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	<title>Rifondazione Comunista &#187; Lavoro</title>
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		<title>Un ricordo di Ferruccio Danini, sindacalista e comunista</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 17:58:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Rosa Rinaldi* E’ morto il Compagno Ferruccio Danini, aveva 81 anni, è nato in una data che rappresenta pienamente la sua vita, il Primo Maggio del 1944. Una vita dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, possiamo definirlo una figura rilevante della CGIL. È stato operaio alle Officine grafiche De Agostini, la fabbrica delle enciclopedie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Rosa Rinaldi*</strong></p>
<p>E’ morto il Compagno Ferruccio Danini, aveva 81 anni, è nato in una data che rappresenta pienamente la sua vita, il Primo Maggio del 1944. Una vita dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, possiamo definirlo una figura rilevante della CGIL. È stato operaio alle Officine grafiche De Agostini, la fabbrica delle enciclopedie su cui hanno studiato e fatto ricerche intere generazioni di studenti. Ci raccontava Ferruccio, della sua attività sindacale, nel 1979 fu eletto Segretario della CGIL di Novara, anno in cui si iscrisse al Partito Comunista Italiano e nel 1983 viene eletto nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli alla Camera dei Deputati divenendo componente della Commissione Lavoro.</p>
<p>Dopo l’esperienza di deputato è stato eletto consigliere comunale. Nel 1991, dopo lo scioglimento del PCI entrò in Rifondazione Comunista. Ferruccio è stato amico e compagno fraterno di Fausto Bertinotti, fin dai tempi “Novaresi”. Io l’ho conosciuto, nei primi anni novanta, dal congresso che diede vita a “Essere Sindacato”. Sono stati anni importanti, di lotte sindacali, e purtroppo di sconfitte, come non ricordare la firma dell’accordo del 31 luglio del 92, che cancellò la contrattazione decentrata e la scala mobile, e che aprì una stagione di arretramento sul piano delle conquiste sindacali sia per quanto riguarda i salari che per i diritti. Di lì a poco la conflittualità è generalizzata e ci sarà una crisi rilevante per la CGIL e i sindacati confederali, sarà quella la stagione in cui i segretari tenevano i comizi dietro scudi di plessi Glass, una stagione terribile, in cui proprio la presenza di Essere Sindacato evitò una vera e propria debacle. Ferruccio è parte di questa nostra storia, come quella che, diversi anni dopo, ha dato vita all’area dei comunisti in CGIL allo scopo di ricostruire un punto di vista dopo le sconfitte di quegli anni, la stessa crisi delle diverse forme assunte dalla sinistra sindacale come è stata “Alternativa Sindacale” e soprattutto per provare a riprendere</p>
<p>Ferruccio era un comunista autentico, un sindacalista autorevole, un Compagno.</p>
<p>Con la scomparsa di Ferruccio Danini se ne va uno degli ultimi esempi di quella classe operaia cosciente e colta, una classe operaia che riusciva ad ergersi a classe dirigente. Un esempio da guardare come riferimento ogni giorno.</p>
<p>È stato Presidente del Direttivo nazionale della CGIL e per circa sette anni membro della segreteria nazionale dello SPI, un dirigente politico e sindacale a tutto tondo. Ferruccio, un compagno di Rifondazione, un comunista, ci mancherà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Presidente Comitato Politico Nazionale</p>
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		<title>Adesso lo sappiamo&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 08:43:43 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<description><![CDATA[Paolo Benvegnù* Abdou Mustafa Ziad Saad, di 21 anni e Abdelwahab Hamad Sayed di 39, sono morti a Santa Maria di Sala, provincia di Venezia, a causa delle esalazioni della fossa biologica, dove erano entrati senza protezioni e senza cognizione dei pericoli a cui potevano andare incontro. Il più giovane è sceso per primo il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Paolo Benvegnù*</strong></p>
<p>Abdou Mustafa Ziad Saad, di 21 anni e Abdelwahab Hamad Sayed di 39, sono morti a Santa Maria di Sala, provincia di Venezia, a causa delle esalazioni della fossa biologica, dove erano entrati senza protezioni e senza cognizione dei pericoli a cui potevano andare incontro. Il più giovane è sceso per primo il secondo più anziano per cercare di soccorrerlo. Un gesto di solidarietà dettato, probabilmente, dalla condivisa esperienza della traversata dalle coste della Libia. Erano entrambi  nello stesso centro di accoglienza in quanto richiedenti protezione umanitaria.</p>
<p>Non avevano alcun contratto di lavoro, reclutati, sicuramente,  attraverso  canali informali come spesso accade. In agricoltura, in edilizia, la carenza manodopera è ormai cronica. Trovare braccia disponibili è sempre più difficile. A dirlo sono gli stessi datori di lavoro, le categorie economiche ed è costretto ad ammetterlo lo stesso governo nella comunicazione che ha accompagnato il decreto flussi. In futuro sarà ancora molto più grande il bisogno di forza lavoro migrante per coprire i vuoti prodotti dalla glaciazione demografica che colpisce l&#8217; Italia, ancor più che altri paesi europei. Nel nord-est si prevede una carenza di forza lavoro del 20%. Non va meglio nel resto del paese segnato dalla fuga di decine di migliaia di giovani, ragazze e ragazzi in fuga dalla precarietà, dal mancato riconoscimento delle competenze acquisite, da un lavoro segnato da livelli di sfruttamento insostenibili: la cartina di tornasole della miseria di una borghesia predatoria, sempre alla ricerca di massimizzare i profitti. Ci raccontano, gli stessi migranti, compagne/i del sindacato, operatrici e operatori delle cooperative di accoglienza, costretti a ridurre i loro interventi  per la riduzione continua dei fondi destinati alle loro attività, di imprenditori che direttamente o attraverso i canali informali cercano tra gli ultimi arrivati, richiedenti asilo o protezione umanitaria, braccia da mettere al lavoro. Cose note e conosciute da chi decide di venire nel nostro paese per migliorare la propria condizione di vita sapendo che un lavoro, comunque sia si può trovare.</p>
<p>Nonostante questo, le campagne contro i “clandestini”, contro gli immigrati sono pane quotidiano per la destra che governa questo paese. Garantiscono una rendita elettorale sicura e, insieme ai dispositivi legislativi, una condizione di ricattabilità verso una larga fascia di lavoratrici e lavoratrici che è anch&#8217;essa strumento di schiacciamento generale della condizione delle classe: niente di nuovo. Già nel 1870 Carlo Marx in un indirizzo della Associazione internazionale dei lavoratori scriveva ai sindacati inglesi che discriminare gli irlandesi non era un buon affare per gli operai inglesi e che alla fine la loro oppressione l&#8217; avrebbero pagata tutti.</p>
<p>Ora noi non possiamo che rivolgere addolorati il nostro pensiero a questi nostri fratelli di classe così come ogni giorno viviamo con sofferenze i limiti della nostra capacità di risposta al crimine che quotidianamente si rinnova degli omicidi nei luoghi di lavoro. Però non molliamo. Continueremo la battaglia per un lavoro sicuro e dignitoso per tutte/i , perché si aumentino controlli e attività che lo garantiscano, perché sia introdotta nella nostra legislazione una norma che riconosca , nel caso di accertate e gravi responsabilità dei datori di lavoro e delle aziende committenti il reato di omicidio sul lavoro</p>
<p>*Responsabile nazionale Lavoro, PRC-S.E.</p>
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		<title>Chi paga dazio?</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 17:46:45 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Paolo Benvegnù* La fiera opposizione europea alla provocazione trumpiana dei dazi sulle merci europee esportate negli Stati uniti si è squagliata come neve al sole. La presidente della Commissione Europea ha ingoiato, senza perdere il suo sorriso stereotipato, un rospo dalle dimensioni colossali. C&#8217;è chi dice che poteva andare peggio, che le diverse posture, interessi [...]]]></description>
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<div dir="auto"><strong>Paolo Benvegnù*</strong></div>
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<div dir="auto">La fiera opposizione europea alla provocazione trumpiana dei dazi sulle merci europee esportate negli Stati uniti si è squagliata come neve al sole. La presidente della Commissione Europea ha ingoiato, senza perdere il suo sorriso stereotipato, un rospo dalle dimensioni colossali.</div>
<div dir="auto">C&#8217;è chi dice che poteva andare peggio, che le diverse posture, interessi soprattutto, dei paesi dell&#8217;Unione Europea hanno consigliato di cercare un accordo, seppure al ribasso. L&#8217;asticella era fissata a un accettabile 10%, ma è salita al 15%. A corredo dell&#8217;accordo: l&#8217;assunzione di impegni di acquisto di gas per 750 miliardi in 3 anni, a costi naturalmente più elevati dei contratti in corso con altri paesi; 600 miliardi di investimenti diretti negli Stati Uniti; una cifra non ancora definita, centinaia di miliardi, forse mille, in armamenti.</div>
<div dir="auto">Ora, poco c&#8217;interessa la pletora di commenti che circola in queste ore, la valutazione degli impatti sulle esportazioni, gli effetti sull&#8217;occupazione, se si sono calate le braghe o si è evitata una guerra commerciale. A mio avviso l&#8217;Europa si è calata anche le mutande, e fare un confronto con la Cina sarebbe perfino impietoso. Il punto è che alla fine della fiera bisogna indicare una risposta.</div>
<div dir="auto">Già sarebbe un grande risultato una mozione di sfiducia in parlamento europeo contro Ursula e la sua commissione, ma c&#8217;è un problema che va affrontato immediatamente e concretamente anche nel nostro paese. Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono del valore di 65 miliardi distribuiti in vari settori: dalla farmaceutica all&#8217;agroalimentare, a quello della moda, alla meccanica ecc. Va da sé che un calo delle esportazioni con i dazi al 15%, a cui va aggiunta una percentuale quasi equivalente per la svalutazione del dollaro, va messo nel conto.</div>
<div dir="auto">Per la destra e per Confindustria non si tratta di un disastro. Si potranno cercare altri mercati di sbocco, si cercherà di scaricare una parte dell&#8217;aumento dei prezzi sui consumatori e si cercherà di contenere, ridurre, i costi di produzione. Ecco qui la risposta vera! L&#8217;impatto dei dazi sarà in larga parte scaricato sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori riducendo l&#8217;occupazione, riorganizzando il lavoro, aumentando lo sfruttamento e contenendo i salari e i compensi del lavoro: un altro giro di vite. Per i padroni un&#8217;occasione da non buttare via.</div>
<div dir="auto">La risposta non può che essere quella di rovesciare un modello basato sulle esportazioni che fa acqua da tutte le parti. La stessa risposta vale anche per la torsione verso l&#8217;economia di guerra. Oggi diventa ancora più necessario e decisivo l&#8217;intervento pubblico in economia, la crescita dei salari e delle pensioni, gli investimenti nell&#8217;istruzione, nella ricerca, nella sanità, nella riconversione ecologica delle produzioni, nella messa in sicurezza dei territori, nel contrasto ai cambiamenti climatici. Un nuovo paradigma che basi la risposta all&#8217;inasprirsi del quadro della competizione internazionale, alla folle corsa al riarmo, sul soddisfacimento dei bisogni sociali, sulla cura del bene comune. Anche questa è economia. Un&#8217;altra economia per l&#8217;interesse dei molti contro quello dei pochi.</div>
</div>
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<div dir="auto">*resp. nazionale Lavoro di Rifondazione Comunista</div>
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<div></div>
<p><span style="color: #888888;"><span style="color: #888888;">&#8211;<br />
</span></span></p>
<div dir="ltr" data-smartmail="gmail_signature"><b>‎&#8221;Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono.” &#8211; (Bertolt Brecht) -</b></div>
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		<title>ILVA. L’unica strada è una vera riconversione. Intervista a Massimo Ruggieri, Presidente di Giustizia per Taranto.</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 17:37:09 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; di Laura Tussi* Il Governo Meloni procede senza parere favorevole degli enti locali per non fermare i forni, continuando una produzione che uccide. Mentre l’unica strada è una vera riconversione. Intervista a Massimo Ruggieri, leader di Giustizia per Taranto Sorge una città nel sud dell’Italia che è stata la culla della Magna Grecia abbracciata [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Laura Tussi*</strong></p>
<p>Il Governo Meloni procede senza parere favorevole degli enti locali per non fermare i forni, continuando una produzione che uccide. Mentre l’unica strada è una vera riconversione. Intervista a Massimo Ruggieri, leader di Giustizia per Taranto</p>
<p>Sorge una città nel sud dell’Italia che è stata la culla della Magna Grecia abbracciata da due mari: chi la visita ne rimane folgorato per la bellezza e la storia millenaria, visto che è stata fondata nel 706 avanti Cristo. Eppure…<br />
Eppure da due decenni è banalmente la città dell’Ilva!</p>
<p>È solo una delle offese che vengono inopinatamente fatte a Taranto: non è più la sede di uno dei musei archeologici più importanti d’Italia e d’Europa (sono decine di migliaia i visitatori del MArTa, ogni anno), non quella del Castello aragonese (fortezza medievale tra le più ammirate), ma il territorio che ospita il siderurgico più grande e più inquinante d’Europa.</p>
<p>Quella fabbrica, sebbene stia lentamente collassando per conto suo, è ancora in grado di distribuire diossine e morti, benzene e malattie, polveri sottili e dolore.<br />
Una città stremata ha raccolto tutte le sue energie residue per gridare a chi doveva apporre una firma alla continuazione della produzione con modalità obsolete e altamente insalubri, ‘Chiudete quel mostro!’, ‘Bloccate il catorcio!’</p>
<p>In piazza erano davvero in tantissimi a portare la propria indignazione e la voglia di un futuro fatto di aria pulita e mare incontaminato: l’iniziativa è stata organizzata da Giustizia per Taranto, forse l’associazione ambientalista con più soci (in tutt’Italia!) dell’intera provincia.<br />
Abbiamo raggiunto telefonicamente Massimo Ruggieri che di Giustizia per Taranto è il presidente.<br />
1) <strong>Presidente Ruggieri, a Taranto state vivendo giorni particolarmente delicati per la questione legata all’ex-Ilva. Ne vuole parlare?</strong></p>
<p>Sì, è in dirittura di arrivo il procedimento per autorizzare l’ex-Ilva per dodici anni con il ripristino di tre altiforni a carbone. Sostanzialmente si sta riportando la fabbrica al periodo dei Riva con tutte le conseguenze che quella nefasta gestione comportò. Un’evidente forzatura del Governo per favorire la produzione ad ogni costo. Si intende, poi, edulcorare questa nuova Autorizzazione Integrata Ambientale con un accordo di programma interistituzionale che prevede un percorso di ‘decarbonizzazione’ estremamente vago, la cui valenza sarebbe tutta da verificare e i cui costi (non meno di due miliardi di euro) sono scaricati su chi acquisirà la fabbrica. A tale proposito vale la pena ricordare che la gara pubblica aperta dal Mimit solo qualche mese fa, non ha trovato alcun compratore disponibile a investire più di 500 milioni di euro su una fabbrica che è ormai ridotta ai minimi termini.</p>
<p>2) <strong>Fuori dalla Puglia, passa il messaggio che volete chiudere la fabbrica sebbene siano stati fatti degli interventi per ammodernarla. Come considera questa narrazione?</strong></p>
<p>È una narrazione figlia della propaganda del Governo. Si vuol far credere che i problemi di Taranto siano stati superati mentre drammi, sperperi e contraddizioni sono ancora sul tavolo. La cosa è certificata a partire dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea che presto stabilirà sanzioni per l’Italia, rea di non tutelare i cittadini di Taranto dall’inquinamento. Inoltre a ottobre si aprirà un nuovo processo ai danni di Acciaierie d’Italia (attuale gestore della fabbrica) in quanto continua a inquinare. Tuttavia, occorre sgomberare il campo dall’assunto nel quale si racchiude spesso la narrazione sull’ex-Ilva e cioè che si è vittime del dualismo fra salute e lavoro. Non è così ormai da anni, poiché alla mancata tutela della salute e dell’ambiente nel territorio, si affianca anche una gravissima crisi economica e occupazionale. L’Italia spende centinaia di milioni di euro all’anno per la cassa integrazione di migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia e a questo si aggiungono le enormi perdite economiche che quella fabbrica comporta ogni giorno, dal momento che produce sotto i livelli che le procurerebbero profitti. Motivo per il quale si ha urgente bisogno di spingere la produzione a livelli insostenibili per la nostra comunità, ma in grado di tornare a generare profitto (sempre ammettendo che ci siano spazi nell’attuale mercato dell’acciaio, cosa mai considerata dalla politica). In più è noto da tempo che, qualunque gestore acquisirà gli impianti, dovrà dar luogo a importanti esuberi e, se davvero si intenderà sostituire gli attuali altiforni con forni elettrici, si arriverà a quasi due terzi di possibili licenziamenti.</p>
<p>3) <strong>Vuole parlare dei sindacati che a Genova hanno avuto un ruolo decisivo nella chiusura della pericolosa ‘area a caldo&#8217; del capoluogo ligure?</strong></p>
<p>Purtroppo, il ruolo dei sindacati in questa vicenda è di assoluta retroguardia. La violenza con cui il Governo ricatta i tarantini agitando lo spettro dei licenziamenti in caso di chiusura, anche solo parziale, della fabbrica, funziona per prima proprio su di loro. Ciò li porta da anni a salvaguardare la produzione e quasi a temere prospettive di riduzione o di decarbonizzazione della fabbrica, in considerazione dei posti di lavoro in meno che comporterebbero. Oltre a qualche sporadico appello alla sicurezza sul lavoro e all’ambiente, a volte pare di poter sovrapporre le loro posizioni a quelle di Confindustria. D’altra parte, a Taranto non dimentichiamo che, per qualche anno fecero scendere in strada i lavoratori della fabbrica accanto all’azienda per protestare contro la magistratura che aveva appena fermato gli impianti dell’area a caldo poiché insicuri per i lavoratori e inquinanti. A Genova una ventina di anni fa le lotte si fecero, al contrario, per pretendere la chiusura degli impianti più inquinanti e si fu capaci di ottenere questo successo con la forza rivendicativa di un’unione di intenti con il quartiere e la città. Quegli impianti furono trasferiti a Taranto raddoppiando la capacità inquinante dell’Ilva nella nostra città, ma qui, evidentemente, i loro effetti non sono stati giudicati dai sindacati ugualmente dannosi.</p>
<p>4) <strong>E che ruolo ha avuto la politica nazionale rispetto alla tutela della salute e della vita dei tarantini?</strong></p>
<p>Nessuno, poiché non ha affatto tutelato i tarantini. La politica nazionale si è sempre apertamente e poderosamente schierata dalla parte della produzione e della finanza che ne ha garantito la prosecuzione. La prova più evidente è l’iper legiferazione che ha riguardato l’ex-Ilva, per la quale siamo arrivati a contare oltre venti provvedimenti ad hoc per innalzare limiti agli inquinanti, assicurare fondi, aggirare i provvedimenti della magistratura e rendere legali le straordinarie ingiustizie generate dalla fabbrica.</p>
<p>5) <strong>Da milanesi sappiamo bene che l’attenzione dei tarantini è rivolta al tribunale della nostra città che potrebbe mettere la parola ‘fine’ ai tormenti e al dolore di un’intera comunità. Può spiegare bene su cosa deve decidere?</strong></p>
<p>Il Tribunale di Milano è stato interpellato attraverso un’inibitoria rivolta contro Acciaierie d’Italia da un’associazione chiamata Genitori Tarantini ed altri cittadini che, difesi dagli avvocati Rizzo Striano e Amenduini, hanno chiesto se fosse normale che la fabbrica produca in assenza autorizzativa e procurando danni sanitari ai tarantini. La richiesta esplicita è stata di sospendere gli impianti dell’area a caldo, ovvero quella più inquinante. Questo è il motivo per cui il Ministro Urso ha avuto particolare fretta per far approvare la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale per l’ex-Ilva. Tuttavia, resta ancora da verificare se la fabbrica non produca danni a salute e ambiente. In caso di pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute umana &#8211; hanno puntualizzato i giudici della Corte di Giustizia Europea che hanno fornito parere al Tribunale di Milano -, l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso.</p>
<p>6) <strong>Lottate da anni contro poteri fortissimi ché demoliscono tutte le conquiste fatte per le strade e nelle aule di giustizia (anche europee).</strong></p>
<p>Se le cose andassero per il verso della giustizia sociale e ambientale, Taranto diventerebbe un esempio virtuoso a cui guardare da ogni parte d’Italia e non solo!</p>
<p>E’ esattamente così e ne siamo convinti e consapevoli. L’esempio a cui spesso guardiamo per ragioni di sovrapponibilità, è quello della Ruhr, in Germania. Lì, a fronte di una crisi economica, ambientale e sanitaria, si dette luogo negli anni ’90 al più straordinario esempio di riqualificazione di un territorio, avendo il coraggio e la lungimiranza di chiudere con l’era dell’acciaio e superandola con un programma partecipativo che, in soli dieci anni, ne ha cambiato e migliorato le prospettive economiche e occupazionali coniugandole con ambiente e salute. Oggi il suo bacino minerario è patrimonio Unesco, ci sono tre volte più occupati rispetto a quando c’era la fabbrica e i suoi luoghi hanno lasciato spazio a musei di archeologia industriale, attività ricreative e culturali di ogni tipo, attirando milioni di visitatori l’anno. La cosa più incredibile è che, per decisione di quanti parteciparono al percorso di riconversione, lì si intese puntare sul paesaggio. Un paesaggio che, tuttavia, andava creato artificialmente, mentre Taranto ha dalla sua una ricchezza naturale che necessiterebbe di molto meno.</p>
<p>7) <strong>Giovedì 17 luglio il governo si è approvato da solo l’Aia senza parere favorevole degli enti locali.</strong><br />
<strong> Si sono accollati una responsabilità enorme viste le condizioni cadenti in cui versa il siderurgico tarantino.</strong></p>
<p>Il Governo Meloni, come anche i suoi predecessori, ha mostrato molta poca responsabilità. Non tanto e non solo perché ha deciso scavalcando il territorio e i suoi rappresentanti, ma perché usa tale prepotenza per continuare a vessare la nostra popolazione. Ovunque nel mondo si sta abbandonando il carbone come fonte energetica, qui siamo in grado di rilanciarlo! Per di più continuando a derogare a prescrizioni mai rispettate che la fabbrica si porta dietro da anni. Non solo mantenendo i lavoratori in condizioni di precarietà economica, ma anche di incolumità fisica. Oltre, naturalmente, a eludere gli interventi delle magistrature europee e nazionali.</p>
<p>8) <strong>Come associazione ambientalista, cosa pensa di fare ora Giustizia per Taranto alla luce della totale chiusura?</strong></p>
<p>Riteniamo che quest’AIA vada smontata in tutto il suo assetto, evidenziandone lacune e superficialità, fino ad impugnarla davanti al Tribunale Amministrativo. Sperando che al fianco della città, che anche in queste ore sta manifestando in piazza tutto il suo disappunto per gli ultimi provvedimenti, possano esserci gli stessi enti locali che hanno opposto il loro diniego motivato a quest’AIA irresponsabile. Insomma, continueremo in ogni sede, istituzionale, strade e tribunali, a cercare di far valere dignità e giustizia per la nostra città.</p>
<p>*da &#8220;Il Faro di Roma&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il capitalismo: sempre la stessa merda!</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 17:42:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Paolo Benvegnù* Arnault, proprietario del gruppo del lusso Lhmv è uno degli uomini più ricchi del mondo. Negli ultimi 2 anni ha realizzato grandi profitti, più o meno due miliardi. È proprietario anche del gruppo Loro Piana, marchio storico dell&#8217; abbigliamento nel nostro paese. Il gruppo italiano è sotto amministrazione giudiziaria a seguito di una [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Paolo Benvegnù*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Arnault, proprietario del gruppo del lusso Lhmv è uno degli uomini più ricchi del mondo. Negli ultimi 2 anni ha realizzato grandi profitti, più o meno due miliardi. È proprietario anche del gruppo Loro Piana, marchio storico dell&#8217; abbigliamento nel nostro paese. Il gruppo italiano è sotto amministrazione giudiziaria a seguito di una ordinanza del tribunale di Milano per il suo coinvolgimento in attività di caporalato. La notizia è questa. Da tempo è noto che grandi aziende del lusso affidano a terzi, alla catena degli appalti e subappalti parti, anche importanti delle loro produzioni. In una azienda in provincia di Milano operai cinesi, molti senza contratto, erano costretti a lavorare in condizioni di estremo sfruttamento. Uno di loro è finito in ospedale, massacrato di botte dal suo titolare, a cui aveva chiesto il pagamento di salari arretrati. Da qui l&#8217; inchiesta della magistratura e la conseguente decisione di sottoporre  Loro Piana all&#8217; amministrazione giudiziaria. Questa è la cronaca.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Negli scantinati dei paesi della provincia di Napoli, nei laboratori del nordest, nei paesi sparsi per la campagna Veneta ma anche a Milano e nel suo hinterland proliferano e si riproducono i luoghi dello sfruttamento del lavoro. Il caporalato non appartiene soltanto all&#8217; agricoltura e all&#8217; edilizia, è ovunque là dove si allungano le filiere degli appalti e dei subappalti, perfino in grandi aziende come Fincantieri e nella logistica. Grandi marchi del lusso mondiale, grandi e medie aziende, ovunque, la battaglia sui prezzi per gli appalti e la ricerca del profitto riproduce queste condizioni. Niente di nuovo nel mondo della produzione capitalistica. Nella produzione delle merci , nella loro distribuzione, tutto si tiene, le innovazioni tecnologiche più avanzate con le forme più arcaiche di sfruttamento. In agricoltura  nella stessa filiera convivono forme di moderna schiavitù con l&#8217; applicazione degli algoritmi. I punti più alti della modernità capitalista, dove si materializzano e riproducono competenze tecniche e scientifiche, si mescolano, senza problemi, con le forme più brutali di sfruttamento anche nel mondo dei lustrini e del lusso.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La zappa e il cacciavite convivono tranquillamente con i robot e l&#8217; intelligenza artificiale e nelle metropoli e nei sottoscala delle periferie dove si lavora come delle bestie con gli Ateliers più raffinati. Come ci insegnavano i nostri maestri nelle officine di Mirafiori i vecchi arnesi degli operai professionali con le moderne linee di produzione. L&#8217; intervento del tribunale di Milano, così come altri atti della magistratura, hanno messo in luce e sanzionato il ricorso al caporalato in realtà produttive anche importanti nel nostro paese, favorito dal sistema degli appalti, dei subappalti e dalla terziarizzazione. È certamente importante e non a caso questo governo vuole mettere la mordacchia ai giudici</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il punto è che questo non basta a impedire che si riproduca la riduzione in condizioni semiservili di tante lavoratrici e lavoratori, sottoposti al ricatto di chi li mette a lavoro. Come è successo in passato e come è recentemente accaduto ad esempio nel settore della logistica, solo il conflitto educa i padroni . È a questo che dobbiamo lavorare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Responsabile lavoro, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea</span></p>
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		<title>Eventi e sfruttamento: il caporalato 2.0</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 13:52:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Sara Zuffardi* Nel gennaio 2025, la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario sulla cooperativa Fema, fornitrice di personale per eventi e musei, dopo aver accertato paghe inferiori a 5 euro lordi all’ora, assunzioni precarie e condizioni lavorative assimilabili al caporalato. I lavoratori, impiegati anche presso istituzioni culturali come la Fondazione La Scala, venivano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sara Zuffardi*</strong></p>
<p>Nel gennaio 2025, la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario sulla cooperativa Fema, fornitrice di personale per eventi e musei, dopo aver accertato paghe inferiori a 5 euro lordi all’ora, assunzioni precarie e condizioni lavorative assimilabili al caporalato. I lavoratori, impiegati anche presso istituzioni culturali come la Fondazione La Scala, venivano sottoposti a turni estenuanti, senza tutele né garanzie minime.</p>
<p>Questo episodio conferma che lo sfruttamento 2.0 non si nasconde più solo nelle fiere o nei centri commerciali, ma è arrivato anche in settori percepiti come “alti” o prestigiosi, come il mondo dell’arte e della cultura.</p>
<p>Nel mondo del lavoro, lo sfruttamento non si nasconde più solo dietro le fabbriche o i campi agricoli. È ovunque. Nei centri commerciali, negli stand promozionali, nei parchi a tema, nei supermercati. Indossa i tacchi delle hostess, la pettorina degli animatori, la polo dei promoter. È fatto di appalti e subappalti, di chat su Telegram, di annunci che sembrano casting per modelle e si rivelano trappole. È un esercito silenzioso che lavora a giornata, senza tutele, senza sindacato, con contratti a chiamata, in ritenuta d’acconto o anche senza.</p>
<p><strong>Il caporalato 2.0<br />
</strong>Tutto comincia in una chat. Ce ne sono decine, ognuna con centinaia di iscritti. È lì che girano gli annunci: eventi, fiere, promozioni, stand. A volte l’intermediario è uno solo, altre volte si risponde all’annuncio mandato da A, si firma un contratto con B, ma sul posto comanda C. Una catena di subappalti così lunga da diventare opaca e spesso non si sa neanche bene chi sia davvero il proprio datore di lavoro.<br />
Come nei vecchi incroci del caporalato agricolo, un “capo” virtuale decide chi lavora oggi e chi resta a casa. Basta una segnalazione, anche per aver chiesto un turno umano o per aver parlato di sicurezza, e si viene radiati dalla chat. Senza appello. Tanto la prossima precaria è già pronta a subentrare.</p>
<p><strong>Contratti trappola e turni estenuanti<br />
</strong>I turni sono di 10-12 ore. A cui spesso si aggiungono, fuori contratto, mezz’ora prima per allestire e un’ora dopo per pulire. I corsi sulla sicurezza non esistono. Gli infortuni si tacciono. Ferie, malattia, maternità non sono previsti per chi lavora a giornata.<br />
Molti contratti sono a ritenuta d’acconto anche se il lavoro è conitnuativo. Alcuni sono firmati con agenzie terze. quasi sempre includono clausole vessatorie con penali a carico del lavoratore, che può essere costretto a risarcire l’intero evento più i danni d’immagine, anche in caso di semplice assenza. E spesso quei contratti non prevedono neppure la doppia firma, obbligatoria per le clausole più gravose.</p>
<div>
<figure><img alt="" src="https://diogenenotizie.com/wp-content/uploads/2025/07/nhgmhjmjh-735x1024.jpg" width="735" height="1024" data-cmp-info="10" /></figure>
</div>
<p>In un evento organizzato per bambini, il regolamento non scritto vietava di andare in bagno durante il turno. Diverse colleghe erano lasciate da sole a gestire interi gruppi di bambini, senza possibilità di allontanarsi neanche per pochi minuti. Una di loro si è sentita male, ma non aveva nessuno a cui lasciare i bambini. Tutto questo in ambienti pieni di musica, giochi, confusione.</p>
<p><strong>Lavoratrici invisibili<br />
</strong>C’è una collega che sogna ancora di diventare insegnante, e lavora nei weekend come hostess da dieci anni per permettersi una stanza a Roma. Tre amiche che fanno questo lavoro ogni giorno da quando, dopo la maternità, nessuna azienda le ha più assunte. Una donna di 44 anni, licenziata, ora lavora tutti i giorni in un evento diverso tentando di raccogliere i contributi per la pensione.</p>
<p>E poi ci sono i lavoratori stranieri. Spesso organizzati in chat separate, mandati a lavorare totalmente in nero, tenuti “dietro” le quinte. Le hostess a chiamata sono la facciata regolare, pronte a essere esibite nel caso arrivi un controllo. Gli altri si nascondono.<br />
Tutto viene giustificato come “lavoro temporaneo”. Ma in molti casi è un tempo indeterminato di precarietà.</p>
<p><strong>Estetica e gerarchie<br />
</strong>Se si naviga sui siti delle agenzie di intermediazione di manodopera, molte si dipingono come agenzia per modelle, figuranti e attori alle prime armi. Gli annunci possono essere mascherati da casting di moda, con richieste assurde come altezza minima 1,80 e taglia massima 38. Trucco, parrucco e divise sono a carico proprio. All’interno dei team c’è una gerarchia che premia età e “bella presenza”, per giustificare paghe più basse a chi non rientra nei canoni. Nessun tesserino, nessuna procedura d’accesso, divisioni nette per sesso, zero pari opportunità.</p>
<p><strong>Grandi catene, outlet, supermercati<br />
</strong>Il problema è trasversale. Nei magazzini lavorano solo uomini, senza corsi sicurezza né visite mediche, anche se sollevano pesi per ore. Nei supermercati si lavora un livello sotto i colleghi “veri”, subendo umiliazioni da parte dei responsabili.<br />
In un negozio nell’outlet di Castel Romano, il contratto era sulla carta era di circa 8 euro l’ora per una giornata da commessa. Ma le richieste reali erano quelle di una responsabile: dirigere lo staff, fare la cassa, tenere la contabilità. Ma anche allestire, pulire, trasportare merce fragile e pesante dal magazzino fuori gli orari di apertura, quindi quasi 12 ore reali al giorno. Nessun riposo settimanale. Nessuna pausa. Solo una giustificazione: “Tanto è solo per un mese, ti puoi riposarti tra un turno e l’altro”.</p>
<p>Nelle grandi catene si lavora tutte le settimane, sempre le stesse ragazze. Clausole unilaterali, sedi sparse per la provincia e decise insindacabilmente dal committente, i turni imposti. Eppure per ogni singola giornata si firma un contratto di lavoro occasionale diverso. Si deve dare la disponibilità in anticipo, ma si viene confermati all’ultimo momento, senza indennità di disponibilità nel caso non si venga scelte e si perda la giornata. Non si ha accesso ai servizi per i dipendenti, come dispenser per l’acqua, mensa e sale riposo. Bisogna persino usare i bagni pubblici. In caso di emergenza, si ricevono istruzioni come i clienti. Perché formalmente, non si è nemmeno dipendenti.</p>
<p><strong>Il lavoro degli eventi è il laboratorio dello sfruttamento<br />
</strong>Dietro il sorriso delle hostess, le finte selezioni-spettacolo spacciate per casting e gli stand promozionali, c’è una nuova forma di lavoro povero, il lavoro negli eventi. Dietro quello che viene dipinto come un lavoretto “figo”, un’occasione per “fare esperienza”, ogni giorno centinaia di persone lavorano nell’ombra, senza sicurezza, senza tutele, senza voce. Flessibilità estrema, zero diritti, nessuna possibilità di fare carriera. Solo precarietà legalizzata.</p>
<p>E mentre i riflettori sono puntati su altre crisi, questa si consuma ogni giorno, sotto gli occhi di tutti, ma senza fare notizia.</p>
<p>* da https://diogenenotizie.com</p>
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		<title>CONFERENZA PROGRAMMATICA CITTADINA DEL PRC NAPOLETANO: PER LA RINEGOZIAZIONE ANTILIBERISTA DEL PATTO/PACCO PER NAPOLI.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 10:17:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Rifondazione Comunista]]></category>

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		<description><![CDATA[                Domani 24 giugno dalle 16,30 c’è la Conferenza Programmatica Cittadina che si svolgerà a Palazzo Venezia la sede di quella che potremmo definire l’ambasciata dell’allora Serenissima Repubblica di Venezia. La nostra iniziativa non è la classica Conferenza di Programma di un Partito della sinistra di classe perché, in realtà, è l’occasione per una proposta [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p><b>                </b>Domani 24 giugno dalle 16,30 c’è la Conferenza Programmatica Cittadina che si svolgerà a Palazzo Venezia la sede di quella che potremmo definire l’ambasciata dell’allora Serenissima Repubblica di Venezia.</p>
<p>La nostra iniziativa non è la classica Conferenza di Programma di un Partito della sinistra di classe perché, in realtà, è l’occasione per una proposta politica di convergenza contro il Patto per Napoli firmato a marzo 2022 dal Presidente del Consiglio pro-tempore Mario Draghi e l’attuale Sindaco Manfredi.</p>
<p>I “Patti” tra il Presidente del Consiglio e i Sindaci dei Comuni sia metropolitani che capoluoghi di Provincia sono stati siglati tutti con la medesima impostazione:</p>
<p>si tratta dell’erogazione di un contributo statale alla riduzione del debito comunale (creato essenzialmente dalla riduzione dei trasferimenti statali e dal ruolo privatistico della Cassa Depositi e Prestiti) in cambio di aumenti dei tributi comunali, “razionalizzazione” delle Partecipate, alienazione/valorizzazione/svendita degli immobili pubblici con apertura a forme speculative dei fondi immobiliari d’investimento.</p>
<p>I “Patti” sono di durata ventennale e rappresentano una sorta di “commissariamento di fatto” dei vari Comuni che sono obbligati a rispettare un rigoroso cronoprogramma pena la perdita del …”generoso” contributo statale.</p>
<p>A Napoli l’abbiamo ribattezzato “Pacco” per Napoli ed è in piena attuazione, in particolare, dal non lontano 2026 diventerà ancora più soffocante perché è prevista una forte riduzione del contributo statale e, di conseguenza, un aumento dell’apporto comunale alla riduzione del debito noi pensiamo, invece, che è giunto il momento per creare le condizioni politiche e sociali per una <b>rinegoziazione antiliberista del Pacco </b>e sull’articolazione di questa proposta chiamiamo al confronto unitario le forze della sinistra di classe, del sindacalismo conflittuale e delle Reti di Movimento.</p>
<p align="center">Elena Coccia segretaria provinciale PRC</p>
<p align="center">Rosario Marra gruppo di lavoro contro il Pacco per Napoli.</p>
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		<title>Pensare in grande</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 13:23:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni*   Si parta dal fatto che il bicchiere referendario va visto come “mezzo pieno”. Che nell’afoso silenzio elettorale, nella melassa della distrazione di massa, nell’assenza quanto nell’indicazione da parte di alte cariche dello Stato a disertare le urne, che quasi 15 milioni di aventi diritto si rechino a votare su quesiti complessi, sovente spiegati [...]]]></description>
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<div><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano Galieni*</strong></span></div>
</div>
<div><span style="font-size: medium;"> </span></div>
<div itemprop="text">
<p><span style="font-size: medium;">Si parta dal fatto che il bicchiere referendario va visto come “mezzo pieno”. Che nell’afoso silenzio elettorale, nella melassa della distrazione di massa, nell’assenza quanto nell’indicazione da parte di alte cariche dello Stato a disertare le urne, che quasi 15 milioni di aventi diritto si rechino a votare su quesiti complessi, sovente spiegati male – a volte anche dagli stessi proponenti – è un risultato da cui partire e da non dimenticare, per innescare dinamiche più articolate attorno al rapporto fra democrazia e partecipazione. Dalle prime dichiarazioni del segretario nazionale della Cgil questo dato pare acquisito, così come sembra aver preso piede la necessità di riaprire un lavoro di inchiesta sul campo nel mondo articolato, variegato e complesso del mondo del lavoro, fatto di ascolto, di ricerca, di analisi, tanto nei singoli territori, con le loro complessità, quanto nei diversi comparti produttivi. Un impegno che non si può esaurire nei luoghi di lavoro – troppo spesso effimeri, frammentati, fondati sull’isolamento – ma che deve riconnettere l’intero tessuto sociale del Paese. Non si tratta di utilizzare termini idealisti quali “ottimismo” quanto di una verifica incontrovertibile dei risultati ottenuti laddove insieme ai referendum si votava per il primo turno delle elezioni amministrative (cfr Nuoro) o al ballottaggio (Taranto o Matera). In queste città il quorum referendario si è quasi sempre raggiunto o superato e i risultati hanno dato una netta prevalenza del si. Ogni dato ipotetico, legato ad un superamento generale del quorum va preso con le molle. Se è vero che la destra tende ad appropriarsi del blocco astensionista, questa non va imitata. Non bisogna credere o far credere a proiezioni arbitrarie dei risultati anche se, va detto, laddove nei ballottaggi hanno prevalso coalizioni di centro destra, sui referendum hanno vinto le posizioni dei promotori dei quesiti. C’è però un vulnus, profondo e dalla forte natura politica che va analizzato nelle sue diverse e complesse sfaccettature. I referendum che direttamente impattavano sul mondo del lavoro sono quelli che hanno ricevuto i maggiori consensi con i 12.249.649 voti, in percentuale l’89.6% dei votanti (contro il jobs act) e i 12.220.430, pari all’ 89,04 % sul terzo quesito, quello riguardante le maggior tutele per chi lavora nelle piccole imprese. Questo perché nel mondo produttivo nazionale, questo tessuto è divenuto prevalente. Il problema forte è nel divario fra i si ottenuti ai 4 referendum e quello erroneamente presentato come quesito su immigrazione e cittadinanza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In realtà il quesito, che mirava a dimezzare i tempi necessari per poter chiedere (non per ottenere come erroneamente, a volte anche in buona fede ha sintetizzato qualcuno), ha ottenuto oltre 3.200 mila voti in meno rispetto agli altri e questo apre ad una necessaria e urgente riflessione politica che si dirama verso diverse direzioni. I 3 milioni e 200 mila che hanno votato no ad una proposta minimale di estensione dei diritti a loro colleghe e colleghi di lavoro, a studentesse e studenti, vanno cercati in ambiti diversi, tanto in base alle appartenenze politiche, quanto alla disinformazione dilagante, quanto ai territori in cui tale dissenso si è manifestato. Con questo approccio non si intende certo fare proposte per affrontare un tema vasto e complesso, ma si propone semplicemente di analizzarlo in maniera laica e basata su dati certi, non su ipotesi. Togliamo, almeno in parte, le elettrici e gli elettori del M5S a cui il movimento aveva lasciato “libertà di coscienza” pronunciandosi compiutamente solo sui primi quattro si. Non si può dimenticare la composizione di questa forza politica che unisce ad una posizione altamente progressista su tematiche come il lavoro e l’opposizione al riarmo, crepe significative rispetto ai diritti, in particolare sul tema dell’immigrazione. Hanno governato con Salvini, una parte di loro considera ancora le Ong come “taxi del mare” ed è difficile far comprendere ad un elettorato poco politicizzato, anzi dall’origine orientato all’antipolitica, la differenza che passa fra i richiedenti asilo e chi vive e lavora magari da decenni in questo assurdo Paese. In alcuni, non tutti, i casi, i vertici – al contrario di altre forze politiche – sono più avanzati della base e questo è un problema di cui tenere conto. C’è poi una piccola area, forse ancora poco rilevante in termini numerici ma capace di proporre forti argomentazioni di contrarietà all’estensione dei diritti e che, per necessità di sintesi, proviamo a definire come i sostenitori italiani dell’approccio BSW di Sahra Wagenknecht. Si tratta di un’area di “sinistra nazionalista” secondo cui le forze comuniste (per loro neoliberiste) hanno da troppo tempo dimenticato il proletariato nazionale in nome di valori e di una società  cosmopolita. Lavoratori (non è il caso che utilizzino spesso il termine al maschile), che, sentendosi abbandonati e vedendo i colleghi immigrati come concorrenti al ribasso nei salari, li percepiscono come “nemici”. Un approccio da sinistra conservatrice che però, in un contesto come quello italiano, più impoverito di quello tedesco, può trovare spazio e costituire cultura di se. Peccato che l’impoverimento del Paese non sia certo dovuto alla presenza, peraltro non competitiva di lavoratrici e lavoratori stranieri quanto all’assenza di una sana conflittualità per il miglioramento delle condizioni salariali, per un welfare da ricostruire, per servizi da estendere e non da considerare privilegi per chi, magari individualmente, li ha ottenuti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un’altra componente in cui ha prevalso la diffidenza vede insieme problemi di classe e generazionali. Ci si riferisce ad una marea di persone, sovente pensionate, con basso reddito e la cui informazione è basata sul livello infimo dei canali televisivi. Per questi il cambiamento sociale epocale dovuto all’immigrazione è da decenni – anche grazie a politiche di governo di diverso orientamento, complici o vigliacche – sinonimo di sconvolgimento, di paura, di insicurezza perché i volti che si incontrano sono considerati ancora sconosciuti e minacciosi. Tale paura, che secondo la narrazione tossica televisiva modello Rete 4 è generalizzante, nell’esperienza personale è rivolta principalmente contro quelle e quelli che vengono percepiti come poveri e, in quanto tali, concorrenti alla spartizione delle poche briciole lasciate da un welfare a pezzi. L’impressione, ancora da misurare con rilevazioni più accurate, è che laddove prevale un elettorato giovane e colto, spesso universitario, il divario delle opinioni sui diversi quesiti, si assottiglia molto. Resta, sia ben chiaro, ma c’è un segnale che contrasta invece con una ricerca basata su quanto accade nei territori. Nelle grandi città il si alla riforma della legge sulla cittadinanza ha avuto risultati migliori rispetto alle piccole province, significativo il divario fra un Nord più restio – pesa ancora l’influenza leghista – e un sud, in cui si è votato di meno ma dove la percentuale dei favorevoli al quinto referendum è stata maggiore. Non da ultimo, ad una prima analisi, si conferma anche un altro forte divario fra i risultati nei seggi ubicati nelle periferie e quelli in zone più borghesi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ad una lettura che si fermi alla fotografia del presente, i risultati sembrano confermare le tesi del BSW, che colgono la contraddizione fra un ceto medio progressista, più teso a difendere i “diritti civili” di chi non ha il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, ed un proletariato / sottoproletariato, privo di strumenti di tutela e privo persino di quella consapevolezza di diritto alla rivolta verso le classi dominanti. E ci siamo infine arrivati, questi risultati si dimostrano questione politica da affrontare. O le soggettività politiche e sindacali si assumono la responsabilità di operare per una concreta ricomposizione di classe che passi attraverso lotte comuni, formazione, ricostruzione di una egemonia culturale in grado di ridare una spiegazione materiale e ideologica al presente o si è condannati a subire quella dell’avversario di classe.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Secondo alcune / i, questo referendum non andava fatto, secondo il parere di altre / i è stato impostato su valori di carattere liberale – come spesso capita sulle questioni inerenti diritti civili – non comunicandone la sua specificità all’interno di una complessità di classe. Chi scrive pensa che entrambe le reazioni siano inadeguate. Il referendum era necessario a seguito di totale inadempienza delle forze politiche presenti in parlamento che, o per opposizione ad ogni miglioramento di una legge razzista come la 91/1992 o per il timore di perdere consensi, non è mai stata seriamente messa in discussione. Solo una partecipazione popolare poteva riproporre meglio tale tema nell’agenda politica del Paese e questo in parte, certamente insufficiente, è avvenuto. Sulla seconda critica il ragionamento che va fatto è più articolato, spettava ai settori di classe organizzati e più avanzati, presentarlo nei luoghi critici come elemento di ricomposizione di classe ma spettava anche al ceto medio “illuminato” valorizzare il fatto che questo non era un “referendum sull’immigrazione” ma un primo tentativo per fare i conti con un Paese che è cambiato nel profondo nella propria composizione sociale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ora diventa necessario non disperdere quel consenso che comunque si è accumulato per farlo crescere, magari con un percorso più visibile, per ottenere non piccoli miglioramenti legislativi o accettare le proposte al ribasso come lo “ius scholae” già rilanciato da Forza Italia, ma modifiche molto più sostanziali. Bisogna puntare in alto partendo da alcuni elementi, questi si profondamente di classe. In Italia le questioni sociali sono divenute divisive quando scientemente si è scelto di separarle. Si pensi alle cd politiche inclusive per i rom, per i rifugiati, per i senza fissa dimora, per le persone con disagio psichico. Va invece reimposto di affrontare i problemi che attanagliano la vita di chi ha meno diritti o meno opportunità, riportandoli ad un carattere di universalismo. Serve edilizia popolare? Il solo modo per evitare che un quartiere di una periferia si mobiliti in maniera aggressiva perché legittimamente è stato dato un alloggio pubblico ad una famiglia “straniera” è quello di aumentare il numero di alloggi per edilizia pubblica, facendo conoscere bene i criteri di graduatoria. Lo stesso ragionamento va fatto per i presidi sanitari, per i posti negli asili nido, per tutti quei bisogni primari in cui la concorrenza fra ultimi e penultimi è determinata in realtà dal fatto che entrambi non sono garantiti dai poteri dominanti. Questo tipo di intervento che è sociale, economico, ma persino pedagogico, non va lasciato all’improvvisazione ma deve vedere come protagonisti tanto lo Stato, le regioni, i Comuni e gli enti pubblici di prossimità, quanto i corpi intermedi di cui questo Paese ha estremo bisogno, partiti, sindacati, mondo associativo eccetera. E riguardando un cambiamento sociale in atto da decenni ed irrefrenabile, deve vedere come protagoniste/i anche quelle forze vive, nate e/o cresciute in Italia che potrebbero svolgere un ruolo propulsivo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Si tratta di coesione sociale che deve poter comprendere quante più persone possibili e attraverso cui va declinato, da “sinistra” il termine sicurezza, alibi attraverso cui da decenni si consumano le peggiori nefandezze.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dovremmo insomma produrre un programma più ambizioso per il futuro, capace di modificare radicalmente le gerarchie dell’agenda politica e di quella, conseguente, dei media mainstream. Fino a quando si continuerà unicamente a difendersi con termini compassionevoli, che si richiamano ad un’etica che risulta inutile nella giungla della competizione individuale, saremo – molto probabilmente e quando va bene – in grado di ottenere soltanto la riduzione del danno. Invece dobbiamo volere “il pane e le rose” ad esempio costruendo quelle relazioni per cui la parola “cittadinanza”, da concessione individuale per alcune/i, riassuma il suo significato originale di appartenenza ad una comunità aperta e capace di guardare in avanti. Occorre un lavoro lungo, di tutte e di tutti, in cui il passaggio referendario va visto, con le sue contraddizioni, come un primo risultato da non rinnegare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">P.S. i referendum hanno risentito sicuramente anche, come già detto, di una scarsa quando non distorta informazione. A chi scrive è capitato, almeno un paio di volte, di partecipare in orari improbabili, a tribune referendarie televisive. Nel backstage, prima della diretta, gli esponenti della maggioranza dialogavano mostrando di comprendere quanto la presenza soprattutto di giovani immigrate/i non fosse stata mai seriamente affrontata, parlavano di urgenza di dialogo. Ma non appena le telecamere si accendevano, gli stessi si scatenavano affermando che i promotori volevano regalare la cittadinanza a clandestini, delinquenti, stupratori e, chi più ne ha più ne metta, seguendo un trito copione di esaltazione del braccio forte e autorevole dell’attuale compagine governativa. Un triste show che va in onda ogni giorno a reti pressoché unificate e in cui il contraddittorio è spesso debole se non timido. Anche questo è un intervento da perseguire perché sul pensiero televisivo si formano ancora le opinioni delle persone. Ed anche questo è un terreno di scontro di classe.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Transform Italia</span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>UN’EUROPA PIÙ POVERA E PIÙ ARMATA: IL FALLIMENTO DELLE CLASSI DIRIGENTI NEOLIBERISTE È SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2025 17:48:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Giovanni Barbera*   I dati pubblicati da Eurostat nel rapporto 2025 &#8220;Living conditions in Europe – poverty and social exclusion&#8221; confermano ciò che denunciamo da anni: l’Unione Europea è un continente in cui milioni di persone vengono abbandonate alla povertà e all’esclusione sociale, mentre le risorse pubbliche vengono dirottate verso gli interessi delle élite economiche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto"><span style="font-size: medium;"><b> Giovanni Barbera*</b></span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: large;"> </span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: large;">I dati pubblicati da Eurostat nel rapporto 2025 &#8220;Living conditions in Europe – poverty and social exclusion&#8221; confermano ciò che denunciamo da anni: l’Unione Europea è un continente in cui milioni di persone vengono abbandonate alla povertà e all’esclusione sociale, mentre le risorse pubbliche vengono dirottate verso gli interessi delle élite economiche e, ultimamente, anche verso il riarmo.</p>
<p>Nel 2024, oltre 93,3 milioni di persone, pari al 21% della popolazione dell’UE, risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. In Italia la situazione è ancora più drammatica: 13,52 milioni di persone, pari al 23,1%, vivono in condizioni di disagio economico.</p>
<p>Minori, giovani, donne e lavoratori precari sono le principali vittime di un sistema che produce sistematicamente diseguaglianza e insicurezza. A fronte di questo scenario, le classi dirigenti europee – complici anche i governi italiani che si sono succeduti negli anni – non solo non mettono in campo politiche efficaci di contrasto alla povertà, ma proseguono con un’agenda neoliberista fatta di austerità, tagli allo Stato sociale, privatizzazioni e precarizzazione del lavoro. Una situazione allarmante, che non solo impoverisce i cittadini italiani ed europei, ma genera anche disaffezione alla politica e favorisce la crescita dei partiti xenofobi e di estrema destra, come avviene in Italia, Francia, Germania e in tanti altri Paesi europei, mettendo a dura prova le nostre fragili democrazie liberali.</p>
<p>Come se non bastasse, l’Unione Europea ha scelto di imboccare la strada del riarmo permanente, con l’aumento delle spese militari, la produzione di armi e il finanziamento dell’industria bellica. Le stesse istituzioni che negano risorse per il welfare trovano senza difficoltà miliardi per alimentare il complesso militare-industriale e per sostenere guerre per procura. Il fallimento è totale.</p>
<p>Le classi dirigenti neoliberiste hanno costruito un’Europa in cui la povertà si diffonde mentre si soffia sul fuoco della guerra. È un’Europa dei padroni, delle banche, delle armi, contro i popoli, contro il lavoro, contro la Pace. Denunciamo con forza questo sistema e rivendichiamo una svolta radicale, perché serve un’altra Europa: quella dei popoli, della solidarietà e della Pace.</p>
<p>Pertanto, chiediamo uno stop alle politiche di austerità, al Patto di stabilità e al riarmo, e una drastica riduzione delle spese militari, che sono aumentate in maniera esponenziale in quasi tutti i Paesi dell’UE. Il nostro Paese, che aveva previsto per il 2025 una somma record di 35 miliardi di euro destinata alla spesa militare, pari all’1,57% del nostro PIL, ha già annunciato – per bocca del ministro Giorgetti – il raggiungimento, entro la fine dell&#8217;anno, del 2% del PIL, pari ad altri 10 miliardi di euro in più rispetto a quanto già preventivato per il 2025. Ovviamente, sono fondi pubblici che verranno sottratti alla spesa destinata alla collettività, con buona pace di coloro che continuano a fare propaganda per un governo che si sta dimostrando di gran lunga peggiore di quelli che lo hanno preceduto.</p>
<p>Insomma, di fronte a questo quadro preoccupante, finalizzato a costruire un’economia di guerra contro un nemico inesistente, avremmo bisogno invece di maggiori investimenti pubblici in sanità, scuola, casa e reddito minimo; di nuovi diritti universali per il lavoro; di un piano per l’occupazione pubblica e la riconversione ecologica del nostro sistema industriale; della tassazione delle grandi ricchezze e di maggiore giustizia fiscale, che permetta una redistribuzione della ricchezza in Italia e in tutta Europa, al fine di invertire quella tendenza che sta alimentando la povertà.</p>
<p></span></div>
<div dir="auto"><span style="font-size: large;">I dati Eurostat dimostrano che la povertà non è un fenomeno inevitabile, ma è il prodotto di precise scelte politiche portate avanti in questi anni. Contro queste scelte, siamo da sempre in campo come Rifondazione Comunista per costruire un fronte sociale e politico che rimetta al centro i bisogni delle classi popolari, la giustizia sociale e la Pace. Un modello sociale e politico alternativo, in grado di restituire dignità e benessere a quei soggetti sociali che in questi ultimi decenni hanno dovuto subire un forte peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro a causa delle inopinate scelte politiche portate avanti dalla Commissione Europea e dai governi che fanno parte dell&#8217;Unione Europea.<span style="color: #888888;"><br />
<i></p>
<p></i></span></span></div>
<div>
<div><span style="font-size: large;"><i><b>*Segreteria nazionale</b></i></span></div>
<div><span style="font-size: large;"><i><b>Responsabile politiche sociali</b></i></span></div>
</div>
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		<title>SOSTENIAMO I PRECARI DEL CNR IN ASSEMBLEA PERMANENTE PER GARANTIRE UN FUTURO ALLA RICERCA DEL PAESE</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Dec 2024 11:06:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Antonello Patta* Andrea Ilari** La vicenda dei precari del Cnr può essere assunta per tante regioni a metafora di un paese il cui futuro è messo in crisi da politiche che sprecano risorse e competenze pubbliche straordinarie mentre distruggono la vita delle persone. Nel CNR ci sono 4000 precari della ricerca giovani e meno giovani, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Antonello Patta*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Andrea Ilari**</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La vicenda dei precari del Cnr può essere assunta per tante regioni a metafora di un paese il cui futuro è messo in crisi da politiche che sprecano risorse e competenze pubbliche straordinarie mentre distruggono la vita delle persone.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Nel CNR ci sono 4000 precari della ricerca giovani e meno giovani, assegnisti e tempi determinati. Questi uomini e queste donne si sono laureati e molti di loro (quelli che lavorano nella ricerca) hanno conseguito il dottorato. Sono tutti formati per lavorare nel campo della ricerca e sviluppo. Poiché i governi italiani in modo miope investono poco nella ricerca molti di loro vanno a lavorare all’estero. Un sondaggio informale promosso dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale nel 2021 tra le diverse Sedi diplomatiche italiane ha contato circa 33mila ricercatori italiani all’estero. Il gruppo più grande è quello degli Stati Uniti, dove è stimato lavorino più di 15.000 scienziati italiani. Quindi con i soldi delle nostre tasse formiamo giovani ricercatori che poi saranno accolti da altri paesi dove le condizioni di lavoro sono senz’altro migliori.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Parte dei soldi del PNRR, una piccolissima parte sono stati spesi  in ricerca e sviluppo e sono stati assunti molti ricercatori a tempo determinato con la promessa di una futura stabilizzazione, ma alle promesse come spesso accade non ha fatto seguito nessuna azione concreta. Non solo;  la bozza della legge di bilancio prevede un blocco del 25 % del turn over e un aumento dell’età pensionabile che ridurrebbero ulteriormente le possibilità di impiego dei lavoratori del CNR. È in risposta a tutto ciò che ha ripreso vita il movimento precari uniti del CNR che ha cominciato a mettere in atto delle azioni di protesta. </span><br />
<span style="font-size: medium;">  Il 28 novembre 2024 le OO.SS. FLC CGIL e Federazione UIL Scuola RUA, insieme al movimento dei Precari Uniti, hanno indetto un’assemblea nazionale dei precari del CNR. L’evento ha registrato una partecipazione così straordinaria , sia precari che strutturati, provenienti da tutta Italia,  che l’incontro, è stato spostato in uno spazio più grande  dove si sono visti anche numerosi esponenti politici e rappresentanti degli organi di stampa.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Dietro questa grande spinta dal basso  FLC CGIL e Federazione UIL Scuola RUA hanno rinnovato con forza la richiesta alla Presidente di avviare  una ricognizione puntuale dei lavoratori precari in possesso dei requisiti previsti dalla normativa Madia (Dlgs 75/2017) per  dare seguito al processo di stabilizzazione. Cosa possibile solo con un cambio di rotta rispetto alle previsioni contenute nella prossima Legge di Bilancio, che taglia fondi e personale. </span><br />
<span style="font-size: medium;"> La Presidente, dopo un breve e iniziale incontro avvenuto nell’atrio del CNR con le OO.SS. e una rappresentanza dei lavoratori precari, ha dichiarato che l’Ente, al momento, non intende procedere con le stabilizzazioni.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Questa posizione, ritenuta insufficiente e inaccettabile dall’assemblea, ha portato alla decisione di proseguire la mobilitazione, proclamando un’assemblea permanente presso il CNR. L’obiettivo è ottenere risposte chiare e concrete, sia dalla Presidente sia dal Governo, per porre fine alla condizione di precarietà che mina la dignità dei lavoratori del CNR.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Con questi obiettivi la lotta, con il presidio sulla scalinata della sede centrale del CNR,   continua,  forte della solidarietà delle lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato della CGIL e della UIL e del sostegno manifestato dal  segretario della CGIL Maurizio Landini e dalla  segretaria dell’FLC CGIL Gianna Fracassi  </span><br />
<span style="font-size: medium;"> Come Prc sosteniamo questa lotta che rappresenta un esempio importante per i milioni  di lavoratrici e lavoratori assunte/i con contratti precari,  bassi salari e scarse tutele;  sono ben  3 milioni in Italia, 500 mila nel pubblico,  gli occupati a termine impiegati in tutti i settori pubblici e privati e considerati oramai come un fenomeno fisiologico  nonostante le scarse tutele e i bassi salari con retribuzioni medie  intorno ai 10 mila euro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Numeri che fanno ben capire l’importanza della costruzione di un fronte di lotta  di  tutto il vario mondo dellle lavoratrici e dei lavoratori precari, un passaggio decisivo per la riunificazione di tutto il mondo del lavoro contro questo governo che continua a portare avanti  le politiche neoliberiste che hanno frantumato la classe in lavoratori di serie A e di serie B per ridurre salari e diritti di tutte e tutti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*responsabile nazionale lavoro del Prc </span><br />
<span style="font-size: medium;"> *Primo ricercatore del CNR, Direttivo FLC-CGIL Rieti-Roma Est -Valle dell’Aniene</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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