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	<title>Rifondazione Comunista &#187; antifascismo</title>
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		<title>Una borsa di studio per Citto Maselli, partigiano, regista, ma soprattutto, comunista</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 13:51:36 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefania Brai* Salto tutti i miei ringraziamenti per ringraziare invece i ragazzi che hanno letto quella bellissima lettera al ministro Giuli. Sono le cose per cui Citto ha lottato tutta la vita. E vorrei ringraziare in modo particolare tutti gli allievi e le allieve che hanno voluto partecipare alla borsa di studio e che si [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Stefania Brai*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Salto tutti i miei ringraziamenti per ringraziare invece i ragazzi che hanno letto quella bellissima lettera al ministro Giuli. Sono le cose per cui Citto ha lottato tutta la vita.</span><br />
<span style="font-size: medium;">E vorrei ringraziare in modo particolare tutti gli allievi e le allieve che hanno voluto partecipare alla borsa di studio e che si sono messi in gioco. Li ringrazio a nome di tutta la Commissione che è rimasta colpita dal livello alto delle vostre opere. Livello alto di regia, di recitazione, di fotografia. Livello alto di tutto. Vi ringraziamo anche per questo. </span><br />
<span style="font-size: medium;">Aggiungo solo poche parole per spiegare perché ho voluto tanto questa borsa di studio e per ricordare Citto con le sue stesse parole. </span><br />
<span style="font-size: medium;">Citto si è diplomato al Centro Sperimentale, ha insegnato al Centro, ha donato tutto il suo archivio (tutta la sua produzione artistica e di politica culturale) al Centro. Basterebbe questo. </span><br />
<span style="font-size: medium;">Ma penso anche sia il modo migliore per ricordare non solo Citto ma anche una generazione che ha fatto grande il cinema italiano. I film di quegli autori non sempre hanno incassato al botteghino, ma hanno fatto conoscere la cultura italiana nel mondo e fanno parte della storia del cinema. La memoria di cosa siamo stati ci aiuta a capire cosa siamo oggi e a scegliere cosa vogliamo essere, oggi e domani.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Citto non ha mai separato la sua militanza politica e culturale dal suo lavoro creativo. È entrato nella Resistenza contro il Fascismo a 14 anni, come responsabile degli studenti medi del Liceo Tasso e subito dopo la Liberazione è entrato nel Partito comunista e si è iscritto a soli 17 anni al Centro. È stato un intellettuale militante tutta la vita, lottando per la libertà creativa, per la riforma delle istituzioni culturali e per liberare la produzione artistica dai meccanismi del mercato. </span><br />
<span style="font-size: medium;">Quando nel 2021 tutta la Biennale gli ha reso omaggio come “un intellettuale, implacabile osservatore della realtà, fulgido esempio di come far coincidere estetica e etica&#8221; Citto disse:</span><br />
<span style="font-size: medium;">“Io sono comunista fin da giovane e lo sono rimasto sempre, prima nel Pci poi nel Partito della Rifondazione comunista. E di questo sono molto orgoglioso. Con questo riconoscimento che ricevo oggi a 90 anni vuol dire che ho in qualche modo contribuito, seppur in minima parte, anche con la mia arte, al cambiamento di questa società che è piena di ingiustizie e sofferenze (&#8230;) Sono dell&#8217;idea che non solo questa società debba essere cambiata ma che l&#8217;arte ha una responsabilità e una possibilità in più in questo processo di cambiamento, per contribuire a creare una coscienza generale. Anche con  l&#8217;arte si può cambiare il mondo. … </span><br />
<span style="font-size: medium;">Voglio dedicare questo omaggio a una figura straordinaria del cinema italiano. Il suo nome è Luchino Visconti, di cui ho avuto l&#8217;onore di essere stato amico e assistente alla regia. Visconti mi ha insegnato la responsabilità umana e sociale, che poi è anche politica, che abbiamo quando si fa un film. Visconti ci ha trasmesso questa lezione e io ho cercato di metterla in pratica da comunista&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Credo che la lezione di Visconti sia oggi valida più che mai e questa borsa di studio può servire a ricordarla.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Resp Cultura, Partito della Rifondazione Comunista &#8211; Sinistra Europea </span></p>
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		<title>L’egemonia della destra in Italia, intervento alla Festa dei lavoratori delle Alpi, a Grenoble</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jun 2025 20:26:10 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefano Galieni* Il testo che segue, per un dibattito che si è tenuto sabato 27 giugno,  era quello che avevo preparato per facilitare l&#8217;interprete, interlocutore e compagno,  Grégoire Le Quang. In realtà poi, anche per rendere più vivace la discussione col vasto pubblico presente, nonostante il caldo in una gran bella festa, abbiamo preferito procedere a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Stefano Galieni*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Il testo che segue, per un dibattito che si è tenuto sabato 27 giugno,  era quello che avevo preparato per facilitare l&#8217;interprete, interlocutore e compagno,  Grégoire Le Quang. In realtà poi, anche per rendere più vivace la discussione col vasto pubblico presente, nonostante il caldo in una gran bella festa, abbiamo preferito procedere a braccio e dialogare con i tanti che hanno posto domande. Il contenuto di fondo resta però questo. </em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In Francia e non solo, la presenza in Italia di un governo come quello guidato da Giorgia Meloni, sta provocando un forte dibattito. Si teme che, con le prossime elezioni presidenziali Marine Le Pen, o chi per lei, ne possa costituire un esempio. I giornali conservatrici anche mainstream, spesso pubblicano lunghi articoli in cui esaltano le doti di una &#8220;ex sovranista&#8221; che risponde perfettamente ai valori della destra capace di essere contemporaneamente atlantista, in campo internazionale e autoritaria, nella politica interna. Il tema di fondo dell&#8217;incontro verteva sull&#8217;analisi delle cause che, non solo in Italia, stanno portando a tali derive e, soprattutto, con quali strumenti e contenuti, una vera sinistra potrà contrastarne l&#8217;egemonia. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È comodo e consolatorio, pensare che il governo Meloni e la sua impronta fascistoide, siano un fatto accidentale. Urge partire da una riflessione se pure non esaustiva, su quanto avvenuto in Italia, negli ultimi decenni. La fine della divisione del mondo in blocchi avviene, da noi, contemporaneamente a modifiche sociali e nel mondo del lavoro. Già negli anni Ottanta partiva la “modernizzazione”. Ovvero la rottura dei vincoli sociali e politici garantiti dai corpi intermedi, i sindacati, i partiti politici, la rinuncia ai conflitti, portava ad una fede individualista verso il mercato, come regolatore della gestione dei profitti e della loro distribuzione. Il nuovo scenario mondiale non era più compatibile con una democrazia basata sulla mediazione fra parti sociali, che trovava i propri fondamenti nella Costituzione, in una repubblica parlamentare che salvaguardava la rappresentanza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Gli anni Novanta videro i partiti di massa, devastati dalle inchieste per corruzione e inadeguati ad affrontare il cambiamento. Dopo lo scioglimento del PCI, il più grande partito comunista d’Europa, si sgretolarono le altre forze politiche e prevalse un sistema elettorale maggioritario che ridusse gli spazi di democrazia. Fece seguito la “stagione delle stragi” di cui furono responsabili non solo le organizzazioni mafiose ma che coinvolsero ambienti istituzionali e, da quanto emerge dalle indagini, manovalanza dell’estrema destra eversiva mai dissolta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel frattempo la destra nostalgica del Movimento Sociale Italiano, nato nel 1946 con simbologia (fiamma tricolore) e riferimenti ideologici della Repubblica Sociale Italiana, si trasformava per rendersi “rispettabile”. Nel 1995, diventa Alleanza Nazionale, il suo leader di allora, Gianfranco Fini, non ebbe timore nel definire il fascismo il “male assoluto”. Intanto nelle sezioni si continuarono a tenere simboli del regime, labari e busti di Mussolini. Nasce una nuova / vecchia, destra che inizia a scavare nel profondo, nei disagi di una società priva di risposte ai bisogni delle persone, in cui crescono paura, disorientamento, solitudine, rancori e rabbie.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il cammino inizia nei raduni dei giovani missini che, strumentalizzando Tolkien, realizzano i “Campi Hobbit”, producono musica, si ergono a portatori di controcultura rispetto alla produzione commerciale che riempie il mercato. Si leggono e si editano i testi di un mondo in cui collimano nostalgie del Ventennio, intellettuali che richiamano ad un superamento spirituale della contrapposizione destra / sinistra e in cui Evola, Guenon, Drieu La Rochelle e De Benoist, ricevono la stessa considerazione di Gramsci. La generazione che matura in quegli ambienti, oggi occupa posti fondamentali nel governo, nazionale e locale del Paese, e ha questa cultura, in cui si mescolano autoritarismo, ideali di Stato etico, etnicamente bianco e suprematista, misogino e patriarcale. Un complesso miscuglio in cui il culto tradizionalista convive con un presente scandito dal militarismo, dalla musica nazirock, dai legami con un mondo intriso di esoterismo pagano o di oscurantismo cattolico, senza alcuna contraddizione. Si producono riviste, nascono case editrici in cui, si sdoganano i peggiori esempi della storia nazifascista e si lasciano entrare, con una lettura patriottica e de ideologizzata, Che Guevara, lotte di liberazione popolari come quelle palestinesi e irlandesi, il nazionalismo in ogni forma e persino l’islam khomeinista, esempio di lotta anti imperialista, i combattenti talebani. L’Urss non c’è più, la “minaccia comunista” o è minoritaria o ha abbandonato persino le propensioni socialdemocratiche. La destra che oggi è di governo, cerca di colmare un vuoto e di proporre una propria egemonia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È un mondo che non è mai stato unito, se non nelle rituali adunate in omaggio a camerati morti o a celebrazioni mussoliniane, un arcipelago dove si cerca di superare il funereo immaginario nostalgico senza perdere le radici. Un percorso che si è rivelato fruttuoso, ha portato ad aggregare giovani, a costruire radicamento anche nelle periferie abbandonate. I loro ideologi, per quanto privi di grande spessore culturale, recuperarono tanto le intuizioni – poi non attuate &#8211; di destra sociale e di culto della patria, quanto i primi virulenti segnali di razzismo diffuso che emergevano in seguito al fatto che l’Italia ricca era paese di immigrazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Negli anni Novanta e poi nei primi anni Duemila, avvengono altri e forti sommovimenti. Intanto si continuano ad erodere diritti nel mondo del lavoro, cresce il precariato, aumentano le forme contrattuali prive di tutele, si rompono i meccanismi solidali all’interno dei luoghi di produzione. Inizia ad allargarsi la forbice fra chi è più ricco e chi fatica ad arrivare a fine mese, si sfarina il tessuto sociale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quello che viene chiamato “berlusconismo”, dal fondatore di Mediaset, che nel 1994 era entrato prepotentemente in politica, è un nuovo modo di stare al mondo fondato sul consumo, l’edonismo, la mercificazione delle persone, in particolare delle donne, il rifiuto di qualsiasi valore culturale che non determini profitto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La destra sedicente “nazional rivoluzionaria” convive con questo modello sociale e imprenditoriale in cui non esiste mediazione fra chi comanda e chi lavora. È l’epoca dell’attacco ai sindacati considerati “inutili e obsoleti carrozzoni”. L’anti politica si forma dall’inizio contro chi rappresenta il movimento operaio, depotenziare i sindacati rimanda a quanto accadde nel fascismo originale. Indicare poi nel comunismo (che mai ha governato l’Italia), come la fonte di tutti i mali è la sintesi del periodo in cui Berlusconi è stato il dominus del Paese. Non c’è stato bisogno di manganello o di olio di ricino, la popolazione italiana era già anestetizzata dalle tv non solo di Mediaset, ha goduto e pensava di poter continuare a godere di un relativo benessere, ha considerato il “Cavaliere” (Berlusconi) come modello di vita a cui aspirare. Il vincente da imitare nella vita. Si affermava un pensiero unico. Il decadimento suo e del suo Partito, (Forza Italia), non ha portato a cambiamenti ma ha accelerato la rivoluzione passiva. Prima si è imposta una forza genericamente antisistema come il M5S, priva di programmi che aveva come solo obiettivo l’odio verso i partiti. Oggi il M5S, più senza il comico fondatore, ha una impronta progressista nelle istituzioni. Poi hanno ripreso vigore due forze, diverse nella forma ma concorrenziali nella sostanza. La Lega Nord, del senatore Bossi è stata trasformata dal successore, Matteo Salvini, in un partito nazionale e reazionario, la cui identità si è fonda sulla lotta all’immigrazione e sulla salvaguardia delle regioni ricche del Nord. Alleanza Nazionale, ha ridefinito una propria autonomia e guidata da Giorgia Meloni si è trasformata in Fratelli d’Italia, sull’antico motto “Dio, Patria e Famiglia”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Fratelli d’Italia, nel cui simbolo permane la fiamma tricolore e i cui dirigenti non si definiscono antifascisti, insieme a Salvini e a Forza Italia governano il Paese e rappresentano l’esperienza più reazionaria dell’Italia repubblicana.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Si comincia a reagire, con difficoltà, anche perché sono cambiati gli scenari interni e internazionali. È crollata, in maniera verticale, la credibilità verso l’intero sistema e verso la politica tutta. L’astensionismo al voto supera il 50% e regna un clima di disaffezione. Grazie ad una assurda legge elettorale, maggioritaria, voluta anche dalla sinistra moderata, Giorgia Meloni governa il Paese col consenso di meno di un quinto del Paese. C’è una crisi democratica a cui da destra si risponde chiedendo maggiori poteri, invocando il premierato, ovvero l’elezione diretta di un Presidente del Consiglio, accelerando la corsa all’autoritarismo. Sempre per scelte fatte a suo tempo da governi “progressisti”, si è ristretto il pluralismo dell’informazione. Il servizio pubblico radiotelevisivo risponde alla compagine governativa. Il Parlamento, dimezzato nel numero dei componenti grazie all’ennesima legge demagogica, non svolge alcun ruolo se non quello di ratificare le scelte dell’esecutivo. Diventerà a breve legge un “decreto sicurezza” con cui si istituiscono 14 nuovi reati penali che promettono carcere per chi, anche durante uno sciopero, blocca una strada, resiste in maniera passiva alle forze dell’ordine, occupa una casa per necessità. Un intervento preventivo atto ad intimidire chi intende opporsi al governo, ma anche l’ultimo di una lunga lista di provvedimenti che mirano a mutare anche il rapporto fra Stato, cittadini e cittadine.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tv e media mainstream, in mano a potenti gruppi economico finanziari, esaltano questa visione del vivere civile basata sul <i>law and order</i>. Una misera menzogna atta a scacciare e a schiacciare, povertà e dissenso, utilizzando una esasperazione patologica della paura dell’altro, in particolare dell’immigrato, di chi vive in condizioni di marginalità. Lo Stato penale si sostituisce allo Stato sociale e tale progetto, come in altri paesi europei, ha fatto presa fra le classi popolari, nel proletariato che vive nelle periferie di città lasciate prive di servizi essenziali. Invece di unirsi per porre rimedio a tale abbandono, si cerca il responsabile fra chi ha meno strumenti per difendersi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il governo Meloni è nato poi mentre la guerra diventava elemento strutturale dell’economia e della vita nel pianeta. L’invasione in Ucraina, il genocidio in Palestina, l’aggressione di Israele prima e degli Usa poi, all’Iran sono i tasselli più recenti di un mondo multipolare in cui sono attivi 57 conflitti che, nell’anno passato hanno determinato 122,5 milioni di rifugiati. Se il fascismo come storicamente conosciuto, nasceva come propulsore di una strategia bellicista che condusse al Secondo conflitto mondiale, quello di oggi esiste con le guerre già in corso, in queste trova consenso, di queste si nutre. La stessa impronta sovranista e nazionalista che avevano fino a pochi anni fa le principali forze di maggioranza oggi è sparita. L’Italia ha perso ogni ruolo nella politica estera nel Mediterraneo, dedicandosi solo alla difesa dei confini dai richiedenti asilo e divenendo vassalla dell’amministrazione Trump, senza peraltro trarne alcun beneficio per gli interessi nazionali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La ragione è da ricercarsi anche in coloro che sono i principali sostenitori dell’attuale governo: l’industria delle armi e, più in generale gli imprenditori che mirano a raggranellare il massimo del profitto col minimo rischio. Altro che “destra sociale”, la stessa idea di flat tax permette ai potentati economici di pagare meno tasse, i continui condoni con cui si sanano evasioni ed elusioni sono la vera pacchia per chi continua a guadagnare risparmiando soprattutto sul costo del lavoro – si ricorda che l’Italia ha oramai i salari più bassi d’Europa – e sulla precarizzazione della manodopera, a colpi di delocalizzazione della produzione, di privatizzazione e esternalizzazione dei servizi. Insomma, come cento anni fa, a governo fascista corrisponde un padronato predatorio e privo di prospettive per il futuro ma intenzionata a capitalizzare l’attuale fase anche in un contesto di guerra.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per opporsi c’è molto da fare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il contrasto alla guerra e al riarmo sono un punto imprescindibile perché rafforza gli spazi di alternatività al governo e alle forze che lo sostengono. Il movimento per la pace può giocare un ruolo fondamentale. Un altro percorso si è aperto con una campagna referendaria che si proponeva di migliorare leggi sul lavoro e sull’accesso alla cittadinanza. Non si sono ottenuti i risultati sperati ma, ha visto partecipare 15 milioni di persone, in opposizione alla passivizzazione e ad un invito all’astensionismo dei principali leader di governo. Sono timidi segnali per una necessaria ricomposizione di classe, unico antidoto contro una destra autoritaria, suprematista intenzionata a riportare indietro le lancette della storia. Occorre però che a questi propositi si accompagni una reale discontinuità col passato, basata sui contenuti. Per ricostruire la connessione sentimentale con la nostra classe, urge anche praticare un profondo lavoro di ricerca, di ascolto, di comprensione di quanta disperazione, disagio, disillusione alberghi nel Paese. Un percorso lungo in cui, come Rifondazione Comunista dobbiamo, nello stesso tempo, definire convergenze ampie e riaffermare una nostra autonomia di analisi teorica e una prassi di condivisione politica e sociale, soprattutto laddove è calata la nostra presenza. Siamo da 17 anni fuori da ogni rappresentanza istituzionale nazionale. Riacquistare un ruolo, per riaffermare le comuni radici antifasciste, sostanziando tale valore, significa ridare spazio e dignità alla partecipazione politica e sociale. E occorre, non solo da noi, una cultura politica che porti ad elaborare una visione di società radicalmente alternativa a quella dominante, fondata sull’eguaglianza, sulla solidarietà, sui diritti di chi lavora, sulla salvaguardia ambientale, sulla lotta al razzismo, al patriarcato, al colonialismo di cui è intriso il presente. Una sfida a cui non possiamo sottrarci, oggi, per chi è comunista, un altro mondo non è possibile, è necessario.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Coordinatore della Segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, responsabile immigrazione.</span></p>
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		<title>INAUGURATA AL CIRCOLO LONGO LA LIBRERIA DI BIANCA BRACCI TORSI</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jun 2025 11:18:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Giuseppe Carroccia* Bianca aveva nella sua casa in via Urbana una intera stanza di oltre dieci metri quadrati occupata da una biblioteca di un migliaio di volumi, ben ordinati per argomenti. Politica, Storia, Filosofia e tanta Letteratura. Dopo la sua morte una parte di questo patrimonio, è stato donato al suo Partito, Rifondazione Comunista e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Giuseppe Carroccia*</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Bianca aveva nella sua casa in via Urbana una intera stanza di oltre dieci metri quadrati occupata da una biblioteca di un migliaio di volumi, ben ordinati per argomenti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Politica, Storia, Filosofia e tanta Letteratura. Dopo la sua morte una parte di questo patrimonio, è stato donato al suo Partito, Rifondazione Comunista e custodito per circa 10 anni al circolo Tufello Valmelaina, all’interno della Biblioteca popolare Antonio Gramsci.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Si tratta di testi che riguardano prevalentemente i fascismi, l’antifascismo e la lotta di liberazione in Italia e nel mondo, il comunismo e la sua storia, in particolare del Pci. E quindi con un interesse forte per la politica internazionale come era normale per chi aveva ricevuto una formazione leninista.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Molti di questi libri sono ormai introvabili persino nelle biblioteche nazionali di Roma e Firenze e non si trovano nemmeno nelle vendite on line, come lamentano studenti, storici, studiosi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questo da tempo si sta pensando di mettere in rete i cataloghi delle librerie dei nostri circoli e rendere fruibile questo valoroso patrimonio culturale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il circolo di Valmelaina ha dovuto cambiare sede e non potendo più ospitare la libreria, l’ha consegnata al Circolo Cinecittà Quadraro di Roma che l’ha inserita nella Biblioteca Franco Iachini e ha organizzato il 7 giugno una inaugurazione. Si è voluto così cogliere l’occasione per una riflessione sull’azione politica di Bianca. Quando verrà effettuata con criteri scientifici la catalogazione si è convenuto che il gruppo antifascismo organizzerà un seminario nazionale per ragionare, partendo dai suoi libri, del pensiero di Bianca.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Intanto un primo momento di riflessione lo abbiamo voluto fare subito</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Giovanni Ammendola, che insieme a Bianca e a Tina Costa è stato l’animatore del Gruppo memoria e antifascismo della Federazione Romana ha illustrato il modo di operare; non solo seminari, corsi di formazione, ricerche e produzione di opuscoli, ma anche pannelli e mostre da esporre durante le Feste o le iniziative politiche.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Alba Vastano che ha voluto testimoniare l’importanza anche personale del suo incontro con Bianca ha citato le centinaia di attività promosse dalla Biblioteca popolare: presentazioni di libri, convegni, attività culturali di livello con relatori autorevoli, anche se non si è riusciti a determinare un coinvolgimento popolare significativo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Michela Becchis dello stesso circolo e vicina di casa, quindi frequentatrice della biblioteca ha raccontato le tante discussioni non solo politiche. La capacità di Bianca di entusiasmare soprattutto i giovani e i giovanissimi. In Bianca cultura e politica viaggiavano insieme e questo si manifestava soprattutto nella la passione per la narrativa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Fabrizio De Sanctis, della Segreteria nazionale, dell’Anpi ha ricordato il ruolo di Bianca come dirigente Anpi di Roma, l’intransigenza delle sue battaglie in particolare quella contro la Guerra in Afganistan. Frutto di una consapevolezza che nasceva dalla definizione maturata nello studio del Corso sugli avversari di Togliatti, cioè sul fascismo come movimento reazionario di massa organizzato dalla fazione più conservatrice del capitale finanziario che produce a alimenta la guerra. I Fascismi si riproducono fino a che non ci saremo liberati del modo di produzione capitalistico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Rita Scapinelli della Segreteria nazionale e responsabile antifascismo ha concluso ribadendo il nostro impegno a continuare sulla strada tracciata contrastando le scelte reazionarie di questo governo a partire dalle riforme istituzionali e dal recente decreto 1660, Paura. Occorre riuscire a rendere più consapevole la popolazione dei rischi che sta correndo la democrazia. Il successo della pubblicazione del libro sulla Dodicesima disposizione con decine di presentazioni in tutta Italia ci dicono che è possibile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una bottiglia di spumante rosso stappatasi da sola sul tavolo degli oratori ci ha ricordato a tutti l’urgenza degli impegni della giornata: ultime ore per i referendum e la manifestazione contro il genocidio a Gaza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Forse ce lo zampino di Bianca. Bisogna studiare, informarsi ma quando è il momento di agire non si deve perdere tempo e si fa quello che va fatto non quello che ci piace.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A tutti è però piaciuto il ritratto che le ha fatto Stefano Salvi immaginando Bianca da ragazzina che legge l’Ordine Due Due Sette: ”Non un passo indietro” con lo stesso sguardo entusiasta col quale leggeva i libri di Salgari, le avventure dei tigrotti di Mompracen e di Sandokan.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>*Segretario del Circolo L. Longo, Cinecittà / Quadraro</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SUI FATTI DEL 25 APRILE 2025 A TRIESTE</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2025 05:37:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianluca Paciucci* &#160; Quello di quest&#8217;anno è stato un ennesimo pessimo 25 Aprile, per la città di Trieste. Non una Festa, come il Comitato 25 Aprile (31 tra partiti, associazioni, circoli) e Rifondazione Comunista, che ne è tra i membri fondativi, avrebbero voluto, ma una commemorazione blindata per una testarda volontà delle istituzioni di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p style="text-align: left;" align="center"><strong>di Gianluca Paciucci*</strong></p>
<p align="center">
<p>&nbsp;</p>
<p>Quello di quest&#8217;anno è stato un ennesimo pessimo 25 Aprile, per la città di Trieste. Non una Festa, come il Comitato 25 Aprile (31 tra partiti, associazioni, circoli) e Rifondazione Comunista, che ne è tra i membri fondativi, avrebbero voluto, ma una commemorazione blindata per una testarda volontà delle istituzioni di rendere arduo l&#8217;accesso alla Risiera di San Sabba con cordoni di forze dell&#8217;ordine (&#8220;pubbliche&#8221; e &#8220;private&#8221;) e perquisizioni. Militarizzare l’accesso in Risiera è l’ultima moda di istituzioni e forze dell’ordine. Questa militarizzazione è un affronto alla Trieste antifascista che dagli anni Cinquanta si è recata in Risiera per rendere omaggio alle vittime (forse 4/5000 accertate, più quelle avviate ai campi di sterminio), quando a destra tentavano di nascondere l’infamia di quel luogo, diventato Monumento nazionale solo nel 1965, “unico esempio di lager nazista in Italia”, mentre il processo per quanto lì accaduto fu celebrato nel 1976 (vedi <a href="https://deportati.it/lager/processo_risiera/">https://deportati.it/lager/processo_risiera/</a> ).</p>
<p>Molte/i di noi hanno ritenuto di non poter entrare in Risiera, quest’anno, rifiutando le procedure messe in atto e preferendo rimanere fuori con lo striscione del Comitato 25 Aprile; altre/i hanno però scelto di entrare, del tutto legittimamente, per partecipare alla cerimonia ufficiale e per “non lasciare la Risiera alla destra”. Qui, l’intervento del sindaco Roberto Dipiazza, che guida un’amministrazione di estrema destra, è stato sonoramente fischiato: egli, peraltro, si è detto &#8220;ospite del 25 Aprile&#8221;, Festa della Liberazione, Festa Nazionale, e cioè ospite della Repubblica italiana, estraneo ai valori di democrazia, giustizia e libertà: noi lo accoglieremmo volentieri, a patto che si integri&#8230;  Molto apprezzato è stato, invece, il discorso della sindaca di Sgonico/Zgonik, Monica Hrovatin, che ha ricordato le carneficine in Ucraina e in Palestina, rivendicando con forza il diritto del popolo palestinese a uno Stato. Infine, le/i partecipanti hanno potuto assistere alla tradizionale esibizione del Coro partigiano “Pinko Tomažič”.</p>
<p>Ci preme ricordare che il Comitato 25 Aprile ha lavorato per mesi al fine di giungere a uno smantellamento di tutte le misure di sicurezza (tranne quelle relative alla capienza in senso stretto e alle vie di fuga) e così rendere semplice e rispettoso l&#8217;accesso in Risiera (luogo tremendo, luogo che risuona di spavento ancora oggi), come è stato fino a tempi recenti: nessuna delle richieste del Comitato è stata accolta, cosa che invece avrebbe sicuramente reso il clima meno carico di tensione. Di conseguenza, le cose si sono svolte secondo il copione prestabilito.</p>
<p>Così sono stati organizzati due cortei: uno del Comitato 25 aprile, che è giunto in Risiera partendo dal Monumento ai caduti della lotta partigiana di Sant&#8217;Anna/Coloncovez (nella zona dei cimiteri della città); e un altro dell’Assemblea 25 aprile, frettolosamente detto degli “antagonisti”, con evitabili dimostrazioni di forza e cariche di polizia (bloccare dei manifestanti in una strada stretta e senza vie di fuga, non è una cosa intelligente, persino nell&#8217;ottica della concezione dominante dell&#8217;ordine pubblico). Su quest’ultimo corteo, pensiamo che persino coloro che non fossero stati d’accordo con tale manifestazione, avrebbero dovuto chiederne il regolare svolgimento, e le forze dell’ordine avrebbero dovuto difendere questo diritto – in uno Stato che si dice democratico.</p>
<p>Questo noi abbiamo fatto, come Comitato 25 Aprile, anche cercando ripetutamente un’interlocuzione con esponenti dell’Assemblea 25 Aprile, organizzatrice del corteo partito da San Giacomo, storico quartiere popolare. Rigettiamo perciò con forza le accuse che l’Assemblea ha rivolto al nostro Comitato in un comunicato del 27 aprile (in particolare “La responsabilità politica di quello che è accaduto è anche vostra, perché di quanto sarebbe potuto succedere siete statə ampiamente avvisatə, ma non avete voluto ascoltare…”): abbiamo metodi di lotta politica diversi, questo sì, ma ciò non autorizza nessuno né a imporre le sue pratiche politiche agli altri -non noi a loro, ma nemmeno viceversa-, né a dare patenti di antifascismo. Con una preparazione comune, saremmo arrivati in modo più maturo all’appuntamento del 25, sfilando prima noi e poi il corteo dell’Assemblea, senza dare alle forze dell’ordine il minimo pretesto per il vergognoso attacco che poi c’è stato. Ripetiamo: come da copione. Un terzo spezzone, costituito dal Gruppo anarchico “Germinal”, ha manifestato davanti alla Risiera.</p>
<p>Qui giunte/i, abbiamo trovato l&#8217;ormai usuale spazio desertificato (cui non ci rassegneremo mai), con transenne, gazebo e controlli – qui abbiamo assistito all’arrivo di diverse vetture e furgoni della polizia e dei carabinieri: un’immagine molto brutta, caschi, scudi e manganelli, arcaici e ipermoderni. Pessimo clima, creato ad arte. Non dovrà più accadere.</p>
<p>Purtroppo, incidenti/scontri/tensioni sono tutto quello che viene messo in risalto dai media: ma persino in questo 25 aprile così volutamente mal gestito, c&#8217;è stato molto altro. Il Comitato 25 Aprile ha organizzato durante tutto l’anno decine di eventi (conferenze, incontri, concerti, mostre, passeggiate storiche, feste, etc.), riempiendo il vuoto di manifestazioni, di idee e di volontà politica del Comune di Trieste. Anche solo limitandoci alla giornata del 25 Aprile, si è svolta la commemorazione al Monumento di Sant&#8217;Anna/Coloncovez, con i puntuali discorsi degli storici Jože Pirjevec, in sloveno, e Patrick Karlsen, in italiano, e canti di cori italiani e sloveni; cortei fino in Risiera (a quello del Comitato 25 Aprile, ha partecipato anche Rifondazione Comunista, pur se i giornalisti non se ne sono accorti, anche qui volutamente); presìdi. Nel pomeriggio c&#8217;è stata una passeggiata antifascista da Servola a San Giacomo (organizzata principalmente dall&#8217;ARCI) e commemorazioni/feste a Dolina/San Dorligo Della Valle, e altrove, nella ex provincia di Trieste. E infine la tradizionale Festa della Liberazione che Rifondazione Comunista da decenni organizza presso la Casa del Popolo “Giorgio Canciani” di Sottolongera/Podlonjer (appena fuori città), e di cui andiamo fieri. Festa di popolo, dalle 13.00 a sera, Festa d&#8217;Aprile, Festa antifascista con buon cibo, canti del Coro Sociale di Trieste e del gruppo OVCE, balli, discussioni, trasmissione dei valori democratici e intelligenza politica. Abbiamo visto gente felice, in convivialità e scambio; un&#8217;età media bassissima; e militanti di Rifondazione cortesi e infaticabili.</p>
<p>Peraltro, il<i> lungo</i> 25 Aprile 2025 triestino per l&#8217;80° della Liberazione non finisce qui: molti altri incontri sono previsti. Così, grazie al Comitato 25 Aprile la sconfitta del nazifascismo e, con questa, la conseguente nascita del nostro Stato democratico, è stata e continuerà ad essere degnamente celebrata anche a Trieste. Da qui non torniamo indietro, da qui le comuniste e i comunisti non tornano indietro ma piuttosto partono/ripartono: per battersi contro guerre, aggressioni economiche e ogni militarismo; per giustizia, uguaglianza e libertà.</p>
<p>Una postilla merita l&#8217;attuale sindaco (leghista) di Muggia, Polidori, che ha accusato non meglio precisati antifascisti di aver scaraventato &#8220;la corona deposta dal Comune di Muggia (&#8230;) lontano dal monumento ai caduti (lasciando intatta la corona dei comunisti)&#8221;, quest&#8217;ultima deposta da Rifondazione Comunista. Gli chiediamo di accertare i fatti, prima di lasciarsi andare a ricostruzioni allusive. Di certo non sono state le compagne e i compagni del Circolo PRC di Muggia a rendersi protagoniste/i di tale atto (tutto da accertare, ripetiamo). Un po’ più di <i>sobrietà</i>, soprattutto da chi riveste incarichi istituzionali, sarebbe stata utile. Ma non è certo nelle corde di chi, da destra, la chiede agli altri ma mai a sé stesso.</p>
<p>*segretario provinciale Trieste PRC-S.E.</p>
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		<title>100 anni fa nasceva Marisa Musu, partigiana e comunista</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 05:44:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stefania Brai Sulla tessera di Rifondazione di quest’anno, per ricordare l’ottantesimo anniversario della Liberazione, insieme a Lidia Menapace e Pier Paolo Pasolini c’è l’immagine di Marisa Musu. È a mio parere un fatto importante non solo perché Marisa è stata “dimenticata” anche da noi che dovremmo invece avere cura più di tutti della memoria dei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Stefania Brai</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sulla tessera di Rifondazione di quest’anno, per ricordare l’ottantesimo anniversario della Liberazione, insieme a Lidia Menapace e Pier Paolo Pasolini c’è l’immagine di Marisa Musu. È a mio parere un fatto importante non solo perché Marisa è stata “dimenticata” anche da noi che dovremmo invece avere cura più di tutti della memoria dei nostri compagni e delle nostre compagne e non solo perché Marisa è stata medaglia d’argento al valore militare, da sempre comunista e tra le fondatrici del nostro partito; ma perché credo sia tra i nostri compiti ricostruire la memoria della nostra storia a fronte del tentativo della sua cancellazione o manomissione messo in atto da questo governo di destra &#8211; ma non solo -. Ma anche perché penso che sia ancora più importante ricordarci e far conoscere il ruolo che i comunisti e ancora di più che le comuniste (visto che sono spesso anche da noi dimenticate) hanno avuto non solo nella guerra contro nazifascismo, ma nella costruzione quotidiana della democrazia nel nostro paese, anche dopo la Liberazione e per tutto l’arco della loro vita. Ricordare e anche discutere su cosa sono state i comunisti e le comuniste nella nostra storia credo possa essere utile a ragionare su che comuniste e comunisti vogliamo essere. Se è vero che il senso della storia è anche quello di contribuire a costruire un orizzonte.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Marisa, in pieno fascismo, contro il pensiero allora dominante, contro la non possibilità di scelta della propria vita, deicide invece di essere “fabbro” del proprio destino e a 16 anni entra nell’organizzazione clandestina del Pci e a 18 nella Resistenza aderendo, col nome di “Rosa”, ai Gruppi di azione patriottica, guidati da Franco Calamandrei, insieme a Carla Capponi, Luigi Pintor, Rosario Bentivegna.  </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo la Liberazione e in tutta la sua esistenza ha continuato ad essere “fabbro” di se stessa e delle proprie idee lottando per la giustizia sociale, per i diritti dei popoli, a fianco dei Palestinesi, per i diritti dei bambini. “Io ho avuto questo intermezzo di attività armata, ma già una settimana dopo la Liberazione ero a fare riunioni di donne nelle borgate, nei quartieri popolari. Ho immediatamente smesso i panni mentali della persona che faceva la lotta armata, perché sono stata travolta da quest&#8217;attività straordinaria che era un partito comunista a Roma che sorgeva nelle borgate, nei quartieri popolari, donne straordinarie, e mi dovevo occupare del fatto che loro volevano che il prezzo del pane diminuisse, che il loro figlio lavorasse, volevano la fontanella nelle borgate…”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una vita da militante a tutto campo, da comunista sempre “irrequieta” come lei stessa si definiva. Una comunista che non ha mai lasciato decidere ad altri il proprio percorso, “una comunista che ha sempre inteso la politica come processo che nasce dalle esigenze della società civile e non come amministrazione della società civile”, come ricordava suo figlio Sergio Poeta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sono alcuni anni che scrivo di Marisa in occasione del 25 aprile per ricordare una comunista e una compagna straordinaria a cui ho potuto volere bene e che con il suo compagno Ennio Polito ha accompagnato la vita mia e di Citto per tanti anni, fino alla sua morte. Amicizia che andava però costruita “giorno per giorno” e mai data per scontata. Anzi a volte messa anche in discussione, nonostante la comune militanza prima nel Pci e poi in Rifondazione. Ma proprio questo la faceva essere una “amicizia” vera.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Oggi, in occasione dei cento anni dalla sua nascita e di una bellissima tessera di Rifondazione comunista credo che per ricordare gli 80 anni dalla Liberazione possa essere utile ragionare sulla Resistenza anche a partire dalle parole di Marisa su via Rasella, su quella difficile eredità, sulle infinite polemiche che nacquero su quell’azione militare (considerata dagli stessi alleati la più importante della Resistenza europea in una capitale occupata dai nazifascisti) e su una sua riflessione sulla Resistenza stessa e su un certo tipo di pacifismo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel dopoguerra Marisa scrive: “Iniziata la guerra fredda la sinistra cambia i temi stessi della Resistenza. La sinistra ritiene che la posizione da assumere sia quella di un totale e incondizionato pacifismo che andrebbe a cozzare con il carattere bellicoso delle azioni partigiane. L’essenza combattiva della Resistenza e la Resistenza stessa sono stati abbandonati dal resto della sinistra. Se oggi esaminiamo l’immagine della Resistenza che la memoria ha tramandato è soprattutto legata a Marzabotto e alla Fosse Ardeatine, cioè a tutti quei luoghi che per la Resistenza hanno significato sconfitta e umiliazione. La storia di via Rasella è emblematica: una grandiosa ed efficiente azione di guerriglia urbana svenduta dalla sinistra solo per le sue vittime. È come se la sinistra in un clima di guerra fredda debba immedesimarsi nel ruolo dell’agnello per paura del lupo”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma oggi, come alcuni anni fa, vorrei anche ricordarla con le sue parole sulla militanza comunista e sul ruolo del partito: “Ho vissuto tutta la mia esistenza lottando e lavorando perché si realizzasse il socialismo e oggi tutto sembra crollato, annientato, svanito nel nulla, o, peggio, nel disprezzo… Le grandi battaglie alle quali ho partecipato con tanto entusiasmo si sono risolte quasi tutte in grandi sconfitte…. È scomparso dalla mia vita, con la fine del Partito comunista, quel senso di comunanza umana che per oltre cinquant’anni, dovunque mi trovassi… annullava differenze di cultura, creava un linguaggio comune e un comune sentire….”. “Certo la mia nuova militanza (Rifondazione comunista) è cosa molto dissimile da quella ultraquarantennale nel Pci e sarebbe sbagliato fare paragoni. Innanzitutto non è per sempre, come credetti, sbagliando, che dovesse essere quella. Ma forse proprio sottoporla continuamente a verifica, secondo gli avvenimenti e le posizioni politiche, la rende valida e stimolante. Sono convinta della necessità che vi sia in Italia una forza di sinistra non omologata, non rassegnata alla supremazia del sistema che sembra definitivamente vittorioso, una forza che, superata la tentazione di essere solo testimonianza, assolva giorno per giorno il ruolo di contestazione e di proposta, rimettendo in corsa valori che non hanno perduto la loro attualità”&#8230;</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era orgogliosa di essere comunista e, sapendo di dover morire, scrisse:: &#8220;Non passate sotto silenzio che sono stata comunista dal lontano 1942&#8243;.</span></p>
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		<title>DIECI ANNI FA MORIVA LA COMPAGNA BRACCITORSI.   L’INDIMENTICABILE BIANCA.</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Dec 2024 10:28:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Sono passati già dieci anni da quel 14 dicembre 2014 eppure sembra ieri che a chi l’andava a trovare nella sua casa in via Urbana al rione Monti Bianca chiedeva un’ultima sigaretta come una condannata a morte prima della fucilazione, ma per sicurezza teneva sotto il cuscino ben nascosta una stecca di Stop [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="font-size: medium;">Sono passati già dieci anni da quel 14 dicembre 2014 eppure sembra ieri che a chi l’andava a trovare nella sua casa in via Urbana al rione Monti Bianca chiedeva un’ultima sigaretta come una condannata a morte prima della fucilazione, ma per sicurezza teneva sotto il cuscino ben nascosta una stecca di Stop senza filtro ormai introvabili che fumava solo lei. Sia mai rimanere senza. Se ne è andata in una nuvola di fumo in attesa di diventare cenere come i capelli che non tingeva più e come lo sguardo che fino all’ultimo ti inceneriva se gli dicevi che la situazione è impossibile, i compagni sono stanchi e rassegnati, ormai non c’è più nulla da fare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">“C’è sempre qualcosa da fare. E bisogna fare quello che serve, non quello che ci piace” rispondeva. “Poi se te lo fai piacere è meglio”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A Bianca la politica e la vita piacevano molto; all’unisono, coincidenti. E di vita e di fasi politiche ne ha vissute molte. Più delle sette che sembra spettino ai suoi amatissimi gatti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Bambina che affronta la scomparsa prematura della mamma. Dodicenne che all’idraulico gappista venuto a riparare il lavello in cucina dice di essere disponibile a arruolarsi nei partigiani a condizione che gli diano un’arma: una colt possibilmente. Giovane che prova a scappare con un cavallerizzo zingaro che lavorava in un circo transitante a Pisa, la sua città natale. Contadina alla guida del trattore e poi operaia nella fabbrica del padre contro il quale organizza gli scioperi per gli aumenti salariali. Studentessa a Parigi, allora capitale della moda che gli lascia una particolare eleganza dove va a assistere alle lezioni alla Sorbona di Jean Paul Sartre. Poi si innamora di Roma che racconta negli articoli di cronaca di Paese sera, giornalista senza firma come si usava allora quando l’importante era il lavoro collettivo. Militante e dirigente del Pci, componente della CCC, la rocciosa commissione centrale di controllo presieduta da Giancarlo Pajetta che morì di crepacuore per lo scioglimento del Partito Comunista. Fondatrice di Rifondazione Comunista entusiasta di ripartire in mezzo a tanti vecchi compagni e giovani e giovanissimi comunisti., ragazzi e ragazze che la entusiasmarono nell’assemblea del Brancaccio. E poi per oltre venti anni una delle compagne più amate sia dentro che fuori del partito. Amore ricambiato in particolare per la Federazione Romana che stava sempre al centro delle sue preoccupazioni perché gliene davamo molte, e per la quale, se fosse stata più giovane, sarebbe stata una formidabile e trascinante segretaria. Impegnata sempre assiduamente nella formazione dei giovani con corsi e dispense collettive che illustravano la Repubblica Romana di Garibaldi e Mazzini, La Resistenza romana nell’Ottava Zona, il brigantaggio e il coraggio delle brigantesse ciociare. Una colonna dell’Anpi di Roma insieme a Tina Costa, inseparabile amica che a differenza di lei, pessima cuoca, cucinava benissimo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sembra ieri che è fumata via, cha abbiamo lanciato le sue ceneri a Ponte Mammolo nell’Aniene in un atto illegale come sarebbe piaciuto a lei. Sembra ieri perché in realtà non ci ha mai lasciato. Vive nella nostra coscienza. Con discreta eleganza, ma con grande classe: la sua, la nostra.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b><i>Le compagne e i compagni della Federazione Romana.</i></b></span></p>
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		<title>DICHIARAZIONE DELLA VIII ASSEMBLEA DEL FORUM EUROPEO DELLE FORZE DI SINISTRA.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 21:42:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. Al fine di costruire un&#8217;Europa progressista e socialmente avanzata, noi siamo per una distribuzione equa della ricchezza, servizi pubblici universali e di qualità, e la proprietà pubblica dei beni comuni, al fine di realizzare una società più giusta, partecipativa e democraticamente pianificata. L&#8217;accesso a un alloggio dignitoso, accessibile e adeguato al clima deve essere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><b>1. Al fine di costruire un&#8217;Europa progressista e socialmente avanzata, noi</b> <b>siamo per una distribuzione equa della ricchezza,</b> <b>servizi pubblici universali e di qualità, e la proprietà pubblica dei beni comuni, al fine di realizzare una società più giusta, partecipativa e democraticamente pianificata.</b> <b>L&#8217;accesso</b> <b>a un alloggio dignitoso, accessibile e adeguato al clima deve essere un diritto, non un lusso, la copertura della sicurezza sociale in termini di salute, pensioni e disoccupazione deve essere universale, cioè un diritto per tutti in Europa. Questo implica un diverso uso del denaro da parte delle imprese, delle banche e della BCE.</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il diritto a condizioni di lavoro dignitose, a un impiego sicuro e a una formazione permanente ben retribuita sono fondamentali, il rafforzamento dei diritti sindacali, le clausole sociali nei contratti pubblici, l&#8217;aumento dei salari e dei diritti sociali, colmare il divario occupazionale e migliorare l&#8217;ambiente e le condizioni di lavoro. Vogliamo</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">posti di lavoro di qualità e il diritto a una pensione dignitosa a partire dai 60 anni, erogata da enti pubblici efficienti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Difendiamo l&#8217;accesso libero e universale all&#8217;assistenza sanitaria e il rafforzamento dei sistemi sanitari pubblici, al fine di ridurre le disuguaglianze sociali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo servizi pubblici moderni con personale sufficiente, senza burocrazia, con una gestione partecipata e che rispondano alle esigenze delle persone che ne usufruiscono.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una delle questioni fondamentali della nostra società è garantire a tutta la popolazione un&#8217;istruzione di alto livello, libera, gratuita, egualitaria, liberatoria ed emancipatrice, libera da pressioni religiose, oscurantiste o del mercato economico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La carenza di alloggi sociali di qualità ed economicamente accessibili rappresenta una crisi urgente in tutta Europa che richiede un&#8217;azione immediata e decisiva. È necessario adottare misure e iniziative a livello europeo, per utilizzare le risorse finanziarie in base alle esigenze di ogni singolo individuo piuttosto che agli interessi finanziari.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo l&#8217;istituzione di un programma europeo per l&#8217;edilizia sociale, sostenuto da politiche economiche e sociali che rafforzino gli investimenti pubblici nell&#8217;edilizia senza scopo di lucro. Chiediamo una regolamentazione transnazionale della speculazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Affrontare la crisi sociale deve essere una priorità assoluta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questo motivo ci opponiamo a un ritorno alla politica di austerità liberale, così come pretesa dalla Commissione europea, che si concretizza da un lato in misure liberali che favoriscono le classi dirigenti e tagliano i diritti umani e di cittadinanza, economici e sociali dei popoli europei mentre dall&#8217;altro aumentano le spese militari a scapito dei fondi che dovrebbero essere spesi per la spesa sociale, l&#8217;uguaglianza e creazione di lavoro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo acquisire potere sul denaro, sviluppare servizi pubblici, cooperazione, servizi efficienti, occupazione efficiente e di qualitá nelle aziende, e rifiutare il libero e rifiutare la concorrenza libera e non distorta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo vale sia all&#8217;interno dell&#8217;UE che con il resto del mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo la sovranità popolare sul denaro per altri obiettivi sociali, a differenza dell&#8217;attuale UE, che risponde alle esigenze del capitale. Un modo per farlo sarebbe quello di creare un Fondo europeo per finanziare i servizi pubblici attraverso prestiti ai governi a tasso zero, finanziati dalla BCE.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>2. Consideriamo la crisi climatica come un&#8217;emergenza che richiede una risposta globale basata su una trasformazione ecologica, energetica e industriale. L&#8217;Unione europea deve agire senza indugio di fronte all&#8217;emergenza climatica e sociale.</strong> È essenziale abbandonare il modello che fondato sull’energia basata sul carbonio, garantendo al contempo la creazione di posti di lavoro. Questo implica una trasformazione sociale dei modelli di produzione e di consumo per raggiungere la neutralità climatica entro il 2040, e soddisfare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno di obiettivi ambientali più ambiziosi e una pianificazione verde per garantire una giusta transizione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 3. <strong>Ci battiamo per un&#8217;Europa di pace e solidarietà, con una prospettiva pacifista che affronta i conflitti attraverso il dialogo e le soluzioni diplomatiche.</strong> Un&#8217;Europa che propone un approccio alternativo al modello di sicurezza a partire da una nuova visione basata sul riconoscimento che nessuno Stato può essere veramente sicuro se gli altri non condividono lo stesso livello di sicurezza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Condanniamo fermamente le politiche europee contro migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo: il diritto di asilo e la libertà di movimento devono diventare il fondamento dell&#8217;Europa che vogliamo, e ci batteremo contro le politiche proposte dal Patto sull&#8217;Immigrazione e l&#8217;Asilo di Ursula von der Leyen che mirano a vietarli. Questo significa affrontare le cause alla radice della migrazione e sviluppare una nuova politica di co-sviluppo con i Paesi interessati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non vogliamo che l&#8217;Europa faccia parte della nuova guerra fredda, né che diventi un campo di battaglia su cui questa infuria.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ci opponiamo alla dominazione militarista della NATO sull&#8217;UE e sui suoi Stati membri,  all&#8217;aumento dei bilanci militari e di guerra a scapito della spesa sociale, alla rapida militarizzazione della politica, dell&#8217;economia e delle menti, invece vogliamo vedere l&#8217;Europa emancipata dai mandati degli USA e della NATO, libera dai mandati di potenze esterne.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Guerre e conflitti servono gli interessi del capitale finanziario che ne trae profitto. Finché queste guerre dureranno, sempre più civili innocenti moriranno ogni giorno. Per questo chiediamo che si ponga fine alla violenza attraverso negoziati per portare una pace duratura in Ucraina, nel quadro delle Nazioni Unite.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Allo stesso modo, chiediamo soluzioni eque e negoziate ai conflitti armati che si stanno diffondendo in varie parti del mondo, Somalia, Yemen, Siria, Sahara occidentale, ecc.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;ulteriore sviluppo delle armi nucleari e il fatto che il loro utilizzo è apertamente considerato dalle potenze nucleari, rende il disarmo una necessità di prim&#8217;ordine per la sopravvivenza dell&#8217;umanità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;attacco di Hamas del 7 ottobre, che condanniamo fermamente, non giustifica la guerra condotta da Israele. Chiediamo un immediato cessate il fuoco in Medio Oriente e la fine dell&#8217;aggressione israeliana in Palestina. Chiediamo il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e i prigionieri politici palestinesi, nonché la consegna di aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, la ricostruzione di tutto ciò che è stato distrutto dall&#8217;esercito israeliano e il ritorno di tutti i palestinesi sfollati. Riaffermiamo che l&#8217;instaurazione di una pace duratura nella regione richiede la fine dell&#8217;occupazione, della colonizzazione e del regime di apartheid di cui soffre il popolo palestinese insieme al riconoscimento di uno Stato palestinese vitale e pienamente sovrano alle condizioni definite dalle risoluzioni delle Nazioni Unite sul riconoscimento di due Stati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo Saharawi, privato da decenni del diritto di vivere nel proprio territorio, subendo la repressione delle forze di occupazione, e chiediamo il rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite a favore dell&#8217;autodeterminazione  e l&#8217;indizione di un referendum nel Sahara Occidentale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo la fine dell&#8217;occupazione di Cipro e la riunificazione del Paese in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo la fine degli interventi militari turchi nella Siria nord-orientale, nell&#8217;Iraq settentrionale e nel Sinjar, e la fine dell&#8217;oppressione dei curdi e del popolo turco in Turchia. Chiediamo alla Turchia</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">il rilascio di tutti i prigionieri politici e l&#8217;attuazione delle decisioni del Consiglio d&#8217;Europa e della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La repressione della politica democratica e contro i rappresentanti eletti deve essere fermata. Una soluzione giusta e democratica alla questione curda, che dura da decadi, richiede dialogo e  negoziazione, non isolamento, imprigionamento e violenza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo ottavo Forum si unisce alla mozione approvata alle Nazioni Unite che chiede la fine del blocco ingiusto e illegale cui gli Stati Uniti sottopongono Cuba da decine di anni e, allo stesso tempo, chiede la rimozione di Cuba dalla lista degli Stati patrocinatori del terrorismo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sosteniamo la ricerca della pace e dell&#8217;autonomia in Africa. È tempo di ricostruire le relazioni afro-europee sulla base dell&#8217;uguaglianza e della uguaglianza e solidarietà, per costruire un futuro in cui pace e dignità prevalgano sulla violenza e sul dominio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Aspiriamo a un nuovo ordine economico internazionale basato sui diritti dei popoli e rifiutiamo qualsiasi egemonia monetaria globale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Chiediamo soluzioni cooperative, democratiche e non egemoniche per il finanziamento comune della transizione ecologica e dei servizi pubblici in tutto il mondo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">4.<strong> Il femminismo di classe contesta il sistema capitalista e patriarcale e mette in evidenza la contraddizione tra capitale e vita.</strong>Si pone come un&#8217;alternativa a un&#8217;economia basata sullo sfruttamento degli esseri umani e propone una società libera dalla violenza maschilista, che permetta uno sviluppo umano emancipatorio per tutte le persone in uguaglianza e armonia con la natura: è l&#8217;economia basata sulla cura della vita.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I movimenti femministi lottano contro la violenza maschile e la disuguaglianza che le donne e i loro figli e figlie subiscono nel corso della loro vita e chiedono una legislazione  completa e un quadro politico per affrontare tutte le forme di violenza di genere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il movimento femminista, insieme al movimento ambientalista,</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">sono motori del cambiamento politico per la trasformazione sociale in Europa ed è per questo che la destra e l&#8217;estrema destra attaccano sistematicamente i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+ e negano il cambiamento climatico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo Forum propone che la prospettiva femminista sia un criterio per le politiche economiche, ecologiche e sociali dell&#8217;UE, cosí come per l&#8217;assistenza sanitaria, la cura, l&#8217;istruzione e la cultura. Per avviare la transizione femminista in Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Difendiamo i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne in Europa e i diritti fondamentali al matrimonio per tutte le coppie.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il riconoscimento legale delle identità LGBTQIA+ deve essere incluso nei motivi per la concessione dell&#8217;asilo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Insieme ai movimenti femministi vogliamo spingere per l&#8217;inclusione del diritto di decidere del nostro stesso corpo e della nostra maternità nella Carta Europea dei Diritti Fondamentali e nei Diritti Fondamentali e il riconoscimento dell&#8217;apartheid di genere nel diritto internazionale, in modo che le donne e le persone LGBTQIA+ che lo subiscono, come in Afghanistan, siano accolte come rifugiate e protette in Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">5. <strong>Siamo consapevoli della necessità di affrontare e integrare attivamente i bisogni, i sogni, le preoccupazioni e le prospettive dei/delle giovani e degli studenti e delle studentesse,</strong> promuovendo il loro protagonismo nei piani, nelle campagne e nelle azioni delle forze della Sinistra Europea, dei Verdi e delle forze progressiste, e ne faremo un obiettivo specifico per i prossimi anni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">6. <strong>L&#8217;ascesa dell&#8217;estrema destra nelle elezioni per il Parlamento europeo è proseguita nelle successive elezioni statali e regionali in vari Paesi europei.</strong> Questa ascesa riflette un&#8217;ideologia neofascista priva di valori etici e morali, che si nutre di razzismo, xenofobia, misoginia, sessismo, omofobia, LGBTQIA+fobia, autoritarismo, odio per i migranti e di un individualismo non solidale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di fronte all&#8217;aggravarsi della crisi economica, sociale e morale, le classi lavoratrici provano un senso crescente di disaffezione politica e la mancanza di prospettive future, e la loro rabbia è diretta dai movimenti di estrema destra e fascisti, che propongono soluzioni economiche semplicistiche nell&#8217;interesse della borghesia, delle classi dominanti e del capitalismo, e in parte verso la demotivazione e l&#8217;astensionismo. Solo una strategia basata sulla giustizia sociale, l&#8217;uguaglianza, l&#8217;ecologia, la condivisione e sulla pace, che le forze progressiste della trasformazione sociale sostengono può offrire loro una prospettiva positiva.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">Di conseguenza, con questa Dichiarazione finale l&#8217;8° Forum europeo delle forze di Sinistra, Verdi e Progressiste concorda di partecipare, in cooperazione con altre organizzazioni politiche, sindacali, pacifiste, femministe, alla preparazione di una Conferenza per la Pace e la Solidarietà nel Mondo e di promuovere in collaborazione con i sindacati europei una campagna contro le politiche di austerità e di tagli proposte dalla Commissione europea.</span></strong></p>
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		<title>Le cinque giornate di Parma del 1922</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Aug 2024 15:30:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Franco Ferrari*   Cento anni fa i quartieri popolari di Parma si opponevano alla spedizione fascista guidata da Italo Balbo e costringevano gli squadristi alla ritirata. Lo sciopero “legalitario” Il 31 luglio 1922, l’Alleanza del lavoro proclamò per il giorno successivo uno sciopero generale nazionale, con l’obiettivo dichiarato di difendere “le libertà politiche e sindacali [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
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<div><span style="font-size: medium;"><strong>Franco Ferrari*</strong></span></div>
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<div><span style="font-size: medium;"> </span></div>
<p><span style="font-size: medium;"><i>Cento anni fa i quartieri popolari di Parma si opponevano alla spedizione fascista guidata da Italo Balbo e costringevano gli squadristi alla ritirata.</i></span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Lo sciopero “legalitario”</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Il 31 luglio 1922, l’Alleanza del lavoro proclamò per il giorno successivo uno sciopero generale nazionale, con l’obiettivo dichiarato di difendere “le libertà politiche e sindacali minacciate dalle insorgenti fazioni reazionarie”. Turati, principale esponente della corrente riformista del PSI, lo definì per questo uno sciopero “legalitario”. La sua proclamazione sarebbe dovuta restare segreta fino all’ultimo momento ma venne anticipata dal quotidiano ligure “Il lavoro” e i fascisti, in tal modo messi in allerta, intimarono la cessazione dello sciopero entro 48 ore minacciando, altrimenti, di intervenire direttamente con la violenza per ripristinare l’ordine. A Parma aderirono allo sciopero le tre camere del lavoro (CGdl, UIL, USI) e a partire dalle dieci di sera di martedì 1° agosto anche il sindacato ferrovieri.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il quadro sindacale parmense ci viene così descritto da William Gambetta:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Fu così che, nel dopoguerra, quattro diventarono le centrali sindacali: la Camera del Lavoro di borgo delle Grazie, aderente all’Unione Italiana del Lavoro deambrisiana, che nel 1921 contava ancora 23 mila iscritti; la Camera Confederale della Cgil, in strada Imbriani, che trovava sempre più consenso su impulso della linea massimalista del Psi; la piccola Unione Sindacale Parmense, fedele alle posizioni neutraliste e libertarie dell’Usi di Armando Borghi; e la cattolica Unione del Lavoro di Borgo Tommasini, attiva dall’estate 1919, gracile in città ma forte del sostegno dell’Azione Cattolica e dei notabili del Partito Popolare, soprattutto nelle valli montane.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di queste solo l’Unione cattolica non aderì allo sciopero generale.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> In città vi fu una significativa adesione a cui parteciparono quasi tutti i lavoratori delle industrie e larga parte del pubblico impiego. Nello stesso giorno cominciarono ad arrivare le squadre d’azione dei paesi della provincia, dove il fascismo aveva messo maggiori radici di quanto non fosse riuscito a insediarne nel capoluogo. A Parma, infatti, era rimasto debole e diviso. Il primo agosto si registrò solo qualche incidente minore.</span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Il ruolo degli Arditi del Popolo</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Un ruolo importante nelle vicende di queste giornate ebbero gli Arditi del Popolo, fondati nel luglio del 1921 nel cortile di un’osteria di Borgo Santa Maria, certamente ispirati all’organizzazione fondata a Roma da Argo Secondari, ma dotati di una sostanziale autonomia. Del gruppo promotore degli Arditi, a livello nazionale faceva parte anche Giuseppe Mingrino, deputato socialista, con cui entrò in contatto il collega parlamentare Guido Picelli, eletto grazie al sostegno dell’elettorato popolare dei borghi dell’Oltretorrente.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Picelli, ispiratore e guida degli Arditi di Parma, aveva lasciato il PSI, ostile all’organizzazione armata e al ricorso alla violenza nell’opporsi al fascismo, nell’ottobre del 1921. Il suo avvicinamento al Pci non portò alla sua immediata adesione. La data esatta del suo ingresso è stata avvolta da una relativa incertezza. È  sembrato che dovesse essere fatta risalire al 1924, dopo le elezioni che lo confermavano deputato, ma questa volta nelle liste di “unità proletaria” promosse dal Partito Comunista insieme alla frazione massimalista dei terzini, favorevole alla fusione delle forze che sostenevano la politica della Terza Internazionale. La ricerca successiva (in particolare da parte di Fiorenzo Sicuri) oltre che la nota autobiografica compilata dallo stesso Picelli a Mosca nel 1936, sembrano farla risalire al 1922 ma, presumibilmente, in un momento successivo agli eventi di Parma dell’agosto.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Sul ruolo e anche le specificità degli Arditi parmensi scriverà lo stesso Picelli, in un saggio pubblicato su “lo Stato Operaio” organo del Partito Comunista d’Italia, nell’ottobre del 1934, ma in realtà scritto almeno un paio d’anni prima:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Qui il movimento si differenziò un poco da quello delle altre provincie per la sua maggiore disciplina e per l’applicazione tecnica delle operazioni armate di strada. Il comando dei “gruppi degli arditi del popolo” prevedendo la spedizione punitiva in grande stile, da tempo preparò oltreché gli animi, il piano difensivo e procurò i mezzi necessari per affrontare e respingere il nemico. I capisquadra scelti fra gli operai militari, ebbero il compito dell’addestramento degli uomini, mentre gli addetti ai servizi speciali furono incaricati di mantenere il contatto coi soldati dei reggimenti di permanenza a Parma per il rifornimento di armi e munizioni.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sulla presenza delle varie correnti e organizzazioni politiche all’azione di difesa armata, William Gambetta scrive:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Sulle prime fortificazioni, quelle in faccia al nemico, spiccavano orgogliose le bandiere d’appartenenza politica, come gagliardetti di reparti di uno stesso esercito. Sì perché tra quegli uomini armati, nell’urgenza della difesa, ogni diverbio ideologico era scomparso ed era difficile distinguere, dietro moschetti e revolver, i comunisti dai corridoniani, i socialisti dagli anarchici. Ad essi poi si aggiunsero giovani dell’Azione Cattolica dell’Oltretorrente, come Ulisse Corazza e Giuseppe e Luigi Mori, in dissenso con le direttive del Partito Popolare.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda i comunisti, come ha ricordato Bruno Fortichiari, al tempo membro della Commissione Esecutiva del PCdI e responsabile dell’Ufficio I (che si doveva occupare della struttura illegale):</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>D’accordo con l’Esecutivo, l’Ufficio I non autorizzò un accordo con i sedicenti “Arditi del Popolo” sul piano nazionale, considerando pericoloso esporre la propria organizzazione a interventi non controllabili. Accettava e autorizzava accordi locali e operativi limitatamente a gruppi ben conosciuti o disposti ad ammettere a parità di condizioni una temporanea convergenza.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un esempio lampante di questa forma di collaborazione si ebbe a Parma per merito di un socialista stimatissimo e capace, Picelli, capo autentico e amato, col quale i numerosi proletari combattenti dell’Oltretorrente resisteranno in armi agli squadristi organizzati, foraggiati e armati dagli agrari emiliani (Picelli passerà poi al Partito Comunista).</span><br />
<span style="font-size: medium;"> La sera dell’estate 1921 in cui vennero fondati gli Arditi erano presenti anche Umberto Filippini, segretario della federazione provinciale del PCdI e Dante Gorreri che guidava l‘organizzazione giovanile comunista, la Federazione Giovanile Comunista d’Italia. Filippini venne eletto a far parte del Direttorio, mentre a Gorreri venne affidata la responsabilità di un settore che andava da Piazzale Imbriani a piazzale della Rocchetta.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il rapporto tra i comunisti e gli Arditi fu però piuttosto complesso. Secondo la ricostruzione di Fiorenzo Sicuri:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Anche a Parma i comunisti uscirono, pertanto dagli arditi e si formarono le squadre comuniste, che fecero nei mesi successivi qualche azione. Cfr. l’ “Ordine Nuovo”, 13 agosto 1921, “Le squadre comuniste a Parma”, ove si annunciavano le dimissioni dei comunisti dagli arditi del popolo e dal Direttorio del corpo e si comunicava la costituzione di un inquadramento militare di partito. Inoltre, si minacciava l’allontanamento dal partito a chi non avesse ottemperato alla direttiva restando negli arditi e si rendeva nota l’espulsione di Umberto Filippini “già segretario della Federazione Provinciale Parmense”, verosimilmente perché non abbandonò il movimento degli arditi. (…) Successivamente al settembre 1921, in una data difficile da stabilire, a Parma le squadre dei comunisti ebbero rapporti unitari col movimento degli Arditi, non è chiaro se coordinandosi semplicemente con esso oppure sotto il completo comando del Direttorio degli Arditi (…) ma non aderendo individualmente.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Secondo Marco Rossi la Federazione comunista parmense contava, nel 1922, 172 iscritti e 577 aderivano alla sua federazione giovanile. “Più volte entrati in contrasto con la dirigenza nazionale sulla questione degli AdP, i comunisti parmensi raggiunsero con essa una mediazione, partecipando con proprie squadre all’organizzazione territoriale diretta da Picelli”, scrive Rossi, confermando in tal modo la ricostruzione di Fortichiari.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Sul peso dell’anarchismo a Parma è ancora Marco Rossi a fornirci un quadro complessivo:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Storicamente, l’anarchismo nel parmense aveva una presenza rilevante, sia col sindacalismo d’azione diretta che con l’organizzazione specifica; a questo proposito va ricordato che Malatesta, dopo il suo rientro in Italia alla fine del 1913, era stato a Parma, Borgo San Donnino e Sala Baganza, nell’ambito di un tour di conferenze nelle “roccaforti” anarchiche. Nel 1922, oltre alla componente anarchica dell’USI, erano attivi l’Unione anarchica parmense, il Circolo di studi sociali e il Gruppo femminile libertario, oltre ad altri circoli nel circondario, mentre rimaneva vivo il ricordo della grande bandiera rossa e nera che aveva sventolato nell’inespugnato Borgo delle Carra durante le “cinque giornate” del 1908.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A dirigere la mobilitazione popolare di Parma, non furono solo gli Arditi, ma si costituì un più ampio Comitato per la difesa operaia, sempre guidato da Picelli, che consentì l’aggregazione di forze più ampie. La sua esatta composizione però non è stata ancora determinata.</span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Arrivano migliaia di fascisti</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Il successo dello sciopero a Parma città e in alcune zone del parmense, portò ad un crescente afflusso degli squadristi che cominciarono ad arrivare anche dalle province vicine. Secondo la prefettura il 2 agosto erano già 3.500-4.000. Nel pomeriggio dello stesso giorno iniziarono i primi conflitti a fuoco che avevano come epicentro il rione del Naviglio, incastonato nella “città nuova”, quella borghese, e decisamente più esposto e difficile da difendere di quanto non fosse l’Oltretorrente. Nel Naviglio si trovava un nutrito gruppo di Arditi in cui avevano un ruolo di primo piano gli anarchici Alberto Puzzarini e Antonio Cieri.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il quotidiano “Il Piccolo”, di orientamento democratico-massonico, descriveva così la situazione che si era creata in Oltretorrente:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Alle Camere del Lavoro vigilano le squadre degli organizzati. Via Nino Bixio e via d’Azeglio sono un solo bivacco. Gli uomini dormono e vigilano sui marciapiedi. Lo spettacolo è fantastico. Anche qui i propositi sono fermi e precisi. – Nessuna provocazione, ma non subire passivamente alcuna violenza -. Crediamo di poter dire che un vero e proprio dislocamento strategico è stato compiuto, e vi ha un piano di difesa pronto. Le vedette sono sulle case. Molti punti sono guardati da pattuglie di giovani. Ma quello che da un tono quasi suggestivo a questa preparazione di difesa, si è che i bivaccanti intonano le vecchie canzoni della trincea e molti si sono appuntati sul petto le decorazioni guadagnate in guerra, difendendo quella Patria che altri vogliono monopolizzare.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non particolarmente diversa la descrizione che ne fa Picelli nel suo citato articolo del 1934:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Il Comando degli “Arditi del Popolo” appena ebbe notizia dell’arrivo dei fascisti, convocò d’urgenza i capi squadra e capi gruppo e dette loro disposizioni per la costruzione immediata di sbarramenti, trincee, reticolati, con l’impiego di tutto il materiale disponibile. All’alba, all’ordine di prendere le armi e di insorgere, la popolazione operaia scese per le strade, impetuosa come le acque di un fiume che straripi, con picconi, badili, spranghe ed ogni sorta di arnesi, per dar mano agli “Arditi del Popolo” a divellere pietre, selciato, rotaie del tramway, scavare fossati, erigere barricate con carri, banchi, travi, lastre di ferro e tutto quanto era a portata di mano. Uomini, donne, vecchi, giovani di tutti i partiti e senza partito furono là, compatti, fusi in una sola volontà di ferro: resistere e combattere.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La cosiddetta “Parma vecchia” corrispondeva alla zona che era divisa dal torrente Parma da quella erroneamente detta “nuova” (in realtà più antica ma, ospitando i luoghi del potere e le residenze della borghesia e della residua aristocrazia, d’aspetto più moderno di quella dove si erano soprattutto ammassati ceti popolari spesso di nuova immigrazione dalle zone circostanti). Come sottolinea Fiorenzo Sicuri:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>I quartieri popolari della città non erano nuovi alle barricate e alle sommosse. Nel 1859 l’Oltretorrente aveva eretto le barricate per contrastare le truppe asburgiche in fuga, a seguito del crollo del ducato di Parma. Nel 1869, per i moti del macinato, nel quartiere Naviglio, ne furono di nuovo costruite, alcune con mobili di chiese dismesse. Sommosse urbane si ebbero nella crisi politica di fine ‘800: nel 1891 per protesta contro il rincaro del pane, nel 1896 per le sconfitte militari di Macallé e di Adua, nella guerra d’Africa, e di nuovo per il rincaro del pane nel 1898, con qualche barricata nell’Oltretorrente. In età giolittiana vi furono proteste e sommovimenti nel 1908 per lo sciopero agrario, con momentanei barricamenti, e nel 1911 per la guerra di Libia; e le barricate ricomparvero nel 1914, durante la “settimana rossa”.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma Gambetta evidenzia anche le differenze:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Queste barricate infatti erano diverse da quelle del passato, anche da quelle del 1908 o dei moti del pane di fine del secolo. Sì, c’erano ancora sbarramenti costruiti con mobilio, carri, panche di scuole e pure di chiesa, ma erano nei punti meno nevralgici. Le difese che sfidavano le pallottole e le urla avversarie erano costruite con le tecniche imparate al fronte: le lastre dei marciapiedi per parapetto davanti al fossato, su tre, quattro o più ordini, con i passaggi sovrapposti. Erano trincee vere e proprie: il segno della cicatrice inguaribile che la Grande guerra europea aveva lasciato al popolo dei borghi, ma anche una lezione da utilizzare nella lotta al nemico interno.</em></span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Oltretorrente e Naviglio si riempiono di barricate e trincee</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">È ancora Picelli a descriverci in dettaglio, ad una decina d’anni di distanza, come fu organizzata la difesa dell’Oltretorrente e del rione Naviglio:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>In poche ore, i rioni popolari della città presentarono l’aspetto di un campo trincerato. La zona occupata dagli insorti fu divisa in quattro settori: Nino Bixio e Massimo d’Azeglio nell’Oltretorrente; Naviglio e Aurelio Saffi in Parma Nuova. Ad ogni settore corrispose un numero di squadre in proporzione alla sua estensione: ventidue nei settori dell’Oltretorrente, sei nel rione Naviglio, quattro nel rione Saffi. Ogni squadra era composta di otto-dieci uomini, e l’armamento costituito da fucili modello 1891, moschetti, pistole d’ordinanza, rivoltelle automatiche, bombe S.I.P.E. Soltanto una metà degli uomini poterono essere armati di un fucile o di moschetto. Tutte le imboccature delle piazze, delle strade, dei vicoli, vennero sbarrate da costruzioni difensive. Nei punti ritenuti tatticamente più importanti, i trinceramenti furono rafforzati da vari ordini di reticolato e il sottosuolo venne minato. I campanili, trasformati in osservatori numerati. Per tutta la zona fortificata i poteri passarono nelle mani del comando degli “Arditi del Popolo”, costituito da un ristretto numero di operai, in precedenza eletto dalle squadre, fra i quali fu ripartita la direzione delle branche di servizio: difesa e ordinamento interno, approvvigionamenti, sanità. Bottegai e classi medie simpatizzarono con gli insorti e misero a loro disposizione materiale vario e viveri.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sin dal secondo giorno la direzione della mobilitazione popolare era di fatto passata dall’Alleanza del lavoro al Direttorio degli Arditi del Popolo.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il tre agosto, al mattino, i fascisti fecero un primo tentativo di penetrare nell’Oltretorrente, ma vennero fermati dai soldati di guardia. Provarono anche ad assaltare il Circolo dei ferrovieri ma furono bloccati dalle forze dell’ordine. Fu ancora la zona del Naviglio ad essere scenario di sparatorie e del contatto diretto tra gli squadristi e gli Arditi sostenuti dalla popolazione dei borghi.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Sulla situazione della zona abbiamo una testimonianza diretta di un giornalista de’ “Il Piccolo” il quale così scriveva:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Uomini e giovani ingombrano le vie di arroccamento discutendo sugli avvenimenti. Molti hanno addirittura l’elmetto in testa (…). Le squadre hanno graduati, che naturalmente sono ex ufficiali e caporali dell’esercito: in Borgo del Naviglio c’è un vero dedalo di trincee profonde, con le relative feritoie. E si continua a lavorare ed approfondirle, a migliorarle. Il Naviglio, Borgo della Trinità, via XX Settembre sono sbarrati dalle trincee. In Borgo Torto gli ordini di trincea sono quattro o cinque tutti profondi. Sul fianco delle trincee è lasciato un punto di passaggio. Un cartello però ammonisce che alle 18 si chiude, e si attendono gli eventi.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un quadro non molto diverso è quello che viene fornito dallo stesso giornale sull’Oltretorrente:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Anche nell’Oltretorrente si è in grande stato di allarmi. I borghi sono affollatissimi di gente nervosa. Si ha l’impressione di una vigilia. Quando ieri sera si è sparsa la voce che l’autorità non aveva impedito l’entrata dei fascisti in città, si è dato mano alla costruzione di trincee. Nei borghi Carra, Corridoni, S. Giacomo, Poi, Bertani, ecc. sono state scavate e rizzate trincee. Nei pressi dei ponti vi sono le avanguardie che hanno il compito di dare l’allarme. Lo spettacolo è impressionante. (…) Nell’Oltretorrente, tuttavia, non è ancora capitato niente. Ma l’incubo di una minaccia grave è ovunque. Le donne sono nelle strade e s’affannano a chiamare i bimbi che scappano per ogni dove, e vanno di preferenza a giocare alla “guerra” nelle trincee.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il 3 agosto restò gravemente ferito Giuseppe Mussini, un calzolaio di venticinque anni, degli Arditi del Popolo di strada XX Settembre, che morì il giorno dopo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Con l’aggravarsi degli scontri iniziarono anche i primi tentativi di “pacificazione”, di cui non fu protagonista il sindaco, il liberale Amedeo Passerini, perché questi eletto da una coalizione di destra, aveva aperte simpatie per gli squadristi. Il compito fu assolto principalmente dal prefetto Federico Fusco, che propose alle associazioni combattentistiche un compromesso consistente nella cessazione dello sciopero, con la conseguente partenza dei fascisti. Nella notte un manifesto dell’alleanza sindacale era già pronto per annunciare l’intesa, quando il questore, Federico Signorile, informò che era impossibile allontanare le camicie nere che in realtà continuavano ad arrivare a migliaia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Intanto, in Oltretorrente, si tenne un’assemblea per decidere come proseguire l’azione di difesa dei quartieri popolari. Con il tono enfatico che in generale contraddistingue il suo libro, ma che rende anche il clima concitato del momento, Mario De Micheli ne ha fatto questa descrizione:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Fu dunque il Direttorio (ndr degli Arditi del Popolo), insieme coi capisettore, che Picelli convocò d’urgenza la notte fra il 3 e il 4 agosto, alle ore 3 circa, nei locali della Lega proletaria invalidi, mutilati e vedove di guerra, in via Imbriani, presso la sede della Confederazione generale del lavoro.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il suo proposito di fare di Parma una inespugnabile cittadella operaia si era ancor più rafforzato in seguito all’evidente filofascismo delle autorità, le quali, tra l’altro, avevano fatto ritirare dalle due caserme situate nell’Oltretorrente i carabinieri e le guardie regie, quasi a voler sottolineare che, per quanto era in loro, i fascisti avevano via libera.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Alla riunione c’erano una trentina di persone, tutte giovani. Picelli fece il punto della situazione. I volti erano tesi, contratti; nell’aria giungevano, attraverso le finestre aperte, gli echi delle fucilate. Le parole di Picelli furono, immediate, energiche, esprimevano una precisa volontà di lotta. Quand’egli accennò all’intimazione fascista di cessare lo sciopero, si levarono grida infuriate e fischi acutissimi. Poi, appena poté riprendere la parola per sostenere la tesi della resistenza a oltranza, entrò una delegazione degli Arditi del Popolo del rione Trinità, presso il Naviglio: i fascisti, rafforzati dalle squadre “forestiere”, attaccavano con violenza. Un applauso commosso salutò i compagni già provati dal fuoco avversario. “Noi”, continuarono i giovani della delegazione con voci rotte, “noi combattiamo da molte ore, abbiamo scavato trincee, ci difendiamo. Cosa intende fare il Direttorio degli Arditi del Popolo?”.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>Questa volta il grido esplose da tutti i petti con veemenza tempestosa: “Resistere! Resistere!”. C’era forse bisogno di altre parole? Uscito dalle finestre delle due stanzette a pianterreno della Lega Proletaria, il grido fu ripreso dalla gente che, insonne, aspettava le decisioni del Direttorio nelle strade, passò di bocca in bocca, divenne la parola di quella notte d’ansia.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>Tutti uscirono all’aperto e i capisettore si recarono subito ai posti di combattimento per dare inizio febbrilmente all’opera di fortificazione dei borghi.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nella stessa notte, furono di nuovo assaltate e distrutte dai fascisti le sedi di due circoli dei ferrovieri, stavolta senza intervento a difesa da parte delle forze dell’ordine e di nuovo si ebbero sparatorie al Naviglio.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> L’organizzazione dei difensori si andava intanto rafforzando sempre di più, come scriverà Picelli:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>i servizi andarono man mano migliorando: requisizioni e distribuzione di viveri, posti di medicazione, cucine, vigilanza, informazione, rafforzamento delle costruzioni difensive. Grande fu la partecipazione delle donne, le quali accorsero ovunque a prestar l’opera loro preziosissima e ad incitare.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per gli organizzatori della resistenza si poneva il problema non facile di mantenere i collegamenti fra le due zone popolari. Per questo veniva utilizzato il lancio di colombi viaggiatori mentre razzi luminosi segnalavano i movimenti del nemico. C’erano anche le numerose postazioni di vedetta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una successiva testimonianza di Antonio Cieri, pubblicata da “Il Grido del Popolo” del 28 marzo 1937, scritta in commemorazione di Picelli qualche mese dopo la sua morte, ci informa che in un’occasione lo stesso Picelli riuscì a passare la Parma e a recarsi nella zona del Naviglio. L’anarchico scriveva sul settimanale dei comunisti, edito dal Centro estero in Francia:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Lo rivedrò soprattutto come l’ho visto il quarto giorno dell’asprissima lotta sostenuta nei borghi di “Parma Nuova” e mi domando ancora come fece per venirci a salutare dall’Oltre Torrente nelle trincee di Borgo del Naviglio.<br />
Migliaia e migliaia di mercenari fascisti bivaccavano in città e, nel pomeriggio bruciante di sole, un atleta con il fucile a tracolla sbucò da un borghino e svelto svelto saltò il parapetto della trincea di via XX Settembre. Era Guido Picelli! Che entusiasmo! Diecine di mani rudi e nervose si tesero verso di lui: Viva Picelli! Viva “el noster Guido”! Viva gli “Arditi del Popolo”!</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>Mi propose a cittadino d’onore di Parma, giacché ero “el foraster”. Un buon bicchier di vino, qualche raccomandazione, dei forti abbracci ed eccolo ripartito verso i più gravi rischi, accompagnato dagli echi di Bandiera Rossa e dell’Internazionale. I borghi erano in festa e i fascisti, in quella notte, si accanirono con ferocia contro di noi e vari assalti in Viale Mentana e in via XX Settembre furono respinti.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La stessa vicenda è riportata anche da De Micheli, che così la ricostruisce, collocandola dopo la morte di Gino Gazzola:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Ma quella sera Picelli stesso raggiunse Borgo del Naviglio e ne La Verta, salito sopra un tavolo della osteria di Orestin, che dà proprio sulla piazzetta, parlò alla gente del quartiere del giovanissimo eroe Gino Gazzola. Gli uomini e le donne singhiozzavano. Picelli diceva parole che trovavano un’eco profonda nel cuore di quella schietta e coraggiosa gente. Egli disse che Gino era il “Gavroche di Parma”, la “Piccola vedetta lombarda” di Borgo del Naviglio. Il suo discorso fu breve, ma alla fine la volontà popolare di combattere i fascisti e cacciarli dalla città era moltiplicata. Gino Gazzola sarebbe stato vendicato.</em></span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Il “Gavroche” di Parma</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Sulle vicende delle barricate, nel corso del tempo, sono sorte anche delle leggende. Esistono dubbi su questa improvvisata commemorazione del giovane Gazzola da parte di Picelli. Se ne fa portavoce Francesco Pelosi a commento del graphic novel da poco uscito.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> L’accostamento alla figura letteraria di Gavroche (da “I Miserabili”) non sembra però così lontana dalla sensibilità di Picelli. De Micheli, il cui testo va certamente valutato con una certa prudenza critica ma che aveva effettivamente raccolto testimonianze di partecipanti alle giornate di Parma, ci informa su questa vittima che, essendo molto giovane, ha profondamente colpito i sentimenti dei settori popolari di Parma:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Gino Gazzola (…) era un ragazzo che non aveva ancora compiuto i quindici anni: alto, magro, biondo di capelli, con gli occhi chiari: un ragazzo generoso e intelligente, che amava leggere libri e giornali benché avesse fatto appena tre anni di elementari. Gli altri ragazzi stavano volentieri con lui e i “grandi” non sdegnavano la sua compagnia perché ragionava già come loro, anche se continuava a portare i pantaloni corti.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>Gino non aveva conosciuto una vera infanzia. Il padre era un galantuomo, ma spesso si lasciava prendere dal vino e allora toccava a Gino, primo di quattro fratelli, tenergli testa. Questa situazione aveva così incominciato assai presto a far sentire sulle sue magre spalle il peso di una responsabilità familiare.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>D’estate il padre faceva il gelataio: possedeva tre carretti che i figli, meno l’ultimo ch’era troppo piccolo, spingevano un po’ ovunque per i borghi di Parma, vendendo sorbetti soprattutto ai bambini. D’inverno invece chiuso il “commercio” dei gelati, il padre si trasformava in venditore di pere cotte e in questa stagione era lui che girava per la città con la piccola caldaia di rame sostenuta sul davanti dalla cinghia passata intorno al collo.</em></span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Arriva Italo Balbo e scende alla “Croce Bianca”</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Il quattro agosto oltre a continuare l’afflusso di squadre di fascisti, arrivò anche in prima mattinata Italo Balbo, Ras di Ferrara, al quale la direzione del Partito Nazionale Fascista, aveva affidato il comando delle squadre fasciste. E con questo anche il compito di sbrogliare una situazione che si stava facendo sempre più complicata.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Nei primi giorni a coordinare l’azione degli squadristi erano stati il fiduciario Giovanni Botti e il deputato toscano Michele Terzaghi che era arrivato da Roma il 2 agosto. Come sintetizza Gambetta: “L’esercito nero infatti si muoveva in modo frenetico ma scomposto, come in una gara per cogliere frettolosamente qualche riconoscimento evitando le difficoltà della battaglia.”</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Balbo, come racconta De Micheli, “scese all’albergo Croce Bianca e convocò subito i dirigenti locali del fascio per avere un rapporto su quanto stava accadendo. L’albergò diventò per tre giorni la sede del quartier generale delle bande nere. Nella giornata arrivarono anche Moschini, Buttafuochi, Farinacci, Ranieri, Bigliardi, Arrivabene e altri consoli o comandanti di coorte di non minore importanza”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Gli squadristi ammontavano ormai a diverse migliaia. I giornali dell’epoca e lo stesso Balbo li calcolavano in 10.000. Picelli darà nel tempo cifre diverse. Li valutava in 20.000 nell’articolo del 1934, ma in 7.000 in uno scontro polemico avuto in Parlamento con i deputati fascisti e in 12-15.000 in un testo di commemorazione scritto per “Falce e Martello”, il settimanale in lingua italiana dei comunisti svizzeri. In ogni caso si trattava di una vera e propria truppa di occupazione della città.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Balbo era certamente consapevole della posta in gioco nello scontro di Parma, perché come scriverà poi nel suo diario, per la prima volta, il fascismo “si trovava di fronte ad un nemico agguerrito e organizzato, armato ed equipaggiato e deciso a resistere ad oltranza”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Non potendo sfondare in Oltretorrente i fascisti assaltarono e distrussero la sede de “Il Piccolo”. Verso le dieci della mattina iniziò il conflitto più cruento delle cinque giornate ed ebbe ancora una volta come sfondo la zona del Naviglio. Si prolungò per diverse ore. Si registrò uno scontro anche in Oltretorrente, e gli Arditi riuscirono ancora a respingere l’assalto dei fascisti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il Prefetto mandava rapporti sempre più allarmati:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>In tutta la giornata è continuato in vari punti della città scambio di colpi d’arma da fuoco con maggiore intensità da parte dei fascisti. Si lamentano sinora sei morti popolazione civile e vari feriti. Contegno fascisti che stanotte hanno sparato qualche colpo contro agenti questura si fa sempre più minaccioso. Circolazione è diventata pericolosa per individui estranei lotta politica.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Fra i caduti vi furono, oltre a Gino Gazzola,  Carluccio Mora, che era di vedetta nella zona del Naviglio, il consigliere comunale popolare Corazza, che si stava appostando alla difesa del ponte Caprazucca, dalla parte dell’Oltretorrente. Caddero anche due passanti, Mario Tomba e Attilio Zilioli. Quest’ultimo mentre cercava di soccorrere un ferito sul ponte Umberto (ora Ponte Italia).</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Dal racconto di Picelli emerge come la determinazione alla resistenza si facesse sempre più forte e anche i mezzi di difesa si facevano via via più estremi:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Nessun aiuto fu possibile avere all’ultimo momento dalla campagna, perché nelle località temute, i fascisti inviarono piccoli distaccamenti impedendo il collegamento con la città. Venne però disposta la grande difesa, fatta con ogni mezzo e che avrebbe dovuto impegnare il nemico sino all’ultimo uomo, in tutte le forme possibili di combattimento. (…) Il morale della massa si dimostrò elevatissimo; sembrò quasi che l’annuncio dell’azione imminente delle camicie nere avesse contribuito ad aumentare ancora di più il coraggio e l’entusiasmo. (…) Nelle case si attese alla fabbricazione di ordigni esplodenti, di pugnali fatti con lime, pezzi di ferro, coltelli e alla preparazione di acidi. (…) Alle donne vennero distribuiti recipienti pieni di petrolio e di benzina, poiché in base al piano difensivo, nel caso in cui i fascisti fossero riusciti ad entrare in Oltretorrente, il combattimento si sarebbe svolto strada per strada, vicolo per vicolo, casa per casa, senza risparmio di sangue, con lancio di liquidi infiammabili, contro le camicie nere e sino all’incendio e alla distruzione completa delle posizioni.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In seguito a colloqui svoltisi al mattino tra Balbo e il prefetto, si stabilì un patto tra fascisti e autorità pubbliche. Se i militari avessero occupato i borghi del Naviglio entro le ore quattordici, i fascisti avrebbero abbandonato la città: altrimenti si sarebbero impegnati in prima persona a “ristabilire l’ordine” con la violenza.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Ci furono intense trattative tra gli Arditi e l’esercito. Da parte del ‘Corpo di guardia del nucleo di Borgo del Naviglio’, a firma di Picelli venne consegnato al colonnello Roberto Simondetti, comandante delle truppe, il foglio di resa. L’esercito poté occupare il quartiere smantellando le opere di difesa. La “Gazzetta di Parma” scrisse che “Le truppe furono accolte dai sovversivi con applausi e da grida: ‘Evviva i nostri fratelli soldati! Evviva il comunismo!’”, mentre l’Alleanza del Lavoro “faceva affiggere un proclama inneggiante alla propria vittoria, non essendo i fascisti entrati nella Trinità”. I fascisti si sentirono così beffati per l’atteggiamento degli avversari, e cercarono di sfogare la propria rabbia assaltando la trincea di borgo Valorio e, dopo un violento combattimento, riuscirono a demolirla. Con l’ingresso dell’esercito il Naviglio usciva di scena, ma restava in campo l’Oltretorrente.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Si intensificarono i tentativi di pacificazione. Il presidente della Deputazione Provinciale, il popolare Tullio Maestri, assieme col socialista riformista Faraboli si recò in Oltretorrente per avviare dei veri e propri colloqui di pace. Una iniziativa che fu aspramente criticata dai fascisti e gli attirò i sarcasmi della “Gazzetta di Parma” per avere creduto, secondo il quotidiano filofascista, alle promesse di disarmo annunciate da Picelli.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Più tardi si scatenò una furiosa fucileria dall’Oltretorrente verso i fascisti, attestati sul Lungo Parma, mentre colpi isolati e scariche risuonavano in numerosi punti della città, anche in centro. Secondo la “Gazzetta di Parma”:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Nelle prime ore della sera, l’aspetto della città era fantastico. Nuove forze fasciste giungevano da ogni dove. Imponente la colonna di oltre mille fascisti giunti da Reggio Emilia in una lunga teoria di camion e completamente equipaggiati. Poco prima del suo arrivo la Piazza Garibaldi e adiacenze erano state teatro di spari e inseguimenti di individui in camicia nera, mescolantesi fra i fascisti e sparando loro addosso, lanciando anche alcune bombe.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nella notte fra il quattro e il cinque agosto, i ripetuti tentativi d’assalto dei fascisti in Oltretorrente furono respinti, ma sparatorie avvenivano in numerosi punti della città, perché erano gli stessi Arditi ad attaccare gli accampamenti fascisti, con operazioni di “commando”.</span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Anche Balbo ci prova ma viene respinto</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Nella giornata del cinque agosto, quella finale, Balbo in persona tentò in mattinata un assalto all’Oltretorrente. Alla guida di un centinaio di squadristi provò a penetrare in Oltretorrente attraverso il ponte Verdi, grazie anche alla complicità di alcuni ufficiali del Novara Cavalleria. Tra borgo Tanzi e strada Farnese, intervennero gli Arditi e i corridoniani (che avevano la loro Camera del lavoro poco distante) e respinsero l’attacco a fucilate. A quel punto si interposero i soldati e il gruppo di Balbo dovette fare marcia indietro.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Nella giornata i fascisti devastarono gli studi professionali di Guido Albertelli, degli avvocati Emilio Baracchini, Ugo Grassi e Renzo Provinciali, del ragionier Augusto Argenziano, lo studio e la casa dell’avvocato Gustavo Ghidini; l’abitazione di Tullio Masotti direttore de “Il Piccolo” e del consigliere comunale socialista Vico Ghisolfi, così come furono devastate la sede delle associazioni cattoliche sindacali e cooperative, nonché del Partito Popolare. Tentativi di devastazione furono compiuti, inoltre, nei confronti degli studi degli avvocati Aurelio Candian, Ildebrando Cocconi e Francesco Pangrazi. Quando gli squadristi arrivarono nella zona di strada XXII luglio per assaltare e devastare la sede de “Il Piccolo”, i soldati che la piantonavano si allontanarono.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il comportamento degli squadristi cominciò a sollevare le proteste anche di quella “Parma nuova” che pure aveva accolto con un certo favore l’arrivo dei fascisti pensando che la loro violenza si scatenasse solo contro i quartieri dei sovversivi.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Secondo quanto scrive De Micheli:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>L’indignazione dei cittadini di Parma nuova fu tale che Balbo si vide costretto a far affiggere un manifesto in cui deplorava il “gruppo di sconsigliati” che aveva commesso quelle poco belliche imprese. In realtà tutto ciò rientrava nella normale attività delle squadracce.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Probabilmente i più accaniti nell’effettuare queste devastazioni furono i gruppi di squadristi legati al cremonese Roberto Farinacci, nonché ai parmensi Paolo Giudici e Alcide Aimi, che rappresentavano la fazione del fascismo maggiormente legata agli agrari e che – rileva Gambetta – “mal tollerava le manovre di corteggiamento verso i corridoniani”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Nelle prime ore del pomeriggio, il vescovo di Parma, Guido Conforti, si recò al comando fascista offrendo la sua mediazione per la cessazione dei conflitti e fu diffuso un appello del prelato alla cittadinanza per il ripristino della pace.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Intanto, il governo Facta, esaminata la situazione che si era creata in diverse città dove vi era un forte concentramento di forze fasciste, decise di proclamare lo stato d’assedio in alcune province, fra cui Parma, dalla mezzanotte. Di conseguenza i poteri passarono all’autorità militare. Il telegramma del governo che annunciava alle prefetture la decisione assunta partì alle 16:40 del 5 agosto.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Di fronte al passaggio dei poteri, per non scontrarsi con l’esercito, i fascisti cominciarono a lasciare la città. Balbo aveva comunicato, dopo il fallimento del suo tentativo di entrare in Oltretorrente attraverso strada Farnese, di essere disponibile alla smobilitazione. I responsabili militari si espressero con molta decisione: il colonnello Simondetti dichiarò che “avrebbe difeso la vita e gli averi dei cittadini tutti, senza distinzione di parte, sino all’ultimo suo uomo”; il generale Enrico Lodomez, che con la dichiarazione dello stato d’assedio aveva assunto i poteri che erano spettati al prefetto Fusco, in un colloquio con il Ras fascista aveva chiarito la posizione dell’esercito.</span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>I fascisti lasciano la città</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Per svicolare da una situazione senza via d’uscita, trovandosi nell’impossibilità di battere con la forza le difese popolari nell’Oltretorrente e dovendo evitare di entrare in conflitto con le truppe che, nel frattempo avevano ricevuto altri rinforzi (alpini del Cadore e i reparti del 66° e 26° fanteria), Balbo cercò quanto meno di salvare la faccia. Nello stesso pomeriggio, radunò gli squadristi ancora presenti in città di fronte al Palazzo della Prefettura e li arringò cercando di convincerli della “vittoria” ottenuta. Questa era giustificata col fatto che “il governo aderisce finalmente alla nostra richiesta esautorando l’indegna autorità politica complice e responsabile dell’attuale situazione”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> In realtà era evidente che i fascisti avevano subito una clamorosa sconfitta. Per rifarsi si vendicarono assaltando e devastando cooperative e associazioni proletarie in diversi centri della provincia e in particolare distrussero l’articolata e capillare organizzazione del socialismo riformista e del cooperativismo municipale che ruotava attorno a Roccabianca. Inoltre imposero con la forza le dimissioni di numerose amministrazioni comunali.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Allontanati i fascisti dalla città, fu l’esercito a riportare “l’ordine” nei quartieri ribelli. Come scriveva la “Gazzetta di Parma”:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>un reggimento di fanteria è penetrato nelle strade dell’Oltretorrente ed affrontando la resistenza degli abitanti, ha preso a demolire i reticolati e le trincee di B(orgo) Carra. Gli ordini erano precisi e le opposizioni non hanno valso a nulla. L’on. Picelli, che tutto ieri ha girato per le trincee, ha dovuto cedere contro la fermezza del Colonnello che comandava le truppe.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel racconto di Picelli, questa è la conclusione della rivolta:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Il Comando della difesa operaia esaminò immediatamente la nuova situazione, creatasi in seguito all’intervento dell’autorità militare, e constatò la impossibilità materiale di impedire alle forze dell’esercito, costituite localmente da due reggimenti di fanteria, con sezioni di mitragliatrici e carriarmati, di un reggimento di cavalleria e di numerosa artiglieria, di tenere l’Oltretorrente e i settori Naviglio e Aurelio Saffi. Alle ore tre e dieci minuti il colonnello Simondetti, dopo aver fatto sparare un colpo a polvere con uno dei due pezzi di artiglieria piazzati sul ponte di Mezzo, avanzò seguito da autoblindate, da mitragliatrici e dalla truppa, e procedette all’occupazione di tutti i quartieri operai, ordinando ai soldati lo sgombero delle strade.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sulle ragioni che hanno consentito all’Oltretorrente di non cedere all’aggressione delle squadre fasciste così sintetizza Fiorenzo Sicuri:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Il bilancio delle cinque giornate mostra che i dedali di strade e la conformazione urbanistica degli spazi, l’organizzazione armata all’interno dei quartieri e i piani militari predisposti, le catene di solidarietà e la compattezza della popolazione, la presenza di ex combattenti, tecnicamente attrezzati allo scontro armato, la capacità di costruire barricate che era storico patrimonio dei quartieri popolari parmensi, a cui si aggiungeva la recente abilità nello scavare trincee e nel posare reticolati di filo spinato, e, infine, una leadership militarmente dotata di una certa perizia ebbero successo nel respingere i tentativi di conquista.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A questi elementi si deve aggiungere anche l’atteggiamento di relativa neutralità tenuto dalle forze militari. Sottolinea questo aspetto lo storico militare, Marco Mondini, secondo il quale il conflitto avutosi a Parma:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Non fu certo un esempio di ripristino dell’autorità, giacché (…) lo scontro armato tra fascisti e difensori parmigiani andò avanti per tre giorni senza che l’esercito (che ne avrebbe avuto tutti i poteri e le facoltà) intervenisse. Di fatto la piccola guerra civile in corso nel quartiere vecchio di Parma fu isolata da una sorta di “cordone sanitario” steso dai distaccamenti di due reggimenti di fanteria e uno di cavalleria, rinforzati con reparti provenienti da tutti i corpi d’armata vicini, per un totale forse di 2000 uomini. La neutralità armata mantenuta a Parma dall’esercito non era dovuta ad un particolare (e abbastanza inverosimile) senso di “affratellamento” tra soldati e proletari (…) quanto piuttosto, all’opera efficace del prefetto Fusco e alla sua capacità di far eseguire dal comando locale una politica di “non intervento” anche dopo il passaggio dei poteri.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In tale contesto e in tali condizioni la battaglia dei quartieri popolari fu “l’unica effettiva sconfitta della grande offensiva fascista dell’estate”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> La partecipazione alla difesa dei quartieri popolari dalle bande fasciste ebbe una partecipazione realmente trasversale, anche sul piano delle appartenenze sociali. Il giornale cattolico “Vita Nuova”, scriveva: “Nei due quartieri tutti, letteralmente tutti, di qualunque classe, partito o tendenza, si sono trovati d’accordo dietro le trincee e le barricate”. Non diversa la valutazione de “L’Internazionale”: “i sindacalisti corridoniani, gli arditi del popolo, i confederali, i popolari, scendevano dalle case si disponevano in squadre delle quali assumevano il comando i più audaci, scelti fra gli ex sottufficiali e ufficiali dell’Esercito”. Un altro giornale locale, “L’Idea”, rilevava: “Abbiamo visto, accanto allo scamiciato e talvolta scalzo abitante dei borghi, l’impiegato e il professionista, elegante ancora, con l’immancabile colletto, spilla d’oro e moschetto sottobraccio”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Quante furono le vittime delle cinque giornate? Dalla parte degli Arditi e dei difensori, Picelli parla di cinque morti e qualche ferito, mentre tra i fascisti conteggiava, nell’articolo pubblicato nel 1934, ben 39 morti e centocinquanta feriti. Si tratta di una valutazione che non ha trovato conferma in sede di ricerca storica. Le uniche vittime certe di parte squadrista sono i due fascisti, deceduti negli scontri, contemporanei alle giornate di Parma, avvenuti nel vicino comune di Sala Baganza. Vi furono certamente dei feriti ma non nelle dimensioni indicate da Picelli. In ogni caso le squadre fasciste, abituate a rapporti di forza totalmente squilibrati a loro favore e a non registrare alcuna resistenza armata nelle loro scorribande, non avevano alcun desiderio di impegnarsi in una vera battaglia da condurre casa per casa in borghi in cui la popolazione era completamente ostile.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Lo stato d’assedio terminò il 16 agosto e due giorni dopo venne siglato un patto di pacificazione da parte di tutte le cariche istituzionali e dai rappresentanti dei combattenti oltre che da diversi partiti, tra i quali il Pnf e il Partito Popolare. Anche le Camere del lavoro corridoniana (guidata dal fratello di Alceste De Ambris, Amilcare e dal fratello di Guido Picelli, Vittorio) apposero le loro firme. Si rifiutarono invece ad ogni idea di “pacificazione” col nemico fascista le forze che erano state effettivamente protagoniste della resistenza come gli Arditi del Popolo, i comunisti, i sindacalisti dell’Usi e gli anarchici. Anche una parte del fascismo locale si oppose al “patto”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Ipotesi di un nuovo assalto alla città che non si era piegata alla violenza squadrista e che Balbo definiva “isola di bolscevismo armato e delinquente”, vennero avanzate per essere poi accantonate a seguito della “marcia su Roma” e della chiamata di Mussolini a guidare il governo.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Come commenta Gambetta:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Dopo, una volta al potere, la vendetta contro i quartieri delle barricate fu affidata agli strumenti tradizionali della repressione poliziesca e della costruzione del consenso. Fu poi il “piccone risanatore” ad abbattere materialmente le strade e le case di quell’insurrezione e a smembrare il corpo sociale di quella comunità ribelle.</em></span></p>
<h4><span style="font-size: medium;"><b>Il bilancio politico e militare delle giornate di Parma</b></span></h4>
<p><span style="font-size: medium;">Da parte sua Picelli trarrà dalle cinque giornate di Parma una serie di insegnamenti di carattere militare che consegnerà all’articolo pubblicato su “Lo Stato Operaio”:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Prima. Di quale importanza sia il problema politico-militare e la teoria della guerra civile, sino a ieri trascurata, se non ignorata completamente; ma che oggi si impone al nostro studio come una necessità assoluta.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>Seconda. Nei riguardi degli effetti ottenuti dall’azione armata, la storia del movimento operaio italiano registra con la rivolta di Parma un enorme successo, una battaglia di strada vinta in condizioni di inferiorità numerica e di armamento, di grande sproporzione di forze.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>Terza. Se gli “Arditi del Popolo” riuscirono a trascinare tutta la massa operaia nella resistenza armata, insufficiente fu però il lavoro di preparazione fra i soldati che, data la loro disposizione morale e la particolare situazione, non sarebbe stato difficile attirare alla solidarietà attiva col proletariato; come pure insufficiente e cattiva l’organizzazione del collegamento con la provincia che venne a mancare proprio nei momenti più difficili della lotta, mentre un movimento coordinato di contadini avrebbe permesso di passare immediatamente all’offensiva. </em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A queste considerazioni di carattere militare, Picelli faceva seguire anche delle valutazioni più decisamente politiche:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Quarta – Lo smascheramento completo dei socialdemocratici e dei capi locali delle organizzazioni operaie, che attraverso il linguaggio demagogico, nascondevano gli scopi reali della loro azione di asservimento alla borghesia. Mentre parlavano ipocritamente di difesa degli interessi delle masse e di antifascismo, praticamente tradivano questi interessi, intralciando ed ostacolando la formazione spontanea del fronte unico dal basso, facendo in tal modo il giuoco dei fascisti. La ragione del successo, oltre che alla nostra preparazione tecnica, sta soprattutto nel fatto che il proletariato parmense, riuscì a liberarsi e a mettere in disparte i suoi falsi capi, i nemici interni alla classe operaia, ed opporre finalmente al fascismo l’unione compatta delle proprie forze.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> <em>Quinta. L’errore di incomprensione politica, commesso anche dal nostro Partito, allora ammalato di sinistrismo, nei riguardi degli Arditi del popolo opponendosi alla partecipazione individuale nelle squadre dei suoi militanti. In quel momento le masse erano con gli Arditi del Popolo o simpatizzavano per essi. Il bordighismo, manifestazione tipica della mentalità piccolo-borghese, aveva condotto il Partito sul terreno opportunistico dell’assenteismo e fuori della realtà. Con la partecipazione individuale dei comunisti alle squadre degli Arditi del Popolo, il Partito, con un’azione propria avrebbe influito su tutta l’organizzazione conquistandone la direzione e i comandi. Con un serio lavoro di preparazione e di penetrazione nei sindacati riformisti e nell’esercito, avrebbe potuto incanalare il movimento verso obbiettivi precisi, trascinare con gli Arditi del popolo tutto il resto della massa all’insurrezione armata, arrestare la marcia della reazione in Italia, facendo deviare il corso degli avvenimenti.</em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il testo di Picelli viene scritto nel 1932 quando la linea politica del Comintern, adottata dopo qualche incertezza e perplessità anche dalla direzione comunista italiana, è caratterizzata da un tono fortemente polemico verso le altre correnti della sinistra, in primis la socialdemocrazia. Viene pubblicato due anni dopo quando la denuncia del “socialfascismo” comincia ad attenuarsi, ma ancora non si è dato avvio alla politica dei “fronti popolari” che verrà sancita dal VII Congresso del Comintern nell’estate del 1935.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Aspra è anche la polemica verso la direzione bordighista a cui è attribuita la responsabilità, nel 1921-22, di aver respinto la possibilità di un avvicinamento agli Arditi del Popolo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Riferimenti bibliografici</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questa ricostruzione delle giornate di Parma è largamente tributaria del lavoro di Fiorenzo Sicuri “Il guerriero della rivoluzione” (2010, Uni.Nova, Parma) in particolare delle pagine 174-183 e del saggio di William Gambetta “Le pietre presero un’anima. Le barricate del 1922”, in “Le due città. Parma dal dopoguerra al fascismo (1919-1926), a cura di Roberto Montali, 2008, Silva, Parma, pagine 73-89. Dal libro di Sicuri sono riprese le citazioni dalla stampa dell’epoca e dello storico Marco Mondini. Le citazioni dell’articolo di Picelli, “La rivolta di Parma”, pubblicato su “Lo Stato Operaio” nell’ottobre del 1934 sono riprese dal volume di scritti e discorsi “La mia divisa “, curato da William Gambetta (2021, BFS, Ghezzano). I richiami a “Barricate a Parma” di Mario De Micheli, fanno riferimento alla seconda edizione riveduta del 1972, pubblicata da La Libreria Feltrinelli di Parma (con prefazione di Giorgio Amendola). Le citazioni di Marco Rossi sono tratte da “Arditi, non gendarmi! Dalle trincee alle barricate: arditismo di guerra e arditi del popolo (1917-1922)” (2011, BFS, Ghezzano), che dedica un capitolo a “L’insegnamento di Parma”. La citazione di Bruno Fortichiari è tratta da “Comunismo e revisionismo in Italia. Testimonianza di un militante rivoluzionario” (2006, Mimesis, Milano). Il graphic novel è di Francesco Pelosi e Rise, “Guido Picelli. Un antifascista sulle barricate” (2022, Round Robin, Roma).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">*Transform Italia</span></p>
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		<title>Non sono passati</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jul 2024 14:15:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roberto Musacchio* In Francia contro Le Pen scatta il sentimento repubblicano. Che non è solo tra le forze politiche ma soprattutto di popolo. E anche su questo la Francia mantiene una diversità. C’è una partecipazione popolare non sopita Non sono passati. Questa è la certezza che in Francia e noi tutti possiamo festeggiare.Le Pen e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><strong><span style="font-size: medium;">Roberto Musacchio*</span></strong></div>
<div></div>
<div><span style="font-size: medium;">In Francia contro Le Pen scatta il sentimento repubblicano. Che non è solo tra le forze politiche ma soprattutto di popolo. E anche su questo la Francia mantiene una diversità. C’è una partecipazione popolare non sopita</span></div>
<p><span style="font-size: medium;">Non sono passati. Questa è la certezza che in Francia e noi tutti possiamo festeggiare.Le Pen e la sua destra non solo estrema ma erede di un terribile passato non governerà.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> In un Paese ormai molto diverso dal nostro c’è un alt alla normalizzazione di qualcosa che non si può normalizzare. In Italia Meloni è al governo. Ci è arrivata perché con lei ci si può alleare già dai tempi di Berlusconi. Perché ha fatto parte di “governi tecnici” sostenuti da tutti. Naturalmente perché c’è una terribile affinità e complicità trasversale con le politiche liberiste e di guerra.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> In Francia contro Le Pen scatta il sentimento repubblicano. Che non è solo tra le forze politiche ma soprattutto di popolo. E anche su questo la Francia mantiene una diversità. C’è una partecipazione popolare non sopita. Si è vista in questi giorni quando le piazze si sono riempite con il loro “no pasaran”. Ma si è vista in tutti questi anni nelle grandi lotte come quelle per difendere un sistema pensionistico che in Italia è stato da tempo controriformato con la complicità del centrosinistra mentre in Francia le sinistre e i sindacati lo hanno difeso con una lotta ad oltranza contro Macron. Sconfitti ma non vinti. E infatti la piattaforma sociale, pensioni, salario, con cui il Fronte Popolare si è costituito contro Le Pen è particolarmente avanzata. Grazie alle lotte. Grazie al ruolo non minoritario delle sinistre radicali di France Insoumise e PCF. Che hanno chiamato e guidato il Fronte con il sostegno popolare. Che non è andato tutto a destra proprio grazie a chi in tutti questi anni ha tenuto dritta la barra ed alto il conflitto. Solo con questo consenso popolare si poteva chiamare l’unità repubblicana, fino alla desistenza con Macron, ed essere credibili e seguiti. Così il Fronte Popolare arriva primo nei risultati del secondo turno. E Melenchon può chiedere di governare rispettando il programma. Quel programma che ha salvato la Francia dalle destre. Ora è il momento della contentezza. Ma subito occorre difendere il risultato conseguito e la fiducia del popolo. Gli stessi che con le loro politiche neoliberiste hanno aperto la strada a Le Pen tenteranno ora di dividere per appropriarsi dei frutti del risultato. Già la campagna elettorale di Macron era stata particolarmente contro Melenchon. E una buona parte di ciò è rimasto anche al ballottaggio. Contro Melenchon si sono costruite, come contro Corbyn, incredibili accuse di antisemitismo, mettendo in moto la macchina del fango. Contro Melenchon c’è quella UE neoliberale che ha praticato il revisionismo storico. Dunque la lotta continua.</span></p>
<p>*da www.Left.it</p>
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		<title>I giorni di Piazza Loggia</title>
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		<pubDate>Tue, 28 May 2024 19:25:02 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Dino Greco L’antefatto della strage di Piazza della Loggia: le lotte di classe a Brescia nei primi anni Settanta  Per capire cosa sia stata la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 è indispensabile fare un passo indietro di alcuni anni. Anni cruciali che hanno rappresentato uno spartiacque nella storia dell’Italia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Dino Greco</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>L’antefatto della strage di Piazza della Loggia: le lotte di classe a Brescia nei primi anni Settanta</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Per capire cosa sia stata la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 è indispensabile fare un passo indietro di alcuni anni. Anni cruciali che hanno rappresentato uno spartiacque nella storia dell’Italia repubblicana, lungo il decennio che va dalla fine degli anni sessanta a buona parte dei settanta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il 20 maggio 1970 entra in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E’ una vera rivoluzione perché, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica, la Costituzione varca le stanze chiuse di ogni luogo di lavoro. La fabbrica non è più una zona franca, dominio esclusivo del padrone. Si riconosce e formalizza in modo cogente che i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi e di tutelare i propri interessi in forma conflittuale, l’attività antisindacale viene punita in quanto reato, i licenziamenti di cui sia dimostrata l’illegittimità vengono revocati, la tutela dell’integrità psico-fisica dei prestatori d’opera viene con forza affermata. Da universo concentrazionario dove è possibile ogni arbitrio padronale la fabbrica diventa luogo dove in forza di legge è possibile affermare i diritti di cittadinanza, la libertà di pensiero, di attività sindacale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Ma lo Statuto non piove dal cielo. Esso è il frutto di una straordinaria stagione di lotte operaie che conquistano sul campo parte rilevante dei risultati che ora trovano una legittimazione legislativa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici del 21 dicembre 1969, firmato dopo oltre 180 ore di sciopero, viene vissuto dai vertici confindustriali come uno smacco insopportabile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Ma il movimento operaio che era stato protagonista di quella impetuosa stagione non si ferma. E realizza forme</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">inedite di rappresentanza sindacale che prevedono un intreccio di democrazia diretta e democrazia delegata e rimodellano lo stesso rapporto fra sindacato esterno e rappresentanza interna. Nascono i consigli di fabbrica. I delegati non sono più di nomina esterna ma vengono eletti da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato. Ogni reparto o gruppo omogeneo diventa una sorta di collegio uninominale, dove ognuno è elettore ed eleggibile. Vige la revoca del mandato, se sottoscritta dal 50%+1 dei lavoratori di cui il delegato è espressione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Ciò che rende questa esperienza un unicum nella storia del sindacalismo mondiale è la decisione del sindacato di mettere in capo ai delegati liberamente eletti i poteri che lo Statuto attribuiva alle Rsa di designazione sindacale. Prima nei metalmeccanici, in seguito anche nelle altre categorie, i consigli di fabbrica diventano il primo livello unitario della struttura sindacale, a cui si riconoscono poteri di contrattazione e di rappresentanza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questa potente iniezione di democrazia, che sorge direttamente dalla base, diventa l’elemento propulsore, direi scatenante, di una capillare vertenzialità quale non si era mai vista in precedenza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I padroni non mandano giù il rospo e ogni vertenza produce uno scontro di grande durezza. Prima ancora di guadagnare il tavolo di trattativa occorre fare riconoscere come interlocutori del negoziato i consigli di fabbrica. Davanti ai cancelli si consumano veri e propri corpo a corpo, con i crumiri e con i fascisti che appaiono sempre più frequentemente sulla scena, sistematicamente spalleggiati dalla polizia e dai carabinieri. Non solo, ormai, davanti alle fabbriche metalmeccaniche, ma anche davanti a quelle tessili, dell’abbigliamento e calzaturiere dove sono le donne a guidare e sostenere le battaglie più dure.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"> I padroni non ci stanno: “Bisogna fermarli. A qualsiasi costo”</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;"> I padroni bresciani si riorganizzano, si moltiplicano le riunioni di associazione nelle quali essi manifestano tutta la propria rabbia per quella che chiamano un’usurpazione, una violazione della proprietà privata, la fabbrica divenuta teatro di un conflitto di potere quotidiano. Un sentimento si fa strada sempre più acuto nel padronato: “bisogna fermarli. A qualsiasi costo”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Torna a galla “il marcio di Salò”, la parte più intrisa di fascismo, strutturalmente ostile al sindacato, abituata a trattare con il bastone i rapporti sociali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Giorgio Almirante viene sistematicamente a Brescia: a Nave, a Lumezzane, sul Garda. Qui si incontra con gruppi di imprenditori, soprattutto siderurgici, garantendo loro sostegno attivo. Vengono assunte squadre di picchiatori fascisti (all’Idra di Pasotti, alla Fenotti &amp;Comini, alla Palazzoli) con il solo compito di intimidire i lavoratori.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"> I prodromi della strage</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Dal 1970 in avanti è un crescente stillicidio di attentati alle sedi sindacali, del Pci e dello Psiup; si moltiplicano gli agguati a militanti di sinistra, militanti del movimento studentesco vengono aggrediti da gruppi di fascisti che fanno capo ad Ordine Nuovo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Inutilmente il Comitato Unitario Provinciale Antifascista interviene presso prefetto e questore per chiedere un intervento nei confronti di organizzazioni di cui si conoscono perfettamente nomi e intenzioni. E’ sempre più chiaro che i fascisti contano di simpatie, connivenze, quando non aperto sostegno negli organi istituzionali e di polizia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dieci giorni prima della strage un fascista, Silvio Ferrari, salta in aria con il suo scooter mentre trasporta un ordigno destinato ad un attentato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>28 maggio 1974: la strage</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Nei giorni immediatamente successivi viene proclamata dal CUPA una manifestazione antifascista a cui il sindacato aderisce unitariamente proclamando per quel giorno uno sciopero generale di 4 ore che si svolge sotto una pioggia battente.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Alle 10,12, mentre è in corso il comizio, sotto il portico adiacente alla piazza, esplode la bomba: alla fine saranno 8 i morti e 108 i feriti. Muoiono sei insegnanti, l’intero gruppo dirigente della Cgil scuola che si era dato appuntamento nei pressi del cestino dei rifiuti dove era stato deposto l’ordigno per discutere di una iniziativa per sostenere la gratuità dei libri di testo. Muoiono dilaniati anche due operai ed un pensionato, ex partigiano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di tutti gli eccidi perpetrati nel corso della strategia della tensione, quello di Brescia è il più direttamente rivolto contro i lavoratori. Questa volta non viene scelto un luogo neutro (una banca, un treno, una stazione) dove sparare nel mucchio per creare terrore. L’obiettivo questa volta è esplicito e diretto: il nemico dichiarato è il movimento operaio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Lo sconvolgimento è totale, sangue ovunque, scene di disperazione, ma non prevale il panico. La piazza non viene abbandonata. Si prestano i primi soccorsi ai feriti. Solo due ore dopo lo scoppio il vicequestore e il capitano del nucleo investigativo dei Carabinieri procedono al lavaggio della piazza, facendo scomparire reperti essenziali per comprendere la natura dell’esplosivo utilizzato dagli attentatori: è il primo di una lunga serie di depistaggi messi in atto dagli apparati dello Stato.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">La prima risposta: occupare le fabbriche e assemblee ovunque</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Immediatamente si decide di andare in massa alla Camera del lavoro che da quel momento diventerà lo stato maggiore che dirigerà per tutti i giorni a seguire la risposta operaia e popolare: una sorta di agorà nella quale partecipazione spontanea e organizzazione troveranno una sintesi perfetta.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La prima, fondamentale decisione è quella di prolungare sino a tutto il giorno dopo lo sciopero, rientrare nelle fabbriche, occuparle e svolgervi assemblee aperte a cittadini, partiti democratici, studenti. Anche il movimento studentesco bresciano decide l’occupazione di tutti gli istituti medi superiori.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’obiettivo è quello ti tenere assieme i lavoratori, impedire che prevalga lo scoraggiamento e, nel contempo, produrre un’analisi lucida della situazione e farlo nel corpo vivo del movimento.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Si organizzano centinaia di assemblee in tutte le grandi e medie fabbriche dove confluiscono i lavoratori delle piccole aziende. E’ un popolo intero che si mette in moto. Saranno due giorni di impressionante tensione emotiva nei quali migliaia di lavoratori e lavoratrici prendono parola. Se si sfogliano le centinaia di verbali redatti nel corso delle assemblee non si può non essere colpiti dalla istintiva percezione che con sicuro istinto politico corre da fabbrica a fabbrica, da persona a persona: l’attentato è contro di noi, contro ognuno di noi, contro quello che siamo e che stiamo facendo: ci sono i fascisti, certo, ma i mandanti stanno altrove, ci sono i padroni, ci sono i servizi, ci sono gli apparati dello Stato, c’è il potere costituito.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>La democrazia di massa si organizza</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Come accade in rare occasioni, dopo un primo, breve momento di smarrimento, si genera una situazione totalmente nuova, certamente imprevista ed opposta a quella immaginata dagli ideatori della strage: al senso di paura, all’orrore e allo sbigottimento subentra la mobilitazione. E’ la democrazia di massa che si organizza: la fabbrica, il luogo del conflitto sociale ne diventa l’epicentro. E’ lì che ciò che potrebbe disperdersi si riaggrega, istantaneamente. Attraverso la discussione si ricostruisce l’intelligenza dei fatti, si analizza, si decide, si elabora la ferita subita e si trasforma la rabbia in risposta politica, in stretto rapporto con un sindacato che entra in risonanza con questi sentimenti e guida il movimento, senza impossibili briglie, ma con mano sicura. Le richieste sono chiarissime: mettere fuori legge il Msi, epurare dagli apparati dello Stato quanti sono transitati in perfetta continuità dallo Stato fascista a quello repubblicano, rendere obbligatorio lo studio della Costituzione nelle scuole di ogni ordine e grado.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>Dalla piazza alla fabbrica e viceversa: la città in mano agli operai</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Poi, la seconda fase. Il processo che si determina è biunivoco e transitivo: dalla piazza insanguinata alla fabbrica e poi di nuovo alla piazza e quindi a tutta la città, governata, presidiata dai Consigli. Sono migliaia i delegati che presidiano ogni via d’accesso alla città, ogni piazza. Alla strage caratterizzata dal più alto tasso di politicità possibile si oppone ora una risposta altrettanto politica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I due giornali quotidiani bresciani e non solo, colgono che si respira, nei giorni che vanno dall’eccidio ai funerali, un’atmosfera “rivoluzionaria”, quale era possibile cogliere solo nei giorni della Liberazione, dove vigilanza, disciplina, controllo del territorio sono rimessi nelle mani di migliaia di operai, di delegati con bracciale rosso al braccio che costruiscono un nuovo “ordito” democratico.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>I funerali: “Giù le mani dai nostri morti!”</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> I funerali sono stabiliti per il 31 maggio, a 4 giorni dall’attentato. Presidenza della Repubblica e Presidenza del consiglio vogliono i funerali di Stato e fanno pressione sui sindacati nazionali affinché se ne rispetti il cerimoniale che prevede solo interventi istituzionali. Luciano Lama chiama la Camera del lavoro di Brescia e propone di risolvere la questione prevedendo che in una data successiva alla cerimonia ufficiale se ne svolga una sindacale. La richiesta è seccamente respinta: i morti sono nostri, la bomba è contro di noi. Se insistono, noi non faremo i funerali di Stato. La condizione è che fra gli oratori ci sia proprio Luciano Lama: prendere o lasciare!</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Quel giorno, il 31 di maggio, arriva a Brescia più di mezzo milione di persone. Le due piazze e le vie adiacenti a Piazza della Loggia sono gremite all’inverosimile. Striscioni dei consigli di fabbrica e bandiere rosse ovunque.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tutta la gestione organizzativa e persino la sicurezza è nelle mani del sindacato. Né il presidente della Repubblica, né le autorità locali sono in grado di opporsi: le forze dell’ordine sono relegate nel cortile della prefettura e nelle caserme.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"> La contestazione alle autorità</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Brescia ufficiale, custode dei poteri istituzionali, ancora non capisce. Non capisce il decano di tutti i sindaci d’Italia, rimasto in carica per quasi 20 anni, dai giorni successivi alla Liberazione, che nel discorso pronunciato ai funerali dei caduti cercherà invano – subissato dai fischi – di derubricare la strage a fatto locale, gesto folle di isolati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non capisce il vescovo di Brescia, monsignor Morstabilini, che nella sua omelia non saprà andare oltre un’innocua invettiva contro lo “spirito di Caino”. Capisce ancor meno – ma come potrebbe! – il presidente della Repubblica Giovanni Leone, che resterà muto ed impietrito di fronte alla piazza che lo contestava dopo avere tentato, senza successo, di ottenere una revisione edulcorata dei discorsi ben altrimenti espliciti degli altri oratori. Capisce perfettamente il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, che rinuncia a prendere parola.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il corteo funebre che per tre chilometri e mezzo percorre le strade cittadine, dalla piazza al cimitero Vantiniano, si snoda fra folte ali di folla. Il selciato è totalmente coperto di fiori, si intravede appena l’asfalto sottostante.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>Un nuovo “ordito” democratico, una nuova legalità costituzionale</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Ormai si era aperta una cesura, una vera e propria frattura: alla delegittimazione di poteri istituzionali privi di credibilità corrisponde l’affermazione di un movimento di massa che rivendica e soprattutto pratica una nuova legalità costituzionale, forse per la prima volta così esplicito, dai giorni della sconfitta del fascismo. Per questo quel sedimento, estesamente penetrato nella coscienza collettiva, è durato. Per questo il ’74 diventa, a Brescia, il mito propulsore di una nuova fase dei rapporti sociali, di un rilancio delle istanze di rinnovamento sociale e politico radicale che ispirarono le lotte del ’68 e del ’69. Per questo si verificherà negli anni successivi – come ricordò Claudio Sabattini – un doppio movimento che imporrà un mutamento dei rapporti di forza tanto in fabbrica quanto nel rapporto fra cittadini e istituzioni. Non a caso prende corpo, in quegli anni, la breve ma intensa esperienza dei Consigli di zona, vale a dire il più ambizioso tentativo operaio di proiettare all’esterno della fabbrica, nel territorio, nella società civile quella carica egualitaria di rinnovamento e di partecipazione che aveva innervato le lotte di fabbrica e che aveva attratto a sé forze intellettuali e strati sociali fino a poco tempo prima refrattari o diversamente dislocati. Per questo, infine, in quella temperie poté forgiarsi e perdurare una leva di quadri di estrazione operaia che segnerà a lungo la storia eccentrica quanto feconda del sindacalismo bresciano.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"> “Sappiamo chi è STATO”</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Come sappiamo, tutto questo non è stato sufficiente a Brescia – come prima a Milano e poi a Bologna – a individuare e sanzionare giuridicamente i mandanti dello stragismo nero, i protagonisti della strategia della tensione. C’è però una verità politica e storica che nessuna acrobazia, nessun depistaggio, tuttora coperti da interessate omertà, può cancellare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il giudizio politico e la stessa ricostruzione degli eventi, della trama che li preparò, sono stati già ampiamente conseguiti, sin da quando, il 1° giugno del ’74, in piazza della loggia comparve per la prima volta lo striscione che portava scritto “Sappiamo chi è STATO”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>Le inchieste, i processi, fra omissioni e depistaggi</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> La catene processuale durò oltre 40 anni. E da subito si mise in moto la catena di depistaggi, di manomissione delle prove.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Siamo nell’epoca delle “larghe intese”, della “solidarietà nazionale”, che a Brescia ha radici profonde. E c’è un teorema politico che guida l’indagine giudiziaria: bisogna circoscrivere il campo delle responsabilità, da limitare ai fascisti locali, del tutto privi di legami esterni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Così recintata, la prima inchiesta dei sostituti pm Vino e Trovato porterà, nel luglio del ’79, alla condanna all’ergastolo del mitomane Ermanno Buzzi e Angelino Papa, personaggi in bilico fra criminalità comune e neo-fascismo. Tutti gli altri imputati, anch’essi appartenenti alle organizzazioni del fascismo bresciano, verranno assolti per insufficienza di prove o con formula piena. Penseranno Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, uomini di Avanguardia nazionale, a “giustiziare” Ermanno Buzzi tappandogli la bocca per sempre nel carcere di Verona.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sarà la corte d’assise d’appello, nel marzo dell’82, a dimostrare la totale infondatezza della precedente sentenza e ad assolvere tutti: giudizio confermato</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Cassazione che annulla la sentenza e dispone che si rifaccia il processo: nuovi imputati (compaiono fra questi anche il comandante dei carabinieri Delfino e Pino Rauti), ma identico esito. Tutti assolti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Cassazione annulla anche questa sentenza e si torna a chiedere che si ricominci da capo. Ma anche tutte le successive sentenze, nei vari livelli di giudizio (’89, ’93, 2010, 2012) portano allo stesso punto morto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La Cassazione stabilisce che un nuovo processo dovrà accertare le responsabilità di due degli imputati che nei processi di primo e secondo grado erano stati assolti: Maurizio Tramonte, un uomo vicino ai servizi, che tanto ha parlato negli anni di eversione e bombe, e Carlo Maria Maggi, ottantenne medico veneziano, all&#8217;epoca a capo di Ordine Nuovo nel Veneto. Nel 2015, quarantun’anni dopo la strage, si conclude l’iter processuale con la condanna all’ergastolo di Maggi e Tramonte.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>Buio sui mandanti: la durissima requisitoria del giudice Zorzi</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Buio totale sui mandanti, sui depistaggi e sulle complicità istituzionali. Sarà il giudice istruttore Zorzi a denunciare l&#8217;esistenza di un meccanismo &#8220;che fa letteralmente venire i brividi, soprattutto di rabbia, in quanto è la riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell&#8217;esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nelle motivazioni della sentenza si possono leggere queste drammatiche parole, sufficienti a spiegare quali forze si sono mosse per nascondere la verità sotto una colata di cemento: “Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell&#8217;opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l&#8217;intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell&#8217;intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell&#8217;epoca delle bombe”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In tutte le stragi di cui oggi abbiamo parlato si è vista l’alacre attività di depistaggio degli apparati dello Stato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A Brescia si parlò di “pista libica”, poi si sostenne che la bomba fosse rivolta non già contro i manifestanti, ma contro le forze di polizia che di solito stazionavano nel luogo dove esplose l’ordigno; infine si cercò incredibilmente di attribuire l’attentato ad Euplo Natali, il pensionato ed ex partigiano perito nell’esplosione! Altrettanto, come è noto, accadde per la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Milano, quando la “pista anarchica” che portò all’incriminazione di Pietro Valpreda e all’assassinio di Giuseppe Pinelli negli uffici della questura milanese fu ampiamente sostenuta dalle autorità istituzionali e da una potente campagna mediatica. E a Bologna, dove ancora oggi si tenta di attribuire l’attentato alla stazione ferroviaria ad una trama palestinese!</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"> La strage di Brescia: una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le stragi nere – e in modo esemplare quella di Brescia – sono state una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia. Una fase nella quale le classi dominanti e parte cospicua del loro personale politico hanno usato il fascismo e il terrore per impedire una profonda trasformazione dei rapporti sociali in Italia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> <strong>I conti mancati con il fascismo e il “sovversivismo” delle classi dominanti</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> C’è un’ultima riflessione da fare, una riflessione da riprendere in altra sede, ma del tutto congrua ai fatti che oggi abbiamo esaminato: nel nostro Paese i conti con il fascismo non sono mai stati fatti e la stessa promulgazione della Costituzione, sortita dalla lotta di Liberazione, è stata vissuta come una parentesi dalle classi dominanti, il cui latente sovversivismo è pronto a riemergere ogniqualvolta la situazione lo richieda.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> Vale infine la pena di chiedersi, a quasi mezzo secolo di distanza dalla strage di Brescia, se questa consapevolezza, che fu così forte in quel tempo, sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l’oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle più anziane. Il danno è grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto più nefasto è quello di avere consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
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