Istat, la matematica è una opinione, la loro. (29-07-2010)
di Fabio Sebastiani per controlacrisi.org
Le retribuzioni contrattuali orarie nel mese di giugno sono aumentate del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,1% rispetto a maggio, mentre l'inflazione a giugno ha segnato un +1,3%. Ecco qui, in due parole, l’Italia dell’Istat: tutti allegri e felici perché le buste paga registrano un aumento che è addirittura doppio rispetto al tasso dell’inflazione. Ma di cosa stiamo parlando? Dove è il trucco? Il trucco è puerile quanto devastante: l’aumento delle retribuzioni viene calcolato su quei due o tre contratti chiusi nell’annualità presa in considerazione. Tutto qui. Si spaccia per retribuzioni di “tutti i lavoratori italiani”, quello che in realtà riguarda una esigua minoranza. Lasciamo stare, per carità di patria, il modo di calcolare l’inflazione, di cui si aspetta una riforma che tarda ad arrivare e che, se possibile, verrà resa ancora più oscura dall’indice Ipca, cioè il livello dei prezzi “depurato” dagli aumenti dei prodotti energetici.
L’economia scienza triste? Peggio. Così diventa una “opinione criminale”. Per carità, qui stiamo solo parlando dei dati di partenza. L’economia è ben altra cosa. Ma ogni volta, su questi benedetti dati, sia i politici, sia gli opinionisti, sia i cosiddetti esperti, costruiscono una immagine di una Italia che non esiste. Sui redditi da lavoro dipendente, poi, c’è proprio una vera e propria scuola di pensiero che ha sempre parlato di aumento, quando in realtà non è affatto così. E lo dimostrano nono solo i famosi dieci punti di prodotto interno lordo che in quest’ultimo decennio sono “migrati” da salari e pensioni verso i profitti, ma, tanto per citare un indicatore, dal potere di acquisto effettivo di quelle classi sociali che vivono di reddito fisso. E’ da tempo che tutte le indagini dicono che i consumi sono in calo netto. Da qualche mese questo calo interessa anche i generi di prima necessità. Nessuno, tra i tanti esperti che affollano gli editoriali dei giornali nazionali, è in grado di costruire su questo un ragionamento serio. Nessuno sa farne l’oggetto di una analisti seria sulla direzione in cui sta andando la nostra società. Senza contare che, e di questo dovrebbe ragionare soprattutto l’Istat, il calo dei consumi ha un effetto diretto sulla stessa inflazione. Non è un mistero per nessuno, infatti, che nel settore della distribuzione è in atto una guerra a suon di sconti sui prodotti. Quindi l’indice Istat sull’aumento dei prezzi non è veritiero perché non tiene conto del calmiere naturale del mercato esercitato dal calo della domanda. Non lo è non da un punto di vista numerico, ma da un punto di vista sostanziale.
a cura della cooperativa editoriale LIBERAROMA
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