RISPONDE FERRERO


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RISPONDE FERRERO

Messaggiodi Paolo Ferrero » 26/11/2009, 1:09

Mi sento in dovere di ringraziare, per prima cosa, quanti hanno posto domande del tema della settimana: il lavoro. Non perché si siano attenuti all'ordine del giorno, ma per la passione, la competenza e l'esperienza con cui l'hanno fatto.
Interrogarsi sullo stato dei lavoratori dipendenti in Italia ­– ma anche nel mondo, in larga parte ­– significa inevitabilmente ripercorrere le tappe della sconfitta storica del movimento operaio e della sinistra politica, in primo luogo dei comunisti.
Lo dobbiamo fare con serietà e senza nostalgia, con calda rabbia e fredda ragione. Con calma determinazione, dunque. Perché molte sono le cause, e le nostre manchevolezze non sono una componente minore, una tra le tante. Lo dobbiamo a chi ci ha seguito nelle battaglie per il salario e i diritti, nelle vittorie e nelle batoste. Lo dobbiamo a noi stessi, se vogliamo trovare ­– insieme alle ragioni negative che ci hanno condotto a questo punto ­– le energie per una ripartenza.
Perché ­– questo è il punto decisivo ­– proprio la dimensione della crisi economica attuale, la sua virulenza, ci ricorda che la Storia non è affatto finita. Che le ragioni per pretendere un cambiamento radicale prevalgono razionalmente, se non ancora nella percezione comune, sulla rassegnazione all'ordine esistente. Una crisi che ci impone di proporre una nuova visione, un'idea e un progetto di società all'altezza dei tempi.

1) Non siamo però in «ottime condizioni», per usare un eufemismo. La classe operaia è tornata all'inferno percorrendo una lunga strada. E la cosa più insopportabile è che è stata spinta su questa strada, tappa dopo tappa, con il consenso ­– ogni volta – di qualche pezzo della sinistra politica.
Per restare soltanto all'ambito nazionale, la classe ha innestato la retromarcia con i «35 giorni» di occupazione della Fiat, nel settembre del 1980. Una svolta che mi ha investito anche personalmente, da giovane operaio assunto appena un anno e mezzo prima. Lì si è chiuso ­– sul piano sociale ­– sia il «decennio rosso» iniziato con il '68-'69, sia l'onda lunga della conquista di diritti messa in moto dalla Resistenza.

Molti di voi hanno già ricordato i momenti salienti di questo arretramento, li ripercorro solo per restituire a tutti un'idea di massima di quanto è accaduto. A partire dalla riduzione di tre dei dodici «punti di contingenza», nel 1984, decisa dal governo Craxi ­– con Giuliano Amato nel ruolo di sottosegretario alla presidenza, vero deus ex machina del provvedimento ­– e confermata con un referendum nel 1985.
La fine del «mondo bipolare» ha poi accelerato questi processi. Il Pci si è sciolto con il consenso della maggior parte degli iscritti e anche nel sindacato più importante ­– la Cgil ­– il nuovo quadro politico e ideale globale ha ridotto, diciamo così, il potenziale di resistenza. Uno dei primi risultati del «nuovo mondo» è stato così «l'accordo sul costo del lavoro» del luglio 1992 ­– con Amato stavolta presidente del consiglio ­– che elimina del tutto la scala mobile. Eravamo in piena Tangentopoli, i media (anche di sinistra) avevano altro da sbattere in prima pagina.
Il salario prende però definitivamente la strada della discesa, in termini di potere d'acquisto, con gli accordi del luglio 1993. Prosegue con la riforma delle pensioni, gestita dal governo Dini (assurto a salvatore del paese per il ruolo avuto nella caduta del «Berlusconi primo»), peggiorata poi da Maroni con lo «scalone» e non attenuata granché dal governo Prodi, nel 2007, col sistema degli «scalini».

La macina legislativa, però, travolgeva contemporaneamente anche la struttura dei «diritti acquisiti» dei lavoratori. Prima con il «pacchetto Treu», del 1997, che introduceva o regolarizzava diverse forme di lavoro precario, a partire dall'»interinale». Poi con la «legge 30» del 2003, che abbatteva ogni resistenza normativa residua al dilagare della precarietà contrattuale.
Una scientifica sottomissione del lavoro ai bisogni dell'impresa che viene poi formalizzato con la «riforma del modello contrattuale» concordata nel gennaio di quest'anno da Confindustria, governo Berlusconi, e i sindacati «complici»: Cisl, Uil, Ugl. Ma non basta mai, pare. E' di queste ore l'annuncio di una «riforma del processo del lavoro» che impedirà al giudice di entrare nel merito della «certificazione» del rapporto individuale con l'impresa. In pratica, basterà far firmare al neoassunto ­– privo di potere e di esperienza ­– qualsiasi deroga ai contratti o alle normative esistenti, consegnandolo mani e piedi legati al suo datore di lavoro. Solo e senza difese collettive. Poi resterà da introdurre solo le punizioni corporali.

2) La nostra storica base sociale ha quindi subito un'erosione ventennale, cui ­– come dicevo all'inizio ­– pezzi della sinistra hanno dato un contributo a volte determinante. Che non è passato inosservato al nostro popolo e si è tradotto nella disfatta elettorale del 2008: tutta la «sinistra alternativa», per la prima volta unita sotto lo stesso simbolo, ha perso il 75% dei voti registrati solo due anni prima.
Abbiamo pagato infinitamente di più di altri partiti che pure sostenevano con entusiasmo «nuovista» quei provvedimenti. Perché più degli altri, certamente, ci eravamo candidati a rappresentare ­ in ogni momento o istanza della nostra attività politica, amministrativa, parlamentare ­ gli interessi di chi lavora «sotto padrone». A noi, quindi, è stato chiesto conto integralmente di cosa abbiamo fatto dell'investimento emotivo, ideale, «economico», che ci era stato affidato.

Di qui abbiamo deciso di ripartire. L'universo dei lavoratori è il nostro stesso mondo. Siamo finiti all'inferno insieme a loro; e soltanto insieme possiamo fare la strada della risalita. Non ci sono scorciatoie o «mosse del cavallo» possibili. E, da comunisti, sappiamo che l'espressione «classe operaia» non indica soltanto la «tuta blu» che ho indossato con orgoglio prima di finire in cassa integrazione; ma comprende invece tutti ­– proprio tutti ­– coloro che vivono della propria forza-lavoro, qualsiasi sia la forma contrattuale con cui ciò avviene. La fantasia legislativa ha ormai prodotto svariate decine di queste forme, e non ha molto senso elencarle tutte. Così come non ha nessun senso ­– sul posto di lavoro o sull'autobus ­– star lì a distinguere tra chi ha un lavoro fisso, un tempo determinato, o una partita Iva «obbligata» da un padrone travestito da «mono-committente».
Certo, ogni formula contrattuale ha le sue caratteristiche; così come rischiano di averle gli infiniti possibili «contratti individuali» che potrebbero seguire l'eventuale approvazione del disegno di legge in corso di discussione al Senato. Ma non mi sembra esista nessuna possibilità di ricomporre questo puzzle individualizzante se non a partire da una piattaforma rivendicativa di grande respiro ­– politica, oltre che sindacale ­– che metta al centro il lavoratore e i suoi diritti come un soggetto legale unico, senza possibili «deroghe in peggio».


3) Detto questo, però, ho avvertito in molti messaggi anche una certa «propensione alla delega», come se ­– in fondo ­– si fosse fatta strada una percezione della «politica» come di un ceto a parte, separato, cui si chiede di risolvere i propri problemi. Se lo fa, bene; altrimenti mi rivolgo altrove. Siamo sul mercato, giusto?
E' un atteggiamento che va prima di tutto capito. Come è accaduto che il movimento operaio più forte dell'Occidente si sia rassegnato a cercare un «uomo della provvidenza»? Il percorso è in parte identico a quello descritto prima sul piano delle «relazioni industriali». Negli anni '80, sull'onda della fine del «sindacato dei consigli», si è ridotta all'osso la democrazia sindacale. Negli anni '90 la «politica» si è in larga parte autonomizzata dal corpo sociale.

Cerco di spiegarmi riportando qui uno scambio di battute per me ancora illuminante. A metà anni '80, un crumiro ­– uno di quelli che non sciopera mai ­– si lamentava con un sindacalista del fatto che il contratto appena firmato non contenesse particolari conquiste. Il sindacalista, giustamente, gli chiedeva a quanti scioperi avesse partecipato pur di raggiungere un risultato migliore. E quello rispondeva: «nessuno, e allora?». Ecco, già lì si poteva vedere quanto fosse in crisi il rapporto ­– chiarissimo per tutti, fino a qualche anno prima ­– fra lotte e risultati. Se si può ottenere qualcosa senza impegnarsi in prima persona, allora basta «delegare» qualcuno a farlo al proprio posto. Certo, poi diventa difficile lamentarsi se quel qualcuno, a forza di agire di testa propria, comincia a rispondere ad interessi ­– o «compatibilità» ­– di altra natura.
La chiusura «nel privato», voglio dire, è l'altra faccia dell'»autonomizzazione della politica». Anzi, è solo quel ripiegamento che la rende possibile. Fino a coinvolgere i partiti in quanto tali. Un ultimo episodio, per capirci. Un tassista romano mi raccontava di quando lui e i suoi colleghi ebbero un acceso scontro con Rutelli, allora sindaco di Roma. Nel liquidare le loro proteste come ininfluenti, il sindaco sentenziò: «fate quello che vi pare, tanto mica dò le dimissioni; sono eletto direttamente dal popolo e non dipendo dai partiti».
Il bipolarismo coatto ha rafforzato questa «sordità» programmatica della «politica professionale» rispetto alla società, alle sue organizzazioni. Mentre aumentava, contemporaneamente, la sua sensibilità alle lobbies, agli interessi con molti zeri, alla televisione e ai «poteri etici» come il Vaticano.

Ecco. Nella «propensione alla delega», che noto anche in diversi compagni e in molti lavoratori, persuasi a forza di non poter far nulla per cambiare la propria condizione, vedo il meccanismo che ha portato la classe operaia e noi comunisti «all'inferno». E mi viene di rispondere a mia volta: alzatevi, prendete l'iniziativa, decidete insieme a chi vi sta vicino quali sono i vostri interessi o bisogni immediati, quali sono i vostri sogni comuni di lungo periodo. E «rappresentateli» in prima persona, cercando nel sindacato o nel partito non una struttura che lo faccia al vostro posto e che poi passa a riscuotere, ma una struttura che vi aiuti a organizzarvi. Magari aggiungendo quel tanto di esperienza che ­ giustamente ­ ogni nuovo protagonista della «lotta di classe» ancora non ha potuto acquisire. Perché solo «mettendo in comune» ognuno di noi diventa possibile migliorare la propria condizione e persino intravedere «un quantum di comunismo».

L'ho fatta un po' lunga, e me ne scuso. Ma credo che il terreno dei conflitti sindacali in senso lato ­– per fortuna più «vivace» in questo momento, anche se ancora molto frammentato ­– sia quello in cui si gioca molto dei rapporti sociali futuri. E qui è indispensabile che la gran massa delle persone al lavoro – ripeto: sotto qualsiasi formula contrattuale ­– prenda in mano il proprio destino. Parlo soprattutto dei più giovani, che ancora non hanno avuto questo «battesimo della storia» e magari si sentono ­– nel periodo di maggior vigore fisico, intellettuale, creativo, della loro vita ­– un po' impotenti.
Alla «politica», fin quando questo protagonismo non trova modo di «entrare in campo»– modificando in positivo la «costituzione materiale» del paese – si possono chiedere molte cose,magari anche molto utili per uscire da questa palude berlusconiana, ma ognuna ­ di per sé ­ «non salvifica».
Ne indico intanto due, che mi sembrano davvero urgenti: ricostruire un sistema politico proporzionale e ricostruire una sinistra che faccia semplicemente il proprio mestiere. Ovvero che sia l'espressione di tutto il mondo del lavoro. Ma che sopratutto, da oggi in poi, faccia corrispondere in modo chiaro le proprie azioni alle proprie parole.
Sembra poco, ma sarebbe già una «rivoluzione». Alla prossima settimana.
Paolo Ferrero
 
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Iscritto il: 10/11/2009, 16:50

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