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	<title> &#187; Domenico Moro</title>
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		<title>La disobbedienza ai trattati non è realistica. È necessario superare l’euro</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2017 11:35:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Domenico Moro]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Moro &#8211; Uno dei maggiori limiti della sinistra sta nel confondere l’europeismo con l’internazionalismo e pensare che il superamento dell’euro sia deleterio o [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/02/unioneeuropea-3.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-599" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/02/unioneeuropea-3-150x150.jpg" alt="unioneeuropea-3" width="150" height="150" /></a>di Domenico Moro &#8211;</p>
<p>Uno dei maggiori limiti della sinistra sta nel confondere l’europeismo con l’internazionalismo e pensare che il superamento dell’euro sia deleterio o una proposta di destra. La creazione di un “demos europeo”, mediante una agenda europea dei conflitti e dei movimenti, o la proposta di realizzare un movimento europeo contro l&#8217;austerity e il neoliberismo, basato sulla disobbedienza ai trattati, non sono proposte realistiche. Esse non tengono conto del contesto: l’integrazione valutaria europea. L’euro è stato pensato con uno scopo preciso: bloccare ogni capacità di risposta e di resistenza dei salariati alla riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica. La finalità di tale riorganizzazione è semplice: compensare il calo del tasso di profitto tagliando i salari e il welfare e eliminando le imprese e le unità produttive in “eccesso”.<br />
L’euro costringe al rispetto dei Trattati<br />
I meccanismi principali dell’integrazione europea sono due. Il primo riguarda il trasferimento delle decisioni economiche dal livello statale a organismi sovrastatali, come la Commissione europea, il Consiglio europeo, che riunisce i primi ministri, e il Consiglio dell’Unione Europea, che coordina i ministri europei. L’obiettivo non è superare gli stati, ma realizzare la “governabilità”, cioè bypassare i parlamenti e le costituzioni statali, dove i meccanismi della democrazia parlamentare creerebbero, pur nei limiti della democrazia rappresentativa borghese, dei vincoli all’azione delle forze dal capitale.<br />
Ma l’elemento centrale dell’integrazione europea è l’euro stesso, perché esso costituisce un meccanismo economico “oggettivo”, che si sottrae apparentemente alle decisioni politiche, anche se ne è il frutto. Senza l’euro i trattati, e quindi i vincoli del Fiscal compact al deficit e al debito pubblico, avrebbero una forza coercitiva molto inferiore. In particolare, il trasferimento alla Banca centrale europea realizza l’indipendenza della banca centrale, l’altro pilastro, insieme alla “governabilità”, della strategia neoliberista. L’alienazione del controllo della moneta rende praticamente impossibile fare politiche statali espansive e resistere alla compressione dei bilanci pubblici, e, di conseguenza ai tagli al welfare. Inoltre, l’introduzione dell’euro, comportando l’adozione di cambi fissi, ha sopravvalutato automaticamente i prezzi internazionali delle merci della maggior parte dei Paesi europei e sottovalutato quelli della Germania. Di conseguenza, mentre la Germania ha realizzato un enorme surplus commerciale, gli altri Paesi hanno subito deficit commerciali, fallimenti di molte imprese e contrazione dell’occupazione e del Pil. Ciò ha impedito a questi Paesi di contrastare prima e finanziare poi la crescita del debito pubblico. Per reagire alla perdita di competitività si sono ridotti i salari. A differenza di quanto alcuni ritengono, non si tratta di uscire dall’euro per poter attuare “svalutazioni competitive” che porterebbero alla riduzione dei salari. Si tratta di uscire dall’euro per correggere una sopravvalutazione che Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, ecc. scontano sin dall’adesione all’euro e che da allora porta automaticamente alla riduzione salariale.<br />
In sostanza l’euro ha trasformato le economie europee in mercati interni depressi e orientati a scaricare all’estero l’eccesso di capitali e di merci, alimentando così gli squilibri e la competizione aggressiva, anche militare, tra stati. Le nostre sono economie indotte già oggi, e non dopo l’uscita dall’euro, a esportare e a realizzare ampi surplus del commercio estero. Come è possibile in un quadro del genere disobbedire ai trattati? Chiunque provasse a farlo verrebbe strangolato in un attimo, come esemplarmente dimostra il caso greco, dove persino l’esito di un referendum è stato contraddetto da un governo di sinistra, quello di Syriza, finito nel tritacarne dei meccanismi automatici dell’euro.<br />
Uscire dall’euro è internazionalista e di sinistra<br />
La conseguenza principale dell’euro è stata l’allargamento dei divari economici tra i vari Paesi e all’interno dei singoli stati, fomentando i contrasti tra lavoratori di Paesi diversi e tra indigeni e immigrati. È stato l’euro ad aver riportato in Europa, a settanta anni dalla fine della guerra, il nazionalismo e la xenofobia a un livello di massa, allontanando i lavoratori dalla politica o spingendoli dalla sinistra verso i partiti di estrema destra. Per questa ragione non si sono sviluppati movimenti su scala europea. Senza una rottura con l’euro non è possibile sviluppare alcun movimento europeo né costruire alcun demos europeo, bensì è possibile solo una sorta di guerra civile fra i subalterni, tra proletariati di Paesi diversi, tra immigrati e indigeni. Al contrario, essere per l’uscita dall’euro vuol dire essere contro quanto produce nazionalismo e xenofobia, all’interno, e competizione tra stati all’esterno. Solo attorno al superamento dell’euro si può ricostruire un vero internazionalismo di classe europeo.<br />
È un sillogismo assurdo, come tutti i sillogismi, dire che, siccome l’estrema destra è contro l’euro, allora essere contro l’euro è di destra. Si tratta di un obiettivo solo apparentemente identico. Le ragioni e le finalità sono radicalmente diverse. Mentre l’estrema destra si fa portatrice di illusorie istanze di settori capitalistici perdenti, la nostra uscita dall’euro è portatrice degli interessi dei salariati. Non per ritornare alla sovranità nazionale, bensì alla sovranità democratica e popolare. Qui, non si tratta di nazione, ma di società e di Stato. Dobbiamo chiederci se continuare ad accettare organismi sovrastatali e una unione monetaria, funzionali solo al capitale, oppure riaffermare le competenze dei parlamenti e delle costituzioni, ritornando cioè a una dimensione statuale dove è possibile opporsi ai processi capitalistici, proprio perché situata a un livello maggiormente influenzabile dai lavoratori. Solamente l’uscita dall’euro permette di ricreare condizioni di lotta in cui uno dei contendenti, il lavoro salariato, non sia perdente in partenza. Se un uomo armato di bastone ci aggredisce, la nostra prima preoccupazione non sarà quella di togliergli quell’arma in modo da ristabilire condizioni equilibrate di lotta?<br />
Bisogna decidere in primo luogo che fare<br />
Uscire dall’euro è rischioso? Non dovevamo entrare, ora uscire è impossibile? Si potrebbero citare autorevoli studi economici che riportano a dimensioni realistiche quella sorta di biblica invasione delle cavallette (inflazione al 30-40%, ecc.) che, secondo alcuni seguirebbe l’uscita dall’euro. Limitiamoci a renderci conto, come dimostrano gli ultimi dieci anni, che è folle continuare nella stessa situazione, rimanendo immobili. Fantasticare su movimenti europei senza un obiettivo programmatico vero, se non una illusoria disobbedienza, in pratica vuol dire stare immobili, continuando, però, a esaurire le energie nostre e dei lavoratori italiani e europei. Con le illusioni sul “demos europeo” finiamo oggettivamente, anche senza volerlo, per coprire a sinistra l’europeismo neoliberista del Partito democratico e del Partito socialista europeo, tra i maggiori fautori storici dell’integrazione economica e valutaria, nel mentre pretendiamo di essergli alternativi. Con il rischio di diventare la classica sentinella a guardia del bidone di benzina ormai vuoto. L’euro non durerà a lungo, come le precedenti unioni monetarie sovrastatali della storia, e come lasciano intendere le ultime dichiarazioni della Merkel, sostenute anche da Prodi, a sostegno del progetto di una Europa a più velocità presentato recentemente da alcuni Paesi satelliti della Germania. La domanda è se continueremo a cullarci nella illusione di poter fare una altra Europa all’interno dell’euro, lasciandoci spolpare finché non sarà il capitale ad abbandonare l’euro, avendo esaurito il suo scopo, oppure se decideremo di prendere posizione chiaramente, riprendendo nelle nostre mani quell’iniziativa che da oltre un decennio ci è stata sottratta.<br />
Il nostro compito, oggi, non è tanto ideare soluzioni tecniche, certo importanti, ma in primo luogo definire un orientamento politico generale, che manca e senza il quale non sapremmo neanche in quale direzione muoverci. Se mi devo spostare, prima ancora di decidere se andarci in auto, treno o aereo, devo, prima di tutto, sapere dove devo andare. Anzi, solo il sapere dove devo andare mi consente di pensare, dopo, a come farlo. Anteporre la questione del come al che fare è solo un altro modo per rifiutare di prendere una decisione o per prenderne un’altra.</p>
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		<title>Trump, risposta alla crisi secolare e apertura della seconda fase della globalizzazione</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 11:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Domenico Moro]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Moro &#8211; Trump: populismo o alternanza nella democrazia oligarchica? La vittoria di Trump è stata vissuta come uno shock in tutto lo spettro [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2016/12/glob.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-576" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2016/12/glob-150x150.jpg" alt="glob" width="150" height="150" /></a>di Domenico Moro &#8211;</p>
<p>Trump: populismo o alternanza nella democrazia oligarchica?<br />
La vittoria di Trump è stata vissuta come uno shock in tutto lo spettro politico. La stragrande maggioranza delle interpretazioni aderiscono alla medesima visione: Trump sarebbe l’espressione statunitense della ventata populista che sta imperversando nei Paesi avanzati e di cui sono esempio anche Brexit e l’affermazione elettorale di partiti e movimenti populisti in tutta Europa. Si va dalle posizioni che paventano l’affermazione di un nuovo fascismo a quelle che vedono nella vittoria di Trump un segno anti-establishment. Secondo questa visione, Trump ha vinto perché avrebbe raccolto il voto degli esclusi mentre la Clinton ha perso perché rappresentante del capitale globalizzato e di Wall Stret.<br />
In primo luogo, va precisato che Trump ha vinto solo in virtù del sistema elettorale spiccatamente maggioritario, basato sul sistema dei grandi elettori e in un contesto in cui vota poco più della metà degli aventi diritto. La Clinton, secondo gli ultimi conteggi, avrebbe un vantaggio, in termini di voto popolare, di oltre 2 milioni di voti. In secondo luogo, per essere una ipotesi che terrorizzava Wall Street e per essere Clinton la beniamina dei mercati finanziari, come titolava il Sole24ore, la Borsa di New York ha reagito in modo ben strano alla vittoria di Trump. Nei primi tre giorni post-voto Wall Street ha guadagnato 341 miliardi di capitalizzazione e dopo due settimane gli indici Nasdaq, S&amp;P 500 e Dow Jones hanno raggiunto i massimi storici. Inoltre, il dollaro ha avuto uno scatto impetuoso, segno tutt’altro che di sfiducia nel risultato delle elezioni, portandosi da 1,13 a 1,05 sull’euro, il quale ha toccato i minimi negli ultimi 11 mesi rispetto alla valuta statunitense.<br />
Se qualcuno pensa che la vittoria di Trump possa significare un mutamento sul piano del funzionamento dei meccanismi del potere in qualsiasi senso non tiene conto di che cosa è la democrazia rappresentativa contemporanea nel Paese che ne è stato l’inventore. Come ha ricordato Slavoj Zizek, “credere che l’elezione di Trump trasformi gli Usa in uno stato fascista è una esagerazione ridicola”. A parte il fatto che la libertà d’azione del presidente è limitata dal Congresso, il punto principale è che gli Usa non hanno bisogno del fascismo, a meno che non lo intendiamo in senso lato, cioè nel senso delle politiche corporative e imperialiste come lo intendeva George Jackson, il rivoluzionario nero del Black Panther Party. In questa accezione, gli Usa fascisti lo sono a prescindere da Trump. Senza contare che la Clinton sarebbe senz’altro fascista non meno di Trump, con buona pace di chi invitava a votarla così come negli anni Trenta si votava contro i fascisti per i candidati “democratici”.<br />
Altrettanto assurdo è che Trump possa, anche solo implicitamente, segnare una rottura con l’establishment, perché è egli stesso espressione di quell’establishment. Anzi, Trump rappresenta la capacità dell’establishment di reagire alla sua crisi di egemonia in settori popolari importanti, quelli colpiti dalla deindustrializzazione. Engels, già nel 1884, evidenziava come nella repubblica democratica “la ricchezza esercita il suo potere indirettamente ma in maniera tanto più sicura. Da una parte nella forma della corruzione dei funzionari, della quale l’America è il modello classico, dall’altra nella forma di alleanza tra governo e Borsa, alleanza che tanto più facilmente si compie tanto più salgono di debiti pubblici (….). E infine la classe possidente domina direttamente per mezzo del suffragio universale”. Gaetano Mosca, fondatore della scuola sociologica elitista, fu altrettanto esplicito: “Sarebbe ingenuo credere che i regimi liberali si appoggino sul consenso esplicito della maggioranza numerica dei cittadini, perché nelle elezioni la lotta si svolge fra i diversi gruppi organizzati, che possiedono i mezzi capaci di influenzare la massa degli elettori disorganizzati, ai quali non resta che scegliere fra i pochissimi rappresentanti di questi gruppi.”<br />
Gli Usa sono la rappresentazione migliore di questo sistema, definibile come democrazia oligarchica, nel quale partito democratico e partito repubblicano funzionano come due ali di uno stesso partito e che sulle questioni veramente importanti (che non sono quelle che generalmente alimentano i talk show televisivi e spesso i dibattiti di certa sinistra) tendono a trovare una convergenza, il cosiddetto bipartisan consensus. Tuttavia, le elezioni statunitensi non possono essere ridotte a una sorta di spettacolo o di gigantesca presa in giro. Esse sono uno dei terreni e forse il terreno principale, come diceva Mosca, su cui i diversi gruppi dell’élite capitalistica si scontrano per definire e affermare gli interessi prevalenti. La democrazia rappresentativa, rispetto al fascismo, presenta il vantaggio di una maggiore flessibilità (si può cambiare, ovviamente sempre in modo controllato) e soprattutto di una maggiore autonomia del potere economico su quello politico. Le competizioni elettorali sono, da una parte, uno strumento dell’esercizio dell’egemonia sulle masse e, dall’altra, uno strumento di modificazione o di conservazione dei rapporti di forza e quindi di soluzione dei contrasti all’interno della classe economicamente dominante. Infatti, ciò che spesso ci si dimentica è che il capitale è tutt’altro che unitario. Esso è diviso non solo in imprese ma anche in settori in competizione tra loro, non solo a livello internazionale ma anche a livello nazionale. Anche nel suo strato di vertice esso si divide in gruppi con interessi diversi che spesso sfociano in forti conflitti. Ciò si è verificato anche in queste presidenziali: le imprese tecnologiche della Silicon Valley, Microsoft, Amazon, Apple, ecc. erano a favore della Clinton, mentre i settori dell’acciaio, del carbone e del petrolio erano chiaramente a favore di Trump.<br />
Sebbene repubblicani e democratici, sulle questioni essenziali, siano sempre stati più o meno convergenti, almeno nella misura in cui si tratta di difendere i processi di accumulazione e gli interessi del capitale Usa nei confronti degli avversari di classe o esteri, ci si può legittimamente domandare se Trump rappresenti posizioni tanto estreme da determinare una rottura con la passata tradizione di bipartisan consensus. La nostra risposta è negativa, sulla base del contesto in cui è avvenuta l’elezione di Trump e in base alle similitudini con Clinton su aspetti essenziali del programma.</p>
<p>L’attacco bipartisan di Trump e Clinton al neomercantilismo cinese e europeo<br />
Queste elezioni sono state caratterizzate da un preciso contesto, che ha influito pesantemente, accentuando le contraddizioni interne al capitale e soprattutto determinando un orientamento di maggiore discontinuità rispetto al passato. Contrariamente alle speranze, la politica monetaria espansiva perseguita da Obama e dalla Banca centrale statunitense (Fed) non ha avuto gli effetti aspettati, e, a differenza delle altre crisi scoppiate dopo la Seconda guerra mondiale, l’economia negli Usa, così come negli altri paesi avanzati, non ha ripreso la sua marcia ai ritmi precedenti allo scoppio della crisi del 2007-2008. La crescita del Pil è ancora ben al di sotto della crescita potenziale, tanto che si è coniato il termine di “crisi secolare”, secondo la nota espressione dell’economista Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Bill Clinton. Al contempo, la globalizzazione ha portato alle delocalizzazioni e all’indebolimento della struttura industriale e manifatturiera statunitense, che dal ’79 ha perso 7 milioni di posti di lavoro concentrati soprattutto negli stati industriali della rust belt, dove Trump ha prevalso. Di fatto, le basi produttive e dell’accumulazione di capitale statunitensi si sono contratte. Conseguenze ne sono state l’aumento della disoccupazione e della sottoccupazione, nonché il calo dei salari, anche a seguito del passaggio da impieghi nell’industria, relativamente meglio pagati, a impieghi nei servizi, peggio retribuiti. Malgrado alcuni settori abbiano beneficiato della globalizzazione, quelli appunto tecnologici, altri settori industriali e manifatturieri, ma anche il settore bancario, si trovano maggiormente in difficoltà e gli Usa, nel complesso, hanno perso posizioni nel commercio mondiale a favore di potenze economiche emergenti. La maggiore crescita delle importazioni rispetto alle esportazioni ha peggiorato anche il debito commerciale (in termini nominali +48,1 per cento tra 2009 e 2015), insieme a quello pubblico, salito a causa del sostegno alle imprese e alle banche in crisi. Una situazione che, alla lunga, è insostenibile specie se gli Usa vogliono mantenere una egemonia mondiale, e che evidentemente molti all’interno dei circoli dominanti Usa hanno pensato che andasse affrontata con un cambiamento di rotta, con una nuova ricetta economica.<br />
La questione più interessante è che sui punti decisivi della ricetta, nelle sue grandi linee, non c’era grande differenza tra Trump e Clinton. Entrambi i candidati hanno puntato su politiche fortemente espansive, ma non dal punto di vista monetario, come la Fed, la Bce, la Banca d’Inghilterra e del Giappone hanno fatto negli ultimi anni, portando i tassi d’interesse a zero o addirittura a livelli negativi. Le politiche espansive del programma di Trump e Clinton prevedevano l’aumento della spesa pubblica, mediante investimenti massicci in lavori pubblici, in particolare nell’ammodernamento della gigantesca e, dopo decenni di tagli, malmessa infrastruttura (ponti, strade, ferrovie, reti elettriche e idriche, aeroporti, ecc.). Si parla di cifre enormi: 1000 miliardi di dollari in dieci anni e forse di molto di più, secondo Summers 2.200 miliardi. La Clinton prevedeva subito un piano di emergenza da 250 miliardi. Dunque, quello a cui assistiamo è un cambio di rotta rispetto alle politiche precedenti di austerity (anche se negli Usa queste sono state più contenute che in Europa), e che si avvicinano alle politiche classiche keynesiane il cui impatto, nelle intenzioni, dovrebbe dare un impulso all’economia e all’occupazione e sulle quali c’è un ampio consenso bipartisan al Congresso. La crescita degli investimenti pubblici in lavori pubblici e la correzione delle politiche troppo espansive della Fed, inoltre, porterebbero alla fine dei tassi d’interesse troppo bassi, che non hanno determinato una soddisfacente crescita e anzi hanno portato deflazione e perdita di profittabilità per le banche e non solo per queste. La crescita della borsa dipende in parte dall’aspettativa di crescita dell’inflazione e in parte dalla crescita dei titoli legati alle banche, al minerario, e alle materie prime e semilavorati per le costruzione e per le infrastrutture, a partire dal rame e dall’acciaio. Ad ogni modo, il passaggio da politiche espansive monetarie a politiche espansive fiscali non è una peculiarità di Trump (o di Clinton), ma è in linea con quanto è prospettato da Janet Yellen, presidente della Fed, e da molti economisti espressione di circoli economici che contano, come Summers, per il quale la causa principale del permanere della stagnazione sono i bassi tassi d’interesse. Questi economisti pensano che c’è troppa liquidità nell’economia, che ciò crea il rischio di crisi finanziarie, e che, invece, bisogna rilanciare gli investimenti attraverso l’aumento della spesa pubblica.<br />
La differenza tra Clinton e Trump stava da un’altra parte: nel modo di finanziarie l’aumento della spesa pubblica. Clinton prevedeva l’aumento delle entrate, soprattutto mediante l’aumento dell’imposizione fiscale, e quindi appariva maggiormente orientata a contenere l’aumento del debito pubblico e, quindi, meno decisa nell’abbandono della disciplina di bilancio. Trump, invece, è apparso deciso a contenere la pressione fiscale, anzi a tagliare le imposte sui profitti delle imprese e ai più ricchi, e quindi molto meno preoccupato di espandere il debito pubblico. L’orientamento espansivo di Trump, però, se, da una parte, crea difficoltà per la gestione futura del debito federale, dall’altra parte, appare più coerente con i massicci progetti di investimento. Infatti, il finanziamento della spesa pubblica mediante l’aumento della tassazione sulle imprese Usa appare poco realizzabile, perché, data l’organizzazione già molto internazionalizzata delle imprese, le spingerebbe maggiormente verso la delocalizzazione e ostacolerebbe i progetti di reindustrializzazione. Quindi, l’aumento della spesa pubblica inevitabilmente porterebbe alla crescita del debito pubblico. Paradossalmente, con buona pace dei suoi critici (tra cui lo stesso Summers), Trump non poteva non apparire più credibile della Clinton.<br />
Il problema principale, posto dal varo di politiche espansive della portata prospettata, è, però, soprattutto un altro. L’avvio di imponenti lavori pubblici porterebbe all’aumento dell’occupazione, e quindi del reddito disponibile e dei consumi, senza contare, ovviamente, l’aumento della domanda di materie prime e semilavorati relativa al piano infrastrutturale. Ora, come sempre avviene in occasione di politiche fiscali espansive, se la manifattura domestica non è sufficientemente competitiva, l’aumento della domanda interna porta all’aumento delle importazioni, e quindi all’aumento del debito commerciale estero. Il pericolo per gli Stati Uniti è proprio questo: avendo già un debito commerciale enorme e una manifattura in molti settori meno competitiva, a trarre vantaggio dell’aumento della spesa pubblica statunitense sarebbero i Paesi che negli ultimi anni hanno orientato la loro economia in senso neomercantilista, cioè che hanno basano la loro crescita prevalentemente non sul mercato interno ma sulle esportazioni. Pensiamo solamente al possibile aumento delle importazioni di acciaio, necessario per le infrastrutture, dalla Cina, di gran lunga il maggiore produttore mondiale. È a questo punto che interviene il secondo punto della ricetta economica, il protezionismo, che limiterebbe l’import e quindi l’aumento del debito commerciale, conseguente all’espansione della spesa pubblica statunitense. La vulgata ha dipinto Trump come il crociato del protezionismo e la Clinton come la paladina della libera circolazione. In realtà, a guardare il loro programma, entrambi si erano detti pronti a rivedere la politica commerciale Usa in senso protezionista. Anzi, la Clinton ha operato una conversione di centottanta gradi passando da fautrice del Tpp (il trattato di libero commercio dell’area del Pacifico) a fiera oppositrice. Il programma della Clinton era ispirato al rilancio della manifattura, in base al principio “buy american”, e alla prevenzione degli abusi del libero mercato da parte della Cina. Tuttavia, dati i precedenti iperliberisti di Hillary Clinton e soprattutto del marito Bill, anche su questo Trump appariva più credibile e, nell’insieme, più coerente.<br />
L’obiettivo dichiarato delle politiche protezionistiche, nella retorica elettorale di Trump e Clinton, è la Cina, che nel 2015 ha realizzato un surplus commerciale di 367 miliardi di dollari con gli Usa, pari a quasi metà dei 745 miliardi di dollari del debito commerciale complessivo. Ancora più importante è che la Cina si appresta a superare economicamente gli Usa e che possa rappresentare l’unico Stato che in futuro potrebbe mettere in difficoltà il ruolo globale degli Usa. La Cina negli ultimi anni è sempre più presente con scambi commerciali e con investimenti di capitale non solo in Asia, ma anche in Africa e persino in America Latina, il giardino di casa degli Usa. La Cina ha sostituito gli Usa come primo partner commerciale del Brasile e c’è un progetto, per ora fermo, riguardante un canale attraverso il Nicaragua, alternativo a quello di Panama, che è controllato dagli Usa. Se esiste una minaccia al mantenimento dell’egemonia mondiale degli Usa, questa non viene dalla Russia. Malgrado questo paese sia molto esteso e molto ricco di materie prime e abbia una forza militare di un certo rispetto, soprattutto però in riferimento alle armi nucleari, la sua debolezza sul piano economico e demografico non gli permette di andare oltre il livello di potenza regionale. Da questo punto di vista, ha senso l’orientamento di Trump a spostare il focus della strategia degli Usa dalla Russia alla Cina, cercando di trovare un accordo con i russi in modo da rompere o almeno indebolire la loro intesa con i cinesi. Allo stesso modo, avrebbe senso, se stiamo alle dichiarazioni di Trump e alla nomina di Michael Flynn alla sicurezza nazionale (perse il ruolo di capo dell’intelligence militare perché entrò in contrasto con Obama per l’appoggio ai jihadisti di Al Nustra in Siria), la correzione della politica medio-orientale obamiana e clintoniana di uso indiretto del radicalismo islamico e del jihadismo contro i regimi laici. Fra l’altro, gli sponsor diretti dei jihadisti, Arabia Saudita e petromonarchie arabe, molto vicini alla famiglia Clinton, sono stati impegnati negli ultimi anni in una guerra commerciale contro il settore americano dello shale oil, che è uno dei settori industriali dietro l’ascesa di Trump. Gli errori della Clinton come segretario di stato nell’area medio-orientale, ad esempio in Libia, dove gli Usa hanno subito l’iniziativa franco-britannica, sono stati probabilmente una delle cause della sua mancata elezione.<br />
Ma le politiche protezionistiche statunitensi hanno un altro obiettivo, non esplicitamente dichiarato da Trump e Clinton, ma non meno importante per il mantenimento dell’egemonia mondiale statunitense. Si tratta della Ue e in particolare della Germania, che, in rapporto alle dimensioni dell’economia e della popolazione, realizza un surplus commerciale più grande della Cina. Il surplus commerciale della Ue con gli Usa, calato dai 96,4 miliardi di euro del 2006 ai 48,5 miliardi del 2009, è esploso negli ultimi anni, raggiungendo i 122,7 miliardi nel 2015. Quasi la metà del surplus Ue è da riferirsi alla Germania (54 miliardi), per la quale gli Usa sono diventati nel 2015, per la prima volta, il primo partner commerciale, superando la Francia. Senza i saldi positivi con gli Usa, la bilancia complessiva della Ue e quella di molti Paesi dell’area euro sarebbe negativa o ancora più in negativa, visto che con la Cina il saldo degli scambi è pesantemente negativo (nel 2015, 180 miliardi di euro di passivo per tutta la Ue). Inoltre, peggiorerebbero i profitti delle multinazionali europee, visto che gran parte dell’export europeo verso gli Usa è intracompany, cioè diretto a controllate di multinazionali con sede nella Ue. Tra i Paesi europei maggiormente beneficiati dagli scambi con gli Usa, c’è l’Italia, per la quale il Paese nordamericano nel 2015 è stato il terzo mercato di esportazione (8,7% sul totale), ma ha rappresentato il surplus maggiore con 21,8 miliardi su un saldo complessivo di 41,8 miliardi. Non meraviglia, quindi, che le borse europee, a partire da quella di Milano e a differenza di quella di New York, siano crollate dopo l’elezione di Trump, né che i mezzi di comunicazione di massa europei si siano particolarmente accaniti contro Trump, a partire da The Economist, che è tradizionale espressione del capitale multinazionale e transnazionale europeo, e che vede tra i suoi maggiori azionisti proprio quella famiglia Agnelli che è attiva nel settore dell’auto e specificatamente in Messico con la sussidiaria statunitense Chrysler, cioè in uno settori e in uno dei Paesi obiettivo della retorica protezionistica di Trump.</p>
<p>Trump come espressione delle tre crisi del capitale, della globalizzazione e dell’egemonia statunitense<br />
Gli Usa parlano a nuora (la Cina) affinché anche suocera (la Germania e la Ue) intenda. Infatti, l’ascesa di Trump sarebbe stata impossibile se l’Europa non avesse accentuato la sua politica di austerity e di neomercantilismo proprio durante la crisi peggiore dal dopoguerra. Mentre gli Usa spendevano per cercare di far fronte alla crisi, e, stimolando la domanda interna, facevano da traino all’export delle economie europee, l’Europa a trazione tedesca riduceva la domanda interna, imponendo cure da cavallo e vincoli di bilancio ai Paesi più in difficoltà, nonostante i moniti del Fondo monetario internazionale e di Obama. Quest’ultimo, non a caso, ha scelto la Grecia per iniziare il tour di commiato dagli alleati europei, parlando proprio contro l’austerity. Fra l’altro, da parte degli Europei risulta abbastanza ipocrita lamentarsi del protezionismo di Trump, quando si applica o invoca, in particolare da parte dell’Italia, lo stesso protezionismo contro la Cina, ad esempio proprio sull’acciaio.<br />
L’elezione di Trump non è il prodotto di alcuna tendenza populista, se proprio vogliamo seguire i media nell’usare questo termine che non spiega nulla e che mette insieme partiti e movimenti molto diversi. Ad ogni modo, se con il termine populista intendiamo una tendenza che fuoriesce da un quadro bipartitico o bipolare tradizionale e, quindi, dagli interessi dello strato di vertice del capitale, come in effetti accade in Europa, dove centro-sinistra e centro-destra perdono complessivamente voti, la vittoria di Trump non è populista in quanto esprime le tendenze dell’élite capitalistica Usa e si colloca all’interno dell’alternanza bipartitica. Se le posizioni di Trump appaiono anomale, è soltanto perché la situazione del contesto è anomala, caratterizzata com’è da una crisi di durata e ampiezza straordinaria. Trump è il prodotto di tre crisi strettamente connesse tra loro:<br />
la “crisi secolare”, che poi non è che un nome per definire uno stato, ormai cronicizzato, di sovraccumulazione di capitale del modo di produzione capitalistico, che si accompagna a una tendenza al calo del saggio di profitto;<br />
la crisi della globalizzazione. La globalizzazione è stata la risposta alla prima manifestazione della sovraccumulazione di capitale con la crisi del ’74-75 e quella dei primi anni Novanta, attraverso l’export all’estero di merci e soprattutto di capitale in eccesso verso Paesi con salari più bassi e con un tasso di capitale fisso investito inferiore e, quindi, con saggi di profitto più alti. Questa risposta oggi, però, come è evidente anche dal rallentamento del commercio mondiale, non basta più a compensare o a frenare la caduta del saggio di profitto, a causa dell’intensificazione della sovraccumulazione di capitale e della conseguente sovrapproduzione di merci nei Paesi avanzati e dal presentarsi di questi fenomeni anche nei Paesi emergenti, soprattutto in Cina. La tendenza a scaricare la sovrapproduzione crescente sui mercati esteri ha provocato l’aumento della competizione commerciale e messo in crisi gli assetti della prima fase della globalizzazione<br />
la crisi di egemonia degli Usa. La sovraccumulazione di capitale si presenta in forme tanto più massicce quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Tale fenomeno negli ultimi due decenni ha dato luogo a uno sviluppo ineguale, determinando la perdita di potere relativo da parte degli Usa a favore di economie emergenti sostenute da stati forti. Inoltre, la conflittualità tra aree economiche principali e tra stati si è accentuata proprio con la crisi scoppiata nel 2007-2008 e gli Usa hanno maggiori difficoltà ad assolvere al tradizionale ruolo di traino della crescita mondiale mediante le importazioni, proprio a causa di una crescita interna che rimane troppo bassa.<br />
Trump è, quindi, l’esecutore di un cambiamento di linea ritenuto necessario da gran parte dell’élite nordamericana, sebbene tale cambiamento possa essere declinato con alcune differenze nel modo di attuazione e con l’accentuazione su certi interessi piuttosto che di altri. Tuttavia, e forse proprio per questa ragione, sarebbe sbagliato pensare che Trump e le politiche protezionistiche possano rappresentare la fine della globalizzazione o del libero mercato. La fine della prima globalizzazione, coincisa con lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914, dipese non solo da una crisi economica importante, ma anche da due elementi strutturali: a) all’epoca le imprese e il mercato dei capitali non erano così internazionalizzati e integrati come oggi; b) esistevano imperi territoriali entro cui i capitali potevano rinserrarsi; c) in definitiva l’accumulazione funzionava soprattutto su base nazionale. Oggi, invece, l’accumulazione è globale, le imprese sono multinazionali e transnazionali e esiste un mercato internazionale dei capitali. Per le stesse ragioni, ben difficilmente Trump potrà imporre con successo politiche troppo protezionistiche. Probabilmente potrà imporre una maggiore protezione sullo scambio di merci (compresa la forza lavoro), ma certo avrebbe molte più difficoltà a imporre politiche di controllo sui movimenti dei capitali, ammesso che lo voglia. Anzi, un eccessivo protezionismo sulle merci e una competizione tra stati sull’abbassamento delle imposte alle imprese possono costituire una spinta a investire in impianti che producano all’estero e un freno ai programmi di rilocalizzazione della manifattura. Se già negli anni Sessanta Kennedy e Johnson fallirono nel tentativo di limitare gli squilibri della bilancia delle partite correnti Usa, controllando l’esportazione di capitale delle multinazionali e provando a reinternalizzare i profitti esteri, a maggior ragione un tale tentativo risulta velleitario oggi. Dunque, ben difficilmente ci troviamo, almeno per il momento, davanti alla chiusura della fase storica del capitale globalizzato. Inoltre, una inversione della tendenza del capitalismo all’espansione verso l’esterno e una massiccia reindustrializzazione degli Usa e degli altri Paesi avanzati appaiono quantomeno improbabili, proprio a causa dei livelli di sovraccumulazione raggiunti. Probabilmente siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione, peraltro già apertasi con la Brexit. Tale fase sarà caratterizzata da una maggiore conflittualità tra frazioni del capitale internazionale, soprattutto tra Usa, Germania, Giappone e Cina e da un riequilibrio o da un tentativo di riequilibrio delle relazioni degli Usa con la Cina e con la Ue, con una combinazione di elementi di protezionismo e di internazionalizzazione.<br />
Dunque, è per ragioni strutturali, che rimandano al funzionamento del modo di produzione capitalistico, che è altamente improbabile che gli Usa ritornino a una politica isolazionista o che abbandonino la Nato. Inoltre, abbiamo qualche dubbio che, come alcuni hanno ritenuto, la politica di Trump possa essere meno bellicista di quella della Clinton. La stessa polemica da parte di Trump sulla necessità che gli alleati della Nato aumentino la loro spesa militare non va interpretata come una tendenza isolazionista. Molto più probabilmente rientra nella critica all’austerity europea, ispirata alla necessità che anche la Ue adotti politiche di bilancio espansive (in questo caso di keynesismo militare), che aiutino gli Usa a controllare i propri squilibri commerciali e delle partite correnti, con l’aggiunta di dare impulso all’export del complesso militare-industriale statunitense.<br />
La politica di Trump avrà probabilmente effetti destabilizzanti sull’intero quadro economico e politico mondiale. In primo luogo, accentuerà la competizione economica con la Ue e la Cina. Inoltre, molto dipenderà dall’effetto delle politiche di spesa pubblica, che porteranno all’aumento del debito federale, e conseguentemente all’aumento dei tassi d’interesse sui titoli di stato a livello mondiale. Le previsioni di un tale aumento, oltre alla rivalutazione del dollaro, stanno già creando difficoltà a molti Paesi europei, con l’aumento dello spread, e soprattutto ai Paesi emergenti, in difficoltà a ripagare i debiti pubblici e i debiti delle imprese in dollari o in valute legate al dollaro e da cui i capitali hanno ricominciato a defluire verso l’euforico mercato azionario statunitense. A questo proposito, va ricordato che gli Usa hanno sempre fondato la loro capacità di finanziare il debito pubblico e commerciale mediante l’attrazione di capitali dall’estero, in particolare dai grandi esportatori (petromonarchie, Giappone e Cina). Ma ciò è possibile solo grazie al fatto che il dollaro è moneta di riserva e di scambio internazionale. Visto che il dollaro è moneta internazionale soprattutto perché è utilizzata per gli scambi di petrolio, che gran parte dei rifornimenti cinesi e giapponesi di petrolio vengono dal Golfo Persico e che quelli del settore petrolifero sono tra i maggiori interessi dietro Trump, ne deriva la necessità di rimettere al centro della politica statunitense il controllo sull’area medio-orientale, oltre che di mantenere il controllo strategico sulle vie commerciali e sull’area che va dal Golfo Persico al Giappone. Dunque, anche per queste ragioni il ritorno a una politica isolazionista è da escludere. Anzi, viene da pensare che la politica di apparente “ammorbidimento” con la Russia, oltre a essere un tentativo di isolare la Cina, nasconda l’obiettivo di preparare il terreno diplomatico per riportare i boots on the ground, cioè per l’intervento di truppe di terra nell’area medio-orientale, dopo la fase obamiana basata sull’uso combinato di forze locali (jihadisti compresi), droni e bombardamenti aerei.</p>
<p>La vittoria di Trump ci parla della necessità di superare l’euro e del socialismo<br />
La vittoria di Trump parla direttamente a noi, cioè all’Europa e alla Germania. E, in secondo luogo, ci dice molto anche sulle tendenze del capitalismo e sulle conseguenze di tali tendenze. Dice in sostanza che la crisi del capitalismo e la conseguente contrazione della base produttiva e nei Paesi centrali porta all’espansione all’estero, che presto o tardi conduce a un contrasto sempre più forte tra capitali e tra stati. Ma dice anche che questa tendenza è stata pesantemente accentuata dalla integrazione europea, specialmente quella monetaria, in particolare dalle misure di austerity. Mentre Trump e Clinton, durante la campagna elettorale, parlavano in termini di migliaia di miliardi da spendere in lavori pubblici, il tanto sbandierato piano di investimenti del presidente della Commissione europea, Claude Junker, si è rivelato chiaramente una bufala colossale e la moderatissima richiesta del governo italiano di un piccolo sforamento sui vincoli di bilancio per il terremoto e per l’immigrazione ha dato luogo a una battaglia campale con la Commissione. Chi critica, giustamente, il nuovo volto reazionario degli Stati Uniti trumpiani farebbe bene a domandarsi quanto Trump sia figlio, oltre che della crisi e dell’imperialismo Usa, anche del modo in cui l’Unione economica e monetaria, non solo la Germania, si è mossa negli ultimi anni contribuendo a creare pericolosi squilibri mondiali. Ma in Europa non è possibile neanche pensare a un programma di investimenti pubblici che permettano di riassorbire la disoccupazione e imprimere una crescita all’economia senza aver prima superato i vincoli europei che stanno alla base dell’integrazione valutaria europea e quindi la stessa integrazione valutaria. Infatti, non va dimenticato che l’euro è stato lo strumento che, attraverso la riduzione della domanda e del mercato interni, ha incentivato la spinta verso l’export. L’euro, in questo modo, ha accentuato la tendenza neomercantilista già presente in Germania e ne ha permesso l’estensione al resto dell’Europa, a partire dall’Italia. La ricerca europea di ampi surplus commerciali ha contribuito a produrre importanti squilibri economici a livello mondiale, tra i quali c’è senz’altro il rigonfiamento del debito commerciale statunitense.<br />
Il modo di produzione capitalistico ormai da tempo non è più fattore di sviluppo delle forze produttive. Anzi, sta distruggendo capacità produttiva e risorse umane e ambientali, determinando una inversione radicale nella condizione delle classi subalterne dei Paesi avanzati, rispetto al lungo periodo di sviluppo delle forze produttive e di miglioramento delle condizioni del lavoro salariato, che, pur con alcune interruzioni, è andato dagli anni Ottanta dell’Ottocento alla fine del Novecento. La globalizzazione, iniziata negli anni Novanta, e la crisi scoppiata nel 2007-2008 hanno colpito pesantemente il centro del modo di produzione capitalistico e la sua classe lavoratrice, riproducendo la disoccupazione di massa e portando la povertà persino fra chi lavora. Ma la polarizzazione sociale e il diffuso disamoramento verso la politica e i partiti tradizionali, che ne derivano, sono stati ricondotti in alvei tutto sommato innocui o addirittura controproducenti. La classe lavoratrice rimane nella condizione di spettatrice passiva o di massa di manovra strumentalizzata dai diversi settori in competizione delle élites capitalistiche, come accaduto nelle ultime elezioni presidenziali negli Usa. In Europa, dove pure il tradizionale bipolarismo viene messo in crisi, la classe lavoratrice viene distolta verso obiettivi che non hanno nulla a che fare con i motivi strutturali della crisi, come l’immigrazione, o che spesso sono solo un sottoprodotto del dominio di classe e hanno un impatto del tutto secondario sulle sue condizioni, come la corruzione o i costi della politica. Eppure, segnali positivi ce ne sono stati: Syriza in Grecia, Corbin nel Regno Unito, Podemos in Spagna, Sanders negli Usa. Il punto è che da nessuna parte, dopo i primi risultati positivi, si è riusciti a rompere con il quadro di riferimento ereditato dal periodo precedente, promuovendo una vera autonomia politica di classe. La sinistra non riesce ad avere piena consapevolezza che la fase storica del capitale è cambiata, rendendo obsolete le tattiche e le posizioni del passato, oppure non riesce a tradurre tale consapevolezza in una linea politica conseguente e coerente. Negli Usa, dove il quadro di riferimento è l’alternanza bipartitica, Sanders è stato ricondotto al sostegno di Hillary Clinton e in Europa, dove il quadro di riferimento è l’integrazione monetaria, la sinistra non è riuscita a smarcarsi dal condizionamento dell’europeismo, inteso come valore in sé positivo.<br />
La ricostruzione di una autonomia politica non può passare unicamente per la crisi del centro-sinistra e del centro-destra tradizionali. Passa, in primo luogo, attraverso la capacità di rompere politicamente con qualsiasi illusione di alleanza con i settori della “sinistra” capitalistica che si sono fatti promotori della globalizzazione, i democratici negli Usa e il partito socialista europeo, e con i vincoli che finiscono per neutralizzare le spinte che, nonostante tutte le difficoltà, si producono all’interno delle società avanzate. Ma passa anche per la consapevolezza che, data la fine dei margini delle politiche di redistribuzione, è necessario mettere in discussione i rapporti di produzione esistenti, che stanno alla radice della sovraccumulazione, della distruzione delle forze produttive e della tendenza espansionista delle varie frazioni del capitale. In definitiva, passa per la capacità di ricostruire le coordinate di una prospettiva complessiva di trasformazione della realtà. Né il programma di Trump né quello di Clinton possono risolvere, in ambito capitalistico, la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione che porta alla contrazione delle basi della produzione della ricchezza sociale nei Paesi avanzati. Al massimo possono tamponarla momentaneamente. L’unica soluzione possibile alla crisi del capitale, in ambito capitalistico, sarebbe una distruzione di capitale di dimensioni fino ad ora inimmaginate. In alternativa, c’è un’unica soluzione. Questa passa per il superamento dei rapporti di produzione privati, basati sull’appropriazione da parte di pochi del massimo profitto possibile. Quindi, la prospettiva su cui la sinistra deve muoversi non può che essere il socialismo, ossia la riconduzione dei mezzi di produzione sotto il controllo dei lavoratori associati secondo un piano razionale, che superi l’anarchia e la concorrenza del libero mercato. Sono proprio la fine delle illusioni legate alla globalizzazione e il ritorno dell’intervento dello Stato nel Paese guida del capitalismo, seppure in forme funzionali all’accumulazione di capitale, a portare una ulteriore prova della necessità e quindi dell’attualità storica del socialismo.</p>
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		<title>Relazione di Domenico Moro convegno &#8220;Uscire da sinistra dal neoliberismo. Qual è il centro della proposta?&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2016 11:53:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roma, 14 maggio 2016 &#8211; L’analisi di quanto accaduto a partire dall’introduzione dell’euro e soprattutto dallo scoppio della crisi nel 2007-2008 dimostra la necessità di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2016/06/europarlamento_eu_flags.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-535" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2016/06/europarlamento_eu_flags-150x150.jpg" alt="europarlamento_eu_flags" width="150" height="150" /></a>Roma, 14 maggio 2016 &#8211;</p>
<p>L’analisi di quanto accaduto a partire dall’introduzione dell’euro e soprattutto dallo scoppio della crisi nel 2007-2008 dimostra la necessità di mettere a tema la disgregazione dell’area euro. Su questo bisogna fare due precisazioni. La prima è che l’obiettivo primario deve essere la Uem (Unione economica e monetaria) e non la Ue nel suo complesso. Nonostante la Ue sia una istituzione tutt’altro che neutrale dal punto di vista di classe e funzionale alle istanze del capitale, è l’euro lo strumento attraverso cui passa la ristrutturazione capitalistica a livello continentale. Senza di esso il capitale perderebbe gran parte della sua capacità di imporre politiche antipopolari e alla Ue mancherebbe il braccio operativo. La seconda è che il nostro primo compito consiste nel chiarire la necessità della disgregazione dell’area euro. Il come questo debba avvenire è importante, ma è successivo. La disgregazione dall’euro può avvenire in modi diversi: per mutua decisione di tutti i Paesi partecipanti, oppure per decisione unilaterale di uno o di più Paesi. La mia opinione è che l’uscita dall’euro anche unilaterale di uno o più Paesi non debba più essere considerata un tabù, bensì come una opzione praticabile e soprattutto necessaria.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2NHJmb05YNGZJSV9yMGF5bERwNWVQUW5qZGJn" target="_blank">Leggi la relazione</a></p>
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		<title>Dal 4 all&#8217;8 dicembre 2015 corso di formazione politica per quadri del Prc pugliese</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2015 11:44:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dal pomeriggio di venerdì 4 alla mattina di martedì 8 dicembre a San Giovanni Rotondo (Foggia) I temi trattati saranno i seguenti: Le trasformazioni del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/IMG_5277.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-429" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/IMG_5277-150x150.jpg" alt="IMG_5277" width="150" height="150" /></a>Dal pomeriggio di venerdì 4 alla mattina di martedì 8 dicembre a San Giovanni Rotondo (Foggia)</p>
<p>I temi trattati saranno i seguenti:</p>
<ul>
<li>Le trasformazioni del mercato del lavoro, del giuslavorismo e della contrattazione collettiva dallo</li>
<li>Statuto dei lavoratori al “Jobs act” (venerdì 4 pomeriggio) – Dino Greco</li>
<li>Per una teoria del partito politico (sabato 5 mattina) – Dino Greco</li>
<li>Karl Marx teorico della libertà (sabato 5 pomeriggio) – Dino Greco</li>
<li>Come (e perché) l’ideologia monetarista e l’austerity stanno distruggendo l’Europa (Domenica 6 mattina) – Domenico Moro</li>
<li>Lo stalinismo (domenica 6, pomeriggio e lunedì 7 mattina) – Dino Greco</li>
<li>Attualità della Rifondazione comunista (Lunedì 7 pomeriggio) – Giovanni Russo Spena</li>
<li>Il tema della proprietà nella Costituzione repubblicana (martedì 8 mattina) – Paolo Ciofi</li>
</ul>

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<a href='http://www.rifondazione.it/formazione/?attachment_id=408'><img width="150" height="150" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/IMG_5234-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="IMG_5234" /></a>
<a href='http://www.rifondazione.it/formazione/?attachment_id=409'><img width="150" height="150" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/IMG_5235-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="IMG_5235" /></a>
<a href='http://www.rifondazione.it/formazione/?attachment_id=410'><img width="150" height="150" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/IMG_5238-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="IMG_5238" /></a>
<a href='http://www.rifondazione.it/formazione/?attachment_id=411'><img width="150" height="150" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/IMG_5244-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="IMG_5244" /></a>
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<a href='http://www.rifondazione.it/formazione/?attachment_id=423'><img width="150" height="150" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/IMG_5267-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="IMG_5267" /></a>
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		<title>Non chiudersi, ma nemmeno rinunciare d una autonoma fisionomia</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2015 10:47:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervento di Fabio Nobile e Domenico Moro &#8211; Le vicende greche, la crisi che si estende alla Cina, gli imponenti flussi migratori e il rafforzamento [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/hasta_falce.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-311" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/10/hasta_falce-150x150.jpg" alt="hasta_falce" width="150" height="150" /></a>Intervento di Fabio Nobile e Domenico Moro &#8211;</p>
<p>Le vicende greche, la crisi che si estende alla Cina, gli imponenti flussi migratori e il rafforzamento della tendenza alla guerra caratterizzano il quadro generale degli ultimi mesi. In Italia e in Europa siamo davanti ad uno stravolgimento del piano economico, sociale, istituzionale e politico. Di fronte alla complessità degli eventi appare utile assumere un posizionamento chiaro per aggregare forze e consensi. Per farlo occorre provare a comprendere fino in fondo la realtà, capire le nuove dinamiche sociali e economiche, proporre una prospettiva a medio termine e un modello di società alternativa a lungo termine</p>
<p>A monte dello stravolgimento della realtà, c’è la crisi di lunga durata del capitalismo. Alcuni economisti, tra cui l’ex Segretario al Tesoro statunitense Larry Summers, parlano di “crisi secolare”. Altri economisti paragonano la crisi attuale alla grande crisi ventennale che si sviluppò tra 1873 e 1895, dando luogo alla fase imperialista del capitalismo e alla competizione tra potenze che sfociò nella Prima guerra mondiale. La crisi attuale è iniziata con lo scoppio dei mutui subprime nel 2007 ed è proseguita come crisi del debito sovrano, ma non è specificatamente una crisi finanziaria. Quella finanziaria è solo la forma esteriore che assume. Il contenuto della crisi è la sovraccumulazione di capitale che ha raggiunto livelli assoluti e determina crescenti difficoltà nel mantenimento di adeguati saggi di profitto. Come in ogni grande crisi, anche in questa occasione il capitale sta generando una riorganizzazione profonda dei processi di produzione e di circolazione. Quelle che osserviamo ogni giorno ne sono le conseguenze più o meno dirette.</p>
<p>Le politiche di stampo neoliberista rappresentano un aspetto sicuramente cruciale della riorganizzazione generale del capitale, al quale, però, va aggiunta l’internazionalizzazione crescente dei processi produttivi, che segnano il passaggio dalla fase del capitalismo monopolistico di stato alla fase del capitalismo globalizzato. L’integrazione economica europea è stata lo strumento di implementazione delle politiche neoliberiste. Tuttavia, la semplice unione economica si è rivelata insufficiente all’affermazione delle politiche neoliberiste, almeno in rapporto alle necessità del capitale. Era necessario che l’Unione europea diventasse unione monetaria. Ora è l’euro la leva che permette al capitale di implementare la riorganizzazione di cui ha bisogno. L’autonomia della Bce, la sottrazione del controllo della valuta e del bilancio pubblico agli stati impongono ai singoli popoli politiche restrittive che altrimenti sarebbe stato impossibile attuare, bypassando i parlamenti nazionali. Il ricatto del debito è lo strumento per imporre le cosiddette riforme di struttura, mentre l’esistenza di una valuta unica impone la deflazione salariale al posto della svalutazione come leva competitiva. Il modello economico che si afferma è quello neomercantilista basato sulle esportazioni, foriero di ulteriori squilibri e tensioni internazionali. L’obiettivo non è la crescita economica, che infatti latita, ma il rialzo dei profitti. Ciò avviene soprattutto mediante l’attacco ai salariati ma anche attraverso un attacco ai settori intermedi della società, compresi i settori più deboli del capitale stesso, che alimentano le proteste della Lega e del Movimento Cinque Stelle. L’euro e le politiche di austerity non sono un errore, sono uno strumento specificatamente nato e progettato allo scopo di riorganizzare l’accumulazione capitalistica, rivoltando come un guanto la società europea.</p>
<p>Una parte della crisi della sinistra deriva dalla non sufficiente comprensione prima del processo di unificazione europea e successivamente della natura dell’euro e della sua centralità nell’attacco neoliberista. Si è concentrata la critica solo sul neoliberismo, cioè in definitiva sul piano ideologico-programmatico, mentre non si è affrontata con la dovuta chiarezza la critica allo strumento politico-economico, l’integrazione valutaria. Si è continuato a vedere i processi di integrazione europea in atto come un fatto in sé progressivo, limitandosi a criticare il modo, giudicato errato, in cui venivano condotti. Anche oggi, il timore di essere confusi con la destra nazionalista e con i partiti populisti inibisce molti dall’evidenziare il nesso tra “sovrannazionalismo”, riorganizzazione del capitale e smantellamento della posizioni della classe lavoratrice. In questa luce riteniamo vada data una lettura articolata della vicenda greca senza anatemi o tifoserie fuori luogo e soprattutto con spirito di umiltà di fronte a chi comunque ci ha provato e ci sta provando sul serio nel suo Paese. Syriza e lo stesso Tsipras hanno pensato, infatti, per mesi che fosse sufficiente trattare da governo a governo con la Germania per risolvere la questione dell’austerità, senza porsi la questione del contesto economico-valutario. Ma si è visto che il problema principale non era tanto ripagare il debito, bensì il rispetto delle regole europee e soprattutto l’attuazione di quelle “riforme di struttura”, in cui consiste la riorganizzazione europea dell’accumulazione di capitale. Senza riforme nessun accordo sarebbe stato possibile. Di fatto, Tsipras è stato costretto ad accettare, dopo lunghe trattative, condizioni persino peggiorative rispetto a quelle che gli erano state proposte inizialmente, che contrastano con il programma con cui era stato eletto a gennaio e soprattutto dopo che erano tali condizioni erano state rifiutate con il referendum dalla maggioranza dei greci. Una questione, quella del referendum, che rimanda forse all’aspetto più problematico dal punto di vista politico. Aldilà del ragionamento sui motivi che abbiano indotto Syriza ad indire il referendum, è chiaro che, se si porta il livello dello scontro così in alto, poi o si arriva fino in fondo o l’effetto boomerang rischia di essere pesantissimo. Forse una gestione più oculata della prima parte della trattativa avrebbe probabilmente suscitato meno aspettative ma avrebbe avuto almeno il merito di conservare le forze e guadagnare il tempo necessario per attrezzarsi in vista di uno scontro più a lungo termine.</p>
<p>Ad ogni modo, dopo le elezioni del 20 settembre Tsipras dispone di un “secondo tempo”, sebbene la vittoria elettorale più recente sia diversa da quella di gennaio. Non vanno oscurati a noi stessi i dati dell’astensionismo probabilmente figlio in gran parte della grave battuta d’arresto subita dal governo greco con l’accordo europeo che sembra avere il senso di aver solo procrastinato la resa dei conti. Ma il secondo tempo ci sarà e si vedrà. In questo quadro pare utile ribadire che le vicende greche sono importanti ma non vanno assolutizzate.</p>
<p>La Grecia è un paese particolarmente ricattabile non solo perché è molto piccolo ma anche perché ha una struttura industriale e manifatturiera debolissima con una bilancia commerciale perennemente in forte deficit e questo sicuramente ha condizionato in qualche misura le scelte del governo greco. Ma anche se la Grecia fosse un paese economicamente e politicamente più importante avrebbe poco senso prenderlo come esempio positivo o negativo per quello che oggi dobbiamo fare in Italia. Ogni paese ha una sua specificità e cioè vale anche per l’Italia e la Grecia, che sono paesi, per tanti aspetti, molto diversi. Possiamo continuare a spendere litri di inchiostro sulla Grecia, ma quello che risulta più importante ora è cosa si ricava dall’esperienza greca per l’azione in Italia e nel resto dell’Europa. Ancor meno senso ha dividerci su Tsipras e sulla Grecia: ciò su cui dobbiamo discutere sono i contenuti attorno a cui definire una posizionamento politico generale. Per cominciare, non possiamo eludere la questione principale: dobbiamo definire una linea condivisa tra i comunisti e all’interno della sinistra sull’euro. Noi riteniamo che i punti su cui ci sia bisogno di trovare un accordo siano tre:</p>
<p>a) La funzionalità dell’integrazione valutaria europea agli scopi di riorganizzazione complessiva della società da parte del capitale;<br />
b) L’irriformabilità dell’euro proprio a causa della sua architettura che costituisce una gabbia ferrea per i lavoratori europei;<br />
c) La necessità, quindi, di superare l’euro.</p>
<p>Che vuol dire superare l’euro? Vuol dire che il primo elemento da cui partire per definire un orientamento politico che sia veramente attuale è mettere in discussione l’architettura che lo sorregge e riconoscere nella moneta unica uno dei vettori principali dell’attacco alla classe salariata europea sul piano economico e politico. Se non c’è chiarezza su questo aspetto risulta poco realistico articolare una politica antiausterity, dato il legame tra euro e austerity. Il tema di oggi non è disquisire tecnicamente se il superamento avvenga in un modo o in un altro, attraverso una uscita unilaterale o concordata di un singolo paese o di più paesi o attraverso uno scioglimento consensuale dell’intera area. Sicuramente, però, se il superamento dell’euro è una condizione necessaria alla definizione di una strategia ciò non vuol dire che sia una condizione sufficiente. Se l’euro è lo strumento principe, chi lo usa come un grimaldello è il capitale. Quindi, il superamento dell’euro va collegato ad una critica generale al capitale e alla ridefinizione di un concetto di ripresa dell’intervento pubblico diretto nell’economia, che, a sua volta implica una rinnovata riflessione sulle forme dello stato, sul rapporto tra masse e potere ed in definitiva una critica di classe sulla questione dello Stato. Del resto, ancora la Grecia di Tsipras ci dimostra che vincere le elezioni e conquistare il governo non equivale a conquistare il potere effettivo.</p>
<p>Il potere effettivo riguarda, infatti, il comando diretto sui gangli vitali della società. Dalla burocrazia all’esercito, dalla banca centrale ai settori principali dell’economia se restano in mano alle classi dominanti difficile è incidere strategicamente. Senza rompere almeno parte della macchina statale precedente e far crescere anche in nuce una nuova entità statale difficilmente si può reggere un qualsiasi livello di scontro in grado di portare ad una vittoria duratura. Questo è l’unico sbocco che i dominati hanno per vincere.</p>
<p>È proprio partendo da questo assunto che abbiamo bisogno di fare un ulteriore passo avanti nella nostra riflessione per definire un orientamento e un posizionamento attuali. I processi di ristrutturazione della società europea, che determinano l’impoverimento di massa e l’emarginazione politica di milioni di lavoratori, stanno producendo profonde trasformazioni anche nelle forme della rappresentanza politica e partitica. Purtroppo, ciò sta avvenendo non nel senso che molti avevano sperato. Anche se la situazione varia molto da paese a paese e in Italia appare particolarmente negativa, la polarizzazione sociale non sta favorendo in misura significativa i partiti comunisti in nessun paese. A beneficiare della crisi della socialdemocrazia europea e del partito popolare europeo sono soprattutto i partiti populisti e, fatto recente da osservare con attenzione, la rinascita di una socialdemocrazia che ritorna a una dimensione classica, come nel caso inaspettato della vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del Labour britannico. Bisognerebbe chiedersi perché questo accada. È vero che, almeno in Italia, nell’emarginazione dei comunisti ha giocato un certo ruolo la questione della casta e un ruolo ancora più importante il governismo, segnatamente la partecipazione disastrosa ai governi Prodi. C’è, però, un’altra questione ancora più importante. Si tratta del discredito del comunismo come alternativa allo stato di cose presenti, che è ormai diventato senso comune. I comunisti non sono stati capaci di reagire in modo creativo a questa aggressione, cioè attraverso la definizione di un nuovo proprio paradigma che contenga gli elementi del socialismo adeguato all’oggi. Ci si è limitati a ripetere sempre più stancamente il vecchio paradigma, anche se declinato in maniere a volte anche molto diverse tra di loro. Non porsi il problema della definizione di un nuovo paradigma, a fronte di una realtà che si è modificata profondamente, vuol dire scomparire definitivamente e non c’è tatticismo o politicismo che tenga per evitarlo.</p>
<p>Tale debolezza strategica dei comunisti non può essere sottaciuta. Ed il percorso di ridefinizione di tale paradigma non potrà essere lineare, a meno che non si pensi che per farlo i comunisti debbano rinchiudersi in una setta. Per questa ragione, non possono essere sottovalutati i segnali di ritorno di una parte della socialdemocrazia ad una dimensione “classica”. Da questo punto di vista il documento firmato da Varoufakis, Lafontaine, Fassina, Melanchon va valutato con molta attenzione. In quel documento possiamo riscontrare una riflessione che affronta alcuni nodi in maniera, almeno in parte, condivisibile. Si tratta di nodi cruciali, visto che riguardano l’euro, la sua funzione strategica e l’atteggiamento da tenere nei suoi confronti. Su questi temi da parte dei firmatari del documento ci sono passi in avanti importanti. Noi non pensiamo che sia necessario condividere l’intera impostazione teorica di coloro che hanno promosso quel documento, bensì riteniamo che sia possibile condividerne alcuni obiettivi politici su alcune questioni importanti. Di fronte alla possibile apertura di importanti spazi politici, sarebbe miope rinchiudersi in sé stessi rifiutando qualunque relazione, così come sarebbe altrettanto errato rinunciare ad avere una definita e autonoma fisionomia programmatica in nome dell’unità.</p>
<p>Del resto, in Italia possiamo fare a meno di aprire una relazione con quanto si muove a sinistra, in particolare con la sinistra che oggi ha deciso di rompere con il PD? Pensiamo davvero che, nelle difficili condizioni soggettive ed oggettive in cui ci troviamo, sia possibile ai comunisti portare avanti un progetto completamente autonomo che sia credibile?<br />
La questione in discussione, per quanto ci riguarda, non è quella di costruire un’aggregazione partitica unitaria a sinistra, bensì quella di definire un nuovo campo di azione, anche sul terreno della rappresentanza, in modo da ricostruire un riferimento credibile nel nostro Paese per le classi subalterne. Caratterizzare la nostra presenza in tale percorso ed in generale nella battaglia politica dei prossimi anni è dunque decisivo. La definizione di un nostro profilo politico, il profilo di Rifondazione Comunista, è fondamentale se intendiamo influenzare il resto della sinistra ed evitare ogni possibile subalternità. A questo proposito bisogna essere consapevoli che i passaggi tattici non possono e non devono ipotecare in una direzione o in un’altra il futuro e che invece ad essere decisiva sarà la capacità di svolgere un lavoro lungo e paziente di reinsediamento nel tessuto di classe.</p>
<p>A questo proposito, è necessario far avanzare la battaglia in Italia e in Europa sia sul terreno tattico che strategico. La rottura di ogni collaborazione con i partiti di centro-sinistra che sono l’asse portante della UE, come il Pd, il Psf e la Spd, è imprescindibile se si vuole riacquisire credibilità, così come lo è la capacità di dire parole finalmente chiare sulla funzione dell’euro e della UE. Su questi due aspetti, che hanno un profondo nesso tra loro, si può provare a ripartire, articolando un programma in grado di aggredire le fondamentali questioni materiali che colpiscono la maggioranza dei lavoratori e dei settori popolari. Tenendo fermi questi due punti è possibile cercare di stabilire un rapporto di collaborazione con i settori fuoriusciti dall’alveo neoliberista della socialdemocrazia europea.</p>
<p>È su questi temi che va portata la discussione a sinistra, senza settarismi e senza subalternità nei confronti di nessuno. Ovviamente tutto ciò ha poco senso se, come abbiamo già accennato, i comunisti non si misurano di nuovo con la comprensione di una realtà profondamente cambiata e non si impegnano a ricostruire, a livello di massa, una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria della società.</p>
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		<title>La fine del “bancocentrismo”</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 12:26:35 +0000</pubDate>
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<p>I meccanismi di funzionamento dell’economia italiana si stanno modificando profondamente e in modo coerente con quanto accade a livello europeo. Uno degli aspetti di questa trasformazione è la fine del cosiddetto “bancocentrismo”, cioè il passaggio di una parte del processo di intermediazione finanziaria dalle banche al mercato finanziario e alla borsa. Si tratta di una questione che è stata ripresa dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, e, precedentemente, in un discorso alla Borsa di Milano dal Presidente del consiglio, Matteo Renzi, che ha affermato: &#8220;il capitalismo di relazione è morto: è un sistema che in Italia ha prodotto effetti negativi ed è arrivata ora di mettervi la parola fine&#8221;.</p>
<p><a href="https://docs.google.com/document/d/164rIvVH9WSFcDbHroV53q2f_IXpmGQsjDIiGw2ibRtA/edit?usp=sharing" target="_blank">Leggi il documento originale</a></p>
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		<title>Crisi del capitalismo e rifondazione del comunismo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2015 10:55:59 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 4  ottobre 2014. Interventi di Paolo Ferrero, Roberta Fantozzi, Giovanni Mazzetti, JI Rodriguez Diaz, Domenico Moro, Giovanni Russo Spena, Dino Greco, Guido Liguori, Imma Barbarossa, Cristina Corradi.</p>
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