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	<title>Rifondazione Comunista &#187; Africa</title>
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		<title>Il problema è nell&#8217;UE e nella sua arroganza coloniale</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jul 2025 09:42:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<description><![CDATA[Soumaila Diawara Ci denuncia la rabbia, ci ferisce la tristezza, ma il silenzio sarebbe complicità. Dopo le battute sul respingimento “in stile Piantedosi”, è arrivato il momento di parlare sul serio. Quello che abbiamo visto non è solo l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza di un ministro dell’Interno italiano, è qualcosa di molto più profondo: il riflesso strutturale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: medium;">Soumaila Diawara</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ci denuncia la rabbia, ci ferisce la tristezza, ma il silenzio sarebbe complicità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo le battute sul respingimento “in stile Piantedosi”, è arrivato il momento di parlare sul serio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quello che abbiamo visto non è solo l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza di un ministro dell’Interno italiano, è qualcosa di molto più profondo: il riflesso strutturale dell’ipocrisia, dell’arroganza, e della totale mancanza di rispetto che l’Unione Europea continua a riservare al continente africano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Parliamo di una delegazione europea inviata a Tripoli, con un mandato diretto della presidente Ursula von der Leyen, ma chi ha autorizzato quella delegazione a spostarsi senza permessi ufficiali fino a Bengasi? Nessuno. Ed è proprio qui che riemerge con forza brutale l’arroganza coloniale che ancora permea le istituzioni europee, e la domanda è inevitabile: perché non hanno chiesto il permesso?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Perché agire con tanta disinvoltura, sapendo che nessuno, davvero nessuno, lo avrebbe negato se fosse stato chiesto? È questo che rivela la verità più scomoda: non è stato un errore diplomatico, ma una scelta consapevole, frutto di una mentalità radicata nel dominio e nel disprezzo, una mentalità che dà per scontato che l’Africa non meriti nemmeno l’atto formale del rispetto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’Europa non ha mai veramente fatto i conti con la propria eredità coloniale, ha solo cambiato forma al dominio. Oggi lo chiama “partenariato strategico”, “cooperazione allo sviluppo”, “gestione dei flussi migratori”, ma la sostanza è rimasta la stessa: trattare l’Africa come un cortile di casa, come uno spazio da sorvegliare, sfruttare, manipolare a proprio piacimento.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mi chiedo: l’Unione Africana potrebbe mai mandare una delegazione non autorizzata a Roma, a Berlino, a Parigi, o a Bruxelles? No, sarebbe considerato un affronto, un atto ostile, un’invasione diplomatica. E allora, perché l’Europa si arroga il diritto di fare ciò che agli altri nega? Perché persiste questa mentalità tossica di superiorità? Perché si continua a dare per scontato che l’Africa non abbia voce, né dignità sovrana?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’Europa si scandalizza quando alcuni Paesi africani stringono alleanze con altri attori geopolitici, Cina, Russia, Turchia. Ma di cosa si stupisce, esattamente? Dopo cinque secoli di razzie, schiavitù, occupazioni militari, sfruttamento economico e culturale, imposizioni politiche, davvero pensano che l’Africa non abbia il diritto di cercare alternative?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il vero problema è che in Europa manca la volontà, e forse anche il coraggio, di fare autocritica. Non si vuole guardare allo specchio, si preferisce continuare a raccontare una narrativa tossica e funzionale: l’Africa come continente caotico, corrotto, fragile, da “salvare”. Una narrazione che giustifica l’intervento e protegge lo status quo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma l’epoca in cui l’Africa poteva essere trattata come oggetto è finita. È tempo di dire le cose con chiarezza: non si tratta di un incidente diplomatico, si tratta di un atteggiamento sistemico. È l’Europa intera che deve cambiare mentalità, deve liberarsi della sua postura coloniale, deve imparare una volta per tutte a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco, non sull’arroganza imperiale mascherata da “cooperazione”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Finché questo non accadrà, l’Africa continuerà a guardare altrove. Non per dispetto, non per ideologia, ma per affermare un diritto sacrosanto: quello all’autodeterminazione e alla dignità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E a chi continua a gridare all’“anti-occidentalismo” ogni volta che queste verità vengono dette, diciamo: interrogatevi prima sulle vostre responsabilità storiche e morali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chi guida l’Europa oggi sta minando non solo il presente, ma anche il futuro del continente, e delle sue nuove generazioni. Abbiate il coraggio, se ve ne è rimasto, di guardare in faccia la realtà, di dire le cose come stanno, di smetterla con questa mentalità da padroni del mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Altrimenti, i veri nemici dell’Europa non sono altrove, sono già nelle sue capitali, a partire da Bruxelles, dove una leadership arrogante e incapace sta portando l’Europa verso il disastro morale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Grazie.</span></p>
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		<title>Neocolonialismo straccione</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 13:51:05 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Stefano Galieni*   Le affermazioni su Enrico Mattei, morto in un improbabile “incidente aereo” il 27 ottobre del 1962, del “Department of State, Guidelines for Policy and Operations” maggio 1962 che accusavano esplicitamente l’industriale italiano “di violazione della solidarietà atlantica e di filocomunismo”, con cui gli Usa bollavano la politica energetica dell’Eni come neutralista, terzomondista [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano Galieni*</strong></span></p>
<div><span style="font-size: medium;"> </span></div>
<p><span style="font-size: medium;">Le affermazioni su Enrico Mattei, morto in un improbabile “incidente aereo” il 27 ottobre del 1962, del “<em>Department of State, Guidelines for Policy and Operations</em>” maggio 1962 che accusavano esplicitamente l’industriale italiano “di violazione della solidarietà atlantica e di filocomunismo”, con cui gli Usa bollavano la politica energetica dell’Eni come neutralista, terzomondista e incubatrice di sentimenti anticoloniali e anti occidentali, sono una parte, ahinoi dimenticata della storia nazionale. Enrico Mattei non è stato un martire anti imperialista, aveva però elaborato, con la creazione dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), un progetto di affrancamento, o quanto meno di maggior libertà politica ed economica per un Paese come l’Italia, che doveva restare a sovranità limitata. Per tali ragioni concrete il suo progetto andava contrastato con ogni mezzo, lecito o meno. Mattei aveva non solo un progetto imprenditoriale ma una visione politica del ruolo, per il futuro, dell’Italia nel Mediterraneo. Gli accordi presi con l’allora Persia, con la Libia, la Tunisia, il Marocco e l’Egitto, miravano ad una cooperazione integrata che aveva come obiettivo non certo la rivoluzione socialista – da partigiano era nelle formazioni democristiane  – ma la salvaguardia degli interessi nazionali in un pianeta che stava cambiando. Soprattutto, in un mondo bipolare, centravano un punto strategico dell’azione politica ed economica, l’approvigionamento energetico</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Anche per questo sentire il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, parlare di “Piano Mattei”, per definire nuove forme di cooperazione con il continente africano, lascia a dir poco perplessi. Se all’epoca del fondatore di ENI, nel mondo arabo e mediorientale, le influenze nasseriane lasciavano presupporre una relazione fra Paesi quantomeno paritaria e improntata su un eguale diritto allo sviluppo – l’Italia, da poco uscita devastata dalla guerra si avviava verso il boom – la riappropriazione meloniana di tale strategia, messa in campo oggi, pare fuori luogo, ammantata di una non nascosta impronta neocoloniale, destinata unicamente a cercare di attrarre consensi elettorali nell’immediato ma priva di una visione di futuro, di una consapevolezza del ruolo degli attori globali e in quanto tale destinata al fallimento. In breve sono a nostro avviso due gli aspetti su cui puntare l’attenzione, uno apparentemente formale, l’altro totalmente sostanziale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’incontro che si è tenuto a Roma e che doveva avere portata storica, a detta del governo, si è rivelato una scatola vuota. Molte le assenza, dal presidente della Nigeria, il più importante Stato africano – preso da una vacanza a Parigi – a quella altrettanto significativa dei rappresentanti dei 3 paesi fondamentali per poter propagandare in Italia un progetto di contrasto all’ “immigrazione illegale” (Niger, Mali e Burkina Faso), al fatto che per altri Paesi fondamentali hanno partecipato solo delegazioni di rappresentanza con basso profilo. L’inizio è poi stato tragicomico: «avremmo auspicato di essere consultati», si è lamentato, parlando nell’emiciclo di Palazzo Madama, Moussa Faki Mahamat, il presidente della Commissione dell’Unione africana. È il Moussa Faki “vero”, ironizzava la premier pochi minuti prima, durante i convenevoli a favore di flash, ricordando la trappola telefonica dei comici russi, che al telefono con Chigi si erano spacciati per il dirigente dell’Ua. Ma le risate sono terminate presto. Alla promessa del Presidente del Consiglio di una cooperazione non predatoria, da pari a pari, il Capo della Commissione dell’UA ha risposto evidenziando la totale assenza di coinvolgimento dei suddetti Paesi, un modo non proprio paritario per iniziare. «È necessario passare ai fatti — ha detto Moussa Faki – non ci accontentiamo di promesse che poi non sono mantenute. […] Serve amicizia, non barriere securitarie». Evidente il richiamo alla propaganda proibizionista da sempre declamata dal governo che, pur non avendo potuto per evidenti impossibilità pratiche, realizzare il declamato “blocco navale”, continua a finanziare unicamente piani di esternalizzazione delle frontiere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il vertice è insomma partito male, nonostante le narrazioni da regime poi lanciate a reti unificate e questo è accaduto alla presenza di  46 delegazioni africane, con 13 capi di Stato e 9 di governo, i massimi rappresentanti di colossi come Enel, Eni e Fincantieri, tutti e tre i vertici delle istituzioni Ue, dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a quello del Consiglio europeo, Charles Michel, alla presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola. Proprio dall’Ue, in Senato, non arrivano impegni finanziari precisi sul piano Mattei. Del resto l’Unione ha già lanciato un progetto suo, da 150 miliardi, “Global Gateway”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La montagna partorì insomma il topolino, visto che ad oggi il “Piano”, potrà fare affidamento unicamente su 5,5 mld di euro tra crediti, operazioni a dono, garanzie varie e un nuovo strumento finanziario di Cassa depositi e prestiti. Dovrebbero partire progetti pilota come il monitoraggio satellitare dell’attività agricola in Algeria, lo sviluppo dei biocarburanti in Kenya e un centro di formazione sulle energie rinnovabili in Marocco, interventi di riqualificazione nelle scuole in Tunisia, progetti sulla salute in Costa D’Avorio. Ad aver irritato giustamente i leader africani è stato l’approccio del governo, paternalista, con evidente impronta neocoloniale, uno sguardo rivolto prevalentemente agli interessi delle imprese italiane che si somma ad una vacuità pari a quella di tanti progetti bocciati nel PNRR. Nei giorni che avevano preceduto l’incontro a Roma, il governo aveva illustrato i 5 pilastri su cui si intendeva operare nel continente africano:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">“<strong>Istruzione e formazione</strong>: gli interventi si prefiggono di promuovere la formazione e l’aggiornamento dei docenti, l’adeguamento dei curricula, l’avvio di nuovi corsi professionali e di formazione in linea con i fabbisogni del mercato del lavoro e la collaborazione con le imprese, coinvolgendo in particolare gli operatori italiani e sfruttando il ‘modello’ italiano delle piccole e medie imprese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Agricoltura</strong>: gli interventi saranno finalizzati a diminuire i tassi di malnutrizione; favorire lo sviluppo delle filiere agroalimentari; sostenere lo sviluppo dei bio-carburanti non fossili. In questo quadro si ritengono fondamentali lo sviluppo dell’agricoltura familiare, la salvaguardia del patrimonio forestale e il contrasto e l’adattamento ai cambiamenti climatici tramite un’agricoltura integrata.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Salute</strong>: gli interventi puntano a rafforzare i sistemi sanitari, migliorando l’accessibilità e la qualità dei servizi primari materno-infantili; a potenziare le capacità locali in termini di gestione, formazione e impiego del personale sanitario, della ricerca e della digitalizzazione; sviluppare strategie e sistemi di prevenzione e contenimento delle minacce alla salute, in particolare pandemie e disastri naturali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Energia</strong>: l’obiettivo strategico è rendere l’Italia un hub energetico, un vero e proprio ponte tra l’Europa e l’Africa. Gli interventi avranno al centro il nesso clima-energia, punteranno a rafforzare l’efficienza energetica e l’impiego di energie rinnovabili, con azioni volte ad accelerare la transizione dei sistemi elettrici, in particolare per la generazione elettrica da fonti rinnovabili e le infrastrutture di trasmissione e distribuzione. Il piano prevede, inoltre, lo sviluppo in loco di tecnologie applicate all’energia anche attraverso l’istituzione di centri di innovazione, dove le aziende italiane potranno selezionare start-up locali e sostenere così l’occupazione e la valorizzazione del capitale umano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Acqua</strong>: gli interventi riguarderanno la perforazione di pozzi, alimentati da sistemi fotovoltaici; la manutenzione dei punti d’acqua preesistenti; gli investimenti sulle reti di distribuzione; e le attività di sensibilizzazione circa l’utilizzo dell’acqua pulita e potabile. Tutti questi pilastri sono interconnessi tra loro con gli interventi sulle infrastrutture, generali e specifiche in ogni ambito”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Grottesco anche che alla fine dell’incontro si sia tentato di parlare di incomprensioni dovute ad errori di traduzione. L’opposizione parlamentare ha criticato l’incontro in maniera insufficiente. Non basta dire che si tratta di una “bufala” in quanto basato su risorse che vengono spostate da una parte all’altra o di violazione ai vincoli internazionali. Andrebbe lanciata un’accusa più profonda e di merito rispetto all’ennesima trovata colonialista. Certamente è vero che 2,5 miliardi saranno presi dai fondi della cooperazione allo sviluppo, e 3 dal Fondo italiano per il clima, ma non è questa la ragione strutturale per bocciare un approccio il cui scopo visibile è quello di aprire in bellezza l’anno di presidenza italiana del G7. Ma, e qui si entra in una critica di merito, il “Piano Mattei” – gli eredi dovrebbero querelare ad avviso di chi scrive l’utilizzo strumentale di tale denominazione – ha come vero obiettivo di rientrare nei giochi geopolitici in un continente su cui l’UE tutta sta perdendo peso e ruolo, con proposte volte unicamente a fermare l’emigrazione e a contrastare l’avanzata strategica di Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi. Il multipolarismo, cara Presidente è un dato di fatto e pensare oggi di poter raccattare qualche briciola dopo aver commesso errori colossali, usato più risorse militari che iniziative diplomatiche, avallato regimi  – e si continua a farlo – è una scelta dal respiro corto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Repubblica Popolare Cinese è ormai da decenni impegnata a prendere il posto delle potenze europee, soprattutto nell’Africa Sub Sahariana. Durante la pandemia, oltre che ad interventi massicci, in un colpo solo azzerò il debito che aveva con i Paesi più poveri ottenendo ovviamente in cambio una corsia preferenziale per i nuovi investimenti e iniziando a tracciare la Nuova Via della Seta, (Bri), pensata in funzione della guerra economica portata avanti da UE e USA. Atto di bontà? Niente affatto: la Cina e altri Stati dell’Asia Orientale intervengono in Africa considerandola nuovo mercato e attuando una propria politica che coniuga gli interessi nazionali con alcune aspettative dei Paesi beneficiari. Solo nella prima metà del 2023 sono stati investiti 4,03 miliardi di dollari, con un aumento del 130% rispetto allo stesso periodo del 2022. Lo rivela un rapporto di <em>The Green Finance&amp;Development</em> <em>Center</em> (Gfdc), think tank collegato all’Università cinese di Fudan. Sempre secondo questo rapporto sono aumentati del 69% in valore, i contratti di costruzione di infrastrutture, finanziati da prestiti cinesi. Altri 6,29 mld di dollari sempre nel primo semestre 2023.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tre Paesi africani sono anche tra i primi cinque che hanno visto la crescita più forte degli impegni complessivi della Cina, sia sotto forma di investimenti che di contratti di costruzione di infrastrutture nell’ambito della Bri nei primi sei dell’anno. Si tratta di Namibia (+457% ), Eritrea (+359%) e Tanzania (+347%). Nello stesso periodo gli impegni cinesi hanno riguardato 102 progetti in 45 dei 148 paesi che hanno aderito all’iniziativa lanciata da Pechino già nell’autunno del 2013. Il valore complessivo di questi impegni di Pechino all’estero ha raggiunto 43,3 miliardi di dollari.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di tutti questi impegni, 24,1 miliardi di dollari sono sotto forma di investimenti contro 16,3 miliardi sotto forma di contratti di costruzione di infrastrutture. La quota degli investimenti rispetto agli impegni complessivi ha quindi superato per la prima volta il 50%. Il risanamento degli impegni cinesi per regione mostra che l’Africa sub-sahariana è al primo posto in termini di contratti di costruzione con una quota del 38,62%, davanti ai paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente (31,27%), dell’Asia occidentale (11,22%) ed Europa (2,82%).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda gli investimenti, l’Asia orientale detiene il sopravvento con una quota del 43,94%. Seguono il Sud America (22,88%), l’Africa sub-sahariana (16,74%), i paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente (12,26%), l’Europa (3,07%) e l’Asia occidentale (1,12%). La suddivisione degli impegni per settori mostra che Pechino continua a puntare sulle infrastrutture, in particolare nei settori dell’energia e dei trasporti, anche se altri settori hanno visto incrementi a tripla cifra, come l’agricoltura (+271%), l’immobiliare (+269% ) e minerario (+131%). La presenza cinese, soprattutto in alcuni Paesi africani, non si basa infatti sul nostrano e rozzo “aiutiamoli a casa loro”, ma, semmai, “investiamo anche per i nostri affari”. Inutile dire che si tratta di attuare altra forma di dominazione, che laddove gli investimenti hanno riguardato l’agricoltura, si sono prodotti danni enormi attraverso le monoculture intensive. Ma i trasporti e le infrastrutture immobiliari sono fondamentali per far divenire molti Paesi africani in grado di stabilire poi proprie reti, di cui beneficia indirettamente anche la Cina ma che modificano anche per il futuro la qualità della vita.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Russia per ora ha scelto di intervenire in Africa solo in alcune aree e soprattutto per determinare stravolgimenti in campo militare. Il caso del Niger è quello più evidente ma non bisogna dimenticare che, se Giorgia Meloni ha incontrato il Primo Ministro del Governo di Unità Nazionale Libico, Mohamed Dabaiba, prosegue l’iniziativa politico militare attraverso cui Mosca intende realizzare una base militare nel Mediterraneo in accordo con l’altra metà della Libia, quella retta dal generale Haftar. Intanto di elezioni in Libia si è persa la traccia. Intensa poi l’attività nel continente africano della Turchia di Erdogan, improntata soprattutto all’apertura di relazioni diplomatiche anche con Paesi considerati ai margini come la Somalia. Nel 2016, quindi con largo anticipo, si è tenuto ad Istanbul il primo forum che ha visto la partecipazione di delegazioni di 42 Paesi africani e di migliaia di uomini di affari. Uno simile si è tenuto nel 2019 dal titolo evocativo, “Investire insieme per un futuro sostenibile”, uno successivo nel 2021. Nel frattempo si sono stretti accordi con i Paesi dell’Africa Occidentale, Consiglio per le relazioni economiche estere della Turchia ha 45 consigli aziendali nei Paesi africani al fine di promuovere il commercio bilaterale e gli investimenti reciproci. Il volume totale degli scambi commerciali della Turchia con l’Africa è passato da tre miliardi di dollari nel 2003 a 26 miliardi di dollari nel 2021. Gli investimenti diretti esteri della Turchia in Africa sono vicini ai 10 miliardi di dollari. Anche le società private turche stanno monitorando l’Africa per investimenti e opportunità commerciali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Anche la cooperazione Turchia-Africa, secondo quanto riportato da un’analisi dell’emittente qatarina al-Jazeera, nel campo dell’energia mostra segni di crescita. La Turchia importa petrolio e gas dai mercati africani. L’Algeria è diventata il quarto maggiore esportatore di gas verso la Turchia e il commercio bilaterale Nigeria-Turchia costituisce il 90% delle importazioni di gas della Turchia dalla Nigeria. Ricordiamo che la Nigeria è stato il grande assente all’incontro per il “Piano Mattei”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Anche gli aiuti allo sviluppo e gli affari umanitari sono un pilastro essenziale della presenza della Turchia nel continente, perché esiste un grande divario di sviluppo tra l’Africa e il resto del mondo. Ad esempio, l’accesso all’acqua pulita e all’elettricità è ancora un grosso problema per milioni di africani. A questo proposito, la Turchia presta particolare attenzione ai progetti di sviluppo nel continente. Tika, l’agenzia di cooperazione di Ankara, ha uffici di coordinamento in 22 Paesi africani e le organizzazioni non governative della società civile (Ong) turche sono molto attive come fornitori di aiuti allo sviluppo e umanitari in Africa. Queste istituzioni finanziano scuole, madrasse, ospedali e cliniche di diverse dimensioni. Si potrebbe andare avanti a lungo parlando di quanto stanno facendo i Paesi del Golfo e persino alcuni dell’America Latina per avvicinarsi a quello che è il mercato del futuro e non il continente da cui difendersi per non rischiare la “sostituzione etnica”. Interventi tutti di profondo stampo liberista, sia ben chiaro, con la differenza che questi si hanno le ambizioni di Enrico Mattei, non le gaffes della nostra misera compagine governativa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*da Transform-italia.it</span></p>
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		<title>Sotto un accento sbagliato</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2023 15:43:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* A 10 anni dalla strage di Lampedusa – 3 ottobre 2013, 368 morti accertati, 151 sopravvissuti – sull’isola delle Pelagie è avvenuta l’annuale commemorazione per una giornata che, per ora è diventata quella in memoria delle vittime dell’immigrazione. Fare un bilancio di quanto accaduto in questi 10 anni significa andare a scandagliare una [...]]]></description>
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<div><strong>Stefano Galieni*</strong></div>
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<p>A 10 anni dalla strage di Lampedusa – 3 ottobre 2013, 368 morti accertati, 151 sopravvissuti – sull’isola delle Pelagie è avvenuta l’annuale commemorazione per una giornata che, per ora è diventata quella in memoria delle vittime dell’immigrazione. Fare un bilancio di quanto accaduto in questi 10 anni significa andare a scandagliare una fossa comune chiamata Mediterraneo Centrale, in cui sono sepolte decine di migliaia di uomini, donne e bambini, colpevoli di essere nati unicamente, come cantava un tempo Pino Daniele, “sotto un accento sbagliato”. E il bilancio è reso ancora più catastrofico se si pensa a quanto accaduto nel Mar Egeo, lungo la rotta balcanica, al confine fra Polonia e Bielorussia, nei deserti del Sahel, nel carcere a cielo aperto che è la Turchia, nei campi di detenzione in Libia dove, grazie agli accordi sanciti nel 2017 (Memorandum of Understanding) con l’Italia, in 5 anni circa 100 mila persone sono state respinte, senza neanche che venisse verificata la loro richiesta d’asilo. L’agenzia di controllo delle frontiere Frontex, peraltro con i bilanci sotto inchiesta per frodi e violazioni reiterate dei diritti umani, non manda più da anni missioni marine per eventualmente effettuare soccorsi. Nel tratto di mare più pericoloso e controllato del pianeta volano solo droni modernissimi e aerei che segnalano la presenza di imbarcazioni con i fuggitivi ai Paesi che, considerati “sicuri”, devono controllare una zona SAR (ricerca e soccorso) che è di loro competenza. Sono i governi di quei Paesi a decidere se e come intervenire, se, come e chi salvare. Già in numerose occasioni il governo della Tripolitania (ovest della Libia), hanno mancato ai loro doveri, simile l’atteggiamento di Malta che è arrivata a privatizzare soccorsi e persino le deportazioni. Ma le persone continuano a giungere, a morire e a giungere, perché non è possibile, come declamano incapaci e perfidi esponenti politici nostrani, alzare cancelli sul mare.</p>
<p>La cronaca di questi mesi sancisce, atto dopo atto il fallimento totale delle politiche proibizioniste europee, passate e presenti. I vertici come quello di giugno a Lussemburgo, la Conferenza di Roma a luglio, gli accordi sul modello libico stipulati col dittatore tunisino Saied, i tentativi di rilanciare con una stretta repressiva in Italia attraverso la costruzione di nuovi centri di detenzione e la velocizzazione delle pratiche di rimpatrio, sembrano tutti miseri, cattivi e maldestri tentativi di contentare un’opinione pubblica che chiede risposte a ben altri problemi e che guarda anche con stanchezza e noia gli annunci di Stato. Le ultime volgari mosse si sono infrante in ostacoli legali non appena si è tentato di applicarli. Una magistrata di Catania sta subendo il linciaggio morale semplicemente perché sta facendo il proprio dovere. Ha considerato inapplicabile l’ennesimo decreto legislativo con cui si inaugura la procedura accelerata per i richiedenti asilo che, provenendo da Paesi ritenuti sicuri e pacifici, dovrebbero essere rapidamente rimpatriati. Il tribunale ha considerato illegale il trattenimento di 3 persone nel centro adibito di Pozzallo, illegale la procedura accelerata – la richiesta d’asilo è un diritto soggettivo e non legato al paese di provenienza – e ha respinto la normativa con cui si introduceva quello che è stato chiamato “pizzo di Stato”. Ci si riferisce alla possibilità di poter pagare con una fideiussione che il richiedente deve fare direttamente e in prima persona di 4938 euro, per evitare di essere detenuto in un CPR ad hoc, nei 28 giorni in cui la sua pratica viene esaminata. Se sei ricco ti salvi insomma. Tutto bocciato. E sta andando male anche il braccio di ferro che il governo italiano sta tenendo con la Germania, il cui governo ha deciso di sostenere economicamente le navi delle ong che attuano soccorsi in mare, sta perdendo su tutta la linea il confronto con tedeschi e francesi che non vogliono più ovviare alle carenze di Roma.</p>
<p>Non basta, come da tempo avevamo scritto, il presidente / dittatore tunisino non accetta di svolgere il lavoro sporco che gli si chiede di fare per un’elemosina di finanziamento e di sostegno alla realizzazione di centri di detenzione. Da Sfax, il principale porto tunisino di partenza, si continuerà a partire perché la Tunisia non è in grado e non vuole farsi carico delle pressioni che subisce all’interno. Il presidente utilizza lo stesso allarme che va di moda col governo Meloni, non accetta che “un paese arabo subisca una sostituzione etnica diventando africano”, riferendosi a chi proviene dall’Africa Sub Sahariana. Dietro il rifiuto c’è non solo la sciatteria coloniale del duo Meloni Von der Leyen, ma anche il ricatto del Fondo Monetario Internazionale che è disponibile ad aiutare Tunisi ad uscire dalla crisi economica solo in cambio di misure draconiane che distruggono quel poco che resta di stato sociale.</p>
<p>Dieci anni dopo, in tale contesto e con le istituzioni europee che minacciano di spostarsi sempre più a destra, non possiamo aspettarci altro che un peggioramento della situazione per chi fugge e per chi cerca di accogliere.</p>
<p>O l’Europa decide di darsi una strategia a lungo termine, di prevedere canali d’ingresso regolari in tutto il continente e non limitati a pochi casi umanitari, o mette in piedi azioni di cooperazione da partenariato fondato su basi paritarie, o si ridefinisce, in ambito continentale un sistema di accoglienza, di protezione e di salvataggio degni di questo nome o la catastrofe a cui si va incontro sarà ancora più grande. Non ne pagheranno le spese solo coloro che periranno nei naufragi o nei centri di tortura, sarà un colpo forse mortale, per l’idea stessa di casa comune europea</p>
<p>*Responsabile nazionale immigrazione PRC-S.E. , da Transform Italia</p>
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		<title>Colpo di stato in Niger.</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Aug 2023 12:33:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Soumaila Diawara*   Gli avvenimenti in Africa, a cui stiamo assistendo, sono le conseguenze dell’omertà e del silenzio di tutta l’Europa sulle nefandezze della Francia, del Belgio e dell&#8217;Inghilterra nel continente, oltre che di quanto fatto dalle multinazionali di tutto l’occidente. Il colpo di Stato in Niger non deriva da Wagner, così come descritto, ma [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Soumaila Diawara*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Gli avvenimenti in Africa, a cui stiamo assistendo, sono le conseguenze dell’omertà e del silenzio di tutta l’Europa sulle nefandezze della Francia, del Belgio e dell&#8217;Inghilterra nel continente, oltre che di quanto fatto dalle multinazionali di tutto l’occidente. Il colpo di Stato in Niger non deriva da Wagner, così come descritto, ma dalle solite dinamiche politiche africane, dal gioco di potere alle poltrone da spartire. Si sapeva da molto che sarebbe accaduto un colpo di Stato se le decisioni del Presidente si fossero dimostrate veritiere, come venivano riportate da alcuni giornali africani da mesi. Dal momento in cui si sospettava l’infedeltà del Comandante dell’esercito, nei confronti della guardia presidenziale nigerina, questa si era scavata la fossa da sola. La decisione del Presidente di sostituirlo era la conferma della sua fine e il comandante ha anticipato le mosse del Presidente come era previsto. Insomma, un film già visto non solo in Niger, che detiene il record di colpi di Stato in Africa, ma in generale. Il Niger è un paese dove la multinazionale francese Orano da più di 50 anni estrae l’uranio per alimentare le proprie centrali nucleari. Negli ultimi anni, le estrazioni sono passate da 40 a 3.000 tonnellate annuali. L’ultimo accordo è stato firmato lo scorso maggio, prevede lo sfruttamento della miniera Somaïr per i prossimi 25 anni. Oltre all’uranio il Niger è uno dei primi produttori d’oro in Africa, nello stesso tempo è uno dei paesi più poveri al mondo dove il 70% della popolazione fa fatica a garantirsi due pasti al giorno. Un paese 7 volte più grande l’Italia in gran parte ormai desertificato anche a causa del cambiamento climatico. L’inquinamento provocato delle multinazionali sta togliendo ogni possibilità di sopravvivenza a contadini, allevatori e pescatori. Un paese in cui la maggior parte delle persone non può permettersi di frequentare la scuola, accedere ad una sanità pubblica, dove le persone muoiono di malaria perché non hanno 5 euro per recarsi in ospedale. Il Niger è un paese molto ricco di risorse e strategico in termini di geopolitica e fa gola alle potenze imperialiste. Negli anni Novanta venne assassinato il presidente Bari Mania Sara, che tentò di nazionalizzare le risorse del Paese per garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini. Oggi vengono dipinti i manifestanti come se fossero dei selvaggi per il loro dissenso contro le politiche imperialiste francesi ma se non analizziamo le cause, si farà semplicemente propaganda senza entrare nelle prospettive africane. È ovvio che le potenze mondiali si comportino sempre così, che sia in termini militari che economici, tentando di entrare in ogni singolo paese per sfidare le potenze avversarie. Pensare che i nigerini ce l’abbiano con l’Occidente è sbagliato come analisi. È una visione eurocentrica. I nigerini sono contro le politiche micidiali della Francia che sta strangolando il paese. Quante ambasciate occidentali ci sono in Niger? Quasi di tutti i paesi dell’Occidente. Non vi sembra chiaro che sono andati soltanto davanti a quella francese, superando tutte le altre. L’occidente per non può continuare a fingere sulla questione africana, dovrebbero cominciare anche a preoccuparsi seriamente delle condizioni della popolazione dei paesi sfruttati.</span></p>
<p>* Scrittore, Comitato politico nazionale, Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea</p>
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		<title>Un appello al popolo sudanese</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Apr 2023 18:56:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;intenso e violento scontro militare tra i generali del Comitato di sicurezza e le loro forze sta esponendo le masse del nostro popolo al pericolo e all&#8217;incoscienza delle ambizioni delle forze controrivoluzionarie e ad altro spargimento di sangue. Questo scontro è il risultato della deviazione delle forze militari e civili che hanno assunto la guida [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;intenso e violento scontro militare tra i generali del Comitato di sicurezza e le loro forze sta esponendo le masse del nostro popolo al pericolo e all&#8217;incoscienza delle ambizioni delle forze controrivoluzionarie e ad altro spargimento di sangue.</p>
<p>Questo scontro è il risultato della deviazione delle forze militari e civili che hanno assunto la guida e il governo del paese dall&#8217;inizio della rivoluzione nell&#8217;aprile 2019.</p>
<p>Le vittime della continua violenza e controviolenza sono le persone che hanno lottato per la continuazione della Rivoluzione e per il raggiungimento del pieno potere civile democratico. La via del ritorno alla vita normale inizia con un cessate il fuoco immediato e completo, la partenza di eserciti e milizie dalle città e dai villaggi e il loro mantenimento lontano dai raduni cittadini nelle città e nelle aree rurali.</p>
<p>Quello che sta accadendo ora è una continuazione della lotta per il potere e la ricchezza del paese, incoraggiata da alcune potenze straniere, e portata avanti da gruppi armati asserviti a queste potenze straniere. Questi sanguinosi scontri e la loro prosecuzione sono proprio quello che da cui il nostro Partito ha messo in guardia, e stanno diffondendo confusione e paura tra i cittadini.</p>
<p>In questo contesto, il Partito Comunista ritiene necessario accelerare lo scioglimento di tutte le milizie, raccogliendo le armi schierate nelle città e nelle aree rurali e ricostruendo un esercito nazionale professionale unificato.</p>
<p>Il Partito comunista sudanese chiede unità per chiedere un immediato cessate il fuoco, l&#8217;uscita di eserciti e milizie dalle città e per salvare il Paese dalle sanguinose lotte intestine tra i generali.</p>
<p>L&#8217;unità del nostro popolo, di tutte le forze patriottiche, delle Forze per il cambiamento radicale e dei Comitati di resistenza a sostegno degli obiettivi della Rivoluzione e del ripristino della pace, della sicurezza e della stabilità è un compito urgente. È l&#8217;unica base per porre fine alla crisi attuale, rivendicare la Rivoluzione e stabilire il potere del popolo.</p>
<p>Libertà, pace, giustizia e stato civile sono la scelta del popolo</p>
<p>In questo contesto, il Partito Comunista invita la nostra gente a proteggere i quartieri e le aree residenziali.</p>
<p>Il Partito Comunista Sudanese invita anche i popoli del mondo e le forze democratiche e comuniste ad alzare le bandiere della solidarietà con la lotta del popolo sudanese e a frenare le forze ostili alla gloriosa Rivoluzione di Dicembre.</p>
<p>Comitato Centrale</p>
<p>Partito Comunista Sudanese</p>
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		<title>CHRIS HANI 30 ANNI DOPO</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Apr 2023 16:26:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Maurizio Acerbo* Oggi in SudAfrica si commemora Chris Hani, il segretario del South African Communist Party assassinato il 10aprile 1993 davanti alla sua casa. Hani era il più popolare leader dell&#8217;ANC African National Congress, secondo solo a Nelson Mandela nei sondaggi. Era stato il comandante del braccio militare, uMkhonto we Sizwe (Lancia della Nazione). Un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>Maurizio Acerbo*</strong></span></p>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Oggi in <a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/hashtag/sudafrica?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZUb451la5pCqpNluIkgUvTuu9s85G4-V7f41reqB8fdlJ_rcR0S1MiuvOGo-oBMv5N-Xl7GGhEBl4yTf_H0rqPUiMKTPa0ifBjwQn_UVvh3w0VdDyuTLklAYkMLN6hLk1F9yP599-rwhwiYwt8vMGmi&amp;__tn__=*NK-R">SudAfrica</a> si commemora Chris Hani, il segretario del South African Communist Party assassinato il <a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/hashtag/10aprile?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZUb451la5pCqpNluIkgUvTuu9s85G4-V7f41reqB8fdlJ_rcR0S1MiuvOGo-oBMv5N-Xl7GGhEBl4yTf_H0rqPUiMKTPa0ifBjwQn_UVvh3w0VdDyuTLklAYkMLN6hLk1F9yP599-rwhwiYwt8vMGmi&amp;__tn__=*NK-R">10aprile</a> 1993 davanti alla sua casa.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Hani era il più popolare leader dell&#8217;ANC African National Congress, secondo solo a Nelson Mandela nei sondaggi.</span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Era stato il comandante del braccio militare, uMkhonto we Sizwe (Lancia della Nazione). Un vero eroe della lotta contro il regime di segretazione razziale, il colonialismo e l&#8217;imperialismo.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Impossibile sminuire il ruolo determinante dei comunisti nella lotta antiapartheid. Lo stesso Mandela apparteneva al partito anche se tale circostanza fu tenuta nascosta <a title="leggi articolo " href="http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=15703" target="_blank">fino alla morte</a>. </span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Ai novelli convertiti alle virtù civilizzatrici dell&#8217;Occidente va ricordato che USA e Gran Bretagna sostennero l&#8217;apartheid, Mandela fu arrestato su segnalazione della CIA e rimase nell&#8217;elenco dei terroristi fino al 2008 (<a tabindex="0" role="link" href="http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=15703&amp;fbclid=IwAR2ImQ-bn-isdsbCPJL6kMRP-UoUhb5K_6uE9GSaOhhQpe7fgOmwgECIJmA" target="_blank" rel="nofollow noopener">http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=15703</a>).</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Chris Hani aveva scelto di rinunciare alla futura guida dell&#8217;ANC per prendere il posto di <a title="leggi saggio di Joe Slovo" href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=6726" target="_blank">Joe Slovo</a>, a cui era stato diagnosticato un cancro nel 1991, come segretario del Partito Comunista. Come Slovo, anche Hani non credeva che il crollo dell&#8217;URSS implicasse la rinuncia alla lotta anticapitalista e condivise le idee del suo predecessore sul socialismo democratico e il multipartitismo.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Sia Slovo che Hani erano stati oggetto di campagne che li presentavano come mostri pericolosi da parte dell&#8217;estrema destra sudafricana: l&#8217;Afrikaner Weerstandsbewging (AWB, Movimento di resistenza afrikaner) e il Partito conservatore (CP). L&#8217;anticomunismo era sempre stato un elemento caratterizzante dell&#8217;ideologia dei razzisti suprematisti bianchi.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Hani fu assassinato da Janusz Jakub Waluś, un immigrato polacco anticomunista, armato da Derby-Lewis, un esponente del Partito Conservatore bianco razzista. Entrambi furono condannati a morte, ma la pena fu commutata in ergastolo dopo che il primo governo della maggioranza nera decise di abolire la pena capitale.</span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Janusz Jakub Waluś è stato rilasciato di recente contro il volere della famiglia Hani che ha contestato la decisione della Corte Costituzionale.</span></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">A seguito della sentenza emessa il 21 novembre 2022, il SACP ha lanciato un programma di 135 giorni di attivismo verso il 30° anniversario dell&#8217;assassinio. La richiesta principale è che lo Stato istituisca un&#8217;inchiesta sulla morte di Hani. &#8220;La corte non è riuscita a proteggere i comunisti rilasciando un assassino guidato dall&#8217;ideologia, che rimane risolutamente anticomunista e non dire a dire tutta la verità&#8221;, ha dichiarato Tinyiko Ntini, esponente del partito che ha lanciato una petizione on line.</span></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Limpo, la moglie di Chris Hani, ha tenuto oggi un discorso alla commemorazione organizzata dal Partito Comunista Sud Africano.</span></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Ha chiesto un&#8217;inchiesta sulla morte del marito, sostenendo che le prove che suggerivano che ci fosse un secondo tiratore non furono prese in considerazione da una polizia che era ancora quella dell&#8217;apartheid. Ha criticato il giudice che ha deciso la scarcerazione del killer e il governo per non aver risposto alle esigenze del popolo: &#8220;il tempo di farci promesse è finito&#8221;.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Chi uccise Hani pensava di far saltare la transizione pacifica, che avrebbe condotto l&#8217;anno successivo alle libere elezioni vinte da Mandela, scatenando una guerra civile. Il rischio che tra i giovani e le masse popolari nere prevalesse una risposta violenta contro la minoranza bianca era concreto. Il carisma di Madiba e la disciplina dell&#8217;ANC e del SACP impedirono questo esito. Più di 4 milioni di lavoratori scioperarono e a loro si unirono milioni di poveri, disoccupati, studenti.</span></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">L&#8217;allora presidente dell&#8217;ANC Nelson Mandela si rivolse alla nazione attraverso le TV e le radio:</span></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">&#8220;“Stasera mi rivolgo a ogni singolo sudafricano, bianco e nero, dal profondo del mio essere. Un uomo bianco, pieno di pregiudizi e odio, è venuto nel nostro paese e ha commesso un&#8217;azione così turpe che tutta la nostra nazione ora vacilla sull&#8217;orlo del disastro. Una donna bianca, di origine afrikaner, ha rischiato la vita perché noi potessimo conoscere e consegnare alla giustizia questo assassino. (&#8230;) L&#8217;omicidio a sangue freddo di Chris Hani ha provocato ondate di shock in tutto il paese e nel mondo &#8230; Ora è il momento per tutti i sudafricani di schierarsi contro coloro che, da ogni parte, desiderano distruggere la causa a cui Chris Hani ha dedicato la sua vita – la libertà di tutti noi”.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">L&#8217;omicidio ha comunque segnato la transizione seguita alla fine del regime dell&#8217;apartheid.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Hani è diventato nel corso dei decenni un riferimento per tutti quelli che criticano da sinistra la mancata trasformazione sociale e anche la corruzione di una parte della classe dirigente nera che ha ceduto al neoliberismo delle élite bianche e alle condizioni poste dal capitalismo internazionale a partire dal primo prestito del FMI. Molti pensano che se non lo avessero assassinato Hani avrebbe potuto diventare il successore di Mandela e lo definiscono &#8220;il presidente che non abbiamo avuto&#8221;, quello che avrebbe impedito le degenerazioni dell&#8217;Anc e portato avanti la rivoluzione nazionale.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Chris Hani viene ricordato in Sud Africa come l&#8217;incorruttibile che già nel 1969 aveva denunciato il pericolo che le future leadership nere diventassero corrotte:</span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">&#8220;Quello che temo è che i liberatori emergano come elitari, che vanno in giro in Mercedes Benz e usano le risorse di questo Paese per vivere nei palazzi e per accumulare ricchezze”.</span></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Di certo il Partito Comunista e l&#8217;Anc persero una leadership militante molto forte, sul piano politico e teorico, radicata tra i poveri e la classe lavoratrice. Il nome di Hani oggi simboleggia la necessità di riprendere la via della trasformazione sociale e degli obiettivi socialisti.</span></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Dalla destra bianca si cerca di fare leva sulle contraddizioni dell&#8217;Anc per delegittimare le leadership nere.</span></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Nelle ultime settimane, parallelamente allo scandalo per la scarcerazione dell&#8217;assassino, un giornalista bianco razzista ha scritto che dietro l&#8217;omicidio ci sarebbe la complicità dell&#8217;ANC.</span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Una figura leggendaria come Ronnie Kasrils, che fu uno dei compagni di Hani nella lotta armata e poi ministro, ha scritto un articolo per smontare queste narrazioni complottiste: <a tabindex="0" role="link" href="https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fjacobin.com%2F2022%2F12%2Fanti-apartheid-activist-chris-hani-murder-anc-false-fabrication-journalism%3Ffbclid%3DIwAR3KFpRs279_7omiTU0TPr4iZZQWQWSzGKQAkX2QswmOWRJERAq6EupApt0&amp;h=AT20LtHNzKnLF9n4FvFSkr5wEUAj8xrrhMMOedpWHqcZhjoe2sxoE1ccaeKev9ZIMO6vDvShK7Jld_wl3C0Lc20Z_go-wPe11I_VRVMpdl9TCL09C5U_Bch8o1AwWKqGljK2&amp;__tn__=-UK-R&amp;c[0]=AT2a0Jy4jn0PVDVm_4zEYcLsTBIFSUtV0HMW6ejEmOKRf4r3yMY5joNylpEzx1VYU4CqZ8KK52Xw0EtvavzrBxvi4zwVjYkP_VoeTjZU8eYsWE7y0cF9t56qJrDP4d4zaAxVrQ3WsoSXv735uJSPSO1XEpvQdaFg8Cia-bXO_DWV0_aNyg" target="_blank" rel="nofollow noopener">https://jacobin.com/&#8230;/anti-apartheid-activist-chris&#8230;</a></span></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Si tenga conto che Kasril è stato un <a title="Ronnie Kasrils: Come il patto faustiano dell’ANC ha svenduto i più poveri del Sud Africa" href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=6663">critico dell&#8217;ANC e del SACP.</a> Durante la presidenza del corrotto Zuma prese pubblicamente posizione ricordando che Mandela e Hani avevano sempre detto che se un governo dell&#8217;Anc non faceva il suo dovere verso il popolo andava cacciato.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Il filosofo francese Jacques Derrida dedicò la sua ultima opera, <em>Spettri di Marx</em>, alla memoria del comunista africano Chris Hani.</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">COMRADE CHRIS HANI PRESENTE!</span></div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;"></div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista &#8211; Sinistra Europea</span></div>
</div>
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		<title>La crescita della NATO in Africa</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2022 21:35:18 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Africa]]></category>
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		<category><![CDATA[pace e internazionalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Vijay Prashad* Traduzione di Stefano Amman Le preoccupazioni dovute all&#8217;espansione dell&#8217;Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) verso il confine russo è una delle cause dell&#8217;attuale guerra in Ucraina. Ma questo non è l&#8217;unico tentativo di espansione da parte della NATO, un&#8217;organizzazione creata nel 1949 dagli Stati Uniti per proiettare il proprio potere militare e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vijay Prashad*</strong></p>
<p>Traduzione di <strong>Stefano Amman</strong></p>
<p>Le preoccupazioni dovute all&#8217;espansione dell&#8217;Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) verso il confine russo è una delle cause dell&#8217;attuale guerra in Ucraina. Ma questo non è l&#8217;unico tentativo di espansione da parte della NATO, un&#8217;organizzazione creata nel 1949 dagli Stati Uniti per proiettare il proprio potere militare e politico sull&#8217;Europa: nel 2001 la NATO ha condotto un&#8217;operazione militare &#8220;fuori area&#8221; in Afghanistan, durata 20 anni, e nel 2011, su sollecitazione della Francia, ha bombardato la Libia e rovesciato il suo governo. Le operazioni militari della NATO in Afghanistan e Libia sono state il preludio alle discussioni su una &#8220;NATO globale&#8221;, un progetto per utilizzare l&#8217;alleanza militaredal Mar Cinese Meridionale al Mar dei Caraibi, oltre i propri formali obblighi difensivi  definiti nel proprio trattato.</p>
<p>La guerra in Libia è stata la prima grande operazione militare in Africa della NATO, ma non è stata la prima avventura militare europea nel continente. Dopo secoli di guerre coloniali europee in Africa, all&#8217;indomani della seconda guerra mondiale emersero nuovi stati per affermare la propria sovranità. Molti di questi stati, dal Ghana alla Tanzania, si sono rifiutati di consentire alle forze militari europee di rientrare nel continente, motivo per cui queste potenze europee sono ricorse ad omicidi e colpi di stato militari per ungere i governi filo-occidentali nel continente. Ciò ha consentito la creazione di basi militari occidentali in Africa e ha conferito alle aziende occidentali la piena libertà di sfruttare le risorse naturali del continente.</p>
<p>Le prime operazioni della NATO si concentrarono sui margini dell&#8217;Africa, con il Mar Mediterraneo inteso come principale linea del fronte. La NATO ha istituito le Forze Alleate del Sud Europa (AFSOUTH) a Napoli nel 1951, e poi le Forze Alleate del Mediterraneo (AFMED) a Malta nel 1952. I governi occidentali hanno istituito questi bastioni militari per presidiare il Mar Mediterraneo contro la marina sovietica e per sfruttarli come piattaforme da cui allestire interventi militari verso il continente africano. Dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, il Comitato per la pianificazione della difesa della NATO, successivamente sciolto nel 2010, ha creato la Naval On-Call Force Mediterranean (NOCFORMED) per esercitare pressioni sugli stati filo-sovietici, come l&#8217;Egitto, e per difendere le monarchie del nord Africa (la NATO non è stata in grado di impedire il colpo di stato antimperialista del 1969 che rovesciò la monarchia in Libia e portò al potere il colonnello Muammar Gheddafi; il governo di Gheddafi espulse subito dopo le basi militari statunitensi dal paese).</p>
<p>presso il <span style="text-decoration: line-through;">al</span> quartier generale della NATO Le discussioni in merito alle operazioni &#8220;fuori area&#8221; si sono svolte con sempre maggior frequenza dopo che la NATO stessa ha affiancato gli Stati Uniti nella loro guerra  in Afghanistan. Un alto funzionario della NATO mi ha detto nel 2003 che gli Stati Uniti avevano “sviluppato un appetito per usare la NATO” avendo come obiettivo proiettare potere politico e militare contro possibili avversari. Due anni dopo, nel 2005, ad Addis Abeba, in Etiopia, la NATO ha iniziato a collaborare strettamente con l&#8217;Unione Africana (UA). L&#8217;UA, che è stata costituita nel 2002, ed è stata il “successore” dell&#8217;Organizzazione per l&#8217;Unità Africana, ha lottato per costruire una struttura di sicurezza indipendente. La mancanza di una forza militare praticabile ha fatto in modo che l&#8217;UA si rivolgesse spesso all&#8217;Occidente per assistenza e chiedesse alla NATO aiuto logistico e supporto aereo  per la sua missione di peacekeeping in Sudan.</p>
<p>Accanto alla NATO, gli Stati Uniti hanno gestito la loro capacità militare attraverso il Comando europeo degli Stati Uniti (EUCOM),organo che ha supervisionato le operazioni statunitensi in Africa dal 1952 al 2007. Successivamente, il generale James Jones, capo dell&#8217;EUCOM dal 2003 al 2006, ha implementato il Comando africano degli Stati Uniti (AFRICOM) nel 2008, con sede a Stoccarda, in Germania, perché nessuna delle 54 nazioni africane era disposta ad accogliere tale struttura. La NATO ha quindi iniziato ad operare nel continente africano attraverso AFRICOM.</p>
<p>La Libia e il quadro strategico operativo della NATO in l&#8217;Africa</p>
<p>La guerra della NATO alla Libia ha cambiato le dinamiche dei rapporti tra i Paesi africani e l&#8217;Occidente. L&#8217;Unione Africana era diffidente nei confronti dell&#8217;intervento militare occidentale nella regione. Il 10 marzo 2011, il Consiglio per la pace e la sicurezza dell&#8217;UA ha istituito il <span style="text-decoration: underline;">Comitato di alto livello ad hoc sulla Libia</span>. I membri di questo comitato includevano l&#8217;allora presidente dell&#8217;UA, Jean Ping e i capi di stato di cinque stati africani: l&#8217;ex presidente della Mauritania Mohamed Ould Abdel Aziz, il presidente della Repubblica del Congo Denis Sassou Nguesso, l&#8217;ex presidente del Mali Amadou Toumani Touré, l&#8217;ex presidente del Sudafrica Jacob Zuma e il presidente dell&#8217;Uganda Yoweri Museveni, che avrebbero dovuto -subito dopo la formazione del comitato &#8211; volare a Tripoli, in Libia, e negoziare tra le due parti della guerra civile libica. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, tuttavia, ha impedito a tale missione di entrare nel Paese.</p>
<p>In un incontro tra il Comitato di alto livello ad hoc sulla Libia e le Nazioni Unite nel giugno 2011, l’allora rappresentante permanente dell&#8217;Uganda presso le Nazioni Unite, Ruhakana Rugunda, ha dichiarato: &#8220;Non è saggio che alcuni attori internazionali ebbri della loro superiorità tecnologica comincino a pensare che solo loro possono alterare il corso della storia umana verso la libertà per l&#8217;intera umanità. Di sicuro, nessun raggruppamento di stati dovrebbe pensare di poter ripresentare politiche egemoniche sull&#8217;Africa&#8221;. Ma questo è esattamente ciò che i membri della NATO hanno cominciato ad immaginare.</p>
<p>Il caos in Libia ha messo in moto una serie di conflitti catastrofici in Mali, nel sud dell&#8217;Algeria e in parti del Niger. L&#8217;intervento militare francese in Mali nel 2013 è stato seguito dalla creazione del G5 Sahel, una piattaforma politica dei cinque stati del Sahel &#8211; Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger &#8211; e da un&#8217;alleanza militare tra di loro. Nel maggio 2014 la NATO ha aperto un ufficio di collegamento presso la sede dell&#8217;UA ad Addis Abeba. Al vertice della NATO in Galles nel settembre 2014, i partner dell&#8217;alleanza hanno preso in considerazione i problemi nel Sahel che sono entrati nel “Readiness Action Plan”, che serve come &#8220;[il] motore dell&#8217;adattamento militare della NATO ai mutamenti e cambiamenti della sicurezza internazionale&#8221;. Nel dicembre 2014, i ministri degli esteri della NATO hanno esaminato l&#8217;attuazione del piano e si sono concentrati sulle &#8220;minacce provenienti dal nostro vicinato meridionale, dal Medio Oriente e dal Nord Africa&#8221; ​​e hanno stabilito un quadro di riferimento strategico per far fronte alle minacce e alle sfide che il Sud deve affrontare, secondo una relazione dell&#8217;ex presidente dell&#8217;Assemblea parlamentare della NATO, Michael R. Turner. Due anni dopo, al vertice della NATO di Varsavia nel 2016, i leader della NATO hanno deciso di aumentare la loro cooperazione con l&#8217;Unione africana. Hanno &#8220;[accolto] apprezzato il forte impegno militare degli alleati nella regione del Sahel-Sahara&#8221;. Per approfondire questo impegno, la NATO ha fornito un contributo essenziale nell’istituzione della “African Standby Force”, una forza militare internazionale africana, e ha avviato il processo di addestramento degli ufficiali nelle forze militari africane.</p>
<p>Nel frattempo, la recente decisione di espellere l&#8217;esercito francese è radicata in una sensibilità generale che cresce nel continente contro l&#8217;aggressione militare occidentale. Non sorprende quindi che molti dei più grandi paesi africani si siano rifiutati di seguire la posizione di Washington sulla guerra all&#8217;Ucraina, con metà dei paesi che si sono astenuti o hanno votato contro la risoluzione delle Nazioni Unite di condannare la Russia (questo include paesi come Algeria, Sud Africa, Angola ed Etiopia ). È significativo che il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa abbia affermato che il suo Paese “è impegnato a promuovere i diritti umani e le libertà fondamentali non solo del nostro popolo, ma anche per i popoli della Palestina, del Sahara occidentale, dell&#8217;Afghanistan, della Siria e di tutta l&#8217;Africa e del mondo. &#8221;</p>
<p>L&#8217;ignominia delle follie occidentali e della NATO, compresi gli accordi sulle armi con il Marocco per consegnare il Sahara occidentale al regno e il sostegno diplomatico a Israele mentre l&#8217;apartheid nei confronti dei palestinesi, evidenzia un netto contrasto con l&#8217;indignazione occidentale per gli eventi che si svolgono in Ucraina. Questa ipocrisia serva da avvertimento quando ascoltiamo il linguaggio benevolo usato dall&#8217;Occidente a proposito dell&#8217;espansione della NATO in Africa.</p>
<p>Da www.counterpunch.org</p>
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		<title>Rifondazione Comunista solidarizza con la militante saharawi Sultana Khaya</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jan 2022 17:08:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[RIFONDAZIONE COMUNISTA SOLIDARIZZA CON LA MILITANTE SAHARAWI SULTANA KHAYA, IMPRIGIONATA, VIOLENTATA E COSTANTEMENTE INTIMIDITA DALLE FORZE DI SICUREZZA MAROCCHINE L’irrisolta questione dell’autodeterminazione del popolo Saharawi e del rispetto dei diritti umani dei suoi cittadini torna in questi giorni d’attualità anche a seguito di dispute diplomatiche con la vicina Algeria e dell’intervento dell’O.N.U. Si tratta di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>RIFONDAZIONE COMUNISTA SOLIDARIZZA CON LA MILITANTE SAHARAWI SULTANA KHAYA, IMPRIGIONATA, VIOLENTATA E COSTANTEMENTE INTIMIDITA DALLE FORZE DI SICUREZZA MAROCCHINE</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’irrisolta questione dell’autodeterminazione del popolo Saharawi e del rispetto dei diritti umani dei suoi cittadini torna in questi giorni d’attualità anche a seguito di dispute diplomatiche con la vicina Algeria e dell’intervento dell’O.N.U.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Si tratta di una questione, quella legata al Sahara Occidentale e alle violenze perpetrate dalle forze di sicurezza marocchine contro i militanti Saharawi, che trova nella vicenda di Sultana Khaya una sorta di paradigma dei modelli violenti e autoritari messi in campo dal meccanismo repressivo dello Stato e del governo marocchino.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> L’attivista Saharawi è diventata nel tempo, forse anche suo malgrado, il simbolo della lotta di un intero popolo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sultana Khaya è Presidentessa della Lega per la difesa dei diritti umani e contro il saccheggio delle risorse naturali a Boujdour, cittadina del nord del Sahara Occidentale.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Nel tempo ha perso prima un occhio a seguito di un’aggressione subita dalla polizia all’Università di Marrakech, poi diversi “assalti” sia a lei che ai suoi familiari e ciò solo perché chiedeva e chiede il rispetto dei diritti umani.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sultana Khaya è agli arresti domiciliari dal novembre 2020, periodo durante il quale tra le altre cose, come riportano sia Amnesty International sia la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani, ha subito parecchi, ripetuti soprusi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tra queste odiose angherie che riferisce Amnesty, dobbiamo annoverare anche che lei, le sue sorelle e la madre ultraottantenne sono state violentate dalle forze di sicurezza marocchine.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E’ qualcosa di inaccettabile e talmente odioso da spingere pure le paludate Nazioni Unite per mezzo di Mary Lawlor, la relatrice speciale delle Nazioni Unite, a minacciare sanzioni internazionali contro la monarchia marocchina.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Di fronte a tutto ciò, il Partito della Rifondazione Comunista ritiene necessario e prioritario l’intervento forte ed immediato sia del Governo centrale, per incalzare, a livello istituzionale ed internazionale, il governo e la monarchia marocchina affinché, come chiesto anche dalla rappresentate ONU, provvedano a rispettare l’obbligo di proteggere l’attivista saharawi, malata e vessata.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea nel ribadire la sua amicizia e vicinanza sia al popolo saharawi, che a quello marocchino invita i diversi Enti Locali ad approvare degli ordini del giorno di solidarietà nei confronti di Sultana Khaya e della sua lotta in favore del popolo del Sahara Occidentale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>SOSTENIAMO I DIRITTI DI SULTANA KHAYA  E DEL POPOLO SAHARAWI !</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Roma, 2-1-2022</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scompare l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, all’età di 90 anni</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2021 19:33:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[pace e internazionalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Simbolo della lotta anti-apartheid del Sudafrica e premio Nobel per la pace, Tutu era un uomo di straordinaria intelligenza ed integrità, e figura cardine della storia sudafricana. Nella sua battaglia radicale contro le forze dell’apartheid, spiccava anche il suo inguaribile buon umore. Dopo l’avvento della democrazia nel 1994, e l’elezione del suo amico Nelson Mandela [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">Simbolo della lotta anti-apartheid del Sudafrica e premio Nobel per la pace, Tutu era un uomo di straordinaria intelligenza ed integrità, e figura cardine della storia sudafricana. Nella sua battaglia radicale contro le forze dell’apartheid, spiccava anche il suo inguaribile buon umore.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo l’avvento della democrazia nel 1994, e l’elezione del suo amico Nelson Mandela come Presidente, Desmond Tutu, che ha dato al Sudafrica il soprannome di “Nazione Arcobaleno”, ha presieduto la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC), costituita per voltare la pagina dell’odio razziale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In queste ore, oltre al suo contributo nella lotta all’AIDS, vogliamo ricordare il suo sostegno al boicottaggio di Israele “perché modifichi l’apartheid nei confronti dei palestinesi. Noi in Sud Africa, non avremmo ottenuto la nostra democrazia senza l’aiuto di persone in tutto il mondo, che attraverso l’uso di mezzi non violenti, come il boicottaggio e il disinvestimento, hanno incoraggiato i loro governi e altri attori sociali per invertire decenni di lungo appoggio al regime dell’ apartheid”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E ancora: “Chi chiude gli occhi davanti a una ingiustizia, contribuisce a perpetuarla. Se sei neutrale in una situazione di ingiustizia, hai scelto di stare dalla parte dell’oppressore”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La sua scomparsa è un lutto per tutti-e coloro che si sono battuti e si battono per la liberazione dei popoli.  Rifondazione Comunista rende omaggio ad una delle straordinarie figure di questa generazione di sud-africani-e, un gigante morale in prima fila nella battaglia per un mondo più giusto ed egualitario.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Marco Consolo</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Omicron, il dito e la luna</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 18:58:25 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Africa]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* Omicron è un termine troppo complicato e poc spendibile politicamente in Europa. Meglio allora definirla “variante sudafricana”, a causa del fatto che ad individuarne specificità, sintomatologia e sottovarianti diverse è stata una dottoressa di Pretoria, Presidente dell’ordine dei medici del Paese, Angelique Coetzee che, intervistata, reagisce infastidita alle reazioni occidentali e del Nord [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Stefano Galieni*</strong></p>
<p>Omicron è un termine troppo complicato e poc spendibile politicamente in Europa. Meglio allora definirla “variante sudafricana”, a causa del fatto che ad individuarne specificità, sintomatologia e sottovarianti diverse è stata una dottoressa di Pretoria, Presidente dell’ordine dei medici del Paese, Angelique Coetzee che, intervistata, reagisce infastidita alle reazioni occidentali e del Nord del mondo che hanno chiuso le frontiere a tutta l’Africa australe. La omicron è stata rivenuta a Gauteng, una delle provincie più ricche e industrializzate del Paese (in lingua sesotho significa “luogo d’oro”, in cui l’alta densità abitativa e la grande attività produttiva facilitano i contagi. Ad oggi sembra che i danni arrecati siano estremamente lievi rispetto al virus originario ma la sua forte capacità di propagarsi rendono omicron un fattore in grado di far crollare le borse. Della serie: il rischio di una nuova ondata nei Paesi ricchi potrebbe sostanzialmente riportare ad ulteriori misure restrittive e ad un nuovo stop alle economie dei singoli Stati considerato un incubo che per nessuna ragione deve trasformarsi in realtà.</p>
<p>Ma chi guarda omicron senza pensare all’Africa è equiparabile allo stolto che guarda il dito invece della luna. Il 24 novembre scorso, Amref, una delle autorità più accreditate per quanto riguarda il continente africano, ha fatto il punto sulla situazione in merito alla pandemia. Dai dati emersi risulta che su una popolazione che già nel 2016 aveva superato il miliardo e duecento mila abitanti, ha avuto 8.609.413 contagi registrati e contato 222.118 decessi legati al Covid. Una percentuale bassissima in rapporto alla popolazione, ma bisogna considerare l’età media degli abitanti, estremamente bassa quanto le altre cause di mortalità considerate quasi inevitabili nell’intero continente. Il Covid ci interroga infatti anche sul continente, anzi per riprendere altre e più corrette definizioni, con un mondo plurale e variegato in cui generalizzare induce all’errore. E i dati Amref aiutano a tracciare un segno. Si pensi solo al fatto che i focolai del virus si sono sostanzialmente concentrati in alcuni Paesi: la Repubblica Sudafricana è stato il Paese più colpito con 2.922.222 casi e 89.179 morti, poi il Marocco, con 946.283 casi diagnosticati e 14.678 decessi, la Tunisia (712.776 contagiati e 25.244 vittime, l’Etiopia, (365.372 con 6467 morti e la Libia, 350.628 casi e 4904 decessi. Quindi circa i 2/3 delle persone contagiate risultano provenienti da soli 5 Paesi sui 56 del continente.</p>
<p>Pesa di sicuro il fatto che soprattutto nell’Africa sub-sahariana i controlli siano stati minori e l’assistenza sanitaria poco funzionante, ancor più bassa l’età media, minori – tranne che a Nairobi o a Lagos – sono le grandi concentrazioni urbane. Ciò non toglie che fino a quando tutto il pianeta non avrà a disposizione sufficienti dosi di vaccino ognuna/o è a rischio. Sempre secondo i dati Amref, al 24 novembre risultava vaccinato il 42,16% della popolazione mondiale. E qui lo squilibrio si vede nella sua drammaticità: il 57,29% della popolazione europea è stato vaccinato completamente, gli Usa sono leggermente più in alto con il 57,83%, l’Italia sfiora addirittura l’85% e già si stanno intasando i centri vaccinali per la terza dose. La media africana è inaccettabile: fallito l’obiettivo di superare il 10% della popolazione nel continente sono giunte in totale 360 milioni di dosi di vaccino, di queste ne sono state somministrate circa 214 milioni e la percentuale di coloro che hanno potuto completare il ciclo è del 7,02%. In sintesi, al di là degli sbraitanti che utilizzano il termine “variante sudafricana” per reiterare come un disco rotto le farneticazioni antimigranti, il dominio imposto con i brevetti, le difficoltà strutturali di molti Paesi africani, rischiano di condurre il continente al collasso. Come insiste Amref, ai 45 milioni di minori già stavano lottando contro fame e malnutrizione, se ne sono aggiunti almeno 9 a causa diretta o indiretta del Covid. Almeno 267 mila rischiano di non superare quest’anno nei Paesi a basso e medio reddito a causa del fatto che il Covid ha come concausa anche in queste terre una profonda crisi economica ancora più devastante che nei Paesi ricchi.</p>
<p>L’intero continente ospita il 17% della popolazione mondiale ma affronta il 24% del carico globale di malattie avendo solo il 3% del personale sanitario. I programmi Onu di assistenza ragionano su come scegliere criteri di ammissibilità e “prioritizzazione indefiniti per garantire che le popolazioni più vulnerabili ricevano l’accesso il prima possibile”. Ovvero, si parte dal presupposto che l’intero continente non potrà essere vaccinato e che, in Africa, si sceglierà chi vaccinare e chi dovrà attendere una maggiore disponibilità di dosi. Un problema che non attanaglia i Paesi ricchi, un problema che non esisterebbe se Big pharma non potesse più continuare a detenere i brevetti per la produzione e la vendita dei vaccini. E invece si ragionerà secondo la logica della “riduzione del danno” sviluppando una strategia di distribuzione del vaccino; identificando dove e da chi verrà somministrato; sviluppando un piano di sostenibilità per garantire disponibilità e accesso continuo ai vaccini. Sempre a detta del rapporto Amref, “per raggiungere l’obiettivo di vaccinare almeno il 60% della popolazione (circa 780 milioni di africani) l’Africa avrà bisogno di circa 1,5 miliardi di dosi di vaccino che, secondo le stime attuali, potrebbero costare tra gli 8 miliardi e i 16 miliardi di dollari, con costi aggiuntivi del 20-30%, per il programma di distribuzione dei vaccini”.</p>
<p>Ci sono Paesi e organizzazioni internazionali interessati a investire risorse di tale livello per salvare almeno il 60% del continente? Intanto, anche a causa di conflitti, tensioni, milioni di rifugiati che sono in continuo spostamento, la somministrazione delle poche dosi è di difficile attuazioni. Solo in Marocco si è giunti ad una vaccinazione massiccia con quasi 64 milioni di dosi che hanno permesso al Paese nordafricano di superare l’Italia con quasi l’87% di persone vaccinate. L’Oms si era ripromessa di raggiungere entro il 2021 il 10% delle persone, oggi solo 14 Paesi hanno raggiunto l’obiettivo. Il 70% del continente ha percentuali minori e questo nonostante accanto ai “vaccini occidentali” siano giunti anche quelli cinesi.  Proprio il leader cinese Xi Jinping ha annunciato in una video conferenza, un miliardo di dosi da donare all’Africa. Lo ha fatto in un summit Cina-Africa in corso in Senegal.</p>
<p>Le dosi donate direttamente saranno 600 milioni, altri 400 milioni giungeranno da investimenti in siti di produzione e infrastrutture. E si tenga conto che, nel quadro della sua politica di egemonia sul continente, già altri 200 milioni di dosi sono già state distribuite nei Paesi più in sofferenza. Usa e UE avevano già in passato fatto simili promesse – senza specificare le disponibilità di vaccini e parlando genericamente di “Paesi poveri” – ma nulla è stato ancora mantenuto. C’è sfiducia nel continente. L’African Vaccine Acquisition Trust (Avat), i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc) e Covax hanno diranato un documento per fare il punto sulla situazione delle donazioni di vaccini all’Africa e ad altre economie comprese nel Covax, in particolare quelle supportate dal Gavi Covax Advance Market Commitment (Amc). Si pongono un obiettivo più alto dell’Oms, quello di immunizzare almeno il 70% della popolazione e accanto all’importanza delle donazioni sottolineano come debba migliorare la qualità delle donazioni. A detta di queste organizzazioni, le donazioni sono arrivate con scarso preavviso, con dosi in data di conservazione prossima alla scadenza. Questo ha reso praticamente impossibile pianificare le campagne e aumentarne la capacità di somministrazione. Questa “elemosina” di vaccini ha sovraccaricato la scarsa capacità logistica sui sistemi sanitari già sotto sforzo. Mentre le donazioni proseguono, secondo gli autori del documento, queste vanno effettuate in maniera tale da coordinarsi e da poter mobilitare le risorse nazionali – che spesso l’approccio coloniale occidentale tende a sottovalutare- per consentire una pianificazione a lungo termine che permetta di veder crescere i tassi di copertura. Covax e Avat chiedono che, dal primo gennaio 2022 si aderisca ad una serie di standard: rilasciando le dosi donate in grandi quantità e in modo prevedibile per ridurre i costi di transazione; vanno programmate le forniture, tenendo conto della capacità di somministrazione nei singoli Paesi; le dosi debbono avere una validità minima di 10 settimane, accettando eccezioni solo dove i Paesi destinatari dichiarino la capacità di somministrarle con una durata di conservazione più breve;  i Paesi destinatari debbono essere informati della disponibilità di tali donazioni almeno un mese prima dell’arrivo in quello di destinazione; le parti interessate devono fornire risposta su informazioni essenziali come fornitura da parte dei produttori (disponibilità, durata di conservazione, sito di produzione), conferma dell’offerta di donazione e accettazione o rifiuto delle assegnazioni dei beneficiari. Da ultimo i proponenti informano che la maggior parte delle donazioni non include le forniture per la vaccinazione, dalle siringhe ai diluenti, né i costi di trasporto. Questo causa costi maggiori, difficoltà e ritardi. “Le dosi donate devono essere accompagnate da tutti gli accessori essenziali per garantire una rapida allocazione e assorbimento”. Si tratta di una forte strategia di cooperazione che migliorerebbe, se attuata, notevolmente la situazione ma che non permetterebbe di uscire da una logica assistenziale da modificare radicalmente per il futuro. Un ultimo dato, ricordato anche in questo caso da Amref: “l’84% delle donne ha affermato che la violenza domestica è aumentata durante la pandemia e quasi l’88% delle donne ha riferito di aver subito abusi da una a tre volte alla settimana”. È questa la luna a cui dobbiamo guardare con attenzione, non la nuova paura di una delle tante varianti dei virus che, grazie alla distruzione ambientale, faranno sempre più parte costante della vita nel pianeta.</p>
<p>*da https://transform-italia.it/</p>
<p>&nbsp;</p>
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