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	<title> &#187; Emiliano Brancaccio</title>
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		<title>Intervista di Giacomo Russo Spena ad Emiliano Brancaccio sulle elezioni francesi</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Apr 2017 14:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Emiliano Brancaccio]]></category>
		<category><![CDATA[Giaco Russo Spena]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giacomo Russo Spena &#8211; «Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare la Le Pen». «È il &#8220;meno peggio&#8221; a creare il peggio. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/04/elezioni-francesi-2017-606598.610x431.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-629" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/04/elezioni-francesi-2017-606598.610x431-150x150.jpg" alt="elezioni-francesi-2017-606598.610x431" width="150" height="150" /></a>di Giacomo Russo Spena &#8211;</p>
<p>«Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare la Le Pen».</p>
<p>«È il &#8220;meno peggio&#8221; a creare il peggio. Scegliere uno per contrastare l’altro è un controsenso. I cui unici esiti stanno nello spostamento sempre più a destra del quadro politico». La posizione controcorrente dell&#8217;economista Emiliano Brancaccio.</p>
<p>Ha festeggiato il 25 aprile, da convinto antifascista. Eppure l&#8217;economista Emiliano Brancaccio, una delle voci più autorevoli nella sinistra italiana, ideatore della proposta di &#8220;standard retributivo europeo&#8221;, se stesse in Francia non voterebbe per Emmanuel Macron: «L’avanzata del Fronte nazionale è una pessima notizia, l’ennesimo segno funesto di un’epoca dominata dall’irrazionalismo politico. Ma&#8230;»</p>
<p>Professore, veramente al ballottaggio in Francia non voterebbe Macron per impedire l’affermazione di Marine Le Pen? Dice sul serio?<br />
«Certo, se fossi un elettore francese al ballottaggio non andrei a votare».</p>
<p>Nel giorno del 25 aprile la sua risposta sorprenderà molti lettori. In questi anni lei ha spesso paventato il rischio di nuovi fascismi in Europa, ed è stato tra i più irriducibili oppositori delle destre xenofobe….<br />
«Io festeggio il 25 aprile non semplicemente per celebrare una ricorrenza, ma perché reputo l’ascesa di nuove forme surrettizie di fascismo la minaccia principale di questo tempo. In questi anni ho trovato patetici gli argomenti di quegli intellettuali sedicenti “di sinistra” che hanno lavorato per sdoganare Le Pen in Francia o Salvini in Italia».</p>
<p>Però adesso che un partito di origini fasciste è a un passo dal conquistare l’Eliseo, lei sceglie di non appoggiare il candidato alternativo. Come mai?<br />
«Chi a sinistra invita a votare il “meno peggio” non sembra comprendere che nelle condizioni in cui siamo il “meno peggio” è la causa del “peggio”. Le Pen e i suoi epigoni sono sintomi funesti, ma è Macron la malattia politica dell’Europa. Scegliere uno per contrastare l’altra è un controsenso».</p>
<p>Può spiegarci meglio?<br />
«Macron incarna l’estremo tentativo del capitalismo francese di aumentare la competitività, accrescere i profitti e ridurre i debiti per riequilibrare i rapporti di forza con la Germania e stabilizzare il patto tra i due paesi sul quale si basa l’Unione europea. Al di là degli slogan di facciata, se vincerà le elezioni Macron cercherà di sfruttare il crollo dei socialisti e lo spostamento a destra dell’asse della maggioranza parlamentare per promuovere le riforme che gli imprenditori francesi invocano e che, a loro avviso, Hollande ha portato avanti con troppa timidezza. Per citare un esempio, Macron non ha mai nascosto che uno degli elementi della sua politica presidenziale sarà una nuova legge sul lavoro, ancora più precarizzante della “Loi Travail” di Hollande. La sua svolta graverà dunque in primo luogo sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli. La beffa è che alla fine questa politica alimenterà anche in Francia i meccanismi deflazionistici che hanno distrutto domanda e base produttiva nel resto del Sud Europa. Alla fine Macron non raggiungerà nemmeno il suo obiettivo di fondo, di riequilibrare i rapporti economici con la Germania e stabilizzare il quadro politico europeo. Chi oggi decide di votare Macron sarà ricordato per avere aderito a una politica anti-sociale, che per giunta si rivelerà fallimentare rispetto ai suoi stessi scopi. Non dovremo meravigliarci se poi si apriranno ulteriori praterie di consenso operaio a favore di ipotesi politiche con caratteristiche ancora più marcatamente nazionaliste, e al limite neo-fasciste».</p>
<p>Quindi, secondo lei, austerity e politiche neofasciste rappresentano una spirale che si autoalimenta, come due facce della stessa medaglia. Si potrebbe ribattere che almeno Macron difende i diritti di libertà e le battaglie civili. Lei è sempre stato attento alle istanze dei movimenti di emancipazione civile, e ha sempre contrastato le forze reazionarie che li osteggiano. Non è un motivo sufficiente per votare Macron?<br />
«No, piuttosto è l’equivoco su cui da tempo ci facciamo del male. La storia insegna che diritti sociali e diritti civili arretrano o avanzano insieme. Sostenere un candidato che vuole cedere altri diritti sociali in cambio di presunti avanzamenti sul versante dei diritti civili è un modo ulteriore per lasciare che i movimenti reazionari continuino a fare proseliti tra le fasce sociali più deboli, con effetti a lungo andare negativi per le stesse conquiste in tema di libertà individuali».</p>
<p>Dunque lei è d’accordo con la scelta del candidato della sinistra, Melenchon, di non dare indicazioni di voto per il ballottaggio?<br />
«Avrei alcune cose da obiettare anche a Mélenchon. Ma non questa scelta».</p>
<p>Il Partito comunista francese si è invece affrettato a dare man forte a Macron in vista del ballottaggio. Che ne pensa?<br />
«È il movimento tattico di un partito che tenta di sfruttare il crollo socialista per guadagnare qualche posizione. Mi sembra una mossa di corto respiro, che i comunisti francesi rischiano di pagare cara quando Macron rivelerà il vero volto della sua politica “modernizzatrice”».</p>
<p>Così però lei mette in discussione la tradizione del fronte repubblicano e anti-fascista, che caratterizza da sempre la sinistra francese.<br />
«Mi risulta che i dirigenti della sinistra francese facciano ancora qualche buona lettura. Suggerirei di dare uno sguardo a una lettera dell’economista Piero Sraffa ad Antonio Gramsci, datata 1924, in pieno fascismo. In essa Sraffa evocava la necessità in primo luogo di una “rivoluzione borghese” di stampo anti-fascista, e solo dopo intravedeva qualche possibilità di avvio di una politica operaia. Gramsci, che per altri versi stimava Sraffa, in quella occasione stigmatizzò la presa di posizione dell’amico definendola il retaggio di una formazione intellettuale liberale, cioè normativa e kantiana anziché marxista e dialettica. Ovviamente aveva ragione Gramsci. Tanto più oggi, in condizioni storiche che sono molto meno tragiche di allora, possiamo trarre da quello scambio una lezione fondamentale: tu puoi gettare le basi per la costruzione di una credibile forza politica di sinistra solo se porti avanti una lunga e faticosa opera di elaborazione di un punto di vista autonomo del lavoro rispetto alle forze egemoni in campo. La lotta tra i partiti di “establishment” rappresentativi degli interessi del grande capitale europeo, e le forze piccolo-borghesi di orientamento nazionalista, è destinata a durare ancora a lungo. Il peggio che in questa fase storica possa fare una forza di sinistra è attuare quello che un tempo si definiva “codismo”: ossia portare acqua all’una o all’altra di quelle due opzioni politiche, in un ruolo subalterno destinato a procurare solo danni alla reputazione e alle prospettive future. L’unica chance per dare nuovamente voce alle istanze sociali e del lavoro incuneandosi nello scontro tra gli interessi del grande e del piccolo capitale, è di costruire una chiara alternativa dialettica a entrambe quelle opzioni politiche».</p>
<p>Un’alternativa che non prevede mai accordi, alleanze o convergenze tattiche?<br />
«Mi pare di ricordare che una regola base della “tattica” sia che puoi immaginare un patto contingente con tutti, anche con il diavolo, ma solo se ritieni che potrai uscirne forte. A proposito di 25 aprile, l’adesione dei comunisti ai comitati di liberazione nazionale fu un caso di questo tipo. Ma nell’attuale fase storica è tutto diverso: io vedo solo convergenze auto-distruttive. Invitare a votare Macron è auto-distruttivo».</p>
<p>D’accordo, professore. Ma se poi Le Pen vincesse le elezioni? Lei verrà additato tra i “cattivi maestri” colpevoli del successo fascista, lo sa questo?<br />
«Le forze potenzialmente neo-fasciste possono già vantare un enorme successo: stanno cambiando il modo di pensare dei popoli europei. Nel mio piccolo, mentre altri supposti “maestri” giocano a lusingarla e accarezzarla, io lotto da anni contro una montante cultura retrograda e fascistoide, che si sta facendo strada molto più di quanto le sole dinamiche elettorali indichino. Bisogna comprendere che anche se non vincono le elezioni i partiti nazionalisti e xenofobi stanno già facendo vera e propria egemonia. Schengen crolla, la politica securitaria avanza, il parlamentarismo è sempre più in crisi. I partiti cosiddetti di “establishment” introiettano sempre di più pezzi di programma delle destre estreme: in certi frangenti le agende politiche mi sembrano condizionate persino più da queste forze che dai tecnocrati di Bruxelles. Davvero c’è chi pensa di contrastare questa lunghissima onda nera, che durerà anni, con il liberismo a scoppio ritardato di Macron, con la sua proposta politica avversa alle istanze sociali e del lavoro? E’ un’illusione folle».</p>
<p>Questa volta non tutti saranno d’accordo con lei…<br />
«Me lo immagino. Già vedo due file di opinionisti “di sinistra”, una lunga costituita da quelli che si affretteranno a dichiarare il loro voto per il giovane delfino del più retrivo liberismo finanziario, e una più corta di coloro che non mancheranno di dare sostegno alla signora fascista candidata all’Eliseo. Provo sincera pena per gli uni e per gli altri».</p>
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		<title>Brancaccio: «Tsipras farebbe bene a preparare comunque la Grexit»</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2015 12:24:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dibattito su Europa trattati euro]]></category>
		<category><![CDATA[Emiliano Brancaccio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luca Sappino &#8211; «Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/catena_europa.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-359" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/catena_europa-150x150.jpg" alt="catena_europa" width="150" height="150" /></a>di Luca Sappino &#8211;</p>
<p>«Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio. Lui però dice di applicare solo logica ed esperienza: «Syriza può mitigare alcune misure, ma la direzione che seguirà il parlamento greco – svuotato di ogni potere – è stata decisa altrove, a Bruxelles, ed è la solita: austerity e attacco ai salari. La conseguenza è che gli obiettivi di bilancio risulteranno insostenibili». Il problema, allora, è capire come attrezzarsi, e se arriverà «un finanziatore estero» capace di sostenere il Paese in caso di uscita dall’Euro. Ma andiamo con ordine.<br />
Alexis Tsipras vince le elezioni e continua nel suo obiettivo dichiarato: governare da sinistra il memorandum siglato con le autorità europee. È un’impresa possibile?<br />
«Temo di no. Tsipras ha compiuto un capolavoro tattico che ha sbaragliato il dissenso interno, ma controllerà un parlamento che è stato ancor più svuotato delle sue funzioni. Il memorandum imposto dai creditori stabilisce fin nei minimi dettagli l’agenda politica alla quale la Grecia dovrà attenersi: dal taglio ulteriore della spesa pensionistica, all’aumento delle tasse in caso di sforamento degli obiettivi di bilancio, fino all’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva. Le tranches dei finanziamenti europei necessari a pagare i debiti in scadenza e a ricapitalizzare le banche greche sono condizionate al tassativo rispetto di questo programma. Il governo di Atene cercherà di rallentare il ritmo di marcia, ma la direzione è stata già decisa a Bruxelles, ed è la solita di sempre: liberismo, austerity e deflazione salariale».<br />
Juncker e Merkel sostengono che il nuovo programma consentirà finalmente di risanare i conti della Grecia. Anche il ministro Padoan si è espresso in questo senso. Sono previsioni attendibili?<br />
«Sono mistificazioni. La ricetta del memorandum è la stessa che ha contribuito negli ultimi cinque anni al crollo dell’occupazione in Grecia e all’esplosione del rapporto tra debito e reddito. Questa volta, oltretutto, il governo greco è chiamato a realizzare un’ondata senza precedenti di svendite all’estero di patrimonio pubblico. In un articolo di prossima pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics, mostriamo che queste dismissioni rientrano in un processo di “centralizzazione forzata” dei capitali che aggrava la deflazione e può peggiorare la posizione finanziaria del Paese debitore: nel giro di un anno scopriremo che gli obiettivi di bilancio imposti alla Grecia sono insostenibili e che dal memorandum hanno tratto vantaggio solo gli acquirenti esteri di asset greci».<br />
Potrebbe cambiare tutto il concretizzarsi della proposta di taglio del debito, che sembra sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale?<br />
«Sempre che ci siano le condizioni per un accordo di questo tipo – e non mi sembra – per avere qualche effetto macroeconomico dovrebbe trattarsi di un taglio di notevoli proporzioni e dovrebbe esser pensato in modo da abbattere fin da subito l’ammontare dei rimborsi annui. In generale, comunque, la proposta presenta un limite logico che gli economisti ben conoscono: fino a quando i tassi d’interesse restano al di sopra dei tassi di crescita del reddito, tu puoi anche cancellare una parte del debito ma poi quello rischia di esplodere di nuovo. Per affrontare questo problema bisognerebbe orientare le politiche monetarie e fiscali verso l’obiettivo di far crescere il reddito al di sopra dei tassi d’interesse: ma nel quadro europeo questa semplice constatazione logica suona come un’eresia keynesiana e non verrà presa in considerazione».<br />
Lei descrive una situazione molto critica ma alternative politiche non se ne vedono. Nonostante il sostegno dell’ex ministro Varoufakis, i fuoriusciti di Syriza sono rimasti fuori dal parlamento greco…<br />
«Assieme a larga parte della sinistra europea, Tsipras ha contribuito ad alimentare la speranza che una vittoria in Grecia avrebbe creato condizioni favorevoli per cambiare la politica economica dell’Unione. Fin dal 2012 in tanti abbiamo segnalato che questa era un’illusione, che non teneva conto dei reali rapporti di forza interni al capitalismo europeo. I fuoriusciti di Syriza hanno sollevato apertamente questo enorme problema solo nelle ultime settimane, quando sapevano di esser già stati messi alla porta».<br />
Forse – soprattutto – è mancato il fantomatico “piano B”, oggi auspicato anche dal nostrano Stefano Fassina, con il francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e il tedesco Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke. Mancano gli aspetti tecnici che lo rendano credibile. In cosa potrebbe consistere? Monete complementari, crediti fiscali…<br />
«Il “piano B” non è per nulla fantomatico, ormai fa parte persino dei documenti ufficiali dell’Eurogruppo. Il problema è che per il momento sul tappeto c’è solo la versione elaborata dal governo tedesco, favorevole ai creditori e con una chiara matrice di “destra”. A sinistra anche su questo tema vedo enormi ritardi. In caso di nuove crisi dell’eurozona sarebbe opportuno che anche da quelle parti maturasse un’idea su come gestire la situazione. Le opzioni sono tante, tra cui il rilancio della “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo monetario internazionale».<br />
Pur non essendo mai stato tenero con Tsipras, in un recente convegno alla Camera lei ha contestato l’appellativo “traditore” con cui gli oppositori lo additano, alludendo all’esito referendario. Perché?<br />
«Perché ancora non sappiamo se Tsipras avesse un’alternativa credibile. Le analisi di cui disponiamo indicano che se il governo greco avesse deciso di uscire dall’euro e attuare un minimo di politica espansiva, per qualche anno il Paese avrebbe avuto bisogno di un finanziatore estero che lo aiutasse a coprire l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Quel finanziatore esisteva? Tsipras ha dichiarato che nessuno si è fatto avanti, mentre altri hanno affermato il contrario. Questo punto solleva rilevanti questioni economiche e geopolitiche: finché non verrà chiarito sarà difficile dare una valutazione definitiva sulle mosse del Premier greco».<br />
La vittoria elettorale di Tsipras chiude definitivamente la controversia sull’uscita dall’euro, dibattito che ultimamente ha investito anche la sinistra europea?<br />
«No. Le politiche europee non attenuano gli squilibri tra Paesi debitori e Paesi creditori dell’eurozona ma al contrario tendono ad accentuarli. Questa forbice ricade sui bilanci bancari e preannuncia nuove crisi, che non potranno esser gestite con le esigue risorse della neonata Unione bancaria europea. Il problema della insostenibilità della moneta unica resta dunque attuale. Se le forze di sinistra intendono restare al passo con i tempi farebbero bene a non dividersi e ad assumere un approccio laico alla questione, che conoscono poco e ancor meno controllano».<br />
Salvo imprevisti Euclid Tsakalotos verrà confermato alla guida del ministero delle finanze greco. Se lei fosse al suo posto quali provvedimenti riterrebbe urgente attuare?<br />
«Sono stato educato al realismo politico ma non sono al suo posto e non vorrei esserci. Ad ogni modo, se dovessi esprimere un parere sulla politica greca ventura, direi che le svendite di capitale pubblico e la riforma della contrattazione salariale rappresentano le “bestie nere” dell’accordo con i creditori. Piuttosto che attuare quelle, la priorità macroeconomica dovrebbe consistere nel preservare e rafforzare i controlli sui capitali e prepararsi comunque all’eventualità di una “Grexit”, riprendendo anche la ricerca di finanziatori esterni al memorandum europeo».</p>
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		<title>Brancaccio: “Serve un piano B, la sinistra impari dall’errore di Tsipras”</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2015 12:22:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/tsi_merk.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-356" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/tsi_merk-150x150.jpg" alt="tsi_merk" width="150" height="150" /></a>Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.<br />
intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena</p>
<p>«È inutile negarlo, il governo e il parlamento greco hanno capitolato, gli apologeti dell’austerity hanno vinto anche stavolta. È l’ennesima prova che nella zona euro, purtroppo, le cose vanno come avevamo previsto». I renziani metterebbero anche lui nel girone dei ‘gufi’ ma l’economista Emiliano Brancaccio preferisce un’espressione più raffinata: «In questi anni, nostro malgrado, in tanti abbiamo indossato i panni delle Cassandre che allertano sui guai che verranno ma restano inascoltati». I media in questi giorni hanno ricordato le lettere pubblicate sul Sole 24 Ore nel 2010 e sul Financial Times nel 2013 con cui Brancaccio e altri colleghi segnalavano come le ricette di austerità, flessibilità del lavoro e schiacciamento dei salari avrebbero provocato disastri, aggravando la posizione dei Paesi debitori e rendendo sempre meno sostenibile l’assetto dell’eurozona.<br />
Professore, alla vigilia delle ultime elezioni europee Lei rifiutò una candidatura a capolista dell’Altra Europa con Tsipras. Adesso che il leader ellenico ha accettato l’ultimatum dei creditori, in molti – scendendo repentinamente dal carro del vincitore – sono tornati sulla sua scelta di allora, ritenendola lungimirante. È veramente così?</p>
<p>È un modo malizioso di interpretare quella mia decisione. All’epoca rifiutai la candidatura per ragioni professionali, non politiche. È vero tuttavia che fin dall’inizio dell’ascesa di Tsipras ho criticato l’idea che una vittoria della sinistra in Grecia potesse imprimere una reale svolta agli indirizzi di politica economica dell’Unione. Tsipras ha contribuito ad alimentare questa speranza, e oggi ne paga le conseguenze. Ma dovremmo anche riconoscere che lo stesso sogno velleitario permea da anni larghissima parte della sinistra europea: prendersela solo con il premier greco sarebbe poco onesto. Il suo tracollo dovrebbe piuttosto avviare una riflessione collettiva sull’assenza, in tutta la sinistra, di una visione sufficientemente realistica degli attuali rapporti di forza tra i Paesi membri dell’Unione e dei conflitti intercapitalistici che esprimono.<br />
C’è qualcosa che Lei imputa specificamente alla condotta di Tsipras degli ultimi giorni?</p>
<p>Credo sia stato sorpreso dalla dimensione della vittoria del “no” al referendum. Nonostante le banche chiuse e il bombardamento mediatico a favore del “sì”, con estrema lucidità la netta maggioranza dei cittadini greci ha respinto l’accordo capestro proposto dai creditori, lasciando al governo il compito di gestire tutte le possibili conseguenze. Ripeto: tutte. Quando Tsipras ha affermato che nemmeno l’esito referendario lo autorizzava a contemplare l’ipotesi di uscita della Grecia dall’euro, francamente mi è parso un giudizio fuori luogo. La verità è che il popolo greco era ormai pronto a tutto. Il governo no.<br />
L’ex ministro delle Finanze Varoufakis, ora l’anti Tsipras all’interno di Syriza, ha dichiarato che a suo avviso bisognava “minacciare la Grexit” nella trattativa con le Istituzioni. Contemporaneamente però ha affermato che un vero “piano B” di uscita non era stato approntato e che sarebbe stato complicato anche organizzare la stampa e la diffusione delle nuove banconote. Che ne pensa?</p>
<p>Stimo Varoufakis come studioso, ma questa idea che un’uscita dall’euro possa esser bloccata da problemi pratici, come la stampa delle banconote, è priva di aderenza ai fatti. Decenni di pratica della politica monetaria indicano che questi aspetti strettamente operativi sono del tutto secondari. Posto che ci si organizzi per assumere un sufficiente controllo della macchina amministrativa e soprattutto della banca centrale, si possono affrontare in un tempo relativamente breve.<br />
Però Lei stesso ha più volte affermato che per la Grecia l’abbandono della moneta unica avrebbe presentato importanti difficoltà.</p>
<p>Certo, ma mi riferivo ai nodi chiave del problema, che sono di ordine macroeconomico. Con altri colleghi abbiamo cercato di spiegare che nella situazione gravissima in cui versa l’economia greca un’uscita dall’euro e una svalutazione, accompagnate presumibilmente da un minimo di politica espansiva, avrebbero comportato, per un periodo non breve, un aumento del valore delle importazioni e quindi dell’indebitamento verso l’estero. La Grecia, dunque, avrebbe avuto bisogno di un sostegno finanziario esterno di due o tre anni per gestire la transizione dalla vecchia alla nuova moneta. L’altro giorno, in un’intervista rilasciata alla tv pubblica greca, Tsipras ha dichiarato di aver incontrato i rappresentanti di Stati Uniti, Russia e Cina, e che nessuno di essi ha garantito un aiuto se la Grecia fosse tornata alla dracma. Se il premier greco ha detto il vero, questo sarebbe uno dei punti cruciali dell’intera vicenda. Significherebbe che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei: lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne.<br />
Ma perché l’Unione dovrebbe implodere? Dopotutto i greci sono stati rimessi in riga. Non è una riprova delle capacità di tenuta politica dell’eurozona?</p>
<p>La tenuta politica del progetto europeo è minata dall’insostenibilità economica dei debiti. Anche il FMI ormai riconosce che il debito di Atene è insostenibile. Ma il problema non si limita alla Grecia. Basti notare che in tutti i paesi debitori i tassi d’interesse eccedono sistematicamente i tassi di crescita del Pil: per il 2015 la differenza attesa è di oltre un punto in Spagna, di due punti in Portogallo, di quasi tre punti in Italia e di oltre tre punti in Grecia. Questo significa che il rapporto tra debito e Pil è destinato a crescere in tutto il Sud Europa. E’ il risultato di una politica della Bce che non riduce abbastanza i tassi d’interesse, e di una politica di bilancio che resta ancorata alla dottrina dell’austerity e continua pertanto a deprimere la crescita della produzione. Di questo passo le contraddizioni tra creditori e debitori sono destinate a crescere ulteriormente, fino a esplodere.<br />
Proprio il FMI insiste con la necessità di tagliare il debito della Grecia e l’Italia e la Francia gli si accodano. La Germania e gli altri creditori però si oppongono. È realistica la prospettiva di una rinegoziazione del debito greco?</p>
<p>Finché i Paesi del Sud Europa restano nell’euro, ai creditori non conviene avviare una rinegoziazione. Le cose cambiano però se un paese decide di uscire. Prendiamo ad esempio la bozza dell’Eurogruppo che riportava la proposta di Schauble di favorire un’uscita della Grecia dall’euro. Il ministro tedesco ha voluto inserire nel documento un passo in apparenza sorprendente, in cui si affermava che se i greci fossero tornati alla dracma sarebbe stato possibile avviare una rinegoziazione del debito. Cioè proprio la rinegoziazione che la Germania vuole negare ai paesi che restano nell’euro.<br />
Come si spiega questa apertura?</p>
<p>Schauble e i creditori temono che, una volta abbandonata l’eurozona, un Paese possa decidere di denominare nella nuova moneta svalutata anche i debiti, incurante della legislazione sotto cui siano stati emessi. La lunga storia dei default sovrani ci dice che questa eventualità è più probabile di quanto alcuni analisti che oggi vanno per la maggiore siano capaci di riconoscere. Agitando la carota della rinegoziazione Schauble vorrebbe convincere i paesi che abbandonassero l’Unione a mantenere i debiti in euro. Ma non è detto che ci riesca. Con quella postilla Schauble ha rivelato uno dei punti deboli dei creditori: il rischio di trovarsi con debiti fortemente svalutati se l’eurozona salta per aria.<br />
Lei ha più volte evocato il pericolo che un eventuale tracollo del progetto europeo trovi le sinistre impreparate e dia la stura a una nuova stagione politica di ultradestra. La parabola di Tsipras rischia di creare un grande disorientamento nella sinistra europea, da Podemos in Spagna, allo Sinn Fein in Irlanda fino alla nascente “coalizione sociale” in Italia. Quale insegnamento politico si può trarre dalle vicende della sinistra greca?</p>
<p>Che se davvero si vuol governare in questi tempi durissimi bisogna metter da parte la retorica europeista e globalista e occorre predisporre almeno un “piano B”. Servirebbe una nuova visione, io lo chiamo “nuovo internazionalismo del lavoro”, che favorisca i rapporti economici tra paesi che rispettino determinati standard sociali e introduca invece qualche limite agli scambi con quei paesi che pur di accumulare surplus verso l’estero insistono con una perniciosa politica deflazionista, fatta di schiacciamento dei salari e depressione della domanda interna. Si tratta di un lavoro complesso, non so dire se ci siano le condizioni oggettive per avviarlo. Credo tuttavia che sarebbe uno dei tasselli necessari per arginare l’onda montante di una nuova miscela di destra, fatta di liberismo e xenofobia, che mieterà sempre più consensi con l’inasprirsi delle contraddizioni interne all’Unione.</p>
<p>(16 luglio 2015)</p>
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