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	<title>Rifondazione Comunista &#187; politica</title>
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		<title>Un ricordo di Ferruccio Danini, sindacalista e comunista</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 17:58:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Rosa Rinaldi* E’ morto il Compagno Ferruccio Danini, aveva 81 anni, è nato in una data che rappresenta pienamente la sua vita, il Primo Maggio del 1944. Una vita dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, possiamo definirlo una figura rilevante della CGIL. È stato operaio alle Officine grafiche De Agostini, la fabbrica delle enciclopedie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Rosa Rinaldi*</strong></p>
<p>E’ morto il Compagno Ferruccio Danini, aveva 81 anni, è nato in una data che rappresenta pienamente la sua vita, il Primo Maggio del 1944. Una vita dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, possiamo definirlo una figura rilevante della CGIL. È stato operaio alle Officine grafiche De Agostini, la fabbrica delle enciclopedie su cui hanno studiato e fatto ricerche intere generazioni di studenti. Ci raccontava Ferruccio, della sua attività sindacale, nel 1979 fu eletto Segretario della CGIL di Novara, anno in cui si iscrisse al Partito Comunista Italiano e nel 1983 viene eletto nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli alla Camera dei Deputati divenendo componente della Commissione Lavoro.</p>
<p>Dopo l’esperienza di deputato è stato eletto consigliere comunale. Nel 1991, dopo lo scioglimento del PCI entrò in Rifondazione Comunista. Ferruccio è stato amico e compagno fraterno di Fausto Bertinotti, fin dai tempi “Novaresi”. Io l’ho conosciuto, nei primi anni novanta, dal congresso che diede vita a “Essere Sindacato”. Sono stati anni importanti, di lotte sindacali, e purtroppo di sconfitte, come non ricordare la firma dell’accordo del 31 luglio del 92, che cancellò la contrattazione decentrata e la scala mobile, e che aprì una stagione di arretramento sul piano delle conquiste sindacali sia per quanto riguarda i salari che per i diritti. Di lì a poco la conflittualità è generalizzata e ci sarà una crisi rilevante per la CGIL e i sindacati confederali, sarà quella la stagione in cui i segretari tenevano i comizi dietro scudi di plessi Glass, una stagione terribile, in cui proprio la presenza di Essere Sindacato evitò una vera e propria debacle. Ferruccio è parte di questa nostra storia, come quella che, diversi anni dopo, ha dato vita all’area dei comunisti in CGIL allo scopo di ricostruire un punto di vista dopo le sconfitte di quegli anni, la stessa crisi delle diverse forme assunte dalla sinistra sindacale come è stata “Alternativa Sindacale” e soprattutto per provare a riprendere</p>
<p>Ferruccio era un comunista autentico, un sindacalista autorevole, un Compagno.</p>
<p>Con la scomparsa di Ferruccio Danini se ne va uno degli ultimi esempi di quella classe operaia cosciente e colta, una classe operaia che riusciva ad ergersi a classe dirigente. Un esempio da guardare come riferimento ogni giorno.</p>
<p>È stato Presidente del Direttivo nazionale della CGIL e per circa sette anni membro della segreteria nazionale dello SPI, un dirigente politico e sindacale a tutto tondo. Ferruccio, un compagno di Rifondazione, un comunista, ci mancherà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Presidente Comitato Politico Nazionale</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il colonialismo non porterà mai pace e giustizia</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2025 19:12:56 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[di Stefano Galieni* Antefatto Il 16 settembre del 1931, in pieno regime fascista, l’occupazione coloniale in Libia, la cosiddetta “quarta sponda”, registrò uno dei tanti crimini destinato a restare impuniti. Dopo pochi giorni di processo sommario, il capo della resistenza all’occupante, l’anziano imam senussita Omar al-Mukhtār, venne impiccato nella pubblica piazza, come esempio di monito rivolto [...]]]></description>
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<div>di <strong>Stefano Galieni*</strong></div>
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<div itemprop="text">
<h4>Antefatto</h4>
<p>Il 16 settembre del 1931, in pieno regime fascista, l’occupazione coloniale in Libia, la cosiddetta “quarta sponda”, registrò uno dei tanti crimini destinato a restare impuniti. Dopo pochi giorni di processo sommario, il capo della resistenza all’occupante, l’anziano imam senussita Omar al-Mukhtār, venne impiccato nella pubblica piazza, come esempio di monito rivolto verso chiunque osasse ribellarsi alle truppe fasciste e del Regio esercito. Erano state radunate a forza oltre 20 mila persone per assistere all’impiccagione del “Leone del deserto”, come veniva chiamato, l’uomo che diresse il movimento partigiano in Cirenaica e Tripolitania, infliggendo negli anni numerose sconfitte all’esercito italiano. Per combatterlo si avvicendarono diversi comandanti che usarono i metodi più duri per convincere le popolazioni a sottomettersi, centinaia di migliaia di libici furono trasferiti in campi di concentramento sulla costa e addirittura si giunse a realizzare un reticolato per impedire ai combattenti di attraversare il confine con l’Egitto. E poi rastrellamenti, bombardamenti, requisizione e occupazione delle oasi, utilizzo dell’iprite, arma proibita da ogni convenzione internazionale, per affermare il controllo del territorio. Fu il generale Rodolfo Graziani a imporre la deportazione nelle fasce costiere di tutti gli abitanti dell’oasi di Gebel, oltre 100 mila persone, di queste, almeno 60 mila, soprattutto donne e bambini, morirono durante un cammino di oltre 1000 chilometri a causa di stenti, febbri, uccisioni sommarie ad ogni minima reazione. Vennero distrutti ovviamente i villaggi e ucciso o razziato il bestiame, ogni forma di patrimonio di chi non si assoggettava doveva essere confiscata. Sono usciti volumi su quei crimini iniziati con l’Italia liberale nel 1911 e proseguiti col fascismo, di cui mai nessuno ha dovuto rendere conto. Ci furono anche settori progressisti italiani che pensarono alle opportunità che questa occupazione avrebbe potuto garantire ai coloni italiani provenienti dal Meridione: terre, lavoro, ricchezza, ci fu chi definì l’Italia “la Grande proletaria”. L’uccisione di al-Mukhtār, peraltro contraria anche agli stessi codici di guerra, secondo cui non poteva essere processato per rivolta chi non si era sottomesso, non fermò la resistenza libica. E il Leone divenne un eroe anticoloniale per gran parte del mondo arabo. Anche dopo la Liberazione, coloro che avevano commesso tali violenze, non vennero affatto puniti. Lo stesso Graziani, divenuto poi tristemente noto per i massacri in Etiopia, fu condannato a una pena irrisoria per aver aderito alla RSI, ma non per le atrocità coloniali. Questa parte di storia, come quella di tutti i crimini commessi durante l’occupazione, divenne nota da noi non solo grazie al lavoro di alcuni storici, e ad un film.</p>
<p>Nel 1980, tanti anni dopo, il regista Mustafa Akkad raccontò la vicenda in un lungo film “Il leone del deserto”. Godendo del finanziamento del leader libico Gheddafi, con un cast stellare: Anthony Quinn come protagonista, Rod Steiger, Oliver Reed, Raf Vallone e Irene Papas, il film giunse anche a Cannes. In Italia fu subito attaccato in quanto “ledeva l’onore dell’esercito”, gira ancora la leggenda nera per cui fu censurato in realtà accadde di peggio. Nessun distributore si rese disponibile a doppiarlo e a pagare i diritti per la sua diffusione, quindi non uscì mai se non tanti anni dopo. Una sorta di autocensura di mercato e culturale.<br />
La pellicola ebbe una grande diffusione nel mondo arabo, contribuendo a rilanciare la leggenda del grande patriota.</p>
<h4>Un piccolo fatto di cronaca</h4>
<p>E qui mi ritrovo a parlare in prima persona. Negli anni fra il 1988 e il 1991, insieme ad altre compagne e compagni dalla più disparata provenienza politica, ci recavamo in Palestina per sostenere quella che divenne nota come la “rivolta delle pietre”, la prima Intifada (sollevazione). Erano ragazzini a lanciare sassi contro gli occupanti armati di tutto punto. E i soldati di Tsahal rispondevano sparando ad altezza d’uomo. Oltre 1.200 le vittime accertate di cui molti minorenni. Eravamo in un villaggio nei pressi di Ramallah, non ricordo esattamente la data, quando venimmo circondati da un gruppo di adolescenti ognuno con una pietra in mano. Quello che sembrava il capo ci chiese in inglese da dove venivamo. Alla risposta “Italia”, reagì dicendo: “Ah voi siete quelli che hanno ammazzato Omar al-Mukhtār”. Gli sguardi degli altri si incupirono e ognuno di loro cominciò ad agitare con aria affatto rassicurante la pietra che aveva in mano. Con un colpo di intuito inaspettato uno dei nostri, senza mostrare timore rispose “Si ma i nostri partigiani sono quelli che hanno fucilato chi ha dato l’ordine di uccidere Omar al-Mukhtār. Noi siamo qui grazie al loro esempio”. L’atmosfera cambiò di colpo. Il leader del gruppo ci invitò a casa della sua famiglia a bere the e biscotti. Ci sentivano come loro alleati.</p>
<h4>Perché raccontarlo?</h4>
<p>Nelle ore in cui ricorre questo anniversario, così come le stragi di Sabra e Chatila. Erano due campi profughi nelle vicinanze di Beirut, in Libano, che subirono l’attacco dei falangisti cristiano maroniti, col sostegno dell’esercito israeliano nel 1982 in cui vennero trucidate quasi 3500 persone, in gran parte donne e bambini palestinesi, vale la pena fare un ragionamento con la storia. Intanto col fatto che lo sterminio di parte della popolazione libica in periodo coloniale e le modalità con cui venne effettuato, quello in Libano, al di là di strumentazioni tecnico militari di volta in volta, meno potenti di oggi, dovrebbe ricordare a molte /i qual è il risultato di simili eccidi. La ferita resta, si imputridisce, il rancore e l’odio si trasmettono di generazione in generazione e diviene impossibile fermarlo. Scrivere di queste cose oggi, mentre sembra che si stia tentando di mettere la parola fine sul genocidio a Gaza, costringe a riflettere in maniera diversa. Siamo su un crinale fondamentale della Storia, quella che magari potrebbe anche portare ad una temporanea fine di qualsiasi aspettativa per il popolo palestinese e a segnare un passo in avanti verso la creazione di quella “Grande Israele”, auspicata dal sionismo non da oggi.</p>
<p>Si compie il crimine ma poi? Dall’incubo di cui si rendono colpevoli i governanti del regime di quello che oramai è divenuto uno Stato etnico, godendo del sostegno di gran parte della sua popolazione, non potrà mai uscire pace né in Medio Oriente né altrove. Senza giustizia per un popolo che ha subito quanto ha subito quello palestinese, la ferita inferta resterà profonda per gran parte del pianeta. Oggi non esistono soluzioni che possono minimamente sperare di sanare quanto prodotto in termini di odio, rancore, rifiuto generalizzato. Oggi c’è un salto nel vuoto e chi, come i governi occidentali, hanno scelto di sostenere le orrende scelte di terrore, non potranno sentirsi in pace, saranno equiparati a quelli che un tempo uccisero Omar al-Mukhtār, per loro non ci saranno rispetto o perdono. E per chi ha scelto di stare dalla parte degli oppressi non potranno esserci passi di arretramento. Si dovrà essere fra coloro che concretamente continueranno ad opporsi ai progetti coloniali nell’area, a non limitarsi a criticare il governo Netanyahu e la sua banda di nazisti, si dovrà mettere in discussione un progetto coloniale che ha prodotto unicamente distruzione e morte, altro che unica democrazia in Medio Oriente. Si avrà il coraggio di farlo?</p>
<p>*Transform Italia</p>
</div>
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		<title>Ordigni per Gaza e Yemen, la battaglia etica contro RWM in Sardegna. Una lettera appello alla presidente Todde</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Sep 2025 05:52:58 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Laura Tussi</strong></p>
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<p>Nell’Iglesiente, nel cuore della Sardegna, esiste ostinatamente una fabbrica che produce ordigni destinati a scenari di guerra. È lo stabilimento della multinazionale tedesca RWM Italia spa a Domusnovas, un impianto che da anni suscita proteste e battaglie civili perché da qui partono le bombe che devastano Gaza e lo Yemen, alimentando conflitti sanguinosi che mietono migliaia di vittime innocenti, soprattutto bambini.</p>
<p>Oggi la situazione è arrivata a un punto cruciale. Come spiegano gli attivisti che da tempo si oppongono alla produzione di armi sul territorio, le pressioni sulla Giunta Regionale sarda affinché deliberi un pronunciamento positivo sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) “ex post” sono diventate fortissime. Pressioni esercitate non solo dalla società interessata, ma anche da esponenti di partiti della maggioranza e dallo stesso governo centrale, che si muovono come se fossero lobbisti più che rappresentanti delle istituzioni.</p>
<p>Qualche mese fa, persino il ministro della Difesa è intervenuto direttamente sulla vicenda, alimentando dubbi sul confine tra ruolo istituzionale e difesa di interessi privati. Successivamente, i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia hanno presentato interrogazioni sia in Consiglio regionale sia al Senato, chiedendo conto delle difficoltà che questa “meravigliosa azienda” starebbe incontrando a causa del cosiddetto boicottaggio della Regione Sardegna.</p>
<p>Durante un question time a Palazzo Madama, è emerso che il parere positivo dei tecnici è già stato depositato in Giunta il 9 giugno. E il 24 settembre è fissata una riunione al Ministero dello Sviluppo Economico proprio per discutere del destino dello stabilimento RWM in Sardegna. Nel racconto dei sostenitori, lo scenario appare quasi da favola: lo stabilimento sarà il motore della nuova economia locale, con l’assunzione di oltre 500 operai, stipendi medi da 40 mila euro annui, la fine della cassa integrazione e un futuro di benessere. “E vissero tutti felici e contenti”, come in una narrazione pubblicitaria che nasconde dietro numeri e promesse l’evidenza più drammatica: qui si producono strumenti di morte.</p>
<p>La battaglia degli attivisti, guidata da personalità come Graziano Bullegas, è chiara: il tempo delle mediazioni è quasi scaduto. Se la Giunta regionale guidata da Alessandra Todde dovesse dare via libera alla VIA, lo stabilimento – ultimato da quattro anni ma finora fermo – comincerebbe a produrre armi su larga scala. Sarebbe il passaggio irreversibile verso la normalizzazione della fabbrica di Domusnovas, rendendo le proteste successive, i ricorsi legali e le manifestazioni meno efficaci, perché si svolgerebbero con l’impianto già a pieno regime.</p>
<p>In questo contesto, FarodiRoma ha anche chiesto invano l’intervento del nuovo vescovo di Iglesias, mons. Mario Farci, un appello rimasto senza risposta, a testimonianza di quanto la mobilitazione civile fatichi a trovare anche nella Chiesa interlocutori autorevoli disposti a confrontarsi con la dimensione etica della vicenda.</p>
<p>La lettera indirizzata alla presidente Todde, firmata da numerose associazioni, chiede un incontro urgente. L’appello è quello di fermarsi, di compiere una scelta di coscienza, di non ridurre la Sardegna a retroterra dell’industria bellica. In gioco non c’è solo il rispetto delle normative ambientali, ma la coerenza con un modello di sviluppo alternativo, capace di creare lavoro senza alimentare guerre e massacri.</p>
<p>Oggi, più che mai, è necessario chiedersi quale futuro vogliamo costruire. Una società che accetta di diventare produttrice di morte, anche se economicamente vantaggiosa, compromette la propria umanità. La Sardegna può invece diventare un laboratorio di economia etica e sostenibile, dove lavoro, natura e innovazione convivono senza sacrificare la vita di innocenti a Gaza o nello Yemen. La decisione della Giunta Regionale sarà la prova di quanto la politica sappia ascoltare la coscienza collettiva, anziché piegarsi a interessi di guerra.</p>
<p>Laura Tussi</p>
<p><i>Pubblichiamo di seguito la lettera appello alla presidente Todde</i></p>
<p>Gentile Presidente,</p>
<p>Assistiamo oggi a numerose guerre che dilaniano il pianeta e uccidono decine di migliaia di civili inermi, di cui tanti bambini. Guerre che ci coinvolgono direttamente perché interessano altri esseri umani, perché avvengono in Europa e nel Mediterraneo, perché condotte da eserciti che si sono addestrati negli aeroporti, nelle basi e poligoni militari della Sardegna e perché si riforniscono di armi prodotte anche nella nostra terra.</p>
<p>Di fronte a queste tragedie siamo chiamati tutti a fare la nostra parte e a dare il nostro contributo per cercare di fermare questa insensata e sanguinosa carneficina e per impedire che le nostre azioni la possano in qualche maniera alimentare.</p>
<p>Le scriviamo per chiederle un incontro urgente sull’argomento in oggetto, a nome di numerosi cittadini e di diverse organizzazioni portatrici di interessi diffusi e collettivi da sempre mobilitate a difesa del territorio, dell’ambiente, della pace, alcune delle quali da anni intervengono anche nei processi amministrativi intentati contro l’ampliamento dello stabilimento RWM Italia spa di Domusnovas-Iglesias e nella procedura di VIA ex post avviata dalla stessa società e finalizzata a sanare la realizzazione abusiva di un intero impianto industriale realizzato con l’assenso degli enti locali territoriali e con il beneplacito della stessa Regione Sardegna.</p>
<p>Firmato:</p>
<ul>
<li>Italia Nostra Sardegna – Graziano Bullegas</li>
<li>Unione Sindacale di Base Sardegna – Salvatore Drago</li>
<li>Assotziu Consumadoris Sardigna – Marco Mameli</li>
<li>Comitato Riconversione RWM – Arnaldo Scarpa</li>
<li>WarFree – Lìberu dae sa gherra – Cinzia Guaita</li>
<li>Cagliari Social Forum – Rosa Alba Meloni</li>
<li>Confederazione Sindacale Sarda – Giacomo Meloni</li>
<li>Cobas Cagliari – Maria Setzu</li>
<li>Associazione Centro Sperimentazione Autosviluppo – Teresa Piras</li>
<li>Comitato sardo di solidarietà con la Palestina – Fawzi Ismail</li>
<li>Partito Comunista Italiano Sardegna – Gian Carlo Portas</li>
<li>Scuola Civica di Politica – Marina Muscas</li>
<li>Rete Iside – Enrico Rubiu</li>
<li>Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – Roberta Leoni</li>
<li>Movimento Nonviolento Sardegna – Carlo Bellisai</li>
<li>ANPI provinciale di Cagliari – Lidia Roversi</li>
<li>ANPI sezione di Cagliari – Gianna Lai</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ucraina, la guerra erode la democrazia, la libertà e i diritti dei lavoratori</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Sep 2025 05:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator></dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[pace e internazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Mauro Zanella* Durante l’incontro del 26 agosto con le sindacaliste e colleghe dell’Organizzazione Regionale di Odessa del Sindacato dei lavoratori dell’Istruzione e della scienza dell’Ucraina ho avuto un fitto scambio di informazioni e commenti e trovato punti in comune e differenze: l’aumento di anno in anno del lavoro burocratico (una collega ha usato un termine [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mauro Zanella*</strong></p>
<p>Durante <a href="https://www.pressenza.com/it/2025/09/essere-e-fare-sindacato-a-odessa-durante-la-guerra-il-centro-di-sostegno-psicologico/">l’incontro</a> del 26 agosto con le sindacaliste e colleghe dell’Organizzazione Regionale di Odessa del Sindacato dei lavoratori dell’Istruzione e della scienza dell’Ucraina ho avuto un fitto scambio di informazioni e commenti e trovato punti in comune e differenze: l’aumento di anno in anno del lavoro burocratico (una collega ha usato un termine ucraino che giustamente il correttore automatico ha tradotto in “scartoffie”), un lavoro di cui nessuno di noi vede l’utilità dal punto di vista didattico, ma una forma abbastanza esplicita di aziendalizzazione della nostra professione, adottando sistemi per verificare la “produttività” del nostro lavoro e per aumentare il controllo da parte del potere politico sulla scuola, sempre guardata con estrema diffidenza da ogni governo.</p>
<p>Al di là delle chiacchiere e delle belle parole, sia in Ucraina che in Italia, il nostro lavoro gode di scarsa considerazione sociale e la causa è facile da trovare: in un sistema come il nostro il successo economico è il primo e il principale metro di giudizio delle persone: “Un mafioso conta più di un bravo insegnante” ho detto a un certo punto.</p>
<p>Alcune informazioni mi hanno stupito: le donne vanno ancora in pensione a sessant’anni, invece che ai nostri sessantasette. In Ucraina non esistono classi pollaio: il numero massimo di alunni per classe è venti e, immagino nei villaggi rurali, può scendere fino a cinque alunni.</p>
<p>Mi hanno chiesto se da noi è possibile un anno sabbatico retribuito, un miraggio anche di molte mobilitazioni in Italia.</p>
<p>A proposito di salario: io nella scuola primaria, dopo 39 anni di servizio, sono arrivato a prendere circa duemila euro. Qui sembra un’enormità, ma quando ho spiegato che ho speso circa centomila euro per comprare un appartamento in un quartiere popolare della periferia di Roma e che devo pagare circa 400 euro mensili di mutuo…tutto si è ridimensionato.</p>
<p>In Ucraina il salario medio di un insegnante non raggiunge i trecento euro. Una famiglia monoreddito sarebbe alla fame ed essendo un lavoro anche qui prettamente femminile la classe sociale di appartenenza dipende dal lavoro del marito: se il marito ha perso il lavoro, se la famiglia ha figli non economicamente autosufficienti, un affitto o un mutuo da pagare, si finisce sotto la soglia della povertà. Insomma, gli insegnanti ucraini vivacchiano o sopravvivono in una società in cui una nutrita minoranza si sta addirittura arricchendo grazie all’economia di guerra.</p>
<p>Per il grande amore che tutti nutrono per l’Italia, un vero dispiacere è che un viaggio da noi risulta proibitivo, a meno di non essere ospitati da parenti che lavorano qui.</p>
<p>“Come vacanze ci possiamo permettere quindici giorni in tenda in Moldavia o in Romania” ha detto una collega. Da noi non va poi tanto meglio, ho pensato.</p>
<p>Il vero problema è la guerra: la legge marziale taglia le gambe al sindacato, che non può organizzare proteste con manifestazione di massa, né tanto meno scioperare.</p>
<p>Il risultato è che l’ultimo aumento di stipendio risale a prima della guerra e che da allora l’inflazione ha eroso in maniera sensibile il potere di acquisto dei salari, in un Paese in cui affluiscono “generose” risorse economiche da tutto l’Occidente. Peccato che finiscano in armi e più in generale in spese militari, arricchendo chi fabbrica armi, chi le vende e chi viene corrotto per comprarle.</p>
<p>Alla fine ho chiesto se potevo fare una domanda scomoda e me l’hanno accordato: “Cosa potete dirmi sulla strage del 2 maggio del 2014 alla Casa del Sindacato?”.</p>
<p>Una delle sindacaliste ha risposto in russo, dicendo che gli uffici del sindacato erano chiusi e che non vi sono quindi testimoni diretti dei fatti tra chi lavorava lì.</p>
<p>Non ho raccolto quindi altre notizie oltre a ciò che già sapevo e che ho raccontato in un <a href="https://www.pressenza.com/it/2025/01/rogo-della-casa-dei-sindacati-la-memoria-rimossa-di-odessa/">articolo</a> del gennaio scorso, quando ho visitato Odessa per la prima volta.</p>
<p>Ho domandato se la sede sindacale è ancora utilizzata e ho scoperto che in realtà due ali laterali (il palazzo ha la forma di una C) non sono state distrutte dal fuoco e che tuttora ospitano gli uffici delle diverse categorie dei lavoratori, compresa la Federazione del Sindacato degli Insegnanti. Ho chiesto di poterla visitare e ci siamo dati appuntamento per il 28 agosto.</p>
<p>Rispetto a gennaio trovo una novità che considero cinicamente provocatoria: una serie di carri armati è schierata su Campo Kulikovo con i cannoni che puntano sulla sede sindacale e la scritta indipendenza!</p>
<p>Mi sembra un monito che esprime minaccia e disprezzo per la memoria di ciò che è accaduto qui; ben altro significato avrebbe avuto disporre i carri armati sul lato opposto della piazza, come a volerla difendere.</p>
<p>Del resto una minoranza aggressiva e violenta di ultra destra, con organizzazioni e partitini finanziati dai servizi segreti di una potenza straniera attraverso un’agenzia tristemente nota nel nostro Paese ha rivendicato senza mezzi termini la strage. Il sito banderista di Pravyj Sektor, Settore Destro, descrisse i fatti come “una pagina luminosa della nostra Storia nazionale”, mentre la parlamentare Svoboda Iryna Farion scrisse: “Lasciate che i diavoli brucino all’Inferno. I tifosi del calcio sono i ribelli migliori. Bravi!” Costoro sono quelli che condizionano il presidente, il governo e le amministrazioni locali. A Odessa sono arrivati a imporre la rimozione della statua di Caterina la Grande, fondatrice della città.</p>
<p>Mi sembra un monito che esprime minaccia e disprezzo per la memoria di ciò che è accaduto qui; ben altro significato avrebbe avuto disporre i carri armati sul lato opposto della piazza, come a volerla difendere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una delle dirigenti del Sindacato di Odessa, di cui ometto il nome, mi ha accolto nel suo ufficio, che ho raggiunto non senza difficoltà in questo labirinto di corridoi e stanze. Abbiamo parlato di un sindacato a cui hanno legato le mani e che fa il possibile e l’impossibile per difendere i diritti dei lavoratori.</p>
<p>Mi ha confidato che non ha nessun rimpianto per l’era sovietica, che ha conosciuto e vissuto. L’indipendenza e soprattutto la democrazia e la libertà sono state conquiste importanti ed irrinunciabili, ma tutto è irrimediabilmente compromesso con la guerra e la legge  marziale.</p>
<p>Ho chiesto notizie del sindacalista Gregory Osovyi, ex Segretario della FPU, la Confederazione Sindacale Ucraina forte di tre milioni di iscritti, accusato in modo assolutamente pretestuoso di associazione a delinquere, appropriazione indebita e riciclaggio, per la vendita di proprietà del sindacato, ma in realtà per la ferma opposizione manifestata fin dal 2019, quando il governo approvò una riforma del lavoro iperliberista scritta dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Ora Gregory è libero, ma ha dovuto lasciare il suo posto a un sindacalista più moderato.</p>
<p>Ho visitato con la guida della dirigente la grande sede del sindacato, che sta provvedendo a proprie spese a ristrutturarla e a renderla via via agibile, anche per poter affittare spazi e ricavare nuove risorse per i lavori.</p>
<p>Ho visto l’androne di ingresso, i primi piani e le ali laterali ristrutturate, già utilizzate o da affittare ad uffici, poi mi ha aperto una porta che nasconde tutto l’orrore di quel giorno: muri anneriti, finestre divelte e vetri lungo le scale. Tutto è rimasto come il 2 maggio del 2014, quando la cosmopolita Odessa capitolò e iniziò la lunga guerra tuttora in corso.</p>
<p>La lenta ma risoluta ristrutturazione di questo luogo della memoria da parte del sindacato fa onore alle lavoratrici e ai lavoratori che non temono di mostrarsi bilingue d sono uniti nella difesa dei propri diritti irrinunciabili e nell’aspirazione a una pace giusta e vera.</p>
<p>*da Pressenza</p>
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		<title>LA SCUOLA NON VA ALLA GUERRA</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 12:19:17 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; L&#8217;inizio di questo nuovo anno scolastico si svolge in un contesto drammatico segnato da un genocidio in corso e da un&#8217;escalation bellica senza precedenti. Il popolo palestinese è vittima di un&#8217; operazione di sterminio ripresa in diretta e trasmessa da tutti i media, un&#8217;operazione che vede la complicità di tutti i governi occidentali [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;inizio di questo nuovo anno scolastico si svolge in un contesto drammatico segnato da un genocidio in corso e da un&#8217;escalation bellica senza precedenti.</p>
<p>Il popolo palestinese è vittima di un&#8217; operazione di sterminio ripresa in diretta e trasmessa da tutti i media, un&#8217;operazione che vede la complicità di tutti i governi occidentali compreso il nostro.</p>
<p>La guerra in Ucraina rischia di innescare scenari impensabili fino a poco tempo fa e difficilmente controllabili. Tutto ciò incide sulle nostre coscienze e sulle nostre vite.</p>
<p>Le scelte della UE e del nostro governo non vanno nella direzione della pace, ma alimentano i venti di guerra, anche attraverso l&#8217;aumento delle spese militari ed i conseguenti tagli all&#8217;istruzione ed allo stato sociale. Sono politiche scellerate e senza futuro, che rispondono solo agli interessi di pochi, alla crescita dei profitti dell&#8217; apparato industriale militare, a scapito del bene comune, degli equilibri naturali del pianeta, della nostra capacità di restare umani.</p>
<p>Restare in silenzio significherebbe solo essere complici ed è perciò che sosteniamo tutte le iniziative contro la guerra, la militarizzazione della scuola e della società, volte a promuovere una cultura di pace ed ispirate ai valori della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista. Sosteniamo l&#8217;iniziativa della Global Sumud Flotilla volta a costruire un corridoio umanitario verso la popolazione di Gaza e rivendichiamo il diritto di poter parlare a scuola di quanto sta accadendo nel mondo che ci circonda.</p>
<p>Non è il momento di restare in silenzio, ma di costruire insieme un percorso di mobilitazione unitaria per fermare la barbarie e costruire un&#8217;alternativa possibile e necessaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Loredana Fraleone     DN – CPN – CPR  Lazio – Segretaria Fed. Viterbo PRC</p>
<p>Roberta Leoni            Osservatorio contro la militarizzazione – CPN -Direzione Naz. PRC</p>
<p>Camilla Ancona         Responsabile Scuola Federazione di Viterbo – CPR  PRC</p>
<p>Antonella Gatti          Comitato federale Viterbo PRC</p>
<p>Barbara Cozzolino     Comitato federale Viterbo PRC</p>
<p>Amedeo Barletta        Circolo Ocalan &#8211; Federazione di Viterbo PRC</p>
<p>Franca Battelocchi     ATA  &#8211; Comitato federale di Viterbo</p>
<p>Mario Sanguinetti      Circolo Lago di Bracciano – Comitato Federale di Viterbo PRC</p>
<p>Marco Prestininzi       Comitato federale Viterbo PRC</p>
<p>Roberto Villani           CPN &#8211; Direzione Nazionale – CPF Roma &#8211; responsabile scuola Lazio PRC</p>
<p>Giulia Pezzella           CPN &#8211; Direzione Nazionale – CPF Roma PRC</p>
<p>Aldo Doninelli           PRC Roma</p>
<p>Marina Boscaino        Comitato Politico Nazionale PRC</p>
<p>Giuseppina Todarello PRC Roma</p>
<p>Umberto Spallotta      CPR Lazio – segretario circolo di Anzio PRC</p>
<p>Laura Consumati        Segretaria Federazione di Rieti PRC</p>
<p>Lucia Brocca              Responsabile regionale Scuola Sardegna PRC</p>
<p>Efisio Marcia              Coordinatore GC Sardegna</p>
<p>Luca Cogoni               PRC Sardegna</p>
<p>Francesco Maggi        PRC Sardegna</p>
<p>Francesco Falchi        Tesoriere regionale PRC Sardegna</p>
<p>Fabio Cannizzaro       Segreteria Federazione di Messina PRC</p>
<p>Eveline Amari            CPN – responsabile scuola Federazione di Catania</p>
<p>Tonia Guerra              CPN – CPR Puglia &#8211; Direzione Nazionale PRC</p>
<p>Gianfranca Stornelli   Direttivo circolo di  Bari – CPR Puglia PRC</p>
<p>Claudia Rancati          CPN – Comitato regionale Liguria PRC</p>
<p>Angela Serico             Comitato Regionale Liguria PRC</p>
<p>Maria Sepe                 Collegio Nazionale di Garanzia  PRC</p>
<p>Valeri Allocati            CPN &#8211; Direzione Nazionale – responsabile scuola Trento PRC</p>
<p>Giuliano Pantano       Segretario Federazione di Trento PRC</p>
<p>Ivonne Peroni           Federazione Trento  PRC</p>
<p>Luigi Dappiano        Ex Dirigente scolastico – As.Sur</p>
<p>Ivo Cestari                Federazione di Trento PRC</p>
<p>Grazia Francescatti  Segretaria circolo di Rovereto PRC</p>
<p>Francesca Benci       Federazione di Trento</p>
<p>Barbara Armellini    Federazione di Trento</p>
<p>Stefania Soriani       CPN – CPR &#8211; Emilia Romagna -  co-segretaria Fed. Di Ferrara PRC</p>
<p>Valentino Peggi        GC – delega scuola coordinamento regionale Emilia Romagna</p>
<p>Eleonora Canali       Portavoce GC  &#8211; Federazione di Forlì Emilia Romagna</p>
<p>Alessio Giaccone     CPN – CPR Piemonte – CPF Cuneo PRC</p>
<p>Giacomo Vittone      Federazione di Cuneo PRC</p>
<p>Dimitrji Palagi         Consigliere Comunale Firenze – CPN &#8211; Direzione Naz. PRC</p>
<p>Leda Di Santo          PRC Molise</p>
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		<title>Global Sumud Flotilla: la rotta verso Gaza continua nonostante le minacce israeliane. Le testimonianze di Fabio e Daniele</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Sep 2025 10:56:10 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[pace e internazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Laura Tussi La Global Sumud Flotilla prosegue la sua navigazione verso la Striscia di Gaza, sfidando le minacce israeliane e il blocco imposto da oltre diciassette anni. A bordo delle imbarcazioni viaggiano attivisti provenienti da diversi paesi e un carico di aiuti umanitari destinato alla popolazione palestinese, stremata dall’assedio e dall’offensiva militare in corso. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<h1></h1>
<p>di <strong>Laura Tussi</strong></p>
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<div>
<div>La Global Sumud Flotilla prosegue la sua navigazione verso la Striscia di Gaza, sfidando le minacce israeliane e il blocco imposto da oltre diciassette anni. A bordo delle imbarcazioni viaggiano attivisti provenienti da diversi paesi e un carico di aiuti umanitari destinato alla popolazione palestinese, stremata dall’assedio e dall’offensiva militare in corso.</div>
<p>Secondo gli organizzatori, la missione non è soltanto un gesto simbolico ma un’azione concreta di solidarietà: forzare l’assedio significa rivendicare il diritto dei palestinesi a vivere liberi, con accesso a cibo, medicine e beni essenziali. «Non ci fermeranno né le intimidazioni, né le minacce di Israele», hanno dichiarato i portavoce della Flotilla, ricordando che si tratta di una missione pacifica e umanitaria, sotto gli occhi della comunità internazionale.</p>
<p>Israele ha già fatto sapere di considerare la Flotilla una “provocazione” e ha minacciato di impedire l’arrivo delle imbarcazioni a Gaza, ma gli attivisti ribadiscono che la loro azione è legittima e necessaria. Alcuni di loro hanno richiamato la memoria della Freedom Flotilla del 2010, quando l’abbordaggio israeliano provocò morti e feriti tra i passeggeri.</p>
<p>Oggi, a distanza di anni, il messaggio resta lo stesso: spezzare l’isolamento di Gaza e dimostrare che esiste un movimento internazionale disposto a rischiare per difendere il diritto alla vita del popolo palestinese. Intanto, nelle città di diversi continenti, associazioni e movimenti solidali organizzano presidi e manifestazioni per sostenere la missione e chiedere ai governi di garantire la sicurezza della Flotilla.</p>
<p>«Il mare è la nostra strada verso la libertà», affermano gli attivisti. E, nonostante le minacce, la Global Sumud Flotilla continua la sua rotta, portando con sé la speranza che l’assedio di Gaza possa finalmente essere infranto.</p>
<p><em>Intervista a due attivisti della Global Sumud Flotilla, la Flottiglia della Resistenza Mondiale</em></p>
<p><strong>Fabio e Daniele potete presentarvi e raccontarci il vostro percorso personale e formativo?</strong></p>
<p>Fabio: Sono nato a Leonforte, in provincia di Enna, nel 1966. Lavoro dal 1995 nell’Ufficio Tecnico del mio comune e sono cresciuto in una famiglia cattolica praticante. Questo imprinting mi ha riportato, da adulto, a ritrovare la strada di Dio. Ho conseguito la laurea in scienze religiose presso la Pontificia Università Santa Croce e sono Laico Missionario della Carità, ramo laico della congregazione fondata da Madre Teresa.</p>
<p>Daniele: Ho conseguito una laurea magistrale in materia ambientale, un dottorato e un master di secondo livello. Ho lavorato per una multinazionale che sfruttava l’ambiente, ma già allora ero attivo in contesti sociali vicini ad ambienti anarchici e di sinistra, senza però aderire all’idea anarchica. Ho creato comunità di cittadini, iniziando con un orto sociale poi divenuto un’associazione autofinanziata.</p>
<p><strong>Il pacifismo ha un ruolo centrale nella vostra vita. Come lo vivete?</strong></p>
<p>Fabio: Per me è un principio fondamentale. Gesù è stato il primo pacifista della storia: avrebbe potuto guidare una rivolta contro i Romani, ma ha scelto di insegnare a porgere l’altra guancia. Madre Teresa, la mia guida spirituale, diceva: “Non parteciperò mai a manifestazioni contro la guerra. Chiamatemi quando organizzerete una manifestazione per la pace”.</p>
<p>Daniele: Il mio pacifismo nasce dalla coerenza tra scelte di vita e impegno sociale. Non potevo lavorare in una multinazionale che distruggeva l’ambiente e, allo stesso tempo, proporre comunità fondate su valori opposti. Per questo, nonostante le prospettive di guadagno, mi sono licenziato e ho scelto di costruire una comunità basata sull’auto-sostentamento, il rispetto ambientale e l’ideale pacifista.</p>
<p><strong>Come hanno inciso i conflitti in Ucraina e Gaza sul vostro impegno?</strong></p>
<p>Fabio: Hanno rappresentato un colpo mortale al mio essere pacifista. A Gaza assistiamo ogni giorno a massacri di civili, giornalisti, donne e bambini. Netanyahu, criminale impunito, usa il sionismo messianico come copertura per un genocidio e una deportazione del popolo palestinese.</p>
<p>Daniele: È inammissibile ciò che accade. Il mondo non può restare a guardare. Il governo di Tel Aviv commette crimini atroci con una scusa pseudo-religiosa, utilizzando la fede per coprire la soppressione di un intero popolo autoctono.</p>
<p><strong>Come siete entrati in contatto con la Global Sumud Flotilla?</strong></p>
<p>Fabio: Ho aderito subito, appena ricevuta la richiesta di sostegno alla causa. Con la mia esperienza come redattore di una testata giornalistica online e gestore di canali social pacifisti, sono diventato addetto stampa e portavoce del comitato siciliano del Global Movement to Gaza.</p>
<p>Daniele: Dalla mia scelta di vita coerente è derivato anche l’attivismo. Prima con la Freedom Flotilla e ora con la Global Sumud Flotilla. Sono stato contattato dalla delegazione internazionale perché la mia comunità è diventata un punto di riferimento locale per la logistica delle partenze verso Gaza.</p>
<p><strong>Qual è il vostro ruolo specifico nella Flotilla?</strong></p>
<p>Fabio: Non posso partire fisicamente, perché disabile, ma metto le mie competenze a disposizione come comunicatore e intellettuale, con un impegno silenzioso e costante per i bambini di Gaza.</p>
<p>Daniele: Io invece fornisco supporto logistico e organizzativo. Sono consapevole che le navi saranno probabilmente sequestrate e che viveri e medicinali non arriveranno a destinazione. Ma è necessario tentare di rompere l’embargo. Per continuare a lavorare con discrezione, ho chiesto di non utilizzare il mio vero nome.<br />
<strong><br />
Il vostro impegno ha anche un forte significato spirituale e culturale. Come lo interpretate?</strong></p>
<p>Fabio: Madre Teresa insegnava che il silenzio porta all’amore e al servizio. Questo è il mio approccio: servire in silenzio la causa palestinese, pensando ogni giorno ai bambini di Gaza.</p>
<p>Daniele: Sono onorato di contribuire, anche nel silenzio, a una causa umanitaria, cercando di portare assistenza a un popolo che muore letteralmente di fame e di guerra.</p>
<p><strong>Come interpretate, da credenti e studiosi, il sionismo messianico?</strong></p>
<p>Fabio: Studiando la Bibbia, so che Dio chiamò Abramo e poi guidò l’esodo dall’Egitto, ma nei testi sacri non vi è alcuna legittimazione al ritorno in Palestina dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C. Il sionismo messianico ha usurpato questa narrazione, trasformandola in un progetto politico e coloniale. Gli ebrei askenaziti, oggi maggioranza, non discendono dalle dodici tribù di Israele ma da conversioni in Europa orientale. Hanno subito l’Olocausto e ora replicano, inconsciamente, la violenza subita, ammantandola di una giustificazione religiosa che in realtà non esiste.</p>
</div>
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		<title>Rifondazione &#8220;A Venezia, per la cultura e contro il genocidio a Gaza&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Aug 2025 10:56:02 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[pace e internazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Stefania Brai* Rifondazione comunista ieri era al corteo di Venezia per dire “Stop al genocidio” del popolo palestinese. Eravamo con le nostre bandiere insieme ai Centri sociali del nord-est, all’Anpi di Venezia, alla Rete NoBavaglio, a Venice4Palestine, agli Artisti NoBavaglio, e a tutti gli altri collettivi e alle altre associazioni che hanno organizzato la manifestazione. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: medium;"><strong>Stefania Brai*</strong></span></div>
<div></div>
<div><span style="font-size: large;">Rifondazione comunista ieri era al corteo di Venezia per dire “Stop al genocidio” del popolo palestinese.</span></div>
<div><span style="font-size: large;">Eravamo con le nostre bandiere insieme ai Centri sociali del nord-est, all’Anpi di Venezia, alla Rete NoBavaglio, a Venice4Palestine, agli Artisti NoBavaglio, e a tutti gli altri collettivi e alle altre associazioni che hanno organizzato la manifestazione.</span></div>
<div><span style="font-size: large;">Eravamo lì perché siamo ovunque si lotta e si manifesta contro il genocidio del popolo palestinese e perché siamo ovunque si lotta e si manifesta per la democratizzazione delle istituzioni culturali, per i diritti dei lavoratori della cultura, per l’indipendenza dell’informazione e della produzione culturale. </span></div>
<div><span style="font-size: large;">Perché “L’arte è resistenza. L’arte è consapevolezza. L’arte è bellezza che non tace”.</span></div>
<div><span style="font-size: large;">C’erano più di 10.000 persone a sfilare al Lido per chiedere l’intervento del governo italiano e delle istituzioni europee per fermare Israele, ma il servizio pubblico radiotelevisivo non ha ritenuto di dover fare una diretta. Come non ha ritenuto di doverla fare sulla fiaccolata con più di 50.000 persone che a Genova ha accompagnato la partenza della Global Sumud Flotilla.</span></div>
<div><span style="font-size: large;">C’erano più di diecimila persone nella città di Venezia e durante la Mostra d’arte cinematografica ma non si è visto nessun rappresentante delle istituzioni. </span></div>
<div><span style="font-size: large;">Al corteo c’erano artisti e c’erano cittadini di Venezia. Ma non si è visto il sindaco, che dovrebbe rappresentare tutta la città, e non si sono visti e non hanno detto una parola il presidente della Biennale e il direttore della Mostra del cinema. </span></div>
<div><span style="font-size: large;">Ancora una volta i rappresentanti della più importante istituzione culturale pubblica italiana e internazionale sono restati in silenzio rendendo mute le istituzioni che dovrebbero rappresentare, tentando di creare un fortino intorno alla Biennale e di isolare così la cultura e l’arte dalla realtà.</span></div>
<div><span style="font-size: large;">Ma anche la manifestazione di ieri dimostra che non ci sono riusciti. Che il muro del silenzio si sta rompendo.</span></div>
<div><span style="font-size: large;"> </span></div>
<div><span style="font-size: large;">*responsabile nazionale cultura Prc/Se</span></div>
<div>
</div>
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		<title>Ci sarà la pace in Ucraina? Chi ha vinto? Chi ha perso?</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 15:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator></dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[pace e internazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Mauro Zanella* Andiamo con ordine. Dopo gli incontri in Alaska e a Washington ci sarà la pace in Ucraina, una vera pace, intendo? No. Si stanno facendo trattative per la spartizione dell’Ucraina, la sua fine come Stato unitario, binazionale, neutrale, ponte tra Occidente e Oriente. Si pensa non alla pace, ma al congelamento armato della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mauro Zanella*</strong></p>
<p>Andiamo con ordine. Dopo gli incontri in Alaska e a Washington ci sarà la pace in Ucraina, una vera pace, intendo?</p>
<p>No. Si stanno facendo trattative per la spartizione dell’Ucraina, la sua fine come Stato unitario, binazionale, neutrale, ponte tra Occidente e Oriente. Si pensa non alla pace, ma al congelamento armato della guerra, come da decenni si protrae la fine delle ostilità tra le due Coree, senza nessuna pace e riconciliazione.</p>
<p>Una vasta area super militarizzata e invalicabile chiude oggi le due Coree e domani, nei piani dei signori della guerra, spaccherà l’Ucraina, forse per sempre o per i prossimi decenni. Le trattative in corso non vanno nella direzione del disarmo e di una vera distensione: il riarmo europeo continuerà per garantire con la forza la fine delle ostilità, anzi il loro congelamento a tempo indeterminato.</p>
<p>Per avere la pace si dovrebbe procedere a trattative vere, promosse dall’ONU, unica istituzione sovranazionale legittimata a trovare e promuovere soluzioni sulla base del diritto internazionale e del pieno rispetto dei diritti umani sia come singoli individui, sia come comunità, popoli, nazioni, Stati.</p>
<p>Si dovrebbe partire dal sanare una ferita tuttora aperta e cioè dal riconoscimento dell’indipendenza dell’Ucraina, di uno Stato sovrano da cui andrebbero ritirate le truppe straniere, compresi addestratori e mercenari.</p>
<p>Una volta data la possibilità ai profughi di rientrare, possono anche essere ridiscussi i confini sulla base del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Attraverso nuovi referendum, tenuti sotto il controllo delle Nazioni Unite, saranno i popoli di quelle regioni a stabilire il destino del  Donbass e della Crimea su due opzioni fondamentali: regioni autonome parte di un’Ucraina federalista o della Federazione Russa.</p>
<p>Sarebbe un nuovo grave precedente, uno sfregio del diritto internazionale accettare che i confini siano modificati non per volontà delle popolazioni dei territori interessati, sulla base del principio di autodeterminazione, ma da accordi tra Trump e Putin e per di più sulla base di una conquista militare.</p>
<p>Dopodiché vale per l’Ucraina ciò che dovrebbe valere per ogni Stato del mondo, Palestina in primis: pieno rispetto dei diritti umani individuali, civili, sociali, politici e nazionali.</p>
<p>Nel concreto uno Stato autenticamente democratico, laico sulle questioni religiose, pienamente binazionale, nel pieno rispetto della lingua e cultura ucraina e della lingua e cultura russa, che qui in realtà non indicano due popoli separati, perché binazionali sono gran parte delle famiglie e quindi delle persone.  Do per scontato il pieno rispetto e riconoscimento delle minoranze nazionali presenti su questo complesso e articolato Paese: rom, bielorussi, ungheresi, polacchi, rumeni, tatari di Crimea, greci, armeni…</p>
<p>Un tempo erano presenti sia una vasta comunità tedesca, che ha lasciato il Paese, sia gli ebrei, in gran parte sterminati dai nazisti e dai nazionalisti suprematisti ucraini, attivi soprattutto nella parte occidentale, quella che mai fece parte dell’Impero Russo. Essi furono, e sono tuttora, i seguaci di Stepan Bandera, per loro un eroe nazionale, che aspirava a un’Ucraina etnicamente pura.  Odiavano a tal punto i russi che non si fecero scrupoli ad allearsi con i nazisti tedeschi, anche se questi ritenevano tutti i popoli slavi, e pertanto pure i suprematisti ucraini, gente inferiore da sottomettere.</p>
<p>Tutt’altro che nazista, la maggior parte della popolazione dell’Ucraina fece la propria parte nella guerra antinazista, sia come partigiani sia nelle file dell’Armata Rossa.</p>
<p>Tutti o quasi qui parlano e capiscono il russo, soprattutto nelle città, tanti sono di madrelingua (o padrelingua) russa o sono perfettamente binazionali, perché di famiglie “miste” da più di una generazione.</p>
<p>Infine molti sono di famiglie originarie dei territori della Russia vera e propria, la cosiddetta “grande Russia”, venuti a lavorare nel distretto minerario e industriale del Donbass, oppure a ripopolare, nella seconda metà degli anni Trenta del Novecento, moltissimi villaggi ucraini spopolati a seguito della terribile carestia causata dalla folle politica staliniana di collettivizzazione forzata, eliminazione dei kulak e sequestro di ogni derrata alimentare prodotta nei villaggi per sfamare le città. Espropri condotti senza pietà fino a lasciar morire la gente di fame. Gli ucraini lo considerano il loro genocidio e lo chiamano Holodomor, uccisione per fame.</p>
<p>Dopo l’invasione russa iniziata il 24 febbraio del 2022 (che sia stata una gravissima violazione del diritto internazionale lo dice Francesca Albanese) molti russofoni abbandonarono le regioni conquistate; alcuni di loro hanno persino smesso di parlare russo, almeno pubblicamente, anche come forma di “protesta” e di affermazione della propria identità, non etnica, ma nazionale.</p>
<p>Tuttavia il russo è tuttora la lingua principale per tantissime persone che, almeno da questa parte della linea del fronte, sono diventate ostili a Putin, alle sue armate e spesso anche al popolo che lo ha votato e che lo sostiene.</p>
<p>Non posso parlare di ciò che accade di là dal fronte se non per i racconti che mi fanno i profughi. Riporto dunque quello che pensano i moltissimi profughi interni, praticamente tutti di madrelingua russa.  Vogliono un’Ucraina indipendente e sovrana, entro i confini della Repubblica Sovietica di Ucraina e dello Stato pienamente indipendente nato nel 1991 dalla disgregazione dell’Urss.</p>
<p>Le mie riflessioni nascono anche dalle “interviste” che ho fatto per strada a tanta gente comune, soprattutto giovani e giovanissimi, quelli più disposti a raccontare il loro punto di vista, dall’incontro con le insegnanti e le psicologhe del Sindacato degli insegnanti di Odessa, affiliato alla Cgil, dalle conversazioni con l’italiano Ugo Poletti, direttore del giornale in lingua inglese Odessa Journal e con l’ex ambasciatore Enrico Calamai, con cui mi sono confrontato circa il Diritto Internazionale. Ugo Poletti ha avuto il coraggio di non lasciare Odessa, che è diventata la sua città, anche nelle fasi più cruente del conflitto, quando le armate russe tentarono di conquistarla, ma furono fermate a est della città di Mykolaïv da una strenua e inaspettata resistenza.</p>
<p><strong>Chi ha vinto la guerra, dunque?</strong></p>
<p>Nessuno.</p>
<p>I russi erano convinti di arrivare perlomeno a Kiev accolti come liberatori e così non è stato. Gli ucraini erano fiduciosi di riprendersi, con l’aiuto militare degli Usa e dei Paesi della Nato, il Donbass e persino la Crimea, e così non è stato; anzi, hanno perso alcune porzioni dei loro territori orientali ora annessi unilateralmente alla Federazione Russa.</p>
<p><strong>Chi ha perso veramente, quindi?</strong></p>
<p>I due popoli che hanno perso centinaia di migliaia di uomini, soprattutto civili in divisa, ma anche tantissimi civili delle città a ridosso del confine, martoriate e devastate dalla guerra, a cui vanno aggiunti i civili morti in numero assai minore nelle città più lontane, colpite dai droni e dai lanci di missili.</p>
<p><strong>Chi ha vinto?</strong></p>
<p>I produttori e i trafficanti di armi e i politici guerrafondai e corrotti, che nulla hanno fatto per prevenire e fermare la guerra e trattare per una pace vera e non per la spartizione del Paese.</p>
<p>Solo i popoli possono costruire un’umanità fraterna e solidale, fermare il genocidio del popolo palestinese e le “inutili stragi” in Ucraina, Somalia e ovunque si combatta oggi.  La pace vera può nascere soltanto dal basso, con un immenso lavoro che deve impegnare tutte e tutti noi, ma che non può perdere più un istante di tempo, perché l’orrore divora ogni giorno troppe vittime innocenti.</p>
<p>*Reportage tratto da Pressenza</p>
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		<title>V4P: CENSURA O BOICOTTAGGIO?</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2025 10:23:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato stampa di oggi, 29 agosto, inviatoci da Venice4Palestine,    Il 31 agosto alle ore 13.00 presso Isola Edipo al Lido si terrà un incontro con la rete Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS), movimento a guida palestinese per la libertà, la giustizia e l&#8217;uguaglianza. Interverranno Eyal Sivan, regista, produttore, scrittore, israeliano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato stampa di oggi, 29 agosto, inviatoci da Venice4Palestine, </strong></p>
<p><b> </b></p>
<p>Il 31 agosto alle ore 13.00 presso Isola Edipo al Lido si terrà un incontro con la rete Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni <b>(BDS)</b>, movimento a guida palestinese per la libertà, la giustizia e l&#8217;uguaglianza. Interverranno <b>Eyal Sivan, regista, produttore, scrittore, israeliano antisionista</b>, attivista, tra i coordinatori della rete BDS Francia e PACBI (in collegamento) e <b>Jacopo Crovella</b>, <b>attore</b> <b>e attivista</b> di BDS Italia e Artists for Palestina (in presenza).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo importante evento è preceduto il 30 agosto dalla manifestazione <b>Stop al genocidio,</b> promossa da Centri Sociali del Nord est e ANPI &#8220;7Martiri&#8221; Venezia. <b>Venice4Palestine sostiene ovviamente entrambi gli eventi e vi partecipa con la consapevolezza </b>che finalmente in questa Mostra al centro del dibattito, insieme ai film, ai divi, agli autori, abbiamo trovato il discorso pubblico su Gaza.</p>
<p style="text-align: right;">Era questo il primo auspicio che Venice4Palestine esprimeva nella lettera aperta del 22 agosto: che “si interrompesse il flusso di indifferenza” e si aprisse un “varco alla consapevolezza” intorno a quanto avviene in Palestina. Non solo, all’interno di questo confronto pubblico, sempre di più, finalmente vediamo cedere le esitazioni rispetto all’utilizzo della parola <b>genocidio</b> per definire la strategia militare e politica israeliana nei confronti del popolo palestinese.</p>
<p><b>Si tratta di nominare le cose per quello che sono.</b> E a questo proposito è singolare che si parli di censura rispetto alle richieste avanzate da V4P, mentre in molte parti d&#8217;Europa il potere dei governi impedisce di scendere in piazza con i simboli della Palestina. <b>Censura sarebbe stato piuttosto reclamare l’esclusione di un film dal festival</b>, cosa che V4P non ha mai fatto.</p>
<p>V4P ha espresso l&#8217;inaccettabilità che in un momento come questo la Mostra desse la possibilità di sfilare sotto i flash dei fotografi a qualsiasi artista abbia dato supporto al genocidio, mentre a Gaza gli unici flash che brillano sono quelli delle bombe che esplodono su ospedali, delle armi di precisione dei cecchini che prendono di mira bambini inermi.</p>
<p>“Chi avrebbe accolto un artista serbo che sosteneva il governo genocida di Karadzic negli anni Novanta?”, si chiede provocatoriamente Tomaso Montanari.</p>
<p>Etnia, nazionalità e religione non c&#8217;entrano nulla con la nostra richiesta (oltretutto Butler è scozzese…). Gerard Butler e Gal Gadot hanno fornito appoggio sia finanziario che ideologico alle politiche israeliane. <b>Perché non dovrebbero essere tenuti in considerazione i comportamenti e le opinioni di queste celebrità a cui la grande risonanza mediatica dona rilevanza e influenza, normalizzando così pulizia etnica e genocidio?</b></p>
<p>Non si tratta dunque di censura ma di <b>boicottaggio culturale</b>, cioè una delle forme storiche di protesta non violenta e di resistenza contro l’abuso perpetrato da un potere schiacciante e crudele.</p>
<p>Ce lo insegna l’esperienza del boicottaggio culturale nei confronti dell’apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Sarebbe caduto quel sistema suprematista, razzista e colonialista se proprio la musica, il cinema e il teatro, la letteratura e le arti non avessero contribuito a far sì che la consapevolezza di quello che avveniva in Sud Africa penetrasse la sensibilità del pubblico mondiale, escludendo da festival e concerti artisti di fama mondiale che accettavano di esibirsi a eventi che si tenevano in quel Paese?</p>
<p>Anna Foa in questi giorni afferma l’urgenza e la necessità di applicare ogni forma di protesta civile non violenta, compreso il boicottaggio, per fermare l’orrore a cui si è arrivati a Gaza come in Cisgiordania. Se i Paesi non disinvestono e le sanzioni non arrivano, non rimane che un boicottaggio che parta dalla base, dai cittadini.</p>
<p>Come dice Francesca Mannocchi, sono mesi, anni, che si aspetta che il mondo renda effettivi i provvedimenti sanzionatori verso la politica genocida di Israele. <b>Quanto tempo deve ancora andare sprecato?</b></p>
<p><b>Boicottare. Disinvestire. Sanzionare</b>. Subito. Cosa aspettiamo? <b>Che non ci sia più un </b></p>
<p><b>popolo palestinese in Palestina?</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><b>V4P</b></p>
<p><b> </b></p>
<p align="right"><b>Per contatti:</b></p>
<p align="right"><b>Francesca Polici </b></p>
<p align="right"><b>(uff. stampa)</b></p>
<p style="text-align: right;"><b>3290478786</b></p>
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		<title>Palestina: il corridoio E1 non nasce oggi</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2025 09:03:59 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[pace e internazionalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* Il 14 agosto scorso, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, con delega all’apartheid, aveva presentato in pompa magna il progetto E1 attraverso cui, realizzando circa 3.400 unità abitative in Cisgiordania, si intende spezzare definitivamente l’idea ormai perduta dei “due popoli due Stati”. Per il signor Smotrich esisterà quello che dalla “legge fondamentale” presentata [...]]]></description>
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<div><strong>Stefano Galieni*</strong></div>
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<div itemprop="text">
<p>Il 14 agosto scorso, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, con delega all’apartheid, aveva presentato in pompa magna il progetto E1 attraverso cui, realizzando circa 3.400 unità abitative in Cisgiordania, si intende spezzare definitivamente l’idea ormai perduta dei “due popoli due Stati”. Per il signor Smotrich esisterà quello che dalla “legge fondamentale” presentata alla Knesset col nome “Israel as the Nation State of the Jewish People” (approvata il 18 luglio 2018), sarà uno “Stato etnico”, in cui anche l’eguaglianza fra i cittadini sarà un ricordo del passato. La legge fondamentale è l’ennesima conferma di quanto siano ipocrite le lamentele dei tanti sedicenti intellettuali, politici, giornalisti che fanno risalire l’inizio di tutto all’attacco del 7 ottobre e che magari oggi, timidamente, provano ad avanzare critiche di sproporzionalità nell’uso della forza al governo di Tel Aviv. Se realizzato, il progetto E1 priverebbe di qualsiasi continuità territoriale il territorio palestinese, isolando da Gerusalemme e fra loro, grossi centri come Ramallah, Nablus, Betlemme e Hebron. Ma qual è la situazione odierna?</p>
<p>La Cisgiordania o, come chiamata in loco, West Bank (guai ad utilizzare il termine Palestina, meglio “Giudea” e “Samaria”), sin dall’occupazione del 1967 ha visto la realizzazione di insediamenti (settlement) che inutilmente sono stati considerati illegali dagli organismi internazionali. Negli anni Ottanta crebbero a vista d’occhio per essere abitati da coloni, per lo più provenienti dall’Europa Orientale, a cui si offrivano non solo gli appartamenti gratis ma vasti appezzamenti di terreno, l’accesso privilegiato alle risorse idriche e venne loro garantito naturalmente anche il “diritto alla difesa” (licenza di uccidere). Un’applicazione anticipata della “legge fondamentale”. L’esproprio delle terre, l’abbattimento degli olivi e delle case di proprietà palestinese, furono all’origine della diffusione della cosiddetta prima Intifada. Se infatti la scintilla va legata all’uccisione di 4 lavoratori palestinesi nel campo profughi di Jabaliya a Gaza, la velocità con cui si espanse in tutta la Palestina occupata aveva radici ben più profonde. In tempi brevissimi, dato l’espandersi della rivolta (traduzione di Intifada), quella in cui contro i tank israeliani andavano adolescenti e ragazzini con le pietre, l’allora governo di Tel Aviv decise di realizzare strade di fatto inibite ai veicoli con targa di provenienza araba – già allora avevano colore diverso – vigilate dai militari e, quando occorreva, dagli stessi coloni. Era già apartheid e per i contadini palestinesi che volevano portare i propri prodotti nei mercati a Gerusalemme Est, per le famiglie dei villaggi attorno alle cittadine più grandi che volevano portare i propri figli a scuola, ogni giorno era un tormento. Allora buona parte del corpo docente palestinese proveniva dalle università di Praga o di altri Paesi del Patto di Varsavia, ma anche dall’Italia, avevano e trasmettevano una formazione laica che risentiva molto della cultura marxista ed internazionalista. Un’impronta che lasciava grande spazio in una cultura contadina e che, come quella italiana, aveva una forte impronta patriarcale, all’istruzione delle donne. In pochi mesi tutto questo venne scientemente distrutto: chiuse università pubbliche come quella di Birzeit, nei pressi di Ramallah, che allora veniva chiamata “la rossa”, chiuse le scuole pubbliche in quanto considerate incubatrici di terroristi – ricorda qualcosa? – l’accanimento giunse fino alle scuole elementari, guai ad avere bambini e bambine istruite.</p>
<p>Nello stesso periodo, per indebolire l’autorità dell’OLP, ingenti somme transitarono dal Qatar, da altri Paesi arabi, ma anche dal governo israeliano, per garantire invece l’apertura di nuove moschee. Per garantire un minimo di istruzione, soprattutto in alcuni villaggi, funzionarono le scuole popolari clandestine, ma furono un tentativo destinato a soccombere con gli arresti dei docenti e l’aumentare delle violenze. Alle famiglie che auspicavano per i propri figli, soprattutto maschi, almeno uno scampolo di formazione, restarono solo le madrasse, le scuole islamiche delle moschee e molti bambini furono mandati lì più per tenerli al sicuro che per fede.<br />
Ma si torna alla questione delle strade. Per chi si recava in moschea, allora, c’erano meno controlli e meno repressione. Chi tentava di mantenere in vita i comitati di resistenza o le piccole attività economiche che permettevano il sostentamento delle famiglie ne pagava invece le conseguenze. I bulldozer per distruggere le case e i frutteti, gli arresti amministrativi, le esecuzioni extragiudiziali, le deportazioni, la violenza indiscriminata soprattutto contro gli adolescenti che tiravano pietre. Degli oltre 1160 morti accertati per mano dell’esercito almeno 242 erano bambini.<br />
Evidentemente il vizio di uccidere i ragazzini fa parte delle regole d’ingaggio di uno degli eserciti più potenti del pianeta.</p>
<p>Dopo la firma degli Accordi di Oslo, nel 1993, diminuirono le ostilità ma non la costruzione di nuovi settlement, laddove c’erano le migliori risorse d’acqua e dove le vie di comunicazioni erano divenute sicure, aumentarono i coloni, sempre più armati per “difendersi” in un territorio ufficialmente non più occupato ma controllato dall’Amministrazione Nazionale Palestinese (ANP) che non solo è limitata negli armamenti di cui si può dotare ma a cui è stato affidato il compito di contenere gli animi di coloro che non si rassegnavano ad una continua erosione di spazi di libertà.<br />
E1, insomma, non fa altro che provare a rendere definitivo lo status quo. Insieme ai nuclei abitativi si prevede la realizzazione di zone industriali, commerciali e infrastrutture turistiche, con cui trasformare l’area in un vero, grande centro urbano capace di saldare Gerusalemme con gli insediamenti della valle del Giordano distruggendo l’economia agricola fondamentale per garantire cibo. Per chi resterà nelle città palestinesi, sempre che non si provi a realizzare un’altra mastodontica Nakba non resterà altro da fare che sfamarsi acquistando prodotti in Israele e diventandone dipendenti.</p>
<p>E si profila l’ombra scura delle proposte avanzate, già prima del 7 ottobre da un importante accademico israeliano, Mordechai Kedar. Per costui da decenni l’OLP è più pericolosa per Israele di Hamas ma entrambi vanno debellati. E lanciava, dall’inizio del genocidio a Gaza, una proposta. In un articolo uscito su <i>Bet Magazine </i>– e fatto proprio, ci duole dirlo, dalla Comunità ebraica di Roma sul suo periodico <i>Shalom </i>(pace) senza un briciolo di critica – il cui pensiero è stato ripreso da varie testate, afferma: “L’unica soluzione possibile è quella degli Emirati Arabi, basata sul sistema tribale tuttora predominante in Cisgiordania: in ognuna delle grandi città – Jenin, Nablus, Ramallah, Tulkarem, Qalqilya, Gerico e la parte araba di Hebron – può essere istituito un “Emirato sovrano” la cui fonte di autorità siano i capi delle famiglie locali, sul modello degli Emirati del Golfo”. Le aree rurali circostanti resterebbero in mano israeliana e i palestinesi che in queste aree vivono potrebbero “scegliere” di accettare la cittadinanza israeliana sapendo che si tratterebbe di uno status di serie b o andarsene sotto i nuovi governi.<br />
Lo studioso, che per altro ha anche un passato, forse un presente nei servizi segreti – non a caso considera fondamentale il rafforzamento della cybersecurity – aveva anche già pronta la soluzione per Gaza, la suddivisione in 6 distretti: Beit Lahia, Gaza, Dir al-Balah, Khan Yunis, Abasan al-Kabira e Rafah, con governatori locali che li amministrano e senza le presenze ingombranti del passato. L’attuale governo di Netanyahu sembra volerlo scavalcare a destra, desertificando Gaza e tutta la presenza palestinese nella Striscia, magari con la deportazione di massa più volte annunciata, per poi dedicarsi alla realizzazione della “Grande Israele” (uno Stato che non ha mai definito i propri confini geografici in barba ad ogni risoluzione). Se il piano dovesse funzionare l’espansione avrà campo libero, se dovesse incontrare troppi ostacoli, la soluzione di Kedar potrebbe costituire un valido compromesso.</p>
<p>Resta l’incognita della grande mobilitazione mondiale, anche se tardiva, che potrebbe far saltare questi orrendi piani coloniali.</p>
<p>*da Transform Italia</p>
</div>
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