<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title> &#187; capitalismo</title>
	<atom:link href="http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;tag=capitalismo" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.rifondazione.it/formazione</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 25 Jan 2026 19:41:09 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.1.38</generator>
	<item>
		<title>Il ritorno del fascismo nel capitalismo contemporaneo</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=77</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=77#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 13:05:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=77</guid>
		<description><![CDATA[di Samir Amin &#8211; Non è per caso che il titolo stesso di questo contributo collega il ritorno del fascismo sulla scena politica con la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Samir Amin &#8211;<br />
Non è per caso che il titolo stesso di questo contributo collega il ritorno del fascismo sulla scena politica con la crisi del capitalismo contemporaneo. Il fascismo non è sinonimo di un regime di polizia autoritario che rifiuta le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una particolare risposta politica alle sfide che la gestione della società capitalistica può trovarsi di fronte in circostanze specifiche.<br />
Unità e diversità del fascismo<br />
Movimenti politici che si possono giustamente chiamare fascisti erano in prima linea e hanno esercitato il potere in un certo numero di paesi europei, in particolare durante gli anni ’30 fino al 1945. Questi includevano l’Italia di Benito Mussolini, la Germania di Adolf Hitler, la Spagna di Francisco Franco, il Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Francia di Philippe Pétain, l’Ungheria di Miklós Horthy, la Romania di Ion Antonescu, e la Croazia di Ante Pavelic. La diversità delle società che sono state vittime del fascismo &#8211; sia le maggiori società capitaliste sviluppate sia le minori società capitaliste dominate, alcune annesse con una guerra vittoriosa, altre trasformatesi in tali come prodotto di una sconfitta- dovrebbe impedirci di considerarle alla stessa stregua tutte insieme. Io quindi specificherò i diversi effetti che questa diversità di strutture e congiunture produsse in queste società.<br />
Eppure, al di là di questa diversità, tutti questi regimi fascisti avevano due caratteristiche in comune:<br />
(1) Nel caso di specie, erano tutti disposti a gestire il governo e la società in modo tale da non porre i principi fondamentali del capitalismo in discussione, in particolare la proprietà privata capitalistica, compresa quella del moderno capitalismo monopolistico. È per questo che io chiamo queste diverse forme di fascismo particolari modi di gestire il capitalismo e non forme politiche che mettono in discussione la legittimità di quest’ultimo, anche se “capitalismo” o “plutocrazie” sono stati oggetto di lunghe diatribe nella retorica dei discorsi fascisti. La bugia che nasconde la vera natura di questi discorsi appare non appena si esamina l’ “alternativa” proposta da queste varie forme di fascismo, che sono sempre in silenzio in merito al punto principale – la proprietà privata capitalista. Resta il fatto che la scelta fascista non è l’unica risposta alle sfide che deve affrontare la gestione politica di una società capitalista. E’ solo in certe congiunture di crisi violenta e profonda che la soluzione fascista sembra essere quella migliore per il capitale dominante, o talvolta anche l’unica possibile. L’analisi deve, quindi, concentrarsi su queste crisi.<br />
(2) La scelta fascista per la gestione di una società capitalista in crisi si basa sempre – anche per definizione – sul rifiuto categorico della “democrazia”. Il fascismo sostituisce sempre i principi generali su cui le teorie e le pratiche delle democrazie moderne sono basate – il riconoscimento di una diversità di opinioni, il ricorso a procedure elettorali per determinare la maggioranza, la garanzia dei diritti della minoranza, ecc. – con i valori opposti della sottomissione alle esigenze della disciplina collettiva e all’autorità del leader supremo e dei suoi agenti. Questa inversione di valori è quindi sempre accompagnata da un ritorno di idee rivolte al passato, che sono in grado di fornire una legittimazione apparente alle procedure di sottomissione che vengono implementate. L’annuncio della presunta necessità di tornare al (“medievale”) passato, di sottomettersi alla religione di stato o a qualche presunta caratteristica della “razza” o della “nazione” (etnica) costituiscono la panoplia dei discorsi ideologici messa in atto dalle potenze fasciste.<br />
Le diverse forme di fascismo trovate nella moderna storia europea condividono queste due caratteristiche e rientrano in una delle seguenti quattro categorie:</p>
<p>(1) Il fascismo delle principali potenze capitaliste “sviluppate” che aspiravano a diventare potenze egemoniche dominanti nel mondo, o almeno nel sistema capitalista regionale.<br />
Il nazismo è il modello di questo tipo di fascismo. La Germania divenne una delle principali potenze industriali a partire dagli anni 1870 e una concorrente dei poteri egemoni dell’epoca (Gran Bretagna e, secondariamente, Francia) e del paese che aspirava a diventare egemone (gli Stati Uniti). Dopo la sconfitta del 1918, ha dovuto affrontare le conseguenze della sua incapacità di realizzare le sue aspirazioni egemoniche. Hitler formulò chiaramente il suo piano: stabilire in Europa, compresa la Russia e forse al di là, la dominazione egemonica della “Germania”, vale a dire dalle capitalismo dei monopoli che avevano sostenuto l’ascesa del nazismo. Egli era disposto ad accettare un compromesso con i suoi principali avversari: l’Europa e la Russia sarebbero state date a lui, la Cina al Giappone, il resto dell’Asia e dell’Africa alla Gran Bretagna, e le Americhe agli Stati Uniti. Il suo errore fu nel pensare che un tale compromesso fosse possibile: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non l’accettarono, mentre il Giappone, al contrario, lo sostenne.<br />
Il fascismo giapponese appartiene alla stessa categoria. Dal 1895, il moderno Giappone capitalista aspirava a imporre il suo dominio su tutta l’Asia orientale. Qui lo scivolamento è stato fatto “dolcemente” dalla forma “imperiale” di gestire un nascente capitalismo nazionale – basato su istituzioni apparentemente ”liberali” (una dieta eletta), ma in realtà completamente controllate dall’Imperatore e dall’aristocrazia trasformata dalla modernizzazione – a una forma brutale, gestita direttamente dall’Alto Comando militare. La Germania nazista fece un’alleanza con l’imperiale / fascista Giappone, mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (dopo Pearl Harbor, nel 1941) si scontrarono con Tokyo, come fece la resistenza in Cina &#8211; le carenze del Kuomintang essendo compensate dal sostegno dei comunisti maoisti.<br />
(2) Il Il fascismo delle potenze capitaliste di secondo rango.<br />
L’Italia di Mussolini (l’inventore del fascismo, compreso il suo nome) è il primo esempio. Il mussolinismo è stata la risposta della destra italiana (la vecchia aristocrazia, la nuova borghesia, le classi medie) alla crisi degli anni ’20 e alla minaccia comunista in crescita. Ma né il capitalismo italiano, né il suo strumento politico, il fascismo di Mussolini, avevano l’ambizione di dominare l’Europa, per non parlare del mondo. Nonostante tutte le vanterie del Duce sulla ricostruzione dell’Impero Romano (!), Mussolini capì che la stabilità del suo sistema poggiava sulla sua alleanza- come subalterno – o con la Gran Bretagna (padrona del Mediterraneo) o con la Germania nazista. L’esitazione tra le due possibili alleanze continuò fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.<br />
Il fascismo di Salazar e Franco appartiene a questo stesso tipo. Erano entrambi dittatori installati dalla destra e dalla Chiesa cattolica in risposta ai pericoli dei liberali repubblicani o dei repubblicani socialisti. I due non sono mai stati, per questo motivo, ostracizzati per la loro violenza anti-democratica (con il pretesto dell’ anti-comunismo) dalle grandi potenze imperialiste. Washington li riabilitò dopo il 1945 (Salazar era un membro fondatore della NATO e la Spagna acconsentì a basi militari americane), seguita dalla Comunità europea – garante per natura dell’ordine capitalista reazionario. Dopo la rivoluzione dei garofani (1974) e la morte di Franco (1975), questi due sistemi hanno aderito al campo delle nuove “democrazie” a bassa intensità della nostra epoca.<br />
(3) Il fascismo delle potenze sconfitte.<br />
Queste includono il governo della Francia di Vichy, così come in Belgio di Léon Degrelle e lo pseudo- governo “fiammingo” sostenuto dai nazisti. In Francia, la classe superiore scelse “Hitler piuttosto che il Fronte Popolare” (vedi i libri di Annie Lacroix- Riz su questo argomento). Questo tipo di fascismo, collegato con la sconfitta e la sottomissione all’ “Europa tedesca”, è stato costretto a ritirarsi in secondo piano dopo la sconfitta dei nazisti. In Francia, cedette il passo ai Consigli della Resistenza che, per un certo tempo, unirono i comunisti con gli altri combattenti della Resistenza (Charles de Gaulle, in particolare). La sua ulteriore evoluzione ha dovuto attendere (con l’avvio della costruzione europea e l’adesione della Francia al Piano Marshall e alla NATO, vale a dire, la volontaria sottomissione all’egemonia statunitense) che la destra conservatrice e anti- comunista e la destra social- democratica rompessero definitivamente con la sinistra radicale che venne fuori dalla Resistenza antifascista e potenzialmente anti-capitalista.<br />
(4) Il fascismo nelle società dipendenti dell’Europa orientale.<br />
Ci spostiamo verso il basso di parecchi gradi di più quando veniamo a esaminare le società capitalistiche dell’Europa orientale (la Polonia, gli Stati baltici, la Romania, l’Ungheria, la Jugoslavia, la Grecia e l’Ucraina occidentale durante l’era polacca). Dovremmo qui parlare di capitalismo arretrato e, di conseguenza, dipendente. Nel periodo tra le due guerre, le classi dominanti reazionarie di questi paesi hanno appoggiato la Germania nazista. E’, tuttavia, necessario esaminare caso per caso la loro articolazione con il progetto politico di Hitler.<br />
In Polonia, la vecchia ostilità verso la dominazione russa (della Russia zarista), che divenne ostilità nei confronti della Unione Sovietica comunista, incoraggiata dalla popolarità del papato cattolico, di norma hanno fatto di questo paese un vassallo della Germania, sul modello di Vichy. Ma Hitler non la vedeva in questo modo: i polacchi, come i russi, gli ucraini e i serbi, erano popoli destinati allo sterminio, insieme con gli ebrei, i rom, e molti altri. Non c’era, poi, posto per un fascismo polacco alleato con Berlino.<br />
L’Ungheria di Horthy e la Romania di Antonescu erano, al contrario, trattati come alleati subalterni della Germania nazista. Il fascismo in questi due paesi era in sé il risultato di crisi sociali specifiche per ciascuno di essi: la paura del “comunismo” dopo il periodo di Béla Kun in Ungheria e la mobilitazione sciovinista nazionale contro gli ungheresi e ruteni in Romania.<br />
In Jugoslavia, la Germania di Hitler (seguita dall’Italia di Mussolini) sostenne una Croazia “indipendente”, affidata alla gestione del movimento anti-serbo ustascia con il supporto decisivo della Chiesa cattolica, mentre i serbi erano condannati allo sterminio.<br />
La rivoluzione russa aveva evidentemente cambiato la situazione per quanto riguarda le prospettive di lotta della classe operaia e la risposta delle classi possidenti reazionarie, non solo nel territorio della pre-1939 Unione Sovietica, ma anche nei territori perduti: gli Stati baltici e la Polonia. A seguito del Trattato di Riga nel 1921, la Polonia annesse la parte occidentale della Bielorussia (Volinia) e l’Ucraina (sud della Galizia, che era in precedenza un Crownland austriaco, e nel nord della Galizia, che era stata una provincia dell’Impero zarista).<br />
In tutta questa regione, due campi presero forma dal 1917 (e dal 1905 con la prima rivoluzione russa): pro-socialista (che divenne pro-bolscevico), popolare in gran parte dei contadini (che aspiravano una riforma agraria radicale a loro beneficio) e nei circoli intellettuali (gli ebrei in particolare); e anti- socialista (e di conseguenza compiacenti per quanto riguarda i governi anti-democratici sotto l’influenza fascista) in tutte le classi di proprietari terrieri. La reintegrazione degli stati baltici, Bielorussia e Ucraina occidentale in Unione Sovietica nel 1939 ha enfatizzato questo contrasto.<br />
La mappa politica dei conflitti tra “pro- fascisti” e “antifascisti” in questa parte d’Europa orientale è stata offuscata, da un lato, dal conflitto tra lo sciovinismo polacco (che persisteva nel suo progetto di “Polonizzare” le annesse regioni bielorusse ed ucraine con insediamenti di coloni) e le popolazioni vittime; e, d’altra parte, dal conflitto tra i “nazionalisti” ucraini che erano al tempo stesso anti-polacchi e anti-russi (a causa dell’ anti-comunismo) e il progetto di Hitler, che non prevedeva nessuno Stato ucraino come alleato subalterno, poiché il suo popolo era semplicemente contrassegnato per lo sterminio.<br />
Io qui rinvio il lettore al lavoro autorevole di Olha Ostriitchouk Les Ukrainiens face à leur passé. La rigorosa analisi di Ostriitchouk della storia contemporanea di questa regione (Galizia austriaca, Ucraina polacca, Piccola Russia, che divenne l’Ucraina sovietica) fornirà al lettore una comprensione delle questioni in gioco nei conflitti ancora in corso, nonché dello spazio occupato dal fascismo locale.<br />
La visione accondiscendente della destra occidentale sul fascismo passato e presente<br />
La destra nei parlamenti europei tra le due guerre mondiali fu sempre accondiscendente verso il fascismo e anche il più ripugnante nazismo. Churchill stesso, a prescindere dalla sua estrema “britannicità,” non ha mai nascosto la sua simpatia per Mussolini. I presidenti degli Stati Uniti, e l’establishment dei partiti democratico e repubblicano, solo tardivamente scoprirono il pericolo rappresentato dalla Germania di Hitler e, soprattutto, dal Giappone imperiale / fascista. Con tutto il cinismo caratteristico dell’establishment degli Stati Uniti, Truman apertamente dichiarò quello che altri pensavano in silenzio: consentire alla guerra di consumare i suoi protagonisti – Germania, Russia sovietica, e europei sconfitti – e intervenire il più tardi possibile per raccogliere i frutti. Questa non è affatto l’espressione di una posizione anti-fascista di principio. Nessuna esitazione fu mostrata nella riabilitazione di Salazar e Franco nel 1945. Inoltre, la connivenza con il fascismo europeo è stata una costante nella politica della Chiesa cattolica. Non è poi così fuori luogo descrivere Pio XII come un collaboratore di Mussolini e Hitler.<br />
Lo stesso antisemitismo di Hitler suscitò orrore solo molto più tardi, quando raggiunse la fase finale della sua follia omicida. L’enfasi sull’odio per il “giudeo-bolscevismo” fomentato dai discorsi di Hitler era comune a molti politici. Fu solo dopo la sconfitta del nazismo che si rese necessario condannare l’antisemitismo in linea di principio. Il compito fu reso più facile perché gli eredi autoproclamati del titolo di “vittime della Shoah” erano diventati i sionisti di Israele, alleati dell’imperialismo occidentale contro i palestinesi e il popolo arabo che invece, non era mai stato coinvolto negli orrori dell’antisemitismo europeo!<br />
Ovviamente, il crollo dei nazisti e dell’Italia di Mussolini obbligarono le forze politiche di destra in Europa occidentale (ad ovest della “cortina”) a distinguersi da quelli che – all’interno dei propri gruppi – erano stati complici e alleati del fascismo. Tuttavia, i movimenti fascisti furono solo costretti a ritirarsi in secondo piano e nascondersi dietro le quinte, senza realmente scomparire.<br />
In Germania occidentale, in nome della “riconciliazione”, il governo locale e i suoi committenti (gli Stati Uniti e in secondo luogo la Gran Bretagna e Francia) lasciarono al loro posto quasi tutti coloro che avevano commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In Francia, sono stati avviati procedimenti giudiziari contro la Resistenza per “esecuzioni abusive contro i collaborazionisti” quando i Vichyisti riapparvero sulla scena politica con Antoine Pinay. In Italia, il fascismo divenne silenzioso, ma era ancora presente nelle file della Democrazia Cristiana e della Chiesa cattolica. In Spagna, il compromesso di “riconciliazione” imposto dalla Comunità Europea (che più tardi divenne l’Unione europea) puramente e semplicemente vietò qualsiasi richiamo ai crimini franchisti.<br />
Il sostegno dei partiti socialisti e socialdemocratici dell’Europa occidentale e centrale alle campagne anti-comuniste intraprese dalla destra conservatrice condivide la responsabilità per il successivo ritorno del fascismo. Questi partiti della sinistra “moderata” erano, invece, stati autenticamente e risolutamente anti-fascisti. Tuttavia tutto questo è stato dimenticato. Con la conversione di questi partiti al liberalismo sociale, il loro appoggio incondizionato alla costruzione europea- sistematicamente concepita come una garanzia per l’ordine capitalista reazionario – e la loro sottomissione non meno incondizionata alla egemonia degli Stati Uniti (attraverso la NATO, tra gli altri mezzi), si è consolidato un blocco reazionario che combina la classica destra e i liberali sociali; un blocco che potrebbe se necessario ospitare la nuova estrema destra.<br />
Successivamente, la riabilitazione del fascismo dell’Europa orientale è stata rapidamente effettuata a partire dal 1990. Tutti i movimenti fascisti dei paesi interessati erano stati alleati o collaboratori fedeli a vari livelli con l’hitlerismo. Di fronte alla sconfitta imminente, un gran numero dei loro capi attivi era stato reimpiegato in Occidente e poterono, di conseguenza, “arrendersi” alle forze armate degli Stati Uniti. Nessuno di loro fu restituito ai governi sovietico, jugoslavo, o di altri nelle nuove democrazie popolari per essere processati per i loro crimini (in violazione degli accordi alleati). Tutti trovarono rifugio negli Stati Uniti e in Canada. Ed essi furono tutti coccolati dalle autorità per il loro feroce anti-comunismo!<br />
In Les Ukrainiens face à leur passé, Ostriitchouk fornisce tutto il necessario per dimostrare inconfutabilmente la collusione tra gli obiettivi della politica degli Stati Uniti (e dietro di essi dell’ Europa) e quelli dei fascisti locali dell’Europa orientale (in particolare, Ucraina). Ad esempio, il “Professore” Dmytro Dontsov, fino alla sua morte (nel 1975), ha pubblicato tutte le sue opere in Canada, che non sono soltanto violentemente anti-comuniste (il termine “bolscevismo giudaico” è consuetudine con lui), ma anche fondamentalmente anti-democratiche. I governi dei cosiddetti stati democratici dell’Occidente sostennero, e anche finanziarono e organizzarono, la “rivoluzione arancione” (vale a dire, la controrivoluzione fascista) in Ucraina. E tutto ciò sta continuando. In precedenza, in Jugoslavia, il Canada aveva anche spianato la strada agli Ustasha croati.<br />
Il modo intelligente in cui i media “moderati” (che non possono apertamente riconoscere che supportano fascisti dichiarati) nascondono il loro sostegno a questi fascisti è semplice: sostituire il termine “nazionalista” a fascista. Il professor Dontsov non è più un fascista, è un “nazionalista” ucraino, come Marine Le Pen non è più una fascista, ma una nazionalista (come Le Monde, per esempio, ha scritto)!<br />
Sono questi fascisti davvero “nazionalisti”, semplicemente perché dicono così? Questo è dubbio. I nazionalisti oggi meritano questa etichetta solo se mettono in discussione il potere delle forze realmente dominanti nel mondo contemporaneo, vale a dire, quella dei monopoli degli Stati Uniti e dell’Europa. Questi cosiddetti “nazionalisti” sono amici di Washington, Bruxelles, e della NATO. Il loro “nazionalismo” consiste nell’odio sciovinista di persone vicine in gran parte innocenti che non sono mai state responsabili delle loro disgrazie: per gli ucraini, sono i russi (e non lo zar); per i croati, sono i serbi; per la nuova estrema destra in Francia, Austria, Svizzera, Grecia, e altrove, si tratta degli “immigrati”.<br />
Il pericolo rappresentato dalla collusione tra le maggiori forze politiche negli Stati Uniti (repubblicani e democratici) e in Europa (la destra parlamentare e i liberali sociali), da un lato, ed i fascisti d’Oriente, dall’altro, non deve essere sottovalutata. Hillary Clinton si è posta come principale portavoce di questa collusione e spinge l’isteria di guerra al limite. Ancor più che George W. Bush, se possibile, lei aleggia una guerra preventiva di vendetta (e non solo per la ripetizione della guerra fredda) contro la Russia – con interventi decisamente espliciti in Ucraina, Georgia, Moldova, tra gli altri – contro la Cina, e contro i popoli in rivolta in Asia, Africa e America Latina. Purtroppo, questa corsa a capofitto degli Stati Uniti in risposta al loro declino potrebbe trovare un supporto sufficiente per consentire a Hillary Clinton di diventare “la prima donna presidente degli Stati Uniti!” Non dimentichiamo che cosa si nasconde dietro questa falsa femminista!<br />
Senza dubbio, potrebbe ancora apparire oggi che il pericolo fascista non sia una minaccia per l’ordine “democratico” negli Stati Uniti e in Europa ad ovest della vecchia “cortina”. La collusione tra la classica destra parlamentare e i liberali sociali rende superfluo per il capitale dominante ricorrere ai servizi di una estrema destra che segue la scia dei movimenti storici fascisti. Ma allora cosa dovremmo concludere sui successi elettorali dell’estrema destra negli ultimi dieci anni? Gli europei sono chiaramente anche le vittime della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico. Possiamo capire perché, poi, posti di fronte alla collusione tra la destra e la cosiddetta sinistra socialista, si rifugiano nell’astensione elettorale o nel voto per l’estrema destra. La responsabilità della potenziale sinistra radicale è, in questo contesto, enorme: se questa sinistra avesse avuto l’audacia di proporre avanzamenti reali al di là del capitalismo attuale, avrebbe ottenuto la credibilità che le manca. Una sinistra radicale audace è necessaria per fornire la coerenza che gli attuali movimenti frammentari di protesta e le lotte difensive ancora non hanno. Il “movimento” potrebbe, quindi, invertire l’equilibrio sociale del potere in favore delle classi lavoratrici e rendere possibili avanzamenti progressisti . I successi conquistati dai movimenti popolari in Sud America ne sono la prova.<br />
Allo stato attuale delle cose, i successi elettorali dell’estrema destra derivano dal capitalismo contemporaneo stesso. Questi successi consentono ai media di mettere insieme, sotto la stessa etichetta di condanna, i “populisti di estrema destra e quelli di estrema sinistra,” oscurando il fatto che i primi sono pro-capitalisti (come il termine estrema destra dimostra ) e, quindi, possibili alleati per il capitale, mentre i secondi sono i soli avversari potenzialmente pericolosi del sistema di potere del capitale.<br />
Osserviamo, mutatis mutandis, una congiuntura simile negli Stati Uniti, anche se la loro estrema destra non viene mai chiamata fascista. Il maccartismo di ieri, proprio come i fanatici del Tea Party e i guerrafondai (ad esempio, Hillary Clinton) di oggi, difendono apertamente le “libertà” – intese come appartenenti esclusivamente ai proprietari e manager del capitale monopolistico contro “il governo” sospettato di acconsentire alle richieste delle vittime del sistema.<br />
Un’ultima osservazione sui movimenti fascisti: sembrano incapaci di capire quando e come smettere di fare le loro richieste. Il culto del leader e dell’obbedienza cieca, l’acritica e suprema valorizzazione delle costruzioni mitologiche pseudo-etniche o pseudo-religiose che trasmettono il fanatismo e il reclutamento di milizie per azioni violente rendono il fascismo una forza che è difficile da controllare. Gli errori addirittura oltre le deviazioni irrazionali dal punto di vista degli interessi sociali serviti dai fascisti sono inevitabili. Hitler era una persona veramente malata di mente eppure riuscì a costringere i grandi capitalisti che lo avevano messo al potere a seguirlo fino alla fine della sua follia e ottenne anche il sostegno di una grande parte della popolazione. Anche se questo è soltanto un caso estremo e Mussolini, Franco, Salazar e Pétain non erano malati di mente, un gran numero dei loro collaboratori e seguaci non ha esitato a commettere atti criminali.</p>
<p><strong>Il fascismo nel Sud contemporaneo</strong></p>
<p>L’integrazione dell’America Latina nel capitalismo globalizzato nel XIX secolo si basava sullo sfruttamento dei contadini ridotti al rango di “peones” e il loro assoggettamento alle pratiche selvagge dei grandi proprietari terrieri. Il sistema di Porfiro Diaz in Messico ne è un buon esempio. La promozione di questa integrazione nel XX secolo ha prodotto la “modernizzazione della povertà” . Il rapido esodo rurale, più pronunciato e precedente in America Latina che in Asia e in Africa, ha portato a nuove forme di povertà nelle favelas urbane contemporanee, che vennero a sostituire le vecchie forme di povertà rurale. Allo stesso tempo, le forme di controllo politico delle masse sono state “modernizzate” creando dittature, abolendo la democrazia elettorale, vietando i partiti e i sindacati, e attribuendo a “moderni” servizi segreti tutti i diritti di arrestare e torturare attraverso le loro tecniche di intelligence. Chiaramente, queste forme di gestione politica sono visibilmente analoghe a quelle del fascismo scoperte nei paesi del capitalismo dipendente in Europa orientale. Le dittature del XX secolo in America Latina servirono il blocco reazionario locale (grandi proprietari terrieri, borghesia compradora, e qualche volta le classi medie che hanno beneficiato di questo tipo di sottosviluppo), ma soprattutto, hanno servito il capitale straniero dominante, in particolare quello degli Stati Uniti , che, per questo motivo, sostennero queste dittature fino al loro rovesciamento con la recente esplosione di movimenti popolari. La forza di questi movimenti e le conquiste sociali e democratiche che hanno imposto escludono, almeno nel breve termine, il ritorno delle dittature para-fasciste. Ma il futuro è incerto: il conflitto tra il movimento delle classi lavoratrici e il capitalismo locale e mondiale è appena cominciato. Come per tutti i tipi di fascismo, le dittature dell’America Latina non evitarono errori, alcuni dei quali sono stati fatali per loro. Penso, per esempio, a Jorge Rafael Videla, che è andato in guerra per le isole Malvinas per capitalizzare il sentimento nazionale argentino a suo beneficio.<br />
A partire dagli anni ’80, il sottosviluppo tipico della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico prese il posto dei sistemi nazionali populisti dell’epoca di Bandung (1955-1980), in Asia e Africa(3). Questo sottosviluppo produsse inoltre forme affini sia alla modernizzazione della povertà sia alla modernizzazione della violenza repressiva. Gli eccessi dei sistemi post-nasseriani e post-baathisti nel mondo arabo forniscono buoni esempi di questo. Non dobbiamo mettere assieme i regimi populisti nazionali dell’epoca Bandung e quelli dei loro successori, che sono saltati sul carro del neoliberismo globalizzato, perché erano entrambi “non democratici”. I regimi di Bandung, nonostante le loro pratiche politiche autocratiche, godevano di qualche legittimazione popolare sia per i loro risultati effettivi, che beneficiavano la maggioranza dei lavoratori, sia per le loro posizioni anti-imperialiste. Le dittature che seguirono hanno perso questa legittimità non appena hanno accettato la sudditanza al modello neoliberista globalizzato e al sottosviluppo che l’accompagna. L’autorità popolare e nazionale, anche se non democratica, lasciò il posto alla violenza della polizia e al servizio del progetto neoliberista, antipopolare e antinazionale.<br />
Le recenti rivolte popolari, a partire dal 2011, hanno messo in discussione le dittature. Ma le dittature sono state soltanto messe in discussione. Un’alternativa troverà gli strumenti per raggiungere la stabilità soltanto se riuscirà a conciliare i tre obiettivi attorno a cui le rivolte sono riuscite ad aggregare: continuazione della democratizzazione della società e della politica, conquiste sociali progressiste e l’affermazione della sovranità nazionale.<br />
Siamo ancora lontani da questo. Questo è il motivo per cui ci sono molteplici alternative possibili nel breve periodo visibile. Ci può essere un possibile ritorno al modello nazionale popolare dell’epoca di Bandung, magari con maggiore democrazia? O la costituzione e l’affermazione di un fronte democratico, popolare e nazionale? O un tuffo in una illusione rivolta al passato che, in questo contesto, assume la forma di una “islamizzazione” della politica e della società?<br />
Nel conflitto – nella troppa confusione- le potenze occidentali (Stati Uniti ei suoi subalterni alleati europei) hanno fatto la loro scelta su queste tre possibili risposte alla sfida: hanno dato sostegno preferenziale ai Fratelli Musulmani e / o a altre organizzazioni “salafite” dell’Islam politico. La ragione di ciò è semplice ed evidente: queste forze politiche reazionarie accettano di esercitare il loro potere all’interno del neoliberismo globalizzato (e abbandonando così ogni prospettiva di giustizia sociale e indipendenza nazionale). Questo è l’unico obiettivo perseguito dalle potenze imperialiste.<br />
Di conseguenza, il programma dell’ Islam politico appartiene al tipo di fascismo trovato nelle società dipendenti. Infatti condivide con tutte le forme di fascismo due caratteristiche fondamentali: (1) l’assenza di una sfida agli aspetti essenziali dell’ordine capitalista (e in questo contesto ciò equivale a non contestare il modello di sottosviluppo connesso alla diffusione del capitalismo globalizzato neoliberista); e (2) la scelta di forme di gestione politica anti-democratiche, da stato di polizia (come ad esempio il divieto di partiti e organizzazioni, e l’islamizzazione forzata della morale).<br />
L’opzione anti-democratica delle potenze imperialiste (che dimostra quanto sia falsa la retorica pro-democratica sbandierata nel diluvio di propaganda a cui siamo sottoposti), allora, accetta i possibili “eccessi” dei regimi islamici in questione. Come altri tipi di fascismo e per le stesse ragioni, questi eccessi sono iscritti nei “geni” dei loro modi di pensare: sottomissione indiscussa ai leader, valorizzazione fanatica dell’ adesione alla religione di stato, e la formazione di forze d’urto utilizzate per imporre la sottomissione . In realtà, e questo può essere visto già, il programma “islamista” progredisce soltanto nel contesto di una guerra civile (tra, tra gli altri, sunniti e sciiti) e determina nient’altro che caos permanente. Questo tipo di potere islamico è, quindi, la garanzia che le società in questione restano assolutamente incapaci di affermarsi sulla scena mondiale. E’ chiaro che dei declinanti Stati Uniti hanno rinunciato ad ottenere qualcosa di meglio- uno stabile e sottomesso governo locale – in favore di questa “seconda scelta”.<br />
Sviluppi e scelte analoghe possono essere trovati anche al di fuori del mondo arabo-musulmano, come ad esempio nell’India indù, per esempio. Il Bharatiya Janata Party (BJP), che ha appena vinto le elezioni in India, è un partito religioso indù reazionario che accetta l’inserimento del suo governo nel neoliberismo globalizzato. È la garanzia che l’India, sotto il suo governo, si ritirerà dal suo progetto di essere una potenza emergente. Descriverlo come fascista, poi, non è in fondo un azzardo.<br />
In conclusione, il fascismo ha fatto il suo ritorno a Sud, Est e Ovest: e questo ritorno è intimamente connesso con la diffusione della crisi sistemica del capitalismo monopolistico generalizzato, finanziarizzato e globalizzato. Un effettivo o persino un potenziale ricorso ai servigi dei movimenti fascisti da parte dei centri dominanti di questo sistema ridotto allo stremo richiede la più stretta vigilanza da parte nostra. Questa crisi è destinata a peggiorare e, di conseguenza, la minaccia di una risorgenza di soluzioni fasciste potrebbe diventare un pericolo concreto. Il sostegno di Hillary Clinton a politiche americane guerrafondaie non lascia presagire buone cose per il futuro più immediato.</p>
<p>Note:<br />
1) Olha Ostriitchouk, Les Ukrainiens face à leur passé [Gli ucraini di fronte al loro passato] (Brussels: P.I.E. Lang, 2013)<br />
2) Samir Amin, The Implosion of Contemporary Capitalism (New York: Monthly Review Press, 2013)<br />
3) Per la diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico, vedi ibid.</p>
<p><a href="http://monthlyreview.org/2014/09/01/the-return-of-fascism-in-contemporary-capitalism/">Articolo originale</a>.</p>
<p><em>Traduzione di Maurizio Acerbo e Federico Vernarelli</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=77</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sulla coscienza di classe nell’attuale fase del capitalismo</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=57</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=57#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2015 13:29:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[classe]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=57</guid>
		<description><![CDATA[di Vittorio Rieser &#8211; 1. Il problema e alcune risposte ideologiche Che in questo momento la coscienza di classe del proletariato non sia particolarmente brillante [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Vittorio Rieser &#8211;<br />
1. Il problema e alcune risposte ideologiche<br />
Che in questo momento la coscienza di classe del proletariato non sia particolarmente brillante ed antagonistica, è un dato del senso comune. Il problema è: per quali ragioni? dalla risposta a questo interrogativo derivano anche previsioni e possibili indicazioni di azione. Partiamo, estremizzandoli, da due possibili (e “classici”, perchè si sono periodicamente riproposti) “poli di risposta”:<br />
&#8211; l’offuscamento della coscienza di classe è dovuto al fatto che le organizzazioni del movimento operaio hanno abbandonato una prospettiva di classe (è la classica ipotesi del complotto-tradimento);<br />
&#8211; l’offuscamento della coscienza di classe è la conseguenza inevitabile dei mutamenti strutturali (e non solo strutturali) del capitalismo: che fan sì (a seconda delle interpretazioni) che “la classe non c’è più” o “si è integrata nel sistema” o “si è atomizzata” (e via sproloquiando).<br />
Come ho detto, sono due modelli estremizzati; ma si presentano anche in versioni più articolate ed aggiornate, non prive di fondamento nella realtà. L’”ipotesi del tradimento” si è ripresentata con forza fin dalla sconfitta della lotta alla Fiat nell’80. E, anche quando non veniva utilizzata la terminologia “staliniana”, lo schema di ragionamento era sempre quello di vedere nella capitolazione dei gruppi dirigenti l’unica vera causa del declino della lotta e della coscienza di classe: la linea dell’Eur, il cedimento delle confederazioni di fronte alla Fiat nell’80, l’accordo del 23 luglio 93, ecc. ecc., erano via via gli elementi di spiegazione auto sufficienti dell’arretramento complessivo della classe operaia e della sua coscienza. E, ovviamente, questo criterio interpretativo si è ripresentato con ulteriore forza di fronte allo scioglimento del PCI e ai successivi processi a cui ha dato luogo<br />
Intendiamoci: non che le critiche a queste successive scelte dei gruppi dirigenti del movimento operaio manchino di fondamento! Ma 1° esse non spiegano tutto; 2° le conseguenze pratiche che se ne traggono sono spesso sterili, perché si limitano alla denuncia di tali scelte.<br />
I tentativi di interpretazione “strutturale” dell’offuscamento della coscienza di classe hanno registrato, “da sinistra”, versioni più articolate ed argomentate, centrate sulla questione della composizione di classe. Ma, spesso, dietro a queste c’era una visione semplificata e meccanicistica, che collegava i “momenti alti” della coscienza di classe alla concentrazione produttiva fordista e alla figura dell’”operaio-massa”. Con questo si dimenticava che momenti anche più alti della lotta e della coscienza di classe erano avvenuti in fasi precedenti e diverse, e avevano al centro la figura dell’operaio professionale; e si trascurava un’analisi critica dei limiti politici della “coscienza dell’operaio-massa” rispetto, ad es., all’operaio professionalizzato e politicizzato. Di fronte all’attuale, crescente frammentazione delle figure lavorative e del tipo di rapporti di lavoro, ci si limita a invocare una “ricomposizione di classe”.<br />
Spesso, al limite, si registra una paradossale convergenza dei due filoni interpretativi nell’arrivare a proporre forme minoritarie di “organizzazione dura e pura”: che ripropongano la “corretta linea comunista” abbandonata dai partiti “istituzionali”, o che richiamino i lavoratori all’unità di classe – in una sorta di versione caricaturale della leniniana “coscienza politica portata dall’esterno”, dimenticando che questa si riferiva a un robusto terreno di lotta (e di corrispettiva coscienza) sia pure limitato al terreno della lotta economica tra operaio e padrone. E però, dietro a queste posizioni ideologiche, stanno due importanti “nuclei di verità”, su cui sarà opportuno tornare:<br />
-il fatto che oggi nessuna organizzazione “di massa” (politica o sindacale che sia) proponga una tangibile “alternativa di società” (“riformista” o “rivoluzionaria” che sia) ha un innegabile impatto sulla stessa coscienza di classe;<br />
-i mutamenti nella composizione di classe non sono riducibili a mutamenti nella composizione professionale (al declino di alcune figure e all’emergere di altre) o nella composizione settoriale (più lavoratori nel terziario e meno nell’industria), ma, attraverso la deregolazione dei rapporti di lavoro, introducono elementi di divisione più profonda e di “distorsione” nella stratificazione di classe (come ho detto in altre occasioni, “l’esercito industriale di riserva entra in fabbrica”: ogni strato di lavoratori diventa “esercito di riserva” rispetto ad altri).<br />
2. Una digressione storico-teorica<br />
Nell’Ideologia tedesca Marx, grosso modo, dice che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti. Ma, quando sviluppa le sue ipotesi rivoluzionarie, ovviamente presuppone che il proletariato si liberi dalle idee delle classi dominanti e acquisisca una sua coscienza di classe. Non si tratta, ovviamente, di una “evoluzione” del pensiero marxiano da una fase “pre-rivoluzionaria” a una fase rivoluzionaria, e non si tratta di una contraddizione. Ambedue le cose sono vere. Si tratta di vedere in quali condizioni il proletariato si libera dalle idee delle classi dominanti per sviluppare una sua coscienza di classe. Ma ciò significa, implicitamente, che la coscienza di classe non è data una volta per tutte; e neanche (su questo tornerò più oltre) che il cammino della coscienza di classe sia un’evoluzione progressiva, da livelli “più bassi” via via verso livelli più elevati.<br />
Pensiamo un momento agli esempi storici più noti, in cui il proletariato ha sviluppato (e tradotto in pratica! anzi: ha sviluppato attraverso la pratica) una coscienza di classe “antagonistica”. Non entro qui in discussioni filologiche-ideologiche di questo termine, e lo uso in senso molto “lasco” e “di buon senso”. Per usare un linguaggio marxiano, possiamo parlare di coscienza di classe antagonistica quando il proletariato si oppone alle classi dominanti per cambiare lo stato di cose presente.<br />
Ma è subito chiaro che ciò comprende situazioni molto diverse tra loro, in termini di obiettivi, di forme di lotta e di correlate forme di coscienza di classe. Comprende processi “rivoluzionari” e processi “riformisti”, scontri di classe che coinvolgono essenzialmente la classe degli sfruttatori diretti o coinvolgono anche le sue “espressioni politiche” e le istituzioni dello stato borghese. Gli obiettivi – e gli esiti (quando questi processi sono vittoriosi) – possono essere la rivoluzione socialista o la difesa/ristabilimento della democrazia, possono essere l’affermarsi e il riconoscimento istituzionale del sindacato o lo sconvolgimento/ridefinizione dell’assetto di relazioni sindacali, possono essere la conquista di forme di Welfare State o comunque di riforme sociali “egualitarie”, e così via. Le forme di lotta possono imperniarsi su scioperi e altre azioni di massa (con mix molto diversi tra loro) o arrivare all’insurrezione armata; possono o meno comportare riflessi istituzionali in termini di elezioni e di governo. Eccetera eccetera. Se vogliamo comprendere l’intero, ricchissimo arco dell’esperienza di lotta del proletariato nel xx secolo, dobbiamo includervi tutti questi esempi (e se uscissimo dai confini europei e del capitalismo occidentale la casistica sarebbe ancora più variegata), e non certo selezionare in modo “aristocratico” solo quelli che corrispondono a questo o quello schemino dottrinario.<br />
Questo significa, in primo luogo, che la “coscienza di classe antagonistica” del proletariato può assumere forme/contenuti diversi e dar luogo a processi e movimenti diversi. Ma, in secondo luogo, questi movimenti e questi processi hanno avuto esiti diversi, nel senso che possono essere stati vittoriosi o sconfitti. La sconfitta può esser consistita in una mancata realizzazione degli obiettivi, che ha lasciato in piedi il movimento, o in una repressione-distruzione (più o meno violenta) del movimento stesso. Ma anche la vittoria può avere sbocchi e sviluppi diversi, rispetto agli obiettivi iniziali:<br />
La coscienza di classe non rimane inalterata rispetto a queste vicende, ma – nel bene e nel male – ne subisce i contraccolpi. Ciò è particolarmente evidente nel caso delle sconfitte. Ma, anche nel caso di vittorie, non è detto che la coscienza di classe sia “all’altezza” dei nuovi problemi e compiti aperti dalla vittoria stessa: la storia delle società socialiste dopo la presa del potere ne fornisce significativi esempi.<br />
Di qui un’ulteriore indicazione: la coscienza di classe è sempre reversibile, cioè può “regredire” dai livelli precedentemente raggiunti. Ma dove approdi questo regresso non è determinato meccanicisticamente. Non è necessariamente un semplice “ritorno al punto di partenza”; può essere un approdo “al di sopra” ma anche “al di sotto” del punto di partenza, o può anche essere una modifica che determina una coscienza di classe “diversa”, con punti di riferimento nuovo, che non può immediatamente essere classificata come “al di sopra” o “al di sotto” di livelli precedenti.<br />
Si può anche dire, in base a queste considerazioni, che i livelli più alti raggiunti dalla coscienza di classe sono per loro natura relativamente instabili, cioè propri di fasi specifiche e di particolari costellazioni di circostanze – e non possono quindi essere presupposti come dati in progetti politici di lungo periodo: questi devono assumere come probabile una qualche forma di “arretramento”, e “fare i conti” con questo.<br />
Non possiamo cioè, nei nostri progetti strategici, presupporre una classe lavoratrice sempre ugualmente tesa a realizzare i suoi obiettivi di classe, contro i padroni o nell’ambito di un regime socialista (cioè contro le nuove forme dei suoi “nemici di classe”), astraendo dalle “spinte fisiologiche al riflusso”, legate all’esigenza di poter lavorare e vivere tranquillamente. Così come nel lavoro, anche nella coscienza e nella lotta di classe il proletariato ha il bisogno di “pori”, che gli diano qualche margine di respiro – e, se non ci sono, se li costruisce in un modo o nell’altro (non dimentichiamo che il proletariato non fa la lotta di classe come “mestiere” – diversamente da altri, magari nelle sue stesse fila – ma perché ci è costretto dalla sua condizione: e quindi non pensiamo che “la lotta di classe come mestiere” sia il modello di riferimento della coscienza di classe<br />
3. Qualche definizione di riferimento<br />
A questo punto, sarà bene scendere dal livello general-generico alla realtà di oggi. Per farlo, però, è opportuno definire un po’ meglio i termini che usiamo. Penso si chiaro da quanto detto finora che qui non ci si muove sul terreno dell’”ontologia” della coscienza di classe, ma su un terreno molto più empirico, in quanto pragmatico, cioè orientato alla pratica politica. Le definizioni a cui faremo riferimento saranno quindi “ontologicamente impoverite” rispetto alla tradizione marxista – ma non si tratta di un “marxismo debole”, in quanto non è attenuato il suo contenuto conflittuale.<br />
Anzitutto: con “classe” ci riferiamo al proletariato del capitalismo d’oggi, cioè a tutti quei lavoratori che vendono la loro forza-lavoro al capitale, sia pure in forme diverse e più varie rispetto al recente passato. (Vale sempre la pena di notare che sul piano mondiale, ma anche nei nostri paesi “capitalistici avanzati”, Italia compresa, la loro incidenza è enormemente aumentata). Assumiamo cioè come riferimento la condizione sociale oggettiva, indipendentemente dal tipo di coscienza che vi si associa.<br />
Per parlare “in modo non ontologico” di coscienza di classe, userò l’impianto concettuale di Erik Olin Wright – che è, appunto, uno di quei marxisti che cercano di elaborare una sociologia marxista “coi piedi per terra” senza perderne la portata antagonistica. Egli propone di scomporre il concetto in tre elementi – la cosa migliore è citarlo letteralmente:<br />
“ 1. percezione delle alternative. Scegliere significa fare una selezione tra le linee alternative di azione che vengono percepite. Un elemento importante della coscienza è, quindi, la percezione soggettiva di quali possibilità esistono. ‘Coscienza di classe’, in questo senso, implica i modi in cui le percezioni delle alternative hanno un contenuto di classe, e le relative conseguenze per i comportamenti di classe.<br />
2. teorie sulle conseguenze. Le percezioni sulle possibilità alternative sono, da sole, insufficienti per fare delle scelte; le persone devono avere anche qualche idea sulle conseguenze previste di una data scelta di azione. Questo significa che le scelte, in qualche modo, implicano delle teorie. Queste possono essere teorie ‘pratiche’ più che teorie astrattamente formalizzate, possono avere il carattere di ‘rules of thumb’ (traduzione piemontese: truc e branca – n.d.r.) più che di principi esplicativi. In questi termini, la coscienza di classe ha a che fare cin i modi in cui queste ‘teorie’ contribuiscono a formare le scelte che le persone fanno sulle loro ‘pratiche di classe’,<br />
3. preferenze. Sapere come una persona percepisce le alternative e le sue teorie sulle conseguenze di ogni alternative non basta, tuttavia, per spiegare una determinata scelta cosciente; è necessario, ovviamente, conoscere le sue preferenze, cioè, le sue valutazioni sulla desiderabilità di tali conseguenze. … ‘Coscienza di classe’, in questo senso, riguarda la specificazione soggettiva degli interessi di classe”.<br />
(Va ricordato, a questo proposito, che Wright ancora il concetto marxiano di classe al concetto di sfruttamento, cioè alla base oggettiva del conflitto di interessi tra proletario e capitalista; in questa luce va visto il concetto di “interessi di classe” – e si può perfino rileggere il concetto di “falsa coscienza”… per questo, il marxismo di Wright può essere definito “empirico”, ma non “debole”, in quanto mantiene la base antagonistica del modello originario).<br />
Muniti di questa elementare “attrezzatura concettuale” proveremo ora a muoverci in frammenti della realtà italiana di oggi – per poi ritornare a questi riferimenti concettuali quando tenteremo di trarne alcuni spunti interpretativi e politici.<br />
4. Alcuni spunti da un’inchiesta tra i lavoratori bresciani<br />
Nota. – Questi spunti sono liberamente tratti da un manoscritto, intitolato Geschichte und Brixianer-bewusstsein, ritrovato nascosto nei giacimenti archeologici della Val Camonica. Il manoscritto sembra essere redatto da un anonimo ed oscuro seguace locale di Lukacs, e forse era destinato a una rivista, Kamunismus, che ebbe breve vita ed è oggi introvabile, probabilmente a causa di una susseguente ondata repressiva.<br />
Non credo (ma forse ciò dipende dalla mia ignoranza bibliografica) che ci siano in Italia ricerche specificamente mirate ad analizzare la coscienza di classe del lavoratore precario/globalizzato della fase attuale, anche se esiste una documentazione giornalistica da cui è possibile ricavare spunti in proposito. Per questo partirò da un’inchiesta che ho curato personalmente per la CGIL di Brescia, che è stata impostata anche per fornire spunti su questo tema.<br />
Per una serie di ragioni, anche “pratiche”, che non sto ad elencare, la composizione delle 62 interviste (più un focus group) di questa inchiesta è “sbilanciata sui giovani”: 37 su 62 intervistati (più tutti i partecipanti al focus group) non superano i 30 anni. Corrispondentemente, solo 30, cioè meno della metà, hanno un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Infine, la composizione per titolo di studio è medio-alta. Insomma, in questo “campione”, ricavato in buona parte dalle relazioni dei giovani intervistatori, il peso dei “giovani lavoratori”, con i pesi che si portano appresso e le (eventuali) aspirazioni, è preponderante. Partiamo ricapitolando brevemente i percorsi di questi lavoratori, dalla scuola ai lavori svolti, fino al lavoro attuale.<br />
Un primo percorso, numeroso ma minoritario nel campione di Brescia (per ovvie ragioni) è il tipico “percorso operaio” tradizionale: bassa scolarità, lavori operai iniziali che portano all’attuale lavoro, sempre operaio ma stabile, all’interno del quale si verifica un qualche “progresso professionale” (reale o determinato dagli effetti dell’anzianità).<br />
Ma altri due percorsi, che partono da livelli di scolarità medi (diploma) o alti (laurea ed oltre) sono ben più numerosi, in quanto assai più frequenti tra i giovani. Tutti iniziano con lavori precari o in nero, dai contenuti più vari, svolti durante gli studi: ma questo è un dato “fisiologico”, comune anche ad altre fasi precedenti. Le novità compaiono una volta concluso il ciclo principale di studi.<br />
Tra i due tipi di percorso, quello relativamente più rappresentato è un percorso relativamente coerente dal punto di vista professionale, in cui il soggetto cerca lavori in qualche modo corrispondenti agli studi svolti, perchè questi corrispondevano abbastanza a una sua “vocazione professionale”. Ma in genere sono percorsi “accidentati”, tra lavori precari spesso di breve durata, e – soprattutto – non portano quasi mai a un approdo stabile: anche il lavoro attuale (più o meno corrispondente alla “vocazione professionale”) è in varie forme precario.<br />
Il secondo tipo di percorso, quasi altrettanto numeroso, è ancora più “accidentato”, perchè le tappe attraverso cui si muove – e lo sbocco a cui è arrivato ora – non solo sono precarie, ma eterogenee rispetto al curriculum di studi (talvolta perchè questo non corrispondeva alle esigenze del soggetto, ma spesso perchè “non c’erano altre possibilità”). Lo sbocco attuale quindi, spesso, è precario non solo “oggettivamente” ma “soggettivamente”.<br />
Ora, solo una piccola minoranza è soddisfatta dei percorsi e degli sbocchi di lavoro. Quelli del “primo percorso” sono più che altro “rassegnati”: hanno spesso una certa età, hanno un lavoro stabile ed aspettano la pensione. Quelli del “secondo percorso”, i più motivati professionalmente perchè hanno cercato una coerenza professionale attraverso passaggi accidentati, spesso non hanno raggiunto un lavoro corrispondente ai loro livelli di formazione, ma molte volte si accontenterebbero di questo, purchè fosse stabile – ma alcuni sono scettici anche su questa possibilità. Più “sparpagliate” le attese/aspirazioni di quelli del “terzo percorso”: qualcuno vorrebbe trovare un lavoro più corrispondente alla propria formazione, ma altri danno una valutazione negativa sul proprio percorso formativo (o perchè subìto/imposto, o perchè si è rivelato diverso dalle attese): quindi, a volte, l’unico obiettivo è la stabilizzazione in un lavoro purchessia (legato alla realizzazione di obiettivi extra-lavoro, ad es. metter su famiglia); altre volte, ci sono progetti di cambiamento fantasiosi e probabilmente velleitari, in campi del tutto lontani dal lavoro attuale<br />
Proviamo ad approfondire questi aspetti, ragionando ulteriormente su questi e su altri elementi che emergono dalle interviste.<br />
Anzitutto, nessuno degli intervistati vive i suoi “percorsi in un mondo flessibile” nei termini in cui talvolta li presentano le ideologie-apologie liberiste. Nessuno li vive come un’entusiasmante avventura di “imprenditore di se stesso” (anche se, in qualche modo, l’imprenditore di se stesso è spesso costretto a farlo…). Tutti, o quasi, li vivono come condizione non solo negativa, ma “alienata”, cioè determinata da altri. Le cause di questa condizione alienata sono in genere appena accennate: qualche volta si fanno riferimenti specifici al governo, ai padroni, alle norme vigenti, ma l’elemento comune di riferimento è a com’è fatta la società e l’economia nella fase attuale.<br />
Il fatto è, però, che queste condizioni “alienate” (le cui radici sono individuate correttamente, anche se genericamente) sono assunte come date; sono il “contesto obbligato” in cui ci si deve muovere.<br />
E allora i margini di autonomia progettuale, tutti strettamente individuali, consistono nel definire mix personali tra mutamento e adattamento, tra miglioramento e rassegnazione: sono modi di “arrangiarsi” all’interno di un pesante contesto considerato implicitamente immodificabile.<br />
Le risposte su altri due aspetti chiariscono ulteriormente il quadro. Sono le risposte che riguardano la politica e il sindacato, cioè i due strumenti che, in teoria, potrebbero modificare la situazione.<br />
Sulla politica, l’estraneità (o spesso il rifiuto esplicito) è prevalente in misura schiacciante, con pochissime eccezioni. A volte l’estraneità assume l’aspetto di un rifiuto, spesso motivato da argomentazioni “qualunquistiche” (ma non prive di fondamento empirico…): i partiti sono tutti uguali, pensano solo ai propri interessi, ecc. Ma più spesso è un’estraneità pura e semplice: non mi interesso della politica, anche perchè non penso che possa cambiare le cose.<br />
Diverso è l’atteggiamento verso i sindacati. Prescindiamo qui da quella minoranza (in genere di operai) impegnata nelle strutture sindacali sul luogo di lavoro – che è quindi più attivamente coinvolta, ma anche, spesso, più critica, in modo argomentato, verso i sindacati o verso alcuni di essi. Ci riferiamo qui ai giudizi più generici, prevalenti nella maggioranza. Sono giudizi che in genere riconoscono al sindacato una funzione utile o anche indispensabile; ma è, per così dire, una funzione di aiuto, di “supporto” a quelle strategie di difesa/arrangiamento individuale che abbiamo visto prima. A parte la funzione di erogatore di servizi, il sindacato viene visto come utile strumento di tutela, in una gamma che va dal far rispettare certe norme contrattuali fino, nei casi più “avanzati”, all’ottenere attraverso la contrattazione la stabilizzazione del posto di lavoro. Ma non viene visto come strumento di un possibile “cambiamento del contesto.<br />
5. Qualche considerazione ulteriore<br />
Proviamo a “mettere in ordine” gli spunti emersi dall’inchiesta bresciana, utilizzando il quadro di riferimento di Erik Olin Wright, che abbiamo esposto sinteticamente prima. La gamma di alternative oggi “percepibili” da un lavoratore è drasticamente limitata, anche rispetto a un passato non molto lontano: soprattutto, da questa gamma sono assenti ipotesi alternative complessive sull’economia e la società. In primo luogo, oggi le organizzazioni del movimento operaio (ci riferiamo sempre all’occidente capitalistico, e in primo luogo all’Italia) non propongono più alternative del genere. (Non ci riferiamo, ovviamente, ad alternative “rivoluzionarie classiche”, ma ai “nuovi modelli di sviluppo” o di democrazia proposti ad es. dai sindacati o dal PCI in Italia negli anni 60-70). Su questo si innesta l’efficacia (parziale) dei grandi mezzi di comunicazione di massa: parziale perchè questi non riescono a far passare un’adesione e un consenso al modello di società da essi divulgato, ma riescono a farlo passare per l’unico possibile, in sostanza come “male inevitabile” (la crisi erode ulteriormente gli elementi di consenso, ma rafforza l’idea di inevitabilità). Infine, un terzo aspetto, cioè la frammentazione dei cicli produttivi e la scomposizione delle figure lavorative, rende difficile l’emergere di idee alternative “spontanee” e l’organizzazione di lotte a partire da esse.<br />
E’ ovvio che tutto ciò incida sulla percezione delle conseguenze prevedibili dei comportamenti, e in particolare dei comportamenti di lotta. Quand’anche si abbia un’idea, se pur vaga, di alternative desiderabili all’attuale assetto economico-sociale, le previsioni sul loro esito tendono ad essere pessimistiche. Tutto ciò “retroagisce” sulle stesse preferenze: si selezionano cioè quegli obiettivi che si pensa abbiano, nel contesto sopra descritto, una qualche possibilità di realizzazione. Di qui le strategie individuali di “arrangiamento”, di miglioramento parziale che abbiamo visto prevalere negli intervistati di Brescia.<br />
Dopo questo primo “sguardo analitico”, proviamo a rivedere il problema in termini storici, riferendoci specificamente alla situazione italiana. Un elemento cruciale è quello che potremmo chiamare la “svolta liberista” del movimento operaio italiano – che si svolge tra due date cruciali: il 1980, anno della sconfitta alla Fiat, e il 1989, anno “simbolico” del crollo del socialismo reale. Sullo sfondo, c’è la crisi del fordismo, già avviata negli anni 70. In ultima analisi, il movimento operaio (in Italia come altrove) risponde alla parallela crisi del fordismo e del socialismo reale “introiettando” la visione liberista. Naturalmente, i tempi e i modi variano a seconda delle organizzazioni. Il PCI “resiste” finchè c’è Berlinguer (che però è già abbastanza isolato), e la sua deriva liberista subisce una accelerazione dalla svolta di Occhetto in poi (non a caso, quindi, dall’89).<br />
Più complessa è l’evoluzione dei sindacati. La CISL è la prima a “fare i conti” con la sconfitta dell’89, con una netta svolta a destra. La CGIL evita di fare esplicitamente un bilancio critico, e mantiene elementi di debole continuità con la fase precedente. Di fatto, i sindacati non possono assumere organicamente uno schema liberista che è in contraddizione con la loro stessa natura e funzione: approdano quindi a un’impostazione “concertativa”, che è la riproposta di un modello di relazioni industriali a suo tempo chiamato “neo-corporativo”, maturato nell’ultima fase del fordismo. Ma, se allora era un mix di concessioni e di contropartite, ora – nella situazione mutata – si ripresenta in una versione “debole”, in cui le concessioni e i vincoli superano nettamente le contropartite e i margini di iniziativa contrattuale autonoma. La CISL innesta su questo una sua ideologia della “partecipazione”, mentre la CGIL rilancia tardivamente un modello di “co-determinazione” (dove l’analisi “di classe” non scompare) quando non ci sono più le condizioni per realizzarlo, per cui rimane sulla carta. La conseguenza pratica di tutto questo è che i sindacati “gestiscono il riflusso”, in un’impostazione puramente difensiva anche quando le condizioni oggettive riaprirebbero possibilità di controffensiva.<br />
L’impatto di tutto ciò sulla coscienza di classe è profondo, contribuendo alla visione dello “stato di cose presente” come inevitabile; tanto più profondo sulle nuove generazioni di lavoratori, che non hanno vissuto le lotte degli anni ’70 e quindi non hanno sperimentato una situazione di cambiamento sociale determinato dalla classe lavoratrice (le “avanguardie superstiti” di quegli anni non vengono coinvolte in un serio bilancio critico delle sconfitte, e spesso quindi si rifugiano nello schema semplificato del “tradimento”).<br />
Ci sono stati e ci sono, nel movimento operaio, elementi di contro-tendenza a questa sorta di “circolo vizioso” tra posizioni delle organizzazioni, situazione di lotta e coscienza di classe. Sul piano politico, un elemento di contro-tendenza (trascuriamo per ovvie ragioni posizioni “di classe” formalmente corrette sostenute da gruppi minoritari senza influenza di massa) è stato rappresentato, in anni passati, da Rifondazione Comunista: non mi ripeto sui modi in cui l’ha sprecato, e sul fatto che, oggi, la sua “influenza di massa” non è molto maggiore di quella di un gruppetto minoritario.<br />
Dal lato sindacale, a un certo momento la CGIL si è “chiamata fuori” dalla “concertazione a perdere”, sia pure con oscillazioni e contraddizioni. Ma, oggi, la “capacità propulsiva” di questa posizione è fortemente limitata dalle condizioni sfavorevoli create dalla crisi e dalla divisione sindacale (che vede la CISL “sciogliere verso destra” tutte le residue ambiguità).<br />
Facciamo un salto indietro nel tempo.<br />
Alla fine degli anni 50-inizio anni 60, chi avesse fatto un’inchiesta sulla coscienza di classe si sarebbe trovato di fronte a “brandelli di coscienza” non dissimili da quelli riscontrati nell’inchiesta di Brescia: una lucida valutazione negativa della propria condizione e delle sue cause, accompagnate da una sfiducia nelle possibilità di cambiamento generale, e – quindi – da ricerca di soluzioni individuali, talvolta “opportunistiche”. E’ questo il materiale su cui hanno “lavorato” le organizzazioni che, negli anni successivi, hanno costruito una grande stagione di lotta e coscienza di classe.<br />
Ma vi erano due profondi elementi di differenza con la situazione attuale:<br />
&#8211; esistevano organizzazioni o parti di esse (mi riferisco in particolare alla CGIL) che perseguivano lucidamente un disegno di “ricostruzione di classe” nella prospettiva di un cambiamento sociale;<br />
&#8211; le condizioni dello sviluppo capitalistico (pensiamo ad es. agli anni del “miracolo economico”) favorivano lo sviluppo delle lotte operaie.<br />
Tutto ciò ha permesso di innescare un “circolo virtuoso” tra comportamenti delle organizzazioni (via via estesi a organizzazioni prima più “arretrate”), esperienze di lotta, sviluppo di coscienza, che ha portato al grande decennio tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 70. Oggi, come abbiamo visto, tali condizioni al momento non sussistono. E non ci sono le condizioni per una “scorciatoia” che, in tempi brevi, inverta il “circolo vizioso” oggi imperante. La domanda è: è possibile lavorarci per spezzarlo? questo lavoro è possibile nel puro ambito nazionale? chi (ovviamente non ci riferiamo a persone, ma ad organizzazioni) ha la volontà e la capacità di impegnarsi in questo lavoro?<br />
Note<br />
1. per i compagni filologi: le citazioni di Erik Olin Wright sono tratte da Classes, London. Verso, 1985.<br />
2. Sarebbe da esplorare in che misura le nuove possibilità di comunicazione e collegamento aperte da Internet possono controbilanciare gli elementi di frammentazione dei cicli produttivi. Sia chiaro: così come la concentrazione produttiva fordista non era una causa di lotta/coscienza di classe, ma solo una “condizione favorente”, lo stesso vale per Internet, che non può annullare i fenomeni di frammentazione di classe, ma può aiutare un’azione volta a controbatterli. Bisognerebbe studiare le esperienze concrete di collegamento su questo terreno (es. Chainworkers) per vedere in che misura sono elemento effettivo di organizzazione o invece coltivano l’illusione (spesso ricorrente anche in passato) che la comunicazione sia di per sé organizzazione, anzi sia l’unica forma democratica di auto-organizzazione.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=57</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
