spesso confusa con la confisca della proprietà privata, è la stampa borghese che ha interesse a ingannare il pubblico. … Chiunque possedesse quindici rubli su un conto di risparmio continuerebbe ad essere proprietario di quindici rubli dopo la nazionalizzazione delle banche; e chiunque avesse quindici milioni di rubli continuerebbe dopo la nazionalizzazione delle banche ad avere quindici milioni di rubli sotto forma di azioni, obbligazioni, cambiali, certificati commerciali e così via” (LCW, Vol. 25, 330).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Lo scopo della nazionalizzazione era di supervisionare i processi finanziari ed economici, l’effettiva riscossione delle imposte sul reddito delle persone fisiche, ecc. Lenin contrapponeva la regolamentazione borghese reazionaria alla regolamentazione democratica rivoluzionaria, con il controllo dal basso, con i cui limiti si trovò presto faccia a faccia. Aveva già stabilito che la costruzione della più moderna industria pesante avrebbe richiesto un progresso tecnico-tecnologico all’avanguardia, per applicare “quel tanto che vi è di scientifico e progressivo nel sistema Taylor; rendere il salario proporzionale ai risultati complessivi della produzione o del lavoro svolto dai trasporti ferroviari, marittimi, fluviali, ecc.”. Lenin pensava che la fattibilità del socialismo dipendesse dai successi che si potevano conseguire nel “combinare il potere sovietico e l’organizzazione amministrativa sovietica con i più avanzati progressi del capitalismo.” (LCW, Vol. 27, 259). Oltre alla cooperazione e alla concorrenza dei settori economici e dei modi di produzione, Lenin parlò anche di “competizione tra le comuni” e ne indicò le forze motrici morali più chiaramente delle sue basi materiali ed economiche. In contrasto con i “permessi” accordati alle condizioni di mercato e finanziarie e alle “cooperative borghesi”, “lo Stato socialista può sorgere soltanto come una rete di comuni di produzione e di consumo, che calcolano coscienziosamente la loro produzione e i loro consumi, economizzano il lavoro, ne elevano costantemente la produttività, riuscendo così a ridurre la giornata lavorativa a sette, a sei ore e anche a meno.” (LCW, Vol. 27, 259).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Lenin aveva preso nota di questo e nella primavera del 1918 la carestia devastò le città. In effetti, nel maggio 1918 fu delineata la svolta politica che portò da un’economia di mercato mista supervisionata dallo stato a una dittatura di sussistenza statale che scivolò spontaneamente verso il comunismo di guerra. Quest’ultimo, all’inizio, fu determinato e giustificato dalla controrivoluzione armata interna e dagli attacchi militari interventisti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>La NEP contro il comunismo di guerra: lo stato contro il capitalismo per la sopravvivenza del socialismo come alternativa</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Non è stato spiegato che la questione non si basa semplicemente sul potere statale, poiché nel comunismo di guerra lo stato come forza militare dell’autorità, come “deterrente per i nemici di classe attraverso il potere dittatoriale”, agì come la molla principale dell’economia. Questo non aveva radici in nessuna forma di tradizione teorica marxista del tempo di Marx e contraddiceva persino l’idea di socialismo del suo periodo. Lenin non era così ingenuo da identificare il comunismo di guerra con il “socialismo completo”, poiché continuava a credere che “finché rimangono operai e contadini, il socialismo non è stato raggiunto” (LCW, Vol. 30, 506). Il vero errore teorico di Lenin nel 1919-1920 fu quello di sopravvalutare le possibilità di socializzazione, di supervisione sociale nel quadro della nazionalizzazione, e di sottovalutare il radicamento del mercato e del denaro in un ruolo regolatore, un fatto che in seguito riconobbe. L’“atmosfera” dell’epoca, l’atteggiamento romantico verso la guerra civile, si esprimeva anche nell’egualitarismo obbligato del comunismo di guerra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’obiettivo del comunismo di guerra era il consolidamento della nuova gerarchia del potere militare in condizioni di guerra civile, anche se contemporaneamente esacerbò la situazione economica. Nel frattempo, Lenin riteneva che il socialismo, in quanto sistema giunto a compimento, sarebbe stato composto solo da associazioni volontarie di comunità economicamente produttive organizzate dal basso. Era pur sempre uno Stato, però, perché «per un certo tempo resta non solo il diritto borghese, ma anche lo Stato borghese, senza la borghesia» per difendere «l’uguaglianza del lavoro» e la proprietà pubblica (LCW, Vol. 25, 471). Lenin distinse tra proprietà statale e sociale-comunitaria fin dall’inizio; prima dell’introduzione del comunismo di guerra, credeva che le classi produttive stesse avrebbero dovuto creare le condizioni socialiste.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Proprio come il comunismo di guerra non era l’applicazione di una teoria, nemmeno la NEP ne era l’esperimento o l’esercizio. Il governo sovietico attuò sia il comunismo di guerra che la NEP sotto la pressione di circostanze, necessità e bisogni concreti, senza prevederne gli effetti interni o internazionali. In entrambi i casi le loro ideologie – la giustificazione teorica dei “sistemi” – furono sviluppate parallelamente alla loro introduzione o come seguito (sebbene il comunismo di guerra incorporasse una serie di elementi della politica economica di guerra tedesca e la NEP includesse elementi dell&#8217;”economia di mercato” dell’inverno e della primavera del 1918). La NEP significava sostituire la produzione militarizzata – compreso il sistema delle razioni, la rigida distribuzione statale e la requisizione obbligatoria del grano – con condizioni monetarie e di mercato, ripristino del libero scambio e introduzione di imposte in natura. Spesso si dimentica che, allo stesso tempo, il parziale ripristino delle condizioni capitaliste comportò una generale trasformazione sociale, una ristrutturazione delle classi e dei gruppi sociali e un cambiamento nei loro rapporti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Anche l’introduzione dell’economia di mercato e della “democrazia operaia” si rivelarono una contraddizione che non poteva essere superata. Segmenti significativi delle masse lavoratrici si stancavano dei sacrifici che erano chiamati a fare e chiedevano un “allentamento dei bulloni”, ma pochissimi erano in possesso delle competenze richieste per la democrazia diretta. Lenin in seguito espresse la necessità della NEP, riassumendola in modo chiaro e autocritico all’XI° Congresso del Partito nella primavera del 1922: “Dobbiamo organizzare le cose in modo tale da rendere possibile il consueto funzionamento dell’economia capitalista e dello scambio capitalista, perché questo è essenziale per il popolo” (vedi discorso di Lenin all’11° Congresso del marzo 1922, LCW, Vol. 33, 279).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Socialismo di Stato contro capitalismo di Stato</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Con l’ascesa della NEP, la questione del socialismo nel pensiero di Lenin si ampliò di nuovi elementi e ipotesi.  Chiarì che non era disposto a diventare soggetto alla propaganda del suo stesso partito e distinse concettualmente tra il periodo della NEP e il socialismo. La NEP fu definita come una “fase transitoria” non premeditata all’interno del periodo di transizione. Lenin prese consapevolmente precauzioni per non commettere lo stesso errore, commesso durante il comunismo di guerra, di tentare di dare legittimità alle condizioni dell’“economia di guerra” nella teoria socialista. Lenin aveva effettivamente reso il capitalismo di stato centrale come parte della transizione dopo la primavera del 1918, ma in modo strutturato. Il concetto aveva un significato politico immediato. Lo stato sovietico riservava un trattamento preferenziale al capitale organizzato su larga scala e alla proprietà statale orientata al mercato piuttosto che alla proprietà privata anarchica, l’economia incontrollabilmente caotica della piccola borghesia (25 milioni di piccole proprietà al posto di una sola grande!). I motivi erano che “un capitalismo controllato dallo stato” era l’unica soluzione per una “ritirata ordinata” e solo il capitalismo di stato poteva sostituire il centralismo burocratico comunista di guerra, che aveva anche generato il caos. Naturalmente Lenin la definì una “ritirata” rispetto al socialismo teorico; in concreto, parlò di un passo avanti rispetto alla pratica della politica economica sotto il comunismo di guerra. Così come aveva descritto lo Stato del periodo di transizione come uno “Stato borghese” senza borghesia, parlava di un capitalismo di Stato senza che una borghesia nascesse come conseguenza della NEP, fintanto che (e insieme ad altri sviluppi) “le imprese statali saranno in larga misura poste su una base commerciale e capitalista” (LCW, Vol. 42, 376).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Per Lenin, Kronstadt e le rivolte contadine (in particolare, l’Antonovshchina) mostravano che il comunismo di guerra era morto. Fu così che la “pura forma di capitalismo di stato”, di cui il governo sovietico aveva bisogno per funzionare, finì per essere considerata l’opposto del comunismo di guerra. Lenin indicò lo scopo della NEP in uno dei suoi ultimi scritti, <em>Sulla cooperazione</em>: “Ora, l’obiettivo pratico della nostra nuova politica economica consiste nell’ottenere delle concessioni; queste sarebbero già indubbiamente nelle nostre condizioni un puro tipo di capitalismo di Stato.” (LCW, Vol. 33, 472). Per Lenin, come lui stesso sottolineò, “gli obiettivi pratici erano sempre di primaria importanza”, e quindi poteva solo sperimentare una teoria che rafforzasse anche l’obiettivo pratico. Ora, ciò che per lui era essenziale era proprio che in Russia fosse sorto un tipo speciale di capitalismo, sconosciuto alla storia: “per me l’importante era di stabilire il legame, senza soluzione di continuità, del capitalismo di Stato abituale e il capitalismo di Stato insolito, addirittura del tutto insolito, del quale parlai presentando al lettore la Nuova Politica Economica” (LCW, Vol. 33, 472).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il concetto di capitalismo di Stato è qui utilizzato in due sensi: da un lato come settore di un’economia di mercato mista. Dall’altro è un termine della teoria della formazione che denota il metodo economico e la disposizione per il periodo di transizione e visto come una fase di esso. È un tipo di “capitalismo di Stato”, tra virgolette, che non si trova in “nessun libro di testo”, “né negli scritti di Marx ed Engels”: “Sulla questione del capitalismo di Stato… la nostra stampa e il nostro Partito commettono l’errore di cadere nell’intellettualismo, nel liberalismo; filosofiamo su come interpretare il capitalismo di Stato e guardiamo ai vecchi libri. Ma… non è stato scritto un solo libro sul capitalismo di Stato sotto il comunismo” (Discorso all’Undicesimo Congresso del RCP(B.), LCW, Vol. 33, 277–278; Krausz 2007).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Già nel 1918 Lenin suggerì di usare il termine “capitalismo di Stato” per i rapporti del periodo di transizione. “Il capitalismo di Stato sarebbe per noi, e per la Russia, una forma più favorevole di quella esistente. … Non abbiamo sopravvalutato né i rudimenti né i principi dell’economia socialista, sebbene avessimo già compiuto la rivoluzione sociale. Al contrario, già a quel tempo, nel 1918, ci rendevamo conto in una certa misura che sarebbe stato meglio arrivare prima al capitalismo di Stato e solo dopo al socialismo» (LCW, Vol. 33, 420). Non è casuale che abbia provocato un grande sconvolgimento tra i marxisti, quando – sulla scia di Tony Cliff – il termine di capitalismo di Stato è stato trasferito alla descrizione del <em>socialismo di Stato</em>, affermatosi dopo la svolta staliniana.5</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>La teoria del socialismo e le sue possibilità pratiche</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il discorso di Lenin all’11° Congresso del Partito sottolineava in particolare che durante il periodo della NEP la Russia si sarebbe sviluppata nel quadro di un’economia mista multisettoriale, in cui le varie forme di economia competono e mobilitano diverse forze sociali: “Quando ho parlato di competizione comunista, quello che avevo in mente non erano le simpatie comuniste, ma lo sviluppo delle forme economiche e dei sistemi sociali” (LCW, Vol. 33, 287). Queste varie forme – piccoli proprietari, capitalista di stato, socialista di stato e settori cooperativi autonomi – formavano un sistema di economia di mercato, il che significava che la realizzazione diretta del socialismo come sistema veniva tolta dall’agenda politica pratica. In altre parole, l’obiettivo era la sopravvivenza del socialismo come settore. La teoria del socialismo di Lenin è compatibile con questa struttura coerente, in cui ogni settore socio-economico era composto da ulteriori sottosettori e forme organizzative di produzione e consumo. Questo sistema multisettoriale si è arrestato con la svolta promossa da Stalin, che ha spazzato via i settori sia del capitalismo di mercato che delle forme di produzione comunitaria diretta. Il socialismo di stato è nato nel 1929-1933 come un sistema derivato da circostanze storiche ben note. Poi la gente iniziò a chiamarlo socialismo come lo dichiarava la Costituzione del 1936.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel corso degli anni ’20 la caratteristica peculiare della proprietà e della produzione comune diretta si concretizzò o sotto forma di associazioni di volontariato o attraverso la mediazione statale, anche se solo in una piccola frazione di unità o campi agricoli e industriali. Lenin concentrò gran parte della sua attenzione alla fine della sua vita sull&#8217;”autogoverno” e sul “socialismo cooperativo” – le possibilità storiche di un sistema economico costruito sulla democrazia diretta – che chiamò “isole di socialismo”. Il significato degli esperimenti con le cooperative era di immensa importanza per Lenin, perché «questo potere politico possiede tutti i mezzi di produzione, l’unico compito, infatti, che ci resta è organizzare la popolazione in società cooperative. … Il socialismo … raggiungerà automaticamente il suo scopo” (Sulla Cooperazione, LCW, Vol. 33, 467–475).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Questo anche se sapeva che pensatori e politici che erano stati nutriti dal mercato e dallo stato disprezzavano le cooperative, anche “dal punto di vista del passaggio al nuovo sistema attraverso i mezzi più semplici, facili e accettabili per il contadino. ” Sapeva che l’incorporazione dell’intera popolazione in cooperative volontarie di produzione e consumo avrebbe richiesto un periodo storico più lungo per realizzarsi – proprio per l’assenza dei presupposti culturali e di civilizzazione – e tuttavia insisteva nel porre questo problema.6 L’esatto rapporto tra cooperative e socialismo che Lenin aveva in mente diventa chiaro alla luce di tutto il suo approccio, del sistema completo e coerente dei suoi pensieri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Le cooperative, come scrisse, sono dei prodotti del capitalismo; sono “istituzioni capitalistiche collettive” in cui si intravede il futuro del socialismo. I produttori hanno l’opportunità di plasmare le cooperative a propria immagine nel corso di una riforma rivoluzionaria del potere statale, in modo simile a come nella NEP, “quando uniamo imprese capitaliste private … con imprese di tipo coerentemente socialista … si pone la questione un terzo tipo di impresa, le cooperative, che formalmente non erano considerate come un tipo autonomo e sostanzialmente diverso dalle altre”. Parlò della possibilità di coesistenza di imprese statali socialiste e cooperative socialiste, anche se presto sarebbe avvenuta una differenziazione tra le due forme di cooperativa, statale e autogovernata (LCW, Vol. 33, 472–473). Entro la metà degli anni ’20, quasi 10 milioni di persone erano state raggruppate in cooperative di consumatori organizzate dallo stato e sovvenzionate dallo stato. Lenin indicò esplicitamente che occorreva passare dall’interpretazione del socialismo precedentemente raggiunta (comunista di guerra, potere statale e politicizzato) alla posizione di “socialismo cooperativo”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“Ora abbiamo il diritto di dire che per noi la mera crescita della cooperazione … è identica alla crescita del socialismo, e allo stesso tempo dobbiamo ammettere che c’è stato un cambiamento radicale in tutta la nostra visione del socialismo. La modifica radicale è questa; prima ponevamo, e dovevamo porre, l’enfasi principale sulla lotta politica, sulla rivoluzione, sulla conquista del potere politico, ecc. Ora l’enfasi sta cambiando e si sposta sul lavoro pacifico, organizzativo e “culturale”. Devo dire che l’enfasi si starebbe spostando sul lavoro educativo, se non fosse per le nostre relazioni internazionali, se non fosse per il fatto che dobbiamo lottare per la nostra posizione su scala mondiale” (LCW, Vol. 33, 474).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Un rifornimento diretto dei bisogni aveva il vantaggio di presentare bisogni interni e “potenziali output” che potevano essere calcolati in anticipo, senza impiegare un ufficio per svolgere tale lavoro. La più completa teoria moderna del socialismo è stata pubblicata da István Mészáros (2018), dal titolo <em>Beyond Capital</em>, che lega il suo lavoro sul capitale ai fondamenti teorici di Marx e Lenin e collega il suo concetto di socialismo non ai concetti di produzione di mercato, ma entrambi cercano e definiscono questi concetti al di là del mercato e dello stato – “oltre il capitale”, in breve. Dopo la morte di Stalin, “dogmatici” e “revisionisti” in ogni partito comunista fecero un compromesso per mantenere il potere. Successivamente, al momento del cambio di regime, gli ex “revisionisti”, ora liberali, rappresentarono e formarono la principale corrente ideologica della restaurazione capitalista di mercato.7</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La teoria del socialismo di Lenin e la direzione principale della sua attività politica miravano al graduale distacco dal “sistema del capitale”. Nel socialismo di stato dell’Europa orientale, invece della rinascita del socialismo cooperativo e autogestito, è stato il potere del capitale a tornare con le sue caratteristiche semi-periferiche. L’opera di Lenin, che rappresenta ed elabora specifiche esperienze storiche, rimane attuale finché non realizzeremo il socialismo, poiché negli ultimi secoli non c’è stata nessuna altra alternativa rilevante al capitalismo. Rimane “solo” una domanda: come valutiamo i tentativi attuali, che tipo di socialismo sarebbe fattibile in sostituzione del capitalismo e come realizzarlo? C’è “solo” una domanda che rimane: come valutare i tentativi in corso, quale tipo di socialismo sarebbe in grado di sostituire il capitalismo e come realizzarlo? Se promuovere la seconda edizione o l’aggiornamento del del socialismo di Stato – o se prendere la direzione del socialismo autogestionario, della cultura dei consigli operai, delle forme di cooperative che portano all’autodifesa e all’auto-organizzazione del popolo lavoratore. Per è chiarissimo che Lenin avrebbe certamente insistito su quest’ultima variante.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>NOTE</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">1 Ho utilizzato i seguenti lavori per scrivere questo articolo: Krausz 1996a; 2005; 2007; 2015. In questo breve articolo non posso riflettere sull’enorme ed eccellente letteratura su Lenin, posso solo fare riferimento ad alcuni di loro, ad esempio Lars Lih, Paul LeBlanc, H. Tickin, V. Loginov e Alternativi, il mensile di Mosca, e molte altre fonti marxiste da tutto il mondo. A causa di vincoli di lunghezza non discuto qui i dibattiti tra i leader sovietici e altre correnti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">2 Sull’importanza di questo piccolo libro, vedi Krausz 2017.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">3 L’opera più importante di Marx che traccia i contorni del socialismo, è la <em>Critica al programma di Gotha</em> (Marx 1875/1972).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">4 Vale la pena notare che la nozione di “coscienza” non implica solo il contenuto morale, ma anche la conoscenza stessa e la comprensione degli interessi a lungo termine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">5 C’è una critica sistematica dell’interpretazione statale-capitalista del socialismo anche in Ungheria. Vedi Krausz-Szigeti 2007.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">6 «Le cooperative devono avere prestiti statali maggiori, anche se di poco, dei prestiti che concediamo alle imprese private». (L’ordine cooperativo come socialismo.) “Ma ci vorrà un’intera epoca storica per coinvolgere l’intera popolazione nel lavoro delle cooperative attraverso la NEP”. Sulla cooperazione, LCW, vol. 33, 469–70.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">7 Vedi su questa mia recensione di Kornai: Krausz 1996b.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Pubblicazione originale: Krausz, Tamás 2021: <em>Lenin’s Socialism – From the Perspective of the Future. Alcune considerazioni</em>. In: A. Melegh (a cura di), <a href="https://www.karlpolanyicenter.org/post/in-need-of-alternatives-problems-and-issues-of-non-capitalist-mixed-economies"><em>In Need of Alternatives. Problems and Issues of Non-capitalist Mixed Economies,</em></a><em> </em>Budapest: Eszmélet Foundation, pp. 11–24.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás 1996a: A szovjet thermidor [The soviet thermidor]. Budapest: Napvilág Kiadó.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás 1996b: An ahistorical political economics. Reviewed work: Socialist Systems by János Kornai. Social Scientist 24, 1–3 ( January – March 1996), 111–127.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás 2005: ‘Stalin’s Socialism’ – today’s debates on socialism: theory, history, politics. Contemporary Politics 11/4 (2005), 235–238.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás 2007: A szocializmusvita jelenlegi állásáról [On the current position of the debate on socialism]. In: Krausz, Tamás – Szigeti, Péter (eds), Államszocializmus: Értelmezések – viták – tanulságok [State socialism: Interpretations – debates – lessons]. Budapest: L’Harmattan – Eszmélet Foundation, 122–144.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás 2015: Reconstructing Lenin: An Intellectual Biography. New York: Montly Review Press.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás 2017: Lenin e la rivoluzione d’Ottobre. Introduzione. In: <a href="https://www.donzelli.it/libro/9788868436513"><em>Stato e rivoluzione. Edizione del centenario</em> </a>con un saggio introduttivo di Tamás Krausz su Lenin e la rivoluzione d’Ottobre. Traduzione di Lila Grieco. Roma: Piccola Biblioteca Donzelli, 7–64.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás 2020: Lenin on global history and the global historiography on Lenin. RussianStudiesHu 2020. <a href="https://doi.org/10.38210/RUSTUDH.2020.2.1">https://doi.org/10.38210/RUSTUDH.2020.2.1</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Krausz, Tamás – Szigeti, Péter (eds) 2007: Államszocializmus: Értelmezések – viták – tanulságok [State socialism: Interpretations – debates – lessons]. Budapest: L’Harmattan – Eszmélet Foundation.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">LCW = Lenin, V. I. 1960–1970: Collected Works. Moscow: Progress Publishers, Vols 1–45.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Marx, Karl 1875/1972: Critique of the Gotha Programme. Beijing: Foreign Languages Press.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Marx, Karl 1887: Capital. First English edition of 1887. 4th German edition changes included as indicated; with some modernisation of spelling. Moscow: Progress Publishers.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Mészáros, István 2018: Beyond Capital. Toward a Theory of Transition. New York: Monthly Review Press.</span></p>
<p style="text-align: justify;">fonte: <a href="https://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=7219#more-7219" target="_blank">blog di Maurizio Acerbo </a></p>
<p> <img alt="" src="https://www.donzelli.it/spool/i__id6583_mw600__1x.jpg" width="600" height="850" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Indagine su Picelli. Fatti, documenti, testimonianze</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 11:30:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Segnaliamo l&#8217;uscita del libro su Guido Picelli scritto dal nostro compagno Franco Ferrari. Picelli, l&#8217;eroe dell&#8217;Oltretorrente, è una figura leggendaria dell&#8217;antifascismo e del socialismo/comunismo italiano. Pubblichiamo un estratto dall&#8217;introduzione al libro che potete acquistare on line:  Attorno agli ultimi anni della biografia di Guido Picelli, indiscusso protagonista delle 5 giornate di Parma dell’agosto del 1922, si sono [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Segnaliamo l&#8217;uscita del libro su Guido Picelli scritto dal nostro compagno Franco Ferrari. Picelli, l&#8217;eroe dell&#8217;Oltretorrente, è una figura leggendaria dell&#8217;antifascismo e del socialismo/comunismo italiano. </span><span style="font-size: medium;">Pubblichiamo un estratto dall&#8217;introduzione al libro che <a title="vai sul sito" href="https://www.ibs.it/indagine-su-picelli-libro-franco-ferrari/e/9791221472653" target="_blank">potete acquistare on line:</a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Attorno agli ultimi anni della biografia di Guido Picelli, indiscusso protagonista delle 5 giornate di Parma </span><span style="font-size: medium;">dell’agosto del 1922, si sono accumulate nel tempo una serie di leggende, dalle quali non è facile estrarre </span><span style="font-size: medium;">gli elementi di verità mescolati a quelli della polemica e della propaganda politica.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Finora i principali riferimenti erano la biografia di Fiorenzo Sicuri, punto di partenza fondamentale per ogni </span><span style="font-size: medium;">studio serio sull’argomento; il precedente volume del 1987, curato dallo stesso, contenente una stimolante </span><span style="font-size: medium;">sintesi di Dianella Gagliani, oltre a diverse testimonianze e riproduzione di documenti e materiale </span><span style="font-size: medium;">fotografico dell’epoca; il saggio di Elena Dundovich sulla permanenza di Picelli a Mosca, basato sui </span><span style="font-size: medium;">documenti reperiti nell’archivio del Comintern finalmente disponibili e infine la raccolta degli scritti di Picelli </span><span style="font-size: medium;">curata da William Gambetta. Altri contributi si potevano rintracciare nello studio di Marco Puppini sul </span><span style="font-size: medium;">Battaglione Garibaldi e di Marco Severo sugli esuli parmigiani attivi in Spagna durante la guerra civile. Il </span><span style="font-size: medium;">precedente testo di Mario De Micheli, per certi versi pionieristico, soffriva inevitabilmente di una certa </span><span style="font-size: medium;">dimensione agiografica e di una inadeguata segnalazione delle fonti utilizzate.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Si tratta di lavori che non vengono certamente superati dalla presente ricerca che si propone semmai di </span><span style="font-size: medium;">integrali, aggiornarli e in una qualche misura anche verificarne la permanente validità per il periodo storico </span><span style="font-size: medium;">qui considerato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il volume raccoglie alcuni saggi già pubblicati su vari siti e qui raccolti per favorirne la leggibilità e anche una </span><span style="font-size: medium;">lettura integrata. Non sono stati sottoposti a revisione anche quando alcuni dettagli potrebbero essere </span><span style="font-size: medium;">modificati sulla base delle ulteriori ricerche e della documentazione raccolta. Si è preferito mantenere </span><span style="font-size: medium;">questo carattere di lavoro “in progress”, perché effettivamente non si ritiene di essere ancora giunti ad un </span><span style="font-size: medium;">punto conclusivo. A questi saggi ne viene aggiunto un altro, del tutto inedito, che tratta degli ultimi </span><span style="font-size: medium;">momenti della vita di Picelli, quelli che lo hanno visto cadere, colpito a morte, sulla collina di “El Matoral”.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Oltre a questi testi, che cercano di approfondire nodi specifici della biografia del protagonista delle </span><span style="font-size: medium;">Barricate di Parma, si è voluto mettere a disposizione del lettore un consistente numero di documenti. Tra </span><span style="font-size: medium;">questi figurano alcuni articoli scritti da Picelli e pubblicati in Svizzera o in Francia tra il ’32 e il ’36 e finora, a </span><span style="font-size: medium;">mia conoscenza, mai ripresi in Italia. Vengono poi pubblicate alcune lettere inedite ed altre finora solo </span><span style="font-size: medium;">parzialmente riprodotte.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Oltre a scritti di Picelli che consentono di illuminare meglio le sue idee e che vanno ad integrare quelli già </span><span style="font-size: medium;">pubblicati, relativamente a questo periodo, come la relazione sugli anni del confino scritta in Francia per il </span><span style="font-size: medium;">centro estero del PCI, il lungo saggio sulle Barricate pubblicato sullo “Stato Operaio” che potrà essere </span><span style="font-size: medium;">utilmente confrontato agli altri articoli scritti sullo stesso tema, la lettera agli esuli parmensi dell’agosto del </span><span style="font-size: medium;">1932 e la scheda autobiografica dell’inizio del 1936. Documenti rintracciabili nell’antologia curata da </span><span style="font-size: medium;">William Gambetta alla quale si rimanda.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Si sono poi recuperati numerosi articoli della stampa antifascista, italiana e spagnola, che trattano </span><span style="font-size: medium;">dell’azione di Picelli in particolare durante i primi mesi del ’32 in Francia e delle vicende del Battaglione </span><span style="font-size: medium;">Garibaldi nel poco meno di un mese che lo vide impegnato in diversi combattimenti. Su una parte di questo </span><span style="font-size: medium;">periodo si segnala il particolare interesse della relazione di Antonio Roasio destinata agli archivi delle </span><span style="font-size: medium;">Brigate Internazionali.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Elementi nuovi ed interessanti emergono anche sulla sua presenza a Mosca, per quanto alcuni aspetti </span><span style="font-size: medium;">restino ancora in ombra, sullo snodo cruciale del conflitto avuto col centro estero del PCI a Parigi, le </span><span style="font-size: medium;">motivazioni politiche e psicologiche di questo scontro e il breve avvicinamento al POUM, durato pochissimi </span><span style="font-size: medium;">giorni e concluso con la decisione di entrare nelle Brigate Internazionale oltre che di riprendere il rapporto </span><span style="font-size: medium;">organizzato con il Partito Comunista. I documenti relativi alla base militare di Albacete consentono anche di </span><span style="font-size: medium;">chiarire meglio l’evoluzione dei suoi incarichi militari nel periodo in cui gli venne affidato il compito di </span><span style="font-size: medium;">addestrare i volontari italiani in arrivo soprattutto dalla Francia. L’evoluzione del conflitto militare impedirà </span><span style="font-size: medium;">la costituzione inizialmente prevista di un nuovo battaglione italiano, guidato da Picelli, e porterà </span><span style="font-size: medium;">all’integrazione di gran parte dei volontari nel Battaglione Garibaldi e alla sua nomina come vice del </span><span style="font-size: medium;">comandante Pacciardi.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Il periodo considerato sia dai vari saggi che dalla documentazione, riguarda gli anni che vanno dalla fine del </span><span style="font-size: medium;">periodo di confino a Lipari, avvenuta agli inizi del novembre 1931 fino al gennaio 1938, mese nel quale </span><span style="font-size: medium;">avvengono diverse iniziative di commemorazione di Picelli a Barcellona, con la contestuale pubblicazione di </span><span style="font-size: medium;">un numero del “Volontario della Libertà”, giornale di quella che nel frattempo era diventata la Brigata </span><span style="font-size: medium;">Garibaldi, quasi esclusivamente dedicato al ricordo “dell’eroe di Parma e di Mirabueno”.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Le tappe principali della vita di Picelli sono scandite inizialmente dall’arrivo a Milano, dopo una breve </span><span style="font-size: medium;">permanenza a Roma, doveva viveva al momento della condanna, per riunirsi alla moglie Paolina che aveva </span><span style="font-size: medium;">trovato un’occupazione presso la locale delegazione commercia-le sovietica. Nella città lombarda poteva </span><span style="font-size: medium;">riprendere i contatti con l’organizzazione clandestina del Partito Comunista e da lì espatriare quasi </span><span style="font-size: medium;">certamente attraverso la Svizzera.</span><br />
<span style="font-size: medium;">In Francia verrà utilizzato dal Partito per giri di propaganda in tutte le realtà nelle quali erano presenti e </span><span style="font-size: medium;">attivi consistenti nuclei di emigrati antifascisti italiani. Arrestato e poi espulso nell’agosto del 1932 arriverà </span><span style="font-size: medium;">a Mosca. Gran parte degli anni di Mosca lo vedranno lavorare alla fabbrica di cuscinetti a sfere “Kaganovic”, </span><span style="font-size: medium;">anche se per un periodo non ben definito, forse di alcuni mesi, potrà lasciare l’attività da operaio e svolgere </span><span style="font-size: medium;">attività politica a tempo pieno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E’ da tempo noto il ruolo svolto quale insegnante di un corso di strategia militare presso la Scuola Leninista </span><span style="font-size: medium;">Internazionale. La sua aspirazione fu sempre quella di poter entrare in un’accademia militare sovietica. Per </span><span style="font-size: medium;">raggiungere questo obbiettivo non fu sufficiente il sostegno dei vertici del partito italiano. Diverse fonti </span><span style="font-size: medium;">convergono sul fatto che fosse di ostacolo la mancata conoscenza della lingua russa ma forse, se si esamina </span><span style="font-size: medium;">attentamente l’appunto di Ruggero Grieco della metà del 1935, finora inedito e che qui si pubblica, si pose </span><span style="font-size: medium;">il problema anche di quale utilizzazione potesse eventualmente seguire all’acquisizione di specifiche </span><span style="font-size: medium;">competenze militari.</span><br />
<span style="font-size: medium;">L’articolo del novembre del 1935 da lui scritto e nella quale rendi-conta di una grande manovra militare </span><span style="font-size: medium;">dell’Armata Rossa, ci fa intravedere la possibilità che, pur non essendo inserito pienamente in un contesto </span><span style="font-size: medium;">militare, restasse comunque una qualche sua forma di collaborazione con il Comintern sui temi che più lo </span><span style="font-size: medium;">appassionavano.</span><br />
<span style="font-size: medium;">I rapporti con il Partito Comunista furono certamente turbati dal suo mancato impegno per un’attività che </span><span style="font-size: medium;">riteneva essere adeguata all’esperienza compiuta durante la Prima Guerra mondiale e poi con gli Arditi del </span><span style="font-size: medium;">Popolo, ma l’esito positivo del lavoro di verifica compiuto su di lui nel corso del 1936 da Roasio e Ciufoli e </span><span style="font-size: medium;">completato nel giugno di quell’anno sembra escludere che Picelli potesse essere in alcun modo </span><span style="font-size: medium;">considerato come un “dissidente”. Tanto più che in esatta coincidenza con il documento che valuta </span><span style="font-size: medium;">positivamente l’orientamento politico di Picelli, Ciufoli, in qualità di rappresentante del PCI presso il </span><span style="font-size: medium;">Comintern, ne raccomandava l’iscrizione al Partito sovietico. Informazione finora inedita e che ci pare </span><span style="font-size: medium;">ridimensioni sensibilmente ipotesi di un significativo conflitto tra il partito e lo stesso Picelli.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Più difficile valutare, data la mancanza di documenti specifici, se da parte dell’NKVD sovietico vi fossero </span><span style="font-size: medium;">effettivamente dubbi e sospetti sul comunista parmigiano, più di quanti, in quei mesi nei quali si stavano </span><span style="font-size: medium;">delineando i segnali della tempesta del terrore che si scatenerà dalla primavera del 1937, non riguardassero </span><span style="font-size: medium;">tutte le comunità di emigrati a Mosca. Nella primavera del 1935 vengono rivolte a Picelli delle accuse non </span><span style="font-size: medium;">ben specificate, probabilmente nate nell’ambiente della Scuola e del Comintern. La lettera di Vassiliev, </span><span style="font-size: medium;">esperto di questioni militari, che riportiamo per la prima volta integralmente, vede questo importante </span><span style="font-size: medium;">quadro del Comintern schierarsi a favore di Picelli, basandosi nella sua valutazione positiva sia sulla </span><span style="font-size: medium;">conoscenza diretta che su informazioni fornitegli da Togliatti e sulla proposta da parte del PCI di impegnare </span><span style="font-size: medium;">Picelli in una accademia militare per destinarlo ad un lavoro riservato. E’ possibile che queste accuse siano </span><span style="font-size: medium;">all’origine della decisione di rimandarlo in fabbrica ma non sembrano avere avuto altre conseguenze.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Probabilmente il conflitto che si era aperto in fabbrica tra la fine del 1935 e l’inizio del 1936, che vedeva </span><span style="font-size: medium;">una frattura all’interno del gruppo dei lavoratori italiani, e lo schieramento del Comitato di Fabbrica del </span><span style="font-size: medium;">partito sovietico a favore della parte opposta a quella di Picelli, sembra aver sollecitato qualche attenzione </span><span style="font-size: medium;">da parte del servizio quadri del Comintern e poi anche dei servizi segreti sovietici.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Le tracce che abbiamo sono labili e alla fine, pur dopo qualche tergiversazione, portarono l’NKVD sovietico </span><span style="font-size: medium;">a consentire l’espatrio di Picelli verso la Francia, sapendo anche che la sua intenzione era poi di partecipare </span><span style="font-size: medium;">attivamente alla guerra civile spagnola, avendola esplicitata in una lettera a Manuilski, massimo </span><span style="font-size: medium;">rappresentante del partito sovietico all’interno del Comintern.</span><br />
<span style="font-size: medium;">La documentazione nuova che viene qui presentata consente di chiarire meglio il comportamento di Picelli </span><span style="font-size: medium;">in quelle cruciali settimane tra l’arrivo a Parigi e l’ingresso in Spagna. E’ stato possibile anche dimostrare </span><span style="font-size: medium;">come la partenza da Parigi sia quasi certamente avvenuta il 7 di novembre e il suo arrivo ad Albacete </span><span style="font-size: medium;">qualche giorno prima del 16 dello stesso mese. Sui dettagli e sulle ragioni di quella che poi verrà definita “la </span><span style="font-size: medium;">stupidaggine” di Picelli, apportiamo elementi, crediamo, significativi. Spinto dalla volontà di dare un </span><span style="font-size: medium;">contributo all’azione militare, dubbioso sul fatto che il PCI volesse effettivamente riconoscergli un ruolo che </span><span style="font-size: medium;">riteneva adeguato, Picelli si convinse, anche per l’influenza di Michele Donati (alias Masi), che avrebbe </span><span style="font-size: medium;">potuto trovare maggiori possibilità d’azione nelle milizie del POUM.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A Barcellona si accorse che le prospettive militari che poteva offrire il partito di Nin erano assai inferiori a </span><span style="font-size: medium;">quelle a cui aspirava e anche il profilo politico del POUM, ostile ai Fronti Popolari e fortemente critico </span><span style="font-size: medium;">dell’Unione Sovietica, non era affatto coerente con la sua visione di fondo.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Le vicende militari successive sono abbastanza note ma un esame più ampio di documenti e fonti di stampa </span><span style="font-size: medium;">del periodo consente di avere un’idea più precisa della sua azione. Quanto agli eventi che portarono alla </span><span style="font-size: medium;">sua morte, abbiamo ampiamente esaminato le testimonianze come anche le, fragili, teorie del complotto </span><span style="font-size: medium;">nel primo saggio a cui rimandiamo il lettore.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Le proposte di onorificenze, sia quella in Spagna da parte di Pavanin dell’ufficio quadri delle Brigate </span><span style="font-size: medium;">Internazionali, sia quella formulata nell’aprile del 1939 dall’ufficio quadri del Comintern, per l’assegnazione </span><span style="font-size: medium;">dell’Ordine di Lenin, dopo un’indagine sul suo comportamento a Barcellona, sembrano rendere poco </span><span style="font-size: medium;">fondate le varie teorie del complotto, già rese piuttosto fragili dall’assenza di testimonianze e di documenti </span><span style="font-size: medium;">di archivio che le supportino.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Il principale obbiettivo di questo lavoro è di focalizzare il confronto e la ricerca sui fatti e sui documenti, </span><span style="font-size: medium;">oltre che sull’esame critico delle testimonianze, che rappresenta l’unico metodo che può consentire di </span><span style="font-size: medium;">illuminare e comprendere gli avvenimenti, al di fuori di teoremi tanto fumosi quanto inconsistenti.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Mettendo a disposizione una documentazione più ampia di quella finora pubblicata si consente anche al </span><span style="font-size: medium;">lettore di potersi fare un’idea diretta di ciò che sappiamo e di quegli interrogativi che possono essere di </span><span style="font-size: medium;">stimolo ad ulteriori ricerche. Eventualmente anche per criticare le interpretazioni e le opinioni dell’autore </span><span style="font-size: medium;">come è giusto che avvenga in un contesto di confronto democratico e libero.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Franco Ferrari</span><br />
<span style="font-size: medium;">(dall’introduzione al libro)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><img alt="" src="https://www.ibs.it/images/9791221472653_0_536_0_75.jpg" width="536" height="770" /></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Josè Saramago, un &#8220;comunista nel naufragio&#8221; che ci salva dalle tempeste</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 18:39:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni Capita raramente di leggere le opere di uno scrittore, di impararne, anche tradotto in italiano, la musicalità del suo raccontare parlando e di avere avuto anche il privilegio averlo potuto incontrare, di averci dialogato. Oggi, 16 novembre, avrebbe compiuto 100 anni e chissà quante altre opere ci avrebbe potuto regalare, se non se [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Stefano Galieni</strong></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Capita raramente di leggere le opere di uno scrittore, di impararne, anche tradotto in italiano, la musicalità del suo raccontare parlando e di avere avuto anche il privilegio averlo potuto incontrare, di averci dialogato. Oggi, 16 novembre, avrebbe compiuto 100 anni e chissà quante altre opere ci avrebbe potuto regalare, se non se ne fosse andato anzitempo in quel 18 giugno 2010. Josè Saramago è stato, come amava definirsi, un “comunista nel naufragio”. Dopo un meritatissimo premio Nobel nel 1998 avrebbe potuto tranquillamente rientrare nel novero degli intellettuali graditi al potere, in particolare alla chiesa, invece rimase l’intellettuale che era, quello che, fino a che le forze lo hanno retto, andava ogni anno alla <i>Festa do Avante </i>a portare i suoi libri, ad autografarli con umiltà e con un sorriso che emanava profondità e dolcezza infinita. Veniva da una famiglia di agricoltori che aveva conosciuto la povertà, emigrata a Lisbona in cerca di lavoro e nel pieno della dittatura di Salazar. Fu giornalista, poeta, traduttore, nel 1969 si iscrisse, al Partito Comunista Portoghese allora clandestino, sempre col rischio di ritrovarsi nel mirino della temibile polizia politica. In Italia diviene noto dopo la pubblicazione nel 1984 del “Memoriale dal convento”, ambientato nel diciottesimo secolo in Portogallo, mentre fra conflitti e inquisizione, i protagonisti prendono parte, in maniera diversa, alla realizzazione di un grande convento appunto, da realizzare affinché il re Giovanni V riesca ad avere un figlio. I protagonisti sono Baltasar, un soldato rimasto monco dopo una guerra e che al posto della mano ha una specie di uncino, Bilimunda, una ragazza di origine africana che, a stomaco vuoto diviene veggente e un monaco in odore di eresia che (il personaggio è reale) ha realizzato una macchina volante. Storia violenta ed epica, in cui già Saramago manifesta il proprio ateismo strutturale e in cui emergono personaggi che ricorreranno in altre opere: un uomo dalle facoltà menomate, una donna che ha la capacità di vedere ciò che altro non immaginano, un animale che guida verso la giusta direzione. Il successo porta alla pubblicazione di altri romanzi che via via si snodano. Da Una terra chiamata Alentejo, (precedentemente pubblicato) in cui c’è una famiglia sfruttata ad essere protagonista, quella dei Mautempo (che per nome, vicenda, destino rimandano ai Malavoglia di Verga) e che si conclude in maniera commovente in una piazza nel giorno della Rivoluzione dei Garofani. Ma ogni suo testo meriterebbe una riflessione a se: da “La zattera di pietra”, in cui si immagina la penisola iberica staccarsi dal continente e navigare verso l’America Latina, a “Storia dell’assedio di Lisbona”, ambientata tanto nel Medio Evo che nel presente, al celebre “Cecità” in cui, all’improvviso tutti smettono di vedere e il mondo va in subbuglio all’ “Intermittenza della morte” quando a smettere di agire è proprio la fine della vita umana. Due opere, per non citarle tutte, hanno creato scompiglio nel mondo cattolico: il “Vangelo secondo Gesù”, ambientato in una Palestina tanto simile a quella odierna e “Caino” che rimanda alla notte dei tempi. In entrambi Saramago, ateo al punto da lasciare il Portogallo per non doversi scontrare ogni giorno con la propaganda clericale,  si scaglia contro un dio vendicatore, affamato di potere sull’umanità e di controllo della vita nel pianeta. Un dio che non conosce amore o clemenza e a cui non bisogna credere. Tre volte venne a Roma e per tre volte ebbi occasione di incontrarlo. La prima all’Istituto Latino Americano, dove avrebbe dovuto dialogare con Jorge Amado. Lo scrittore brasiliano non venne per ragioni di salute ma la serata si trasformò in un incontro con i protagonisti dei suoi romanzi, in una storia eternamente ripetuta in contesti diversi: un uomo menomato ma che in quanto tale è dotato di maggiore umanità, una donna che vede, anche quando il mondo sembra averne perso la facoltà, un animale, spesso un cane che, aiutato dal fiuto funge da guida per superare le difficoltà. Parlò in portoghese ma, avendo letto le sue opere, sembrava di poter comprendere una lingua sconosciuta. In un’altra occasione venne all’Università di Roma, nell’aula magna. Alle ragazze e ai ragazzi che lo ascoltavano rapiti strappò un applauso fragoroso affermando, alla fine dell’incontro, “Mi raccomando, quando farete la rivoluzione…chiamatemi”. Poi presentò il suo San Francesco, osteggiato dalla Chiesa che lo considerava blasfemo, al Teatro Argentina. Stupendo tutti venne a parlare di amore e di odio verso il potere, del valore di una libertà che non poteva essere tale col capitalismo. Va letto e riletto Josè Saramago, perché le sue storie trasudano di un comunismo libertario e liberatore, di cui in tante e tanti abbiamo bisogno. Con buona pace di chi, da morto, vorrebbe riportarlo nel pantheon dei grandi scrittori che hanno taciuto. Cento anni dopo è ancora scomodo al potere.</span></p>
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		<title>Per Valerio Evangelisti, un rivoluzionario giusto</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 12:45:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dmitrij Palagi* La notizia della morte di Valerio Evangelisti ha bloccato le tante e i tanti che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Insieme al dolore c’è anche la consapevolezza della fortuna di averlo letto e incontrato. Alle lacrime dobbiamo accompagnare la lotta, non fermarci. Per questo, con un po’ di imposizione della volontà, oggi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dmitrij Palagi*</strong></p>
<p>La notizia della morte di Valerio Evangelisti ha bloccato le tante e i tanti che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Insieme al dolore c’è anche la consapevolezza della fortuna di averlo letto e incontrato. Alle lacrime dobbiamo accompagnare la lotta, non fermarci. Per questo, con un po’ di imposizione della volontà, oggi in consiglio comunale a Firenze abbiamo voluto rendere omaggio a uno scrittore a cui dobbiamo molto, con un intervento fatto da consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune, la coalizione di cui facciamo parte dal 2019.</p>
<p>«Questa comunicazione è per me difficile. Perché in chi crede nel sole dell’avvenire l’umano e il politico stanno insieme, nello sforzo di cercare di essere giuste e giusti. Valerio Evangelisti è stato per me un riferimento costante, in tante scelte di vita.</p>
<p>Un Magister, capace di educare senza imposizione, con quell’autorità che non sta nei titoli e nelle cattedre, ma nel riuscire a dare il proprio contributo ogni volta che è necessario. Si è generosi non quando si dona, ma quando si risponde a una condizione di bisogno, insegnava Tommaso D’Aquino.</p>
<p>Nelle sue parole, pubbliche e private, viveva una tensione di impegno rivolto a chi rimane fuori dal visibile, a un’emarginazione sociale che muta nel tempo, ma costantemente subisce repressione, criminalizzazione e meccanismi di espulsione.</p>
<p>Scrivendo di fantascienza ha saputo esprimere il senso della chiesa come comunità in cui ci si sforza di prendersi cura della collettività, ritrovandosi nei meandri delle contraddizioni che nascono attraverso la gestione del potere. Un problema vissuto da chi ha poi scelto di combattere per il socialismo, cadendo anche per mano di repressioni interne ai movimenti comunisti.</p>
<p>Parlando della storia italiana e del movimento operaio internazionale, così come del fenomeno della pirateria, ha descritto alcune caratteristiche delle nostre società, del tipo di capitalismo in cui siamo finiti a vivere e di quello in cui rischiamo di finire.</p>
<p>Ha aperto porte di immaginario che restano da varcare per chiunque voglia avvicinarsi alle sue opere, indicano la possibilità di seguire strade non battute.</p>
<p>Valerio Evangelisti credeva in un tempo a spirale, dove centrali sono non gli interventi divini o extraumani, ma i meccanismi materiali di causa-effetto. Per ogni azione c’è una conseguenza che riecheggia nei tempi a venire, permettendo di ritrovarle, quelle azioni, anche se magari in modo inconsapevole o parziale.</p>
<p>Insegnava il senso di agire nella storia, con la necessità di scegliere un campo di classe, qualsiasi sia il costo da pagare: dalla parte di chi è espulso o schiacciato dal potere.</p>
<p>Senza scorciatoie. In una delle conversazioni che ho avuto la fortuna di avere, mi disse che «le eresie danno soddisfazione a chi le professa, ma della società non cambiano una virgola». Per questo di fronte all’io, bisogna sempre essere capaci di porre il noi. Di capire come si aiuta la dimensione collettiva. Di sapere che solo nell’organizzazione comune si possono trovare gli strumenti per difendere la propria dignità.</p>
<p>Da Valerio Evangelisti ho imparato l’amore per la filosofia e la storia, ma soprattutto l’importanza di servire la collettività, per ragioni materiali, non religiose. Rintracciando le lotte di chi ci ha preceduto e guardando sempre al futuro, sapendo che niente si ripete, ma tutto si tiene.</p>
<p>Valerio Evangelisti ha anche costruito una bellissima comunità intorno a sé. Uno spazio aperto a chiunque volesse discutere e parlare, rispettando una rigorosa politica di quoting nella mailing list, nata nel secolo scorso, amando il brindare e il cantare nei momenti di ritrovo collettivo, che si tengono dal 2000.</p>
<p>Per chi non ha potuto incontrarlo è difficile forse da capire, ma anche con la sua vita, non solo con i suoi libri, il Magister è riuscito a costruire un pezzo di futura umanità, di mondo migliore.</p>
<p>Sempre nel 2017 rispose così a una domanda (non si sottraeva mai alle richieste di interviste e colloqui).</p>
<p>«Secondo me, anche se ha tanti aspetti sgradevoli, la politica resta necessaria. Io posso rifiutare totalmente le istituzioni, mettermici contro, ma se faccio così cambierò magari me stesso, ma ben difficilmente cambierò il contesto sociale».</p>
<p>Valerio Evangelisti non ha mai voluto un ruolo istituzionale. Si è offerto solo per candidature di servizio, invitando a votare altre persone delle liste in cui si metteva a disposizione. Senza di lui credo che in tante e tanti avremmo fatto scelte di vita diverse.</p>
<p>Qui oggi vorrei omaggiare un rivoluzionario vero, capace di farci immaginare un mondo migliore, con la certezza che le conseguenze della sua vita, dei suoi libri, sapranno far parte della nostra storia, perché è un impegno comune.</p>
<p>Noi saremo tutto».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Segreteria nazionale (responsabile cultura e formazione) Partito della Rifondazione Comunista</p>
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		<title>Ciao Alessandro Dal Lago, antirazzista, intellettuale e soprattutto, grande compagno di strada</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2022 17:31:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ricordo ancora, avevo già avuto l’occasione, nei movimenti antirazzisti di conoscere Alessandro Dal Lago, il giorno in cui divorai quel libro forte, provocatorio, preveggente che è “Non persone, L&#8217;esclusione dei migranti in una società globale&#8220;. Avevo letto una edizione aggiornata, del 2004 ma la prima era stata pubblicata già nel 1999. Uno di quei libri [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo ancora, avevo già avuto l’occasione, nei movimenti antirazzisti di conoscere Alessandro Dal Lago, il giorno in cui divorai quel libro forte, provocatorio, preveggente che è “<i>Non persone, L&#8217;esclusione dei migranti in una società globale</i>&#8220;.</p>
<p>Avevo letto una edizione aggiornata, del 2004 ma la prima era stata pubblicata già nel 1999. Uno di quei libri che ti costringono a guardare il mondo da un altro punto di vista, con gli occhi altrui, che non si traducevano in un linguaggio esotico ma, realmente trasmettevano una visione globale, senza confini. Un testo denso, appassionato, che imponeva di guardare ad altri volumi, di porsi domande. Già nell’introduzione lasciava il segno “L’umanità viene divisa in maggioranze di nazionali, cittadini dotati di diritti e di garanzie formali e in minoranze di stranieri illegittimi (non cittadini, non nazionali) cui le garanzie vengono negate di diritto e di fatto. Grazie a meccanismi sociali di etichetta mento e di esclusione impliciti ed espliciti, l’umanità viene divisa tra persone e non-persone. Invece di concepire la diversità come pluralità, articolazione di una condizione umana, comune e ugualitaria, il differenzialismo ha spesso ipotizzato la separatezza culturale, ha mitologizzato le sue radici culturali e nazionali”. Da qui il ritorno ad un nazionalismo a cui non eravamo abituati, all’idea di patria come fattore escludente, in grado di rimarcare la distanza fra un “noi” e un “loro” già definiti come invasori.</p>
<p>L’approccio al multiculturalismo, in forme spesso subdolamente paternaliste e neocoloniali con cui capita di sentirlo declinato, secondo Alessandro, “quando se ne parla anche se in termini ragionevoli o favorevoli […], si è già accettato il falso presupposto che i migranti costituiscano frammenti o avanguardie di culture diverse, si ipotizza la loro differenza e si scava un solco tra noi e loro, col risultato paradossale, ma non troppo, che spesso i migranti, ricacciati nei loro contenitori culturali, etnici o religiosi, finiscono per riconoscersi in essi”. Perché per Alessandro Dal Lago e per chi ne ha seguito le riflessioni, che non ne interrompevano l’approccio militante, le culture non sono caratteristiche comportamentali che si adattano a specifici gruppi che hanno una comune provenienza. Le culture hanno dinamicità enorme, agiscono nelle persone e dalle persone sono agite. Chi si sposta cambia il mondo attorno a se e ne è a sua volta cambiato. Alessandro Dal Lago è stato un grande intellettuale, capace di navigare in diversi ambiti e discipline, a partire dall’antropologia, di analizzare spazi diversi delle società, dalle curve ultrà alle repressioni poliziesche e carcerarie, dalle forme di lotta radicali alle arti marziali, a quella che di fatto viene ritenuta da chi comanda la violazione più grande allo status quo, il diritto a migrare.</p>
<p>Ma guai a ritenerlo soltanto un intellettuale antirazzista, il suo impegno è sempre stato molto più vasto. Perennemente nomade, fra università e istituti di ricerca italiani e internazionali, manifestazioni e convegni a cui si prestava con generosità e passione, riusciva spesso ad essere sanamente “scomodo” in quanto inadatto ad adeguarsi alle vulgate reazionarie, dichiarate o meno di questo paese. Dopo anni di vagabondare, era stato, dal 1996 al 2002, Preside della facoltà di Scienze della Formazione a Genova e prima delle giornate del G8 fu uno dei redattori e firmatari dell’appello che portò ad aprire il contro vertice con la splendida manifestazione per la libertà di circolazione delle e dei migranti il 19 luglio. In quei giorni ebbi l’opportunità di conoscerlo e apprezzarlo nonostante il carattere apparentemente pronto ad incendiarsi nelle mille polemiche a sinistra. Si gettava nelle dispute con forza, senza timori verso l’interlocutore di turno. Non era facile andarci d’accordo era impossibile non apprezzarne la capacità di argomentare le proprie riflessioni che spesso prendevano la forma di articoli, soprattutto sul Manifesto, a volte di interventi in convegni spesso organizzati dall’attivismo antirazzista, spesso in volumi imperdibili.</p>
<p>Nel lontano luglio 2005, a Ostuni, intervenne ad un campeggio dei Giovani Comunisti, come relatore ad un dibattito dal titolo Guerra agli umani: percorsi di cooperazione e diplomazia dal basso. Ci ritrovammo, dopo l’incontro, affollatissimo, a bere e a giocare a biliardino. Conserverò sempre il ricordo dell’accanimento con cui cercava di vincere avendo avuto la malasorte di avere un compagno di squadra maldestro come il sottoscritto. Ci siamo poi ritrovati tante volte. Si era trasferito in Sicilia dove da pensionato, continuava a scrivere, pensare e ad appassionarsi. In piena emergenza covid, lo coinvolgemmo, con una piccola associazione che presiedo, (Associazione Diritti e Frontiere), in un convegno sul Mediterraneo. Era già malato da tempo ma non rinunciò ad intervenire on line per regalarci il suo punto di vista. Un saluto commosso Compagno. Siamo in tante/i molto più sole/i.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Almudena Grandes: comunismo e libertà</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2021 20:59:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Gli uomini senza idee non sono affatto uomini, gli uomini senza idee sono pupazzi, burattini o peggio, persone immorali, senza dignità, senza cuore”, così scriveva la scrittrice spagnola Almudena Grandes, purtroppo uccisa dal cancro a soli 61 anni. L’autrice di Le età di Lulù apparteneva alla generazione che era cresciuta nella dittatura franchista e che ha [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em>“Gli uomini senza idee non sono affatto uomini, gli uomini senza idee sono pupazzi, burattini o peggio, persone immorali, senza dignità, senza cuore”, così scriveva la scrittrice spagnola <a href="https://www.lastampa.it/cultura/2021/11/27/news/la_spagna_perde_almudena_grandes_la_scrittrice_voce_del_popolo-797835/">Almudena Grandes,</a> purtroppo uccisa dal cancro a soli 61 anni. L’autrice di <a href="https://www.ibs.it/eta-di-lulu-libro-almudena-grandes/e/9788882463137">Le età di Lulù </a>apparteneva alla generazione che era cresciuta nella dittatura franchista e che ha superato/rifiutato con grande vitalità e creatività la morale del clericofascismo: “la mia generazione viveva in un paese dove il peccato era peggio del crimine”. Ci lascia libri molto belli e tante testimonianze di impegno. Questa dimensione politica è sottolineata dai messaggi di cordoglio delle nostre compagne e dei nostri compagni del Partito Comunista Spagnolo, di Izquierda Unida e di Unidas Podemos. Nei suoi romanzi e nei suoi articoli ha difeso la memoria antifascista del paese e in particolare il ruolo svolto dai comunisti. Presentando il suo romanzo <a href="https://www.guanda.it/libri/almudena-grandes-ines-e-lallegria-9788860884848/">Ines e l’allegria </a>dichiarò che “i comunisti sono stati gli unici che non hanno smesso di lottare contro la dittatura. E’ vero che hanno fatto anche cose sbagliate, ma almeno le hanno fatte. La democrazia spagnola ha un grande debito di gratitudine verso i resistenti comunisti”.  Vi propongo un articolo dalla sua rubrica sul quotidiano El Pais di pochi mesi fa. Si intitolava Comunismo y libertad. Buona lettura! (Maurizio Acerbo)</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">C’è stato un tempo, lontano ma non remoto, in cui i termini comunismo e libertà erano sinonimi. È successo in Spagna, un paese che aveva lo stesso nome e occupava lo stesso territorio del paese in cui viviamo ora, ma era ovviamente diverso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a style="font-size: medium;" href="https://elpais.com/cultura/2016/06/21/actualidad/1466518495_989349.html">A quel tempo, che vivevano i nonni di noi che siamo più grandi, i bisnonni dei più piccoli, gli spagnoli erano molto poveri</a><span style="font-size: medium;">. Non solo nelle campagne, ma anche nelle città, la maggioranza della popolazione non sapeva né leggere né scrivere, anche se spesso qualcuno avrebbe insegnato loro a firmare, sigle tremolanti, tracce infantili che conservavano per tutta la vita. Ora è molto facile pensare che fossero persone povere, persone minime, insignificanti creature inermi sopravvissute miracolosamente, e dal punto di vista materiale, è vero. Molte viaggiarono di città in città a mani vuote, il numero di telefono dei parenti annotato su un pezzo di carta, notte e giorno. Secondo il calcolo delle probabilità che usiamo oggi, la cosa più ragionevole sarebbe pensare che quasi tutti sarebbero morte, ma la verità è che non solo sono sopravvissute, ma sono anche riuscite a prosperare. Da insediamenti di baraccopoli o stanze in affitto in edifici che cadevano a pezzi, a forza di lavorare come animali, in condizioni di sfruttamento che nessuno oggi accetterebbe, sono riuscite a trasferirsi in piccoli appartamenti in quartieri brutti, agglomerati di case a buon mercato, senza alberi, senza giardini, senza servizi, un paradiso per chi aveva vissuto all’inferno. Non ce l’avrebbero mai fatta senza l’aiuto di altri disgraziati come loro, improvvisati artefici di reti di solidarietà generosa e costante, che nella maggior parte dei casi, prima o poi, si dichiaravano orgogliosamente comunisti. Così, quella parola che, dai pulpiti e dalle scuole nazionali, dalla stampa del Regime e dalle caserme della Guardia Civil, fu proclamata anatema, la chiave della barbarie, il numero del caos, acquisì nuovi significati.</span></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">È paradossale che, dopo più di 40 anni di democrazia, la versione coniata dalla dittatura franchista resti più viva del ricordo dell’unica organizzazione politica che ha combattuto contro il dittatore per 37 anni di fila, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Mi vengono in mente diversi motivi per spiegarlo e nessuno mi piace, ma forse il più decisivo è che quei miserabili spagnoli, a cui mancava tutto, avevano l’illusione per il futuro, la capacità di sognarlo. Non avevano avuto un libro tra le mani in vita loro, ma era molto difficile ingannarli. Erano poveri, e lo sapevano, sapevano che da soli non sarebbero andati da nessuna parte, che dovevano fare affidamento su altri come loro, per poter sostenere chi veniva dopo. Sapevano che gli interessi dei ricchi erano opposti ai loro, che non avrebbero conquistato nulla se non insistevano nel difendere i propri orizzonti e che la loro unica forza era l’unità. Questo, essendo così miserabili, li rendeva potenti allo stesso tempo.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dov’è andata a finire tutta quell’esperienza, quel modo di intendere la vita genuinamente spagnolo, radicalmente estraneo alla figura di Stalin o di Castro? Non lo so. Neanche a questo vogliono pensare i nipoti, i pronipoti di quelle persone così povere, così ricche allo stesso tempo. Sicuramente sembra loro un brutto, spiacevole passato, si vergognano di raccontare ai loro amici in quali condizioni ha dovuto vivere la loro famiglia non tanti anni fa. Non sono in grado di distinguere la luce che illumina la storia di tanta sofferenza, di ammirare la resistenza erculea di chi è riuscito ad andare avanti contro ogni previsione. Non è colpa loro, è il segno dei tempi, la condizione di chi abita l’epoca che ha sancito un feroce individualismo come arma suprema del capitalismo trionfante.</span></div>
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="font-size: medium;">Prima di finire questo articolo, voglio mandare un abbraccio a Pablo Iglesias. <a href="https://elpais.com/espana/elecciones-madrid/2021-05-04/pablo-iglesias-anuncia-su-salida-de-la-politica-tras-el-fracaso-en-madrid.html">Tra le cose per cui devo ringraziarlo</a>, quella che più mi commuove è che ha osato difendere l’onore dei vecchi comunisti spagnoli dal banco azzurro del Congresso.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È confortante che, di tanto in tanto, qualcuno dica la verità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">….</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Fonte: <a title="vai sul blog" href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=6238#more-6238" target="_blank">blog di Maurizio Acerbo</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img alt="" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/almudena-ines.jpg" width="270" height="418" /><br />
<iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FelPCE%2Fposts%2F4892645360779905&amp;show_text=true&amp;width=500" height="256" width="500" allowfullscreen="true" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></p>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p><iframe src="https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fizquierda.unida%2Fposts%2F10158837014073867&#038;show_text=true&#038;width=500" width="500" height="361" style="border:none;overflow:hidden" scrolling="no" frameborder="0" allowfullscreen="true" allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; picture-in-picture; web-share"></iframe></p>
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		<title>Il Capitale e la storia russa. Un estratto dal nuovo libro di Paolo Favilli</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2021 21:40:36 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>

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		<description><![CDATA[Segnaliamo l&#8217;uscita il 24 settembre dell&#8217;ultimo libro dello storico Paolo Favilli, A proposito de Il capitale (Franco Angeli), un lavoro che prova a delineare un itinerario conoscitivo dentro il complesso di relazioni tra &#8220;Il capitale&#8221; di Karl Marx e i processi storici reali dell’età contemporanea tramite continui rimandi fra presente e passato. Con il permesso [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em>Segnaliamo l&#8217;uscita il 24 settembre dell&#8217;ultimo libro dello storico Paolo Favilli, <a title="vai sul sito della casa editrice" href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?id=27145" target="_blank"><strong>A proposito de Il capitale (Franco Angeli)</strong></a>, un lavoro che prova a delineare un itinerario conoscitivo dentro il complesso di relazioni tra &#8220;Il capitale&#8221; di Karl Marx e i processi storici reali dell’età contemporanea tramite continui rimandi fra presente e passato. Con il permesso dell&#8217;autore, che ringraziamo, vi proponiamo un ampio estratto. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: x-large;"><strong>Il CAPITALE E LA STORIA RUSSA</strong></span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">1.</span> </strong><span style="font-size: small;"> Voi non ignorate che il vostro “Capitale” gode di grande popolarità in Russia. Malgrado il sequestro dell’edizione, le poche copie rimaste vengono lette e rilette dalla massa delle persone più o meno istruite nel nostro paese; vi sono uomini seri che le </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">studiano</span>75</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Questo che vi ho appena letto è l’<em>incipit</em> di una lettera che Vera Zasulič, una giovane populista appartenente alla corrente di <em>Zemlja i Volja</em> (Terra e libertà), scrive nel gennaio 1881 a Karl Marx.</span> <span style="font-size: medium;">Sulla lettera e sulla risposta di Marx avremo modo di ritornare tra poco, intanto proviamo a riflettere sui modi della ricezione russa de <em>Il capitale</em>, su alcuni lineamenti del percorso del marxismo nel suo rapporto tanto conoscitivo che politico con la complessa stratigrafia della storia russa e della storia russo-sovietica. Aspetti che si riflettono, e non poco, anche sulla storia dei comunismi nati dall’Ottobre sovietico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Vi prego di richiamare alla memoria quanto vi ho ricordato all’inizio del Corso a proposito di una studentessa la quale, durante l’esame di Storia contemporanea, ha affermato che Marx era russo. Non mi sono scandalizzato per una risposta così paradossale. Non mi sono scandalizzato per due motivi: il primo riguarda la lunga esperienza professionale di insegnante; chiunque l’abbia condivisa si è sentito dire moltissime bestialità. Il secondo, di qualche interesse nella logica della nostra lezione, perché quella risposta paradossale è un po’ lo specchio del paradosso di una transizione del «marxismo» da complesso di costruzioni teoriche e politiche a <em>Stato marxista</em>. La nascita, lo sviluppo, la fine di quello che è stato chiamato «esperimento profano»76, sono un laboratorio fondamentale per mettere meglio a fuoco il «marxismo» come oggetto di storia. Infatti, proprio nell’esperienza sovietica, le tensioni nel sistema di relazioni tra le componenti di quel composto disomogeneo, altamente instabile, che chiamiamo «marxismo», hanno raggiunto il massimo della divaricazione.</span> <span style="font-size: medium;"> Cominciamo, intanto, con un breve viaggio in luoghi particolarmente significativi della grande letteratura russa e russo-sovietica.</span> <span style="font-size: medium;"> La Zasulič ha indicato tra le persone che leggono e rileggono <em>Il capital</em>e anche quelle «meno istruite». Lev Tolstoj in <em>Resurrezione</em>, romanzo del </span><span style="font-size: medium;">1899, fa tratteggiare al principe Nechljudov, durante il viaggio di quest’ultimo agli inferi della deportazione in Siberia, l’immagine dell’operaio rivoluzionario marxista russo alla fine degli anni Ottanta, in questi termini:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Asceta per consuetudine, gli bastava pochissimo per vivere e come ogni uomo fisicamente ben sviluppato e avvezzo dall’infanzia alla fatica, era capace di compiere con facilità e destrezza qualsiasi lavoro fisico, ma più di ogni altra cosa apprezzava le ore di ozio in carcere e durante le tappe, in cui poteva continuare a studiare. In quei giorni stava leggendo il primo volume di Marx e conservava quel libro nella sua bisaccia con grande cura, come un preziosissimo cimelio.</span> <span style="font-size: small;"> Kondratjev, così si chiama l’operaio, aveva avuto da sempre «la confusa sensazione di patire un torto», ma solo quando una «celebre rivoluzionaria» intellettuale, entrata nella sua fabbrica come operaia, gli aveva fornito gli strumenti per rendersi ragione della sua condizione, aveva sviluppato un’incontenibile passione per lo studio: «egli credeva che come l’istruzione gli aveva rivelato l’ingiustizia del suo stato, essa avrebbe anche riparato a questa </span><span style="font-size: small;">ingiustizia». Doveva trattarsi, comunque, di un operaio eccezionalmente dotato se «in due anni imparò l’algebra, la geometria, la storia, per cui aveva una particolare predilezione, e oltre alla letteratura socialista lesse anche tutta </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">quella amena e critica»</span>77.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nell’ideal-tipo tracciato da Tolstoj appaiono quasi tutti i momenti attraverso i quali si pensava maturasse il percorso che univa la collocazione sociale alla consapevolezza e di quella stessa collocazione e delle logiche di sviluppo che ne derivavano per gli assetti economico-sociali complessivi: l’iniziale e confuso “senso” di classe, l’incontro con una teoria che proviene dall’esterno ma che, per farsi carne e sangue del proletariato, deve misurarsi concretamente con le sue condizioni, la folgorazione insieme ingenua e consapevole sui poteri della cultura, le fatiche e le gioie di un’ascesa che non è solo intellettuale, un rapporto con il testo mediato contemporaneamente da ragione e sacertà. Di fronte a un tale testo l’operaio avrebbe potuto rivolgere al suo autore le stesse parole che l’oscuro correttore di bozze Nathanaël rivolge al grande filosofo del suo secolo:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Credo che voi siate riuscito a raggiungere e a collegare tra loro le cose, e con questo intendo anche gli oggetti, le nozioni degli uomini, servendovi di parole più acute e più forti di quel che sono le cose. E quando le parole non erano sufficienti, servendovi </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">di cifre, lettere e segni, come cavi d’acciaio…</span>78.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Parole, cifre, lettere, segni, come cavi d’acciaio tesi a formare la struttura di una costruzione concettuale solidissima, capace di dare ordine al caos delle cose, garanzia della corrispondenza tra scienza e giustizia, tra aspirazioni a un futuro migliore e certezza di quello stesso futuro: così cominciò progressivamente ad apparire quel testo al comune sentire di tutti quei proletari nelle cui vite il socialismo veniva riempiendo i vuoti delle cesure violente con le speranze della rinascita.</span> <span style="font-size: medium;"> Il marxismo, dunque, come scienza necessaria, propedeutica all’emancipazione dei subalterni russi tramite sforzo di autoemancipazione.</span> <span style="font-size: medium;"> Vediamo l’andamento successivo di questo itinerario così come viene delineato in due opere di altissimo livello nell’ambito della letteratura sovietica: <em>Il dottor Zivago</em> e <em>Vita e destino</em>. Opere di autori, Boris Pasternak e Vasilij Grossman, sovietici e insieme critici di aspetti fondamentali dell’ «esperimento profano». Opere in cui il marxismo non poteva non apparire come il riferimento <em>necessario</em> di pensieri e di azioni.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il sole tramontò</span> <span style="font-size: small;"> E all’improvviso</span> <span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;"> di luce elettrica sfolgorò la «Potëmkin»</span>79.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ecco il marxismo-metafora del 1905. Ecco il marxismo fulmine-illuminante. Il marxismo nell’atmosfera poetica e culturale di Aleksandr Blok, uno dei più grandi poeti russi, punto di riferimenti essenziale per la letteratura di inizio secolo. «Con Blok» dice Pasternak «io e una parte dei miei coetanei trascorremmo la giovinezza»80:</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Blok aspettava questa tempesta e lo sconvolgimento</span> <span style="font-size: small;">i loro tratti infuocati,</span> <span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">con paura e insieme sete di una soluzione…</span>81</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ne <em>Il dottor Zivago</em> questo «fuoco […], penetrazione, visione personale del mondo» trova la sua traduzione in prosa, tramite il ricordo di Pavel Antipov, un giovanissimo nella rivoluzione del 1905, divenuto poi Strel’nikov, comandante militare rosso nella guerra civile iniziata nel «grande e terribile anno 1918 dalla nascita di Cristo»82.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Scoppiavano rivoluzioni, giovani pieni d’abnegazione salivano sulle barricate. Gli scrittori cercavano in ogni modo di sferzare l’animalesca sfacciataggine del denaro ed elevare e difendere l’umana dignità dei poveri. E venne il marxismo, che vide dov’era la radice del male, dov’era il mezzo per guarirlo, e diventò la forza motrice del secolo.</span> <span style="font-size: medium;">E ancora:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">[…] tutto il movimento operaio del mondo, tutto il marxismo nei parlamenti e nelle università d’Europa, tutto il nuovo sistema di idee, la novità e rapidità delle deduzioni, l’ironia, tutta la conseguente spietatezza elaborata in nome della pietà, tutto questo assorbì in sé ed espresse per tutti Lenin, che, come la personificazione della vendetta, si scagliò contro il vecchio sistema. Insieme a lui si levò l’anima immensa della Russia, che a un tratto sotto gli occhi di tutto il mondo, si accese come una candela votiva per tutta la miseria e le sofferenze dell’umanità</span>83.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Poi, però, la coniugazione tra questo modo di intendere il marxismo e la rivoluzione, modo di cui il 190584 è, per Pasternak, il paradigma, si trasforma:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Quello che era stato concepito in modo nobile e alto, è diventato rozza materia. […] Se pensi all’espressione di Blok: «Noi, i figli degli anni terribili della Russia», vedrai subito la differenza delle epoche. Quando Blok diceva questo, bisognava intenderlo in senso metaforico, figurato. […] I terrori non erano terribili, ma provvidenziali, apocalittici, il che è un’altra cosa. Ma adesso tutto quello che era metaforico è diventato </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">letterale: […] i terrori sono terribili, ecco la differenza</span>85.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A quarant’anni dal 1905, a quasi trenta dall’Ottobre, ragionano in questi termini Misha Gordon e Nika Dudorov, amici dell’ormai scomparso Jurij Zivago, giovanissimi partecipanti, come Antipov/Strel’nikov, alle giornate del 1905.</span> <span style="font-size: medium;"> Il marxismo era diventato arido catechismo dei manuali scolastici, mutevole ideologia sempre a sostegno delle svolte politiche anche le più </span><span style="font-size: medium;">contraddittorie, giustificazione ultima di «un’ipocrisia costante eretta a sistema»86.</span> <span style="font-size: medium;"> Il marxismo aveva preso il fucile, come il soldato rosso Tarasjuk che durante la guerra «imperialista» aveva constatato quanto le armi fossero una forza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">È voluto diventare anche lui una forza. Un uomo armato non è più soltanto un uomo. […] Prova un po’ a togliergli il fucile, adesso. Ed ecco che proprio al momento giusto arriva l’appello: «Rivolgete la baionetta dall’altra parte» […]. Ecco tutta la storia e tutto il marxismo. E del più autentico, che nasce dalla vita stessa</span>87.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Forza per la vittoria, dunque, è la «materia rozza» dell’«autentico» marxismo. Forza e pietra di paragone per giudicare la correttezza dei pensieri e delle azioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Vasilij Grossman in <em>Vita e destino</em> dà particolare rilievo ad ambedue questi aspetti, mettendo in scena il seguente dialogo tra Getmanov (commissario politico di corpo d’armata), Novikov (comandante del corpo d’armata carristi), Neudobnov (capo di Stato maggiore di Novikov). Sta per partire il grande movimento a tenaglia che chiuderà Paulus nella sacca di Stalingrado e la discussione verte sulla scelta di un nuovo comandante per una brigata corazzata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">«Per il momento potremmo affidarla al maggiore Basangov, la brigata» disse Novikov. «È in gamba, era già sui carri armati ai tempi di Novograd-Volynsk. Il commissario ha qualche obiezione?»</span> <span style="font-size: small;"> «Nessuna, è ovvio,» disse Getmanov «che obiezioni potrei mai avere?… Tuttavia, ho una mia opinione in merito. Il vicecomandante della II brigata è un tenente colonnello armeno che, dunque, avrà come capo di Stato maggiore il calmucco Basangov. Aggiungerei che a capo della III brigata c’è uno che si chiama Lifsitz… Eviterei almeno il calmucco, non credete?».</span> <span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;"> Guardò prima Novikov poi Neudobnov. «Il cuore e il buon senso le danno ragione, ma il marxismo ci insegna ad affrontare l’argomento in maniera diversa» dichiarò Neudobnov «L’essenziale è come il compagno in questione combatterà i tedeschi. È questo, il mio marxismo» sbottò Novikov</span>88.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di fronte alla evocazione del marxismo come supremo giudice per dirimere la questione, il nazionalismo russo del commissario politico, un nazionalismo che difficilmente avrebbe potuto trovare la strada per avere la comprensione di quel tipo di giudice, si vede costretto a fare marcia indietro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Se noi, però, pensiamo i problemi della storia del marxismo mediante l’analisi del «marxismo secondo testi»89, di fronte a un giudice di questo tipo potrebbero reggere i marxismi di Novikov e Neudobnov?</span> <span style="font-size: medium;"> E anche tutte le altre forme delineate da un grande scrittore come Pasternak?</span> <span style="font-size: medium;"> Nessuna di queste <em>forme</em> di marxismo potrebbe trovare posto in una storia condotta all’insegna del «marxismo secondo testi». Eppure questi marxismi che «nasc[ono] dalla vita stessa», e quindi, per Pasternak «autentici», sono stati assai rilevanti nella «vita collettiva», cioè nella storia. Quanto alla loro «autenticità» è del tutto evidente che si tratta di una figura letteraria che niente ha a che vedere con pratiche di filologia testuale. Le figure letterarie dei grandi scrittori, però, hanno la facoltà di farci cogliere elementi di verità al di là delle narrazioni effettuali.</span> <span style="font-size: medium;"> «L’illuminismo russo è diventato la rivoluzione russa»90, scrive Pasternak, nella logica della trasformazione del pensiero nobile in «rozza materia» che, però, «scaturisce dalla vita stessa» o, più esattamente, dal contesto storico in cui quella vita è immersa. E un altro scrittore contrappone le ragioni della «rozza materia», a Karl Marx.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Non c’è nessuna internazionale, ma c’è la rivoluzione popolare russa, rivolta e nient’altro. Secondo il modello di Stenka Razin. – “E Karl Marx?” – domandano. </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">– È tedesco, dico, e dunque scemo, – “E Lenin?” – Lenin, dico, è uno che viene dai mugik […] La terra ai mugik. I mercanti, via! I proprietari terrieri, via! […] Noi siamo per i bolscevichi, per i soviet, che tutto sia alla maniera nostra, alla russa. Si stava sotto i signori, sì, ma ora basta. Alla russa, alla maniera nostra. Facciamo da noi!</span>91</span> <span style="font-size: medium;">In questi termini, in un romanzo di particolare originalità letteraria uscito nel 1922, l’autore fa parlare un mugik nel 1919, nel pieno della guerra </span><span style="font-size: medium;">civile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">«Energicamente funzionare!» […] Non c’è nulla che non si possa, perché non si può non fare». Ecco cosa sono i bolscevichi. […] Una selezione della soffice e grossolana pasta nazionale russa. […] Questi qui non li turlùpini con la limonata della psicologia: «così s’è deliberato – così sappiamo – così vogliamo – e basta!». Del resto Carlo Marx nessuno di loro l’ha letto</span>92.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In questa letteratura c’è una rappresentazione plastica di un aspetto essenziale </span><span style="font-size: medium;">di quell’<em>età degli estremi</em> che, come si è detto, è uno dei parametri </span><span style="font-size: medium;">costitutivi di tutta la nostra lunga età contemporanea.</span> <span style="font-size: medium;"> Un altro dei grandi scrittori russo-sovietici, Isaac Babel, testimone e protagonista </span><span style="font-size: medium;">della rivoluzione del 1917, riesce a comprendere/spiegare estremi, </span><span style="font-size: medium;">ossimori, eccessi, attraverso uno stile estraneo a ogni eccesso.</span> <span style="font-size: medium;"> Secondo illustri slavisti quello del «piccolo ebreo gettato dal destino tra </span><span style="font-size: medium;">i violenti cosacchi» è uno stile lirico, con labili confini nei confronti di un </span><span style="font-size: medium;"><em>pathos</em> quasi intimista93, uno stile sostanzialmente «laconico»94. Uno stile, </span><span style="font-size: medium;">dunque, estraneo a ogni eccesso. Eppure gli eccessi rimangono nelle <em>cose</em> </span><span style="font-size: medium;">narrate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Prendiamo uno dei quadri tracciati da Babel: <em>Vita di Matvej Rodionyc </em></span><span style="font-size: medium;"><em>Pavlicenko</em>.</span> <span style="font-size: medium;"> Il generale rosso Pavlicenko «fu pastore nella tenuta di Lidino, presso </span><span style="font-size: medium;">il barin Nikitinskij». Il servo Matvej, non più, da non molto, giuridicamente </span><span style="font-size: medium;">della gleba, sposa la serva Nastja. Dopo un breve periodo di convivenza, </span><span style="font-size: medium;">un vecchio, altro servo della tenuta, va da lui e l’avverte: «Matvej da poco </span><span style="font-size: medium;">il padrone ha toccato tua moglie in ogni dove e vedrai che se la prenderà il </span><span style="font-size: medium;">padrone». Matvej va dal padrone, non per impedire quello che è, comunque, </span><span style="font-size: medium;">considerato naturale per i figli dei servi della gleba («Le vostre madri, cristiani </span><span style="font-size: medium;">ortodossi – dice il barin – me le sono godute tutte»), ma per chiedere </span><span style="font-size: medium;">il compenso del lavoro di pastore e andarsene. Ora può farlo, è formalmente </span><span style="font-size: medium;">libero. E se ne va senza nemmeno il salario, perché comunque, nella realtà di </span><span style="font-size: medium;">quella proprietà terriera, un servo aveva quasi sempre accumulato una situazione </span><span style="font-size: medium;">debitoria nei confronti del padrone.</span> <span style="font-size: medium;"> Poi venne «la dolce […] piccola annata del diciotto». Pavlicenko che </span><span style="font-size: medium;">combatteva contro i «bianchi» a poche leghe dalla tenuta di Lidino vi si reca </span><span style="font-size: medium;">e incontra Nikitinskij seduto nella sala da tè. Non lo chiama mai per nome, </span><span style="font-size: medium;">lo appella solo «proprietà terriera». Pavlicenko legge alla «proprietà terriera» </span><span style="font-size: medium;">una lettera di Lenin:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Presi il registro degli ordini del giorno, lo aprii ad una pagina pulita, anche se sono io stesso analfabeta fino nel fondo dell’anima: “in nome del popolo” leggo, e per creare una futura vita radiosa, ordino a Pavlicenko Matvej Rodionyc di togliere la vita a diversi uomini secondo il suo giudizio… Ecco, dico, ecco la lettera di Lenin per te […] proprietà terriera. […]</span> <span style="font-size: small;"> Non cominciai a sparargli, non dovevo sparargli in nessun modo […] Calpestai il mio barin Nikitinskij. Lo calpestai per un’ora o più di un’ora e nel frattempo conobbi in pieno la vita. Con un colpo di pistola, ve lo dico, ci si può separare da un uomo: un colpo di pistola è per lui una grazia, per te una facilità disgustosa; con un colpo di pistola non si arriva mai all’anima, dove essa è nell’uomo o come si rivela. Ma io, se capita, non mi risparmio, il nemico lo pesto per un’ora o più di un’ora, voglio conoscere la vita com’è fatta dentro di noi…</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"> Quale estremo, quale eccesso espressi in stile «laconico»! Quale spaccato </span><span style="font-size: medium;">di storia russa, della Russia contadina, cioè della quasi totalità della Russia! </span><span style="font-size: medium;">Servi della gleba, e servi liberati leggono insieme lettere di Lenin alla «proprietà </span><span style="font-size: medium;">terriera».</span> <span style="font-size: medium;"> Spaccato di storia specificamente russa che trascendeva l’esperienza bolscevica.</span> <span style="font-size: medium;"> Le stesse motivazioni di Pavlicenko, l’«odio feroce»95 accumulato </span><span style="font-size: medium;">in tempi assai lunghi, sono alla base di altri massacri di proprietari terrieri </span><span style="font-size: medium;">per mano del nazionalismo ucraino antibolscevico, antimarxista, di Symon </span><span style="font-size: medium;">Petljura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><em>Che cosa avevano in testa i contadini che odiavano questo pan hetman come un cane idrofobo? […]. Non c’era alcun bisogno di quella poca riforma fatta dai signori, ma era invece necessaria l’eternamente desiderata riforma contadina: –Tutta la terra ai </em></span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;"><em>contadini […]. – Non vogliamo più sentire nemmeno la puzza dei padroni</em></span>96.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E ai proprietari terrieri, signori ufficiali, venivano intagliate le spalline </span><span style="font-size: medium;">direttamente sulla pelle. Antibolscevichi, antimarxisti, le cui azioni si basavano </span><span style="font-size: medium;">sulla parola d’ordine, sul programma, che permise ai «rossi» di vincere </span><span style="font-size: medium;">la guerra civile.</span> <span style="font-size: medium;"> Un abisso precipita tutto intero nella guerra civile, nell’atto di nascita del </span><span style="font-size: medium;">potere sovietico. Un abisso che si ripercuote su tutta la storia dei comunismi, </span><span style="font-size: medium;">sia pure in maniera molto diversa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong> 2.</strong> In questo contesto gran parte del «marxismo» diventa «marxismo di guerra</span><span style="font-size: medium;">», diventa un aspetto del «comunismo di guerra». E la stessa lettura de <em>Il </em></span><span style="font-size: medium;"><em>capitale</em> è soggetta alle leggi di guerra.</span> <span style="font-size: medium;"> La «grande guerra» apre il Novecento: su questo l’accordo degli studiosi </span><span style="font-size: medium;">è generalizzato; non apre, però, un’altra epoca storica. I lineamenti di fondo </span><span style="font-size: medium;">del modo di produzione capitalistico (la storia profonda cioè) non cambiano,</span> <span style="font-size: medium;"> nonostante l’accelerazione del ritmo di mutamento delle sue forme. Cambia, </span><span style="font-size: medium;">invece, e piuttosto radicalmente, gran parte dei parametri della vita politica e </span><span style="font-size: medium;">sociale, della stessa antropologia culturale collettiva.</span> <span style="font-size: medium;"> Bisognerebbe interrogarsi sul rapporto tra i «totalitarismi» affermatisi tra </span><span style="font-size: medium;">le due guerre e il carattere «totale» della grande guerra. Non si tratta solo dei </span><span style="font-size: medium;">numeri degli uomini gettati nell’immane fornace della guerra, ma della mobilitazione </span><span style="font-size: medium;">«totale» degli stati, dall’economia a tutti gli aspetti, alti e bassi, </span><span style="font-size: medium;">relativi alla trasformazione dell’immaginario collettivo e persino alla modi</span><span style="font-size: medium;">ficazione di alcuni elementi delle mentalità collettive. D’altra parte, i numeri </span><span style="font-size: medium;">hanno una consistenza immane, sono fuori da qualsiasi termine di paragone </span><span style="font-size: medium;">rispetto alle guerre europee dei decenni precedenti. 65 milioni di mobilitati, </span><span style="font-size: medium;">quasi 9 milioni di caduti militari, 21 milioni di feriti, quasi 8 milioni tra prigionieri </span><span style="font-size: medium;">e dispersi. È il 1914-1918 a inaugurare l’età dei massacri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"> L’esperienza di una guerra così brutale si ripercosse nella sfera politica: se era lecito condurre la guerra senza riguardo per il numero delle vittime e a ogni costo, perché non fare altrettanto anche nella lotta politica? […] I soldati che avevano superato la guerra senza ribellarsi contro di essa trassero dall’esperienza di essere vissuti </span><span style="font-size: small;">insieme con coraggio davanti alla morte un sentimento inesprimibile di superiorità selvaggia</span><span style="font-size: medium;">97.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il comunismo del Novecento nasce con la rivoluzione russa, e la rivoluzione </span><span style="font-size: medium;">russa è un evento del tutto interno alla «Grande guerra». Il comunismo </span><span style="font-size: medium;">del Novecento nasce e conserva per decenni le caratteristiche del «comunismo </span><span style="font-size: medium;">di guerra». E con «comunismo di guerra» non si deve intendere il </span><span style="font-size: medium;">periodo 1918-1921, quando furono presi provvedimenti economici eccezionali </span><span style="font-size: medium;">in una situazione disperata di guerra in atto, ma il contesto della nascita </span><span style="font-size: medium;">e il clima dominante fino all’altra grande guerra del Novecento: quella dal </span><span style="font-size: medium;">1939 al ’45. Poi, dopo un intervallo brevissimo, il «comunismo da guerra </span><span style="font-size: medium;">fredda».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il comunismo del Novecento, e il marxismo che ne derivò, dunque, furono </span><span style="font-size: medium;">tenuti a battesimo da due eventi terribili: la Grande guerra e la guerra </span><span style="font-size: medium;">civile russa. La prima segna una rottura netta con il modo in cui la cultura </span><span style="font-size: medium;">socialista aveva sviluppato il sistema di mediazioni tra teoria (filosofica, economica, </span><span style="font-size: medium;">sociale) e pratica politica. La seconda àncora saldamente, e con il </span><span style="font-size: medium;">collante di un sangue versato a fiumi e di crudeltà estreme, la nuova fase nata </span><span style="font-size: medium;">con la «catastrofe» a una storia particolare, quella della Russia.</span> <span style="font-size: medium;"> Quel contesto è fondamentale per comprendere la forza d’immagine, le </span><span style="font-size: medium;">proiezioni simboliche, la formazione di un’antropologia culturale «comunista</span><span style="font-size: medium;">» e di un marxismo che ne sia il rispecchiamento.</span> <span style="font-size: medium;"> La convinzione di Lenin, per cui il marxismo, proprio in quanto <em>scienza</em>, non può essere il prodotto spontaneo della classe operaia, ma deve essere portato dall’esterno al movimento operaio, e cioè dagli intellettuali che possiedono conoscenze scientifiche, divenne la struttura ideologica su cui costruire la teoria del partito-guida. Questa stessa concezione, però, poteva avere pratiche diverse a seconda dei contesti.</span> <span style="font-size: medium;"> Ad esempio, nel 1912, quando sulla scia della rivoluzione del 1905 restano aperti alcuni spazi per l’azione legale, Lenin propone una tattica di ricostruzione del partito su base “reticolare” e “fluida”, molto diversa da quanto perseguito da lui stesso nel 1903.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;">Commenta un russista sulla base di recenti studi:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"> Si tratta di una tappa assai poco nota del percorso di Lenin. […] Date queste proposte leniniane, è difficile prevedere quale sarebbe stata l’evoluzione del partito bolscevico senza l’esplosione della guerra: di lì a poco più di un anno, infatti, il bolscevismo (e buona parte del menscevismo) fu ricacciato nella più completa illegalità dall’opposizione al conflitto. […] Un argomento in più per chi considera il bolscevismo </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">versione 1917 un epifenomeno [della Grande guerra]</span>98.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In verità il «bolscevismo» come tale non fu un epifenomeno della Grande </span><span style="font-size: medium;">guerra, ne fu una sua «forma». Non sappiamo quale «forma» si sarebbe imposta </span><span style="font-size: medium;">senza la «catastrofe».</span> <span style="font-size: medium;"> Quello che fu chiamato «leninismo», prima della codificazione in «marxismo-</span><span style="font-size: medium;">leninismo», si presentava certamente come una costruzione <em>sistematica</em> </span><span style="font-size: medium;">di teoria politica della lotta di classe, ma al contempo manteneva aperta </span><span style="font-size: medium;">una relativamente ampia criteriologia di scelte. Il cuore della sistematica che </span><span style="font-size: medium;">Lenin definiva «l’anima del marxismo» (del marxismo politico ovviamente) </span><span style="font-size: medium;">ruotava intorno alla sua concezione di un materialismo storico i cui strumenti </span><span style="font-size: medium;">erano particolarmente adatti a essere utilizzati per «l’analisi concreta di una </span><span style="font-size: medium;">situazione concreta». Quest’insieme teorico-pratico doveva essere guida anche </span><span style="font-size: medium;">del </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">[…] modo specifico in cui congiungere propaganda e agitazione, condurre scioperi e dimostrazioni, istituire le alleanze di classe, rafforzare l’organizzazione di partito, affrontare l’autodeterminazione delle nazionalità, interpretare le congiunture interne </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">e internazionali</span>99.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Un insieme teorico-pratico che anche dopo la rivoluzione, per un periodo </span><span style="font-size: medium;">non brevissimo, non ebbe i caratteri di un blocco monolitico.</span> <span style="font-size: medium;"> Per citare i maggiori contributi sotto forma di libri e saggi, ancora per </span><span style="font-size: medium;">gran parte degli anni Venti, si pensi ai lavori di Trockij, Bucharin, Preobrazenskij, </span><span style="font-size: medium;">che, proprio a partire dai compiti del tutto inediti che si ponevano </span><span style="font-size: medium;">al nuovo stato sovietico, si cimentarono con quella problematica in termini </span><span style="font-size: medium;">originali, rifuggendo da ogni tipo di scolastica tanto dottrinale che politica.</span> <span style="font-size: medium;"> D’altra parte, si tratta di un periodo in cui anche sul piano della cultura </span><span style="font-size: medium;">letteraria e dell’arte sovietica, e dunque anche sul piano delle teorie artistiche </span><span style="font-size: medium;">e letterarie, assistiamo a un panorama amplissimo di sperimentazioni e </span><span style="font-size: medium;">contaminazioni.</span> <span style="font-size: medium;"> Quando, alla fine degli anni Venti, il combinato tra industrializzazione </span><span style="font-size: medium;">accelerata e collettivizzazione forzata della terra produrrà di nuovo il clima </span><span style="font-size: medium;">favorevole al «comunismo di guerra», l’immagine del marxismo russo </span><span style="font-size: medium;">si fuse con la realtà dell’«energicamente funzionare». E, allora, il marxismo </span><span style="font-size: medium;">non fu altro «che la dottrina filosofica e politica di Stalin, con la sua crestomazia </span><span style="font-size: medium;">di citazioni di Lenin, Engels, e Marx (secondo l’ordine di frequenza </span><span style="font-size: medium;">con cui vengono citati, e l’importanza che attribuisce loro)»100. Il catechismo </span><span style="font-size: medium;">(tra l’altro variabile a seconda delle circostanze tattiche) dei comunisti. E una </span><span style="font-size: medium;">lettura non «ortodossa» de <em>Il capitale</em> poteva portare al Gulag o direttamente </span><span style="font-size: medium;">alla liquidazione fisica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> La scrittura della storia del comunismo (dei comunismi) del Novecento è </span><span style="font-size: medium;">ancora in una fase iniziale. Non c’è dubbio che nel tempo darà luogo a capitoli </span><span style="font-size: medium;">storiografici immensi come l’oggetto «Riforma protestante» o l’oggetto </span><span style="font-size: medium;">«Rivoluzione francese». Nella storia del comunismo (comunismi) sono presenti </span><span style="font-size: medium;">insieme i momenti peggiori e i momenti migliori della storia umana: </span><span style="font-size: medium;">Gulag ed emancipazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Calogero guardava le fotografie degli incontri di Teheran e di Yalta, Roosevelt, Churchill e Stalin; ma Stalin era diverso, quei due erano senza dubbio grandi uomini, sapevano quel che facevano, ma lo sapevano per oggi; Stalin aveva invece il giuoco in mano per domani, per sempre, il giuoco di Calogero Schirò e del mondo intero; quando Stalin calava una carta, quella era la carta buona per Calogero Schirò e per l’avvenire dell’umanità. Roosevelt e Churchill pensavano alla guerra da vincere, il mondo liberato dalla nera minaccia, le navi dell’Inghilterra e dell’America a far rete di commerci nel mondo; Stalin invece pensava ai salinari di Regalpetra, agli zolfatari di Cianciana, ai contadini del feudo, a tutta la gente che nel lavoro gemeva sangue: e niente sarebbe stato vincere la Germania se uomini di Regalpetra e di Cianciana </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">dovevano continuare a vivere come bestie</span>101.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Stalinismo ed emancipazione all’interno della medesima storia. Stalin era </span><span style="font-size: medium;">comunista e insieme artefice di un terrore di massa. La sorte dei contadini </span><span style="font-size: medium;">e degli zolfatari di Regalpetra non aveva alcun peso nella visione strategica </span><span style="font-size: medium;">di Stalin per il dopoguerra. I contadini comunisti del meridione italiano, </span><span style="font-size: medium;">però, occupavano il feudo, anche con la forza che proveniva dalle vittorie di </span><span style="font-size: medium;">Stalin, e nel farlo scrivevano un pezzo di storia dell’emancipazione umana.</span> <span style="font-size: medium;"> Non è possibile espungere Stalin da questa storia, ma è necessario comprendere </span><span style="font-size: medium;">i nessi che hanno legato il comunismo di Stalin, il comunismo che viene </span><span style="font-size: medium;">dall’abisso delineato da Babel, al </span><span style="font-size: medium;">comunismo della liberazione dell’uomo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La storiografia sui comunismi, la storiografia sulle grandi rivoluzioni dell’età contemporanea, la storiografia sugli «estremi» e sugli «eccessi», non ha nulla da imparare dal marchio letterario, espresso in maniera concisa, essenziale, breve, dal piccolo ebreo, soldato rosso dell’armata a cavallo di Budionny? Dal grande scrittore, fucilato nel 1940 per ordine di Stalin, secondo la stessa lettura di Pavlicenko della lettera di Lenin.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong><span style="font-size: medium;">3.</span></strong> <span style="font-size: small;">[…] dal 1842 le insurrezioni dei servi contro i proprietari terrieri e i loro amministratori sono diventate endemiche; […] qualcosa come sessanta nobili, secondo le statistiche ufficiali del ministero degli interni, vengono assassinati dai contadini ogni anno… Se insorgono, avremo il 1793 della Russia: il regno del terrore di questi servi </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">semiasiatici sarà qualcosa che non avrà pari nella storia</span>102.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’avevano ben compreso i protagonisti della grande stagione ottocentesca </span><span style="font-size: medium;">della letteratura russa, i Tolstoj, i Turgenev, i Čechov: senza una redistribuzione </span><span style="font-size: medium;">della terra nel mondo contadino, nel futuro prossimo della Russia</span> <span style="font-size: medium;"> ci sarebbe stata, su scala enormemente più vasta, la ripetizione delle rivolte </span><span style="font-size: medium;">contadine di Stenka Razin e di Emel’jan Pugaciov.</span> <span style="font-size: medium;"> Una condizione, quella dei servi della gleba russi, in cui è il lato animale </span><span style="font-size: medium;">dell’uomo a prevalere su quello umano. Nel contesto della servitù della gleba </span><span style="font-size: medium;">il lato animale è coerente con la condizione del contadino. Al filantropo, che </span><span style="font-size: medium;">vuol sottrarvelo tramite scuole e ospedali da istituirsi nelle comunità servili, </span><span style="font-size: medium;">un appartenente all’alta nobiltà russa, peraltro personalmente generoso e liberale, </span><span style="font-size: medium;">risponde:</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tu vuoi sottrarlo [il contadino] alla sua condizione animale e dargli dei bisogni morali. Ma a me sembra che [per lui] l’unica felicità possibile sia la felicità animale, e proprio di questa tu lo vuoi privare. […] Tu vuoi farlo diventare come me, ma senza </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">dargli […] i miei mezzi</span>103.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In quello stesso contesto, animali e servi si possono scambiare sul mercato, </span><span style="font-size: medium;">e certi animali hanno maggior valore di scambio rispetto ai servi. Il nobile </span><span style="font-size: medium;">proprietario terriero Ilagin, durante una partita di caccia, accarezza con lo </span><span style="font-size: medium;">sguardo la sua «piccola cagna di razza, dal mantello bianco-arancio, stretta </span><span style="font-size: medium;">ma con i muscoli d’acciaio […] per la quale un anno prima aveva dato a un </span><span style="font-size: medium;">vicino tre famiglie di servi domestici»104.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Allora bisogna dare a questi servi «i mezzi» per sviluppare ciò che di </span><span style="font-size: medium;">«umano è nell’uomo». Nelle potenzialità anticapitalistiche pensabili in una </span><span style="font-size: medium;">comune rurale autogovernata, Marx mette in rilievo proprio il processo della</span> <span style="font-size: medium;"> conquista di gradi progressivamente più alti di umanità, attraverso l’emancipazione </span><span style="font-size: medium;">dei contadini sia come <em>comunità</em> che come <em>individualità</em>. Le due </span><span style="font-size: medium;">liberazioni non potevano non essere intimamente legate.</span> <span style="font-size: medium;"> Il «nesso rurale», un «ambiente agricolo [che] ebbe tutte le caratteristiche </span><span style="font-size: medium;">di un sistema sociale distinto, completamente separato dalla società»105, </span><span style="font-size: medium;">è stato elemento centrale della storia russa e della riflessione marxiana su quella storia. Una riflessione cominciata già alla fine degli anni Cinquanta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Sul rapporto tra analisi marxiana e il «nesso rurale» della storia russa si è sviluppata una letteratura ampia e articolata. Non poteva essere altrimenti, perché tale riflessione è momento essenziale tanto della meccanica interna dello sviluppo della teorica marxiana nel suo svolgimento di lungo periodo, quanto delle domande che il momento attuale pone sulla trasformazione in atto dei capitalismi in un mercato mondiale realmente <em>totale</em>. Una letteratura che, in gran parte, sembra utilizzare schemi interpretativi mutuati da espressioni come «l’ultimo Marx» e «l’altro Marx», dove spesso il Marx «ultimo» è «altro», nel senso di essere frutto di una cesura rispetto al Marx «non ultimo». Bisogna dire, però, che gli studiosi che hanno utilizzato le suddette espressioni come titolo dei propri libri sono stati assai più prudenti rispetto a molti di coloro che hanno utilizzato tali titoli come strumenti interpretativi.</span> <span style="font-size: medium;"><em>El último Marx</em> (1863-1882) <em>y la liberacion latino-americana</em>, questo il titolo di un libro di Enrique Dussel uscito nel 1990 a Città del Messico. L’edizione italiana si è limitata semplicemente a <em>L’ultimo Marx</em>106. Un titolo, quello originale, che è di per sé un ossimoro; è impossibile, infatti, definire come «ultima» una fase dell’attività di Marx che ha occupato quasi la metà della sua vita scientifica e politica. Anche Ettore Cinnella, che ha usato l’espressione «un altro Marx» nel titolo di un suo volume107, fa iniziare il rinnovato interesse di Marx per la Russia alla fine degli anni Cinquanta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ciò significa che il Marx che studia storia e realtà russa a lui contemporanea, e che <em>anche</em> su tale base elabora analisi teorico-politica, è ancora del </span><span style="font-size: medium;">tutto interno alla logica di <em>sviluppo</em> di un insieme teorico in costruzione. Ciò significa, che, visti gli orizzonti più vasti dei suoi riferimenti teorici e della sua ricerca storica e del complesso delle sue indagini empiriche, la stessa «questione russa», seppure importantissima, è comunque una parte di una più generale riflessione in corso.</span> <span style="font-size: medium;">Recentemente, una biografia intellettuale di Marx, preziosamente circostanziata, ha delineato, per il periodo considerato e in stretta connessione </span><span style="font-size: medium;">con le travagliate condizioni di lavoro, l’impressionante mole di materiale di studio utilizzata dall’autore de <em>Il capitale</em>. E proprio sulla base di tale studio, l’autore della citata biografia intellettuale scrive:</span></p>
<p>[…] è possibile che, nei libri de <em>Il capitale</em> ancora da scrivere, [Marx] volesse esporre le dinamiche del modo di produzione capitalistico in modo più esteso e su scala sempre più globale.[…] Inoltre è presumibile che egli fosse interessato a verificare, con grande attenzione, anche le modalità attraverso le quali il modo di produzione capitalistico si sviluppava in contesti e periodi differenti108.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Questi due aspetti, giustamente sottolineati, sono anche strettamente legati tra loro, e la natura del loro legame mi sembra rafforzi la tesi che Marcello Musto, l’autore della citata biografia intellettuale, ha avanzato, forse, con un eccesso di prudenza.</span> <span style="font-size: medium;">Enrique Dussel, come si è visto, costruisce il lungo periodo dell’«ultimo Marx» a partire dal 1863 e lo fa mettendo in relazione «l’urgente questione di un ripensamento dell’accumulazione su scala mondiale»109, con la necessità che tale tema diventi argomento da svolgere e approfondire nell’analisi complessiva de <em>Il capitale</em>. <em>L’ultimo Marx</em>, infatti, è costruito quasi nella sua totalità sulla base dei manoscritti marxiani del 1862-1863, ed è componente importante dell’intero percorso analitico. Un percorso che rimane costantemente caratterizzato dal movimento del valore che va studiato, volta per volta, nelle specifiche forme assunte in specifici «ambienti storici». Ci si è chiesti quale relazione si esplica tra la «grammatica del modo di produzione capitalistico» e la concretezza dei «capitalismi storici», cioè una grammatica che è «una teoria astratta di come questo modello funzioni, ma come tale questo modello non è mai esistito e mai esisterà»110.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Una formulazione del problema, questa, sostanzialmente condivisibile, ma che necessita di ulteriori precisazioni. Bisogna aver ben chiaro, infatti, che quel modello teorico, come tale necessariamente <em>astratto</em>, è il frutto dello studio <em>storico</em> più denso e accurato prodotto nel suo tempo sui processi reali che hanno caratterizzato le componenti logiche della <em>grammatica</em>: la lunga accumulazione originaria e l’equilibrio dinamico raggiunto dal <em>first comer</em> che ha aperto al mondo la società del capitale. E che, dunque, Marx, per sviluppare ulteriormente la sua analisi, comincerà a svolgere gli elementi connotativi e strutturali della grammatica nei linguaggi differenziati in cui si manifestano nel capitalismo-mondo.</span> <span style="font-size: medium;">Anche se quello di Marx è solo l’inizio di un processo analitico, il suo orizzonte non può rimanere all’interno delle logiche di funzionamento di </span><span style="font-size: medium;">un singolo modo di produzione considerato isolatamente. Le comparazioni, le transizioni non sarebbero possibili da analizzare senza la «storia nel suo complesso». È «la “storia nel suo complesso” […] l’argomento del discorso marxiano»111. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Una «totalità» che non si può leggere attraverso la generalizzazione dell’astratto modello teorico. Questa «totalità», infatti, «si caratterizza per discontinuità, disomogeneità, asincronia. Per pluralità di ritmi e temporalità evolutive. Per la molteplicità di sequenze dinamiche tra loro non commensurabili»112. Una «totalità» che, dunque, non può essere letta tramite modello «totale». La sua comprensione passa attraverso la ricerca storica empirica, proprio quella disprezzata dai teorici marxisti puri. A differenza della migliore storiografia marxista che, come abbiamo visto in una precedente lezione, pur sulla base di una ricerca empirica necessariamente condotta con scrupolo filologico, non disdegna certo l’utilizzazione di modelli teorici. E a differenza di Marx, la cui costruzione teorica emerge sempre da una prolungata immersione nella materialità della ricerca empirica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">«[…] la massa di materiale che ho, non solo sulla Russia, ma anche sugli Stati Uniti, mi fornisce un piacevole pretesto per continuare i miei studi, invece di concluderli e darli alle stampe». Avrò modo di ritornare, in diverso contesto, su questa affermazione marxiana del 1879 contenuta in una lettera a Daniel’son, il traduttore in russo del Libro I de <em>Il capitale</em>. Vi leggo ora un’altra affermazione, tratta dalla stessa lettera, che mi pare particolarmente indicativa in rapporto alla questione su cui stiamo ragionando:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Non avrei pubblicato a nessun costo il secondo volume prima che l’attuale crisi industriale in Inghilterra abbia raggiunto il suo apice. I fenomeni sono questa volta del tutto particolari, si differenziano sotto molti aspetti da quelli precedenti e ciò – prescindendo completamente da altre circostanze modificanti – si spiega con il fatto che la crisi inglese era stata preceduta da crisi immani negli Stati uniti, in Sud America, Germania, Austria ecc., che durano ormai da cinque anni. </span> <em>Occorre dunque osservare il corso attuale fino a quando le cose siano maturate, soltanto allora è possibile “consumarle produttivamente”, cioè “dal punto di vista della teoria”</em> [corsivo mio].</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Non solo, come ormai abbiamo potuto verificare in tante parti di questo Corso, per Marx l’analisi storica è essenziale «dal punto di vista della teoria », ma tale analisi deve riguardare la «storia nel suo complesso». E il «presente» non è una dimensione esterna della storia. Solo lo studio minuzioso del «presente come storia» permette conoscenza del ventaglio di possibilità che ragionevolmente ci si può attendere dalle logiche dei processi in atto. È a questo studio che «l’ultimo (?) Marx» ha dedicato tanta parte della sua attività a partire dalla prima metà degli anni Sessanta.</span> <span style="font-size: medium;">Uno studio che analizza la dinamica dell’accumulazione ormai insopprimibile nel capitalismo-mondo, alla luce dei suoi effetti tanto sulle società </span><span style="font-size: medium;">«sviluppate» che su quelle «arretrate». Tanto su India, Cina, Russia che sugli Stati Uniti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">La chiave migliore per “leggere” le differenze tra le strutture sociali dei [diversi] paesi [era] data dall’esame della “questione agraria”, e quindi dalla considerazione del modo in cui [si poneva] questo problema fondamentale per lo sviluppo del capitalismo</span></span><span style="font-size: medium;">113.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Lo studio della «logica specifica dell’oggetto specifico» non poteva non comportare mutamenti su giudizi prima desunti sulla base del modello astratto. Ad esempio, in una prima fase Marx aveva considerato il colonialismo inglese in India, pur negli orrori tipici di tutte le forme dell’«accumulazione originaria», come momento necessario per trascinare quel paese, urlante e scalciante, nell’area della modernità del capitale. Poi, affrontando progressivamente la realtà della colonizzazione in India, si rende conto che con «le ossa dei tessitori che imbiancano le pianure indiane»114, questa distruzione non è per sé progressiva, che «un mondo antico è stato distrutto, [ma] un mondo nuovo non è stato conquistato»115.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Lo studio di alcune aree coloniali e di alcune aree di arretratezza nello sviluppo del capitalismo-mondo fa emergere con chiarezza una realtà fatta di «impenetrazione di più sistemi socioeconomici e quindi di “più periodi storici” in un solo paese e in un medesimo tempo116». Lo avevano, del resto, ben compreso protagonisti della rivoluzione del ’17 come Lenin e Trotskij.</span> <span style="font-size: medium;">La lunga riflessione marxiana sulla «questione russa», tramite le peculiarità della storia russa, deve essere considerata all’interno di tale contesto.</span> <span style="font-size: medium;">La peculiarità su cui Marx concentra la sua analisi riguarda la forte tensione tra gli «anacronismi», i rapporti economico-sociali considerati residui dell’arretratezza russa, mere sopravvivenze di temporalità storiche «arcaiche», e la forza inglobante delle logiche dell’accumulazione del capitalismo moderno. «Dagli attriti di diverse temporalità, differenti traiettorie temporali diventa[va]no visibili. Queste [erano] possibili»117. Certo <em>se</em>…</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quali nuove traiettorie, rispetto a quelle studiate nel caso del <em>first comer</em> e che sono servite come base per la costruzione del modello <em>astratto</em>, possono essere ipotizzate e quali sono le condizioni della loro possibilità? Il proposito antiutopico di Marx «consiste nel districare il garbuglio dei possibili, non per predire il corso necessario della storia, ma per pensare le biforcazioni sorte dall’istante presente»118. In questo senso la Russia della seconda metà dell’Ottocento è un campo perfetto dove provare insieme lo sviluppo del pensiero critico e della proposta politica. Uno spazio immenso in cui gli elementi comunitari della vita produttiva e della vita sociale non erano residuali, bensì l’aspetto dominante. Per questo, ancora prima dell’abolizione della servitù della gleba (1861), appena il problema diventò in Russia oggetto di dibattito, Marx ne comprese l’importanza: «Secondo me, il fatto più grosso che sta accadendo ora nel mondo è, da una parte il movimento degli schiavi in America […], dall’altra il movimento degli schiavi in Russia»119. Del resto appena due anni prima aveva scritto in un articolo sul «New York Daily Tribune»:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">[…] i contadini, con idee eccessive anche di quello che lo zar voleva fare in loro favore si sono spazientiti per la flemma dei padroni. Gli incendi scoppiati in varie province sono segnali di malcontento inequivocabili. È noto inoltre che nella Grande Russia […] si sono verificate sommosse, accompagnate da atti di violenza terribili, a seguito dei quali la nobiltà è emigrata dalle campagne alle città, dove, sotto la protezione di mura e guarnigioni, può sfidare i suoi schiavi in rivolta. Alessandro II ha pensato bene di convocare qualcosa di simile ad una assemblea di notabili. E</span> <span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">se questa convocazione costituisse un nuovo punto di partenza nella storia russa?</span>120</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">C’è ancora, in questa impostazione, il modello della Grande Rivoluzione francese, un’assemblea di notabili come assemblea costituente, ma la prefigurazione di un «nuovo punto di partenza per la storia russa» comporta la necessità di immergersi in quella storia. Ed è ciò che Marx cominciò a fare, imparando rapidamente la lingua e misurandosi con l’immane mole di materiale documentario e bibliografico cui abbiamo fatto riferimento. Tra l’altro Daniel’son, il traduttore russo del Libro I de <em>Il capitale</em>, alla fine del 1869 gli aveva inviato anche 10 tomi dei <em>Lavori della commissione tributaria</em>. Marx ne trasse quattro grossi quaderni di appunti. Nei quaderni degli anni Settanta, inoltre, si trovano appunti particolareggiati sulla rendita fondiaria in Russia, sulla redditività dei terreni agricoli nelle varie provincie, in base alla fertilità del suolo, alla distanza dai mercati ecc., risultato di studi intrapresi di geologia, mineralogia, chimica agraria e delle scienze naturali. Nell’ambito di </span><span style="font-size: medium;">questo materiale vorrei rapidamente soffermarmi sulle considerazioni marxiane a proposito di un libro di Flerovskij.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Flerovskij, pseudonimo di Vasilij Vasil’evic Bervi, sociologo ed economista, già funzionario dell’amministrazione russa licenziato per aver scritto una lettera allo Zar in cui esprimeva critiche alla sua politica, aveva pubblicato nel 1869 un libro di 500 pagine il cui titolo, <em>La situazione della classe operaia in Russia</em>, riecheggiava quello del volume di Engels del 1844. E Marx rilevava tale analogia con grande soddisfazione:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">È questo il primo scritto in cui viene detta la verità sulla situazione economica russa. Quest’uomo è un deciso nemico dell’“ottimismo russo”, come lo chiama lui. Non avevo mai avuto opinioni grandiose di quell’eldorado comunistico, ma Flerovskij supera ogni mia attesa. […] L’esposizione è assolutamente originale. […] Nessuna dottrina socialista, nessun misticismo della terra (benché sia favorevole alla forma </span>della proprietà comunale), nessuna esaltazione nichilistica. Qua e là alcune chiacchiere vuote e benevole […]…). <em>Ad ogni modo è il libro più importante che sia uscito dopo il tuo scritto sulla «Condizione delle classi lavoratrici».</em> Anche la vita familiare del contadino russo – con quell’orrendo ammazzare di botte la moglie, l’acquavite e le concubine – è descritta bene [corsivo mio]121.</p>
<p><span style="font-size: medium;">E di nuovo:</span></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Flerovskij su «La situazione della classe operaia in Russia» è un libro fuori dell’ordinario. […] Un lavoro coscienzioso. L’autore ha viaggiato per 15 anni dai confini occidentali del paese sino ai confini orientali della Siberia, dal mar Bianco al mar Caspio, all’unico scopo di <em>studiare fatti</em> [corsivo mio]122.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La conoscenza più precisa possibile dei <em>fatti</em>, dello stato dell’economia russa al momento presente, della sua determinante base agraria, dei suoi fondamenti storici, erano i presupposti imprescindibili per tentare di sciogliere il «garbuglio dei possibili». Non servivano né dottrine socialiste e neppure modelli teorici costruiti su altri presupposti, su altri svolgimenti storici. E inoltre non esisteva nessuna mitica «comunità rurale», ma solo reali organismi di produzione a proprietà indivisa, con specifiche forme di socializzazione.</span> <span style="font-size: medium;"> Realtà al cui interno convivevano aspetti per cui si può usare realisticamente il termine di «arretratezza», e altri passibili di positivi sviluppi. Solo <em>se</em> si fossero generate, però, le condizioni storico-politiche per l’evoluzione della comunità di villaggio in un contesto di più alta civiltà. <em>Se</em>…, dunque, al di fuori di qualsiasi determinismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’analisi dello stato della comune rurale (<em>obscina</em>), delle sue dinamiche interne alla luce delle dinamiche esterne innescate dallo sviluppo del capitalismo in Russia e dalle risposte delle politiche governative, dunque, diventa per Marx elemento centrale per orientarsi nel ventaglio di possibilità aperte in quel momento della storia russa. E per quanto riguarda le dinamiche interne, diventa necessario anche quell’approccio antropologico testimoniato dai due <em>Quaderni antropologici</em> elaborati tra il 1881 e il 1882, questa volta davvero dall’«ultimo Marx». Un esito, che Marx considerava provvisorio, di un percorso conoscitivo iniziato da tempo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quello che è stato chiamato il «nesso rurale» della storia russa precedente la Rivoluzione d’ottobre si articola, pressoché per intero, nella vicenda dell’obscina. Ancora alla fine dell’Ottocento il 90% dei 126 milioni di abitanti dell’Impero russo viveva nelle campagne, e l’<em>obscina</em> era forma di conduzione della terra dominante, sebbene non esclusiva. Nelle parti non slave dell’Impero, infatti, esistevano forme diverse. La stessa <em>obscina</em>, del resto, nella parte occidentale slava, si presentava con varianti alcune delle quali non marginali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I caratteri comuni, determinanti, consistevano nel fatto che la «comunità rurale» era costituita dall’insieme di aziende familiari allargate, ognuna delle quali diretta (comandata) da un patriarca, un piccolo zar contadino. L’assemblea composta dai rappresentanti delle famiglie-azienda (mir) decideva su tutte le questioni dell’<em>obscina</em>. In particolare sulla distribuzione della terra, in uso non in proprietà, alle famiglie, sulla base, in genere, del numero dei componenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">Tutto ciò avveniva in un contesto caratterizzato da altri elementi, primo tra tutti un sistema culturale in cui […] all’aratro di legno corrispondeva analfabetismo di massa, credenze semimagiche, brutalità, violenza e una tendenza al conservatorismo ideologico rafforzata dall’esperienza di un’esistenza precaria, in cui i cambiamenti equivalevano spesso a catastrofi123</span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Proprio ciò che Marx aveva chiamato ironicamente «eldorado comunistico», sul quale egli non nutriva alcuna illusione, ma s’interrogava, </span><span style="font-size: medium;">dopo il decreto di emancipazione dei servi della gleba, sulle possibilità di trasformazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I decreti del 1861 avevano sì cancellato il carattere specificamente feudale della conduzione agraria russa, ma avevano anche accentuato il carattere esplosivo della questione contadina. I contadini, infatti, venivano liberati senza riscatto personale, ma dovevano riscattare la terra e pagare un’indennità per i diritti feudali aboliti. La nobiltà divenne proprietaria della parte migliore, più fertile, delle tenute agrarie. Il risultato fu che le terre rimaste alle «comunità» erano del tutto insufficienti rispetto al numero di persone che dovevano nutrire. Si calcola che i nobili affittassero ai contadini liberi circa i 2/3 delle terre di cui erano diventati proprietari, provocando così il loro indebitamento costante. E i debiti venivano spesso pagati con il lavoro contadino nelle terre padronali, una sorta di riproposizione delle vecchie corvées.</span> <span style="font-size: medium;"> Quale era il «garbuglio dei possibili» innescato da tale contesto? Quali linee di svolgimento potevano uscirne?</span> <span style="font-size: medium;"> Per cogliere meglio il punto di vista marxiano sulla questione, ritorniamo alla lettera di Vera Zasulič, di cui abbiamo letto alcune righe all’inizio di questa lezione, righe nelle quali si metteva in luce l’enorme influenza esercitata da <em>Il capitale</em> sull’<em>intelligencija</em> russa e, più in generale, su tutto il movimento rivoluzionario. Continuiamone la lettura:</span></p>
<p style="text-align: justify;"> […] ciò che probabilmente ignorate è il posto che il Vostro “Capitale” occupa nelle nostre discussioni sulla questione agraria in Russia e sulla nostra comune rurale. La questione, secondo me, è di vita o di morte soprattutto per il nostro partito socialista. […] Delle due l’una: o questa comune rurale, liberata dalle smisurate esigenze del fisco, dai pagamenti ai signori, dall’amministrazione arbitraria, è in grado di svilupparsi nella via socialista… In questo caso, il socialista rivoluzionario deve sacrificare tutte le sue forze all’affrancamento della comune e al suo sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se invece la comune è destinata a perire, al socialista come tale non resta più che dedicarsi a calcoli più o meno mal fondati per scoprire in quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà nelle mani della borghesia, in quante centinaia d’anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia uno sviluppo simile a quello dell’Europa occidentale. […] [Questa è la posizione dei marxisti russi]: «È Marx che lo dice»124.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Domande chiare e dirette quelle della Zasulič. Altrettanto chiara e diretta la risposta di Marx che non vuol lasciare dubbi «sul malinteso riguardo alla [sua] cosiddetta teoria», che non contempla davvero una universale «fatalità storica»125.</span></p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi data dal <em>Capitale</em> non offre […] ragioni né pro, né contro la vitalità della comune rurale; ma lo studio speciale che ne ho fatto, e di cui ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il punto d’appoggio della rigenerazione sociale in Russia. Tuttavia, perché essa possa funzionare come tale, occorrerebbe prima eliminare le influenze deleterie che l’assalgono da tutte le parti, poi assicurarle le condizioni normali di uno sviluppo spontaneo126.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Una risposta che non lascia spazio a fraintendimenti, ma certo molto, molto concisa. In verità dietro la stringatezza della risposta c’è un lungo </span><span style="font-size: medium;">periodo di riflessione e di studio che, tra la fine degli anni Settanta e i primissimi Ottanta, raggiunge alcuni punti relativamente consolidati. Il primo espresso in una lettera del 1877 alla rivista letteraria russa «Otecestvennye Zapiski», in quel periodo sostenitrice del populismo. La lettera, mai spedita e resa nota solo nel 1886, si muoveva sul piano epistemologico/metodologico, insomma era un’esemplificazione di «materialismo storico». Al centro dell’argomentazione il netto rifiuto di chi, «marxista» o «populista» che fosse, intendeva lo «schizzo storico sulla genesi del capitalismo nell’Europa occidentale», delineato nel Capitolo XXIV de <em>Il capitale</em>, come «una teoria storico-filosofica del percorso universale fatalmente imposto a tutti i popoli, indipendentemente dalle circostanze storiche in cui si trovano posti». E a proposito, scriveva Marx, «prendiamo un esempio»:</span></p>
<p style="text-align: justify;">In diversi punti de <em>Il capitale</em> ho accennato alla sorte che toccò ai plebei dell’antica Roma. Erano originariamente contadini liberi che coltivavano, ognuno per conto suo, il loro pezzetto di terra. Nel corso della storia romana essi vennero espropriati. Lo stesso movimento che li separò dai mezzi di produzione e di sussistenza comportava non solo la formazione della grande proprietà fondiaria, ma anche quella di grandi capitali monetari. Così, un bel giorno, [vi furono] da un lato degli uomini “liberi”, spogliati di tutto fuorché della propria forza-lavoro e dall’altro, per sfruttare il loro lavoro, i detentori di tutte le ricchezze accumulate. Che cosa successe? I proletari romani divennero non dei lavoratori salariati, bensì una “<em>mob</em>” nullafacente, ancora più abbietta dei <em>ci-devant poor white</em>s degli Stati meridionali degli Stati Uniti, e accanto ad essi si sviluppò un modo di produzione non capitalista, ma schiavista. <em>Eventi di un’analogia sorprendente, ma verificatesi in ambienti storici diversi, produssero dunque risultati del tutto disparati. Studiando ognuna di</em> queste <em id="__mceDel">evoluzioni separatamente e poi confrontandole, si troverà facilmente la chiave di questo fenomeno, ma non ci si arriverà mai con la chiave universale di una teoria storico-filosofica generale la cui virtù suprema consiste nell’essere soprastorica [corsivo mio]127.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In questa lettera il problema è impostato nei suoi termini generali, ma nella risposta <em>complessiva</em> alla Zasulič Marx entra direttamente nel merito delle <em>possibilità</em> di sviluppo della comune rurale. Ho usato il termine <em>complessiva</em> perché la lettera citata non è che il momento finale di una riflessione ben più corposa e problematica.</span> <span style="font-size: medium;">Marx risponde alla Zasulič quasi due mesi dopo aver ricevuto la lettera in questione. Un tempo assai lungo per i ritmi della sua corrispondenza. Una trentina di pagine, assai tormentate, con numerosissime correzioni, rimandi ecc., scritte come abbozzi di risposta, sono la spiegazione sostanziale del ritardo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nonostante il carattere frammentario degli abbozzi è possibile cogliere il sistema di nessi tra etnologia storica e storia civile, tra antropologia e dinamica economica, e in particolare tra tale contesto e l’attualità socio-politica in cui si trovava a vivere l’<em>obscina</em>. Una comune agricola i cui destini restano affatto aperti.</span> <span style="font-size: medium;">«Tutto dipende dall’ambiente storico in cui essa si trova collocata», sottolinea Marx. La categoria «ambiente storico», che pure è un po’ il filo rosso di tutta la teorica marxiana, acquista in queste pagine speciale rilevanza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">L’importanza ora assegnata alle “condizioni storiche” implicava […] il riconoscimento di una assai più libera e fortuita interazione tra una determinata forma economica e i fattori esterni (vicende politico-militari, ambiente geografico ecc.)</span>128.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Vi leggerò alcuni brani di quegli abbozzi, ben conosciuti dagli specialisti, ma che a voi studenti potranno apparire sorprendenti. Forse, però, a questo punto di svolgimento del nostro Corso, vi potrete trovare anche un alto tasso di coerenza rispetto al modo marxiano di muoversi nel «continente storia».</span> <span style="font-size: medium;">«Non ci si deve far troppo intimorire dalla parola arcaico» avverte Marx, per due motivi. In primo luogo «la formazione arcaica» che sopravvive fino in epoca moderna «contiene una serie di strati di epoche diverse» che così  ci vengono rivelati, e che dimostrano quanto sia problematica un’evoluzione lineare delle varie formazioni nel tempo. In secondo luogo l’arcaicità della <em>obscina</em> è totalmente inserita nella <em>contemporaneità</em> della produzione occidentale e ciò può permettere alla comune rurale di «incorporare […] tutte le conquiste positive elaborate dal sistema capitalistico»129 senza passare necessariamente a altre fasi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dal punto di vista storico, l’unico argomento serio addotto a favore della <em>dissoluzione fatale</em> delle comuni dei contadini russi è il seguente: Risalendo molto indietro, in tutta l’Europa occidentale si trova la proprietà comune di un tipo più o meno arcaico: essa è scomparsa dovunque col progresso sociale. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte nella sola Russia? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Io rispondo: Perché in Russia, grazie a una combinazione di circostanze unica, la comune rurale ancora stabilita su scala nazionale: proprio grazie alla contemporaneità della produzione capitalistica, può gradualmente liberarsi dai suoi caratteri primitivi e svilupparsi direttamente come elemento della produzione collettiva su scala nazionale: proprio grazie alla contemporaneità della produzione capitalistica, può appropriarsene le conquiste positive senza passare attraverso le sue orribili (atroci) peripezie. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, e non è nemmeno la preda di un conquistatore straniero, come le Indie orientali. Se si sostenitori del sistema capitalistico in Russia negano la possibilità di una tale combinazione, dimostrino pure che la Russia per sfruttare le macchine, è stata costretta a passare per un periodo di incubazione della produzione meccanica! Che mi spieghino in che modo sono riusciti a introdurre nel loro paese, in qualche giorno per così dire, i meccanismi dello scambio (banche, società di credito ecc.) la cui elaborazione è costata secoli all’occidente. L’<em>obscina</em> «si trova collocata in un ambiente storico in cui la contemporaneità della produzione capitalista le presta tutte le condizioni del lavoro collettivo». Un «ambiente storico» che prova come la questione dello «sviluppo» dell’<em>obscina</em> non sia «più un problema teorico»130. Non c’è nessuna ragione teorica «né pro, né contro la vitalità della “comune rurale”, sosteneva Marx, come abbiamo visto, ma vi sono solo contesti storico-politici da analizzare specificamente, e sui quali intervenire politicamente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">Teoricamente parlando, la «comune russa» può conservare la sua terra, sviluppando la sua base, la proprietà comune del suolo, ed eliminando il principio della proprietà privata ch’essa pure implica; può divenire un <em>punto di partenza diretto</em> del sistema economico cui tende la società moderna; può far pelle nuova senza cominciare col commettere suicidio; può impadronirsi dei frutti di cui la produzione capitalistica </span></span><span style="font-size: small;">ha arricchito l’umanità senza passare per il regime capitalista… […] Ma <em>bisogna scendere dalla teoria pura alla società russa</em> [il primo corsivo è nel testo, il secondo </span><span style="font-size: small;">è mio</span>]131.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E su questo piano, rimanendo il «modo attuale di sfruttamento», l’<em>obscina</em>, «schiacciata dalle esazioni dirette dello Stato, proditoriamente sfruttata dagli intrusi capitalisti, mercanti ecc. e “proprietari” fondiari, […] dagli usurai di villaggio, dai conflitti di interessi scatenati nel suo stesso seno dalla situazione che le si è creata»132, diventa realmente sopravvissuta, «arcaica», ed è destinata a dissolversi.</span></p>
<p>Per salvare la comune russa è necessaria una Rivoluzione russa. […] Se la rivoluzione scoppia a tempo opportuno, e concentra tutte le sue forze, se l’intelligenza russa concentra tutte le forze vive del paese per assicurare il libero slancio della comune rurale, questa si svilupperà ben presto come elemento rigeneratore della società russa e come elemento di superiorità sui paesi asserviti dal regime capitalista133.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ancora una volta: <em>se</em>…, <em>se</em>… Né la dissoluzione dell’obscina, né il suo sviluppo «come elemento rigeneratore» sono iscritte in una «fatalità» storica, bensì in una contingenza storica in cui operano elementi di determinismo, i diversi lineamenti di una storia di lungo periodo, e altri di volontarismo: le scelte politiche possibili.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In queste pagine degli <em>abbozzi</em> è reso esplicito uno dei punti chiave per la lettura de <em>Il capitale</em>: la questione della molteplicità dei tempi della storia, una questione sulla quale ci siamo soffermati più volte nel corso delle nostre lezioni. Una questione di teoria e di metodo i cui effetti conoscitivi molti fanno fatica ancor oggi a utilizzare pienamente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La consapevolezza di una contemporaneità caratterizzata dalla compresenza di tempi storici diversi, di tempi storici che hanno ritmi di mutamento diversi, apre a una analisi storica e a una analisi politica nelle quali i concetti di «progresso, «necessità», «inevitabilità» si trovano ad assumere instabili collocazioni. Di che cosa siamo veramente contemporanei? Di che cosa è intessuto l’adesso? Nel <em>Capitale</em> la trama di queste domande è continuamente sottesa, e si tratta di un <em>unicum</em> nella cultura dell’epoca.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Alcuni decenni dopo Walter Benjamin scriveva:</span></p>
<p>La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dall’<em>adesso</em>. Così, per Robespierre, l’antica Roma era un passato carico di <em>adesso</em>, che egli estraeva dal <em>continuum</em> della storia134.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La rottura del <em>continuum</em> della storia, dunque, poteva avvenire sempre e imprevedibilmente ovunque, in qualsiasi adesso, e l’«ambito storico» della Russia del 1917 era particolarmente favorevole all’evento «rivoluzione».</span> <span style="font-size: medium;">Marx, però, come abbiamo visto, non avrebbe mai potuto pensare che la salvezza dell’obscina, potesse avvenire nelle drammatiche forme della collettivizzazione forzata della terra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">74. Lettera di Marx a Bolte del 23 novembre 1871, MEOC, vol. XLIV, p. 337.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">75. V. Zasulič a K. Marx, Ginevra, 16 febbraio 1881, in Il capitale, Libro I, Appendice, Torino, Utet, 2013, p. 1037. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">76. R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Roma, Ediesse, 2012. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">77. L. Tolstoj, Resurrezione, Torino, Einaudi, 1963, pp. 487-488. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">78. M. Yourcenar, Un uomo oscuro, in Come l’acqua che scorre, Torino, Einaudi, 1983, pp. 63-172; cit. a p. 133. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">79. B. Pasternak, Poesie, Torino, Einaudi, 1959, p. 161. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">80. B. Pasternak, Autobiografia e nuovi versi, Milano, Feltrinelli 1958, p. 39. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">81. Ivi, p. 199. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">82. M. Bulgakov, La guardia bianca, Torino, Einaudi, 1967, p. 11. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">83. B. Pasternak, Il dottor Zivago, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 600 e 601. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">84. B. Pasternak, L’anno Novecentocinque e Il luogotenente Schmidt, in Poesie, cit., pp. 141-210. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">85. B. Pasternak, Il dottor Zivago, cit., p. 673. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">86. Ivi, p. 627. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">87. Ivi, p. 243. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">88. V. Grossman, Vita e destino, Milano, Adelphi, 2008, p. 202. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">89. L’espressione è di A. Macchioro, Sindacalismo rivoluzionario, pantaleonismo, mussolinismo, «Società e storia», 1999, pp. 109-138.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 90. B. Pasternak, Il dottor Zivago, cit., p. 673. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">91. B. Pil’niak, L’anno nudo, Torino, Utet, 2008, pp. 108 e 245. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">92. B. Pil’niak, L’anno nudo, cit., pp. 34 e 217. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">93. R. Poggioli, Un’epopea russa: “Konarmija” di I. Babel, «Rivista di letterature slave », IV, n. 4, luglio-agosto 1930, pp. 295-303; V, n. 6, novembre-dicembre 1930, pp. 470-480; luglio-agosto 1931. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">94. E. Bazzareli, L’armata di Babel, «Corriere della sera», 8 maggio 1969. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">95. M. Bulgakov, La guardia bianca, cit., p. 64. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">96. Ivi, pp. 64-65. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">97. E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, cit., p. 39. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">98. G. Carpi, Il marxismo russo e sovietico fino a Stalin, in Storia del marxismo, a cura di Stefano Petrucciani, Roma, Carocci, 2016, vol. I, p. 124. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">99. P. Anderson, Il dibattito nel marxismo occidentale, cit., p. 18. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">100. L. Kolakowski, Marxismo, utopia, antiutopia, Milano, Feltrinelli, 1981, p. 26. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">101. L. Sciascia, Gli zii di Sicilia, Torino, Einaudi, 1958, pp. 79-80. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">102. K. Marx, La questione dell’emancipazione, «New York Daily Tribune», 17 gennaio 1859, MEOC, vol. XVI, p. 148. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">103. L. Tolstoj, Guerra e pace, cit., vol. I, p. 498. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">104. Ivi, p. 658. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">105. M. Lewin, Le basi sociali dello stalinismo, «Studi Storici», 4, 1976, pp. 35-64; cit. a p. 46. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">106. E. Dussel, L’ultimo Marx, Roma, manifestolibri, 2009. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">107. E. Cinnella, L’altro Marx, cit. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">108. M. Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883, cit., p. 170. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">109. Prefazione dei curatori (L. Basso, M. Tomba) a L’ultimo Marx, cit., p. 8. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">110. R. Fineschi, Marx, la storia, il capitale, «Dianoia» 26, giugno 2018, pp. 37-49; cit. a p. 43. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">111. A. Burgio, Sulla storicità del capitalismo. Marx tra Althusser e Hobsbawm, cit., pp. 19-35; cit. a p. 27. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">112. Ivi, p. 22. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">113. P.P. Poggio, La rivoluzione russa e i contadini. Marx e il populismo rivoluzionario, Milano, Jaca Book, 2017, p. 42. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">114. K. Marx, Il capitale, Libro I, cit., p. 471. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">115. I. Consolati, Marx e gli “accidenti” della storia universale. L’India, lo Stato e il mercato mondiale, «Scienza &amp; politica», 61, 2019, pp. 153-170; cit. a p. 156. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">116. A. Graziosi, L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, Bologna, il Mulino, 2007, p. 27.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 117. M. Tomba, Attualità e anacronismi del comunismo, in L’altro Novecento, VI, Comunismo eretico e pensiero critico, Milano, Jaca Book, 2018, pp. 313-322; cit. a p. 317. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">118. D. Bensaïd, Marx l’intempestivo. Grandezze e miserie di un’avventura critica, Roma, Edizioni Alegre, 2007, p. 53. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">119. Lettera di Marx a Engels del 11 gennaio 1860, MEOC, vol. XLI, p. 6. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">120. K. Marx, La questione dell’abolizione della servitù della gleba in Russia, «New York Daily Tribune», 19 ottobre 1858, MEOC, vol. XVI, p. 57. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">121. Lettera di Marx a Engels del 10 febbraio 1870, MEOC, vol. XLIII. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">122. Lettera di Marx a Laura e Paul Lafargue del 5 marzo 1870, MEOC, vol. XLIII. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">123. A. Graziosi, L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, cit., p. 26. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">124. V. Zasulič a K. Marx, Ginevra, 16 febbraio 1881, cit., pp. 1037-1038. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">125. Marx a V. Zasulič, Londra 8 marzo 1881, ivi, p. 1065. 126. Ibidem.    </span> <span style="font-size: medium;"><img class="alignleft" alt="" src="https://static.lafeltrinelli.it/static/images-1/xl/19/15829019.jpg" width="249" height="371" /></span></p>
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		<title>Ciao Enrica, non ti dimenticheremo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2021 13:49:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Vittorio Bonanni Tutto avrei immaginato tranne che scrivere un giorno un ricordo di Enrica Petrarulo, venuta meno alla vita il 10 aprile scorso dopo una lunga e tribolata malattia. Ketty, così la chiamavano gli amici e le amiche, era una donna, una compagna, gentile come poche, affettuosa, colta, interessante, tutte doti che rendevano l’amicizia con [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong></p>
<p align="center">
<p> <strong>Vittorio Bonanni</strong></p>
<p>Tutto avrei immaginato tranne che scrivere un giorno un ricordo di Enrica Petrarulo, venuta meno alla vita il 10 aprile scorso dopo una lunga e tribolata malattia. Ketty, così la chiamavano gli amici e le amiche, era una donna, una compagna, gentile come poche, affettuosa, colta, interessante, tutte doti che rendevano l’amicizia con lei un valore aggiunto nella vita di chi la conosceva.</p>
<p>Ho conosciuto Enrica grazie al giornale dove lavoravo, <i>Liberazione</i>, in quel tempo quotidiano ufficiale di Rifondazione comunista, e al caro amico e compagno Roberto Gramiccia, medico (già responsabile nazionale Sanità del Partito)  e critico d’arte, che trasformò il giornale diretto da Sandro Curzi, in una testata attenta all’arte come poche nel panorama della stampa nazionale.</p>
<p>Inevitabile fu dunque il contatto con <i>La Nuova Pesa</i>, la galleria d’arte fondata dall’ex gappista Alvaro Marchini nel 1959, la cui direzione fu presa poi dalla figlia, nonché attrice di valore, Simona Marchini, dopo dieci anni di sospensione di un’attività che non poteva scomparire dal panorama della cultura romana e nazionale. Enrica fu di quella esperienza una colonna portante, che accompagnò nel tempo l’organizzazione delle tante e prestigiose mostre ospitate in via del Corso 530.</p>
<p>Come dicevamo, Enrica, fu una persona come poche, “una comunista irregolare” e coltissima;  una delle sue tante passioni era la grande filosofa, scrittrice e partigiana francese Simone Weil, unite, le due, da una impressionante quanto bella somiglianza, morale e anche fisica.</p>
<p>Appassionata, come era, agli struggenti travagli della Sinistra, partecipò con grande entusiasmo all’iniziativa ideata e organizzata da Roberto e sostenuta con forza e convinzione da Simona Marchini, per salvare <i>Liberazione</i>, vessata da condizioni economiche molto serie. Si trattò di <i>Che cento fiori sboccino. Artisti per Liberazione</i>, una grande mostra-asta di opere d’arte (ottobre 2010).</p>
<p>Un’iniziativa unica nel suo genere  nell’ambito della solidarietà ad una testata di Sinistra, che consentì di ricavare una cifra enorme  per una manifestazione del genere: ben 140mila euro! Cifra che, purtroppo, non riuscì a salvare Liberazione, ma che, oltre a garantire ai lavoratori del giornale risorse importanti, restò come dicevamo, storicamente, un episodio unico nel suo genere. Enrica fu una co-protagonista decisiva dell’evento, dimostrando tutte le capacità empatiche e organizzative che le venivano riconosciute.</p>
<p>Naturalmente le fu utile la grande considerazione di cui godeva la pagina settimanale d’arte che, con <i>Liberazione</i>,<i> </i>i comunisti avevano messo a disposizione del mondo della cultura romana e nazionale. Gli artisti, aderendo all’iniziativa, intesero mostrare gratitudine e sostegno nei confronti di uno strumento d’ informazione e di lotta rispetto a un sistema dell’arte, sin da allora, schierato esclusivamente a favore del mercato e del business. Si capisce meglio la caratura dell’evento di cui Enrica fu splendida co-protagonista, se si precisa che all’asta aderirono i nomi più in vista del panorama artistico nazionale, fino a Jannis Kounellis, uno dei più grandi, se non il più grande, fra gli artisti internazionali degli ultimi decenni.<i> </i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutte le qualità che abbiamo citato, rendono la scomparsa di Enrica Petrarulo ancora più dolorosa. Saluto Ketty a nome di quella che io considero una comunità che ancora discute ed è legata da importanti doti umane ed esistenziali. Addio cara amica del cuore, mancherai a tutti coloro che ti hanno apprezzato e voluto bene. Non dimenticheremo l’aiuto che ci hai dato in una circostanza che è giusto che chi l’ha vissuta ricordi e chi non ne aveva notizia oggi conosca. Grazie!</p>
<p>Ciao Enrica</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">
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		<title>Panico a Milano, il nuovo romanzo di Gino Marchitelli</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 09:29:20 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Gino Marchitelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo romanzo Panico a Milano, profondamente antifascista e anti nazista, del compagno Gino Marchitelli della federazione PRC Milanese sta ottenendo un successo straordinario, tanto da arrivare nelle pagine nazionali di due importanti quotidiani prima di Natale, La Stampa e l&#8217;inserto nazionale Lettura del Corriere della Sera nella prima pagina della narrativa Italiana. Il successo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il nuovo romanzo Panico a Milano, profondamente antifascista e anti nazista, del compagno Gino Marchitelli della federazione PRC Milanese sta ottenendo un successo straordinario, tanto da arrivare nelle pagine nazionali di due importanti quotidiani prima di Natale, La Stampa e l&#8217;inserto nazionale Lettura del Corriere della Sera nella prima pagina della narrativa Italiana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il successo è già iniziato dalla campagna di raccolta sostenitori che ha inaugurato il crowdfunding raggiungendo i 134 co-produttori che hanno aiutato il progetto versando 4.467,00€ per un romanzo indipendente e politicamente importante garantendo l&#8217;indipendenza economica e politica del libro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il lavoro uscito il 23 novembre scorso e distribuito su tutte le piattaforme on-line, nelle librerie milanesi e della zona di Verbania (libreria Alberti ed edicola chiosco nella piazza vicino al Libraccio) e soprattutto sul sito del compagno è andato esaurito in poco più di due settimane, il 18 dicembre è arrivata la prima ristampa quasi terminata e si parla di andare di nuovo in ristampa verso la metà di gennaio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il racconto NOIR di impegno sociale che contraddistingue i lavori del nostro compagno Gino Marchitelli, attraverso un&#8217;indagine del professor Moreno Palermo, docente di storia della seconda guerra mondiale della Statale di Milano, ambientata nel 2012-2013 tra Milano, l&#8217;hinterland sud-milanese e la zona della Val D&#8217;Ossola, Verbania e dintorni, dove ci fu la grande ed eroica esperienza della Repubblica dell&#8217;Ossola nel 1944 ci porta in un percorso di delitti e indagini mozzafiato alla ricerca di qualcuno che si occupa di trovare tracce e notizie degli ex-ufficiali del 1° battaglione SS panzer division Adolf Hitler che nel 1943, tra il 13 settembre e il10 ottobre, si macchiarono di orribili crimini massacrando 57 ebrei in diverse località del Lago Maggiore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">All&#8217;epoca, nel dopo guerra, molti anni dopo, nel 1955 e nel 1968, si svolsero dei processi a carico dei criminali nazisti, che furono aiutati nel &#8217;43 da spie e delatori fascisti, in cui vennero condannati tutti i responsabili all&#8217;ergastolo ma &#8211; come purtroppo ci insegna la storia fascista del nostro Paese e dell&#8217;Europa del dopo guerra &#8211; non scontarono mai la pena per la complicità dei governi Tedesco e Austriaco che si rifiutarono di estradarli addirittura assolvendo gli ex ufficiali nel 1970 per &#8220;decorrenza dei termini&#8221;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;altra pagina vergognosa della storia&#8230; dove gli assassini fascisti e nazisti non pagarono mai i loro crimini&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il compagno Gino Marchitelli con una narrazione intensa e forte che ci racconta il percorso di un sopravvissuto al massacro del &#8217;43 &#8211; Geremia Hirzog &#8211; e l&#8217;incontro con una persona interessata a portare avanti la narrazione della verità su quei terribili fatti per portare alla luce dove siano finiti le ex SS del &#8217;43.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel romanzo si fa anche riferimento al primo forno crematorio &#8220;artigianale&#8221; realizzato dai tedeschi a Verbania, nella ex scuola media femminile di Intra, oggi sede di diversi uffici comunali. La famiglia Ovazza, sterminata, fatta a pezzi e bruciata nella caldaia della scuola. Alla fine del libro troverete un&#8217;importante raccolta di informazioni storiche dettagliate su quelle vicende sconosciute in Italia e poco conosciute perfino sul Lago Maggiore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Per stimolare la conoscenza e la diffusione di questo importante romanzo è possibile acquistarlo direttamente dal suo sito <a href="http://www.ginomarchitelli.com/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.ginomarchitelli.com&amp;source=gmail&amp;ust=1609146975111000&amp;usg=AFQjCNEkfbtlGoiUKIbnMMqyArKkOtRALQ">www.ginomarchitelli.com.</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong><a href="http://www.ginomarchitelli.com/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.ginomarchitelli.com&amp;source=gmail&amp;ust=1609146975111000&amp;usg=AFQjCNEkfbtlGoiUKIbnMMqyArKkOtRALQ">Il compagno Gino Marchitelli donerà al partito 1,50€ per ogni copia venduta direttamente da lui ai compagni o ai circoli e federazioni tramite il sito.</a></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Invitiamo le compagne e i compagni a propagandare e diffondere la conoscenza di questo lavoro noir, quasi thriller, tra i nostri iscritti e simpatizzanti, ad acquistarlo come forma di conoscenza di un&#8217;altra pagina buia della storia nefasta del regime fascista e della presenza nazista, e ad organizzare on-line &#8211; e speriamo al più presto dal vivo nei circoli del partito &#8211; incontri con il nostro compagno autore che si è ritagliato in questi anni un ruolo importante nella letteratura di genere e di denuncia sociale nel nostro Paese.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Per contatti Gino Marchitelli</strong>, mail: <a href="mailto:gino.marchitelli@libero.it," target="_blank">gino.marchitelli@libero.it,</a> su Facebook e Instagram, cellulare 345 2396442, e sul sito <a href="http://www.ginomarchitelli.com/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.ginomarchitelli.com&amp;source=gmail&amp;ust=1609146975111000&amp;usg=AFQjCNEkfbtlGoiUKIbnMMqyArKkOtRALQ">www.ginomarchitelli.com</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img alt="" src="https://scontent.ffco2-1.fna.fbcdn.net/v/t1.0-0/p180x540/132204884_10216947777037174_947144409642212969_o.jpg?_nc_cat=104&amp;ccb=2&amp;_nc_sid=8bfeb9&amp;_nc_ohc=YO91jr8jJNAAX-SyGO8&amp;_nc_ht=scontent.ffco2-1.fna&amp;tp=6&amp;oh=89d708cb87e2f133905f2625d3688ac7&amp;oe=600F27A0" width="500" height="529" /></p>
<p><img alt="" src="https://scontent.ffco2-1.fna.fbcdn.net/v/t1.0-9/132267320_10216947302705316_8983963284737138138_n.jpg?_nc_cat=105&amp;ccb=2&amp;_nc_sid=8bfeb9&amp;_nc_ohc=Q0Fg2uU67_MAX_sP_5p&amp;_nc_ht=scontent.ffco2-1.fna&amp;oh=069c2b4a208c2b9b4bedae1004d7abdc&amp;oe=600EDBA6" width="500" height="375" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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