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	<title>Rifondazione Comunista &#187; Democrazia</title>
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		<title>Che fare dopo il risultato referendario?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 21:25:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[Gianluigi Pegolo*   Il risultato ottenuto dai cinque quesiti referendari è stato deludente. Ci si aspettava quantomeno un livello di partecipazione superiore, anche se il raggiungimento del quorum non era un traguardo facile da superare.  Questo esito ovviamente non fa venire meno la validità dei quesiti posti e l’importanza delle tematiche affrontate. Interrogarsi sulle ragioni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Gianluigi Pegolo*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il risultato ottenuto dai cinque quesiti referendari è stato deludente. Ci si aspettava quantomeno un livello di partecipazione superiore, anche se il raggiungimento del quorum non era un traguardo facile da superare.  Questo esito ovviamente non fa venire meno la validità dei quesiti posti e l’importanza delle tematiche affrontate. Interrogarsi sulle ragioni di tali risultati non è però vano. E anzi è una condizione essenziale per decidere il che fare. Da tale punto di vista, l’appello reiterato delle destre all’astensione era prevedibile, com’era prevedibile che avrebbe condizionato non poco il risultato, specie per il fatto che oramai i livelli di partecipazione nel paese, almeno a livello elettorale, sono drammaticamente scesi al di sotto del 50%. E tuttavia, questo spiega totalmente il risultato? Quantomeno due interrogativi debbano essere posti. L’uno riguarda l’efficacia dei quesiti presentati e l’altro il grado di mobilitazione messo in atto per sostenere il si. In una società in cui i soggetti si disgregano e le organizzazioni di massa e i partiti perdono la capacità di orientare i comportamenti dei cittadini e di rappresentarne appieno le istanze, l’adesione di carattere politico in senso stretto &#8211; che un tempo era il collante nei comportamenti politici e sociali &#8211; tende a sfumare. Ciò che resta in campo è l’interesse specifico del singolo. La conseguente settorializzazione degli interessi diventa l’esito del disgregarsi della solidarietà collettiva e delle culture politiche.  Nel caso del referendum c’è da chiedersi se questa scelta, tutta centrata sul tema della precarietà del lavoro e sui diritti di cittadinanza non abbia in qualche modo limitato il consenso possibile. E’ una questione della fondamentale importanza perché se fosse vero, ciò significherebbe che sempre di più la battaglia nel mondo del lavoro per esprimere un’egemonia dovrebbe intrecciarsi con problematiche più vaste come per esempio la condizione del welfare. La seconda considerazione è che nonostante il meritorio impegno della CGIL e di alcuni soggetti politici e sociali, la sensazione è che non si sia fatto tutto il possibile. Molte volte si è percepito una sorta di obbligo politico o morale all’impegno. Ciò vale per molti dei soggetti coinvolti. E in ogni caso l’impegno dell’opposizione politica è stato altalenante, riflettendo divisioni presenti nel PD, o differenziazioni e scarsa capacità di mobilitazione, come nel caso dei Cinque stelle. Non vi è stata insomma quella convinzione e determinazione necessari. Certamente ha influito in questo la scarsa fiducia nel successo del referendum, dopo la non ammissione del quesito referendario sull’autonomia differenziata che sicuramente avrebbe fatto la differenza. Queste considerazioni pongono numerosi problemi nella prospettiva di una continuazione dell’iniziativa sociale e politica. Molto giustamente il segretario generale della CGIL Maurizio Landini ha centrato l’attenzione sulla necessità di partire da quei quattordici milioni di cittadini che si sono recati a votare e, in particolare, su quanti hanno votato si. Essi costituiscono la base sociale dalla quale ripartire. Il problema è come fare per dare rappresentanza a questi elettori e anzi per estendere ulteriormente il consenso. E’ probabile che senza una proposta precisa tale realtà sia destinata, com’è successo più volte in passato, a dispendersi. Ciò che sarebbe invece necessario è offrire a quei milioni di si una sponda politico /organizzativa cui aderire o in cui riconoscersi. Qualcuno potrebbe pensare che tale compito ricada sui partiti o su alcune organizzazioni di massa e in primis la CGIL. A me pare che si dovrebbe fare un passo in più è porsi il problema della costruzione di un’”alleanza sociale”, strutturata a partire dall’esperienza dei comitati referendari che raccolga tutte le forze disponibili. Non quindi un generico appello, ma una proposta politico/organizzativa che consenta ai molti che credono in certi valori e che vogliono battersi per determinati contenuti di mobilitarsi anche nei livelli locali. In poche parole occorre dare alla prospettiva della Via maestra, cioè quella della valorizzazione del dettato costituzionale, un orizzonte più ampio e concreto. In tal senso i temi del lavoro, del welfare e della democrazia sono i pilastri di una piattaforma per la mobilitazione sociale; l’organizzazione locale è  la condizione per un intervento capillare efficace e per la raccolta di nuove forze; il carattere specificamente sociale di tale alleanza è il mezzo per costruire l’unita sui contenuti consentendo a tutti di partecipare, senza annullare le proprie specificità. Si consideri inoltre che strumenti di partecipazione come il referendum diventano sempre più difficili da utilizzare e che esiste nel paese un livello di spoliticizzazione e anche di resistenza culturale (come dimostra il risultato del referendum sulla cittadinanza)  che necessitano di un’azione pervasiva. Chi può oggi avanzare una proposta che vada in questa direzione, ma soprattutto avere l’autorevolezza e la forza per promuoverla? In primis il soggetto che ha promesso fin qui l’iniziativa e cioè la CGIL. E questo per varie ragioni, ma in primo luogo per l’essere il principale soggetto sociale organizzato in grado di superare le divisioni politiche, oltre che quello dotato di un supporto organizzativo necessario per attivare un processo.  D’altronde solo andando in questa direzione si può mettere a valore il risultato del referendum.</span></p>
<p>*Direzione nazionale PRC-S.E.</p>
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		<title>DICHIARAZIONE DELLA VIII ASSEMBLEA DEL FORUM EUROPEO DELLE FORZE DI SINISTRA.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 21:42:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. Al fine di costruire un&#8217;Europa progressista e socialmente avanzata, noi siamo per una distribuzione equa della ricchezza, servizi pubblici universali e di qualità, e la proprietà pubblica dei beni comuni, al fine di realizzare una società più giusta, partecipativa e democraticamente pianificata. L&#8217;accesso a un alloggio dignitoso, accessibile e adeguato al clima deve essere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><b>1. Al fine di costruire un&#8217;Europa progressista e socialmente avanzata, noi</b> <b>siamo per una distribuzione equa della ricchezza,</b> <b>servizi pubblici universali e di qualità, e la proprietà pubblica dei beni comuni, al fine di realizzare una società più giusta, partecipativa e democraticamente pianificata.</b> <b>L&#8217;accesso</b> <b>a un alloggio dignitoso, accessibile e adeguato al clima deve essere un diritto, non un lusso, la copertura della sicurezza sociale in termini di salute, pensioni e disoccupazione deve essere universale, cioè un diritto per tutti in Europa. Questo implica un diverso uso del denaro da parte delle imprese, delle banche e della BCE.</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il diritto a condizioni di lavoro dignitose, a un impiego sicuro e a una formazione permanente ben retribuita sono fondamentali, il rafforzamento dei diritti sindacali, le clausole sociali nei contratti pubblici, l&#8217;aumento dei salari e dei diritti sociali, colmare il divario occupazionale e migliorare l&#8217;ambiente e le condizioni di lavoro. Vogliamo</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">posti di lavoro di qualità e il diritto a una pensione dignitosa a partire dai 60 anni, erogata da enti pubblici efficienti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Difendiamo l&#8217;accesso libero e universale all&#8217;assistenza sanitaria e il rafforzamento dei sistemi sanitari pubblici, al fine di ridurre le disuguaglianze sociali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo servizi pubblici moderni con personale sufficiente, senza burocrazia, con una gestione partecipata e che rispondano alle esigenze delle persone che ne usufruiscono.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una delle questioni fondamentali della nostra società è garantire a tutta la popolazione un&#8217;istruzione di alto livello, libera, gratuita, egualitaria, liberatoria ed emancipatrice, libera da pressioni religiose, oscurantiste o del mercato economico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La carenza di alloggi sociali di qualità ed economicamente accessibili rappresenta una crisi urgente in tutta Europa che richiede un&#8217;azione immediata e decisiva. È necessario adottare misure e iniziative a livello europeo, per utilizzare le risorse finanziarie in base alle esigenze di ogni singolo individuo piuttosto che agli interessi finanziari.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo l&#8217;istituzione di un programma europeo per l&#8217;edilizia sociale, sostenuto da politiche economiche e sociali che rafforzino gli investimenti pubblici nell&#8217;edilizia senza scopo di lucro. Chiediamo una regolamentazione transnazionale della speculazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Affrontare la crisi sociale deve essere una priorità assoluta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questo motivo ci opponiamo a un ritorno alla politica di austerità liberale, così come pretesa dalla Commissione europea, che si concretizza da un lato in misure liberali che favoriscono le classi dirigenti e tagliano i diritti umani e di cittadinanza, economici e sociali dei popoli europei mentre dall&#8217;altro aumentano le spese militari a scapito dei fondi che dovrebbero essere spesi per la spesa sociale, l&#8217;uguaglianza e creazione di lavoro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo acquisire potere sul denaro, sviluppare servizi pubblici, cooperazione, servizi efficienti, occupazione efficiente e di qualitá nelle aziende, e rifiutare il libero e rifiutare la concorrenza libera e non distorta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo vale sia all&#8217;interno dell&#8217;UE che con il resto del mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo la sovranità popolare sul denaro per altri obiettivi sociali, a differenza dell&#8217;attuale UE, che risponde alle esigenze del capitale. Un modo per farlo sarebbe quello di creare un Fondo europeo per finanziare i servizi pubblici attraverso prestiti ai governi a tasso zero, finanziati dalla BCE.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>2. Consideriamo la crisi climatica come un&#8217;emergenza che richiede una risposta globale basata su una trasformazione ecologica, energetica e industriale. L&#8217;Unione europea deve agire senza indugio di fronte all&#8217;emergenza climatica e sociale.</strong> È essenziale abbandonare il modello che fondato sull’energia basata sul carbonio, garantendo al contempo la creazione di posti di lavoro. Questo implica una trasformazione sociale dei modelli di produzione e di consumo per raggiungere la neutralità climatica entro il 2040, e soddisfare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno di obiettivi ambientali più ambiziosi e una pianificazione verde per garantire una giusta transizione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 3. <strong>Ci battiamo per un&#8217;Europa di pace e solidarietà, con una prospettiva pacifista che affronta i conflitti attraverso il dialogo e le soluzioni diplomatiche.</strong> Un&#8217;Europa che propone un approccio alternativo al modello di sicurezza a partire da una nuova visione basata sul riconoscimento che nessuno Stato può essere veramente sicuro se gli altri non condividono lo stesso livello di sicurezza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Condanniamo fermamente le politiche europee contro migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo: il diritto di asilo e la libertà di movimento devono diventare il fondamento dell&#8217;Europa che vogliamo, e ci batteremo contro le politiche proposte dal Patto sull&#8217;Immigrazione e l&#8217;Asilo di Ursula von der Leyen che mirano a vietarli. Questo significa affrontare le cause alla radice della migrazione e sviluppare una nuova politica di co-sviluppo con i Paesi interessati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non vogliamo che l&#8217;Europa faccia parte della nuova guerra fredda, né che diventi un campo di battaglia su cui questa infuria.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ci opponiamo alla dominazione militarista della NATO sull&#8217;UE e sui suoi Stati membri,  all&#8217;aumento dei bilanci militari e di guerra a scapito della spesa sociale, alla rapida militarizzazione della politica, dell&#8217;economia e delle menti, invece vogliamo vedere l&#8217;Europa emancipata dai mandati degli USA e della NATO, libera dai mandati di potenze esterne.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Guerre e conflitti servono gli interessi del capitale finanziario che ne trae profitto. Finché queste guerre dureranno, sempre più civili innocenti moriranno ogni giorno. Per questo chiediamo che si ponga fine alla violenza attraverso negoziati per portare una pace duratura in Ucraina, nel quadro delle Nazioni Unite.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Allo stesso modo, chiediamo soluzioni eque e negoziate ai conflitti armati che si stanno diffondendo in varie parti del mondo, Somalia, Yemen, Siria, Sahara occidentale, ecc.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;ulteriore sviluppo delle armi nucleari e il fatto che il loro utilizzo è apertamente considerato dalle potenze nucleari, rende il disarmo una necessità di prim&#8217;ordine per la sopravvivenza dell&#8217;umanità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;attacco di Hamas del 7 ottobre, che condanniamo fermamente, non giustifica la guerra condotta da Israele. Chiediamo un immediato cessate il fuoco in Medio Oriente e la fine dell&#8217;aggressione israeliana in Palestina. Chiediamo il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e i prigionieri politici palestinesi, nonché la consegna di aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, la ricostruzione di tutto ciò che è stato distrutto dall&#8217;esercito israeliano e il ritorno di tutti i palestinesi sfollati. Riaffermiamo che l&#8217;instaurazione di una pace duratura nella regione richiede la fine dell&#8217;occupazione, della colonizzazione e del regime di apartheid di cui soffre il popolo palestinese insieme al riconoscimento di uno Stato palestinese vitale e pienamente sovrano alle condizioni definite dalle risoluzioni delle Nazioni Unite sul riconoscimento di due Stati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo Saharawi, privato da decenni del diritto di vivere nel proprio territorio, subendo la repressione delle forze di occupazione, e chiediamo il rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite a favore dell&#8217;autodeterminazione  e l&#8217;indizione di un referendum nel Sahara Occidentale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo la fine dell&#8217;occupazione di Cipro e la riunificazione del Paese in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo la fine degli interventi militari turchi nella Siria nord-orientale, nell&#8217;Iraq settentrionale e nel Sinjar, e la fine dell&#8217;oppressione dei curdi e del popolo turco in Turchia. Chiediamo alla Turchia</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">il rilascio di tutti i prigionieri politici e l&#8217;attuazione delle decisioni del Consiglio d&#8217;Europa e della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La repressione della politica democratica e contro i rappresentanti eletti deve essere fermata. Una soluzione giusta e democratica alla questione curda, che dura da decadi, richiede dialogo e  negoziazione, non isolamento, imprigionamento e violenza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo ottavo Forum si unisce alla mozione approvata alle Nazioni Unite che chiede la fine del blocco ingiusto e illegale cui gli Stati Uniti sottopongono Cuba da decine di anni e, allo stesso tempo, chiede la rimozione di Cuba dalla lista degli Stati patrocinatori del terrorismo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sosteniamo la ricerca della pace e dell&#8217;autonomia in Africa. È tempo di ricostruire le relazioni afro-europee sulla base dell&#8217;uguaglianza e della uguaglianza e solidarietà, per costruire un futuro in cui pace e dignità prevalgano sulla violenza e sul dominio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Aspiriamo a un nuovo ordine economico internazionale basato sui diritti dei popoli e rifiutiamo qualsiasi egemonia monetaria globale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo soluzioni cooperative, democratiche e non egemoniche per il finanziamento comune della transizione ecologica e dei servizi pubblici in tutto il mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">4.<strong> Il femminismo di classe contesta il sistema capitalista e patriarcale e mette in evidenza la contraddizione tra capitale e vita.</strong>Si pone come un&#8217;alternativa a un&#8217;economia basata sullo sfruttamento degli esseri umani e propone una società libera dalla violenza maschilista, che permetta uno sviluppo umano emancipatorio per tutte le persone in uguaglianza e armonia con la natura: è l&#8217;economia basata sulla cura della vita.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I movimenti femministi lottano contro la violenza maschile e la disuguaglianza che le donne e i loro figli e figlie subiscono nel corso della loro vita e chiedono una legislazione  completa e un quadro politico per affrontare tutte le forme di violenza di genere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il movimento femminista, insieme al movimento ambientalista,</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">sono motori del cambiamento politico per la trasformazione sociale in Europa ed è per questo che la destra e l&#8217;estrema destra attaccano sistematicamente i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+ e negano il cambiamento climatico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo Forum propone che la prospettiva femminista sia un criterio per le politiche economiche, ecologiche e sociali dell&#8217;UE, cosí come per l&#8217;assistenza sanitaria, la cura, l&#8217;istruzione e la cultura. Per avviare la transizione femminista in Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Difendiamo i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne in Europa e i diritti fondamentali al matrimonio per tutte le coppie.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il riconoscimento legale delle identità LGBTQIA+ deve essere incluso nei motivi per la concessione dell&#8217;asilo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Insieme ai movimenti femministi vogliamo spingere per l&#8217;inclusione del diritto di decidere del nostro stesso corpo e della nostra maternità nella Carta Europea dei Diritti Fondamentali e nei Diritti Fondamentali e il riconoscimento dell&#8217;apartheid di genere nel diritto internazionale, in modo che le donne e le persone LGBTQIA+ che lo subiscono, come in Afghanistan, siano accolte come rifugiate e protette in Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">5. <strong>Siamo consapevoli della necessità di affrontare e integrare attivamente i bisogni, i sogni, le preoccupazioni e le prospettive dei/delle giovani e degli studenti e delle studentesse,</strong> promuovendo il loro protagonismo nei piani, nelle campagne e nelle azioni delle forze della Sinistra Europea, dei Verdi e delle forze progressiste, e ne faremo un obiettivo specifico per i prossimi anni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">6. <strong>L&#8217;ascesa dell&#8217;estrema destra nelle elezioni per il Parlamento europeo è proseguita nelle successive elezioni statali e regionali in vari Paesi europei.</strong> Questa ascesa riflette un&#8217;ideologia neofascista priva di valori etici e morali, che si nutre di razzismo, xenofobia, misoginia, sessismo, omofobia, LGBTQIA+fobia, autoritarismo, odio per i migranti e di un individualismo non solidale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di fronte all&#8217;aggravarsi della crisi economica, sociale e morale, le classi lavoratrici provano un senso crescente di disaffezione politica e la mancanza di prospettive future, e la loro rabbia è diretta dai movimenti di estrema destra e fascisti, che propongono soluzioni economiche semplicistiche nell&#8217;interesse della borghesia, delle classi dominanti e del capitalismo, e in parte verso la demotivazione e l&#8217;astensionismo. Solo una strategia basata sulla giustizia sociale, l&#8217;uguaglianza, l&#8217;ecologia, la condivisione e sulla pace, che le forze progressiste della trasformazione sociale sostengono può offrire loro una prospettiva positiva.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">Di conseguenza, con questa Dichiarazione finale l&#8217;8° Forum europeo delle forze di Sinistra, Verdi e Progressiste concorda di partecipare, in cooperazione con altre organizzazioni politiche, sindacali, pacifiste, femministe, alla preparazione di una Conferenza per la Pace e la Solidarietà nel Mondo e di promuovere in collaborazione con i sindacati europei una campagna contro le politiche di austerità e di tagli proposte dalla Commissione europea.</span></strong></p>
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		<title>Referendum per cambiare regole sulla cittadinanza. C&#8217;è molto da fare</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 16:09:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* Dopo quasi due settimane dalla consegna di 637.487 firme, raccolte perché si possa decidere, mediante referendum, come modificare l’assurda, vetusta e xenofoba legge che rende impervio e spesso inaccessibile l’accesso a tale diritto è il caso di fare il punto su alcuni elementi, a partire dal successo della Campagna e proporre alcune tappe [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano Galieni*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo quasi due settimane dalla consegna di 637.487 firme, raccolte perché si possa decidere, mediante referendum, come modificare l’assurda, vetusta e xenofoba legge che rende impervio e spesso inaccessibile l’accesso a tale diritto è il caso di fare il punto su alcuni elementi, a partire dal successo della Campagna e proporre alcune tappe da concordare col comitato promotore di cui Rifondazione Comunista fa parte a pieno titolo. Bisogna chiarire intanto che l’iniziativa è stata concordata durante l’estate da alcune delle associazioni di ragazze e ragazzi con background migratorio, sovente senza cittadinanza, stanche dei rinvii imposti dalle istituzioni e che hanno trovato sponda soprattutto in + Europa e nel loro parlamentare Riccardo Magi. Si sono interrogati a lungo i promotori iniziali se fosse il caso di proporre l’abrogazione dell’intera legge 91/1992 che regola l’accesso alla cittadinanza, se scegliere di affrontare diversi quesiti, la cui modifica avrebbe radicalmente modificato l’impianto normativo o se, come poi è stato fatto, proporne uno solo che, a scanso di diversa interpretazione della Corte Costituzionale che all’inizio del 2025 sarà chiamata a pronunciarsi in materia, potrebbe portare da 10 a 5 gli anni di residenza continuativa che permetterebbero, a chi lo chiede, di rendere effettivo tale diritto. La proposta ha viaggiato in ambiti quasi riservati, si è poi estesa al mondo associativo (Arci, A buon diritto, Action Aids per citare alcuni soggetti) e poi a forze politiche come Radicali, Partito Socialista, Possibile. Rifondazione Comunista, va detto ad onore del vero, è giunta quando il quesito stava per essere depositato in Cassazione divenendo fra i 19 soggetti firmatari. Qualora il quesito venga giudicato ammissibile, la consultazione referendaria si terrà fra aprile e giugno, quasi certamente in concomitanza con gli altri indetti precedentemente – no ad Autonomia Differenziata e quesiti sul lavoro proposti dalla Cgil – e dovrà per aver valore, vedere la partecipazione, come noto, il 50% + 1 delle/gli aventi diritto. Ed è curioso che, in questo caso, possano votare unicamente le persone che, avendo la cittadinanza italiana, non sono toccate direttamente da tale limitazione dei diritti. Il tema che si pone oggi ha molte sfaccettature. Intanto ad aggregarsi nel comitato promotore inizialmente, non sono state né le grandi organizzazioni politiche né quelle sindacali. L’avvicinarsi del traguardo al numero delle firme necessarie, ha portato alcune forze, ad aderire e ad esporsi, ma in maniera non troppo convinta ecomunque tardiva. <b>Prevale l’idea che tale tema debba essere affrontato, inevitabilmente con una trattativa al ribasso che riguarderebbe una parte delle nuove generazioni, in grado di prevalere in parlamento</b>. Le numerose delusioni accumulate negli anni passati, fanno poco sperare in un simile percorso, da troppo tempo giocato per strumentali battaglie politiche di palazzo che poco hanno a che vedere con le esigenze reali. <b>La raccolta firme e questo è un primo grande risultato</b>,  anche mainstream, dalle dichiarazioni sguaiate degli imprenditori del razzismo alle riflessioni che contengono almeno parziali elementi di autocritica di alcuni settori rimasti sinora freddi. Del tema si parla e si parlerà sempre più se saranno le/i dirette/i protagonisti a esporsi, <b>supportati, come strumenti di servizio, dalle forze che credono nell’importanza di tale battaglia di civiltà.</b> E si badi bene, la proposta referendaria va considerata, indipendentemente dall’esito e dal percorso affatto semplice, come un primo passaggio, in quanto garantisce meno della metà delle persone con background migratorio presenti in Italia ed ancora chi intende usufruire di tale diritto è sottoposto a vincoli di reddito, di residenza, di fedina penale, di permanenza continuativa, di conoscenza della lingua, che vanno considerati inaccettabili. Una vittoria referendaria costituirebbe il primo risultato, dopo decenni di sconfitte, che potrebbe spingere a voler ottenere di più. Non a caso, malgrado i tentativi di boicottaggio della proposta condotti anche a colpi di sondaggi e di dichiarazioni, <b>l’esecutivo sembra voler impedire ad ogni costo il referendum, anche attraverso una riforma di facciata dell’attuale legge in materia.</b> Per agire anche su altri fronti, cito solo due questioni: <b>l’abrogazione dell’attuale Testo Unico sull’immigrazione (Turco Napolitano emendato e peggiorato dalla Bossi Fini)</b> a cui faccia seguito una nuova normativa adeguata ai tempi, che abbia come obbiettivo quello dell’eliminare l’irregolarità della presenza nel Paese attraverso percorsi di regolarizzazione permanente e non basati su una presunta o dichiarata utilità delle persone arrivate all’economia italiana, spesso in termini di sfruttamento. <b>È il caso di ricordare come tanto la legislazione vigente, quanto i continui interventi normativi messi in atto, definiscono un contesto per cui si parla di immigrazione unicamente per produrre leggi sul mercato del lavoro e, a seguire, come questioni di ordine pubblico.</b> Ma, ed è il secondo punto, c’è l’urgenza di saldare, senza confondere i contesti, l’impegno per sostenere chi arriva in Italia, soprattutto per richiesta d’asilo, garantendo canali sicuri di ingresso con l’investimento in percorsi di convivenza che coinvolgano chi è stabilmente presente nel Paese, magari ha costruito qui il proprio nucleo familiare ma non può essere considerato appieno persona in attesa di decidere soggettivamente il percorso da intraprendere. La saldatura è possibile partendo, ad avviso di chi scrive, garantendo, non sulla base dell’utilitarismo economico, ma anche dell’inserimento sociale e affettivo, delle singole persone. <b>Quella che va elaborata, come strategia sociale, politica, culturale e comunicativa, è un cambio di paradigma che porti a considerare la mutazione sociale intercorsa e ancora in fase di cambiamento, come riguardante persone, soggetti e non, seguendo un profondo suprematismo eurocentrico, a volte neanche consapevole, come oggetti, merce, numeri con cui fare i conti.</b>  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Cosa fare ora?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nei prossimi 4 mesi, in attesa del pronunciamento della Corte, corre l’obbligo, a partire dalla scadenza referendaria, di “battere il ferro finché è caldo”. Proviamo quindi ad avanzare proposte</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">1)    Occorre organizzare un momento di incontro, possibilmente anche pubblico, con <b>costituzionaliste/i in grado di fornire ulteriori pareri rispetto all’ammissibilità del quesito</b>. Si potrebbero coinvolgere, oltre a Giovanni Russo Spena, Gaetano Azzariti, Alessandra Algostino, Massimo Villone ed altre/i per smontare innanzitutto la tesi secondo cui il quesito, per come congegnato, diventa propositivo e non abrogativo e, in quanto tale, inammissibile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">2)    <b>Monitorare i tentativi di modifica della legge vigente. </b>Ius scholae, culturae o italiae, comunque si vogliano chiamare, intervengono su nate/i o cresciute/i in Italia, che ottemperino ad obblighi scolastici. Ammesso e non concesso che tali accenni di riforma trovino spazio in parlamento, non andrebbero però a scalfire la situazione delle persone adulte. <b>Per tale ragione diviene indispensabile un rapporto con le forze politiche di opposizione, presenti in parlamento,</b> che, pur avendo approcci diversi rispetto alla proposta referendaria, possono convergere su una comune strategia. Ovvio che, almeno per rimediare agli errori passati, non sono ammesse deroghe rispetto agli impegni che verranno presi.  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">3)    <b>Mantenere forte l’attenzione su questo tema</b> dando sfogo a tutta la creatività di cui si è capaci: iniziative nelle scuole e nelle università, incontri nelle piazze, utilizzo dei social media e di tutti gli spazi che si riescono a raggiungere per ampliare i luoghi in cui questo tema possa entrare nella pubblica discussione. <b>Sarebbe prezioso un sostegno delle diverse forze sindacali per trovare sponda anche nei luoghi di lavoro. In tutte queste iniziative è fondamentale il protagonismo delle varie associazioni e forze costituite da persone con background migratorio</b>, le cui vicende sono quelle che concretamente possono maggiormente evidenziare l’urgenza almeno delle modifiche proposte col referendum. La campagna referendaria deve costituire, ad avviso di chi scrive, <b>anche uno dei momenti in cui riesca ad esprimersi una nuova, maggiore, plurale presenza politica di uomini e donne</b>.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>4)    </b><b>Va inoltre rafforzata una vera e propria rete, in grado di raggiungere tutto il Paese </b>che, senza rimuovere le proprie differenze,<b> </b>cerchi di mettere in connessione <b>le almeno due milioni e mezzo di persone che, potendo accedere ai diritti che diventerebbero esigibili con l’approvazione del referendum non si è ancora riusciti a coinvolgere. </b>Potrebbero essere insieme a noi queste donne e questi uomini, il valore aggiunto che ci permetterà di vincere il referendum, ognuna/o di loro è interno a qualche rete sociale, vive, lavora o studia, con persone che hanno diritto di voto e che potrebbero partecipare e spostare i consensi. Sarebbe utile che, in maniera ancora più ampia, <b>tale rete, se non è ancora riuscito a farlo, assumesse la forma di coordinamento leggero ma radicato in tutto il Paese</b> e capace di interfacciarsi per fare fronte comune davanti alle diverse problematiche che emergeranno. Una modalità di azione comune in cui le forze politiche, come quella che rappresento, devono mettere a disposizione luoghi di incontro, sostegno, energie, <b>ma il cui protagonismo deve appartenere a coloro che più rappresentano le problematiche affrontate, le donne e gli uomini in carne ed ossa a cui oggi il diritto è negato.</b> <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>5)    </b><b>Pur essendo il quesito referendario di carattere tematico e, per tale ragione, </b>non omogeneo dal punto di vista politico, sarebbe necessario che si realizzassero punti di convergenza con coloro che animano le altre campagne referendarie di primavera regionale <b>contro il jobs acts e contro l’Autonomia differenziata.</b> L’intero pacchetto referendario è alla base di un’idea di cittadinanza sostanziale da garantire di cui i quesiti costituiscono un architrave comune. Sarebbe necessario, da questo punto di vista, <b>elaborare anche momenti di incontro e di convergenza, sempre partendo dall’ottica di un ampliamento che deve rafforzare tutte/i e non lasciare indietro nessuna/o.</b> Che si apra su tale approccio una discussione laica ma urgente e scevra da divisioni ideologiche. <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quello che ho provato a definire è una sorta di promemoria per un programma comune di lavoro che vi propongo di valutare, correggere, integrare e utilizzare per quanto possa risultare utile. Il Partito della Rifondazione Comunista intende sostenere comunque il percorso iniziato il 6 settembre 2024 anche partendo da un attivismo politico e sociale in tale direzione, iniziato sin dalla sua nascita risalente al 1991. Consideriamo, come già affermato, la lotta referendaria, come una parte fondamentale ma non esaustiva di un sistema da cambiare radicalmente. Ci riconosciamo in una “sinistra” che ha iniziato, tardi e non in maniera completa, a compiere un percorso di “decolonizzazione culturale” come chiave di volta per affermare un internazionalismo dei popoli che si oppone al nazionalismo delle frontiere. Un percorso che, è nostro punto basilare di analisi ma che non vogliamo assolutamente imporre ad alcuna/o parte dalla necessità di una trasformazione radicale dei rapporti sociali che affronti il tema dello sfruttamento. In Europa suprematismo e sfruttamento di chi lavora sono le due facce della stessa medaglia e rappresentano l’elemento nodale di una gerarchia di relazioni che vede contrapporsi egemoni e subalterni. Relazioni di impostazione piramidale che vedono in cima poche dinastie facoltose e poi, via via, coloro che debbono sottostare a ruoli prestabiliti che non ammettono più nemmeno mobilità sociale. Anche una riforma come quella proposta attraverso il referendum può, a mio avviso, costituire un elemento che mette in crisi questa obsoleta gerarchia. Anche per questo il nostro apporto sarà completo e trasparente. <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Resp. Immigrazione PRC-S.E.</span></p>
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		<title>Una giornata particolare di democrazia: lo SpaccaItalia annegato in una marea di firme</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Sep 2024 10:32:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi sono state consegnate in Cassazione circa 1milione e trecentomila firme per cancellare con un referendum la legge di attuazione dell&#8217;autonomia differenziata, meglio nota come SpaccaItalia. Un numero molto superiore alle 500000 sufficienti, in gran parte raccolte ai banchetti in giro per l&#8217;Italia, in soli due mesi in un&#8217;estate torrida. Una lezione di democrazia sporcata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">Oggi sono state consegnate in Cassazione circa 1milione e trecentomila firme per cancellare con un referendum la legge di attuazione dell&#8217;autonomia differenziata, meglio nota come SpaccaItalia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un numero molto superiore alle 500000 sufficienti, in gran parte raccolte ai banchetti in giro per l&#8217;Italia, in soli due mesi in un&#8217;estate torrida.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una lezione di democrazia sporcata da due notizie inquietanti: l&#8217;accelerazione da parte del Governo verso le intese con le regioni più ricche del nord e le indiscrezioni, poi secretate, secondo cui la definizione dei LEP,  cioè dei diritte sociali e civili &#8220;essenziali&#8221; (non eguali) per ogni cittadino/a, affidata a una commissione di nomina governativa e a un gruppo di tecnici tutt&#8217;altro che imparziali, avverrebbe secondo parametri territoriali, come il costo della vita e l&#8217;andamento demografico.  Diritti e risorse diseguali, per un paese vergognosamente diseguale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La straordinaria risposta popolare delle firme segnala l&#8217;enorme distanza verso un governo che considera un intralcio al potere i luoghi e le forme della partecipazione democratica, il principio di eguaglianza sul quale si fonda la Costituzione su cui hanno spergiurato.  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ora la parola passa alla Corte Costituzionale, che dovrà tener conto di questa assunzione collettiva su un obiettivo di totale limpidezza: la legge Calderoli va cancellata, come recita il quesito referendario che unitariamente è stato condiviso da una compagine plurale di forze sindacali, politiche, associative, frutto anche dell&#8217;impegno assunto in questi anni dai comitati contro ogni autonomia differenziata, di cui Rifondazione Comunista è parte attiva. Un obiettivo non scontato, da difendere da compromissioni e tatticismi, da logiche blandamente emendative.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Si riparte da questa bella giornata di democrazia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Maurizio Acerbo</strong>, Segretario Nazionale</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Tonia Guerra</strong>, responsabile campagna NO A.D.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Partito della Rifondazione Comunista – S.E.</span></p>
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		<title>Legge fascistissima contro proteste popolari, vogliono zittire il popolo</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Sep 2024 11:45:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Maurizio Acerbo* Le pene spropositate contro le proteste popolari sono tipiche dei regimi. Con l&#8217;ennesimo ddl sicurezza siamo di fronte a una legge fascistissima che ha lo scopo di zittire il popolo, proprio quello che fece il regime durante il ventennio. Meloni e Salvini, come Mussolini, hanno fatto proclami populisti dall&#8217;opposizione ma da quando sono [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<div dir="auto"></div>
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<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;"><strong>Maurizio Acerbo*</strong></span></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Le pene spropositate contro le proteste popolari sono tipiche dei regimi. Con l&#8217;ennesimo ddl sicurezza siamo di fronte a una legge fascistissima che ha lo scopo di zittire il popolo, proprio quello che fece il regime durante il ventennio. Meloni e Salvini, come Mussolini, hanno fatto proclami populisti dall&#8217;opposizione ma da quando sono al governo hanno dimostrato di fare solo interessi dei più ricchi e privilegiati.</span></div>
</div>
<div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Emerge di nuovo il carattere classista del presunto garantismo di una destra fascioleghista sempre pronta a confezionare norme per proteggere corrotti ma capace di giustificare persino l&#8217;imprenditrice balneare che uccide con il suo suv lo scippatore. Roba da Ku Klux Klan. La relatrice del ddl sicurezza è la (dis)onorevole Augusta Montaruli di FdI, condannata a 18 mesi per peculato.</span></div>
</div>
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<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Con un solo provvedimento vengono introdotti 24 tra nuovi reati, aggravanti e inasprimenti di pene.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Emblematica la norma che gli ecoattivisti di Ultima Generazione hanno definito &#8220;anti-Gandhi&#8221;. Una tradizionale forma di lotta nonviolenta come il blocco stradale e ferroviario, tipica delle vertenze operaie e comunitarie, da illecito amministrativo viene trasformata in reato penale punibile con il carcere da sei mesi a due anni.</span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Una misura “impropria ed eccessiva”, l&#8217;ha definita persino un sindacato moderatissimo come la Cisl.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Condivido il giudizio dellla Cgil: &#8220;attivisti, studenti, lavoratori, sono tutti nel mirino della maggioranza che intende punire chi si oppone o chiede condizioni di vita e di lavoro migliori. Quando si tratta di reprimere le lotte sociali questa maggioranza dimostra tutta la sua compattezza, nuovi reati e inasprimento delle pene per chi si oppone a fronte della cancellazione dei reati messi in atto dai colletti bianchi contro la pubblica amministrazione&#8221;. Le norme repressive di questo governo hanno tutte &#8220;il segno dell’autoritarismo funzionale a un’idea di Paese e della società che viene delineato nei progetti di autonomia differenziata e premierato&#8221;.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">La norma contro le occupazioni di case è stata anticipata da una incessante campagna di Rete 4 e Canale 5 contro gli episodi di delinquenza e racket, ma si è incaricato Rampelli di spiegare che serve a liberare la grande proprietà immobiliare speculativa dalla scocciatura dei movimenti di lotta per il diritto all&#8217;abitare.</span></div>
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<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Per proteggere i mega-appalti della lobby delle grandi opere si introduce una norma che prevede fino a 27 anni di carcere a chi si oppone a un cantiere in maniera nonviolenta.</span></div>
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<div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">L’introduzione del nuovo reato di rivolta (art. 18) all’interno di un istituto penitenziario che tra le condotte punite inserisce anche le condotte di resistenza passiva (e dunque nei fatti pacifica) all’esecuzione degli ordini impartiti è la maniera con cui si affronta il sovraffollamento degli istituti penitenziari.</span></div>
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<div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">La norma proibizionista che vieta la <a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/hashtag/cannabislight?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZW5JaNxSQJ67KKDQdkhr6XxWXTj6GHUkx6fJ4qnz-I952qGLZ1wTVW6uOEv1j-FLnnmBdFX2eKSFM_N3D5teiYld93hJarC2HMr0lUgAESqKPaYfdk6XOutoRvAWMn2sLQoM3NCTPe-E4n2h5hOdGd1BMUt3AVOHqriZSr8QAzAUrUQliMW7rX5yaOplPlEV2c&amp;__tn__=*NK-R">#cannabislight</a>, in pratica la camomilla, non solo è assurda e oscurantista ma anche un favore alle mafie.</span></div>
</div>
<div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Le norme di criminalizzazione dei migranti già privati della libertà personale nei cpr, gestiti tra l&#8217;altro da società private, sono autentiche angherie (si pensi al divieto di sim).</span></div>
</div>
<div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Mentre si disquisisce se la nostra estrema destra al governo sia fascista o meno, le scelte concrete, oltre che il loro revisionismo storico, rivela l&#8217;evidente matrice antidemocratica.</span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">Ci attendono anni di tagli della spesa sociale e di guerre. Per questo vogliono criminalizzare la protesta sociale.</span></div>
</div>
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<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">È un errore pensare che queste norme liberticide riguardino solo piccole minoranze. Stanno riducendo le libertà democratiche di tutte e tutti.</span></div>
</div>
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<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">E non c&#8217;è ancora il premierato!</span></div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: medium;">*Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista</span></div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>#referendumcittadinanza</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Sep 2024 13:56:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* Rifondazione Comunista ha aderito al referendum che avverrà su piattaforma elettronica, per modificare la vetusta legge sulla cittadinanza e ridurre i tempi per l&#8217;ottenimento di tale requisito. I tempi sono strettissimi, si potrà firmare fino al 30 settembre, ma la campagna che si è lanciata potrebbe permettere il raggiungimento di tale risultato e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: medium;">Stefano Galieni*</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">Rifondazione Comunista ha aderito al referendum che avverrà su piattaforma elettronica, per modificare la vetusta legge sulla cittadinanza e ridurre i tempi per l&#8217;ottenimento di tale requisito. I tempi sono strettissimi, si potrà firmare fino al 30 settembre, ma la campagna che si è lanciata potrebbe permettere il raggiungimento di tale risultato e avrebbe il pregio di riportare nel dibattito pubblico un tema che è stato finora rimosso. Chiediamo ad iscritte/i e simpatizzanti di firmare il referendum, lo si può fare attraverso i canali social o cliccando nell&#8217;apposito riferimento contenuto nel testo che segue. Il testo è illustrativo, è stato realizzato dai promotori, associazioni di cittadine/i che seguono il tema, spesso composte da persone che hanno faticato non poco ad acquisire la cittadinanza ma anche persone che ancora sono prive di tale diritto. A promuovere la campagna ci sono poi associazioni di diversa composizione e ancora pochi partiti politici fra cui il nostro.  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Responsabile nazionale immigrazione PRC-S.E.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>R</em>Grazie a questo referendum verranno ridotti da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana che, una volta ottenuta, sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni. Questa semplice modifica rappresenterebbe una conquista decisiva per la vita di molti cittadini di origine straniera (secondo le stime si tratterebbe di circa 2.500.000 persone) che, in questo Paese, non solo nascono e crescono, ma da anni vi abitano, lavorano e contribuiscono alla sua crescita. Partecipare agevolmente a percorsi di studio all&#8217;estero, rappresentare l&#8217;Italia nelle competizioni sportive senza restrizioni, poter votare, poter partecipare a concorsi pubblici come tutti gli altri cittadini italiani. Diritti oggi negati. Il Referendum vuole allineare l&#8217;Italia ai  maggiori paesi europei che hanno già compreso come promuovere diritti, tutele e opportunità garantisca ricchezza e crescita per l’intero Paese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Siamo figlie e figli d’Italia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>L’obiettivo è raccogliere 500.000 firme entro il 30 settembre. Si firma online con spid o carta di identità elettronica sulla piattaforma del governo </b><a href="https://pnri.firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/1100000">FIRMA QUI</a><b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Cosa dice il quesito?</b> Il quesito mira a modificare l’articolo 9 della legge n. 91/1992 per ridurre da 10 a 5 anni il termine di soggiorno legale ininterrotto in Italia ai fini della presentazione della domanda di concessione della cittadinanza da parte dei maggiorenni. In Italia la legge era già così dal 1865 al 1992 quando la legge n.91 ha introdotto una irragionevole penalizzazione dei cittadini extra Ue.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Che differenza c’è tra questa proposta e ius soli e ius scholae? </b>Lo ius soli riguarda solo chi nasce in Italia (circa 500mila persone all’anno), lo ius scholae solo chi completa un ciclo di studi di 5 anni (circa 135mila persone all’anno), questa proposta riguarda le persone che risiedono legalmente in Italia da almeno 5 anni e i rispettivi figli minori (circa 2,5 milioni di persone).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Dimezzando gli anni di residenza legale si regala la cittadinanza?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">No. La concessione della cittadinanza non è un automatismo: oltre alla residenza ininterrotta in Italia (che questo Referendum propone di ridurre a 5 anni) resterebbero invariati gli altri requisiti già stabiliti dalla normativa vigente e dalla giurisprudenza, quali: la conoscenza della lingua italiana, il possesso di adeguate fonti economiche, l’idoneità professionale, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Come funziona nel resto d’Europa?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il referendum cittadinanza allineerebbe l’Italia alle altre normative europee. In nessun paese dell’Unione è previsto un termine di legale soggiorno di 10 anni come è oggi in Italia. La Germania all’inizio del 2024 ha approvato una legge che coincide con le richieste di questo referendum e che ha stabilito il termine di 5 anni di residenza per l’ottenimento della cittadinanza. Lo hanno fatto semplicemente per riconoscere il contributo che molti cittadini stranieri danno alla crescita del Paese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>IL QUESITO </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Riduzione a 5 anni di residenza legale del termine per la concessione della cittadinanza italiana ai cittadini extraUE </b><b></b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Volete voi abrogare l&#8217;articolo 9, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole &#8220;adottato da cittadino italiano&#8221; e &#8220;successivamente alla adozione&#8221;;</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">nonché la lettera f), recante la seguente disposizione: “f) allo straniero che risiede legalmente da almeno 10 anni nel territorio della Repubblica. ”,  della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>PARTNER</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il comitato promotore è aperto alle adesioni di qualsiasi organizzazione voglia aiutare la campagna di raccolta firme. Finora hanno aderito le associazioni:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Italiani senza cittadinanza, CoNNGI, Idem Network, Libera, Gruppo Abele, Società della Ragione, A Buon Diritto, ARCI, ActionAid, Cittadinanza Attiva, Recosol, InOltre Alternativa progressista, InMenteItaca</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E hanno aderito i partiti: +Europa, Possibile, Partito socialista italiano, Radicali italiani, Rifondazione comunista</span></p>
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		<title>per Mario Brunetti</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Aug 2024 17:09:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Scuola di lotta]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Giovanni Russo Spena Quest&#8217;anno &#8220;Itinerari gramsciani&#8221; a Plataci non si terrà, purtroppo. Il suo ideatore, il suo appassionato organizzatore , Mario Brunetti, poche ore fa, è morto. Ho conosciuto Mario nel 1972, quando fummo, insieme a Vittorio Foa, Pino Ferraris, , Silvano Miniati, Domenico Jervolino, Giangiacomo Migone , tra le altre e gli altri, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Giovanni Russo Spena</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quest&#8217;anno &#8220;Itinerari gramsciani&#8221; a Plataci non si terrà, purtroppo. Il suo ideatore, il suo appassionato organizzatore , Mario Brunetti, poche ore fa, è morto. Ho conosciuto Mario nel 1972, quando fummo, insieme a Vittorio Foa, Pino Ferraris, , Silvano Miniati, Domenico Jervolino, Giangiacomo Migone , tra le altre e gli altri, fondatori del Nuovo Psiup/Sinistra Mpl e, poi, del Pdup, con le compagne e i compagni de &#8220;il manifesto&#8221;. Sini al percorso che portò a Democrazia Proletaria. Mario è stato, per me, un fratello maggiore; mi ha insegnato tanto. La sua splendida famiglia è stata (ed è) la mia famiglia. Evito qui elogi funebri, che Mario, sempre così sobrio, non amava. Ricordo solo che è stato un parlamentare importante, un coerente partigiano della Costituzione. Ha interpretato la sua funzione non solo come raffinato conoscitore e studioso delle aule e delle commissioni parlamentari, ma, soprattutto, nelle strade, nei luoghi di lavoro e della mancanza di lavoro, nei villaggi sperduti della globalizzazione, in Italia, come nell&#8217;America Latina, come nel Medio Oriente. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nei luoghi delle ingiustizie e delle diseguaglianze, nei meandri del dolore, negli spazi delle lotte , delle rivolte, delle ribellioni. Abbiamo scritto insieme articoli, saggi per Sinistra Meridionale, che è l&#8217;amata creatura editoriale di Mario.  Rigoroso e lucidissimo intellettuale, arbereshe. Stavamo, in questi giorni, discutendo di un convegno per sottolineare i danni che l&#8217;&#8221;autonomia differenziata&#8221; avrebbe prodotto per il Sud : una sorta di discussione /inchiesta popolare , come facemmo, guidati da Pino Ferraris, all&#8217;epoca della &#8220;rivolta&#8221; di Reggio Calabria. Mario è, infatti, un padre del meridionalismo contemporaneo. Un meridionalismo gramsciano, come ripeteva con convinzione. E si arrabbiava con noi, donne e uomini di sinistra, perché avevamo, sosteneva, sostanzialmente rimosso il Mezzogiorno dalle nostre strategie. &#8220;Il Sud non è un orpello; è centrale per pensare la rivoluzione&#8221;, ci ripeteva con accorata testardaggine. Mario ha formato, culturalmente e politicamente, tante ragazze e tanti giovani  che saranno i nuovi meridionalisti. Intanto, mi sento (ci sentiamo), oggi, spaesati, molto soli. Senza Mario, orgogliosamente e liberamente comunista</span></p>
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		<title>Referendum abrogativo dell’Autonomia Differenziata, perché è fondamentale andare a votare</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jul 2024 22:04:03 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Stefano Galieni* “Volete voi che sia abrogata la legge 26 giugno 2024, n. 86, Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”? Questo il quesito su cui si sono iniziate a raccogliere, dal 20 luglio scorso, le firme necessarie per svolgere un referendum abrogativo della cosiddetta [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Stefano Galieni*</strong></p>
<p>“Volete voi che sia abrogata la legge 26 giugno 2024, n. 86, Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”? Questo il quesito su cui si sono iniziate a raccogliere, dal 20 luglio scorso, le <strong>firme necessarie per svolgere un <a href="https://referendumautonomiadifferenziata.com/">referendum abrogativo della cosiddetta “Legge Calderoli”,</a></strong> già in vigore, con cui ci si è deciso di differenziare i diritti fondamentali delle persone in base alla loro regione di residenza e, di conseguenza, della ricchezza prodotta dal territorio.</p>
<p>Un tema su cui si discute da anni e sovente imbrogliando i cittadini. In pratica per una serie di materie, 23, fra cui scuola, sanità, lavoro, si mira a rendere più garantito chi già lo è, togliendo risorse a chi è già in condizioni di disagio. La proposta nasce dalle velleità separatiste 2.0 della Lega, ma ha incontrato, neanche tanto tempo fa, il placet anche di presidenti di regione del centro sinistra, come Stefano Bonaccini in Emilia – Romagna, che si è limitato a proporre piccole modifiche di facciata. E per tempo si sono confrontate due diverse scuole di pensiero: chi pensava alla possibilità di emendare e rendere meno drastici gli effetti dell’autonomia e chi invece ha ben compreso che non esistevano spazi di mediazione. Alla fine il testo Calderoli, approvato in Parlamento, necessitava di un’opposizione radicale e diretta, sia per ragioni di semplificazione del quesito da sottoporre al giudizio delle cittadine e dei cittadini, sia perché non c’era nulla di riformabile. L’avevano ben capito coloro che diedero vita in tempo al “Comitato per il NO a qualsiasi tipo di Autonomia Differenziata”, tanto è che chi sta andando a firmare, nei banchetti presenti col caldo torrido in tutto il Paese o, finalmente, avvalendosi della tecnologia digitale con lo Spid, sta dimostrando di non avere dubbi.</p>
<p>Grazie all’attivazione, dopo 4 anni di attesa, della piattaforma digitale sul sito del Ministero della Giustizia per la firma online dei referendum, il successo ha stupito gli stessi organizzatori. Mentre scriviamo ci giunge notizia che <strong>in 10 giorni sono state già raggiunte 500 mila firme</strong>. Ne serviranno altre, magari anche il doppio per ottenere due risultati: evitare il rischio di invalidamento ma, soprattutto poter spiegare alle persone, continuando a fare i banchetti di raccolta, l’importanza vitale che ha tanto la firma quanto recarsi e far recare le persone a votare. Essendo un referendum costituzionale per essere valido deve votare almeno il 50% + 1 di chi ha diritto ed è facile che fra le destre si sviluppi una campagna astensionista.</p>
<p>Entusiasta <strong>Marina Boscaino, portavoce del Comitato contro ogni autonomia differenziata</strong>, che abbiamo raggiunto e che così si è pronunciata: «Il successo straordinario della raccolta firme online per celebrare entro la primavera il referendum  abrogativo della legge Calderoli, la 86/2024, ci deve far riflettere su alcune cose fondamentali: innanzitutto su una rinnovata voglia dei cittadini e delle cittadine di essere protagonisti/e, di riconquistare i propri spazi di partecipazione e la propria libertà. Un buon segno e una buona prospettiva per il futuro. In secondo luogo, su quanto siano tenaci nel nostro Paese – al netto di individualismo, disillusione, antipolitica – alcune principi fondamentali, come l’unità delle Repubblica e l’uguaglianza dei diritti. Ancora: il fatto che la firma online abbia fatto registrare questa eccezionale impennata deve prepararci alla sorpresa che avremo rispetto alla raccolta nelle piazze, nelle strade, a contatto con la gente: banchetti affollatissimi, grande voglia di comunicare, entusiasmo per l’iniziativa. Infine: tutto ci conferma che i quasi sei anni di lavoro che i Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata hanno svolto incessantemente per formare e (contro)informare le persone sulla (contro)riforma eversiva dell’Autonomia Differenziata sono serviti a qualcosa. Silenzio e inconsapevolezza sono oggi acqua passata, grazie anche all’iniziativa referendaria promossa dalla CGIL. Non perdiamo questa straordinaria occasione, firmiamo e facciamo firmare. Una firma li ferma».</p>
<p>Sperando che la Corte di Cassazione consideri valido il quesito referendario, sorge ora un altro ostacolo da affrontare per ottenere un’ampia partecipazione. Difficile che “TeleMeloni” offra ampio spazio alla campagna referendaria. Nonostante il corpo elettorale del centro destra non sia così entusiasta della legge Calderoli, i cui effetti entrando in vigore, creeranno anche scenari di crisi, lo scambio è stato già fatto: l’Autonomia Differenziata è il dazio da pagare a Salvini per ottenere il via libera rispetto al premierato, altro gravissimo colpo alla Costituzione su cui presto ci si dovrà misurare, sempre mediante referendum. Ma come convincere chi è profondamente preda del clima di sfiducia verso la politica tout court – si veda l’affluenza alle urne per le recenti elezioni europee? Occorre spiegargli i guasti che l’Autonomia introduce e che penalizzerà anche le cosiddette regioni ricche, soprattutto nel vasto stato delle persone in povertà assoluta o relativa che cresce costantemente nel Paese. <strong>Vanno lanciate parole chiare e semplici per motivare le persone a recarsi al voto, perché dai risultati dipenderà il futuro anche delle nuove generazioni</strong>.</p>
<p>A parte l’assurda inutilità di ridurre uno Stato piccolo come l’Italia a 21 staterelli, le cui condizioni di vita cambieranno varcando il confine, come spiegarlo con esempi convincenti? <strong>La secessione che si va attuando, se non si vince il referendum sarà quella dei ricchi</strong>. Porterà a <strong>privatizzare </strong>servizi essenziali a smantellare il Servizio Sanitario Nazionale, a rendere anche il diritto allo studio una variabile legata alle risorse. L’autonomia, come afferma la vulgata, non colpirà unicamente il Sud – che sicuramente ne pagherà le conseguenze peggiori –  ma ogni provincia italiana ha al proprio interno dei “sud” in cui sono assicurati meno servizi, in cui si investe di meno e solo secondo la logica del profitto. La creazione di una cornice normativa differenziata – “più complessa e disomogenea”, come ha affermato la Banca d’Italia – rallenterà investimenti e capacità delle imprese più piccole di far fronte ad un mosaico di leggi per chi operi produttivamente su più regioni, con un aumento esponenziale di costi amministrativi ed economici, cui difficilmente potranno far fronte.</p>
<p>Ma forse l’esempio migliore, per spiegare il senso di questo mostro giuridico, lo ha proposto, con amara ironia Alessandro Robecchi su “Il Fatto Quotidiano” il 3 luglio scorso parlando di “Anarchia differenziata fra staterelli litigiosi”. Spiega lo scrittore: «Ancora non sono stati definiti i LEP., che significa Livelli Essenziali di Prestazione, cioè un minimo sindacale sotto il quale non si può andare. Esempio: ti sloghi una caviglia in Veneto e viene a prenderti un elicottero con le pale in cristalli Svarowski e due infermiere finaliste di miss Universo, ma se la caviglia te la sloghi in Molise potrebbero abbatterti sul posto con una pietosa fucilata». E ancora, « Naturalmente non sono sfuggite all’acuto legislatore alcune materie come finanza pubblica, sistema tributario, previdenza, casse di risparmio eccetera eccetera, così che uno dovrà andare in giro con documenti che attestano la sua appartenenza a una determinata regione, e in base a quelli avrà diversi trattamenti, sia fiscali che pensionistici. Una cosa che prelude a interessanti scambi di prigionieri in caso di guerre interregionali: settantadue pensionati lucani in cambio di un pensionato lombardo. La cosa più divertente della riforma è l’istituzione di una Cabina di Regia del governo nazionale in cui una manciata di burocrati di nomina politica potranno dire cosa è esagerato, in quella deliziosa anarchia, e cosa no. Per esempio, quando abbatteranno a fucilate (LEP) quello che si è slogato una caviglia in Molise o si è tagliato un dito nelle Marche, decideranno il calibro, l’ora dell’esecuzione, e se sia lecito avvertire i parenti».</p>
<p>Potrebbe essere ironia o un pericoloso suggerimento. Nel dubbio firmate, c’è tempo fino al 30 settembre.</p>
<p>*da Pressenza</p>
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		<title>Meloni e i pieni poteri. Dialogo fra costituzionalisti</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2024 20:57:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giovanni Russo Spena* Toglie ancora più autonomia al Parlamento, riduce il ruolo del presidente della Repubblica a quello di un notaio. Il premierato è una riforma “eversiva” rispetto alla nostra Costituzione? Mentre oggi, 2 aprile, riprende in commissione Affari costituzionali del Senato l’esame del ddl, diamo la parola ai costituzionalisti Giovanni Russo Spena e Gaetano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: medium;"><strong>Giovanni Russo Spena*</strong></span></div>
<div></div>
<div><span style="font-size: medium;">Toglie ancora più autonomia al Parlamento, riduce il ruolo del presidente della Repubblica a quello di un notaio. Il premierato è una riforma “eversiva” rispetto alla nostra Costituzione? Mentre oggi, 2 aprile, riprende in commissione Affari costituzionali del Senato l’esame del ddl, diamo la parola ai costituzionalisti Giovanni Russo Spena e Gaetano Azzariti</span></div>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Giorgia Meloni illustra, con orgoglio autoreferenziale, il proprio progetto di riforma costituzionale come “l’arrivo della Terza Repubblica”. Non ha tutti i torti. Sembra a me, infatti, un percorso eversivo della nostra Costituzione. Eversivo anche nel procedimento. Calamandrei ammoniva che, quando si dibatte di riforme costituzionali, bisogna farlo in Parlamento e i banchi del governo devono essere vuoti. Ora, invece, Meloni convoca, propone, detta tempi e modi. Le opposizioni parlamentari appaiono inerti.</strong></span><br />
<span style="font-size: medium;">È passata un’era geologica da quando Piero Calamandrei teorizzava che il governo dovesse rimanere estraneo ad ogni discussione sulla Costituzione. Ora siamo giunti a definire una procedura per la modifica della Costituzione diretta espressione del governo. Un ribaltamento. I passaggi che ci hanno portato sin qui sono diversi. Vale la pena ricordarli. Prima, negli anni 90, i tentativi di deroga della procedura ordinariamente prevista in Costituzione (art. 138), utilizzando le bicamerali cui assegnare compiti di modifica della intera seconda parte della Costituzione; poi l’approvazione a stretta maggioranza di riforme di grande rilievo (a partire dal Titolo V); infine l’assunzione diretta dei leaders di governo di progetti di stravolgimento della Costituzione (prima Berlusconi, poi Renzi). È segno di un cambiamento di cultura costituzionale: dalle costituzioni intese come pactum unionis a garanzia del pluralismo e dei conflitti che attraversano le società, alle costituzioni intese come decisione politica fondamentale che esprime la volontà di una contingente maggioranza parlamentare. In questo secondo scenario è chiaro che le opposizioni poco contano, anzi tendenzialmente nulla. Per fortuna la nostra Costituzione – ispirata al primo e non al secondo modello – ancora prevede alcune garanzie per evitare che tutto sia in mano alle maggioranze di turno. Forse non si può più confidare molto sulla garanzia espressa dal quorum necessario della maggioranza assoluta dei componenti delle due Camere per l’approvazione della riforma in Parlamento (che, vigente un sistema proporzionale, almeno assicurava la corrispondenza della volontà parlamentare con la volontà della maggioranza degli elettori), quanto si può guardare al referendum che può essere richiesto se non si raggiunge la più elevata maggioranza dei due terzi dei suoi componenti in Parlamento. Non è bello dirlo, ma penso che le opposizioni dovranno puntare a convincere dei pericoli della riforma più il corpo elettorale che non l’attuale maggioranza. Mentre il primo, che pure è certamente frastornato dalla confusa propaganda sull’elezione del capo, può ascoltare le ragioni del dissenso, la seconda mi sembra decisa ad ottenere il risultato e poco propensa al confronto. Ciò ovviamente non vuol dire che non sia necessaria una chiara opposizione in tutte le sedi istituzionali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Le Costituzioni vanno valutate a partire dal proprio impianto complessivo e dalla architettura di valori e diritti. La proposta di “premierato”, allora, va letta in un combinato disposto sia con la legge elettorale maggioritaria, con il 55 per cento dei seggi assegnati alle liste collegate al vincitore del plebiscito (forse portata in Costituzione), sia con il progetto di “autonomia differenziata”. Un Paese diviso, ha bisogno, secondo il governo, di un comando centrale “forte”. La democrazia parlamentare, di rappresentanza, vira verso la democrazia di investitura. Che appare uno strumento disciplinare di massa; non più partecipazione democratica, ma una delega assoluta quinquennale di un popolo inerte.</strong></span><br />
<span style="font-size: medium;">Il compromesso tra Lega e Fratelli d’Italia, la prima fautrice della più radicale forma di autonomia differenziata, la seconda della elezione diretta del presidente della Repubblica (oggi del premier), trova la sua sintesi in una comune visione di accentramento dei poteri, ora nelle mani del c.d. “governatore”, a scapito degli altri enti locali, delle città e degli stessi sindaci, ora nelle mani del capo del governo a scapito degli altri organi costituzionali, dal Parlamento al presidente della Repubblica garante. In entrambi i casi la partecipazione popolare viene considerata un ostacolo. La prospettiva è quella di conferire il potere e poi lasciare governare chi è stato investito. Non si avverte neppure l’esigenza che chi governa deve farlo in nome almeno della maggioranza della popolazione, lasciando aperti i canali delle opposizioni e della dialettica politica. Basta trovare un meccanismo di traduzione dei voti in seggi che assicurino una maggioranza assoluta a chi governa, possibilmente indisturbato, per il più lungo tempo possibile. Così si spiega la previsione di una unica elezione che assicuri non solo la scelta del capo, ma anche una sicura maggioranza parlamentare al suo seguito. Anche se dovesse essere espressione di una (relativamente) piccola minoranza di elettori. Oggi abbiamo già un Parlamento al servizio del governo, subissato da decreti legge e obbligato a votare continue fiducie, domani la dipendenza sarà ancora più forte dovendo sottostare ad un presidente eletto direttamente dal popolo. Senza neppure più la possibilità di cambiare governo e maggioranze. La norma c.d. “antiribaltone” sottrae al Parlamento ogni autonomia di indirizzo politico. Forse ogni autonomia, tout court.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Quale sarà la funzione del presidente della Repubblica? Non sarà sempre più evanescente? E il Parlamento non diventerà ornamentale? Comuni, Regioni, e ora premierato: tutta la complessa architettura costituzionale vedrebbe la prevalenza assoluta di governabilità fondata quasi esclusivamente sugli esecutivi… Il premier eletto dal popolo e il Parlamento insieme vivono e insieme cadono.</strong></span><br />
<span style="font-size: medium;">Non v’è dubbio che la figura del nostro presidente della Repubblica verrebbe ad essere travolta, sostituita da un’altra. Le affermazioni che si sentono ripetere secondo cui non si toccano i poteri attuali del capo dello Stato è pura retorica. Basta pensare che i due poteri che valgono a caratterizzare il presidente della Repubblica sono quelli di incarico e poi nomina del presidente del Consiglio e quello di scioglimento del Parlamento. Ora, l’uno si annulla, il presidente dovrà conferire l’incarico di formare il governo al premier eletto; così come dovrà sciogliere le Camere nei due casi già definiti in Costituzione (doppia sfiducia al premier eletto o di chi lo sostituisce della stessa maggioranza). Insomma, un notaio e non più un potere di garanzia e intermediazione, “reggitore degli stati di crisi”. In sintesi, potremmo dire che se oggi il Parlamento ha difficoltà ad affermare il proprio ruolo e la sua autonomia, domani avremmo compiuto l’intero percorso ed esso non avrà più nessun ruolo autonomo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Giorgia Meloni afferma che andrà avanti anche da sola, con la sua maggioranza (che, sul tema, comprende anche Renzi, ovviamente). Settori dell’opposizione parlamentare ipotizzano una mediazione aggiungendo al progetto Meloni l’istituto della “sfiducia costruttiva”. Io ritengo che il progetto sia non emendabile, anche perché è frutto di una logica di revisionismo storico contro la Liberazione antifascista, vero cemento della Repubblica.  Dovremo sin da ora prepararci: opposizione in Parlamento, campagna civica, comitati per il referendum…</strong></span><br />
<span style="font-size: medium;">La battaglia parlamentare va combattuta. Non fosse altro per fare emergere le ragioni dell’opposizione all’attuale disegno di riforma costituzionale. Più che cercare di emendare l’attuale testo (sono d’accordo con te, difficilmente migliorabile), bisognerebbe far emergere un’altra idea di riforma della nostra forma di governo. Denunciare la debolezza del Parlamento, individuare le misure istituzionali che potrebbero favorire un recupero della sua centralità, proporre un riequilibrio tra governo, Parlamento e capo dello Stato, introdurre misure per assicurare in altro modo tanto la stabilità di governi, quanto la rappresentatività effettiva dei parlamenti e dei nostri rappresentanti, modificare le regole della rappresentanza politica (il sistema elettorale) e riflettere sulle forme della rappresentanza sociale (partiti e partecipazione alla vita politica). Insomma, c’è molto lavoro da fare. Se poi si arriverà al referendum avremmo almeno contribuito a preparare il terreno, per evitare il peggio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>*Questo articolo è stato pubblicato nel <a href="https://left.it/left-n-12-dicembre-2023/">numero di dicembre 2023</a> di Left dal titolo “Re Giorgia”</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Illustrazione di Marilena Nardi</em></span></p>
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		<title>Luigi Ferrajoli: Presidenzialismo italiano e mistificazioni ideologiche</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 23:54:10 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Due fattori della crisi odierna della rappresentanza politica – La proposta di una riforma in senso presidenziale del nostro sistema politico è il punto di arrivo di una crisi della democrazia politica che in Italia prosegue ininterrotta da oltre 30 anni. Fino alla fine degli anni Ottanta la rappresentanza politica è stata mediata, organizzata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: medium;">1. Due fattori della crisi odierna della rappresentanza politica – </span></strong><span style="font-size: medium;">La proposta di una riforma in senso presidenziale del nostro sistema politico è il punto di arrivo di una crisi della democrazia politica che in Italia prosegue ininterrotta da oltre 30 anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Fino alla fine degli anni Ottanta la rappresentanza politica è stata mediata, organizzata e garantita, in Italia, dal radicamento sociale dei partiti, i quali sono stati i principali strumenti e fattori della costruzione della nostra democrazia. La crisi è stata provocata, fin dagli ultimi anni del secolo scorso, dalla crescente separazione dei partiti dalle loro basi sociali: per la loro integrazione nelle istituzioni pubbliche fino a confondersi con esse; per la loro trasformazione da associazioni diffuse sul territorio in vaghi e generici partiti d’opinione; per la loro perdita di progettualità politica e di capacità di coinvolgimento ideale e di aggregazione sociale; per la loro sordità, il loro disinteresse e talora la loro ostilità ai movimenti sociali; per il venir meno del loro ruolo di luoghi di aggregazione collettiva e di partecipazione popolare alla formazione dei programmi e delle scelte politiche; per il mutamento intervenuto nelle forme della comunicazione politica, sempre più affidate agli ascolti televisivi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I fattori di questa crisi dei partiti di massa e conseguentemente della rappresentanza è stata determinata da due fenomeni degenerativi. Il primo fattore è stato la verticalizzazione e la personalizzazione della rappresentanza politica, cioè la sua identificazione con i leader – capi di Stato o di governo e leader di partito – e la trasformazione del nostro sistema politico in quella che è stata chiamata la “democrazia del leader”, formata da “partiti personali”[1]. Il secondo fattore di crisi è la sostanziale subalternità dei poteri politici ai poteri economici, generata da un lato dall’asimmetria tra il carattere globale dei secondi e il carattere locale dei primi e, dall’altro, dalla singolare alleanza prodottasi tra liberismo e populismi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I due fenomeni, come cercherò di mostrare, sono connessi, ma meritano di essere analizzati separatamente. Il loro esito estremo è l’“autocrazia elettiva” [2]. In Italia è il presidenzialismo nella sua forma peggiore: quella dell’elezione diretta del premier, prescelta dall’attuale governo anche perché più alla portata dell’attuale presidentessa del consiglio. Ne conseguirebbe la neutralizzazione della figura del Presidente della Repubblica e del rapporto di fiducia del premier eletto con il Parlamento, nel quale, peraltro, egli godrebbe della maggioranza assoluta dei seggi benché votato dalla maggioranza solo relativa degli elettori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>2. Il primo fattore: la rappresentante politica concentrata in un capo e la crisi del pluralismo politico e istituzionale</strong> – Il primo dei due fattori di crisi della rappresentanza è stato determinato da un’antica perversione ideologica, nel senso comune e nello spirito pubblico, dell’idea stessa di rappresentanza e di democrazia politica. Si tratta di una deformazione di carattere concettuale, che ha le sue origini nella concezione del “capo” tipica del fascismo e sostanzialmente ereditata da gran parte dei populismi, incluso il populismo post-fascista attualmente al governo. Essa consiste nell’idea, sottostante alla progettata riforma, del capo come rappresentante organico del popolo e sua incarnazione più o meno carismatica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quest’idea deformata della rappresentanza politica ha un sicuro precedente nella costruzione del “führerprinzip” ad opera di Carl Schmitt. I passi compiuti da Schmitt in direzione di tale deformazione sono, sommariamente, tre. Il primo passo è l’idea che le decisioni della maggioranza di governo, nonché del capo della maggioranza e dell’esecutivo, rifletterebbero la volontà della maggioranza degli elettori, al di là delle mediazioni parlamentari tra i diversi interessi rappresentati. Il secondo passo è l’identificazione della maggioranza con il popolo intero, in forza della tesi che la minoranza, avendo partecipato alle elezioni e accettato il loro risultato, ha fatto propria la volontà della maggioranza. Il terzo passo suggerito da questa concezione populista e organicista della rappresentanza è l’idea che il capo della maggioranza, in quanto legittimato dalle elezioni e perciò dalla sovranità popolare, si identificherebbe con la sua maggioranza e sarebbe quindi il rappresentante organico del popolo o se si preferisce della Nazione: in breve l’espressione diretta della volontà della maggioranza quale volontà del popolo intero, che in quanto volontà unitaria può essere espressa solo dal capo della maggioranza [3].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E’ chiaro che questa concezione della rappresentanza politica ha un’inevitabile valenza totalitaria. Il suo presupposto è l’idea, autoritaria e illiberale, del demos come entità omogenea, in rapporto di opposizione e di esclusione con gli altri popoli ma anche con quanti, rispetto a questa supposta omogeneità, sono differenti o dissenzienti e perciò </span><span style="font-size: medium;">virtualmente nemici [4]. Al di là di questo suo nefasto presupposto, questa costruzione ideologica, come ha mostrato Hans Kelsen, scambia la realtà con l’“ideologia”, cioè la “finzione politica” della rappresentanza con l’idea che gli eletti rappresentino realmente la volontà popolare o anche solo la volontà della maggioranza [5]. Ancor più ideologica e mistificante è la raffigurazione del presidente eletto dal popolo come espressione della nazione, come oggi piace dire alla nostra presidentessa del consiglio. L’ideologia che scambia l’elezione del premier con una forma più diretta di democrazia è insomma il frutto della doppia confusione tra il capo della maggioranza e la maggioranza medesima e tra questa e il popolo intero.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Alla base di questa ideologia c’è ovviamente l’avversione o comunque la diffidenza nei confronti delle mediazioni rappresentative – della mediazione partitica a livello sociale e di quella parlamentare a livello istituzionale – tra rappresentati e rappresentanti. E’ questo il sottofondo autoritario dell’opzione della nostra destra per il sistema presidenziale: alla sua base c’è il rifiuto delle mediazioni, e perciò la raffigurazione del presidente o del premier eletto dal popolo come espressione diretta ed organica della volontà popolare e, insieme, come garante dell’unità nazionale, in grado addirittura di bilanciare – come spesso si dice, senza spiegare perché – le tendenze centrifughe generate dalle scelte federaliste o comunque fortemente autonomiste come quelle progettate in Italia con la cosiddetta “autonomia differenziata”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E’ invece evidente che un organo monocratico non può per sua natura rappresentare, come avviene invece con il parlamento, la pluralità delle forze e degli interessi in conflitto nella società, ma al massimo la parte vincente nelle elezioni. “Significa scambiare l’ideologia con la realtà” – scrisse Kelsen in polemica con Schmitt, che sulla base dell’“‘omogenea, inscindibile unità di tutto il popolo tedesco’ cui si richiama il preambolo della costituzione” di Weimar, basava la concezione del “presidente del Reich” come potere neutrale e “custode della costituzione” – “voler vedere nell’istituto del capo dello stato non soltanto il simbolo di una unità dello stato postulata sul piano etico‐politico ma il prodotto o il fattore di un’unità reale, nel senso di una effettiva solidarietà d’interessi” [6].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“In termini pseudo‐democratici”, aggiunse Kelsen, “la formula del presidenzialismo suona press’a poco così: il popolo che forma lo Stato è un collettivo unitario omogeneo e ha quindi un interesse collettivo unitario che si esprime in una volontà collettiva unitaria.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Questa volontà collettiva che sta al di là dei contrasti d’interessi e quindi al di sopra dei partiti politici è la vera volontà dello Stato: non è creata dal parlamento, il quale è lo scenario dei contrasti d’interesse, dello smembramento partitico&#8230; Ne è artefice e strumento il capo dello stato”. Ebbene, conclude Kelsen, “il carattere ideologico di questa interpretazione è palese”, dato che tale “volontà collettiva” non esiste, e la sua assunzione serve solo a “mascherare il contrasto d’interessi, effettivo e radicale, che si esprime nella realtà dei partiti politici e nella realtà, ancor più importante, del conflitto di classe che vi sta dietro” [7]. E’ quanto è accaduto in Italia, dove questa corruzione dell’immaginario collettivo è stata favorita dal metodo elettorale maggioritario e dall’abbandono del metodo proporzionale, che favorisce al contrario il pluralismo politico, cioè lo sviluppo dei partiti e, per il loro tramite, la rappresentanza di interessi sociali e di opzioni politiche diverse e tra loro in conflitto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’idea dell’onnipotenza della maggioranza impersonata da un esecutivo forte, o peggio da un leader quale rappresentante diretto ed autentico del popolo sovrano, è pertanto la negazione del paradigma della democrazia costituzionale. Sotto due aspetti: in primo luogo per la tendenziale negazione o comunque l’indebolimento del pluralismo politico e la sostanziale svalutazione delle minoranze in favore della centralità del capo; in secondo luogo per la tendenziale insofferenza anche per il pluralismo istituzionale, cioè per la separazione dei poteri e per i limiti e i vincoli imposti dalla Costituzione ai poteri di governo. Tutto il sistema politico ne risulta squilibrato: con il premierato elettivo, forte di una maggioranza del 55% dei rappresentanti ottenuta con una maggioranza relativa che può essere anche soltanto di un terzo degli elettori, tutte le istituzioni di garanzia – il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, le autorità indipendenti – sono destinate ad essere controllate dalla maggioranza e dal suo capo e quindi a perdere il loro ruolo di garanzia; tanto più se si considera la voracità esibita dall’attuale destra di governo nell’occupare l’intero apparato statale. La riforma costituzionale in discussione, in breve, è la versione odierna, in termini pseudo‐democratici, di un’idea vecchissima nella storia del pensiero politico: l’idea del governo degli uomini migliori, contrapposta al governo delle leggi e criticata già da Platone e da Aristotele [8].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">C’è un passo bellissimo di Kelsen, che non mi stanco di ricordare, contro questa tentazione del governo degli uomini che sempre si ripropone nei momenti di crisi: “L’idea di democrazia implica assenza di capi. Interamente nel suo spirito sono le parole che Platone, nella sua Repubblica (III, 9) fa dire a Socrate, in risposta alla questione sul come dovrebbe essere trattato, nello Stato ideale, un uomo dotato di qualità superiori, un genio, insomma: ‘Noi l’onoreremmo come un essere degno d’adorazione, meraviglioso ed amabile; ma dopo avergli fatto notare che non c’è uomo di tal genere nel nostro Stato, e che non deve esserci, untogli il capo ed incoronatolo, lo scorteremmo fino alla frontiera” [9].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Questa centralità del capo nell’ideologia politica della destra italiana svela peraltro un ulteriore motivo specifico, estremamente inquietante, che è alla base della progettata riforma. La volontà da cui questa è animata è la rifondazione della Repubblica su basi opposte a quelle sulle quali è nata: non più l’antifascismo e la lotta di liberazione dall’occupazione nazista, ma la vecchia idea della massima concentrazione dei pubblici poteri nella figura del capo del governo. E’ in questa mutazione non soltanto dell’assetto costituzionale, ma dell’identità stessa della Repubblica, che si manifesta l’ambizione della destra, attualmente vincente, di superare il vecchio complesso di inferiorità e di sostituire, con un voto di maggioranza, una sua qualche egemonia culturale a quella della sinistra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>3. Il secondo fattore della crisi: il ribaltamento del rapporto tra economia e politica, in danno delle due dimensioni, quella formale e quella sostanziale, della democrazia costituzionale</strong> – Purtroppo questa idea della centralità del capo che informa questa progettata mutazione della nostra democrazia favorisce, di fatto, un risultato esattamente opposto a quello rivendicato dalla propaganda nazionalista e sovranista: la massima subalternità della politica e della sfera pubblica alla volontà dei grandi poteri economici e finanziari, per di più in prevalenza stranieri. Questo risultato perverso è dovuto al secondo fattore che ho all’inizio indicato come responsabile della crisi della rappresentanza politica: nell’età della globalizzazione, non è più la politica che governa l’economia, ma viceversa. La centralità dell’esecutivo e la sua tendenziale identificazione con il presidente del consiglio favorisce enormemente questo ribaltamento del rapporto tra politica ed economia e la conseguente riduzione, oltre che della dimensione formale o politica, anche della dimensione sostanziale della democrazia costituzionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La subalternità della politica all’economia, ovviamente, non è un fenomeno nuovo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Essa è un elemento intrinseco del capitalismo. Ne hanno dato testimonianza due presidenti degli Stati Uniti del secolo scorso. “Uno dei fenomeni più allarmanti del nostro tempo”, affermò Woodrow Wilson più di un secolo fa, all’indomani della sua elezione nel 1913, “è la misura in cui il governo è giunto ad associarsi con gli interessi economici&#8230; Ma l’associazione attuale è di natura assolutamente intollerabile: la precedenza è sbagliata, l’associazione è capovolta. Il nostro governo è da alcuni anni sotto il controllo dei capi di grandi società anonime legate a interessi particolari. Non ha stabilito il suo controllo su questi interessi e assegnato loro un posto adeguato nell’intero sistema economico del paese, ma si è sottoposto al loro controllo&#8230; I padroni del governo degli Stati Uniti sono i capitalisti&#8230; Noi li conosciamo per nome&#8230; La politica di un grande paese non può essere legata a interessi particolari”[10]. Ancor più allarmante fu la denuncia pronunciata, mezzo secolo dopo, da Dwight David Eisenhower, nel suo discorso di commiato dalla presidenza del 17 gennaio 1961: “Questa congiunzione di un immenso sistema militare e di una grande industria produttrice d’armi è nuova nella nostra esperienza. L’influenza totale – economica, politica, anche spirituale – è palpabile in ogni città, ogni impresa pubblica, ogni ufficio del governo federale&#8230; Si tratta ormai della vera struttura della nostra società.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Negli organismi del governo dobbiamo vigilare contro l’acquisizione di una influenza incontrollata, cercata o meno, da parte del complesso militar‐industriale. Esiste e persisterà il rischio di una pericolosa ascesa di poteri mal riposti. Non dobbiamo permettere che il peso di questo complesso possa mettere a rischio le nostre libertà o il processo democratico” [11].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dunque non si tratta di una novità. Marx definì lo Stato, nel 1848, come il comitato d’affari della borghesia[12]. Ma oggi la situazione è se possibile ancor peggiore: la globalizzazione, grazie all’asimmetria tra il carattere globale dell’economia e il carattere locale della politica e del diritto, ha trasformato i governi in istituzioni subalterne alla volontà dei mercati, affidando loro non la decisione ma l’esecuzione delle direttive dei mercati. E’ infatti totalmente cambiata in questi ultimi decenni la geografia dei poteri. I poteri economici che contano si sono trasferiti fuori dei confini degli Stati nazionali sottraendosi ai loro controlli, sia politici che giuridici. Non sono più gli Stati che garantiscono la concorrenza tra le imprese, ma sono i grandi poteri economici che mettono in concorrenza gli Stati, spostando i loro investimenti dove meglio possono sfruttare il lavoro, devastare l’ambiente naturale, evadere le imposte e corrompere i governi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ebbene, il presidenzialismo è sicuramente il sistema politico più funzionale a questo dominio dei mercati, i cui mandati sono attuabili da un organo monocratico assai più agevolmente che dal sistema parlamentare e dal pluralismo dei partiti, tanto più se radicati socialmente. Esso si rivela perciò il punto d’arrivo di un lungo processo, avviatosi con lo smantellamento dei partiti e con i mutamenti delle forme della comunicazione politica, proseguito con l’affermazione dei sistemi elettorali maggioritari e con il crollo del ruolo del parlamento. Perché la politica risponda ai mercati, la forma di governo più sicura è precisamente quella presidenziale, grazie alla quale una sola persona, eletta con i finanziamenti privati da parte di coloro che dovrà tutelare e rappresentare, sarà legittimata dall’investitura popolare a praticare politiche al tempo stesso anti-sociali e illiberali in danno delle parti più deboli della società.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">C’è poi un secondo, importante aspetto del presidenzialismo che lo rende più idoneo di qualunque altra forma di governo alla governabilità della società richiesta dai mercati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Coniugandosi con la personalizzazione della politica, esso è la forma di governo più congeniale a quel rapporto organico tra capi e popolo che è il tratto caratteristico di tutti i populismi. E favorisce perciò, ancor più del sistema parlamentare, l’alleanza perversa tra populismi e liberismo che in questi anni ha messo in crisi la nostra democrazia. Le politiche liberiste hanno infatti distrutto il vecchio diritto del lavoro, riducendo il lavoro a merce, imponendone la precarietà, cancellando i diritti dei lavoratori e così sopprimendo la loro uguaglianza nei diritti e, con essa, la solidarietà e la soggettività del mondo del lavoro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Parole come classe operaia o movimento operaio sono divenute impronunciabili essendo venuta meno l’identità dell’insieme dei lavoratori come soggetto politico. Il conflitto sociale ha cambiato direzione. Non più la vecchia lotta di classe degli operai contro i padroni, ma la concorrenza tra lavoratori precari per la sopravvivenza. Non più la lotta alle disuguaglianze, ma la lotta alle differenze. La disgregazione del vecchio movimento operaio ha così fornito le basi sociali di tutti i populismi, che ne hanno promosso la riaggregazione su basi identitarie: italiani contro migranti, lavoratori garantiti contro disoccupati, soggetti deboli contro soggetti ancora più deboli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A loro volta i populismi hanno ricambiato questo immenso contributo liberista al loro successo con tre non meno rilevanti contributi al successo delle politiche liberiste. Il primo contributo è consistito nel farsi tramiti di tali politiche a favore dei ricchi e contro i poveri, riducendo le imposte e con esse le spese sociali, abolendo sussidi e previdenze, tollerando ed anzi favorendo l’evasione fiscale e perfino promuovendo un diritto penale massimo e inflessibile per i deboli e minimo e garantista per i potenti. Il secondo contributo è stato il loro verboso e illusorio sovranismo, e perciò la loro tendenziale ostilità, in difesa di un’illusoria e ormai scomparsa sovranità nazionale, alle forme odierne di integrazione sovranazionale, dall’Unione Europea all’Onu, e perciò ai limiti e ai vincoli che da una sfera pubblica sovranazionale potrebbero provenire ai mercati. Il terzo contributo, non meno prezioso, è appunto il progetto presidenzialista, che è al tempo stesso il punto d’arrivo del processo di semplificazione e personalizzazione del sistema politico in atto da tre decenni, la formula politica più congeniale a tutti i populismi, caratterizzati appunto dalla concezione del popolo come entità omogenea destinata ad essere rappresentata da un capo se possibile carismatico, e anche la più idonea, ben più dei sistemi parlamentari e dei partiti socialmente radicati, a garantire la subalternità della politica all’economia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E’ così che la democrazia è entrata in crisi. Altro che migliore difesa sovrana degli interessi nazionali propagandata dalla destra! Oggi la gerarchia dei poteri si è ribaltata. Al vertice si sono collocati quei nuovi sovrani assoluti, anonimi, impersonali, invisibili e irresponsabili che sono i mercati globali, che di fatto orientano e condizionano l’azione di governo, tanto responsabile nei loro confronti quanto irresponsabile nei confronti dei popoli che pure dovrebbe rappresentare. La comunicazione politica, d’altro canto, è sempre più solamente dall’alto verso il basso e sempre meno dal basso verso l’alto: non sono i rappresentati che comunicano dal basso istanze e proposte alla sfera pubblica, ma sono al contrario i rappresentanti che comunicano dall’alto la loro agenda politica per il tramite dei partiti, trasformati nel migliore dei casi in macchine elettorali e nel peggiore in gruppi di interesse esposti a inquinamenti malavitosi. E le elezioni hanno ormai la sola funzione di offrire al sistema dei poteri esistente la necessaria legittimazione “democratica”. In queste condizioni la politica non può che obbedire ai mercati, dai quali oltre tutto, venuto meno il finanziamento pubblico, essa è finanziata: abbassare i salari, smantellare le garanzie del lavoro, diminuire le imposte, ridurre le spese sociali, tollerare la devastazione dell’ambiente, compensare le proprie politiche antisociali con politiche illiberali a danno degli ultimi: dei poveri, dei devianti per ragioni di sussistenza e, soprattutto, dei migranti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>4. Quale alternativa?</strong> – Domandiamoci a questo punto: quale alternativa è oggi idonea a rifondare la democrazia? L’alternativa – improbabile, ma non per questo improponibile – consiste nel percorrere il processo opposto a quello percorso dalla crisi in atto: nel ripensare la geografia democratica dei poteri e nel ribaltare il ribaltamento del rapporto tra politica ed economia all’inizio illustrato. A questo scopo occorre liberarsi dall’ideologia realistica che a quanto accade non esistano alternative. L’alterativa esiste, e spetta a una politica democratica realizzarla e alla cultura giuridica elaborarla. Indicherò sommariamente quattro passi di un possibile processo di rifondazione della democrazia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>4.1. Rifondare i partiti</strong> – Il primo passo consiste nel riportare i partiti nella società, facendone i luoghi di formazione della volontà popolare. I partiti hanno subito una mutazione radicale per effetto della loro verticalizzazione e personalizzazione. Si sono, sostanzialmente, statalizzati. Alla loro separazione dalle loro basi sociali ha fatto riscontro il loro insediamento nelle istituzioni pubbliche, quali organi dello Stato ben più che della società. Oggi si dà per scontato nel dibattito pubblico, a destra e più ancora a sinistra, che i partiti appartengano a un’epoca ormai passata e non siano più riformabili. Dobbiamo invece essere consapevoli che senza partiti, come ammoniva un secolo fa Hans Kelsen, una democrazia fondata sul suffragio universale non può funzionare e degenera inevitabilmene in oligarchia o in autocrazia; e che l’ostilità ai partiti nasconde, in realtà, un’ostilità alla democrazia [13]. La vera garanzia costituzionale della democrazia politica è allora la rifondazione dei partiti quali organi della società e strumenti dei diritti dei cittadini, come dice l’art. 49 della nostra Costituzione, “a determinare la politica nazionale”, mediante il dibattito a livello di base, l’elaborazione nei congressi della linea politica, la designazione dei candidati alle cariche elettive e il controllo sull’operato dei loro rappresentanti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A tal fine è necessaria la separazione dei partiti dalle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle elettive, sulla base di una rigida incompatibilità tra cariche di partito e cariche pubbliche. E’ la vecchia regola montesquieiana della separazione dei poteri, assolutamente necessaria per garantire l’alterità tra rappresentanti (gli eletti nelle istituzioni elettive) e rappresentati (gli elettori organizzati in partiti), senza la quale non si dà rappresentanza, e per assicurare il controllo e la responsabilità dei primi di fronte ai secondi. I partiti sarebbero così vincolati al loro ruolo di organi della società, quali rappresentati e non quali rappresentanti. Naturalmente i loro dirigenti sarebbero di regola destinati ad essere eletti in Parlamento e nelle altre istituzioni politiche rappresentative. Ma in tal caso dovrebbero lasciare il loro posto nel partito ad altri dirigenti, in grado di orientarli e controllarli. Solo così i partiti riacquisterebbero credibilità, capacità di attrazione e, grazie alla loro autonomia dai rappresentanti, funzioni di indirizzo politico e di controllo sul loro operato: un controllo e una valutazione costanti e non solo, retrospettivamente, al momento delle elezioni [14].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>4.2. Restituire centralità al Parlamento</strong> – Il secondo passo è la restaurazione della centralità del Parlamento, la riappropriazione parlamentare della funzione legislativa, oggi in gran parte confiscata dal governo tramite decreti legge e leggi delegate, e la restituzione del governo al suo ruolo di “esecutivo” delle decisioni delle maggioranze parlamentari, accompagnate magari, a garanzia della stabilità dei governi, dal voto di sfiducia costruttiva. E questo è possibile solo con la reintroduzione del sistema elettorale proporzionale – senza sbarramenti e senza premi di maggioranza – che è il solo metodo democratico, in grado di produrre un’effettiva rappresentatività politica delle istituzioni elettive. Per più ragioni: la prima è che solo il sistema proporzionale è in grado di attuare il principio di uguaglianza nei diritti politici, cioè il principio una testa, un voto; la seconda è che il sistema elettorale proporzionale è un fattore essenziale della rinascita dei partiti e dello sviluppo delle loro identità politiche; la terza è la necessità di impedire false aggregazioni a fini unicamente elettorali e i conseguenti fenomeni di trasformismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>4.3. Garantire i diritti fondamentali quali limiti a qualunque potere</strong> – Il terzo passo in direzione di una rifondazione della democrazia consiste nel prendere sul serio e nell’attuare il progetto costituzionale, assumendo la garanzia dei diritti fondamentali, a cominciare dai diritti sociali, come la vera, assoluta priorità, rigidamente incondizionata rispetto a qualunque altra. Questo richiede che siano capovolte le attuali politiche di austerità, che assumono al contrario il pareggio dei bilanci pubblici come l’assoluta rigidità, in Italia addirittura costituzionalizzata con l’assurda riforma dell’articolo 81 della Costituzione, a costo di tagli alla spesa pubblica in danno dei diritti alla salute, all’istruzione, alla previdenza e all’assistenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A tal fine occorre associare la rigidità, ben più che ai pareggi di bilancio, ai vincoli normativi imposti alla spesa pubblica dai diritti sociali, tramite la previsione della massima separazione e indipendenza e della tendenziale autonomia finanziaria delle istituzioni sociali di garanzia dalle istituzioni politiche di governo, dalla sanità all’istruzione e alla sussistenza. Non si tratta affatto di spese insostenibili sul piano economico. Le spese nella garanzia dei diritti sociali sono gli investimenti economicamente più produttivi, essendo la salute, l’istruzione e la sussistenza non soltanto fini a se stesse, ma anche le condizioni della produttività individuale e perciò collettiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>4.4. Costruire una sfera pubblica globale</strong> – Il quarto passo è il più difficile. Consiste nel ristabilire il ruolo di governo della politica sull’economia: un ruolo, è bene ricordare, che fa parte del costituzionalismo profondo, prima ancora che della democrazia, dello Stato moderno, nato dalla separazione della sfera pubblica dalla sfera economica dei privati quale sfera a questa sopraordinata, in opposizione allo stato patrimoniale e feudale dell’ancien régime, basato invece sulla confusione tra le due sfere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Oggi, come ho già detto, questo ruolo è stato travolto e capovolto dall’asimmetria tra il carattere globale dei mercati e il carattere ancora in prevalenza statale della politica e del diritto. Venuto meno il ruolo di limite e di controllo dei vecchi poteri pubblici, sia politici che giudiziari, i poteri economici e finanziari si sono trasformati in poteri dotati di una sovranità tanto più assoluta e selvaggia, quanto più impersonale e invisibile. Una risposta razionale alla crisi non solo della democrazia, ma della stessa economia, dovrebbe perciò consistere nella rifondazione e nello sviluppo di un governo sovranazionale dell’economia e nella costruzione di una sfera pubblica all’altezza dei poteri selvaggi dei mercati globali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><strong>5. Costituzionalismo globale, realismo volgare e realismo razionale</strong> – Questi processi appaiono oggi inverosimili. Tuttavia, se è vero che il costituzionalismo è un sistema di limiti e vincoli a poteri altrimenti selvaggi, il mutamento della geografia dei poteri non può non imporne l’espansione a livello globale. Naturalmente questa prospettiva ha il sapore di un’utopia. Ma sarà l’urgenza delle sfide globali – dalle devastazioni ambientali alla crescita delle disuguaglianze e della miseria, dalle guerre ai terrorismi – che costringerà prima o poi, nell’interesse di tutti inclusi i ricchi e i potenti, a risposte globali consistenti in processi di progressiva integrazione: dall’istituzione di un demanio planetario o almeno europeo, in grado di impedire la privatizzazione e mercificazione di beni vitali della natura – come l’acqua potabile, l’aria, le grandi foreste e i grandi ghiacciai – alla riforma e al finanziamento di istituzioni planetarie di garanzia come la Fao e l’Organizzazione Mondiale della Sanità onde consentire loro di garantire effettivamente i diritti sociali di tutti, fino all’istituzione di un fisco planetario in grado di ridurre le sterminate ricchezze e di finanziare le istituzioni globali di garanzia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E’ il progetto di un costituzionalismo globale, che è l’ultima tappa del percorso storico del costituzionalismo, implicato ed imposto dal carattere universale dei diritti fondamentali e dei principi della pace e dell’uguaglianza stabiliti nelle costituzioni più avanzate e nelle tante carte internazionali dei diritti umani [15]. Esso suppone due condizioni. La prima è che ci si liberi dalla concezione schmittiana, nazionalista, statalista e identitaria della costituzione come espressione dell’“identità” e dell’“unità del popolo come totalità politica”[16], riproposta oggi dai tanti populismi e sovranismi ma smentita dagli stessi principi di uguaglianza e di pari dignità delle persone solo perché tali stabiliti in tante carte internazionali dei diritti umani. Questi principi ci dicono che il costituzionalismo è intrinsecamente universalistico e non identitario, internazionalista e non nazionalista, antifascista e non fascista e che la Costituzione è un patto di convivenza pacifica – di reciproco rispetto tra differenti e di solidarietà tra disuguali – tanto più legittimo, necessario ed urgente quanto maggiori sono le differenze di identità personali che ha il compito di tutelare e le disuguaglianze materiali che è chiamato a rimuovere o quanto meno a ridurre. Dobbiamo d’altro canto essere consapevoli che è del tutto inverosimile che 8 miliardi di persone, 195 Stati sovrani nove dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, alla crescita delle disuguaglianze e della povertà e ai conseguenti fenomeni dei terrorismi, dei fanatismi, dei fondamentalismi, dei razzismi e della criminalità transnazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">La seconda condizione che si richiede perché questo progetto entri seriamente nel dibattito pubblico riguarda la nozione stessa di realismo. Naturalmente, come scrive giustamente Massimo Luciani, “le costituzioni non nascono se difettano i soggetti sociali, economici e politici che le vogliono, le impongono, le sorreggono”[17]. Ma questi soggetti non potranno mai nascere in assenza di un progetto politico e istituzionale razionale, sorretto dalla consapevolezza della sua possibilità, della sua necessità e della sua urgenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">“Ammettiamo pure”, domanda Luciani, “che la strada sia quella della Costituzione della terra: come la si lastrica?”[18]. Facendo, per quanto ci riguarda, il nostro mestiere di giuristi: prendendo anzitutto sul serio, quali norme vincolanti, le norme edificanti delle tante carte costituzionali e internazionali sulla pace e sui diritti umani; mostrando in secondo luogo l’illegittimità delle loro violazioni per commissione e per omissione; infine elaborando e proponendo le tecniche di garanzia necessarie per renderle effettive. Potrà trattarsi di una Costituzione della Terra, con il vantaggio del suo carattere sistematico e razionale in ordine ai tanti problemi globali e istituzionali tra loro strettamente connessi; oppure di più trattati sulle diverse questioni – la pace, l’ambiente, i diritti, il lavoro, l’emigrazione – dalla cui soluzione dipende il futuro dell’umanità. L’importante è che si passi dalle proclamazioni di principio a patti effettivamente vincolanti, che al pari delle odierne costituzioni avanzate abbiano il requisito della rigidità, cioè della sopra-ordinazione a qualunque altra fonte, statale o internazionale e, soprattutto, impongano idonee istituzioni di garanzia dei principi e dei diritti proclamati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Certamente nulla consente di essere ottimisti. Ma dobbiamo distinguere ciò che è impossibile da ciò che è improbabile. Il realismo volgare, che naturalizza la realtà sociale – la politica, il diritto, l’economia – a sostegno della tesi che non esistono alternative, è una mistificazione ideologica. L’alternativa esiste, ed è compito della cultura giuridica elaborarla. La storia del costituzionalismo – dalle prime Dichiarazioni settecentesche agli statuti e alle carte costituzionali dell’Ottocento, fino alle costituzioni rigide del secondo dopoguerra e alla stipulazione della Carta dell’Onu e delle tante carte internazionali dei diritti umani – è del resto una storia di progressivi ampliamenti e rafforzamenti, sia di carattere intensionale che di carattere estensionale. Il costituzionalismo, in forza di questa sua valenza universalistica, non è solo una conquista del passato. E’ anche, e direi soprattutto, un programma normativo per il futuro. Il suo itinerario non è ancora concluso, 1 non essendosi ancora compiuto il suo ultimo percorso: quello implicato ed imposto dall’universalismo dei diritti fondamentali e del principio della pace, stabiliti in tante carte internazionali, e consistente nell’introduzione delle garanzie globali parimenti universali che sono necessarie alla loro attuazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Non confondiamo perciò ciò che i poteri economici e politici non vogliono fare con ciò che è impossibile fare. A questa fallacia pseudo-realistica, che offre una legittimazione teorica allo stato di cose esistenti, dobbiamo opporre quello che possiamo chiamare realismo critico o razionale – il realismo di Hobbes, di Kant, di Marx, ma anche, e soprattutto, delle costituzioni avanzate – che di fronte alle ingiustizie e alle catastrofi determinate dal gioco naturale e incontrollato dei rapporti di forza prefigura sul piano teorico e formula sul piano normativo i rimedi razionali in grado di assicurare la dignità delle persone e la loro convivenza pacifica. Secondo questo tipo di realismo, nelle attuali violazioni e inadempienze dei diritti fondamentali stipulati nelle tante carte dei diritti non c’è nulla di inevitabile. La vera mancanza di realismo, al contrario, consiste nel non vedere la realtà e nell’illusione che l’umanità possa continuare nella sua corsa sfrenata e spensierata verso il riarmo, lo sviluppo insostenibile e la crescita delle disuguaglianze senza andare incontro a un futuro di catastrofi. Esiste sempre un’alternativa possibile, che dipende dalle scelte politiche e dalle lotte per i diritti capaci di orientarle. Ed esiste un ruolo non solo progettuale, ma anche performativo del senso comune che viene svolto dalla teoria giuridica e dalla cultura politica. Facciamo parte del mondo che indaghiamo e contribuiamo a costruirlo con le nostre scelte e con le nostre teorie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">E tutti ne portiamo, per come è e per come sarà, la responsabilità.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[1] M. Calise, Il partito personale. I due corpi del leader, Laterza, Roma-Bari 2010; Id., La democrazia del leader, Laterza, Roma-Bari 2016.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[2] L’espressione è di M. Bovero, Autocrazia elettiva, in “Costituzionalismo.it”, 2015, fasc. 2.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[3] C. Schmitt, Il custode della costituzione, (1931), tr. it. di A. Caracciolo, Giuffrè, Milano 1981, II, § 1, a], pp. 134-135: “si distrugge il presupposto fondamentale di ogni democrazia, se si abbandona l’assioma che la minoranza risultata in minoranza voleva soltanto il risultato elettorale (non la sua volontà particolare) ed abbia perciò aderito alla volontà della maggioranza come alla sua propria volontà”; laddove “l’assioma democratico dell’identità della volontà di tutti i cittadini” richiede che “si combatta la proliferazione dei partiti” che quell’assioma “non contiene”. “Lo Stato” infatti, precisa Schmitt, “è un’unità indivisibile e la parte messa in minoranza non è in realtà violentata e costretta, ma è ricondotta alla sua vera volontà” (ivi, III, § 2, p. 221), che con questo gioco di parole viene così annullata. E più oltre, ivi, cap. III, § 4, pp. 240‐242: “Il presidente del Reich sta al punto centrale di un intero sistema di neutralità politico‐partitica e di indipendenza, costruito su un presupposto plebiscitario&#8230; Il fatto che il presidente del Reich sia il custode della costituzione, corrisponde però anche da solo al principio democratico, su cui si basa la costituzione di Weimar. Il presidente del Reich è eletto da tutto il popolo tedesco&#8230; Facendo del presidente del Reich il punto centrale di un sistema plebiscitario come anche di funzioni e di istituzioni partiticamente neutrali, la costituzione vigente del Reich cerca di ricavare proprio dal principio democratico un contrappeso al pluralismo dei gruppi di potere sociale ed economico e di difendere l’unità del popolo come totalità politica&#8230; Essa presuppone tutto il popolo tedesco come una unità, che fa direttamente da mediatrice, senza le organizzazioni dei gruppi sociali, è capace d’agire, può esprimere la sua volontà e nel momento decisivo, superando le divisioni pluralistiche, deve riunirsi e imporsi. La costituzione cerca di dare soprattutto all’autorità del presidente del Reich la possibilità di unirsi direttamente con questa volontà politica generale del popolo tedesco e proprio perciò di agire come custode e difensore dell’unità costituzionale e della totalità del popolo tedesco. Sul fatto che questo tentativo riesca, si basano stabilità e durata dell’attuale Stato tedesco”. Ricordo qui la critica severa del presidenzialismo che accomuna i saggi di N. Bobbio, M. Bovero, A. Di Giovine, L. Ferrajoli, M.G. Losano, P. Meaglia, P.P. Portinaro, M. Revelli e E. Vitale raccolti in Argomenti per il dissenso. Contro il presidenzialismo, Celid, Torino 1996.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[4] “La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind)&#8230; Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo&#8230; Egli è semplicemente l’altro, lo straniero (der Fremde)&#8230; per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possano venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite né mediante l’intervento di un terzo ‘disimpegnato’ e perciò ‘imparziale’” (C. Schmitt, Il concetto di politico [1932] tr. it. in Id., Le categorie del politico, a cura di G. Miglio e di P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 108-109); e questo vale anche “all’interno di uno Stato”, quando “i contrasti fra i partiti politici sono divenuti ‘i’ contrasti tout-court” e allora “diventano decisivi per lo scontro armato non più i raggruppamenti amico-nemico di politica estera, bensì quelli interni allo Stato” nella forma della “guerra civile” (ivi, p. 115). E più oltre, ivi, pp. 116-117: “I concetti di amico, nemico e lotta acquistano il loro significato reale dal fatto che si riferiscono in modo specifico alla possibilità reale dell’uccisione fisica&#8230;La guerra non è dunque scopo o meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[5] H. Kelsen, Teoria generale del diritto e dello Stato (1945), tr, it. di S. Cotta e di G. Treves, Edizioni di Comunità, Milano 1959, parte II, cap. IV, B, g, p. 296: “La funzione di questa ideologia è di nascondere la situazione reale, di mantenere l’illusione che il legislatore sia il popolo, nonostante il fatto che, in realtà, la funzione del popolo – o, più esattamente, del corpo elettorale – sia limitata alla creazione dell’organo legislativo“.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[6] H. Kelsen, Chi deve essere il custode della costituzione? (1931), § 10, in Id., La giustizia costituzionale, tr. it. a cura di C. Geraci, Milano, Giuffrè 1981, pp. 275 e 273-274.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[7] Ivi, pp. 275‐276.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[8] Platone, Le Leggi, parte seconda, lib.IV, 715d, in Id., Opere politiche, a cura di F. Adorno, Utet, Torino 1958, vol. II, p. 329: “se qui ho chiamato servitori delle leggi quelli che oggi si dicon governanti, non l’ho certo fatto per puro gusto di parole nuove, ma perché sono convinto che soprattutto da questo dipende la salvezza o la rovina dello Stato. Là dove, infatti, la legge sia asservita e senza autorità, in quello Stato io vedo prossima la rovina; là dove invece essa regna sovrana sui governanti, e dove i governanti son della legge servitori, là io vedo fiorir la salvezza e tutti quei beni che gli dèi concedono agli Stati”. Ancor più radicale Aristotele, La politica, III, 16, 1287a, in Id., Politica. Costituzione degli Ateniesi, Laterza, Bari 1972, pp.178‐179: “Chi raccomanda il governo delle leggi sembra raccomandare esclusivamente il governo di Dio e della ragione, mentre chi raccomanda il governo dell’uomo v’aggiunge anche quello della bestia perché il capriccio è questa bestia e la passione sconvolge, quando sono al potere, anche gli uomini migliori. Perciò la legge è ragione senza passione”. L’espressione “servitori delle leggi” usata da Platone e da Aristotele sarà ripresa da Cicerone nella celebre massima “omnes legum servi sumus uti liberi esse possumus” (Pro Cluentio, cap. LIII).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[9] H.Kelsen, Essenza e valore della democrazia, (1929), cap.VIII, in Id., La democrazia, tr. it. a cura di G. Gavazzi, Il Mulino, Bologna 1981, p.120.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[10] W. Wilson, The New Freedom, New York 1913, tr.it. in Id., Principi e programmi della ‘Nuova Libertà’, in Il pensiero politico nell’età di Wilson, a cura di O. Barié, Il Mulino, Bologna 1962, pp. 189‐190.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[11] Citato da I. Mortellaro, I signori della guerra. La Nato verso il XXI secolo, Manifestolibri, Roma 1999, p.71</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[12] “Il potere politico dello Stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta Quante la classe borghese” (K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, (1848), in Idd., Opere, Editori Riuniti, Roma 1973, vol. VI, ottobre 1845-marzo 1848, p. 488).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[13] H. Kelsen, Wom Wesen und Wert der Demokratie (1929), tr. it., Essenza e valore della democrazia (1929), in Id., La democrazia, a cura di G. Gavazzi, Il Mulino, Bologna, 1981, cap. II, pp. 50-66</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[14] Ho insistito più volte sulla necessità di questa separazione: in Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2007, vol. II, § 14.8, pp. 186-193; in La democrazia attraverso i diritti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il costituzionalismo garantista come modello teorico e come progetto politico, Laterza, Roma-Bari 2013, § 5.3, pp. 198-201; in Una rifondazione garantista della separazione dei poteri, (2015), in Iura Paria. I fondamenti della democrazia costituzionale, Editoriale Scientifica, a cura di D. Ippolito e F. Mastromartino, Napoli 2015, § 3.1, pp. 82-85; in Separare i partiti dallo Stato, riportare i partiti nella società, in “Lo Stato. Rivista semestrale di Scienza costituzionale e teoria del diritto”, a. IV, n. 6, gennaio-giugno 2016, pp. 11-33 e in La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale, Laterza, Roma-Bari 2021, §§ 2.9-2.10, pp. 112-120; §§ 3.8-3.9, pp. 160-168; §§ 5.6-5.8, pp. 251-263 e § 8.2, pp. 399-405.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[15] Ho sostenuto la necessità di un costituzionalismo globale in La sovranità nel mondo moderno. Nascita e crisi dello Stato nazionale, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 45-59; in Principia iuris. cit., vol. II, cap. XVI, §§ 16.14-16.26, pp. 548-612; in La democrazia attraverso i diritti cit., cap. V, pp. 181-255; in Costituzionalismo oltre lo Stato, Mucchi, Modena 2017; in La costruzione della democrazia cit., cap. IV, pp. 176-224 e cap. VIII, pp. 394-450; in Perché una Costituzione della Terra, Giappichelli, Torino 2021 e in Per una costituzione della Terra. L’umanità a un bivio, Feltrinelli, Milano 2022.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[16] C. Schmitt, Il custode della Costituzione, cit., pp. 135 e 241.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[17] M. Luciani, Dalla guerra giusta alla guerra legale? In “Teoria politica”, 2022, p. 126.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[18] Ibidem.</span></p>
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