Cronaca d’un convegno “Non avere paura di Rosa” – Liberazione
di Giovanna Capelli -
Non era certo una volontà celebrativa e retorica quella che ha spinto Lidia Menapace a organizzare il convegno “Chi ha paura di Rosa Luxemburg” (che si è svolto a Milano sabato scorso per iniziativa del Forum delle donne Prc, Area conoscenza Prc-Se, Fondazione Rosa Luxemburg di Berlino e Associazione Punto Rosso). L’obiettivo era fare uscire Rosa Luxernburg dalle stanze polverose e reticenti dei marxisti più o meno ortodossi e immergerla nel vivo delle nostre vicende e dei nostri dibattiti. Non per irrigidirla come nuova icona, ma perché si riproponga nella rifondazione comunista la sua libertà di critica e il suo rigore analitico. Perché possa diventare punto di riferimento per il movimento delle donne. E’ una visione materialistica e processuale della vita, della storia e della politica quella che, secondo Sonia Previato, guida Rosa Luxemburg nella riflessione sulla necessità del conflitto, non solo nella versione macroscopica (ovvia per una comunista) del conflitto di classe. O sul rapporto fra partito e spontaneità delle masse, fra partito e movimenti – tema per noi oggi cruciale. Iom Schutrumpf, direttore della casa editrice Dietz Verlag di Berlino, che cura le opere di Rosa, ha illustrato come in Germania lo studio di Rosa Luxemburg nella sinistra sia ancora segnato dal giudizio di Thalman nella III Internazionale secondo il quale tutto ciò su cui Rosa dissentiva da Lenin era un grave errore. Per non parlare del senso comune dei tedeschi che oggi considerano Rosa semplicemente una terrorista. Invece in America Latina movimenti sociali e governi popolari e antiliberisti studiano la teoria di Rosa sull’accumulazione del capitale. Rosangela Pesenti ha attraversato la biografia di Rosa attraverso le sue lettere: «sono dense di un’osservazione minuziosa del mondo che le sta intorno che guarda con l’attitudine della scienziata.., alla ricerca del senso della propria esistenza tra le mura di una prigione come in un comizio di piazza o in un acceso dibattito sul giornale, senza smettere mai di interrogarsi su di sé e sul mondo, impegnata nella minuta pratica politica dell’organizzazione, ma capace di sentire che non bastano le rivendicazioni economiche o la conquista del palazzo d’inverno per costruire il socialismo». Pasquale Voza ha delineato la presenza di Rosa in Gramsci indagando affinità e differenze fra i due rivoluzionari accomunati dal destino di prigionia, di morte prematura, di emarginazione e censura lunga nel movimento comunista, di precoce intuizione della “tragedia russa”, cioè di una grande rivoluzione che cambia la storia del mondo, ma che in sé i segni della autodistruzione e della sconfitta. Infatti il titolo «la tragedia russa» dell’articolo della Luxemburg sul foglio 11 di Spartacus del settembre 1918, secondo Giovanna Capelli, è fondamentale per capire la posizione di Rosa sulla rivoluzione sovietica: i punti critici (la riforma agraria, il problema dell’autodeterminazione dei popoli, le forme della democrazia socialista) sono analizzati senza reticenze, ma il ragionamento sovradeterminatore è che la rivoluzione russa è limitata e resa opaca non tanto dagli errori dei suoi dirigenti, che agiscono costretti dalle circostanze, ma dall’opportunismo della socialdemocrazia specie quella tedesca che non fa il suo dovere a abbandona la prima rivoluzione proletaria all’isolamento. E con nettezza Paolo Ferrero ha argomentato che il punto non è chiedersi se e perché avesse ragione Rosa Luxemburg o Lenin, ma sapere, nell’assumersi la responsabilità intera della storia del movimento operaio e comunista, che si può aver vinto e fatto una grande rivoluzione con culture politiche ormai impresentabili e si può avere perso e/o sbagliato sul piano tattico ma avere avuto intuizioni preziose per il futuro di chi pensa che ci sia ancora la necessità del comunismo. Vincere non significa sempre avere ragione. A chi oggi ancora si attarda sulle ferite e i dolori delle sconfitte recenti Rosa Luxemburg (da
un’oscura e fredda prigione scrive nel 1917) spiega come poter vedere «sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori».