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	<title> &#187; patriarcato</title>
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		<title>Il  patriarcato tra  mito  e  storia</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 13:14:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Imma Barbarossa &#8211; Comincerò, come usano gli accademici, con una citazione. Si tratta di un frammento del VII secolo avanti Cristo, attribuito alla poeta [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Imma Barbarossa &#8211;</p>
<p>Comincerò, come usano gli accademici, con una citazione. Si tratta di un frammento del VII secolo avanti Cristo, attribuito alla poeta greca Saffo:<br />
C’è sull’alto di un ramo /alta sul ramo più alto / una mela rossa. / Dai coglitori fu dimenticata. / Dimenticata? No, non fu raggiunta.<br />
Senza voler fare forzature e senza attribuire a Saffo teorie femministe pensate e costruite nel pieno della rivoluzione industriale e nel cuore del capitalismo, c’è in quel frammento ( e nella pratica separatista amorosa della poeta e delle sue allieve) l’orgoglio della distanza. Direi della estraneità. La mela rossa – da sempre icona della sessualità femminile (e della sua traduzione esistenziale) – non si fa raggiungere, resta bene in vista, ma non contaminata da un coglitore distratto o predone. Se dovessi nominare una cifra comune della pratica femminista, mi sento di individuarla nella faticosa, dolorosa,ma necessaria, scoperta dell’estraneità. E nelle varie modulazioni di questa estraneità.<br />
In una polis che non dava spazio alle donne,dentro forme culturali che non davano parola, c’era bisogno di un tempo di costruzione di sé come soggetto individuale e collettivo,perché la critica del patriarcato potesse prendere forma, consistenza, spessore materiale e profondità simbolica.<br />
Si tratta di un’estraneità, di un fuori che si fa tutto politico in un’altra grande (e mitica) figura di donna, Cassandra, nella rilettura di Christa Wolf (in Italia nel 1984), cinque anni prima dell’’89. La città di Troia, mitica raffigurazione della città ideale – quale avrebbe potuto essere la società socialista -, si fa occhiuto stato di polizia, regime dove persino lei, la principessa, la sacerdotessa di Apollo, viene spiata e controllata. Ebbene, Cassandra ritrova se stessa ritirandosi presso le donne dello Scamandro, una sorta di comunità femminile separatista. Lì impara a dire di NO a suo padre,a sottrarsi alle logiche spietate della guerra. Lì impara che c’è un’altra storia,quella che si tramanderanno le donne, quella che scrivono sui muri delle caverne dove si sono ritirate, quella storia che parlerà della guerra dei maschi come di un grande imbroglio.<br />
La tradizione letteraria, come ogni branca del sapere e della cultura, ci ha tramandato una quantità enorme di scritti di uomini. Le donne per lo più erano analfabete, non avevano alcun bisogno di scrivere, non avevano nulla da tramandare, non vivevano lo spazio pubblico. Lanam fecit, domum servavit.(Lavorò la lana, ebbe cura della casa): è una iscrizione funeraria sulla tomba di una “domina”, una matrona romana del cui sposo, ovviamente, si decantano virtù e doti eroiche, conquiste, cariche politiche e militari, vittorie in guerra. Si citano, tuttavia, eccezioni: donne dal coraggio virile, come la romana Clelia, spose integerrime come Lucrezia, moglie di Collatino che, essendo stata stuprata, preferì darsi la morte piuttosto che presentarsi allo sposo il cui onore era stato macchiato dallo stupro della moglie. Le vere eccezioni sono le poche donne intellettuali, le poete, le filosofe, le matematiche: Saffo, Diotima, Ipazia.<br />
La terza, ed ultima, citazione incontra un testo sacro della filosofia di tutti i tempi, il Simposio di Platone. Qui Socrate, uno dei protagonisti del dialogo, prende la parola per parlare del tema oggetto del dibattito, l’eros. E riferisce quanto gli ha detto una maestra d’amore, (qui si parla di filosofia che alla lettera significa amore per la sapienza),una donna di Mantinea, Diotima che, in quanto donna, non può essere invitata al simposio e, dunque, parla per bocca di Socrate, usando metafore inerenti al parto, al figliare, al mettere al mondo. Com’è noto, il testo platonico è la quintessenza dell’esaltazione dell’amore fra uomini, non destinato a perpetrare la specie ma a partorire l’amore per il bello, per la sapienza, per la sophia. Si compie con Platone quello che nella cultura occidentale potremmo chiamare matricidio, costruzione culturale e simbolica che ha origine e forma proprio nell’Atene del V° secolo avanti Cristo, proprio con Platone e con quella grandiosa forma letteraria maschile che è la tragedia greca. Sulla base dei miti ( Zeus partorisce dal cervello Atena, Zeus ingravida Selene ma subito dopo la incenerisce, le toglie il feto, lo mette nella sua coscia maschile e poi lo partorisce (sarà Dioniso), Oreste che uccide la madre e di fronte alle Erinni viene difeso da Apollo in quanto la madre è solo un contenitore del seme maschile che è quello che dà la vita), Platone ci consegna la codificazione della riduzione all’insignificanza a cui il pensiero maschile ha condannato le donne. Diotima per bocca di Socrate decreta la superiorità dell’eros tra uomini e la riduzione del sapere femminile alla riproduzione della specie, ossia a tramandare la genealogia maschile.<br />
Quanti secoli di vero e proprio oscuramento hanno dovuto attendere le donne prima di costruirsi come soggetto autonomo!<br />
Infatti il femminismo non è un’ideologia, ma è la teoria e la pratica politica di un movimento che nasce nel pieno della rivoluzione industriale in Inghilterra e in Francia con la Rivoluzione francese. La cosiddetta prima ondata si basa sulla uguaglianza formale sulla richiesta degli stessi diritti degli uomini: è il cosiddetto femminismo emancipazioni sta,di cui c’è un’eco nella nostra pur avanzata Costituzione: senza distinzione di sesso. Le donne chiedono alle istituzioni governate dagli uomini di poter ottenere gli stessi diritti. Ma anche in questa prima ondata c’è la consapevolezza che non si tratta di entrare da ospiti più o meno indesiderate nella cittadella maschile, ma di combattere un ordine materiale e simbolico,il patriarcato, che tende a stabilire una divisione di ruoli (pubblico/privato, storia/natura) e a esercitare il potere sulle donne anche con l’affetto, con l’eros, spingendole alla complicità: “Gli uomini, tranne i più brutali, non vogliono schiave, vogliono donne che amano essere loro schiave”(Arendt). E ancora:”L’uguaglianza per natura, di tipo illuministico, è un potente strumento di marginalizzazione delle donne, in quanto le priva della politica, ossia del senso della libertà”(Arendt).<br />
Sarà Virginia Woolf (in Le tre ghinee) a “osare” di mettere in discussione il carattere maschile persino dell’antifascismo (solo la terza ghinea sarà donata al movimento contro il nazismo, le prime due saranno donate a un collegio di ragazze povere e alla istruzione delle donne).<br />
Comincia la seconda ondata, da de Beauvoir, che si articola nei femminismi della differenza. Autocoscienza, separatismo, orgoglio lesbico, pensiero della differenza, fino al soggetto nomade e alle teorie si snodano in Occidente, sia nella società anglosassone che in Francia e in Italia. Questi femminismi si confrontano con filosofi come Derrida, Foucault e Deleuze, con la teoria dell’”altro”,con il decostruttivismo. Si cimentano con la letteratura, con il cinema e le arti, ma soprattutto con quelle che sono le costruzioni forti del pensiero maschile (filosofia e diritto) e del pensiero politico maschile (il liberalismo, il marxismo).Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi (1970) è sicuramente il testo più significativo di decostruzione delle teorie politiche maschili.<br />
Ma la novità degli ultimi decenni del ‘900 si può trovare da una parte nella negazione della “identità” fissa e nel soggetto nomade (De Lauretis, Bradotti, Butler), dall’altra nella letteratura postcoloniale (bell hooks, Gloria Anzaldua, Audre Lorde) che rivendica la complessità del femminismo nero (classe/genere/razza) rispetto a quello occidentale.<br />
I femminismi sono tanti,ormai: quello indiano, l’ecofemminismo, quello islamico. Come pure si sono affermati all’interno del cristianesimo il femminismo cattolico (la rivista “Concilium”) e quello evangelico che si richiama anche alla teologia della liberazione. E’ impossibile qui parlarne, d’altronde c’è una bibliografia vastissima in merito. Mi preme qui parlare di quanto c’è di comune in queste elaborazioni e teorie femministe. Il femminismo nasce da un movimento reale di liberazione, nasce da un conflitto atipico, il conflitto di genere (anche con chi si ama). Quindi un conflitto che non distrugge, che non punta al potere. L’emancipazione è condizione non sufficiente: “mancipium” è un qualcosa (di genere neutro in latino) che riceve la libertà dal padrone. Il movimento delle donne ha posto come suo fondamento (e obiettivo) la costruzione di un soggetto autonomo sessuato. Asimmetrico. Non uguali agli uomini,ma differenti e con pari diritti. Il pensiero delle donne si è affermato in un contesto dominato (ed egemonizzato) da un maschile che si è fatto assoluto nella società,nella politica, nella cultura (filosofia,scienza,arti), nel diritto, nella religione. Ha dovuto farci i conti, cercando di collocarsi nel pensiero liberale, nella teoria marxiana, nel pensiero maschile della differenza, nelle lotte anticoloniali, nella teologia, nell’islam. Ne sono venuti fuori tanti femminismi. Alcuni cercano nel pensiero maschile dei “contenuti” (leggi di parità, accesso alle istituzioni etc.), altri vanno alla ricerca di fonti nelle parti non segnate dal maschile( Bibbia, Vangeli); altri cercano l’’alleanza’ con i vari proletariati e/o movimenti di liberazione nel mondo, altri ancora nei movimenti ecologisti che di fatto ‘naturalizzano’ le donne, altri ancora hanno enfatizzato la differenza femminile come essenza ontologica. Per quanto mi riguarda, consapevole come sono che la tradizione comunista (e il suo movimento storico) è una tradizione patriarcale, non cerco quello che i “sacri testi” non possono darmi, ma cerco nel movimento delle donne la mia tradizione. Certo la libertà femminile non è un fiore di serra e non nasce in contesti di disuguaglianza sociale, di tirannide, di dittatura. Tuttavia il marxismo non è solo un contesto per me,è anche una indicazione metodologica (la critica dell’assoluto e delle libertà formali), nonché un potente strumento di critica dell’esistente. A condizione che le donne si facciano soggetti della loro liberazione e sviluppino una critica pratica di ogni patriarcato, anche di quello della ‘loro’ storia.</p>
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		<title>Lavoro sessuato (Brescia 21 ottobre 2014)</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 12:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
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		<description><![CDATA[di Imma Barbarossa &#8211; La politica delle donne nel Partito Comunista era delegata alle Commissioni femminili, dalla Direzione nazionale alle sezioni, le riunioni erano aperte [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Imma Barbarossa &#8211;</p>
<p>La politica delle donne nel Partito Comunista era delegata alle Commissioni femminili, dalla Direzione nazionale alle sezioni, le riunioni erano aperte dalla responsabile femminile e concluse dal responsabile organizzazione. Le iniziative pubbliche nazionali potevano essere concluse dal segretario nazionale. Fino agli anni ’80 ci si occupava prevalentemente di occupazione femminile, di welfare e,in qualche caso, di diritti civili. A partire dagli anni ’80 un gruppo di femministe del PCI stabilì una relazione politica con gruppi femministi che basavano la politica delle donne sul pensiero e sulla pratica della differenza. Così dentro il partito cominciò una discussione sul femminismo che coinvolse anche uomini ‘di sinistra’,ossia della sinistra del partito. Si cominciarono a leggere e a discutere i “classici” del pensiero femminista. Si arrivò alla importante VII conferenza delle donne comuniste, conclusa da un significativo intervento di Enrico Berlinguer nel 1984, pochi mesi prima della morte, e poi alla Carta delle donne. Per la prima volta il segretario di un partito comunista analizzava il “maschilismo” dentro il partito. Sulle questioni del lavoro il documento finale sulla “occupazione femminile” chiedeva, fra tanti punti specifici, una riduzione dell’orario di lavoro finalizzata alla “ creazione di posti di lavoro con una limitazione delle ore straordinarie e di tutte le forme di lavoro sommerso”, una “flessibilità di orario non rispondente esclusivamente alle esigenze produttive ma anche a quelle dei lavoratori (e soprattutto delle lavoratrici)”, la contrattazione di rapporti di lavoro a part-time “reversibili e regolamentati anche dal punto di vista legislativo – tesi ad aumentare la base occupazionale,anche come forme transitorie collegate alla formazione e alla scuola”.<br />
Per quanto riguarda il discorso di Enrico Berlinguer, citerei in particolare la critica al governo (Craxi) che “riduce l’occupazione, taglia i servizi sociali e incoraggia soluzioni individuali e private” e il punto in cui Berlinguer parla di “liberazione delle donne che comprende ma supera l’emancipazione”.<br />
Oggi davvero sembra un’epoca lontana. Provo a tracciare alcune linee di riflessione.<br />
La divisione sessuale del lavoro viene da molto lontano. Jahvè cacciò Adamo ed Eva dall’Eden dichiarando che Adamo avrebbe faticato ed Eva avrebbe partorito con dolore. Platone afferma che i filosofi avevano le mogli per la procreazione, le schiave per il piacere sessuale, le etere per il piacere intellettuale. Fermo restando che l’eros per eccellenza era quello fra uomini.<br />
E così alle donne/mogli è stato affidato il lavoro di cura e di riproduzione, agli uomini il lavoro produttivo. Con molte variazioni, ovviamente, a seconda del censo e della classe.<br />
Oggi possiamo dire che lo spazio pubblico si femminilizza ma scompare il conflitto fra i sessi, così la femminilizzazione del lavoro rischia di diventare una risorsa pacificata del capitalismo, in quanto le donne passano dai margini alla inclusione. Sicché la condizione lavorativa delle donne diventa una misura dello sfruttamento generale, una sorta di colonizzazione della vita, di messa al lavoro della vita.<br />
La precarietà, condizione economico/esistenziale di questo nostro tempo, ridisegna completamente le condizioni materiali, le rivendicazioni, gli spazi e i tempi,le significazioni simboliche, le autorappresentazioni.<br />
Il lavoro delle donne, la loro “adattabilità” (antica eredità del lavoro di cura da sempre scaricato sulle donne come destino o doppio lavoro), dicevo l’”adattabilità” a tempi e spazi volubili è diventata una risorsa del capitalismo, in Italia esemplificata recentemente dal Piano di Lavoro dei ministri Carfagna e Sacconi, in cui la cosiddetta ‘lettura di genere’ veniva usata in funzione conservatric. Infatti, come è stato opportunamente notato da studi specifici, nella seconda parte Maternità e famiglia vengono riportate al centro della politica, a partire da un proclamato riconoscimento del “valore della differenza” e da un invito a un patto generazionale, che, secondo un’ottica precipitata oggi nelle proposte di Renzi, significa che chi ha conquistato qualche diritto deve cederlo a chi non ne ha. La diffusione della precarietà logora la vita,invade spazi e tempi: sono generalmente uomini che si suicidano per la perdita del posto di lavoro, perché per gli uomini più che per le donne “portare i soldi a casa” ha a che fare con l’identità e l’autostima. Le donne si immaginano quasi come casalinghe in libera uscita alla ricerca di un salario aggiuntivo, complementare. La richiesta delle donne ( e dei loro movimenti) alle istituzioni ha prodotto interventi legislativi di compromesso, da quelli di parità alle pari opportunità alle leggi per la conciliazione degli orari. Tutte proposte che sfruttano la presunta “adattatività” femminile in funzione di lievi aggiustamenti dell’esistente.<br />
Oggi occorre davvero uno spostamento profondo, un rovesciamento del tavolo, un ribaltamento. Quello che chiamiamo biocapitalismo assimila l’alterità e la differenza femminile in funzione di un lavoro flessibile, per una flessibilità che viene estesa anche agli uomini, sì che stiamo passando dal lavoro come emancipazione al lavoro come schiavitù, ricatto, prendi quel che viene. Da un lavoretto all’altro, ecco la condizione di giovani uomini e giovani donne. Pensiamo al cosiddetto lavoro ‘emozionale’, quello dei call center, in cui la capacità ‘femminile’ di intrattenimento dell’ascoltatore/ascoltatrice, il timbro di voce, la ricerca di una confidenzialità ‘confessionale’ sono valori di scambio, merce quantificabile, esposta sul mercato.<br />
Il patriarcato cambia, si ristruttura, s’insinua nelle vite delle Eve ma anche degli Adami, invade i corpi,ne determina i tempi. Se nella classica divisione tra produzione e riproduzione, in cui la donna in casa era indispensabile per assicurare i bisogni di vita del cittadino/lavoratore fuori casa, oggi la parete domestica può anche nascondere lo sfruttamento di chi lavora in casa in una nuova dimensione non più di capitalismo fordista ma di biocapitalismo. Il lavoro non pagato non è più solo il lavoro di cura, ma tutto il cosiddetto “lavoro autonomo”. Insomma la gratuità e il valore d’uso diventano valore di scambio. Il lavoro di cura (per il proprio uomo e la propria famiglia) diventa cura dell’azienda,con la sottomissione del soggetto precario alle logiche esterne.<br />
Eppure ancora oggi il patriarcato non cede nulla alle donne; già il 1989 in una vertenza Fiat a Pomigliano la Fiom trattò per 350 contratti di formazione; il 60% dei disoccupati erano donne, ma i destinatari dei contratti furono 350 uomini. 100 donne ricorsero al pretore del lavoro (Renzi andava ancora a scuola e all’oratorio) che dette loro ragione in quanto discriminate. Il sindacato apportò una correzione, si arrivò a 336 uomini e a 14 donne. Durante il recente referendum in Fiat furono le donne in particolare a sostenere il NO a Marchionne, ma nessuna donna fu eletta nel consiglio di fabbrica, sicché gli uomini continuarono ad avere la rappresentanza ‘generale’.<br />
Ma oggi il patriarcato sta divorando se stesso (Lea Melandri), il corpo non è più il rimosso dalla sfera pubblica (natura/storia), il corpo femminile è sovraesposto, corpo mercificato, usato come ‘risorsa’, capitale che le donne possono scambiare con carriere,denaro, successo. Sono corpi liberati o corpi prostituiti? Il dibattito è aperto. La richiesta di ‘doti femminili’ viene dalla società maschile, dall’industria della moda, dello spettacolo, del management.<br />
La differenza si mostra nella sua contraddittorietà: potenza materna e risorsa sessuale assoggettata, o libertà e creatività esaltate ma politicamente insignificanti, chiusa nella forbice uguaglianza/differenza o impugnata come rivalsa nella società maschile. La flessibilità, in una parte del femminismo, è stata vista<br />
come opportunità di libertà, pacificazione dei conflitti, accettazione di polarità natura/storia, il part-time come gesto di libertà femminile, autodeterminazione nei tempi di lavoro. E il lavoro cognitivo aiuta le donne a considerarsi ‘risorsa’, ‘valore aggiunto’ nella produzione industriale e nei palazzi del potere. “La bellezza è un business, se sei racchia stai a casa” diceva in un’intervista una escort di Berlusconi.<br />
“Il corpo si mette a frutto nel capitale, mentre di tanto lavoro femminile viene data per scontata la “naturalità”: corpi sono anche quelli che spazzano i pavimenti, lavano i gabinetti o fanno le infermiere negli ospedali e che quasi mai sono primari” (Lotta femminista 1973).<br />
1987: Fiat e dipendenti Alfa Romeo, le donne accettano la CIG; 1989: Pomigliano, già detto; 1991 : Fiat di Melfi, la discussione aspra sul lavoro notturno delle donne; ecc. ecc.<br />
Spesso se le donne vincevano vertenze in quanto donne, il sindacato parlava di guerra tra poveri, come oggi a proposito dei lavoratori immigrati. Allora si pensò da parte di alcune avvocate femministe del lavoro a una proposta di legge sulla rappresentanza di genere (“agente contrattuale femminile”), quando in Parlamento si discuteva del testo unificato di leggi sulle rappresentanze sindacali. La proposta si perse nei meandri, ma in tema di rappresentanze sindacali oggi dopo Carfagna/Sacconi, abbiamo Renzi e il PD. Oggi è il regno della precarietà e del ricatto generalizzato. Dentro questo clima il documento “Il doppio Sì” della Libreria delle donne di Milano è apparso come una ‘tradizionale’ valorizzazione delle doti femminili oltre che indifferenza verso qualsiasi ottica di classe che pure attraversa ogni soggettività femminile; di fatto il “doppio Sì” risultava una proposta conciliativa e adattativa all’esistente, un esistente di donne situate nella fascia alta del lavoro subordinato in grandi aziende, una sorta di rifugio individuale. Nessun conflitto né di sesso né di classe. Pensiamo al mondo delle lavoratrici sottopagate, delle donne straniere, delle ‘badanti’, delle donne del mondo colonizzato e sfruttato..<br />
Ora, fin dagli anni Settanta, dal cuore del Movimento Operaio vennero ricche discussioni sulla critica del produttivismo,dell’economicismo, dello sviluppismo, come pure teorie di liberazione non solo del lavoro ma anche dal lavoro.<br />
Oggi, come si dice nell’ambito di studiosi e studiose della precarietà, proprio perché il biocapitalismo si è appropriato del corpo delle donne (ancora più che di quello degli uomini) le teorie del reddito di esistenza possono essere l’unica forma di resistenza, una resistenza capace di ricondurre al soggetto (o ai soggetti) la frantumazione dell’oggetto o, in linguaggio marxiano, capace di connettere la condizione alla coscienza. Secondo queste studiose il reddito di esistenza o di autodeterminazione o il bioreddito non è uno strumento assistenziale, ma un potenziale detonatore di quei conflitti che oggi vediamo completamente sopiti proprio dalla necessità di spendersi solo e completamente nel lavoro per procacciarsi reddito, dentro un meccanismo tragicamente competitivo che punta a corrodere ogni idea di collettività o di “comune”. (Morini).<br />
Come si vede, siamo lontanissimi da quelle proposte di quella VII Conferenza delle donne comuniste conclusa da Enrico Berlinguer nel 1984, ma quelle proposte (riduzione orario di lavoro, flessibilità e part-time non secondo le esigenze delle aziende) ponevano tragicamente dei nodi che sarebbero venuti al pettine in quest’epoca della postdemocrazia, in cui chi c’era nel 1984 si è sottoposto ad un processo di smemoratezza.<br />
Oggi a Taranto, come a Terni,le donne fanno da supporto ai ‘loro’ uomini: con i bambini nei passeggini sfilano nei cortei, ancora una volta in un ruolo di cura dentro uno stato/nazione/regione/Europa che non le comprende, che le riduce a bocche da sfamare: Ma a Taranto le donne urlano, abitano il quartiere Tamburi costruito accanto alla vecchia italsider per comodità degli operai, ma dove i muri sono rossi per le polveri dell’Ilva. Le riviste mediche patinate dicono che il latte materno fa bene ai bambini, ma il latte materno a Taranto è pieno di diossina, come le migliaia di pecore che sono state abbattute. A Taranto la cura si riprende la scena e forse finalmente diventa coscienza.</p>
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