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	<title> &#187; Luciano Gallino</title>
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		<title>Luciano Gallino: Fine della democrazia? Iniziò con Thatcher. E continua con Renzi</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2015 11:23:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Davide Turrini &#8211; Il Fatto Quotidiano &#8211; 24 settembre 2015 &#8211; Il voto dei cittadini conta sempre di meno, i margini di manovra dei [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/MargaretThatcher.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-335" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/MargaretThatcher-150x150.jpg" alt="MargaretThatcher" width="150" height="150" /></a>di Davide Turrini &#8211; Il Fatto Quotidiano &#8211; 24 settembre 2015 &#8211;</p>
<p>Il voto dei cittadini conta sempre di meno, i margini di manovra dei governi eletti &#8211; quando sono davvero eletti &#8211; sono sempre più ridotti. La logica dell'&#8221;autoritarismo emergenziale&#8221; fa il resto. Così le riforme volute dal presidente del consiglio &#8220;rispetto alla gravità della crisi si collocano tra il dramma e la barzelletta&#8221;. Come venirne fuori? &#8220;Affancando all&#8217;euro una moneta parallela. A meno che non sia la Gemania a buttarci fuori&#8221;</p>
<p>“La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie”, spiegava Margaret Thatcher nel lontano 1980. L’inizio della fine della democrazia che l’Europa sta vivendo nel 2015, l’annus horribilis in cui Banca centrale Europea e Fmi piegano il volere di cittadini e governo greco, è lì. All’origine dell’applicazione pratica delle politiche neoliberiste, sostiene il sociologo Luciano Gallino. Fosse stato per la Scuola di Chicago di Milton Friedman, i Chicago Boys, i pensatori che costruirono l’impero teorizzando che il mercato si regola da solo, e che meno stato nell’economia meglio è, si sarebbe già potuto iniziare nei primi anni Settanta. Giusto il tempo degli ultimi fuochi keynesiani dei “Trente Glorieuses” (1945-75), quelli della ripresa economica improntata sul risparmio e sul welfare, sulle istituzioni statali indipendenti e sovrane rispetto ai fondi monetari, alle banche mondiali, alla rapacissima finanza. Il big bang lo fa deflagrare quella signora dalla permanente un po’ blasé, assieme all’ex attore hollywoodiano Ronald Reagan, che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le tornate elettorali cominciano a diventare un optional. Governi conservatori o progressisti, europei o statunitensi, agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato.<br />
“Il potere economico nella forma che conosciamo si chiama capitalismo e per un certo periodo nel dopoguerra al capitalismo sfrenato si è potuto opporre qualche ostacolo favorendo prima di tutto la crescita economica e sociale di lavoratori e ceti medi”, spiega Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino dal ’71 al 2002, e autore di un volume sul tema intitolato “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi). Per lo stesso editore sta per pubblicare “Il Denaro, il debito, la doppia crisi”. “Dopo il 1980 però comincia la controffensiva neoliberale che ha avuto la meglio su tutti i governi d’Europa compresi quelli socialisti e socialdemocratici che non erano differenti nella pratica da quelli neoliberali e conservatori – continua Gallino – E’ stata una rivincita delle classi dominanti che ha avuto un successo straordinario. L’unico governo da allora ad oggi non allineato è forse quello greco di Tsipras”.<br />
Ma come si è innescata la stessa dinamica impositiva del credo neoliberista nelle istituzioni e nel governo dell’Unione Europea?<br />
A partire dagli anni Ottanta, a partire dagli Stati Uniti ma con un grosso contributo delle nazioni europee, si è affermato il processo cosiddetto della “finanziarizzazione”, per cui interessi e paradigmi finanziari hanno avuto la meglio su qualsiasi altro aspetto socio-economico. Il percorso di liberalizzazioni avviato in Usa da Reagan è avvenuto anche in Gran Bretagna con la Thatcher, e in Francia ad opera nientemeno che di un socialista come Mitterand. Tutto ciò ha fatto sì che il sistema ‘ombra’ delle banche, non assoggettabile in pratica ad alcune forma di regolazione, oggi valga quanto il sistema bancario che lavora per così dire alla ‘luce del sole’. Sono stati compiuti eccessi non immaginabili in campo finanziario, che hanno fortemente danneggiato l’economia reale. Qualunque dirigente o imprenditore di fronte alla possibilità di fare il 15% di utile speculando a livello finanziario o il 5% producendo beni reali, ha cominciato a scegliere la prima opzione senza stare più a pensarci troppo.<br />
Poi c’è stata la crisi del 2007-2008…<br />
Una crisi causata soprattutto dalla “finanziarizzazione”, non disgiunta dalla stagnazione dell’economia reale. A cui si dovevano far seguire serie riforme a livello bancario e finanziario, anche solo tornando alle regole, tipo la legge Glass-Steagall del ‘33, che avevano assicurato 50 anni di stabilità. Però non si è fatto nulla. Le banche e il sistema finanziario sono tornate più grosse, prepotenti e invadenti di prima della crisi. L’euro e la superiorità della Germania riflettono i risultati della finanziarizzazione. Va detto che la politica tedesca è stata quella di comprimere i salari dei propri lavoratori, e di utilizzare fiumi di forniture a basso prezzo dai paesi industriali dell’Est per favorire le proprie esportazioni in modo incredibile. Nel 2014 l’eccedenza degli incassi tra import ed export è stata di 200 miliardi di euro. I crediti di qualcuno sono però i debiti di qualcun altro: spesso dei paesi impoveriti sotto il predominio della Germania, alla quale l’euro ha giovato moltissimo, impedendo agli altri paesi di svalutare la propria moneta per stare dietro alla competitività tedesca.<br />
Sono stati compiuti eccessi non immaginabili in campo finanziario, che hanno fortemente danneggiato l’economia reale<br />
Il caso greco sarà quindi il primo di tanti altri che arriveranno?<br />
Sì. Con la Grecia i tedeschi hanno detto: “Umiliarne uno per educarne diciotto”, se parliamo dell’eurozona. Ne seguiranno altri. La Germania procede con decisione, la sua industria e le sue banche sono pesantemente coinvolte nel meccanismo infernale che hanno messo in moto. Dopo la Grecia toccherà all’Italia, alla Spagna, e anche alla Francia.<br />
Eppure il presidente Renzi ogni giorno vara una nuova riforma…<br />
Le riforme di Renzi si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alle dimensioni del problema, alla gravità della crisi, il Jobs Act è una stanca ricucitura di vecchi testi dell’Ocse pubblicati nel 1994 e smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione. Abbiamo perso il 25% della produzione industriale, il 10-11% di Pil, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono penosamente modesti. I giochetti delle riforme sono l’apoteosi preoccupante del fatto che il governo non ha la più pallida idea dei problemi reali del paese; o forse ce l’hanno ma procedono per la loro strada di passiva adesione alle politiche di austerità.<br />
C’è chi vede la capitolazione greca di fronte alla fermezza Bce e Fmi come l’atto più antidemocratico avvenuto in Europa negli ultimi vent’anni. Che ne pensa?<br />
“Il ministro Schauble, il mastino della Germania e dell’euro, sta preparando altre strettoie dittatoriali per rafforzare il dominio tedesco sugli altri paesi dell’eurozona. A me pare che per un paese che vale demograficamente un ottavo della Germania, tener testa per cinque mesi agli ottusi e feroci burocrati di Bruxelles, della Bce e del Fmi sia un altissimo riconoscimento, un grande esempio di dignità politica. L’Italia è lontana anni luce dalla Grecia. Siamo un paese economicamente molto più pesante e di fronte ai memorandum europei avremmo potuto ottenere risultati maggiori; ma questi neoliberali che ci governano rappresentano le classi sociali alleate con la finanza che ci domina.<br />
Con la Grecia i tedeschi hanno detto: “Umiliarne uno per educarne diciotto”<br />
Renzi un neoliberale come Reagan e la Thatcher?<br />
Sì. Anche Monti arrivò da Bruxelles, grazie all’intervento di Napolitano, per fare il gendarme delle più grandi insensatezze mai immaginate in campo economico: il pareggio obbligatorio di bilancio inserito addirittura in Costituzione, le riforme regressive del lavoro, i tagli forsennati alle pensioni. La Commissione Europea e la Bce ci mandano lettere che assomigliano ai feroci memorandum mandati alla Grecia. Ci manca soltanto che ci mandino lettere con su scritto come confezionare il pane, proprio come suggerito nell’accordo dell’Eurogruppo con Tsipras il 12 luglio.<br />
Che c’è scritto in materia di produzione del pane?<br />
Si tratta di una indicazione dell’Ocse richiamata espressamente nel testo dell’accordo. Da sempre i panettieri greci vendono due tipi di pane: da mezzo e da un chilo. Nella “cassetta degli attrezzi” dell’Ocse (così si chiama) ci sono alcuni paragrafi dedicati ai fornai a cui viene imposto, al fine di allargare la liberalizzazione di un paese e bla bla bla, di introdurre varie altre pezzature di diverso peso delle pagnotte. E poi il pane dovrà essere venduto in qualunque posto, anche nei saloni di bellezza, se lo vogliono. Capirete bene cosa rappresenta un’imposizione del genere: si sta dicendo ad un paese intero come fare il pane. Pensiamo ai 30mila dipendenti della Cee a Bruxelles e alle migliaia che lavorano per l’Ocse e per l’Eurogruppo con le loro macchinette mentre calcolano migliaia di coefficienti e trovano il tempo e ritengono opportuno intervenire sul pane. Si è raggiunto un livello di imbecillità inaudito, ed è soprattutto una forma di dittatura che avanza.<br />
Anche Monti arrivò da Bruxelles, grazie all’intervento di Napolitano, per fare il gendarme delle più grandi insensatezze mai immaginate in campo economico<br />
Ci può spiegare il concetto di “autoritarismo emergenziale” che ha coniato?<br />
Un governo che ha una vocazione autoritaria, ma è ancora soggetto al peso del voto, deve trovare buone ragioni per imporre le sue misure autoritarie. Per farlo ricorre allo “stato di eccezione”, un vecchio concetto politico che indica che una parte di uno stato che non ne avrebbe diritto si appropria di poteri non suoi. Lo stato di eccezione può essere costituito dalla guerra, da epidemie, da disastri naturali, dove s’impone che la Costituzione venga messa da parte. Ricordiamo la costituzione della repubblica di Weimar, la più liberale d’Europa. Conteneva un articolo sullo stato di eccezione che nel 1933 permise al capo di governo Adolf Hitler di appropriarsi del potere assoluto facendo fuori gli altri partiti e poi la costituzione stessa. In Europa con la crisi delle banche, non solo americane, e grazie alle folli liberalizzazioni sono emerse le montagne di debito a cui gli istituti si sono esposti. Quando queste procedure sono cadute come castelli di carta i governi si sono dissanguati per salvare le banche con fiumi di denaro che hanno indebolito i bilanci pubblici degli stati. Così il debito pubblico europeo è salito in due anni dal 65% all’85% e i governi hanno inventato uno stato di eccezione, quello della spesa eccessiva per la protezione sociale. Si è speso troppo? Bisogna tagliare i bilanci pubblici. Così s’impongono misure sempre più dittatoriali.<br />
Secondo lei ci sono le condizioni per constrastare ideologicamente e culturalmente la vulgata neoliberista?<br />
Il neoliberismo ha stravinto la battaglia culturale, ha conseguito un’egemonia a cui Gramsci poteva guardare con invidia: controlla 28 su 29 governi dei paesi dell’area europea, qualunque siano i nomi dei partiti al governo. Hanno il 95% della stampa a favore, il 99% delle tv, dominano nelle università, e hanno conquistato i governi. Sono piuttosto difficili oggi da sconfiggere. La sinistra come forza partitica poi non esiste più e quindi non ha la forza di opporre un ruolo di riflessione o denuncia paragonabile a quello all’attacco vincente dei neoliberisti. Inoltre non ci sono saggi, libri, testi da contrapporre all’egemonia culturale neoliberale, qualcosa che contrasti la favola dei mercati efficienti, della finanza che inaugura una nuova fase del capitalismo e altre amenità simili.<br />
Possono esserci milioni di elettori che voterebbero una politica di sinistra, realmente progressista, per uscire dall’austerità, ma chi glielo spiega?<br />
Le vecchie categorie di pensiero del Novecento non bastano più per comprendere la realtà politica attuale?<br />
No, ce ne sono alcune che funzionano ancora bene. Il fatto è che non basta dire “proletari della UE unitevi”, o cambiando forma dire ‘precari’ o ‘classi medie impoverite della UE unitevi’. Qui bisogna fornire idee, documenti, possibilità di azione e controreazione. Possono esserci milioni di elettori che voterebbero una politica di sinistra, realmente progressista, per uscire dall’austerità, ma chi glielo spiega?<br />
C’è chi indica il salvataggio nell’uscita dall’euro. Oppure secondo lei si può stare dentro e modificarne in qualche modo il pensiero dominante?<br />
Al di là della demagogia di alcuni politici italiani, l’euro è una camicia di forza peggiore anche del ‘gold standard’. Ha giovato solo alla Germania, perfino la Francia ha perso punti nelle esportazioni e aumentato la disoccupazione. Così com’è l’euro non può più funzionare. Sia chiaro che uscire dall’oggi al domani non si può, sarebbe un disastro per i depositi bancari, la fuga dei capitali, la forte svalutazione della moneta sul mercato internazionale. Ma bisognerà affrontare presto la questione del “se e come uscirne”, perchè ciò vuol dire molti mesi di preparazione; oppure possiamo tentare di temperare questa uscita in qualche modo: affiancare all’euro una moneta parallela che permetta ai governi di avere libertà di bilancio, mentre con gli euro si continua a sottostare al giogo dei creditori internazionali. Purtroppo con la Germania al comando e l’inanità del nostro e degli altri governi non c’è molto da sperare. Intanto i muri della Ue scricchiolano e prima o poi sarà il peggioramento della crisi a imporci decisioni drastiche. Sempre che non arrivi Herr Schauble a dirci che non ci vuole più nell’euro. Non è una battuta, stando ai documenti che circolano”.</p>
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		<title>Gallino: Perché l&#8217;Italia può e deve uscire dall’euro</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2015 11:14:57 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/Luciano-Gallino3.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-332" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/Luciano-Gallino3-150x150.jpg" alt="Luciano-Gallino3" width="150" height="150" /></a>Repubblica, 22 settembre 2015 &#8211;</p>
<p>L’Italia ha due buoni motivi per uscire dall’euro, un tema di cui si parla ormai in tutta Europa (Germania compresa). Il primo è che, sovrapponendosi alle debolezze strutturali della nostra economia, l’euro si è rivelato una camicia di forza idonea solo a comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, tagliare la spesa per la protezione sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e, alla fine, rendere impossibile qualsiasi politica progressista.</p>
<p>Risultato: otto anni di recessione, che hanno provocato la perdita di quasi 300 miliardi di Pil al 2014 rispetto alle previsioni del 2007; 25% di produzione industriale in meno, un mercato del lavoro di cui è difficile dire quale sia l’aspetto peggiore fra tre milioni di disoccupati, tre-quattro di precari e due o tre di occupati in nero. Grazie ai quali l’Italia detiene il primato dell’economia sommersa tra i Paesi sviluppati, pari al 27% del Pil e circa 200 miliardi di redditi non dichiarati. I costi economici e sociali dell’euro superano i vantaggi.</p>
<p>Il secondo motivo per uscire dall’euro è l’eccessivo ammontare del debito pubblico, il che rende di fatto impossibile per l’Italia far fronte agli oneri previsti dal cosiddetto Fiscal compact e a una delle clausole fondamentali dell’Unione economica e monetaria. Il Fiscal compact prevede infatti che in vent’anni dal 2016 il rapporto debito/ Pil, che si aggira oggi sul 138%, dovrebbe scendere al 60, limite obbligatorio per far parte dell’eurozona. In tale periodo detto rapporto dovrebbe quindi scendere di 78 punti, cioè 3,9 l’anno. In termini assoluti si dovrebbe passare dal rapporto 2200/1580 miliardi di oggi a 948/1580 nel 2035 (da convertire nel rispettivo valore del ventesimo anno).</p>
<p>Vi sono solo due modi di raggiungere tale risultato, e infinite combinazioni intermedie che però non lo cambiano: o il Pil cresce di oltre il 5% l’anno per un ventennio, o il debito pubblico scende di oltre 3 punti percentuali l’anno. Tenuto conto che le ipotesi più ottimistiche di crescita del Pil per i prossimi anni si collocano tra l’1 e il 2% l’anno, e che il servizio del debito — 95 miliardi nel 2015 — continuerà a ingoiare decine di miliardi l’anno, ambedue le ipotesi non sono concepibili.</p>
<p>In altre parole è impossibile che l’Italia riesca a rispettare il Fiscal compact. L’Italia si ritrova così nella condizione degli Stati membri della Ue che attendono di entrare nell’eurozona perché debbono soddisfare alcune clausole previste dal trattato sull’Unione economica e monetaria. Come dire che l’Italia è tecnicamente già fuori dall’eurozona, poiché non è in condizione di soddisfare a una delle clausole chiave: un rapporto debito pubblico/Pil non superiore al 60%. Tale situazione dovrebbe essere invocata per recedere dall’eurozona.</p>
<p>Non sono necessari sfracelli per arrivare a tanto. Basta far ricorso all’articolo 50 del Trattatto sull’Unione europea, comprendente le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona il 1° gennaio 2009. Esso stabilisce che “ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione (paragrafo 1)”. Il paragrafo 2 precisa quali vie il procedimento di recesso deve seguire. Lo Stato che decide di recedere notifica l’intenzione al Consiglio europeo. L’Unione negozia e conclude un accordo sulle modalità del recesso. L’accordo è concluso dal Consiglio a nome dell’Unione.</p>
<p>Dalla lettura dell’art. 50 si possono trarre alcune considerazioni: a) la recessione avviene dopo un negoziato; b) il negoziato è condotto sotto l’autorità del Consiglio europeo, organo politico; c) è dato presumere che quando uno Stato notifica l’intenzione di recedere, determinate misure tecniche, tipo un blocco temporaneo all’esportazione di capitali dallo Stato recedente, siano già state predisposte in modo riservato.</p>
<p>Mentre l’art. 50 ha posto fine all’idea che la partecipazione all’Unione sia per sempre irrevocabile per vie legali, qualche dubbio sussiste sulla possibilità di recedere dalla Uem — la veste giuridica dell’euro — senza uscire dalla Ue, poiché l’articolo in questione menziona soltanto questa. Peraltro la letteratura giuridica ha ormai sciolto ogni dubbio: poiché il trattato sulla Uem è soltanto una parte della struttura giuridica della Ue — esistono Stati membri della Ue ma non dell’eurozona — è arduo negare il principio per cui uno Stato membro possa recedere dalla Uem ma non dalla Ue. Per cui il negoziato per l’uscita dall’euro dovrebbe aprirsi con la dichiarazione di voler restare nella Ue. I costi per la recessione dalla Ue sarebbero superiori ai costi di una sola uscita dall’eurozona. Uno Stato che uscisse oggi dall’Ue si troverebbe dinanzi ad altri 27 Stati, ciascuno dei quali potrebbe imporgli ogni sorta di restrizioni al commercio, oneri doganali, aumenti del prezzo di beni e servizi. L’impossibilità di accedere ai mercati Ue costringerebbe uno Stato ad affrontare costi di entità paurosa.</p>
<p>Resta da chiedersi dove stia il governo capace di condurre un negoziato per la recessione dell’Italia dall’eurozona in base all’art. 50 del Trattato sulla Ue. L’attuale, come quasi tutti i precedenti, è un esecutore dei dettati di Bruxelles, Francoforte, Berlino. Chiedergli di aprire un negoziato per uscire dall’euro non ha senso. Si può coltivare una speranza. Che si arrivi a nuove elezioni, dove ciò che significa recedere dall’euro in termini di ritorno della politica a temi quali la piena occupazione, la politica industriale, la difesa dello stato sociale, una società meno disuguale, sia al centro del programma elettorale di qualche emergente formazione politica. Prima di cedere alla disperazione, bisogna pur credere di poter fare qualcosa.</p>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2015 13:19:54 +0000</pubDate>
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