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	<title> &#187; Dispense</title>
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		<title>Rivoluzione d&#8217;Ottobre</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 11:55:38 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio del 1917, l&#8217;Impero russo, combatteva da tre anni, nella prima guerra mondiale, lo scontro fra potenze imperialiste. In due blocchi contrapposti si affrontarono le maggiori potenze mondiali, e le rispettive colonie. Da una parte gli Imperi centrali (Impero tedesco, quello austroungarico e quello ottomano), dall&#8217;altra i cosiddetti Alleati, rappresentati principalmente da Francia, Regno Unito, Impero russo (fino al 1917), Impero giapponese e Regno d&#8217;Italia.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2024/12/Lezione-ai-Gc-su-Rivoluzione-russa.docx">Rivoluzione d&#8217;Ottobre. Lezione di Dino Greco ai Gc venerdì 20 dicembre 2024</a></p>
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		<title>Sul salario minimo per legge</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jul 2023 20:25:13 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Dispense]]></category>

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		<description><![CDATA[Dino Greco &#8211;  La necessità di imporre, con la forza della legge, un salario minimo orario e, a fortiori, mensile, si rende improrogabile di fronte [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dino Greco &#8211; </em></p>
<p>La necessità di imporre, con la forza della legge, un salario minimo orario e, a fortiori, mensile, si rende improrogabile di fronte al dilagare di forme di lavoro precario che in Italia hanno assunto, in molti casi e sotto ogni aspetto, il profilo del rapporto servile e le fattezze ineccepibili di uno sfruttamento che senza alcuna esagerazione può definirsi “schiavile”.</p>
<p>La mancata introduzione di una norma legislativa capace di estendere, con efficacia generale (“erga omnes”), i risultati economici dei contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative ha contribuito ad aprire una voragine in un mercato del lavoro da “far west”, un esteso territorio caratterizzato da leggi proprie e spietate, un discount delle braccia dove il lavoro si acquista a prezzo politico, dove è lecito contrarre e applicare “contratti pirata” che portano la firma di sigle sindacali e datoriali semisconosciute.</p>
<p>I dati Cnel certificano che sono centinaia questi contratti collettivi, tanto farlocchi quanto perfettamente operanti, che danno luogo ad una rincorsa al ribasso nei trattamenti economici e normativi del lavoro, un vero e proprio dumping di manodopera a cui nessun governo, sino ad ora, ha posto (ha voluto porre) rimedio. Sicché è rimasto sostanzialmente lettera morta il fondamentale primo comma dell’articolo 36 della Costituzione, quello in cui si legge che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quale sia il livello retributivo che consenta di raggiungere, in applicazione della Legge fondamentale dello Stato, la prescrizione anzidetta non è ancora dato di sapere. Tutto è affidato ai rapporti di forza fra le parti dove, non di rado, a fronteggiarsi sono il singolo lavoratore o la singola lavoratrice da una parte, e il singolo padrone dall’altra, plastica rappresentazione di una perfetta asimmetria sociale; oppure dove il confronto si svolge fra gruppi di lavoratori, fra loro slegati, e agenzie che forniscono servizi di vario genere e che operano nei confronti dei propri dipendenti con l’eleganza (e la voracità) di “libere volpi in libero pollaio”.</p>
<p>Serve dunque definire un livello retributivo minimo, al di sotto del quale nessuno possa lavorare senza che gli sia inferta una violenza esistenziale ed una lesione della dignità personale.</p>
<p>Le ragioni per le quali padroni e destra politica si oppongono a questa misura sono talmente evidenti che non merita indugiarvi troppo. Altrettanto inutile è soffermarsi su proposte di salario minimo talmente basse da essere ascrivibili alla volontà dei proponenti di legittimare per legge forme di sottosalario al di sotto del limite di sopravvivenza. Proviamo allora ad occuparci di chi ha fatto proposte almeno degne di essere considerate, ed esaminiamole nella loro materialità, il solo criterio che può dare conto della loro efficacia o dei loro limiti, partendo dalla pdl sottoscritta da Pd, M5S, SI, Azione, Europa verde e +Europa.</p>
<p>Il testo colloca la soglia a 9 euro lordi orari, da applicarsi a tutte le tipologie di lavoro, anche alle collaborazioni. In Italia ci sono ci sono 4.578.535 lavoratori e lavoratrici che guadagnano meno di 9 euro lordi l&#8217;ora. In questa fascia rientrano più del 90% dei lavoratori domestici, il 35,1% di chi lavora in agricoltura e il 26,2% dei dipendenti delle imprese private. E, in particolare, il 38% delle persone con meno di 35 anni e il 26% delle lavoratrici.</p>
<p>La novità rispetto allo stato legislativo attuale sarebbe dunque l’istituzione di un salario minimo di garanzia negli ambiti di attività che risultassero non coperti dai contratti nazionali.</p>
<p>La proposta di salario minimo si estenderebbe anche all’ampio settore del mondo del lavoro italiano composto dai cosiddetti &#8220;parasubordinati&#8221; e anche dagli stessi autonomi o che tali risultano nelle statistiche solo in ragione della mascheratura formale di un rapporto in realtà del tutto subordinato, quale, per esempio, quello dei rider o di chi ha un contratto di co.co.co.</p>
<p>Pd, M5s, SI, Azione, Europa verde e +Europa sostengono di utilizzare come riferimento il salario minimo previsto dai contratti sottoscritti dalle maggiori organizzazioni sindacali e ritengono che la loro proposta rappresenti dunque anche un “rafforzamento” della stessa contrattazione.</p>
<p>Ma a cosa corrisponde, in moneta sonante, la proposta delle opposizioni parlamentari? Vediamo più precisamente: 9 euro lordi l’ora (pari a 1547 euro mensili) significano, al netto delle ritenute fiscali e previdenziali, 6 euro netti l’ora e quindi 1037 euro mensili.</p>
<p>Un passo in avanti rispetto a chi ignora totalmente il problema? Certamente sì, e qualche merito credo vada ascritto alla nostra solitaria campagna, di cui poi dirò. C’è ovviamente da discutere se questi livelli di retribuzione minima consentano di vivere un’esistenza libera e dignitosa.</p>
<p>Ma vi è un altro problema, non meno rilevante, con cui fare i<br />
conti.</p>
<p>Bisogna infatti sapere che esistono non pochi contratti collettivi, sottoscritti dalle confederazioni Cgil, Cisl e Uil, che prevedono, per quanti/e sono collocati/e nei livelli più bassi dell’inquadramento professionale, livelli retributivi persino più bassi dei 9 euro lordi previsti da questa proposta.</p>
<p>C’è al riguardo un esempio di questi giorni, quello del Ccnl dei Servizi fiduciari, scaduto nel 2016 e rinnovato solo nel maggio 2023. Trascuro, per decenza (e perché l’argomento porterebbe altrove), la circostanza che dopo 7 anni di carenza contrattuale è stato concordato un aumento mensile di 140 euro spalmato in 6 rate, l’ultima delle quali a metà 2026! Mi soffermo solo sul fatto che in due diverse occasioni, su istanza di alcune lavoratrici del settore, la sezione lavoro della Corte d’Appello di Milano, nel 2022, ha stabilito che “ove la retribuzione prevista nel contratto di lavoro, individuale o collettivo, risulti inferiore ad una soglia minima, la clausola contrattuale è nulla”. Il tribunale ha cioè stabilito che un Ccnl, come quello Servizi fiduciari, sebbene “sottoscritto da organizzazioni sindacali e datoriali di cui non è in contestazione la rappresentatività nel settore, non è di per sé sufficiente a far ritenere la misura di detta retribuzione, sic et simpliciter, conforme all’art. 36 della Costituzione”.</p>
<p>L’autorità giudiziaria si è cioè spinta sino a dichiarare la nullità della clausola contrattuale del Ccnl “ove, sulla base di uno scrutinio improntato a particolare prudenza, risulti che detta retribuzione non sia proporzionata alla qualità e quantità del lavoro prestato, e/o insufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa alla lavoratrice”.</p>
<p>Insomma – scrivono i giudici della Corte d’Appello &#8211; un Ccnl firmato dai sindacati confederali non è garanzia di un salario dignitoso e, nel caso in ispecie, non lo è un contratto che prevede una paga di 5 euro all&#8217;ora.</p>
<p>La Corte si è spinta dunque fino a dichiarare, in forza della Legge fondamentale dello Stato, che ove la retribuzione prevista nel contratto collettivo risulti inferiore a questa soglia minima, la clausola contrattuale è nulla e, soprattutto, che “il giudice adegua la retribuzione secondo i criteri dell’art. 36, con valutazione discrezionale”.</p>
<p>Questa importantissima sentenza ci rimanda ad un nodo cruciale che riguarda tanto il ruolo del sindacato, gravemente offuscato, per non usare termini più impegnativi, quanto il senso della nostra proposta, quella di un livello retributivo orario lordo minimo di 10 euro.</p>
<p>Ricordo, solo di passaggio, che in Germania il salario minimo orario è di 12 euro, ma la Dgb ha chiesto di elevare l’importo a 14 euro e il ministro del lavoro Hubertus Heil dell’SPD ha dichiarato di condividere la necessità un “aumento significativo”, mentre la Nupes propone che in Francia il salario minimo netto mensile non sia inferiore ai 1400 euro.</p>
<p>Ora, vale anche per noi, naturalmente, il criterio più sopra utilizzato per la proposta delle opposizioni parlamentari.</p>
<p>Dieci euro lordi equivalgono ad un salario orario netto di 6,7 euro. Su base mensile, si tratta di 1730 euro lordi, che al netto delle ritenute fiscali e contributive danno una cifra di 1160 euro. In questo caso il numero dei contratti collettivi nazionali che portano la firma di Cgil, Cisl e Uil e prevedono emolumenti inferiori per lavoratrici e lavoratori collocati nel livello più basso dell’inquadramento professionale crescerebbe ancora. Questo spiega la contrarietà che alberga nel sindacato e nella stessa Cgil (ma non nella sua minoranza) alla misura da noi proposta, poiché essa, pur in queste non straordinarie proporzioni, metterebbe in crisi l’intero inquadramento professionale e la relativa scala retributiva a partire dai livelli più bassi esigendone una generale rimodulazione verso l’alto.</p>
<p>Chi nel sindacato si oppone all’introduzione di un salario minimo legale lo fa perché teme entri in crisi la propria autorità salariale e perché diverrebbe manifesto il dato da tutti e tutte conosciuto e cioè che le retribuzioni in Italia sono le più basse d’Europa.</p>
<p>Si tenga presente che in tutti i paesi europei Ocse dal 1990 ad oggi il salario medio annuale è aumentato. In alcuni casi in maniera molto evidente. Non in Italia, l’unico paese europeo in cui i salari sono diminuiti, precisamente del 12 per cento nello stesso arco di tempo, come conferma il Global Wage Report 2022-2023 appena presentato dall’Ilo, l’Organizzazione Internazionale del lavoro.</p>
<p>Introdurre la misura del salario orario minimo ad un accettabile livello (i 10 euro, appunto) significherebbe dunque anche spingere il sindacato a rivedere le proprie politiche salariali e ad abbandonare l’impianto culturale concertativo che le ha completamente incistate dentro le compatibilità dettate dal sistema d’impresa, vero dominus delle relazioni sindacali nel nostro paese.</p>
<p>C’è infine un ultimo aspetto, non meno cruciale dei precedenti, che merita un’attenta valutazione.</p>
<p>La pdl delle opposizioni parlamentari prevede l’istituzione di una commissione tripartita, composta da una parte da rappresentanti dello Stato (uno del ministero del Lavoro, uno per l’Inps, uno per l’Istat e uno per l’Ispettorato nazionale del lavoro), dall’altro le parti sociali comparativamente più rappresentative (datori di lavoro e sindacati in egual misura) che avrebbe come compito principale quello di monitorare la situazione ma, soprattutto, di aggiornare periodicamente il trattamento economico minimo orario.</p>
<p>La proposta si presta a due critiche di fondo.</p>
<p>In primo luogo non si vede come un dispositivo di legge possa obbligare le parti a negoziare “periodicamente” l’adeguamento di un salario minimo fissato per via legislativa. Non è mai successo e non succederebbe domani. Non serve Nostradamus per comprendere che Confindustria innalzerebbe le barricate e ben difficilmente si verrebbe a capo della questione. In secondo luogo, se il salario minimo viene introdotto attraverso una legge dello Stato, dev’essere lo Stato medesimo a garantire, attraverso l’istituzione di un meccanismo di rivalutazione certo ed automatico, la congruità e l’equivalenza nel tempo della retribuzione minima, sottraendola alle incertezze e volubilità della negoziazione. Dunque la soluzione non può che stare in un meccanismo di indicizzazione legato alla dinamica di prezzi al consumo, una riedizione, aggiornata e corretta, della vecchia scala mobile.</p>
<p>Qualcuno se ne ricorda ancora?</p>
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		<title>Lo statuto del Lavoratori. Da sfruttati a produttori</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 12:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio Video]]></category>
		<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Pantano]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Dalmasso]]></category>

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		<description><![CDATA[A 50 anni dallo Statuto dei diritti dei lavoratori e dalla straordinaria stagione di lotte di classe che ne ha fatto da incubatrice: una vera [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/rct16.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-945" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/rct16-150x150.png" alt="rct16" width="150" height="150" /></a>A 50 anni dallo Statuto dei diritti dei lavoratori e dalla straordinaria stagione di lotte di classe che ne ha fatto da incubatrice: una vera e propria cesura d’epoca che ha provocato la rottura di tutti gli equilibri precedenti. Cosa fare, nelle mutate (e miserabili) condizioni del tempo presente, per riprendere il cammino</p>
<p><a href="https://drive.google.com/file/d/1zq2oTgS7aJYdLC3ETkRW_tdoh-xbFzrx/view?usp=sharing" target="_blank">Dispensa</a><br />
<a href="https://drive.google.com/file/d/1zq2oTgS7aJYdLC3ETkRW_tdoh-xbFzrx/view?usp=sharing" target="_blank">Dagli sfruttati a produttori e viceversa</a></p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/XepdW-yZDZU" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Gli arditi del popolo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 12:28:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Gli Arditi del popolo sorgono improvvisamente, nello scenario incandescente degli anni Venti. E ad un certo punto paiono esprimere una luce [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/arditipopolo.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-937" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/arditipopolo-150x150.png" alt="arditipopolo" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Gli Arditi del popolo sorgono improvvisamente, nello scenario incandescente degli anni Venti. E ad un certo punto paiono esprimere una luce nuova a cui vanno speranze e adesione delle masse e quasi altrettanto rapidamente – salvo per qualche nucleo locale &#8211; spariscono.<br />
La loro storia è per più versi sintomatica del dramma del movimento operaio nel primo dopoguerra, forse la grande occasione mancata dall’antifascismo militante prima della marcia su Roma.<br />
La loro vicenda può essere anche vista come lo specchio dei difficili rapporti esistenti fra le forze politiche del socialismo italiano e quelle correnti combattentistiche che pure riflettono, in modo sin che si vuole confuso, ma spesso non meno sincero, aspirazione socialiste, rivoluzionarie, uno stato d’animo e ideali che si collegano allo stesso interventismo di sinistra, alla concezione della guerra come incubatoio di una rivoluzione e guardano al combattente come alla figura più degna di rivendicare questa eredità insieme sovversiva e patriottica.</p>
<p>La ricostruzione del movimento che se ne può fare ora non fuga forse tutte le ombre che si sono posate su di esso sin dalle sue origini, ma chiarisce almeno due punti fondamentali:<br />
il carattere assolutamente popolare, spontaneo, che il movimento tende ad assumere immediatamente<br />
l’errore straordinario che i partiti proletari commettono nei suoi confronti, accecati dal settarismo, da pregiudiziali dottrinarie, da piccoli calcoli politici, da diffidenza sospettosa per tutto ciò che non proviene direttamente dalle organizzazioni istituzionalizzate nello schieramento operaio.</p>
<p>Confluiscono negli Arditi del popolo eterogenee tendenze, mazziniane, anarchiche, persino qualche ascendente dannunziano. Al suo interno si trovano anche personaggi dalla personalità poco cristallina, ma il tratto antifascista e antiborghese diventa via via più netto e visibile, con accenti nettamente classisti.</p>
<p>In uno dei manifesti si legge:<br />
“Contro la borghesia capitalistica, sfruttatrice e fautrice di movimenti reazionari e conservatori, si levino oggi tutti i lavoratori del braccio e del pensiero!”.<br />
E poi, ancora più nettamente:<br />
“Noi sovversivi non daremo mai il nostro braccio per le tirannie, non ci lasceremo illudere da scopi che non sono i nostri. E saremo i più intransigenti selezionatori di chi vorrà essere tra noi”.</p>
<p>Traspare subito la simpatia dell’Ordine Nuovo verso il nuovo movimento i cui scopi sono nettamente delineati:<br />
“Gli Arditi del popolo sono sorti per difendere i lavoratori dal brigantaggio politico tenuto esclusivamente dai Fasci di combattimento”.<br />
La formazione di questi ‘senza partito’ è accolta con enorme simpatia anzitutto tra i militanti dei partiti proletari.</p>
<p>Dalla centrale comunista si è, al primo momento, esitanti. Il Psi si dichiara subito estraneo al movimento.</p>
<p>Gramsci stesso osserva che gli obiettivi della nuova associazione sono troppo limitati, che il proletariato non si trova di fronte soltanto i fascisti ma “tutto l’apparecchio statale, con la sua polizia, con i suoi tribunali, con i suoi giornali”.<br />
Detto questo, però aggiunge:<br />
“Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze produttive generate dal capitalismo”.</p>
<p>Ora, questo intervento di Gramsci è tanto più singolare perché appare sul giornale il 15 luglio, il giorno dopo la pubblicazione di un comunicato ufficiale dell’esecutivo comunista in cui si promettono indicazioni precise in merito a iniziative come questa e si invitano i compagni a restare in attesa di disposizioni.<br />
Nel volgere di quindici giorni o poco più giungerà la sconfessione comunista degli Arditi del popolo.</p>
<p>La contraddizione è plateale perché i nuovi Arditi sono comunisti, socialisti, anarchici.<br />
A Torino, ad esempio, fin dal primo annuncio della nuova formazione, diventano e si proclamano Arditi del popolo i componenti delle squadre delle Guardie rosse, e un primo battaglione di 300 armati è costituito alla metà di luglio.<br />
Il manifesto della sezione di Torino recita: “Operai, impiegati, vecchi soldati delle trincee, rivoluzionari sinceri, accorrete a ingrossare il nuovo esercito di difesa proletaria”.</p>
<p>Il carattere unitario e spontaneo dell’organizzazione la sua stessa gracilità di organizzazione testimoniano di uno sforzo popolare di costruire dal nulla una trama di resistenza armata.<br />
Ovunque, in piccoli e grandi centri, si raccolgono fondi attraverso sottoscrizioni popolari, si cercano e si comprano armi. Che tanto slancio si esprima senza nessun incoraggiamento, anzi tra la sospettosa inerzia dei partiti è la prova che la volontà di resistenza nelle masse, o almeno nelle loro avanguardie, ha bisogno assolutamente di un centro di raccolta e di coordinamento.</p>
<p>Così Gramsci in un articolo dell’agosto:<br />
“Le masse operaie, le quali concepiscono concretamente e positivamente la funzione del partito politico, le masse operaie le quali, anche dopo il congresso di Livorno, continuarono ad avere fiducia nel partito socialista, erano persuase che la predicazione della non resistenza al male fosse una mascheratura tattica, che doveva servire alla preparazione minuziosa e perfetta di una grande iniziativa strategica contro il fascismo. Ciò spiega il grande entusiasmo con cui furono accolte le prime apparizioni degli Arditi del popolo, per dare una forma solida e coesa all’insurrezione popolare. Questa illusione è ormai caduta. Le grandi masse popolari devono ormai essere convinte che dietro la sfinge socialista non c’era nulla. Se anche dei socialisti hanno partecipato alla creazione dei primi nuclei di Arditi del popolo, è certo, però, che la fulminea diffusione dell’iniziativa non fu determinata da un piano generale, preparato dal Partito Socialista, ma fu dovuta semplicemente allo stato d’animo generalizzatosi nel paese, alla volontà di insurrezione che covava nelle grandi masse. Ciò fu dimostrato clamorosamente dal “Patto di pacificazione”, il quale non poteva non determinare un ristagno nel movimento di riscossa proletaria”.<br />
Il Patto di pacificazione fra fascisti e socialisti, contro il quale i comunisti non hanno mancato di prendere netta posizione, è indubbiamente un fiero colpo inferto al movimento degli Arditi del popolo.</p>
<p>Ciò che neppure Gramsci spiega è però perché – se così stavano le cose, se tale era lo stato d’animo delle masse in favore degli Arditi del popolo – i comunisti abbiano anch’essi dato l’ostracismo al movimento.</p>
<p>Fatto sta che quattro giorni dopo il Patto di pacificazione, un comunicato dell’esecutivo del PCd’I pronuncia una solenne diffida, minacciando anche “i più severi provvedimenti” ai militanti che vogliano entrare negli Arditi del popolo. Insomma, non si deve aderire a questa organizzazione , né prendere contatto con essa.</p>
<p>Ed ecco la giustificazione della scomunica: i comunisti debbono inquadrarsi soltanto in proprie formazioni militari. Il fine degli Arditi sarebbe semplicemente quello di ristabilire l’ordine e la normalità della vita sociale mentre la lotta proletaria va rivolta alla vittoria rivoluzionaria. E poi, c’è un non detto: gli Arditi del popolo sarebbero diretti da provocatori.</p>
<p>Dalla testimonianza di Francesco Leone:<br />
“Noi avevamo distrutto con le nostre mani, soffocato nella culla, in sostanza, quel movimento che esprimeva un’istintiva volontà di lotta, di unità antifascista, la fiducia di arrestare uniti l’avanzata delle squadre fasciste”. Noi ci trincerammo nelle nostre squadre comuniste che finirono per ridursi ad un pugno di uomini disposti a tutto nel fuoco della lotta che diventava sempre più impari…”.</p>
<p>Non si può dire fino a che punto il movimento avrebbe potuto spingersi. Certo è che quando la violenza fascista riprenderà stracciando col ferro il Patto, il proletariato si troverà scoraggiato e disarmato. Qualche nucleo di Arditi del popolo si attesta qua e là, ma con l’autunno il movimento appare stroncato. Il fatto è che il fascismo ha attraversato una seria crisi nell’estate del 1921 e i comunisti paiono ancor più conquistati all’idea che il fenomeno fascista stia per essere assorbito dalla classe dirigente.</p>
<p>Quando, in settembre, il movimento dei Fasci si trasforma in partito, Togliatti scriverà:<br />
“Noi siamo convinti che il fascismo non sia stato altro che una forma nuova della dittatura borghese. Costituito il partito, il fascismo avrà la sua parte al festino della democrazia, più o meno sociale. Tutti si metteranno facilmente d’accordo”.</p>
<p>Durissima la risposta dell’Internazionale, certo redatta da un esponente molto qualificato del partito bolscevico.<br />
“E’ chiaro- comincia la requisitoria – che agli inizi avevamo a che fare con un’organizzazione di massa proletaria e in parte piccolo-borghese che si ribellava spontaneamente contro il terrorismo…Dove erano in quel momento i comunisti? Erano occupati ad esaminare con una lente di ingrandimento il movimento per esaminare se era sufficientemente marxista e conforme al programma?&#8230;Il Pci doveva penetrare subito energicamente nel movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé gli operai e in tal modo convertire in simpatizzanti gli elementi piccolo-borghesi, denunciare gli avventurieri ed eliminarli dai posti di direzione, porre elementi di fiducia in testa al movimento. Il partito comunista è il cuore e il cervello della classe operaia e, per il partito, non c’è movimento a cui partecipano masse di operai troppo basso e troppo impuro”.<br />
La lezione continua: “Il movimento di Zubatov venne organizzato dal capo della polizia segreta moscovita, i moti di gennaio 1905 a Pietroburgo furono diretti dal pope Gapon, semiavventuriero, semispia, che divenne poi una spia completa. Tutto questo ha impedito ai nostri compagni russi di partecipare energicamente al movimento, di smascherare le spie e di attrarre le masse al partito? Al contrario, grazie alla loro partecipazione attiva hanno affrettato la rivoluzione dell’ottobre 1905 perché attraverso tali azioni spontanee sono riusciti a dominare movimenti di massa condizionati dalle vicende storiche”.</p>
<p>La risposta dell’Internazionale si sofferma infine su un altro punto:<br />
“Cari compagni, ci siamo permessi di spiegarvi la nostra opinione sinceramente perché ci pare che abbiate trattato il problema in modo troppo teorico e di principio. Il vostro giovane partito deve utilizzare ogni possibilità per avere contatto diretto con larghe masse operaie e per vivere con loro. Per il nostro movimento è sempre più vantaggioso compiere errori con la massa che lontano dalla massa, racchiusi nella cerchia ristretta dei dirigenti di partito, ad affermare la nostra castità per principio”.</p>
<p>L’esempio della condotta comunista nei confronti degli Arditi del popolo diverrà classico nelle successive polemiche interne del movimento. Si dirà anche che Lenin sia personalmente intervenuto a raccomandare al partito italiano di fare ciò che questo non fece.<br />
Lo affermerà senza mezzi termini Il dirigente tedesco Thalmann nel ’24:<br />
“Al tempo del grande movimento degli Arditi del popolo nel 1921 il partito italiano ha rifiutato di trarre profitto da questo movimento popolare, sebbene Lenin glielo avesse espressamente domandato”.</p>
<p>C’è un testo di Lenin del 1916 che illustra perfettamente la questione:<br />
“La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente (senza tale partecipazione non è possibile nessuna lotta rivoluzionaria); e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere. Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione”.<br />
(V.I. Lenin, Opere complete, Roma, Editori Riuniti 1966, v. XXII, p.353)</p>
<p>Il caso del dibattito intercorso sul problema è una spia preziosa dei caratteri e dei termini del dissenso che si sta aprendo tra il Pci diretto da Bordiga e l’Esecutivo del Komintern. E che avrà pesanti conseguenze negli sviluppi del duro confronto fra Bordiga e Gramsci e nel futuro del PCdI.</p>
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		<title>L’occupazione delle fabbriche (agosto-settembre 1920)</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 12:24:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Le agitazioni sociali nelle campagne e nelle città che si erano impetuosamente sviluppate lungo tutto il 1919 continuarono con intensità ed [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/occupazionefabbriche.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-934" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/06/occupazionefabbriche-150x150.png" alt="occupazionefabbriche" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Le agitazioni sociali nelle campagne e nelle città che si erano impetuosamente sviluppate lungo tutto il 1919 continuarono con intensità ed ampiezza non minori nel 1920. E continuò lo sviluppo delle organizzazioni sindacali.<br />
La CGdl Raggiunse i 2.150.000 iscritti. La Cisl arrivò a 1.180.000 iscritti. Complessivamente, tenuto conto dell’Usi, dell’Uil e dei sindacati autonomi il numero dei lavoratori organizzati superò nel ’20 i tre milioni e mezzo.</p>
<p>Lo scontro di classe più importante della prima fase dell’anno avvenne nel settore metalmeccanico nei mesi di marzo e aprile a Torino, ed ebbe come oggetto principale la nuova istituzione operaia dei consigli di fabbrica.<br />
Il primo consiglio sorse nell’agosto del ’19, quando in una fabbrica torinese, la Fiat-Centro, la commissione interna in carica si dimise e gli operai decisero di eleggere al suo posto un commissario per ognuno dei 42 reparti della fabbrica. L’insieme dei commissari formava il consiglio di fabbrica.<br />
Il movimento dei consigli era ispirato e sostenuto dal gruppo che si riuniva intorno alla rivista L’Ordine nuovo, di Gramsci, Togliatti, Terracini e Tasca, di cui Gramsci era ormai il teorico più coerente e dinfluente.</p>
<p>Secondo gli ordinovisti, proprio i consigli di fabbrica, come già i soviet in Russia, dovevano diventare i principali strumenti di lotta del proletariato per la conquista del potere, dapprima nelle fabbriche, gangli vitali dell’organizzazione produttiva borghese; poi con l’alleanza dei contadini, nel paese intero.<br />
Essi dovevano pertanto divenire le prime cellule dell’organizzazione del nuovo stato proletario.<br />
I consigli di fabbrica e la teorizzazione che ne fecero gli ordinovisti suscitarono subito l’ostilità dei dirigenti riformisti della CGdl, della Fiom e delle principali federazioni di categoria, non solo perché questi dirigenti diffidavano di un movimento in espansione guidato da un gruppo comunista e appoggiato da elementi anarchici, ma soprattutto perché temevano che i consigli, eletti a suffragio universale da una base composta anche dai non iscritti al sindacato finissero per esautorare prima o poi il sindacato.</p>
<p>Anche i dirigenti massimalisti del partito socialista negavano che i consigli di fabbrica potessero avere una funzione analoga a quella che avevano avuto i soviet in Russia.<br />
Infine, anche Bordiga, da una sponda opposta, criticava gli ordinovisti perché non si ponevano il problema della lotta diretta contro lo Stato borghese e temeva che i consigli potessero essere assorbiti dall’ordinamento esistente.<br />
Egli bollò la linea ordinovista come venata di “anarco-sindacalismo”.<br />
La linea indicata dall’Ordine nuovo poteva svilupparsi in senso rivoluzionario soltanto se i consigli fossero riusciti a contrapporre il loro potere a quello delle imprese all’interno di tutta l’organizzazione industriale del paese e se fossero riusciti a collegare il loro movimento a quelli allora in atto delle masse contadine, cosa che, come vedremo, non avvenne.</p>
<p>I padroni, Agnelli in testa, colsero immediatamente la pericolosità della rivoluzione consiliare e si convinsero della necessità di opporsi energicamente ai consigli di fabbrica. Il 20 marzo una delegazione di industriali, di cui faceva parte lo stesso Agnelli, si recò dal prefetto di Torino, al quale comunicò la decisione di dichiarare la serrata per rispondere alla pressione degli operai, giudicata insostenibile.<br />
Proprio in quei giorni entrava in vigore il decreto governativo che ristabiliva l’ora legale, provocando da parte degli operai la richiesta – non accolta dalla direzione della Fiat &#8211; di ritardare di un’ora l’inizio dell’orario lavorativo. Il 22 marzo la commissione interna della sezione Industrie metallurgiche della Fiat sposta di un’ora le lancette dell’orologio di controllo. La direzione reagisce licenziando i membri della commissione e gli operai rispondono con lo sciopero, che passerà alla storia come lo “sciopero delle lancette”.</p>
<p>Il movimento dello sciopero dilagò e fra il 29 marzo e il 23 aprile coinvolse dapprima 50.000 operai metalmeccanici e poi, con la dichiarazione dello sciopero generale, 120.000 lavoratori della città e della provincia. Lo scontro era diventato tutto politico e aveva per posta la vera questione di fondo e cioè l’esistenza stessa dei consigli di fabbrica che gli industriali volevano liquidare. La resistenza degli industriali fu durissima e fu resa insormontabile da varie circostanze.<br />
Innanzitutto l’appoggio del governo Nitti che in quei giorni concentrò a Torino circa 50.000 uomini fra guardie regie, carabinieri e soldati, oltre al sostegno di tutte le forze conservatrici e anti-socialiste della città. Poi gli industriali, che in questo caso non badarono a spese, poterono arruolare un gran numero di crumiri ed assicurare il funzionamento dei servizi pubblici nei giorni dello sciopero generale. Anche il Fascio di Torino, che peraltro contava soltanto un centinaio di iscritti, sostenne l’azione degli industriali, la cui vittoria fu salutata con entusiasmo da Mussolini sul Popolo d’Italia del 23 aprile.</p>
<p>La vittoria degli industriali fu favorita anche dall’atteggiamento della CGdl e del Psi, ostili a questo sciopero che aveva per protagonista un movimento che usciva dal quadro tradizionale delle lotte sindacali e che tendeva a modificare profondamente la struttura stessa e le finalità del movimento operaio. Il partito socialista in un convegno nazionale tenuto a Milano nei giorni 20 e 21 aprile, deliberò di respingere la richiesta degli ordinovisti di proclamare lo sciopero generale nazionale.<br />
Il segretario della CGdl, D’Aragona, si assunse quindi il compito di “seppellire il morticino”, cioè di liquidare lo sciopero torinese, accettando la soluzione degli industriali che esautorava i consigli di fabbrica e restringeva i compiti e le prerogative delle stesse commissioni interne.</p>
<p>Gramsci commentava così la vicenda: “La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione; o una tremenda reazione della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia e di incorporare gli organismi di resistenza operaia (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello stato borghese”.</p>
<p>Dopo questo passo profetico la relazione proseguiva con una critica implacabile dell’attività del partito socialista e proponeva:</p>
<p>“il Partito deve acquisire una sua figura precisa e distinta: da partito parlamentare piccolo-borghese deve diventare il partito del proletariato rivoluzionario che lotta per l’avvenire della società comunista attraverso lo Stato operaio, un partito coeso, omogeneo, con una propria dottrina, una sua tattica, una disciplina rigida e implacabile”.<br />
E ancora: “I non comunisti rivoluzionari devono essere eliminati dal partito e la direzione, liberata dalla preoccupazione di conservare l’unità e l’equilibrio tra le diverse tendenze e tra i diversi leaders, deve rivolgere tutta la sua energia per organizzare le forze operaie sul piede di guerra”.</p>
<p>L’importanza di questa relazione sta anche nel fatto che, conosciuta da Lenin, verrà presentata dai Bolscevichi, al II congresso dell’Internazionale, come l’unica posizione accettabile per quanto riguarda il Psi. Si arrivò in questa situazione di divisione dentro le file socialiste e dentro la stessa sinistra all’agosto del ’20. Già nel maggio l’VIII congresso della Fiom, con Bruno Bozzi, aveva approvato una piattaforma rivendicativa che chiedeva agli industriali aumenti salariali del 40% in media, aumenti delle retribuzioni per le straordinarie, per l’indennità di licenziamento, dodici giorni di ferie pagate all’anno. Tutto ciò in un quadro economico che aveva registrato l’aumento del costo della vita del 60% rispetto al ’19.</p>
<p>Le trattative ristagnano per tutto il mese di luglio. L’indisponibiltà degli industriali è totale. La lotta assume forme ostruzionistiche. La situazione precipita alla fine di agosto, quando l’Alfa Romeo proclama la serrata, seguita a ruota dalla Federazione nazionale dell’industria meccanica e metallurgica. Gli operai non escono dalle fabbriche e le occupano in Piemonte, in Lombardia, in Liguria e in tutte le regioni dove esistono stabilimenti metalmeccanici: circa 500.000 lavoratori si asserragliano nelle fabbriche e sotto la guida dei consigli di fabbrica e dei commissari di reparto, continuano nei limiti del possibile la produzione e apprestano la difesa delle fabbriche stesse pur con un armamento scarso e improvvisato. Squadre di guardie rosse sorvegliano giorno e notte gli stabilimenti.</p>
<p>Giolitti si rende subito conto del fatto che la vastità del movimento rende pericolosissima e per di più aleatoria un’azione di forza chiesta con grande insistenza da Agnelli. Spiegherà Giolitti che fare sgomberare le fabbriche “avrebbe significato scatenare la guerra civile”, a maggior ragione dopo che la CGdL “aveva solennemente dichiarato che essa escludeva qualunque carattere politico del movimento che si sarebbe mantenuto nei limiti di una vertenza economica”.<br />
Giolitti e i dirigenti riformisti della CGdL furono dunque sostanzialmente d’accordo nell’impedire che il movimento assumesse un carattere propriamente politico e si aprisse uno scontro fra le forze dello Stato e quelle della classe operaia.<br />
Ma in realtà proprio questo fu il tema che l’azione degli operai, per la sua vastità, per la sua spontaneità, mise al centro della lotta nelle prime settimane di settembre.</p>
<p>Si susseguono febbrilmente, nei primi giorni di settembre, una serie di riunioni degli “Stati generali operai”, con rappresentanti delle Camere del lavoro impegnate nella lotta. Alla richiesta proveniente da varie realtà di estendere l’occupazione a tutte le fabbriche Buozzi risponde che bisogna mantenere lo scontro sul piano sindacale, mentre l’estensione dell’occupazione avrebbe cambiato obiettivi e prospettiva. E a una domanda di Terracini che chiede a D’Aragona cosa pensasse “sulla possibile rivoluzione in Italia e sul suo avvenire”, il capo della CGdl risponde che non se la sentiva di assumere delle responsabilità “che si risolverebbero nel massacro del popolo”. Gli Ordinovisti di Torino avvertono tutta la tensione e la contrarietà della dirigenza riformista della CGdL e chiariscono subito che o la lotta sarà generale o non si potrà pensare che accada come in aprile, quando nella lotta Torino fu lasciata sola.</p>
<p>Il Psi, a questo punto, rinuncia ad avocare a sé la direzione delle lotte, si scrolla dal groppone ogni responsabilità e rimanda la decisione finale al consiglio nazionale della CGdL, ben conoscendo umori e propensioni del suo gruppo dirigente riformista. La drammatica notte dell’11 settembre andò in scena in Italia, né più né meno, il voto sulla rivoluzione. Si confrontarono due mozioni: quella favorevole all’estensione del movimento e all’avocazione della direzione delle lotte al Psi e quella di Ludovico D’Aragona. Prevalse quest’ultimo con 591.245 voti contro 409.569. Gli astenuti (Buozzi e i rappresentanti della Fiom) furono 93.623. E’ bene ricordare che alle riunioni del 10 e 11 settembre non parteciparono i rappresentanti dell’Usi e del sindacato ferrovieri.<br />
Il 22 settembre un congresso straordinario della Fiom approva l’accordo.</p>
<p>Nell’ultima settimana di settembre le fabbriche vengono sgombrate. Così terminò quel movimento di massa che per estensione e per la radicalità degli obiettivi perseguiti fu certamente il più grande tra quanti ve ne furono in Italia durante il “biennio rosso” e, a ben vedere, nell’intera storia del movimento operaio. Un movimento che suscitò la “grande paura” di vasti settori della borghesia. Dal punto di vista strettamente sindacale esso si concluse con un successo dei lavoratori, che pare particolarmente notevole se si tiene conto dell’intransigente ostilità con cui gli industriali avevano accolto le rivendicazioni della Fiom ed avevano tanto a lungo resistito ad esse (aumenti del 10-12% per le categorie meglio pagate e del 20% per i lavoratori non qualificati, miglioramenti economici relativi alle ferie, all’indennità di licenziamento, alle tariffe di cottimo e per le ore straordinarie).</p>
<p>Rimase lettera morta la questione del controllo operaio delle aziende: nei mesi successivi, mentre si scatenava la reazione fascista, tanto la CGdL quanto il Psi non ebbero la forza e neppure la determinazione necessarie per continuare su quella strada. Del resto, il tema del controllo operaio era stato il surrogato con cui socialisti e riformisti del sindacato cercavano di contenere la vera richiesta che era quella dell’autogestione operaia della produzione.</p>
<p>Bordiga era per parte sua convinto che fosse necessario prima creare un partito rivoluzionario, quale il Psi non era e poi fare la rivoluzione. E in effetti, il risultato dell’occupazione delle fabbriche accelerò il processo che doveva portare, quattro mesi dopo, alla scissione di Livorno e alla nascita del partito comunista. Convinti che la situazione fosse matura per la rivoluzione e che l’occupazione delle fabbriche dovesse essere allargata e sboccare nell’insurrezione rimasero gli anarco-sindacalisti i quali però rimasero isolati e fallirono nel tentativo di prolungare l’agitazione in contrasto con l’accordo raggiunto con la mediazione di Giolitti. In un certo senso, l’esito dell’occupazione delle fabbriche è proprio la dimostrazione del fatto che il movimento operaio italiano non aveva una sua strategia rivoluzionaria, che non vi era nessun rapporto reale tra una progettazione come quella dei Soviet e quanto si faceva nella pratica.</p>
<p>I consigli di fabbrica sorgono in molte città, ma non è loro indicato alcun obiettivo concreto di lotta. Ma c’era anche tutto quel fondo localistico, quello squilibrio corporativo che Gramsci rilevava dopo lo sciopero di aprile che riguardava non solo le dirigenze ma le stesse masse, tra le quali l’occupazione è stata vissuta in modo molto diseguale.</p>
<p>Una rivoluzionaria sensibile come Klara Zetkin lo noterà senza mezzi termini:</p>
<p>“Io vedo altro ancora, compagni, cioè che le masse che allora si erano sollevate in Italia non avevano fatto maggiori progressi dei loro capi, altrimenti, se le masse fossero state davvero animate da volontà rivoluzionaria, se fossero state coscienti, esse avrebbero quel giorno fischiata la decisione dei loro capi-partito e sindacali esitanti e si sarebbero impegnate nella lotta politica”.<br />
Non c’è dubbio che una certa faciloneria massimalistica, una certa “psicologia parassitaria”, oltre alla stanchezza di due anni di “ginnastica rivoluzionaria” si siano impadronite anche di gruppi operai e sulla loro remissività giocheranno i capi sindacali riformisti nel ricattare il partito.<br />
Del resto, tale sensazione è anche quella di un uomo come Gramsci che conosce da vicino la psicologia operaia e ne tiene sempre conto.</p>
<p>Scriverà:</p>
<p>“Noi nel 1920 non avremmo tenuto il potere se lo avessimo conquistato, con un partito com’era il socialista, con una classe operaia che in generale vedeva tutto roseo e amava le canzoni e le fanfare più dei sacrifici. Avremmo avuto dei tentativi controrivoluzionari che ci avrebbero spazzato via inesorabilmente”.<br />
Si tirano le somme di un’esperienza che il leninismo sottolineava da anni e cioè che la rivoluzione richiede un certo tipo di organizzazione  politica del proletariato, un certo tipo di fedeltà a un centro internazionale, a un certo rigore disciplinare.<br />
Mentre il Psi aveva dimostrato di essere sostanzialmente rinchiuso nei limiti storici della II Internazionale, di non avere accettato se non formalmente i principi della III Internazionale.</p>
<p>Per questo la pur straordinaria rivolta operaia era fatalmente condannata alla sconfitta e veniva esposta alla reazione più violenta delle classi dominanti, spaventate dal rischio corso ed  ormai pronte ad affidare al fascismo la tutela dei propri interessi e le sorti stesse del Paese.</p>
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		<title>Le trasformazioni del lavoro nel capitalismo globale e digitalizzato</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 15:24:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

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		<description><![CDATA[Relazione al convegno del 24.11.2019 su &#8220;Le trasformazioni del lavoro nel capitalismo globale e digitalizzato&#8221; &#8211; di Dino Greco &#8211; Comincio col proporvi un frammento [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/capitalismo.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-884" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/capitalismo-150x150.jpg" alt="capitalismo" width="150" height="150" /></a>Relazione al convegno del 24.11.2019 su &#8220;Le trasformazioni del lavoro nel capitalismo globale e digitalizzato&#8221; &#8211;</p>
<p>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Comincio col proporvi un frammento di storia industriale italiana della metà degli anni Settanta, una storia poco conosciuta, poco studiata e ormai consegnata agli archivi, come molta della nostra migliore storia sindacale e politica. E purtuttavia assai importante, non soltanto, come cercherò di dimostrare, per capire la siderale distanza che ci separa, sotto ogni punto di vista, da quell’epoca nella quale un movimento operaio coeso e conflittuale seppe misurarsi senza sudditanze con il capitale sul governo del processo produttivo e seppe contrattare la ripartizione della ricchezza prodotta dal lavoro sociale, praticando e formalizzando un sistema di relazioni industriali oggi inconcepibile. Un ripasso utile anche per capire cosa si è perso, come e perché lo si è perso e cosa di esso possa – debba – essere recuperato per riprendere il cammino&#8230;</p>
<p>&#8211; <a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2eU9RMkdFQWxpdWJYb0owUUJXQXRNSGFXb1NV" target="_blank">Leggi tutto</a> -</p>
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		<title>Il paradigma ecologico: naturalizzare l&#8217;uomo, umanizzare la natura</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2019 17:36:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Corsi di formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Dispense]]></category>
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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Naturalizzare l’uomo, umanizzare la natura &#8211;  Il disastro ambientale Comincia a farsi (faticosamente) strada la consapevolezza che siamo sull’orlo di un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/06/paradigmaecologico.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-838" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/06/paradigmaecologico-150x150.png" alt="paradigmaecologico" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p><em><strong>Naturalizzare l’uomo, umanizzare la natura &#8211; </strong></em></p>
<p>Il disastro ambientale</p>
<p>Comincia a farsi (faticosamente) strada la consapevolezza che siamo sull’orlo di un precipizio. E cioè che gli esseri umani rischiano di essere i soli organismi viventi che stanno distruggendo le condizioni di sopravvivenza della propria specie sul pianeta Terra.<br />
Riscaldamento del globo terrestre (cosa vuole dire l’aumento di due gradi di temperatura)<br />
Emissioni di CO2 fuori controllo<br />
Scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari<br />
Desertificazioni prodotte dai cambiamenti climatici<br />
Inquinamento di aria, suolo, acqua<br />
Deforestazione per fare posto agli allevamenti intensivi<br />
Pesca indiscriminata<br />
Riduzione progressiva della biodiversità<br />
Inquinamento dei mari</p>
<p>Se filtrassimo tutte le acque salate del mondo, scopriremmo che ogni chilometro quadrato di esse contiene circa 46.000 micro particelle di plastica in sospensione.<br />
Numeri impressionanti di un fenomeno che non è circoscritto alle cinque “isole di plastica” in continuo accrescimento negli Oceani ma tocca anche il nostro Mar Mediterraneo.<br />
La più grande isola di plastica è situata nell&#8217;Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. Si tratta di un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica).<br />
La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un&#8217;area più grande della Penisola Iberica a un&#8217;area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell&#8217;Oceano Pacifico.<br />
Il fragile equilibrio della vita marina animale e vegetale è scosso dalla concentrazione sempre più elevata di plastiche di ogni tipo e la catena alimentare sta subendo danni forse irreparabili.<br />
I dati dello studio di Science Advances parlano chiaro: la produzione mondiale di resine e fibre plastiche è cresciuta dai 2 milioni di tonnellate del 1950 ai 380 del 2015.<br />
Oltre 8.300 milioni di tonnellate prodotte in 65 anni hanno reso la plastica uno dei simboli industriali, con cemento ed acciaio, dell’era dell’”Antropocene”, in sostanza l’epoca geologica in cui viviamo in questo momento.<br />
E’ entrata a tal punto nella nostra quotidianità che risulta difficile pensare ad un oggetto che non contenga polimeri, anche in minima parte.<br />
La plastica è infatti il prodotto sintetico a più lunga conservazione, si degrada completamente solo in centinaia di anni.<br />
In questi anni di crescente domanda, solo il 20% della plastica prodotta è stato riciclato o incenerito. Tutto il resto si è accumulato come scarto a terra e in acqua.<br />
Di conseguenza dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei mari di tutto il mondo ogni anno, causando l’80% dell’inquinamento marino.<br />
Rifiuti che per i 4/5 entrano in mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi. Il resto è prodotto direttamente dalle navi che solcano i mari, soprattutto pescherecci ma anche navi mercantili ed imbarcazioni turistiche di tutte le stazze.<br />
Dalla Fossa delle Marianne ai poli, residui di plastica sono stati trovati praticamente ovunque nei mari e negli oceani.<br />
Bottiglie, imballaggi, reti da pesca, sacchetti, fazzoletti, mozziconi e qualunque altro oggetto in plastica una volta finito in acqua si spezza in frammenti più piccoli per azione dell’erosione e delle correnti.<br />
Ogni minuto più di 33mila bottigliette di plastica finiscono nel Mediterraneo.</p>
<p>Come dimostrato da diversi esperti, questi frammenti, che possono raggiungere dimensioni microscopiche inferiori ai 5 mm di diametro, costituiscono una fra le principali cause di morte per soffocamento di molti pesci ed uccelli marini poiché vengono scambiati per cibo.<br />
A causa di ciò, 115 specie marine sono a rischio, dai mammiferi agli anfibi.<br />
L’ingerimento accidentale di plastica scambiata per plancton o meduse è un fenomeno così comune che il 52% delle tartarughe marine ne ha subito gli effetti.<br />
Si devono cambiare abitudini inveterate<br />
– Ridurre: optare per prodotti con meno imballaggi, borse in stoffa, batterie ricaricabili…<br />
– Riusare: scegliere il vuoto a rendere, il vetro al posto della plastica…<br />
Riciclare: selezionare i rifiuti, adottare la raccolta differenziata…<br />
Riutilizzare: i rifiuti da concepirsi come materie seconde<br />
Recuperare: produrre oggetti diversi dalla loro funzione originale, inventare nuovi utilizzi…<br />
Ma se 17 milioni di tonnellate di plastica sono state trovate perfino nelle remote e sperdute isole Pitcairn, in pieno Oceano Pacifico è evidente che il contrasto all’avvelenamento dei mari causato da questa “zuppa plastica globale” non può essere un affare privato dei singoli come dicono con qualche reticenza e ingenuità le anime belle.<br />
Le decisioni prese dai singoli stati e dalla comunità internazionale sono le uniche che possono abbattere drasticamente l’inquinamento dei mari causato dai rifiuti plastici.<br />
Una recente risoluzione dell’Enviromental Assembly delle Nazioni Unite dedicata al tema è stata rimandata al mittente da parte di Stati Uniti, Cina ed India, i maggiori produttori mondiali di rifiuti plastici.<br />
La strada è quindi tutta in salita perché, a fianco delle necessarie esigenze di salvaguardia e mantenimento della vita degli oceani, si accompagnano interessi economici ed industriali che rifiutano controlli più stringenti ed efficaci.<br />
Gli interessi economici – chiamiamoli col nome che gli compete: il profitto – sono il cuore del problema ed è di questi che ci dobbiamo occupare..</p>
<p>Cito due fra i più devastanti incidenti ambientali.<br />
La Exxon Valdez (1989)<br />
La super petroliera si incaglia in una scogliera di un’insenatura del Golfo di Alaska disperdendo in mare 40 milioni di litri di petrolio, inquinando 1900 km di coste. Muoiono centinaia di migliaia di animali (uccelli marini, lontre, foche, aquile, orche, miliardi di uova di salmone e aringhe).<br />
Il film Waterword (Kevin Kostner)<br />
La Deepwater Horizon (2010)<br />
Era la piattaforma di perforazione della Transocean, sotto contratto con la Bp, che trivellava nelle acque profonde del Golfo del Messico.<br />
Un’esplosione causa la fuoriuscita di petrolio per 106 giorni provocando un’ecatombe senza precedenti di specie faunistiche e un disastro ambientale che coinvolge le coste di Luisiana, Alabama, Florida.<br />
Ma, al di là di singoli esempi che danno solo il senso più eclatante della drammaticità della situazione, è il modo di produzione e i rapporti sociali che lo sostengono a dover essere messo sul banco degli imputati e processato come attentato contro l’umanità.<br />
Con la formazione economico-sociale capitalistica la contraddizione fra uomo e natura è degenerata, nel tempo presente, nella forma di una vera e propria inconciliabilità.</p>
<p>Il delirio antropocentrico si è risolto nell’idea che l’uomo non è un “ente naturale”, ma si colloca al di sopra della natura e delle sue leggi.</p>
<p>L’uomo “crea” la natura e si rende artefice, demiurgo, di una manipolazione che rompe l’equilibrio dentro il quale ha potuto evolversi la specie umana, sino a mettere in forse l’esistenza delle generazioni future.</p>
<p>L’intrinseca follia della teoria e della pratica sviluppista, connaturata al modo di produzione capitalistico, consiste nell’idea malsana che la produzione di merci, il consumo in crescita esponenziale di materia e di territorio possano procedere linearmente, lungo un continuum senza fine.</p>
<p>Alla base vi è la convinzione che sia possibile continuare ad estrarre dal globo terraqueo più risorse di quante la terra e il mare possano reintegrare. Regna cioè l’assoluta ignoranza del fatto, elementare, del carattere finito del pianeta.</p>
<p>Scriveva Einstein in un suo celebre aforisma che “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”.</p>
<p>Un fil di fantascienza di grande successo di alcuni anni fa, “Matrix”, delle sorelle Wachowski, propone una grande metafora del mondo di oggi, raccontando di un tempo in cui gli umani erano stati soppiantati dalle macchine da essi stessi generate, venendo essi stessi schiavizzati e trasformati in combustibile, in pile da cui estrarre l’energia per il funzionamento delle macchine, i nuovi padroni. A tutto ciò si oppone la resistenza di un drappello di umani che combattono questo nuovo ordine. Ad un certo punto, il capo della resistenza viene fatto prigioniero da un agente delle macchine che gli si rivolge più o meno così: “Io disprezzo voi umani perché non siete dei veri mammiferi. I mammiferi instaurano un equilibrio fra sé e il mondo circostante. Voi no. Voi colonizzate un territorio, lo depredate, poi passate ad un altro. E così via. C’è un solo organismo vivente che si comporta come voi: il virus”.<br />
Ecco, io trovo questa rappresentazione cinematografica perfettamente calzante, perché illustra con caustica precisione lo stato delle cose presente. Gli umani, con metodo e pervicacia, stanno segando il ramo su cui sono seduti.</p>
<p>A questo punto si impone la domanda: perché accade ciò? Si tratta di un’amnesia? Come mai hanno ancora libero corso teorie negazioniste che sembrano ignorare quello che è persino constatabile empiricamente da ognuno di noi?<br />
La ragione è semplice: il capitale, che regola in modo ormai uniforme i rapporti sociali dell’intero pianeta, è totalmente autocentrato. Questo vuol dire che il capitale non ammette né regole né limiti, né vincoli, né condizionamenti che siano esterni al suo codice genetico.</p>
<p>La missione del capitale è quella di creare profitto, di estrarre plus-valore dal lavoro e di soggiogare la natura. Nell’uno e nell’altro caso la voracità onnivora del capitale non conosce inibizioni morali: il capitale, per definizione, è cieco.<br />
La remunerazione del capitale investito ha bisogno come dell’aria dell’economia allargata e la riproduzione del capitale avviene lungo un continuum che non ammette soste.</p>
<p>Accade però fatalmente che quando una parte cospicua degli esseri umani viene talmente impoverita da non essere in grado di assorbire le merci prodotte, cade “tendenzialmente” – come scoprì Marx – il ‘saggio di profitto’. Allora il capitale nella sua proteiforme capacità di trasformarsi e adattarsi alla nuova situazione, mette in atto misure antagonistiche, capaci di fronteggiare la propria crisi di sovraproduzione: dall’aumento del tasso di sfruttamento alla creazione di cartelli, alla finanziarizzazione, attraverso la quale prova a saltare l’anello della produzione per generare l’illusione speculativa che si può creare denaro attraverso il denaro. E, non certo come ultima ratio, il ricorso alla guerra, cioè alla distruzione violenta di forze produttive e di capitale, necessaria per rimettere in moto il meccanismo di accumulazione inceppatosi.</p>
<p>L’appropriazione mediante esproprio dei beni comuni e la messa a mercato di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce lungo un processo di privatizzazione integrale è la strada maestra perseguita oggi dai poteri dominanti.<br />
Le note vicende dell’Accordo di Partenariato Transatlantico (TTIP) e l’Accordo di libero scambio fra Europa e Canada (CETA) sono lì a dimostrare che non esistono più diritti sociali e civili, neppure se sanciti dalle Costituzioni nazionali, che possano essere messi al riparo dal mantra del profitto privato da parte di un pugno di “proprietari universali”, per usare un’espressione cara a Luciano Gallino.</p>
<p>I diritti finiscono di essere tali e si trasformano in bisogni a cui il capitale darà risposte, ma soltanto a quelli solvibili, cioè paganti. Le persone non sono più titolari di diritti e si trasformano in clienti che devono soddisfare i bisogni, anche i più essenziali, acquistandoli sul mercato.</p>
<p>Disuguaglianze e ingiustizie crescono a dismisura in ragione proporzionale ad una concentrazione della ricchezza che nel tempo presente ha raggiunto dimensioni senza precedenti nella storia umana, facendo impallidire i ritmi dell’accumulazione originaria.</p>
<p>Vale qui la pena di ricordare che è stata da tempo e totalmente archiviata la fase “prometeica” del capitalismo, che nei “trenta gloriosi”, con la “dottrina Truman”, prometteva crescita e sviluppo per tutti.</p>
<p>Sin dagli anni Settanta, lo spartito è cambiato e la cattiva coscienza del capitale ha rimesso in ordine tutti i propositi e tutte le gerarchie sociali.</p>
<p>“Non ce n’è per tutti”: questo il nuovo manifesto del capitale transnazionale.</p>
<p>Così, il 28 maggio del 2013, scriveva in un documento di 14 pagine la grande banca mondiale intestata al suo fondatore “John Pierpont Morgan”:<br />
“Il sistema politico dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione, perché lì è forte l’influenza delle idee socialiste”.<br />
Il documento cita, fra gli ostacoli da rimuovere, la tutela dei diritti dei lavoratori e il welfare.<br />
Si dice esplicitamente che c’è in quei paesi un sovraccarico di democrazia e che è necessario spostare il potere dai parlamenti agli esecutivi”.</p>
<p>Ma già nel lontano 1971, David Rockefeller, fondatore del club esclusivo del gotha capitalistico mondiale denominato “Trilateral Commition” affermava che “la sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile alle autodeterminazioni nazionali dei secoli scorsi”.</p>
<p>Il cosmopolitismo, la dimensione mondo, diventa il terreno su cui si esercita il dominio del capitale. Un dominio senza egemonia che incontra nella democrazia e nella sovranità popolare altrettante gabbie che debbono essere abbattute.</p>
<p>Il mito del PIL (Prodotto Interno Lordo)</p>
<p>Oggi siamo tutti soggiogati (non solo gli addetti ai lavori) da una pseudo-scienza economica che pretende di misurare il benessere sociale attraverso la crescita del PIL, divenuto nientemeno che un caposaldo epistemologico imprescindibile.</p>
<p>Tutta l’architettura finanziaria dei trattati europei, da Maastricht in avanti, ne è colma: il rapporto deficit/pil e debito/pil sono diventati la cartina da sole dello stato di salute dei paesi membri, le coordinate entro le quali si deve obbligatoriamente stare, pena procedure di inflazione e pesanti sanzioni economiche.</p>
<p>Ma cos’è il PIL?<br />
Andando a ritroso nel tempo, vale ricordare quello straordinario discorso (per il pulpito da cui veniva e per il tempo) pronunciato nel 1968 all’università del Kansas da Robert Kennedy, un discorso nel quale il futuro candidato alle presidenza degli Usa attaccava l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate:<br />
«Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l&#8217;anno, ma quel PIL &#8211; se giudichiamo gli USA in base ad esso &#8211; comprende anche l&#8217;inquinamento dell&#8217;aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l&#8217;intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull&#8217;America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».<br />
Difficile dire meglio.</p>
<p>Cosa non vede e dunque non contabilizza il Pil?: lo stato di salute fisica e mentale, il grado di istruzione, la qualità dell’aria che si respira, del cibo di cui ci si nutre, dell’acqua che si beve.</p>
<p>Wim Dierckxsens, un economista olandese non ortodosso che oggi insegna presso l’università del Costa Rica, scrive nel suo “La Transizione al postcapitalismo, un’alternativa per la società del XXI secolo” che<br />
“il PIL non prende in considerazione la ricchezza naturale e neppure lo sfruttamento e il deterioramento dell’ambiente. Per ironia, il calcolo attuale considera come produttiva ogni attività svolta per riparare i danni provocati alla natura, anche se non considera come costo la perdita di ricchezza naturale precedentemente provocata. Il PIL, quindi, considera l’uso di risorse naturali come fonte di entrate e di ricchezza, ma non contempla la simultanea perdita di ricchezza e di risorse naturali. Già tale questione costituisce un problema quando si tratta di risorse rinnovabili, ma diviene ancor più grave quando si tratta di risorse non rinnovabili. Il PIL, inoltre, non considera neppure il deterioramento della salute della popolazione come perdita di ricchezza, ma calcola come entrata e creazione di ricchezza il recupero ospedaliero della salute perduta. Il neoliberalismo va ancora più lontano e considera produttiva, e fonte di sicuro guadagno, qualsiasi privatizzazione dell’assistenza medica e improduttivi i fondi destinati dal Governo al sistema sanitario pubblico per curare le persone meno abbienti. Ancora più improduttiva viene considerata la prevenzione e si ritiene che i costi sostenuti dal governo in questo settore dovrebbero essere limitati il più possibile. Da ciò si comprende la distanza abissale esistente tra una concezione di ricchezza come benessere, vista nel suo contenuto, cioè a beneficio delle necessità reali, e la concezione fondata sulla ricchezza monetaria, vista secondo la razionalità del mercato”.<br />
E ancora :<br />
“Ignorando il contenuto della ricchezza, il PIL non inserisce fra le perdite la riduzione della vita media dei prodotti e della tecnologia, che accelera la riproduzione e la vendita di articoli praticamente identici per rispondere alla medesima necessità o, peggio ancora, per soddisfare un desiderio creato artificialmente dalla pubblicità. In un’analisi che si basa sulla forma, cioè sulla semplice ricchezza monetaria, questo atto viene percepito come creazione di ricchezza nuova e, quindi, considerato un aumento del PIL. Dal punto di vista del contenuto e del benessere reale, tuttavia, abbreviare la vita media della ricchezza prodotta significa raddoppiare il lavoro necessario per soddisfare, praticamente, lo stesso bisogno. Visto nell’ottica del contenuto, è uno spreco di ricchezza che potrebbe essere destinata a soddisfare i bisogni e le masse degli esclusi”.</p>
<p>Dierckxsens propone un indicatore alternativo al PIL, fondato sul preliminare imperativo che non vengano prese dalla natura più risorse di quelle che, a lungo termine, possano essere sostituite dalla natura stessa.<br />
Si tratta dunque di fondare un modello in cui la biodiversità occupa il cuore stesso di un’economia alternativa orientata verso la vita umana, perché – insiste Dierckxsens – “creare boschi utili per il futuro sfruttamento, non solo sacrifica la diversità forestale, ma anche la flora e la fauna che vi vivono (…). Un ettaro di bosco primario non può essere sostituito con un ettaro di riforestazione commerciale”.</p>
<p>In sostanza, ogni perdita della vita naturale è perdita di ricchezza e un costo irreparabile per le generazioni di oggi e per quelle future.</p>
<p>Ho già sottolineato come il capitale, al fine di garantire la propria riproduzione, fissi la durata dei prodotti generati, come una sorta di dispositivo di autodistruzione.</p>
<p>L’esito perverso di questo meccanismo è che mezzo mondo, quello più povero, funziona da discarica di quello ricco.</p>
<p>Anni fa, nel corso del Forum sociale mondiale che si svolse a Nairobi, in Kenya, a cui partecipai con una delegazione della Camera del lavoro di Brescia, vistai Korogocho, una baraccopoli fra le centinaia disseminate in ogni parte del globo.<br />
Korogocho è costruita su una montagna di rifiuti prodotti nella parte ricca di Nairobi, quotidianamente sversati nella favela dove in 1,5 km2 vivono, ma la formula è eufemistica, 200mila persone. I bambini razzolano come galline in mezzo ai rifiuti per recuperare tutto ciò che può servire alla sopravvivenza, in una situazione in cui infezioni, malattie di ogni tipo, mortalità infantile, degrado fisico e morale, rappresentano la cifra dello standard di vita normale.</p>
<p>Qui il capitalismo si mostra nella sua più brutale essenza ed è plasticamente raffigurato come la realtà di un mondo capovolto.</p>
<p>Ora, Karl Marx ci ha mirabilmente spiegato come all’origine di tutto ciò vi sia una questione cruciale, consustanziale – direbbe il filosofo – al rapporto di capitale.</p>
<p>Cos’è infatti il capitale? Il capitale non è solo un ammasso di merci, di macchine, di mezzi finanziari, di lavoratori; il capitale è, prima di ogni altra cosa, un rapporto sociale che oggi come due secoli fa, nel suo archetipo come nella più spinta modernità divide gli esseri umani in due parti nettamente distinte: coloro che detengono la proprietà dei mezzi di produzione ed un’altra parte, infinitamente più grande, che vende alla prima la propria forza lavoro la quale nel processo di produzione riproduce anche se stessa, appunto, come forza lavoro.<br />
Ma il contratto fra capitale e lavoro è solo in apparenza una libera pattuizione perché la parte più debole, il lavoro, è costretta a subire il peso di rapporti di forza che ne condizionano il potere di contrattazione.</p>
<p>Sulla natura di questo patto si espresse in termini sarcasticamente fulminanti Jean Jacques Rousseau, in un passo del suo Discorso sull’economia politica del 1775, che si meritò una citazione letterale di Marx nel primo libro del Capitale: “Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra noi: permetterò che abbiate l’onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi prendo nel comandarvi”.</p>
<p>Sempre Rousseau, ben conosciuto dal Moro, scriveva una pagina indimenticabile nel suo Discorso sull’origine dell’ineguaglianza fra gli uomini che malgrado l’ampia notorietà che si è guadagnato voglio qui ricordare:<br />
“Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: ‘questo è mio’, e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero inventore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassinii, quante miserie ed orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: ‘guardatevi dall’ascoltare quell’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno’”.<br />
Il misfatto originario, quello che sta alla radice del processo di accumulazione originaria, è dunque un atto predatorio di cui esseri umani e natura sono le vittime sacrificali. Se non se ne viene a capo, se non si rimette sui piedi ciò che cammina sulla testa, se non si fonda un mondo in cui alla produzione sociale corrisponda la proprietà sociale dei beni prodotti, il destino del genere umano è segnato. E con esso viene inesorabilmente compromesso il ricambio organico fra uomo e natura.</p>
<p>A questo punto, si pone, più che legittima, una domanda: come mai l’ormai totalità del pianeta è soggiogata da un rapporto sociale che lascia nella deprivazione sterminate masse di esseri umani e perpetra un cieco saccheggio delle risorse naturali? Come mai non si riesce a rompere questa soggezione verso forze così manifestamente ostili?</p>
<p>Ebbene, alle classi dominanti, storicamente vittoriose sul movimento operaio e socialista, è venuta in soccorso un’arma potente: l’ideologia.<br />
Si è costruita un’intera narrazione fondata sulla dichiarazione che “ciò che è reale è razionale”, che al mondo dato non esiste alternativa e che la storia umana è giunta al suo epilogo (“there is no alternative”, non c’è alternativa, riassunto nell’acronimo T.I.N.A).</p>
<p>Il capolavoro delle classi dominanti è stato poi quello di convincere le classi subalterne, il proletariato &#8211; per dirlo con un’espressione classica – che non esiste come classe e che nella società moderna non vi sono sfruttatori e sfruttati ma solo liberi individui padroni e responsabili del proprio personale destino.</p>
<p>Nel passato la risposta storicamente determinata è stata la rivoluzione, la presa del potere da parte della classe operaia o, più precisamente, della propria avanguardia politica.<br />
La sconfitta di quell’esperimento profano, secondo l’espressione di Rita Di Leo, ha lasciato un vuoto terribile.</p>
<p>I pionieri del socialismo utopistico, Charles Fourier e Robert Owen, avevano promosso sperimentazioni di comunità autogestite, imperniate sull’idea di una progressiva trasformazione molecolare della società.<br />
Nessuna di esse è sopravvissuta ai giorni nostri.</p>
<p>Oggi, in un mondo ormai ridotto ad una dimensione sola, quella del capitale, possiamo annoverare solo tenaci esperienze di resistenza.<br />
Quella dei Sem Terra brasiliani è forse la più importante perché contiene il seme di una società nuova.<br />
Poi ci sono le Ert, le 300 “fabbriche recuperate” argentine, ma si tratta di risposte sì importanti, ma essenzialmente difensive alla crisi, nate sotto uno stato di necessità, fondate sulla parola d’ordine lanciata proprio dai Sem Terra: “occupare, resistere, produrre”.<br />
Si tratta di enclavi di resistenza, realtà mediamente di trenta/quaranta lavoratori e lavoratrici, la cui autonomia e la cui stessa natura sono costantemente minacciate dai condizionamenti del mercato e dell’ingranaggio capitalistico con il quale sono costrette a fare i conti.</p>
<p>Dedicheremo a questo tema una specifica sessione del nostro corso di formazione.<br />
Per ora vi suggerisco la lettura del bel libro di Andrés Ruggeri, Le fabbriche recuperate, edizioni Alegre.</p>
<p>Per ultimo, vorrei affrontare la questione del rapporto sino ad ora irrisolto quando non apertamente conflittuale fra movimento operaio e movimento ambientalista o, per meglio dire, fra movimento operaio e coscienza ambientalista.</p>
<p>Si tratta, in realtà, di una cesura storica.<br />
L’industrialismo degli anni Cinquanta, figlio della ricostruzione post-bellica e del cosiddetto “miracolo economico” è stato segnato da una convinzione diffusa, che sembrava inverare un classico assunto marxiano, quello secondo cui capitale e lavoro si sviluppano insieme.</p>
<p>Questo paradigma ha dominato per un lungo periodo ed ha influenzato, in Italia, lotte straordinarie.<br />
Ne ricorderò due, di diversa natura ma di eguale, formidabile intensità.</p>
<p>La prima si sviluppò durante il contratto integrativo di una delle più importanti imprese tessili italiane, la Niggeler &amp; Kupfer, proprietà tedesca, amministratore delegato e direzione generale italiana.<br />
L’azienda era una holding che constava di sette unità produttive disseminate essenzialmente nel nord-ovest del paese.<br />
La piattaforma sindacale prevedeva aumenti salariali, riduzioni dell’orario di lavoro, passaggi di qualifica e un piano di investimenti che domandava una cosa effettivamente straordinaria: il plafonamento degli investimenti al nord e la destinazione di quelli aggiuntivi al sud, secondo una strategia che puntava a portare fabbriche e lavoro al Sud.<br />
Si trattava di una linea che conteneva un certo tasso di ingenuità ed un’idea essenzialmente quantitativa dello sviluppo che doveva essere trapiantato nel Mezzogiorno.<br />
Ma la generosità della lotta che si ingaggiò fu veramente straordinaria. Costò molte ore di sciopero e la vertenza si chiuse solo quando l’azienda si piegò a sottoscrivere un accordo che prevedeva la costruzione di un impianto tessile negli Abruzzi, la Manifattura di Roseto degli Abruzzi, appunto.<br />
Difficile e nel tempo presente difficilmente immaginabile l’entusiasmo che si diffuse fra i lavoratori, soprattutto donne, alla firma dell’accordo. Lì capivi che la solidarietà era un sentimento profondamente interiorizzato nella classe.</p>
<p>La seconda si svolse negli anni Novanta alla Valsella meccanotecnica di Montichiari (Bs), con sito produttivo in Castenedolo (Bs) specializzata nella produzione di mine anti-uomo che furono vendute in ogni dove e, in particolare, in Iran e Iraq nella guerra che provocò un milione di morti.<br />
L’azienda era dei flli. Borletti e della Fiat, che dismise il suo pacchetto azionario solo quando l’Italia aderì alla moratoria contro le mine anti-uomo.</p>
<p>Gli effetti disastrosi della disseminazione delle mine senza mappatura furono descritti in tutta la loro drammaticità da Emergency.<br />
Da quella denuncia prese corpo una campagna contro la produzione e l’utilizzo di queste armi di distruzione indiscriminata di massa, una campagna che si concluderà con successo nel ’97 con la messa al bando delle mine anti-uomo.</p>
<p>La campagna non poteva non chiamare in causa la Valsella e, fatalmente, quanti e quante vi lavoravano: un pugno di tecnici addetti alla progettazione, profumatamente pagati e una quarantina di operaie addette alla produzione con salari non superiori alle 900 mila lire mensili.<br />
E’ a loro che ci rivolgemmo per discutere della necessità di porre fine a quelle produzioni.<br />
La prima assemblea fu durissima. Le operaie rifiutavano di essere assimilate a coloro che avevano le mani sporche di sangue. Concordammo allora un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada. Lì fu proiettato un documentario agghiacciante che ebbe sul Consiglio di fabbrica un effetto catartico.<br />
Da quel momento iniziò un processo rapido di maturazione e di presa di coscienza che sfociò in uno sciopero a oltranza che si protrasse per mesi. Vi parteciparono tutte le donne, addette alla produzione. A loro non si unì nessuno dei progettisti.<br />
Con l’agenzia regionale per la riconversione furono elaborati progetti alternativi, che sfruttavano le tecnologie esplosive delle mine per produrre airbag, dispositivi per lo svitamento in cunicoli stretti, tecniche di esplosione in verticale per la demolizione di edifici vetusti. Ma la Valsella non intendeva abbandonare la produzione straordinariamente lucrativa delle mine. Dovette cedere quando il governo decise di aderire alla moratoria internazionale della produzione delle mine.<br />
La situazione economica era terribile, malgrado il credito che gli esercenti facevano alle operaie in lotta e alle loro famiglie. A questo punto, come non sempre accade, un colpo di fortuna. Si fece avanti un’azienda che operava nel settore automotive, la Vehicle Engineering&amp;Design, che si dichiarò disponibile a rilevare la Valsella per costruire motori a trazione elettrica: un salto di qualità clamoroso, salutato con entusiasmo dai lavoratori. Ma l’offerta conteneva una condizione: la disponibilità dei lavoratori a consentire la vendita alla Spagna dell’Istrice, un marchingegno brevettato dalla Valsella che serviva alla distribuzione dall’alto delle mine, ovviamente senza mappatura. L’incasso sarebbe servito anche a pagare ai lavoratori le tante mensilità arretrate accumulate.<br />
Si svolse un’assemblea drammatica: spettava alle lavoratrici decidere se rifiutare l’offerta e ricominciare da capo o accettarla con le conseguenze intuibili.<br />
Ricorderò per sempre quei momenti. Nel silenzio totale prese la parola una delle tre delegate del consiglio di fabbrica e disse: “Sentite, abbiamo fatto tanta strada insieme, in tutti i sensi; siamo cresciute, abbiamo capito che a volte nella vita occorre assumersi delle responsabilità che vanno oltre le proprie convenienze. Ora, dopo tutta questa lotta, cosa dovremmo fare? Dovremmo scambiare la nostra dignità per questi quattro soldi? Sì, lo so, riprenderemmo il lavoro, in un modo degno, e ne abbiamo bisogno tutte, ma ogni giorno ci ricorderemmo che non abbiamo avuto il coraggio di andare fino in fondo e resterebbe una macchia su ognuna di noi. Sapete allora cosa vi dico?: nessun compromesso. Di qui non esce niente, nemmeno il progetto di quel maledetto istrice”.</p>
<p>Si votò. E la proposta della delegata venne accettata. Era un venerdì sera. Tornammo al sindacato e scrivemmo alla Vehicle Engineering&amp;Design per comunicare la decisione delle lavoratrici, condivisa dal sindacato. E invitammo l’azienda a ripensare le condizioni poste e a confermare l’offerta d’acquisto, senza condizioni.<br />
Il secondo colpo di fortuna fu che lunedì l’azienda rispose, rinunciando a quanto aveva chiesto.<br />
Nei giorni successivi si svolse una grande manifestazione, con un corteo che si snodò da Brescia a Montichiari. Gli stampi delle mine furono bruciati in piazza. Tutti i progetti furono consegnati al Ministero della difesa.</p>
<p>Mi sono diffuso nel racconto di questi due episodi, espressione di quella che un tempo nominavamo come lotta di classe, ma altri meriterebbero di essere ricordati, perché grandi battaglie furono combattute in quegli anni, animate da una straripante generosità politica, da una nitida coscienza di sé e da un alto senso morale, uniti alla consapevolezza assai forte nei lavoratori e nelle lavoratrici di appartenere ad una comunità di destino.</p>
<p>Per l’ambiente non è andata così.<br />
Brescia, la stessa città protagonista delle lotte appena ricordate è oggi sotto i riflettori come uno dei territori più inquinati d’Italia.</p>
<p>Ci sono ragioni più recenti, ampiamente note, ed altre più antiche, che portano il segno dell’industrializzazione selvaggia, del saccheggio del territorio, dell’inquinamento delle falde acquifere. In quel tempo allo sviluppo, all’occupazione si poteva sacrificare tutto il resto.<br />
Brescia, come gran parte del Nord, è stata per lunghi anni una realtà dove il tasso di disoccupazione non ha mai superato dimensioni fisiologiche. E tanto bastava.<br />
La tutela dell’ambiente non è mai entrata nell’orizzonte delle preoccupazioni di un movimento operaio pur forte come quello che negli anni Settanta, Ottanta e per trascinamento persino oltre, ha segnato di sé la vicenda sociale del nostro paese.</p>
<p>Poi, negli anni della crisi, della distruzione di posti di lavoro, il movimento operaio e sindacale è rinculato su se stesso e le lotte per la difesa del posto di lavoro, spesso senza alternative, hanno rimosso ogni altra priorità, accentuando, se possibile, la frattura fra l’istanza del posto di lavoro e quella della tutela ambientale, a sua volta interpretata da un movimento ambientalista privo di storia sindacale.<br />
Sono infiniti gli esempi, in qualche caso clamorosi, di frattura e di contrapposizione che si sono consumati, il più delle volte con esiti infausti per entrambi i fronti.</p>
<p>L’Icmesa di Meda<br />
Disastro Seveso è il nome con cui si ricorda l&#8217;incidente, avvenuto il 10 luglio 1976 nell’azienda Icmesa di Meda con la fuoriuscita e la dispersione di una nube della diossina TCDD, una sostanza chimica fra le più tossiche. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso.<br />
Il disastro, che ebbe notevole risonanza pubblica e a livello europeo, portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE nota anche come Direttiva Seveso. Si trattò del primo evento nel quale la diossina era uscita da una fabbrica e aveva colpito la popolazione e l&#8217;ambiente circostante. Secondo una classifica del 2010 del periodico Time, l&#8217;incidente è all&#8217;ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia. Il sito americano CBS ha inserito il disastro tra le 12 peggiori catastrofi ambientali di sempre.<br />
Uno studio pubblicato nel 2008 ha evidenziato come ancora a 32 anni di distanza dal disastro gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione siano elevati.<br />
I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell&#8217;alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La popolazione dei comuni colpiti venne però informata della gravità dell&#8217;evento solamente otto giorni dopo la fuoriuscita della nube. Nell&#8217;area più inquinata il terreno fu depositato in vasche. Fu apportato un nuovo terreno proveniente da zone non inquinate ed effettuato un rimboschimento che ha dato origine al Parco naturale Bosco delle Querce.<br />
L’Acna di Cengio.<br />
L’Acna (acronimo che sta per Azienda Coloranti Nazionali e Affini) presso Cengio, in provincia di Savona) era in mano all’ENI tramite la sua consociata EniChem.<br />
Per quasi 30 anni, i comuni piemontesi segnalarono di continuo casi di inquinamento dei pozzi e delle falde, causate dalla presenza dello stabilimento. I danni erano spesso evidenti a occhio nudo: le acque si tingevano di strani colori e puzzavano per qualche giorno, poi la situazione sembrava migliorare fino al successivo episodio. Indagini e accertamenti avrebbero in seguito dimostrato una scorretta gestione dei rifiuti tossici, con sversamenti delle sostanze nelle acque di scarico, che finivano poi nel fiume.<br />
Da un lato c’erano gli abitanti di Cengio e degli altri comuni liguri che beneficiavano dell’occupazione offerta dalla fabbrica, mentre dall’altra c’erano i piemontesi che dovevano fare i conti con l’inquinamento causato dall’impianto e che attraverso la Bormida interessava buona parte del fondo valle fino alla confluenza del fiume con il Tanaro, nei pressi di Alessandria.</p>
<p>Morti sospette per cancro alla vescica spinsero i sindacati a costituirsi parte civile, ma questi si ritirarono dal processo su pressioni da parte dell’azienda. I sindacati confermarono la posizione mantenuta per decenni, dimostrando l’interesse per il mantenimento dei posti di lavoro, che superava quello per tutelare l’ambiente e la popolazione della val Bormida.<br />
Lo scontro divenne durissimo. Nel 1988 una grande manifestazione coinvolse oltre 8mila persone, ma anche in quel caso i sindacati furono dalla parte dell’azienda. Lavoratori da una parte con i distintivi distribuiti dal sindacato che su un cuore rosso portavano la scritta I love Acna, e dall’altra cittadini che chiedevano la chiusura dello stabilimento.</p>
<p>Il 23 luglio 1988 alle 8 del mattino una densa nube bianca si levò dallo stabilimento ACNA di Cengio. I gas tossici di oleum, una miscela di acido solforico e anidride solforica, furono rapidamente trasportati dal vento verso Saliceto e altri comuni piemontesi della val Bormida, causando grande preoccupazione tra gli abitanti.</p>
<p>L’ennesimo disastro portò a nuove manifestazioni da parte degli attivisti piemontesi, richieste al governo di intervenire e ancora polemiche con i sindacati. Fu disposta una chiusura dello stabilimento per un mese e mezzo a partire da agosto, in attesa di un piano per risanare e mettere in sicurezza il sito produttivo.<br />
La proposta di costruire nell’area dell’ACNA un inceneritore per recuperare i solfati portò a nuove proteste, ma l’anno seguente il piano fu approvato dalla regione Liguria.</p>
<p>Dopo avere scoperto la presenza di sostanze inquinanti che finivano chiaramente nella Bormida, le associazioni intensificarono i loro presidi intorno allo stabilimento ACNA, con una presenza 24 ore su 24.<br />
Le loro iniziative furono raccontate sui media nazionali in alcune trasmissioni, come quelle sulla RAI di Michele Santoro. Intanto la costruzione dell’inceneritore proseguiva a singhiozzo, tra sospensioni e provvedimenti quando si scoprì che l’azienda non aveva eseguito le valutazioni di impatto ambientale necessarie.<br />
Nel 1999 l’ACNA fu infine chiusa, a oltre un secolo dalla fondazione del primo dinamitificio a Cengio.<br />
L’area tra Cengio e Saliceto è stata inserita tra i Siti contaminati di Interesse Nazionale (SIN), sotto la competenza del ministero dell’Ambiente in collaborazione con le Agenzie regionali per la protezioneambientale.<br />
Il territorio della val Bormida risulta ancora inquinato e lo resterà per decenni, mentre si attuano soluzioni per ridurre l’impatto degli inquinanti sulla popolazione e la produzione agricola.</p>
<p>Mi sono diffuso lungamenete su questo caso perché ampiamente rappresentativo di ciò che è accaduto (e ancora accade) nel nostro paese.</p>
<p>Di passaggio voglio solo ricordare altre vicende paradigmatiche:</p>
<p>Il petrolchimico di Marghera<br />
Un censimento del 1998 evidenziò la presenza di 1498 camini da cui venivano immesse ogni anno 53 mila tonnellate di 120 sostanze tossiche differenti. Tante quante le discariche abusive per un totale di 5 milioni di metri cubi di rifiuti. Tra gli agenti contaminatori zinco, arsenico, piombo, selenio, rame ma anche alcuni idrocarburi. In particolare fu riscontrata la presenza di metalli pesanti e microinquinanti organici.<br />
Nel 1996 la procura di Venezia chiese il rinvio a giudizio di 28 dirigenti di Montedison ed Enichem con l&#8217;accusa di strage, omicidio, lesioni colpose multiple e disastro colposo ambientale. Questi erano gli stabilimenti che a partire dagli anni Settanta immettevano nell&#8217;atmosfera tonnellate di fumi tossici e riversavano nel mare sostanze cancerogene.<br />
Tutto ciò ha provocato nella popolazione aumento delle patologie tumorali legate alle vie respiratorie, alla pelle e alle ossa con centinaia di vittime tra gli abitanti.<br />
Nel 1998, lo Stato si costituì parte civile chiedendo un risarcimento di 71 mila miliardi di lire. Montedison verserà la cifra di 550 miliardi come contributo per opere di bonifica del territorio. Enichem, invece, risarcirà la vittime con 70 miliardi di euro ma in cambio chiese ed ottenne il loro ritiro dal processo. Nel processo d’appello del 2004, vennero condannati 5 ex dirigenti Montedison.</p>
<p>Quanto alla bonifica, i dati forniti dal ministero dell&#8217;Ambiente aggiornati al marzo 2013, riportano una percentuale di avanzamento, calcolato rispetto al totale delle aree perimetrate a terra di competenza pubblica: solo il 10,3% di queste zone è stato sottoposto ad interventi di messa in sicurezza di emergenza.<br />
In tutto tra il 2004 e il 2010 con le bonifiche in corso sono state prodotte 140 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, 600 mila di rifiuti non pericolosi, 90 mila di rifiuti solidi da bonifica e 370 mila tonnellate di rifiuti liquidi. Cifre impressionanti e solo parziali che rendono bene l&#8217;idea sulla quantità e gravità dell&#8217;inquinamento del sito.</p>
<p>L’Ilva di Taranto</p>
<p>L’ Ilva S.p.A. è una società che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell’acciaio.<br />
Rinata sulle ceneri dell&#8217;Italsider, viene acquisita da flli. Riva.<br />
In amministrazione straordinaria dal 2015, il 1º novembre 2018 l’Ilva entra ufficialmente a far parte del colosso ArcelorMittal, nato nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e dell&#8217;inglese Mittal Steel.</p>
<p>Nel 2012 furono depositate presso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie, una chimica e l&#8217;altra epidemiologica, nell&#8217;ambito dell&#8217;incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell&#8217;area agglomerato. A loro carico furono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.<br />
Quanto alla perizia epidemiologica, i modelli adottati dai periti di parte nominati dalla Procura di Taranto hanno attribuito all’Ilva la responsabilità di un totale di 11.550 morti, con una media di 1650 morti all&#8217;anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie; un totale di 26 999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all&#8217;anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie, e cerebrovascolari.<br />
Gli esiti sanitari evidenziarono un danno a carico delle emissioni del siderurgico costituito da patologie cardiovascolari e respiratorie, queste ultime in particolare per i bambini, tumori maligni e leucemie.<br />
La perizia epidemiologica si conclude con un&#8217;affermazione che sintetizza quella che, secondo le metodologie di rilevazione adottate, è la situazione dell&#8217;area ionica: &#8220;L&#8217;esposizione continuata agli inquinanti dell&#8217;atmosfera emessi dall&#8217;impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell&#8217;organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte&#8221;.<br />
Nel gennaio 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha accolto i ricorsi presentati nel 2013 e 2015 da 180 cittadini che vivono o sono vissuti nei pressi dello stabilimento siderurgico di Taranto e condanna l&#8217;Italia per non aver tutelato il diritto alla salute dei cittadini.<br />
La bocciatura riguarda i governi che dal 2010 (governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) hanno sempre rinviato il rispetto dei vincoli ambientali.<br />
Ancora oggi, l’intervento di bonifica, promesso dalla nuova proprietà, langue.</p>
<p>La Marlane, di Praia a mare</p>
<p>La proprietà? Prima Lanerossi, poi Marzotto.<br />
Per anni usano sostanze tossiche nella produzione e sversano i veleni nel terreno circostante. Ma nessuno si muove, sindacato compreso, perché il lavoro, in una zona che ne è avara, è troppo prezioso. Moriranno in 107 (sino ad ora).<br />
Di fronte all’ecatombe manifesta l’omertà si rompe faticosamente e alla fine la procura apre un procedimento per omicidio colposo e disastro ambientale.<br />
La prima scandalosa sentenza assolve tutti e quella pronunciata dai giudici del processo d’appello conferma quella di primo grado.<br />
All’inizio di febbraio dello scorso anno sono state pubblicate le motivazioni della sentenza del processo d’appello che vedeva imputati dirigenti e proprietari della Marlane, della Lanerossi, della Marzotto.<br />
Tutti assolti! Per non aver commesso il fatto, perché il fatto non sussiste, perché è passato troppo tempo dai fatti e tanti reati sono prescritti. Nessuno è stato dichiarato responsabile delle malattie e delle morti conseguenti, di quella“epidemia”di diversi tipi di cancro che ha colpito i poco più di mille che hanno lavorato in quella fabbrica calabrese. Persone, non numeri di una statistica, che si sono spente un poco alla volta, lentamente, nell’indifferenza generale. Morti, anche in questo caso, che non hanno fatto notizia. Esistenze da dimenticare.</p>
<p>Nei terreni è stata riscontrata la presenza in concentrazioni altissime di cinque classi di metalli pesanti, per le loro caratteristiche non degradabili in forme non tossiche e nocivi per la salute umana: mercurio, piombo, cadmio, cromo, arsenico.<br />
Ancora oggi è estremamente difficile reperire le informazioni su cosa sia realmente successo alla Marlane-Marzotto e sul perché di tante morti, ma se si leggono le motivazioni di quella sentenza assolutoria per tutti, dirigenti e imprenditori, qualche certezza cresce, dirompente. Perché nelle motivazioni appare chiaro e lampante che nella Marlane-Marzotto la causa di tante malattie e morti c’è ed è stata trovata. I livelli di inquinamento e tossicità, all’interno e all’esterno dello stabilimento, erano incredibilmente elevati. Sono stati chiaramente rilevati a distanza di decenni da quando, probabilmente è avvenuto l’inquinamento e sono, ancora oggi, estremamente pericolosi per la salute e la vita di chiunque abbia lavorato in quel maledetto stabilimento o viva nelle sue vicinanze.<br />
La Caffaro<br />
Il divieto di produrre PCB fu deciso in Giappone nel 1972 e negli Stati Uniti nel 1977. In Italia no e la Caffaro ne interruppe solo nel 1984 la produzione. Fu nel 1980 che si iniziò a considerare la pericolosità della dispersione in ambiente delle peci e dei rifiuti tossici delle produzioni Caffaro.<br />
Nei primi anni Ottanta, il Comune di Brescia, attraverso la propria municipalizzata, verificò il forte inquinamento dovuto al tetracloruro di carbonio di alcuni pozzi dell&#8217;acquedotto pubblico. Nel corso dei decenni erano state utilizzate ingentissime quantità di acqua di falda. L’acqua emunta con sette pozzi, venne scaricata per anni “arricchita” di tutte le sostanze tossiche entrate in produzione, nella roggia da cui si irradiava il sistema di irrigazione dei campi a valle della stessa fabbrica.<br />
Secondo le indagini effettuate dall’Arpa Lombardia (nel 2001) è emerso “un inquinamento del suolo con valori fino a migliaia di volte al di sopra dei limiti”.<br />
E ancora: “Nell’area dello stabilimento gli inquinanti quali policlorobifenili (pcb), policlorobenzodiossine e dibenzofurani, mercurio, arsenico, solventi, si sono spinti nel sottosuolo fino a una profondità di oltre 40 metri, determinando anche la contaminazione della risorsa idrica sotterranea” su un’area che, oltre al vecchio stabilimento, comprende all’incirca 260 ettari di terreno e oltre duemila ettari di falda acquifera.<br />
Uscendo dal perimetro della fabbrica, all’orizzonte c’è un’ampia area di campi, una zona agricola sulla quale sorgono delle vecchie cascine. I contadini che abitano in quegli edifici e coltivavano quei campi hanno sempre pensato di aver mangiato sano. Lo hanno pensato fino al giorno in cui è stato detto loro che dovevano ammazzare tutti gli animali e smettere di coltivare la terra. La loro vita non è più la stessa. Niente è più lo stesso per loro. Anche se non è visibilmente cambiato nulla e i risarcimenti, per tutto questo, non sono mai arrivati.<br />
I danni per la salute delle persone sono evidenti, come testimoniano le alterazioni del sangue e del latte materno presenti fra i residenti nell’area Caffaro.</p>
<p>L’azienda liquefatta non è in grado di riparare il danno prodotto, di proporzioni semplicemente enormi, mentre l’inquinamento della falda non è affatto risolto e richiede un intervento radicale che ancora non è alle viste.</p>
<p>Questa disamina campionaria – per altro assolutamente parziale e formulata a titolo di esempio – spiega con chiarezza lineare non soltanto la protervia dei padroni, attenti unicamente alla realizzazione dei propri profitti, quale che sia il prezzo economico, sociale ed ambientale pagato dalla collettività, non soltanto l’inerzia dei poteri pubblici, ma anche le amnesie del sindacato schiacciato su una linea di condotta che è spesso di oggettiva complicità con l’impresa.</p>
<p>Persino le grandi lotte che negli anni Settanta hanno saputo mettere al centro della contrattazione il tema della salute nei luoghi di lavoro attraverso un grande processo di soggettivazione operaia, non si sono mai saldate ad una visione più ampia del problema ambientale.<br />
Fra il “dentro” e il “fuori” dalla fabbrica è rimasta una cesura, una ferita mai ricomposte.</p>
<p>Dall’altra parte, abbiamo un ambientalismo “debole” (Verdi, WWF, Italia nostra, la stessa Legambiente) che non hanno mai saputo legare la questione ambientale a quella del lavoro, del tema cruciale di chi decide cosa produrre, come produrre e per chi.</p>
<p>Ci sono tracce – per la verità – di un ambientalismo “forte”, quello della compianta Carla Ravaioli, di Mario Agostinelli, di Giorgio Nebbia, che sulle tracce di Serge Latouche, Karl Polany, Ivan Illich si è spinto sino a produrre una critica dello stesso concetto di “sviluppo sostenibile” e della csd “Green economy”, definita come una sorta di impacco caldo su una gamba di legno, per approdare al concetto di “decrescita serena”, fondata sulla convinzione che serva un cambiamento radicale, possibile solo se si lavora per un’uscita dal capitalismo.</p>
<p>Ma si tratta di posizioni minoritarie, sostanzialmente estranee al grande dibattito pubblico e ignorate dal mainstream.</p>
<p>Oggi, in una fase di generale riflusso della sinistra e del movimento operaio, la regressione del senso comune su posizioni subalterne a quelle del grande capitale è molto evidente.</p>
<p>Il rilancio di una speranza viene dall’esterno della fabbrica, dall’esterno delle organizzazioni del movimento operaio.<br />
Si tratta del movimento su scala planetaria, innescato dalla giovanissima svedese Gretha Thumberg, che pare aver messo in moto una nuova generazione, in gran parte studentesca (nelle manifestazioni di queste settimane non troverete un solo operaio) che si muove con gli strumenti che ha, con un livello di coscienza che non può appoggiare su alcun pavimento culturale preesistente.<br />
Camminano con generosità su un terreno arido e incolto.<br />
Si portano appresso contraddizioni, primitivismi, diffidenze verso le ideologie, verso le tradizionali forme politiche organizzate, massimamente verso i partiti: sono in qualche modo vittime dell’antipartitismo dilagante, esito della degenerazione populistica e lidersitica che ha libero corso.</p>
<p>Qui ci sarebbe (c’è), ove ne fossimo capaci, un ruolo da svolgere, se non fossimo ingoiati dall’irresistibile afasia della sinistra radicale divorata dalla sua eterna balcanizzazione.<br />
Il rischio che anche quel movimento subisca una manipolazione e un esito consegnato all’egemonia moderata c’è tutto, e con esso l’inevitabile riflusso.<br />
Del resto è sempre stato questo il rischio, connaturato alla natura di tutti i movimenti di scopo, anche i più forti e motivati, i quali, prima o poi, concludono la propria vita sociale, o perché raggiungono lo scopo, o perché, come più spesso accade, perché vengono sconfitti.<br />
Ma anche nella fase “alta” della loro crescita, difficilmente scoprono il nesso politico che lega gli uni agli altri, vivendo in una sorta di assolutismo autoreferenziale: fuori da sé non c’è nulla.</p>
<p>La necessità di rifondare la Sinistra sulla base di un nuovo paradigma ambientalista, di stampo marxiano, dovrebbe essere il cimento dei comunisti, impresa che implica un di più di cultura teorica e politica oggi francamente deficitari.</p>
<p>Nel mondo cattolico, soprattutto per l’iniziativa di Bergoglio, c’è un fermento nuovo che sarebbe sbagliato trascurare o sottovalutare. Quel Bergoglio che è sotto attacco – dall’interno e dall’esterno della chiesa – da parte della destra reazionaria, sanfedista e clerico-fascista.</p>
<p>L’enciclica Laudato sì rappresenta un passo di novità epocale perché individua un nesso stringente fra le due crisi, quella sociale e quella ambientale, entrambe legate, anche se il termine capitalismo non viene esplicitamente evocato.</p>
<p>E ancora: la rivendicazione di un’ecologia integrale, dove l’origine dei mutamenti climatici viene spiegata con la qualità dello sviluppo; la questione dell’acqua e dei beni comuni; la tutela della biodiversità; il debito ecologico del Nord verso il Sud del mondo; la dignità del lavoro e la centralità della persona.</p>
<p>C’è, su questi temi cruciali, una superficie di contatto molto ampia con le istanze di liberazione di cui dovrebbe farsi banditrice una sinistra finalmente capace di padroneggiare e riabilitare i propri “fondamentali”.</p>
<p>E’ mia convinta opinione che il punto più alto della proposta di una nuova civilizzazione umana, di impronta socialista, che mai sia stato formulato sia venuto per iniziativa di Enrico Berlinguer nel 1977, dopo la grande avanzata elettorale che fra il ’75 e il ’76 portò il Pci ad un’incollatura dalla Dc.<br />
Fu allora che il segretario del Partito comunista chiamò a raccolta, nel giro di 15 giorni, fra il 15 gennaio e il 30 gennaio, rispettivamente, gli intellettuali italiani, al teatro Eliseo di Roma e le lavoratrici e i lavoratori italiani, al teatro Lirico di Milano.</p>
<p>Per questo, in conclusione della mia relazione, mi soffermerò ampiamente su quella che ritengo sia stata – senza retorica – la più grande occasione che si presentò al popolo italiano da quando è nata la repubblica democratica.</p>
<p>Lo farò facendo parlare direttamente il capo del Pci. Che a lavoratori e intellettuali propose un discorso che riassumerei così: a questo punto della nostra forza non possiamo più limitare la nostra battaglia ad una pur essenziale strategia redistributiva della ricchezza. A questo punto dobbiamo compiere un decisivo salto di qualità, che consiste nel porre all’ordine del giorno la questione cruciale del modello di società che vogliamo costruire, che nella sostanza significa cosa produrre, come produrre e per chi.<br />
In sostanza, Berlinguer mette a tema la questione della transizione verso una società postcapitalistica, dove i produttori associati, riuniti in pubbliche e democratiche istituzioni, possano diventare protagonisti del loro destino, sottraendolo a forze estranee ed alienanti.</p>
<p>“Noi vogliamo – così si rivolse Berlinguer agli intellettuali – fare una cosa che non si è mai fatta in Italia, sia per la sostanza che per il metodo: arrivare ad un progetto di trasformazione discusso fra la gente, con la gente. E poiché per trasformare la nostra società si tratta, come abbiamo detto più volte, non di applicare dottrine o schemi, non di copiare modelli altrui già esistenti, ma di percorrere vie non ancora esplorate, e cioè di inventare qualcosa di nuovo, che stia, però, sotto la pelle della storia, che sia, cioè, maturo, necessario, e quindi possibile, è naturale che il primo momento di questo lavoro sia stato e debba essere l’incontro con le forze che sono o che dovrebbero essere creative per definizione, con le forze degli intellettuali, della cultura (…) Questo convegno rappresenta un primo positivo risultato dello sforzo che stiamo avviando e che dovrà ora continuare ed intensificarsi con altre iniziative che sollecitino il contributo degli operai, dei contadini, dei tecnici, dei dirigenti aziendali, delle masse giovanili e delle loro organizzazioni, delle donne e delle loro associazioni”.</p>
<p>Berlinguer definirà la sua proposta come una proposta di “austerità”. “Per noi – continuò – l’austerità non è un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali (…). Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato (…). Lungi dall’essere una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del capitalismo, l’austerità può essere una scelta che ha un avanzato, concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale”.</p>
<p>Berlinguer pose due urgenze assolute: “aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia dei popoli del terzo mondo e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza e abbandonare l’illusione che sia possibile perpetrare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”.</p>
<p>Una proposta– continuava Berlinguer – che “non è un tendenziale livellamento verso l’indigenza”, ma “un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, un atto che crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale”.</p>
<p>“Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine l’elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati ad un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale; quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori al controllo delle aziende, dell’economia, dello stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti ad una redistribuzione della ricchezza su scala mondiale, che cos’altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?”</p>
<p>E ancora più nettamente, rivolto agli operai: “Qualcuno, sentendoci parlare di austerità, ha creduto di poter fare della facile ironia. Forse voi comunisti – hanno detto – state diventando degli asceti, dei moralisti? Risponderò con le parole che disse, mentre infuriava ancora la guerra nel Vietnam, il primo ministro di quel paese, compagno Pham Van Dong: ‘ il socialismo non significa ascetismo. Sostenere una simile argomentazione sarebbe ridicolo, reazionario. L’uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un’automobile…Oltre un certo limite materiale le cose materiali non contano poi gran che; e allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori reali. E’ questo che dà un senso alla vita, che dà valore a un popolo”.</p>
<p>Così chiudeva il suo discorso:<br />
“Ai nostri compagni, proprio in questo momento che, ancora una volta, è di dura prova per il partito e per il popolo italiano, diciamo che dobbiamo tendere ogni nostra energia in un incessante sforzo innovativo e inventivo e, al tempo stesso, rimanere fedeli ai princìpi comunisti. E, di fronte a certi petulanti, lasciate, compagne e compagni, che , concludendo, io ricordi quel famoso verso di Dante con cui Carl Marx chiuse la sua prefazione alla prima edizione del ‘Capitale’: ‘Non ti curar di loro, ma guarda e passa’”.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2aXExQ2VVd1lkZTFWYTB4OWVXZ1BQMTZ2cWNF" target="_blank">Documento MS Word aggiornato il 16.09.2019</a></p>
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		<title>Rosa Luxemburg, professione rivoluzionaria</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 14:32:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Rosa Luxemburg, “Come una candela che brucia da due parti”. I fili da tirare, nel pensiero e nell’azione di questa straordinaria [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/02/rosa24.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-818" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/02/rosa24-150x150.png" alt="rosa24" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Rosa Luxemburg, “Come una candela che brucia da due parti”.</p>
<p><em>I fili da tirare, nel pensiero e nell’azione di questa straordinaria rivoluzionaria (entrambi i termini, per una volta, non sono abusati) sono molti e ci consegnano un materiale su cui riflettere, oggi più di ieri, quando la storia ha consumato, nel fuoco di brucianti sconfitte, la speranza di una radicale trasformazione dei rapporti sociali, oggi come ieri segnati col marchio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.</em></p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2aFhMUlpkM29EejhxTU5jcy1laVNQNlJ3aHNN" target="_blank">Leggi la relazione di Dino Greco</a></p>
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		<title>Marx, uguaglianza o libertà?</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2018 15:41:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervento di Dino Greco all’iniziativa sul tema: Marx, teorico della libertà (Brescia, 10 novembre 2018) &#8211; La vulgata reazionaria (sussunta acriticamente – anzi – accolta [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2018/11/generosita_solidarieta_mani_ftlia.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-770" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2018/11/generosita_solidarieta_mani_ftlia-150x150.jpg" alt="generosita_solidarieta_mani_ftlia" width="150" height="150" /></a>Intervento di Dino Greco all’iniziativa sul tema: Marx, teorico della libertà (Brescia, 10 novembre 2018) &#8211;</p>
<p>La vulgata reazionaria (sussunta acriticamente – anzi – accolta con l’entusiasmo del neofita dal cosiddetto riformismo post-comunista) ha dichiarato l’inconciliabilità di comunismo e libertà.<br />
E proprio Marx, il fondatore del materialismo storico, sarebbe per vecchi e nuovi rottamatori l’antecedente cronologico, il precursore teorico, oltre che il mandante morale di tutti i progetti politici autoritari e dittatoriali indicati come consustanziali alla rivoluzione proletaria e suo necessario sbocco.<br />
In altre parole, è in Marx stesso che coverebbe l’uovo del serpente: comunismo e libertà sarebbero termini intrinsecamente contraddittori e dunque inconciliabili.<br />
Nel migliore dei casi, la cultura liberaldemocratica, che ha affondato solide radici nella cosiddetta sinistra riformista in caduta libera, ha autorizzato la tesi secondo cui Marx si sarebbe occupato sì dell’uguaglianza, ma a scapito della libertà, prova ne sia che l’esito della lotta di classe contro la borghesia avrebbe dovuto culminare in una dittatura, la dittatura del proletariato.<br />
Basterebbe un rapido sguardo al Manifesto del Partito comunista (1948), in particolare al capitolo intitolato<br />
Risposta alle accuse della borghesia contro il comunismo,<br />
per comprendere quanto questa affermazione sia il prodotto di una contraffazione, di un armamentario propagandistico frusto, utile oggi più di 160 anni fa ad esorcizzare quel fantasma che continua – malgrado le sconfitte subite dal movimento operaio e malgrado l’esorbitante potenza del capitale nel presente – a disturbare il sonno dei proprietari universali.<br />
Questo sesquipedale rovesciamento della verità – entrato nel tempo presente in larga parte del senso comune insieme alla marginalizzazione di tutte le espressioni, anche le meno radicali, di pensiero critico – serve a mettere al bando ogni velleità trasformatrice dell’ordine di cose esistente e a congelare la formazione economico-sociale capitalistica in una dimensione metastorica.<br />
La prima e fondamentale mistificazione dell’economia politica consiste, per Marx, proprio nello spacciare un certo tipo di economia, una particolare oggettivazione dell’uomo in un determinato mondo economico-sociale, per l’Economia.</p>
<p>Il fatto è che l’economia politica classica non riconosce il capitalismo come realizzazione storica che, in quanto tale, come ha avuto un inizio avrà anche una fine. Anche quando essa arriva a concepire una storia dei rapporti di produzione, non giunge mai a comprendere il presente come storia.<br />
Allo stesso modo, il solo pensiero oggi accreditato, in quanto compatibile con i rapporti sociali dati, utile a contrastare tiepidamente il liberismo imperante ridiventa, mutatis mutandis, come ai tempi di Marx, il pensiero liberale, come ci viene rivelato in queste settimane anche da pulpiti insospettabili.<br />
Essendo vero l’esatto contrario non sarà inutile dedicare qualche sforzo a rimettere sui piedi quello che cammina sulla testa.<br />
Ora, se c’è un filo conduttore nel pensiero (e nell’ingaggio rivoluzionario) di Marx questo è proprio l’affermazione della libertà come affrancamento del genere umano da rapporti sociali fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che ne abbrutiscono l’esistenza e ne impediscono lo sviluppo multilaterale della personalità.<br />
Solo che Marx non si limita ad evocare una sorta di “dover essere”, a predicare un’astratta “buona novella”, ma disvela la natura e l’origine dei rapporti reali e della coazione ideologica che rendono gli esseri umani alienati, reificati, cioè ridotti a cose, spogliati della propria individualità.</p>
<p>Insomma, Marx disbosca (decostruisce, diremmo oggi) l’intero apparato ideologico che, mistificando, nascondendo la natura e l’origine di quei rapporti reali (cioè economici e sociali), impedisce alle classi subalterne, al proletariato, in definitiva alla grande parte dell’umanità, di sottrarsi al proprio stato di costrizione e di illibertà, spacciati per una condizione naturale e non spiegati, quali invece sono, come il risultato di un’usurpazione.</p>
<p>Il giovane Marx – ancora impegnato ad elaborare compiutamente la propria critica dell’hegelismo e a chiudere i conti con il materialismo volgare, scrive a questo proposito – fra il 1843 e il 1844 – delle pagine immortali, per nulla rinnegate, come qualcuno crede, ed anzi più volte riprese nelle pagine mature di Per la critica dell’economia politica, del Capitale, dei Grundrisse, ed in saggi di cruciale importanza della metà degli anni Settanta come la Critica del programma di Gotha.<br />
E’ il Marx della Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, della Questione ebraica, dei Manoscritti economico-filosofici (titoli oggi quasi scomparsi dai cataloghi delle principali case editrici), delle Tesi su Feuerbach (appunti di straordinario valore filosofico, teorico e pratico, scritti da Marx nel 1845, trovati da Engels fra le sue carte e pubblicati solo dopo la morte di Marx).<br />
Ebbene, lo smantellamento dell’ideologia dominante, il disvelamento del suo carattere fraudolento, funzionale al dominio della borghesia, comincia, nel giovane Marx, dalla critica religiosa, “coscienza capovolta del mondo”, proprio perché prodotto di un mondo, di una società, di uno Stato capovolti.<br />
Vi propongo questo non brevissimo, ma folgorante testo di Marx tratto dall’Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel (1844):<br />
“ Il fondamento della critica religiosa è: l’uomo fa la religione e non la religione l’uomo. Infatti la religione è la consapevolezza e la coscienza dell’uomo che non ha ancora acquisito o ha di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un essere astratto, isolato dal mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società, producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, proprio perché essi sono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneuer spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo completamento solenne, la sua fondamentale ragione di consolazione e di giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una vera realtà. La lotta contro la religione è quindi, indirettamente, la lotta contro quel mondo del quale la religione è l’aroma spirituale.</p>
<p>La miseria religiosa esprime tanto la miseria reale quanto la protesta contro questa miseria reale. La religione è il gemito dell’oppresso, il sentimento di un mondo senza cuore, e insieme lo spirito di una condizione senza spiritualità. Essa è l’oppio del popolo. La soppressione della religione in quanto felicità illusoria del popolo – continua Marx – è il presupposto della sua vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria condizione è dunque la necessità di rinunciare ad una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione è quindi, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola (…) La critica della religione disinganna l’uomo, affinché egli consideri, plasmi e raffiguri la sua realtà come un uomo disincantato, divenuto ragionevole, perché egli si muova intorno a se stesso e quindi al suo vero sole. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove attorno all’uomo, fino a che questi non si muove attorno a se stesso. E’ dunque compito della storia, una volta scomparso l’al di là della verità, di stabilire la verità dell’al di qua. Allora la critica del cielo si trasforma in critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica”.</p>
<p>Quella che Marx qui delinea con una prosa fulminante (un Marx appena ventiseienne, non ancora approdato alla compiuta critica dell’economia politica) è la concezione secondo la quale l’uomo è per l’uomo l’essere supremo: dunque “essa perviene all’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali egli è un essere degradato, asservito, abbandonato e spregevole”, dunque un essere dimidiato, tutt’altro che libero.</p>
<p>Guardate come Jean Jacques Rousseau (un secolo prima di Marx) descrive, nel suo Discorso sull’economia, la condizione di totale illibertà del povero rispetto al ricco:<br />
“Non sono forse tutti i vantaggi della società per i potenti e per i ricchi? Non sono coperti da loro soli tutti gli impieghi lucrosi? tutte le concessioni ed esenzioni non sono forse riservate a loro? e l’autorità pubblica non è sempre in loro favore? Se un uomo di prestigio deruba i suoi creditori, non è sempre sicuro dell’impunità? I colpi di bastone che distribuisce, le violenze che commette, persino i delitti e gli assassinii di cui si macchia, non sono forse degli affari che si mettono a tacere, e di cui, in capo a sei mesi, non ci si ricorda più? Ma se lo stesso uomo viene derubato, tutta la polizia è subito all’erta e guai agli innocenti da lui sospettati. Passa per un luogo pericoloso? ecco le scorte in azione. L’asse della sua carrozza si rompe? tutti volano a soccorrerlo. Si fa chiasso vicino alla sua porta? basta una sua parola perché tutto taccia. La folla lo disturba? basta un cenno perché tutti si facciano da parte. Un carrettiere gli attraversa la strada? la sua gente è pronta a caricarlo di botte. E si preferirebbe schiacciare cinquanta onesti pedoni che se ne vanno per i fatti loro, piuttosto che causare ritardo a un ozioso ribaldo che procede nel suo equipaggio. Tutti questi riguardi non gli costano un soldo: sono i diritti del ricco e non il prezzo che la ricchezza paga. Quanto diverso il quadro offerto dal povero! più l’umanità gli deve, più la società gli rifiuta: tutte le porte sono chiuse per lui, anche quando ha diritto di farle aprire; e se qualche volta ottiene giustizia, dura più fatica di quanta un altro ne farebbe a ottenere grazia; se ci sono corvées da fare, un esercito da arruolare, la preferenza vien data a lui; porta sempre, oltre il suo carico, quello di cui il suo vicino più ricco ha modo di farsi esentare; al minimo incidente che gli accade tutti si allontanano da lui; se il suo povero carretto si rovescia, lungi dal trovare qualcuno che lo aiuti può considerarsi fortunato se evita per sopramercato le angherie degli uomini scattanti di un giovane duca; in una parola, nel momento del bisogno gli vien meno qualsiasi assistenza gratuita proprio perchè non ha i mezzi per pagarla; ma lo considero perduto se ha la sfortuna di un animo onesto, di una figlia graziosa e di un potente vicino”.<br />
Quella di Marx è dunque e da subito una teoria della libertà, non affidata però alla declamazione sterile di immarcescibili principi, ma consegnata alle masse, che devono trasformare questa conquistata coscienza critica in una forza materiale: la “critica delle armi”, secondo una sua celebre espressione.</p>
<p>Marx ha svelato dunque, sin dalle sue opere giovanili, il reale contenuto della cosiddetta libertà borghese che si riduce alla libertà degli individui isolati di competere fra di loro, gli uni contro gli altri, per l’appropriazione della ricchezza.<br />
La libertà borghese non è altro, in realtà, che la libertà del borghese proprietario e lo Stato borghese è eretto a garanzia di quel rapporto della sfera privata e di quel rapporto di proprietà, espressione della “compiuta schiavitù e inumanità” della società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.</p>
<p>Facciamolo parlare, Marx, attraverso il Manifesto del Partito comunista del ’48, a proposito del quale Palmiro Togliatti, nella sua introduzione al Manifesto del 1947 scriverà che “Se è vero che i libri hanno il loro destino, nessuno ebbe destino più singolare di questo opuscoletto di nemmeno cinquanta pagine, scritto cent’anni fa con l’intento di mettere ordine nelle idee e nell’attività politica di alcune decine o centinaia di democratici avanzati e di militanti operai, e diventato il punto di partenza del più profondo rivolgimento di pensiero e del più grande movimento sociale che mai la storia abbia conosciuto”.<br />
Inizia – osserva Umberto Eco &#8211; con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven, ‘Uno spettro si aggira per l’Europa’ (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio).</p>
<p>L’abbrivio è sul ruolo rivoluzionario della borghesia:<br />
“Nel suo dominio di classe, che dura da appena un secolo, la borghesia ha creato delle forze produttive il cui numero e la cui importanza superano quanto mai avessero fatto tutte insieme le generazioni passate (…). Essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le Crociate(…). “Il suo carattere rivoluzionario ha permesso un&#8217;accelerazione di trasformazioni quali non si erano viste in migliaia d&#8217;anni. Ha sviluppato come non mai la scienza e la tecnica, ha assoggettato la campagna alla città, ha creato metropoli, ha costretto tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione capitalistico, pena la loro rovina: «In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”(…).<br />
« (La borghesia, ndr) ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l&#8217;uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo pagamento in contanti. Ha affogato nell&#8217;acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell&#8217;esaltazione devota, dell&#8217;entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli&#8230; ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d&#8217;illusioni religiose e politiche [&#8230;] ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l&#8217;uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi (…). Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci”.</p>
<p>Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari.<br />
“Voi inorridite – scrive in un passo della sua celebre requisitoria – all’idea che noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nell’attuale vostra società la proprietà privata è abolita per 9/10 dei suoi membri; anzi essa esiste precisamente in quanto per quei 9/10 non esiste.</p>
<p>Voi ci rimproverate dunque di voler abolire una proprietà che ha per condizione necessaria la mancanza di proprietà per l’enorme maggioranza della società. Ma dall’istante in cui il lavoro non può più essere trasformato in capitale, denaro, rendita fondiaria, insomma in una forza sociale monopolizzabile, dall’istante cioè in cui la proprietà personale non si può più mutare in proprietà borghese, da quell’istante voi dichiarate che è abolita la persona. Ebbene, questa persona deve effettivamente essere abolita”.<br />
Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni.</p>
<p>E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari).<br />
A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia?<br />
Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare&#8230;</p>
<p>Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, “è esattamente quello che vogliamo fare” (…). La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione&#8230;<br />
“E’ stato obiettato – si legge nel Manifesto – che con l’abolizione della proprietà privata, cesserebbe ogni attività, si diffonderebbe una neghittosità generale. Se così fosse, la società borghese sarebbe da molto tempo andata in rovina per pigrizia, giacché in essa chi lavora non guadagna e chi guadagna non lavora”.</p>
<p>Poi – commenta Umberto Eco &#8211; il colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene. E un mondo da guadagnare», «Proletari di tutto il mondo unitevi».<br />
A parte la capacità poetica di inventare metafore memorabili, ilManifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola – ci dice ancora Eco &#8211; insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti (c’è un bellissimo intervento di Domenico Saltarone sugli sterminati interessi culturali di Marx nel convegno sul duecentesimo della nascita del Moro svoltosi a Roma un paio di settimane fa).<br />
Ancora Rousseau così tratteggiava in modo altrettanto incisivo (nell’abbrivio alla seconda parte del suo Discorso sull’origine della diseguaglianza) l’atto di formazione della proprietà privata, come incipit di un sopruso e di una espropriazione (Marx dedicherà, nel Capitale, ampio spazio all’analisi della società capitalistica e del processo storico che ha dato vita all’accumulazione originaria):<br />
“Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: ‘questo è mio’, e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero inventore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassinii, quante miserie ed orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: ‘guardatevi dall’ascoltare quest’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno’ ”.</p>
<p>Il presunto “patto sociale” che scinde – nel capitalismo – il mondo in due parti (proprietari dei mezzi di produzione e lavoratori salariati) è in realtà un’usurpazione, un atto di forza che Marx stronca nel primo libro del Capitale con una citazione letterale presa proprio da un passo di rara efficacia del Discorso sull’economia di Jean Jaques Rousseau:<br />
“Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra di noi: permetterò che abbiate l’onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta per il disturbo che mi prendo nel comandarvi”.<br />
Il mondo disumanizzato, capovolto delle relazioni borghesi che deve essere spazzato via, trova già nei Manoscritti una rappresentazione di forza stupefacente nella descrizione del feticcio corruttore del denaro.</p>
<p>Marx qui cita un passo del Faust di Goethe (E’ Mefistofele che parla):<br />
“Che diamine certamente! Mani e piedi e testa e di dietro, questi sono tuoi! E pure tutto ciò di cui frescamente godo è per ciò meno mio? Se io posso comprarmi 6 stalloni, le loro forze non sono mie? Io ci corro sopra e sono un uomo più in gamba, come se avessi 24 piedi”.</p>
<p>E, di seguito, uno del Timone d’Atene, di Shakespeare:<br />
“Oro, Prezioso, scintillante, rosso oro? No, dei non è frivola la mia supplica. Tanto di questo fa nero il bianco, il brutto bello, il cattivo buono, il vecchio giovane, il vile valoroso, l’ignobile nobile. Questo stacca il prete dall’altare; strappa al semiguarito l’origliere; sì, questo rosso schiavo scioglie e annoda i legami sacri; benedice il maledetto; fa la lebbra amabile; onora il ladro e gli dà il rango, le genuflessioni e la influenza nel consiglio dei senatori; questo ringiovanisce, balsamico, in una gioventù di maggio, colei ch’è respinta con nausea, marcia com’è di ospedale e pestifere piaghe. Maledetto metallo, comune prostituta degli uomini, che sconvolgi i popoli”.</p>
<p>Sentite ora il commento di Marx:<br />
“Ciò che è mio mediante il denaro, ciò che io posso, cioè quel che il denaro può comprare, ciò sono io, il possessore del denaro (…). Ciò che io sono e posso non è dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi le più belle donne. Dunque non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza è annullato dal denaro. Io sono storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io sono un uomo malvagio, ma il denaro è onorato, dunque il suo possessore è buono; il denaro mi dispensa dalla pena di essere disonesto, io sono dunque presunto onesto; io sono senza spirito, ma il denaro è lo spirito reale di ogni cosa: come potrebbe essere senza spirito il suo possessore? Il denaro non tramuta tutte le mie impotenze nel loro contrario? Esso è il potere espropriato dell’umanità”.<br />
Nella società borghese, regolata da rapporti capitalistici di produzione l’esistenza del lavoratore è ridotta allo stato di merce: il lavoro, la vita produttiva è per l’operaio solo il mezzo per riprodursi come lavoratore, per conservare la propria esistenza fisica da rimettere a disposizione del processo di valorizzazione del capitale. La valorizzazione degli oggetti che egli produce, ma che non gli appartengono, la valorizzazione del mondo delle cose cresce in rapporto diretto con la svalutazione del mondo degli uomini.</p>
<p>Quanto più egli crea dei valori, tanto più egli è senza valore e senza dignità. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più egli è imbarbarito: “Ben lungi dal potere comprare tutto – dice Marx – egli deve vendere se stesso e la sua umanità”.<br />
Esattamente come nella religione: “Più l’uomo mette in Dio e meno serba in se stesso” (Manoscritti economico filosofici del’44, Primo manoscritto, “Il lavoro alienato”).<br />
Dunque, mentre la libera attività consapevole è il carattere specifico dell’uomo, la vita stessa si riduce, nel lavoro alienato, a mezzo di vita.<br />
La conclusione è lapidaria: “La proprietà privata (borghese) non sa fare del rozzo bisogno un bisogno umano”.</p>
<p>E ancora:<br />
“Il lavoro estraniato sconvolge la situazione in ciò: che l’uomo, precisamente in quanto è un ente consapevole, fa della sua attività vitale, della sua essenza, solo un mezzo per la sua esistenza (…) Egli produce soltanto ciò di cui abbisogna immediatamente per sé o per i suoi nati; produce parzialmente, mentre l’uomo produce universalmente; produce solo sotto il dominio del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico e produce veramente solo nella libertà dal medesimo (…)”.<br />
“ L’animale produce solo se stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo confronta libero il suo prodotto. L’animale forma cose solo secondo la misura e il bisogno della specie cui appartiene: mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e dappertutto sa conferire all’oggetto la misura inerente, quindi l’uomo forma anche secondo le leggi della bellezza”.</p>
<p>Dunque, è proprio la struttura privatistico-proprietaria che genera non soltanto lo sfruttamento e la separazione nella vita economica ma anche l’alienazione e la contrapposizione egoistica nella vita sociale determinando – diciamo ancora con Marx – “la fondazione della società sull’asociale interesse particolare”.<br />
Ecco perché la rimarginazione della comunità esige non la soppressione di questo asociale particolarismo morale in abstracto, come predica da sempre ogni moralista dotato di buone intenzioni, ma la socializzazione della proprietà privata e cioè – in sostanza – dei mezzi di produzione: il socialismo.<br />
Proprio questa azione reale, che costruisce una realtà realmente diversa, diviene la negazione generale dell’intero universo morale espresso dalla società capitalistica: una società nella quale “la fraternità umana non è una frase, ma la verità” presso gli uomini stessi nella loro quotidiana attività.<br />
Questo processo di risanamento diviene ricostruzione dell’esistenza in generale e cioè di tutti quegli elementi della vita che la disintegrazione proprietaria aveva disfatto.</p>
<p>Proprio questo grande orizzonte implicito nella socializzazione dei mezzi di produzione è rimasto troppo a lungo oscurato nella coscienza politica e teorica del socialismo contemporaneo.<br />
Si è così taciuto questo grande pensiero Di Marx (Manoscritti economico-filosofici del’44):<br />
“La soppressione della proprietà privata è, dunque, la completa emancipazione di tutti i sensi umani e di tutte le qualità umane” perché “l’uomo non si perde nel suo oggetto solo se questo gli diventa oggetto umano o uomo oggettivato”.</p>
<p>In questo orizzonte viene in chiaro che la rivoluzione politica è sempre rivoluzione intellettuale e che la rivoluzione intellettuale è un elemento potenziale di una possibile rivoluzione politica.<br />
Soltanto Gramsci lo avrebbe visto appieno.<br />
Ora, il comunismo come soppressione della proprietà privata, come riappropriazione di un bene comune espropriato, come “negazione della negazione” è il movimento necessario, rivoluzionario dell’emancipazione umana.<br />
Ma attenzione: per Marx esso non è affatto, come tale, il termine conclusivo dell’evoluzione sociale, dell’emancipazione umana, cioè la forma ideale dell’umana società.<br />
Nella sua prima forma, il comunismo è per Marx soltanto la generalizzazione della proprietà privata.<br />
Marx offre un affresco suggestivo dell’emancipazione proposta dal suo socialismo rivoluzionario: una rivoluzione sociale, ma anche intellettuale, insieme teorica e pratica, radicale. Perché non si tratta soltanto di sostituire un potere con un altro, un partito con un altro e neppure una classe con un’altra, ma di cambiare completamente la natura del potere stesso.<br />
Il suo comunismo è, in primo luogo, il regno della libertà, che combatte e soppianta quello della necessità.</p>
<p>E’ appunto un’associazione in cui “il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti”, in cui la conquistata libertà dai vincoli del lavoro alienato ed espropriato “mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra; la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”. Perché è fuori dalla costrizione del lavoro vincolato che questo diventa creazione libera ed in esso si realizza compiutamente l’essenza umana, la capacità di creare “secondo bellezza”.</p>
<p>Il comunismo è il Sistema della libertà.</p>
<p>Sempre dai Manoscritti:<br />
“In che consiste ora l’espropriazione del lavoro? Primieramente in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio non si afferma quindi nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori dal lavoro, e fuori di sé nel lavoro (…). Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è dunque la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. La sua estraneità risulta nel fatto che, appena cessa di essere una costrizione fisica o d’altro genere, il lavoro è fuggito come una peste”.</p>
<p>La conquista del potere politico, la socializzazione della proprietà sono dunque un atto necessario, ma di passaggio: le relazioni che ivi si instaurano sono ancora incrostate di residui della vecchia società.<br />
Quella che nasce appunto dall’espropriazione degli espropriatori – dice Marx nella Critica del programma di Gotha (1875) – è una società comunista non come si è sviluppata dalla propria base, ma come emerge dalla società capitalista, di cui porta ancora le “macchie” sotto ogni rapporto: economico, morale, spirituale.<br />
Il produttore riceve dalla proprietà comune esattamente ciò che le dà: egli ritira dal fondo sociale – dice Marx – tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente.</p>
<p>Il diritto dei produttori è dunque proporzionale alla loro prestazione di lavoro.<br />
“L’eguale diritto è qui perciò ancora sempre, secondo il principio, il diritto borghese: vale a dire un diritto eguale che si applica però a individui oggettivamente (e inevitabilmente) diseguali. Ciò porta con sé una inevitabile radice di ingiustizia. Esso è, in definitiva, “per il suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto”.<br />
Per evitare tutto ciò il diritto – conclude Marx – invece di essere eguale, dovrebbe essere diseguale.<br />
&#8220;Solo in una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della vita collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: ‘Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni’&#8221;.<br />
Dunque, una volta raggiunto lo scopo della rivoluzione, l’abolizione delle classi, anche il potere dello Stato si dissolve e le funzioni governative si trasformano in semplici funzioni amministrative.<br />
La classe operaia è la sola classe sociale della Storia che non si propone di rendere eterno il proprio potere. Essa, liberando se stessa, libera tutta l’umanità, “riumanizza la società”, la rende autenticamente libera.</p>
<p>Di passaggio, ma soltanto di passaggio, perché il tema implicherebbe una trattazione specifica – dio sa quanto necessaria, ma che non rientra nei limiti di questa esposizione – un’ultima osservazione.<br />
Marx, in quanto autentico rivoluzionario (e non spacciatore di “ricette per l’osteria dell’avvenire”) è un pensatore dialettico, non deterministico.<br />
Egli si batte con ogni sua energia contro il materialismo volgare e contro ogni meccanicismo evoluzionistico desunto dalla storia naturale.<br />
Marx pensa cioè che date determinate condizioni oggettive, inscritte in un determinato stadio del rapporto fra le forze produttive ed i rapporti sociali dati, sia apra la possibilità di un processo rivoluzionario: la possibilità, non la necessità.<br />
E prova, sin dagli anni della formazione giovanile, un autentico fastidio per coloro che si limitano a criticare “le frasi del mondo”, ma non il mondo reale.</p>
<p>Scrive, nell’Ideologia tedesca:<br />
“nonostante le loro frasi che, secondo loro ‘scuotono il mondo’, gli ideologi giovani-hegeliani sono i più grandi conservatori. I più giovani tra loro hanno trovato l’espressione giusta per la loro attività, affermando di combattere soltanto contro delle frasi. Dimenticano soltanto che a queste frasi essi stessi non oppongono altro che frasi, e che non combattono il mondo realmente esistente quando combattono soltanto le frasi di questo mondo”.<br />
Perché le possibilità rivoluzionarie immanenti nella situazione data si realizzino – accanto ad una solida teoria e ad una specifica analisi degli elementi costitutivi della realtà in cui si opera – serve l’organizzazione della lotta di classe, serve la predisposizione degli strumenti che la rendano efficace, oltre i sussulti protestatari e le improvvisate jacquerie tipiche delle rivolte fatalmente consegnate alla subalternità e alla sconfitta.</p>
<p>Serve cioè la riunificazione politica dei conflitti.<br />
Serve il partito della classe operaia.<br />
E il sotto proletariato? Esso – “scrive Marx nel Manifesto – rappresenta la putrefazione passiva degli starti più bassi della vecchia società; esso viene qua e là gettato nel movimento da una rivoluzione proletaria; ma per le sue stesse condizioni di vita esso sarà piuttosto disposto a farsi comprare e a mettersi al servizio di mene reazionarie”.</p>
<p>Non è del resto possibile separare in Marx il critico dell’economia politica dal teorico della politica rivoluzionaria, dall’organizzatore instancabile del partito comunista.<br />
Neppure l’enorme campo teorico dissodato da Marx lungo quarant’anni di intensissimo lavoro dà interamente conto di ciò che il rivoluzionario di Treviri fu.<br />
E’ questo che Federico Engels volle dire nel discorso pronunciato davanti alla tomba di Marx nel cimitero di Highgate a Londra, affermando, testualmente, che “lo scienziato non era neppure la metà di Marx… perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario”.</p>
<p>Come a dire che l’impegno militante del movimento operaio è l’altro termine di riferimento essenziale per la comprensione stessa del suo pensiero.<br />
Così conclude Engels:<br />
“Contribuire in un modo o nell&#8217;altro all&#8217;abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all&#8217;emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione : questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto”.</p>
<p>“Marx era perciò l&#8217;uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. E&#8217; morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale&#8221;<br />
&#8220;Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!&#8221;.</p>
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		<title>Seminario &#8220;Gramsci e il populismo&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2018 11:35:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono disponibili sul sito dell&#8217;International Gramsci Society &#8211; Italia e allegate a questo articolo le relazioni al Seminario su GRAMSCI E IL POPULISMO tenutosi a [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2018/10/gramsci_Stampa_OK-600x333.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-758" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2018/10/gramsci_Stampa_OK-600x333-150x150.jpg" alt="gramsci_Stampa_OK-600x333" width="150" height="150" /></a>Sono disponibili sul sito dell&#8217;<a href="http://www.igsitalia.org/" target="_blank">International Gramsci Society &#8211; Italia</a> e allegate a questo articolo le relazioni al Seminario su GRAMSCI E IL POPULISMO tenutosi a Roma il 18 ottobre 2018.</p>
<ul>
<li><strong><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2018/10/1-CINGARI-Gramsci-e-il-populismo.pdf">Salvatore Cingari (Gramsci e il populismo: introduzione)</a></strong></li>
<li><strong><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2018/10/2-MORDENTI-Il-concetto-di-popolo-in-Gramsci-e-il-populismo.pdf">Raul Mordenti (Popolo e populismo nei Quaderni)</a></strong></li>
<li><strong><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2018/10/3-VOZA-Gramsci-e-Laclau.pdf">Pasquale Voza (Gramsci e il populismo secondo Laclau)</a></strong></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rivoluzione russa, Rivoluzione oggi. &#8220;Dopo il &#8217;17: poteva andare diversamente&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Nov 2017 13:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Nel momento in cui celebriamo l’avvento, nella storia umana, del primo stato operaio &#8211; della prima rivoluzione proletaria, che tanto ha [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/11/rivoluzione-russa-01.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-703" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/11/rivoluzione-russa-01-150x150.jpg" alt="rivoluzione-russa-01" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Nel momento in cui celebriamo l’avvento, nella storia umana, del primo stato operaio &#8211; della prima rivoluzione proletaria, che tanto ha influenzato il movimento comunista internazionale, la vittoriosa lotta anticoloniale in tre continenti e che ha cambiato l’intera storia umana, alimentando su scala planetaria la consapevolezza che i rapporti sociali capitalistici non segnano i confini invalicabili della storia umana, ma possono essere rovesciati per costruire un mondo di liberi ed eguali, non possiamo non chiederci (dobbiamo chiederci!) come e perché nel giro di 70 anni si sia verificato il passaggio dal capitalismo al socialismo e poi – a ritroso – dal socialismo al capitalismo nella sua forma più oligarchica, autocratica, mafiosa. Come, in altre parole, il socialismo si sia convertito nel suo opposto.</p>
<p>Dobbiamo farlo, se non vogliamo consegnarci alla pura rievocazione nostalgica, ad un ruolo di pura testimonianza, se vogliamo dare un senso attuale al nostro essere comunisti oggi, a rivendicare l’attualità, la necessità storica della rivoluzione socialista.</p>
<p>Lo sforzo di capire e di “studiare per capire” è assolutamente essenziale. Dove capire vuol dire darsi gli strumenti (le categorie intellettuali) per comprendere la realtà e fondare su questa analisi rinnovata una teoria della rivoluzione in Occidente, sulla strada tracciata da Antonio Gramsci, e poi una strategia e poi una tattica che non siano consegnate all’improvvisazione e, alla fine, alla subalternità e alla sconfitta.<br />
Solo se sai decifrare la realtà che ti circonda, solo se ne sai disvelare l’arcano (come ci ha insegnato a fare Marx) la rievocazione ha un senso, esce dal passato in cui è altrimenti congelata, ossificata, e diventa presente vitale, capacità di leggere e trasformare la realtà.<br />
Altrimenti è pura esercitazione scolastica, priva di qualsiasi capacità rivelatrice.</p>
<p>Non averlo saputo fare in modo adeguato è una delle ragioni (sebbene non la sola) dell’impasse del presente.<br />
L’Ottobre – aveva scritto Gramsci in un articolo apparso sul Grido del popolo &#8211; “rovesciava i canoni del materialismo storico” in quanto la rivoluzione si verificava non in uno dei punti alti dello sviluppo capitalistico, come previsto dal fondatore del socialismo scientifico, ma in un paese arretrato e in tanta parte ancora semi-feudale.</p>
<p>Una rivoluzione che pareva contraddire la classica formula di Marx, contenuta nella Prefazione del ’59 a Per la Critica dell’economia politica, dove il Moro affermava che “una formazione sociale non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; e nuovi superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”.</p>
<p>Del resto, con la lettura che oggi, a distanza di un secolo, possiamo compiere degli eventi e delle dinamiche che hanno condotto all’implosione e alla disgregazione dell’Urss, al drammatico epilogo di quello che Rita Di Leo ha chiamato l’”esperimento profano”, si può ritenere che proprio l’arretratezza della formazione economico-sociale russa nella quale si compie la rivoluzione, l’isolamento e la drammaticità<br />
del contesto in cui furono posti i primi mattoni dell’edificio socialista, l’effetto inerziale di trascinamento del modo di produzione gerarchico piramidale asiatico che riemerge potentemente dalle viscere profonde di quel paese nel lungo termidoro staliniano, hanno segnato – parafrasando Gramsci &#8211; una sorta di rivincita del capitale sulla rivoluzione.</p>
<p>Resta il fatto, incontrovertibile, che Lenin la rivoluzione non si limita a teorizzarla, ma la fa, nelle condizioni date, e questo esalta, creativamente, la funzione del momento soggettivo, la rottura con ogni interpretazione meccanicistica, deterministica, che si era affermata nella Seconda Internazionale, che non fu mai di Marx, il quale non ha fondato una filosofia aprioristica della storia, ma che viveva nella vulgata del gradualismo kautskiano.</p>
<p>Ciò non significa che le cose dovessero necessariamente andare come sono effettivamente andate: il lavoro di una seria storia controfattuale, condotta con la prudenza e l’umiltà che sono proprie di ogni seria indagine storica, si impone per analizzare quali siano stati i condizionamenti, gli errori, le rotture di faglia, gli snodi politici, le responsabilità soggettive che hanno condotto alle profonde degenerazioni che hanno segnato l’involuzione del processo rivoluzionario, il suo contrappasso, sino alla finale trasmutazione nel suo opposto.</p>
<p>Angelo D’Orsi ci ha già detto tutto l’essenziale, con riguardo agli eventi che portano dalla prima fase della rivoluzione, nel febbraio del ’17, dopo la liquidazione della monarchia, al 7 aprile del ’17, quando Lenin rientra in Russia dall’esilio svizzero e formula la sua proposta di svolta, affidata ad un testo intitolato Sui compiti attuali del proletariato rivoluzionario, poi passato alla storia come le Tesi di Aprile, i cui punti cardinali erano il ritiro dell’appoggio al governo provvisorio, la fine del dualismo di potere (“non vi possono essere due poteri in uno Stato. L’uno dei due deve scomparire”) con l’assegnazione di tutto il potere ai soviet, il ritiro della Russia dalla guerra imperialista, terra ai contadini e l’avvio di una fase di transizione fondata su un programma immediato di trasformazione del carattere dello Stato, del potere ispirato al modello della Comune di Parigi del 1871, il solo quanto straordinario antecedente di uno stato operaio, “la forma politica finalmente scoperta – come la definì Karl Marx – della dittatura del proletariato”.<br />
Quel modello era stato esplicitamente ripreso in Stato e rivoluzione, la cui stesura Lenin non aveva ancora ultimato, spiegando egli stesso che la rivoluzione attendeva ora di essere compiuta, prima che raccontata.</p>
<p>Qui c’è un primo nodo da sciogliere.<br />
Perché nel gruppo dirigente bolscevico si apre un aspro dissenso.<br />
Lenin si trova in una prima fase in minoranza (come lo sarà all’inizio in occasione della pace di Brest e in altre occasioni ancora, come vedremo).<br />
Kamenev e Zinoviev lo accuseranno addirittura di avventurismo.<br />
“E’ il delirio di un pazzo. Ci farà fare la fine dei comunardi sulle barricate di Parigi”.<br />
In realtà li porterà alla vittoria.</p>
<p>C’è in sede storica una posizione secondo la quale la rivoluzione voluta da Lenin introdusse un’accelerazione e una torsione radicale a cui vengono imputati i guasti successivi.</p>
<p>Secondo questa tesi la via giusta sarebbe stata quella di lasciare che la fase democratico-borghese producesse i suoi frutti.<br />
Ma è una tesi senza fondamento storico, perché trascura la realtà e cioè che Kerenskij e il blocco sociale che lo sosteneva non avevano alcuna intenzione di porre fine alla guerra, tanto meno di distribuire la terra ai contadini e che l’alternativa vera di fronte al paese non era governo democratico borghese o dittatura del proletariato, bensì rivoluzione socialista o restaurazione reazionaria, come dimostrò il tentativo di colpo di Stato del generale Kornilov (che proprio Kerenskij aveva nominato capo di stato maggiore) e in seguito il tentativo del capo del governo di liquidare i bolscevichi, disponendo l’arresto di tutti i suoi principali dirigenti.</p>
<p>Ci sono altre due palesi mistificazioni che hanno libero corso nella narrazione anti-bolscevica di cui è necessario dare conto.</p>
<p>La prima è quella che spaccia la rivoluzione per un putsch, per un colpo di stato ad opera di una minoranza di spregiudicati avventurieri che avrebbero semplicemente saputo sfruttare una congiuntura favorevole, determinata da fortunate condizioni e da errori altrui.<br />
Questa bizzarra tesi sta in piedi solo a patto di negare la realtà dei fatti e cioè che i bolscevichi avevano conquistato la maggioranza assoluta nei soviet, godevano di un largo consenso fra gli operai e fra i soldati e i contadini non potevano non essere attratti da una rivoluzione che prometteva loro la terra mentre il governo liberal-democratico gliela negava.<br />
Questa colossale fola si infrange contro la constatazione che una minoranza golpista non sarebbe mai stata in grado di rompere l’assedio e battere la contro-rivoluzione.<br />
Quanto all’altra favola del feroce spargimento di sangue provocato dai bolscevichi, basta ricordare che la presa del Palazzo d’inverno provocò meno di dieci vittime e che il millantato pogrom ai danni degli avversari della rivoluzione non vi fu affatto.</p>
<p>C’è una significativa testimonianza del giornalista americano A. R. Williams che ricorda come nel momento della presa del Palazzo d’inverno, Antonov-Ovseenko, che dirigeva il distaccamento della guardia rossa, si rivolse in questo modo ai suoi compagni:</p>
<p>“Il primo di noi che tocca un prigioniero lo fucilo… Sapete dove porta questa follia? Quando uccidete una guardia bianca, uccidete la rivoluzione, non la contro-rivoluzione. Ho dato vent’anni di vita in esilio e in prigione per questa rivoluzione (…). Essa (…) significa qualcosa di migliore, significa vita e libertà per tutti. Anche voi offrite il vostro sangue e la vostra vita per la rivoluzione, ma dovete anche offrirle qualcos’altro (…): la vostra intelligenza. Dovete impegnarvi per la rivoluzione al di là del soddisfacimento delle vostre passioni. Avete avuto il coraggio di condurre la rivoluzione alla vittoria. Ora, in nome del vostro onore, dovete dare prova di magnanimità. Voi amate la rivoluzione. La sola cosa che vi chiedo è di non uccidere ciò che amate”.<br />
Il bagno di sangue si verificherà invece con l’assedio condotto contro la Russia rivoluzionaria da 14 nazioni, fra le quali la Francia, l’Inghilterra, l’Italia, gli Stati Uniti e dalle truppe “bianche” di Kol?ak e Denikin che provocheranno con ogni mezzo ad ammazzare nella culla la rivoluzione.<br />
E’ bene tenere presente che Lenin e l’intero gruppo dirigente bolscevico pensano che la rivoluzione non reggerà se quella scintilla non farà scatenare la rivoluzione in Occidente, soprattutto in Germania e in Italia dove le condizioni paiono mature.</p>
<p>Lenin, Trockij, Radek, Zinoviev, Kamenev, Bucharin sono convinti che siamo nell’imminenza di un sommovimento rivoluzionario nel cuore dell’Europa.</p>
<p>Ma è un’illusione: la sconfitta del movimento operaio italiano e dell’occupazione delle fabbriche del ‘19-’20 e il tradimento della socialdemocrazia tedesca che diviene complice della repressione del movimento spartachista e dell’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht mette fine a quella speranza.</p>
<p>Alla sconfitta del movimento operaio in quei paesi corrisponde la svolta reazionaria che porterà al fascismo in Italia e, più tardi, con la caduta della repubblica di Weimar, all’avvento al potere di Hitler in Germania.</p>
<p>Il tema che allora si pone in Russia diventa uno solo: difendere la rivoluzione in un paese solo, un paese dalle dimensioni sterminate (dagli Urali al Pacifico), segnato da differenze etniche e da storie diversissime, dove pochi nuclei di classe operaia (concentrati prevalentemente a Mosca e a Pietrogrado) galleggiano su un mare di contadini.<br />
L’imperativo è difendersi, dunque, prima di tutto e a qualsiasi costo.</p>
<p>La disciplina è durissima e di tipo militare, anche in economia. E’ il “comunismo di guerra”, con la requisizione delle terre, il lavoro obbligatorio, la riduzione delle razioni alimentari, l’enorme prezzo pagato dai contadini.<br />
La guerra, di inaudita durezza, viene vinta.<br />
Ma qualcosa scricchiola.<br />
La chiusura delle fabbriche e la riduzione delle razioni alimentari provoca scioperi a Mosca e a Pietrogrado: particolarmente gravi quelli nella ex-capitale del nord, dove fu nuovamente imposto lo stato d’assedio: i bolscevichi si sentivano rinfacciare ciò che essi stessi avevano sostenuto nei loro programmi e che ora non erano in grado di realizzare.</p>
<p>Diceva un delegato contadino ad un congresso dei soviet:<br />
“I contadini lavoreranno sempre, non risparmieranno i loro figli, non risparmieranno il sangue. Siamo stati in Germania, siamo stati sugli Urali, abbiamo battuto Kolchak abbiamo battuto Denikin, li batteremo ancora. Sono scappati. Se torneranno li cacceremo un’altra volta. Ma vorremmo non essere tormentati invano… il lavoro deve essere libero…”.<br />
I rischi di una degenerazione burocratica erano stati visti con lucidità da Rosa Luxemburg nei suoi primi commenti sulla rivoluzione russa, nel 1918, e ne aveva messo in guardia i suoi dirigenti.<br />
“Col soffocamento della vita politica in tutto il paese – aveva scritto &#8211; anche la vita dei soviet non potrà sfuggire ad una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata e di riunione illimitata, libera lotta di opinione in ogni libera istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in essa l’unico elemento attivo rimane la burocrazia”.<br />
E aggiungeva: “L’errore fondamentale della teoria leninista-trockista è quello di contrapporre, esattamente come Kautsky, dittatura (del proletariato, ndr) e democrazia (…). Quest’ultimo naturalmente opta per la democrazia e precisamente per la democrazia borghese. Lenin e Trockij optano per la dittatura (del proletariato, ndr)”.<br />
Per così concludere: “E’ compito storico del proletariato, una volta giunto al potere, creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non abolire ogni democrazia”.<br />
L’insieme della crisi finì per prendere un nome: Kronstadt.<br />
La rivolta della celebre fortezza marittima, che con i suoi marinai era stata nel ’17 uno dei massimi focolai della rivoluzione, cominciò il 1° maggio del ’21 in connessione con gli scioperi di Pietrogrado.<br />
Gli insorti rivendicavano “potere ai soviet, non ai partiti” e sognavano una terza rivoluzione.<br />
L’insurrezione fu infine schiacciata con un’offensiva comandata da Trockij e da Tuchacevskij.<br />
La rivolta fu attribuita ai socialisti rivoluzionari, agli anarchici, ad elementi menscevichi. Ma la spiegazione non convince: lo stesso partito bolscevico di Kronstadt si spaccò in tre parti, quelli a favore della rivolta, quelli contro e i neutrali.</p>
<p>Quella lotta furibonda fra uomini che uscivano appena da una guerra fatta insieme nel nome della stessa rivoluzione fu il sintomo più allarmante di un possibile crollo del potere nato nell’ottobre del ’17.</p>
<p>Emerge qui un elemento fondamentale: nella rivoluzione “sovietica”, il soggetto decisivo e centrale, destinato ad occupare tutto il potere e non solo in una fase transitoria è il partito che diviene il fulcro dell’intero edificio istituzionale.</p>
<p>Si verifica cioè una fondamentale deviazione dal progetto politico originario: il partito non è più solo il motore della rivoluzione, ma sostituisce i soviet come fulcro del nuovo potere.</p>
<p>Inizia qui una profonda riflessione di Lenin, che critica pubblicamente il comunismo di guerra come soluzione imposta dalle circostanze, ma che ora esige un ripensamento radicale perché rischia di compromettere ciò che per lui è la condizione stessa della rivoluzione: l’alleanza fra operai e contadini.</p>
<p>Il risultato di questo esame critico è la svolta della Nep (la Nuova Politica Economica fondata su un sistema ad economia mista, con una parziale rivalutazione del mercato, con la reintroduzione della libertà di commercio che scontava una certa rinascita del capitalismo, con il blocco delle nazionalizzazioni, ecc.), sebbene con il potere saldamente nelle mani del partito che aveva fatto la rivoluzione.</p>
<p>Questo accentramento del potere nelle mani del partito porta tuttavia ad un’altra conseguenza, tutta politica: vengono messi fuori legge i partiti non bolscevichi, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari: il partito bolscevico diventa il solo partito legale del Paese, il vero organo dirigente, lungo un processo che porterà alla progressiva identificazione del partito con lo Stato.</p>
<p>In questo quadro si svolge il X congresso, uno dei più tesi e drammatici dell’intera storia bolscevica.<br />
Si fronteggiano due posizioni: quella di Trockij e di Bucharin che volevano una trasformazione pianificata dei sindacati in apparati dello stato operaio, cioè verso una graduale simbiosi fra organismi sindacali e sovietici.<br />
Al lato opposto c’era il gruppo dei sindacalisti, la cosiddetta “opposizione operaia” guidata da Alexander Sljapnikov, capo del sindacato dei metallurgici, e da Aleksandra Kollontaij, che volevano che la pianificazione centralizzata fosse affiancata da un controllo operaio, fabbrica per fabbrica, e che la direzione dell’economia da parte dei sindacati si esercitasse a tutti i livelli, partendo dalla singola azienda, mediante elezioni sindacali di coloro che dovevano gestire tecnicamente l’attività produttiva, con alla vetta un “congresso nazionale dei produttori” che avrebbe eletto la direzione centrale dell’intero apparato economico.</p>
<p>Vista a distanza di tempo, nel tragico quadro dell’epoca, quella discussione può quasi presentare aspetti di irrealtà.<br />
Certo è che, ad un occhio attento non può sfuggire che vennero affrontati temi di fondo per una società socialista, tanto che quel duro confronto offre ancor oggi spunti importanti di riflessione.<br />
La discussione non ebbe il tono di un semplice dibattito, ma quello di un’aperta lotta politica.</p>
<p>La conclusione fu secca ed inequivocabile: si affermò che il partito restava l’avanguardia del proletariato, la sola forza capace di “unire, educare, organizzare” la classe operaia e le masse dei lavoratori, e di “tener duro” anche in mezzo alle loro “oscillazioni” e ai loro “pregiudizi”.</p>
<p>Per questo la posizione di Sljapnikov e Kollontaj fu considerata un “uklon”, termine che stava per “propensione” e, più precisamente, propensione per l’anarcosindacalismo.</p>
<p>La parola uklon avrebbe assunto, sotto Stalin, un pesante significato peggiorativo e addirittura criminale, con tutte le conseguenze del caso.</p>
<p>Quel congresso assunse un’altra decisione, gravida di conseguenze. Una mozione sull’unità del partito metteva al bando le frazioni organizzate e, con una clausola tenuta segreta, autorizzava i massimi organi del partito – Comitato centrale e Commissione centrale di controllo &#8211; ad espellere gli stessi dirigenti eletti dal congresso qualora non avessero rispettato il divieto, con una decisione a maggioranza dei due terzi in seduta congiunta dei due organismi.</p>
<p>Da quel momento le principali decisioni vengono prese nelle massime istanze del partito: vero centro dirigente del paese diventa il Politbjuro e cresce il rilievo di un organismo che sino a quel momento aveva avuto un ruolo del tutto secondario: la segreteria.</p>
<p>Viene inoltre istituita la Ceka, la polizia politica, che nasce come istituzione, come apparato e che sarà destinata progressivamente ad autonomizzarsi, al di fuori di ogni controllo.</p>
<p>All’indomani dell’XI congresso la carica di segretario generale, mai precedentemente esistita, sarà affidata a Iosif Vissarionovi? Džugašvili, detto Stalin.</p>
<p>In Lenin la preoccupazione per quanto si sta verificando è tuttavia molto forte e non lo nasconde.<br />
Si apre qui il conflitto fra Lenin (già malato) e Stalin intorno al nodo cruciale delle nazionalità e del rapporto fra le repubbliche.<br />
Lenin pensa ad un decentramento profondo, ad una struttura federale delle repubbliche, in cui al governo centrale spettino solo la politica estera e la difesa, lasciando ad esse piena autonomia su tutto il resto, mentre Stalin ha in testa l’accentramento totale del potere e diviene l’interprete più risoluto delle propensioni che si erano sviluppate con la guerra civile.<br />
Rimasto isolato, Lenin si schierò contro quella soluzione, vedendo in essa una soluzione malamente mascherata del vecchio “sciovinismo grande russo” cui disse di volere dichiarare “guerra a morte”.<br />
Lo scontro diventò durissimo.<br />
Nelle ultime note sulla questione nazionale, Lenin definirà Stalin “rozzo poliziotto grande russo” affetto da inguaribile sciovinismo.</p>
<p>Nella primavera del ’23, Lenin viene colpito da un colpo apoplettico che lo metterà progressivamente fuori gioco. Tuttavia continua a scrivere e a dialogare con il suo partito, il suo prestigio è immenso.</p>
<p>In questa fase riprende la sua riflessione intorno al carattere dello stato sovietico.</p>
<p>Il suo giudizio è sferzante. Parla di uno Stato affetto da una necrosi burocratica “pessimo fino all’indecenza, appena unto di olio sovietico”.</p>
<p>Lenin è preoccupatissimo e pone la questione di una sburocratizzazione negli apparati dello stato e in quelli di partito, propone di istituire una commissione di controllo che avesse il diritto di sindacare la stessa attività del Poljtburo in modo che nessun dirigente – neppure il segretario generale – potesse impedirle di essere informata di tutto e di verificarne con scrupolo il funzionamento.<br />
Di questa posizione non si saprà più nulla, comparirà solo nel 45° volume delle opere complete, nell’edizione del 1970.</p>
<p>La stessa sorte avranno gli ultimi scritti di Lenin, indispensabili per la comprensione del suo ultimo pensiero, come quello sulla cooperazione, che rimarranno a lungo segreti, considerati addirittura inesistenti durante la dittatura staliniana e pubblicati solo dopo il XX congresso del Pcus, nel 1956.</p>
<p>Ebbene, Lenin pensa ad un processo di trasformazione della società cui partecipino “in modo attivo e non passivo le vere masse”, non solo la nomenclatura, l’apparato burocratico.</p>
<p>Nella sua estrema ricerca Lenin appare quasi isolato. La cosa non è di per sé sorprendente. Più volte gli era capitato di incontrare il dissenso o l’ostilità dei suoi compagni (nel ’17, sulla pace di Brest, sulla Nep). Ma poi li aveva indotti a seguirlo, con la forza degli argomenti e con la lotta politica.<br />
Per quest’ultima battaglia gli mancarono il tempo e le forze.</p>
<p>Si va in queste condizioni al XII congresso a cui Lenin non è in grado di partecipare e al quale manda un messaggio (che passerà alla storia come il testamento di Lenin).</p>
<p>Lenin afferma che due cose il partito non può mai permettersi di fare: rompere con la base sociale della rivoluzione, l’alleanza fra operai e contadini, e rompere la propria unità interna.</p>
<p>Ma il messaggio contiene anche un giudizio sui capi bolscevichi. E ne ha davvero per tutti.</p>
<p>Associa Stalin, Pjatakov e Trockij nel comune rimprovero di “administrirovanie”, cioè di autoritarismo, della tendenza ad affrontare problemi politici con metodi amministrativi.<br />
Su Kamenev e Zinoviev, a proposito dei quali osservava come non fosse stato “casuale” il loro atteggiamento nell’ottobre del ’17.<br />
Su Trockij, “personalmente il più capace, ma non si distingue solo per qualità eminenti”, bensì “per un’eccessiva sicurezza di sé”.<br />
Sul giovane Bucharin, “validissimo e importantissimo teorico… prediletto di tutto il partito”, ma vi è in lui “qualcosa di scolastico, non ha mai compreso veramente la dialettica”.</p>
<p>Ma il fuoco di fila punta soprattutto su Stalin: “Ha concentrato nelle sue mani un immenso potere e non sono sicuro che sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza”.</p>
<p>Pochi giorni dopo aggiunse alla lettera un non meno celebre “codicillo” con cui chiedeva di rimuovere Stalin dalla carica di segretario generale perché “troppo grossolano”, “difetto intollerabile” per chi ricopre quella funzione.<br />
Al suoi posto andava posto qualcuno che fosse “più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso…”, ecc.</p>
<p>Il messaggio non verrà letto al congresso ma solo in una seduta del Comitato centrale e diventerà per anni oggetto di un singolare confronto esegetico fra i capi bolscevichi.</p>
<p>Lenin muore il 21 gennaio del ’24.</p>
<p>Dopo la sua morte comincia a praticarsi il culto del capo defunto, presto trasferito sulla persona del segretario generale, fino alle forme di vero e proprio cesarismo.</p>
<p>Stalin comincia a fissare la sua architettura del partito in formule icastiche e militaristiche: il partito come stato maggiore del proletariato, una specie di “Ordine dei Portaspada”.<br />
Il partito viene raffigurato come una piramide a strati, costruito su una gerarchia di segretari.</p>
<p>Tutto il resto deve funzionare come una gigantesca cinghia di trasmissione:<br />
sindacati, cooperative, Konsomol, organizzazioni femminili, la scuola, la stampa.</p>
<p>Dirà: “La dittatura del proletariato consiste nelle direttive del partito”.</p>
<p>Lo Stato che Lenin aveva definito “pessimo fino all’indecenza, appena unto di olio sovietico,” viene ora definito “il più alto tipo di apparato statale del mondo”.</p>
<p>E ancora, affermerà: “L’estinzione dello stato avverrà attraverso il suo rafforzamento massimo”. Tutte le edizioni di Stato e Rivoluzione appariranno da quel momento con una nota interpretativa di Stalin.</p>
<p>Stalin liquida la Nep, lancia la collettivizzazione forzata, la deportazione dei kulak. Si assiste ad un generale impoverimento delle masse contadine.</p>
<p>Ma soprattutto deflagra lo scontro interno, la lacerazione nella vecchia guardia leninista, le misure punitive nei confronti di Trockij e Zinoviev e Kamenev “uomini – scriverà Gramsci nel ’26 nella famosa lettera indirizzata al Comitato centrale del Pcus &#8211; che hanno contribuito potentemente ad educarci per la rivoluzione, che ci hanno talvolta corretto molto energicamente e severamente, che sono stati nostri maestri”.</p>
<p>Antonio Gramsci è preoccupatissimo – come lo fu Lenin finché rimase in vita &#8211; del rischio che si giungesse ad una scissione nel partito bolscevico. Di qui il solenne monito di Gramsci:</p>
<p>“Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta per le questioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle questioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e devono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato mondiale”.</p>
<p>Stalin inizia, per strati e inesorabilmente, la sistematica repressione degli oppositori interni a partire da coloro che Rita Di Leo chiama i “filosofi re”, vale a dire i rivoluzionari di professione, di formazione intellettuale, inventori del grande esperimento bolscevico.</p>
<p>Il dissenso diventa, in quanto tale, reato politico.<br />
Ad uno ad uno cadono tutti i capi bloscevichi accusati di complotto controrivoluzionario. Essi subiscono processi infamanti dopo confessioni estorte e con imputazioni inaudite: “Cospirazione e tradimento con l’aiuto straniero, spirito di capitolazione”.</p>
<p>Uno dopo l’altro, vengono messi a morte: Piatakov, Sokolnicov, Zinoviev, Kamenev, Radek, infine Bucharin (l’allievo prediletto di Lenin).</p>
<p>La vendetta di Stalin raggiungerà Trockij, esiliato in Messico, molto più tardi, nel 1940, quando sarà assassinato da Ramon Mercader.</p>
<p>Gli imputati erano rei confessi, ammettevano di essere “traditori” che avevano finito col battersi “contro il socialismo e lo facevano impiegando gli stessi termini abietti con cui si sentivano trattare dal procuratore Vysinskij.</p>
<p>Si svolgevano interrogatori di questo tipo:</p>
<p>Vysinskij: “Imputato Zinoviev, lei conferma?”.<br />
Zinovev: “Sì”.<br />
Vysinskij: “Tradimento, perfidia, doppiezza?”.<br />
Zinovev: “Sì”.</p>
<p>Oppure:<br />
Vysinskij: “Non le sembra che in tutto ciò non vi sia nulla di comune con gli ideali socialisti?”.<br />
Kamenev: “C’è la stessa somiglianza che corre tra rivoluzione e controrivoluzione”.<br />
Vysinskij: “Dunque lei è dalla parte della contro rivoluzione?”.<br />
Kamenev: “Sì”.</p>
<p>Il processo si svolse nel massimo segreto e in condizioni da consentire ogni arbitrio: non solo il Comitato centrale, ma nemmeno il Politbjuro ne furono informati.</p>
<p>L’intero castello dell’accusa poggiava su queste confessioni estorte con l’uso sistematico della tortura.</p>
<p>Gli accusati, spesso senza nemmeno riuscire a capire di che cosa li si incolpava, si sentivano per prima cosa intimare di ammettere i loro torti.<br />
Tutti i principali imputati vennero condannati a morte. La sentenza fu eseguita dopo qualche giorno.</p>
<p>Per Stalin occorreva “riconoscere i lupi sotto la pelle dell’agnello”, che dovevano “essere estirpati e distrutti senza pietà…sotto qualsiasi bandiera mascherati, trozchista o buchariniana, come nemici della classe operaia, traditori della patria”, poiché il “sabotatore” non sabota sempre: ogni tanto fa anche cose buone.</p>
<p>Stalin formula la sua più drastica enunciazione sul continuo aggravarsi della lotta di classe:</p>
<p>“Bisogna finirla con la bonomia opportunista derivante dall’errata supposizione che, nella misura in cui aumentano le nostre forze, il nemico diventi sempre più mansueto e innocuo. Quanto più andremo avanti, quanti più successi avremo, tanto più i residui delle vecchie classi sfruttatrici distrutte diverranno feroci, tanto più ricorreranno a forme di lotta più acute, tanto più cercheranno di colpire lo Stato sovietico, tanto più ricorreranno a mezzi di lotta più disperati come agli ultimi mezzi di chi è condannato a morte”.</p>
<p>La Ceka, la polizia segreta ormai alle dirette dipendenze del segretario generale, assume un potere immenso e fuori da ogni controllo: è la fine di ogni garanzia legale.</p>
<p>Il terrore viene scatenato contro il partito nel suo insieme: prima la vecchia guardia, poi gli intellettuali, poi tutti i vertici dell’Armata rossa.<br />
Dei 30 membri che erano stati coinvolti nella redazione della nuova Costituzione, 20 scompariranno durante la repressione del ’37.<br />
Lo stesso comitato centrale non esiste più: 110 dei suoi 139 membri effettivi periscono durante le repressioni.</p>
<p>Stessa sorte per 46 degli 80 nomi di coloro che furono membri del Comitato centrale con Lenin fra il ’17 e il ’23.</p>
<p>Poi, la decimazione dell’Armata rossa.<br />
Un gruppo dei più celebri comandanti “rossi” (Tuchacevskij, Uborevic, Jakir, Ejdeman, Kork, Feld’man, Primakov, Putna) furona arrestati, giudicati colpevoli di tradimento e fucilati. La stessa sorte toccò al maresciallo Bljucher, il prestigioso comandante dell’armata di medio-oriente che aveva sconfitto l’aggressione giapponese.</p>
<p>Furono inoltre fucilati : il capo di stato maggiore, maresciallo Egorov, il comandante della marina, Orlov, quello dell’aviazione, Alksnis.</p>
<p>Neppure una guerra ha mai provocato una simile decapitazione in un esercito.<br />
La loro “riabilitazione” nell’Urss, dopo la morte di Stalin, è stata completa e senza riserve.</p>
<p>Stalin stabilisce un rapporto diretto fra capo e Paese, tale da scavalcare il partito stesso.</p>
<p>Malgrado ciò si compie il miracolo dello sviluppo a tappe forzate dell’industria pesante e dell’apparato bellico.<br />
I costi sociali sono immensi, ma la crescita ha del prodigioso e Hitler viene fermato.<br />
Come ognuno di voi sa nell’eroica resistenza di Stalingrado si decidono – senza alcuna enfasi retorica – le sorti del mondo. L’armata rossa attraverserà l’Europa per fermarsi soltanto a Berlino.</p>
<p>Osserva Luciano Canfora che “facendo un salto spettacolare all’indietro nella diacronia della storia europea, si potrebbe accostare Stalingrado alla battaglia di Maratona, o alla battaglia di Salamina, alle due grandi battaglie, soprattutto la seconda, che nel V secolo a.C. diedero ad Atene, potenza democratica piuttosto mal vista dagli altri stati greci, un prestigio immenso per avere inopinatamente sconfitto i Persiani. La libertà dei Greci era legata a quella grande vittoria ateniese.<br />
Quando, cinquant’anni dopo, sta per esplodere lo scontro tra Atene e Sparta, un grande storico non ateniese, Erodoto, in una pagina memorabile scrive: ‘Io devo dire una cosa sgradevole a gran parte dei Greci, però la dirò lo stesso; che cioè senza la vittoria militare degli ateniesi, la Grecia non avrebbe mai potuto salvare la sua libertà’. Perché Erodoto dice questo e con tanta chiarezza? Per spiegare ai Greci, ormai insofferenti del predominio ateniese, che essi non potevano, non dovevano dimenticare quanto dovevano agli ateniesi stessi. Questo paragone storico molto sommario, ma forse anche eloquente, ci aiuta a capire che cosa significò Stalingrado nella storia d’Europa e in particolare nella storia dell’Europa dell’Est”.</p>
<p>Per dirla con un commentatore politico italiano di questi anni, Sergio Romano, non certo un comunista, “la sconfitta della Germania cominciò a Stalingrado e l’assedio di Leningrado fu una straordinaria pagina della storia; l’Armata rossa combatté eroicamente. I sacrifici sofferti dalla popolazione e dalle forze armate sovietiche non hanno confronto con quelli subiti da nessun altro paese”.</p>
<p>Ma anche dopo la straordinaria vittoria nella “guerra patriottica”, proprio nel momento di una grande vittoria, del più diffuso consenso, in un contesto internazionale non del tutto lacerato, in una società impegnata con spontanea vitalità nella propria ricostruzione, Stalin scatenò una recrudescenza della repressione.<br />
Anzi, essa si rivolge con particolare durezza contro i partiti comunisti fratelli: la scomunica di Tito, i processi contro l’ungherese Raick, il bulgaro Kostov, il polacco Gomulka, lo jugoslavo Kadar, i cecoslovacchi Clementis e Slanskj.</p>
<p>Cosa impediva ad un paese che aveva avuto la forza di tentare “la rivoluzione in un paese solo”, che aveva respinto la crociata dell’Occidente contro il primo Stato operaio della storia, che era stato decisivo nella sconfitta di Hitler, di sperimentare, una volta divenuto una potenza mondiale, anche una modesta riforma di se stesso?</p>
<p>Stalin muore nel 1953.</p>
<p>Sarà il XX congresso del Pcus, nel ’56, col famoso rapporto segreto a denunciare quello che il nuovo segretario generale, Nikita Chruscev, definì il comportamento di Stalin come “criminale e paranoico” permeato di “culto della personalità”.<br />
Emerge subito, tuttavia, il carattere tutto personalistico di questa così grave denuncia, senza che se ne indaghino origine e cause: tutta la colpa su un uomo solo.</p>
<p>Si apre un periodo di “disgelo”.</p>
<p>In economia: con la concessione ai contadini della possibilità di produrre e vendere ciò che volevano nel piccolo pezzo di terra a loro privatamente assegnato; con il trasferimento alle cooperative dei mezzi meccanici di proprietà statale; con l’affermazione dell’utilità della presenza di un settore affidato al mercato.</p>
<p>Ancora: viene promossa una riforma della scuola che determinò una formidabile crescita dell’accesso all’istruzione e una seconda campagna di alfabetizzazione ai livelli superiori.<br />
E poi: un aumento – moderato ma costante – del salario reale, un miglioramento generalizzato della copertura sanitaria, un aumento delle pensioni.</p>
<p>Rimangono tuttavia intatti i tratti che avevano segnato lo stato sovietico nel periodo staliniano:<br />
il partito è lo stato e lo stato è il partito;<br />
nessuna socializzazione dei mezzi di produzione: l’operaio sovietico non concorre in nessun modo a stabilire la destinazione del surplus di valore estratto dal lavoro;<br />
i soviet restano un’emanazione del partito, così i sindacati;<br />
nessuna socializzazione del potere, monopolizzato da una casta separata che lo gestisce per conto del popolo.</p>
<p>La sfida competitiva con gli Usa si sviluppa dunque essenzialmente sul modello quantitativo.</p>
<p>Nella versione chrusheviana nascevano le premesse della futura glaciazione brezneviana, cioè della sostituzione, tra le masse, dell’ipersoggettivismo staliniano con l’apatia politica e ideale e, tra i quadri, del timore delle epurazioni con il cinismo burocratico.<br />
Con Breznev si ha il ritorno alla rigida pianificazione centralizzata e – siamo negli anni Settanta – l’Urss conosce un tasso di sviluppo rispettabile, comunque superiore a quello dei paesi occidentali.<br />
Ma già quello sviluppo era malato: restava come sempre concentrato sull’industria pesante e su quella militare, senza curarsi molto della loro produttività; nuovi settori industriali innovativi (chimica, petrolchimica, elettronica, per i quali esistevano materie prime abbondanti, raffinate competenze scientifiche, tecnici capaci) erano trascurati; il sistemma dei prezzi restava arbitrario; l’industria leggera di beni di consumo di massa produceva beni di cattiva qualità.<br />
La pianificazione centralizzata aveva ottenuto risultati straordinari quando si trattava di costruire ed estendere le basi dell’industrializzazione o di rispondere a bisogni essenziali, non poteva però più funzionare quando l’economia era diventata complessa e i bisogni, individuali e collettivi, potevano essere guidati ma non imposti.</p>
<p>Tutto ciò non poteva più funzionare quando il ricordo della rivoluzione era ormai lontano, il pericolo di guerra diminuito e anzi i gruppi dirigenti collaboravano a spoliticizzare le masse per assicurare la stabilità del potere.<br />
Si raggiungeva così un perverso compromesso tra disciplina politica e apatia sociale.<br />
Una tale impasse del sistema economico si trasferiva immediatamente sul terreno geopolitico. Perché ormai il ciclo delle lotte di liberazione nazionale si stava concludendo e i nuovi Stati, che ne erano risultati, avevano bisogno non solo di un sistema militare, o di armamenti, ma di un sostegno tecnico, organizzativo, anche ideale, per sottrarsi alla lusinga e agli interessi che il neocolonialismo offriva loro attraverso la mediazione di una borghesia “compradora” già preesistente o reclutata all’interno degli stessi movimenti di liberazione.<br />
Credo avesse ragione Lucio Magri quando affermava che ha un discreto fondamento la tesi secondo la quale “Bresnev fu il vero affossatore della rivoluzione russa”, proprio nel momento in cui le si offrivano altre strade da percorrere.<br />
Dopo la morte di Breznev diventa segretario generale Jurij Anropov.<br />
Ciò che appariva a prima vista e faceva pensare ad una successione in perfetta continuità era il fatto che egli fosse e da tempo il capo del Kgb e in quanto tale poteva segnalare le premesse di una svolta autoritaria.<br />
E invece accadde il contrario.<br />
Sarebbe interessante – ma al momento impossibile – potere ricostruire la sua biografia per spiegarlo.<br />
Quel che è certo è che fu lui – nel breve tempo in cui esercitò il potere – ad iniziare, con un coraggio inusitato quanto imprevedibile, una svolta.<br />
Lo testimoniano alcune scelte immediate.<br />
In politica estera: con la proposta di smantellamento bilaterale dei missili di teatro in Europa o quella di un governo di unità nazionale in Afghanistan, accompagnato dal ritiro di tutte le forze armate straniere.<br />
Ma se si vuole cogliere la radicalità e il senso concreto delle intenzioni di Anropov è utile leggere un ampio scritto uscito in occasione del centenario di Carl Marx.<br />
Anzitutto perché, per la prima volta, dal vertice massimo veniva presentata al popolo un’analisi veritiera della situazione, traendo le somme del passato e un impegno per il futuro.</p>
<p>L’analisi di Andropov era cruda. Il socialismo in Urss – scriveva – non era affatto realizzato:<br />
“Nonostante la socializzazione dei mezzi di produzione i lavoratori non sono i veri padroni della proprietà statale. Essi avevano ottenuto di essere padroni, ma non lo sono mai diventati. Chi sono allora i padroni in Urss? Tutti coloro che, avendo una concezione privatistica camuffata, si rifiutano di trasformare il mio in nostro e desiderano vivere alle spalle degli altri, alle spalle della società”.<br />
E’ difficile immaginare una critica più aspra al ceto burocratico e parassitario, al corporativismo avido di privilegi, all’economia sommersa che profittava dell’inefficienza pubblica per acquisire profitti immeritati. L’impegno che ne derivava, rivolto soprattutto alle masse, era a sua volta tutt’altro che demagogico:<br />
“Per uscire da una stagnazione economica occorre uno sviluppo non solo quantitativo ma qualitativo, che migliori la qualità del lavoro e offra ai consumatori ciò di cui hanno realmente bisogno. Perciò occorre mettere in discussione non la pianificazione in sé, ma una pianificazione fondata sul comando amministrativo, indifferente allo sviluppo tecnologico, alla qualità dei beni prodotti e incapace di valutare i risultati degli investimenti. Basta con la ‘decretazione comunista’ sulla quale le direzioni aziendali costruiscono le loro carriere, distribuendone parte ai loro diretti dipendenti”.<br />
Erano solo spunti, ma mostravano la volontà di riaffermare l’idealità socialista proprio nel momento in cui egli criticava una sua applicazione deviata, e la volontà di restituire alla lotta di classe un ruolo centrale.<br />
La malattia e la morte non gli permisero di fare di più e la successiva elezione di Konstantin Chernenko mostrò quanto fosse forte la resistenza di chi difendeva lo staus quo.<br />
Nel frattempo la stagnazione economica perdurava, la gerontocrazia divenne per tutti insopportabile: la candidatura di Michail Gorbacev alla guida del Pcus divenne uno sbocco necessario.<br />
Il primo obiettivo che Gorbacev si propose fu quello di liberare la società e il partito da quella gabbia di divieti, di conformismo, di omertà che era cresciuta nel ventennio brezneviano e aveva messo basi profonde in un gigantesco apparato burocratico (16 milioni di persone).<br />
Gorbacev operò concedendo e stimolando la libertà di parola e di stampa.<br />
In pochi mesi vi fu l’esplosione di un dibattito fra gli intellettuali in ogni campo, la moltiplicazione spontanea di nuovi organi di stampa critici, premiati da vendite straordinarie, la facoltà per la televisione di dire il vero e a volte di trasmettere in diretta dibattiti vivaci nel vertice del partito.<br />
Era una vera riforma strutturale, premessa di ogni altra.</p>
<p>Le masse ne erano interessate, ma anche diffidenti. A Mosca cominciava a circolare fra la gente comune una frase graffiante: “Di giornali ne leggo molti, ma i negozi restano vuoti”.<br />
Quello che mancava era la capacità di indicare gli strumenti di applicazione, i soggetti cui attribuire responsabilità, i tempi necessari.<br />
Due esempi: per aumentare la produttività del lavoro, rinnovare le tecnologie, spostare investimenti verso l’industria leggera e migliorare la qualità dei beni di consumo, bastava concedere una crescente autonomia alle singole imprese, senza un sistema fiscale che ne premiasse i risultati o li redistribuisse, e senza un piano vincolante che ne orientasse le scelte?<br />
Oppure: bastava tollerare la nascita di un’imprecisata iniziativa privata o cooperativa, in assenza sia di imprenditori sia di un mercato e senza porre né limiti né trasparenza ai bilanci, né garanzie contrattuali, per impedire che si tramutassero in economia sommersa e speculativa?<br />
Poi c’era il problema dello stato del partito.<br />
Da settant’anni l’Urss si era retta su un potere politico il cui motore e gestore era un unico partito (lo Stato era solo uno strumento, il suo braccio secolare).<br />
Negli ultimi decenni, però, il partito &#8211; restando unico e autoritario &#8211; aveva via via cambiato ruolo e natura. Dietro il cambiamento formale che pareva riconoscere una pluralità di idee e di interessi si formava un ceto dominante che saldava in un blocco nomenclatura politica e tecnocrazia, riduceva l’ideologia ad un catechismo cui pochi credevano, incoraggiava la passività delle masse offrendo loro in cambio tolleranza per l’assenteismo e di conseguenza per il lavoro nero.<br />
Serviva perciò a poco, per superare questo muro, separare il partito dallo Stato, limitandone il potere, se prima e contemporaneamente non si riusciva a farvi rinascere un’identità ideale e a ricostruire un rapporto con le masse svantaggiate.<br />
Il collasso finale<br />
Alla base del collasso finale intervenne la divaricazione e poi lo scontro violento fra coloro che avevano condiviso la Perestrojka e sostenuto Gorbacev.<br />
Da un lato coloro che erano convinti della necessità che anche profonde riforme non dovessero cancellare il carattere socialista del sistema, non si dovesse né condannare in blocco la storia passata, né concedere al mercato e alla proprietà privata un ruolo preminente.<br />
Non solo per la fedeltà ai principi, ma per impedire la disorganizzazione economica del paese.<br />
Dall’altro quelli ormai convinti che ormai bisognava andare in fretta fino in fondo, cioè orientarsi a chiudere la parentesi aperta dalla rivoluzione di Ottobre e costruire un nuovo sistema coerente, assumendo come modello le democrazie occidentali.<br />
Gorbacev sostenne la prima opzione, per il momento maggioritaria nel partito e nel paese.<br />
Per reggere sarebbe stato necessario inventare un sistema sociale del tutto nuovo; occorreva non solo il consenso, ma la partecipazione attiva di milioni di persone, anzitutto nelle classi popolari, e occorreva neutralizzare chi sul socialismo aveva sempre giurato, ma nel socialismo aveva coltivato privilegi, o scarico di responsabilità.</p>
<p>Gorbacev cercò di reagire cambiando l’agenda della Perestrojka, cioè trasferendo la riforma del potere politico su una nuova priorità, la democratizzazione dello Stato (maggiori poteri ai soviet delle repubbliche eletti con il voto popolare e un’effettiva pluralità di candidati).<br />
Intenzioni ottime, risultati pessimi: per il Pcus le elezioni sanzionarono una sconfitta.<br />
Il potere politico era ormai del tutto frammentato: soviet con facoltà legislative nei rispettivi territori, in continua competizione sulla suddivisione delle risorse con lo Stato; soviet della Federazione russa molto più influente rispetto ad ogni altro; governo centrale quasi esautorato; trentasette ministeri che non sapevano a chi chiedere ordini e ne facevano volentieri a meno.<br />
Ognuno di questi centri e livelli pretendeva che le proprie leggi, entro i propri confini, prevalessero sulle altre.<br />
La democratizzazione frettolosa diventava confusione.<br />
Tutto questo impresse un’accelerazione ed una moltiplicazione dei conflitti etnici e religiosi che, due anni più tardi, produssero la fine dell’Unione Sovietica e offrirono l’ascesa al potere, per quanto restava, di Boris Eltsin, regista ed inventore di un nuovo populismo che, in nome della libertà, finì col bombardare il parlamento e, in nome del popolo, rapinava il patrimonio pubblico per spartirselo con oligarchi corrotti e spesso mafiosi.<br />
Al potere si insedia una nuova classe sociale, con il suo personale politico, non frutto delle imprese vitali, ma un potere oligarchico prodotto della più grande rapina della storia.<br />
Ed ecco il prodotto di questa “civilizzazione”: crollo della produzione, disuguaglianze scandalose, una tragedia infinita per decine di milioni di persone ricacciate nella povertà, prive di protezioni, la riduzione drastica della speranza media di vita, l’esplosione di conflitti etnici cruenti.</p>
<p>Conclusione<br />
Noi assistiamo da molti anni ad una solenne rimozione, ad una “damnatio memoriae” condotta? subita? da una parte cospicua degli epigoni di quella storia grande e tragica che fu la costruzione – per la prima volta nella storia – di uno Stato operaio.<br />
L’attacco ha avuto caratteristiche proteiformi, spesso il giudizio è stato sommario, quando non del tutto fondato su una contraffazione dei fatti, necessaria per occultare il senso profondo di un’abiura e di una deriva sempre più esplicita verso il pensiero liberale sino alla sua forma e alle sue manifestazioni più sciaguratamente oppressive.<br />
Ripercorrere controcorrente il fiume dell&#8217;esperimento sovietico, oggi è un compito politico. Se non si capisce lì, non si capisce qui.<br />
Perché non rimanesse pietra su pietra di quella storia si è giunti sino a condannare in blocco l’intero Novecento e ciò in quanto l’esperimento sovietico si è piazzato al centro del Novecento e lo ha definitivamente segnato.<br />
“Batti e ribatti – ha scritto efficacemente Mario Tronti &#8211; alla fine ho capito che l&#8217;anti-novecentismo è sostanzialmente una forma, la più inconsapevolmente diffusa, di anticomunismo. Indipendentemente dal merito dei fatti, in realtà non si sopporta che quella cosa lì ci sia stata.<br />
Per cui anche parlarne male è rischioso. Conviene non parlarne affatto, finché come di Atlantide si favoleggerà che ci fu, ma senza sapere dove come e quando. I nostri avversari l&#8217;hanno capito, e molti nostri amici, senza saperlo, gli danno una mano: il modo più sicuro per tenere in piedi questo miserabile loro presente è cancellare ogni traccia di memoria alternativa. Oggi stiamo vivendo lo stadio avanzato, maturo, prossimo a una soluzione finale a livello mondo, di una storica, classica, lotta di classe tra politica ed economia. Lotta di classe, non altro. Schierarsi sull&#8217;uno o sull&#8217;altro fronte è la prima decisione da prendere. Poi la politica si può riformare, ridefinire, riorganizzare e quant&#8217;altro, ma, pensiamoci bene, ogni gesto, ogni parola, ogni iniziativa, che in qualche modo contribuisca a una sua delegittimazione, è un danno arrecato alle persone cha vivono nel basso della società e che hanno nella lotta di classe la sola arma di difesa e di attacco”.<br />
Ecco, la rivoluzione russa prese una piega diversa da quella che speravamo, una “forma profana”, come ha scritto in un suo splendido libro Rita Di Leo, ma il suo atto di nascita fu qualcosa di sacro. E questo perché il Palazzo d&#8217;Inverno i bolscevichi non si limitarono a criticarlo, lo conquistarono.<br />
Per questo non saremo mai abbastanza grati a quel pugno di uomini e di donne che provarono a scrivere un’altra storia, una storia di riscatto, di emancipazione, di liberazione del genere umano che malgrado parla ancora, e quanto forte, anche a noi e al tempo presente.</p>
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		<title>Giuseppe Di Vittorio, il sindacalista, il comunista, il rivoluzionario</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Nov 2017 12:37:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervento di Dino Greco, Bari, 13 ottobre 2017 &#8211; Il primo tema che svolgerò riguarda il nodo della pesante sconfitta subita nel 1955 dalla Fiom [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/11/Giuseppe-Di-Vittorio.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-699" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/11/Giuseppe-Di-Vittorio-150x150.jpg" alt="Giuseppe-Di-Vittorio" width="150" height="150" /></a>Intervento di Dino Greco, Bari, 13 ottobre 2017 &#8211;</p>
<p>Il primo tema che svolgerò riguarda il nodo della pesante sconfitta subita nel 1955 dalla Fiom nella elezione della commissione interna della Fiat e la coraggiosa quanto radicale riflessione autocritica – promossa da Giuseppe Di Vittorio &#8211; che prese avvio da quel duro scacco e che impresse una svolta radicale sul piano delle politiche contrattuali e della stessa concezione del rapporto fra organizzazione sindacale e lavoratori.<br />
Una riflessione destinata ad innescare un processo di rinnovamento profondo del sindacato, i cui frutti matureranno copiosamente nel decennio successivo ed oltre.</p>
<p>Il contesto storico-politico che qui richiamo solo per collocare quanto seguirà in un quadro d’insieme è quello segnato dalla conferenza di Jalta, dove le tre potenze vincitrici della seconda guerra mondiale decidono sostanzialmente l’assetto del mondo in seguito alla sconfitta del nazismo e dei fascismi.</p>
<p>Nella relazione finale di quella conferenza si affermava, fra l’altro, che l’Europa era libera, si invitavano i paesi affrancati dal giogo nazista a svolgere elezioni democratiche e si sanciva l’impegno comune affinché tutti i popoli potessero scegliere liberamente i loro governanti.</p>
<p>Si sa che l’impegno fu palesemente disatteso nei decenni successivi caratterizzati invece dalla “guerra fredda”, inaugurata dal presidente americano Dwight Eisenhower e dal suo segretario di stato John Foster Dulles, che formulò la teoria del rollback, una strategia aggressiva per contrastare e se possibile rovesciare, senza esclusione di colpi, la diffusione nel mondo dell’influenza sovietica.</p>
<p>Gli aiuti previsti dal piano Marshall per la ricostruzione, in cambio dell’esclusione delle sinistre dal governo, rappresentarono l’altro corno di questa strategia.</p>
<p>Le elezioni del’48 con la sconfitta del Fronte popolare, la rottura dell’unità antifascista, la scissione sindacale della Cgil unitaria decisa dalla componente democristiana dopo lo sciopero generale proclamato in seguito all’attentato a Togliatti, la scissione socialista con la fondazione del cosiddetto “partito americano”, capeggiato da Giuseppe Saragat, la prima strage di Stato a Portella della Ginestra, tracciano la strada di una guerra di trincea in un’Italia che rappresenta la frontiera più esposta nel confronto post-bellico fra capitalismo e socialismo.</p>
<p>Seguiranno gli anni dello scelbismo, della legge truffa, della repressione più dura, dentro e fuori le fabbriche.</p>
<p>La borghesia industriale entra a piedi uniti nella lotta politica che si sviluppa nel paese, in perfetta consonanza col governo democristiano, e la Fiat rappresenta la punta di lancia di una possente offensiva antioperaia e anticomunista.</p>
<p>Del resto – come osservò Giorgio Ghezzi &#8211; se si esclude la prima parte dell’esperienza giolittiana, in Italia le lotte del lavoro sono sempre state considerate “sovversive” finché il paese contrassegnato da una democrazia non compiuta è sprofondato nella tragedia della dittatura e della guerra a fianco dei nazisti. E’ solo il lavoro, con gli scioperi del ’43 e del ’44 che rompe lo schema del consenso di massa del fascismo.<br />
Sono il lavoro e la Resistenza che impongono alle classi dirigenti, pesantemente compromesse con il regime, il patto costituzionale.<br />
Ma anche questa straordinaria legittimazione che il lavoro ottiene rimane sospesa, contestata.<br />
Non solo ai tempi di Di Vittorio, evidentemente, giacché l’attacco e lo svilimento della Costituzione, il latente sovversivismo delle classi dominanti, è il filo nero che attraversa l’intera storia repubblicana fino ai giorni nostri.</p>
<p>Non a caso, esperienze come quelle del comunitarismo olivettiano o del tecnocratismo di Enrico Mattei, certo corrosivo di un impianto democratico, ma altrettanto certamente anti-americano, rimangono forme dei rapporti sociali capitalistici del tutto eterodosse nel panorama italiano, episodi fuori dal paradigma dominante, guidato e dominato dalla Fiat.</p>
<p>Fatto si è che alla riorganizzazione capitalistica, alla ripresa produttiva dell’economia, all’innovazione tecnologica e allo sviluppo di modi di produzione fondati su modelli fordisti e tayloristi, non corrisponde né un’elevazione delle retribuzioni, né, tantomeno, un qualche riconoscimento del diritto di coalizione dei lavoratori che viene contrastato in ogni modo.</p>
<p>Persino diversi economisti americani si dolsero per il fatto che le ingenti risorse messe a disposizione del piano Marshall avevano prodotto sì una crescita sostenuta, ma fondata sul basso costo del lavoro, cosa che aveva impedito una contemporanea crescita dei redditi e generato un ristagno nella spesa e nei consumi.</p>
<p>La Fiat persegue con metodo l’attacco ai diritti individuali e collettivi dei lavoratori: licenziamenti politici, schedature di massa (se ne contarono fino a 350mila), istituzione del premio anti-sciopero (che restò in vigore fino al’62).</p>
<p>Verso la fine del’52 la Fiat creerà i reparti confino, dove verranno concentrati e isolati molti militanti della Fiom, del Pci e del Psi; tra questi la famosa Officina Sussidiaria Ricambi (O.S.R.), il cui acronimo fu ribattezzato in “Officina Stella Rossa”, che durò fino al 1957 quando sarà chiusa e tutti i lavoratori in organico licenziati.</p>
<p>La repressione si salda ad una condizione durissima della vita di fabbrica, fatta di controlli fiscali ossessivi, aumento dei ritmi e taglio dei tempi.</p>
<p>A questa accanita versione della lotta di classe di impronta vallettiana si univa la configurazione di una sorta di welfare aziendale (mutue, case, pensioni, assicurazioni sociali, colonie, ecc.) e un sistema discriminatorio e di favore fatto di prestiti, tanto più importanti in un quadro del tutto deficitario dei servizi pubblici sociali che dava all’operaio e alla sua famiglia elementi di certezza tutt’altro che indifferenti.</p>
<p>Bisogna anche tenere conto che fino alla metà degli anni Cinquanta l’immigrazione prevalente in Fiat non è quella meridionale, ma quella che proviene dalle campagne piemontesi, dove l’autonomia culturale, i livelli di politicizzazione, la capacità di resistenza non erano certo quelli della parte più tradizionale e sperimentata della classe operaia torinese e dove il mix fra repressione e paternalismo autoritario facevano senz’altro presa in una parte dei lavoratori.</p>
<p>E tuttavia, pur nelle difficoltà e nelle asprezze del durissimo scontro di classe in atto, la forza della Fiom alla Fiat si era mantenuta enorme fino al 1954, quando con oltre il 63% dei voti eleggeva la maggioranza assoluta dei commissari, ben 100 sui 58 che contavano Fim e Uilm prese insieme.</p>
<p>Nelle elezioni del ’55 i rapporti si rovesciano: la Fim diventa il primo sindacato con il 40,5%, La Fiom retrocede al 36,7% e la Uilm raddoppia i suoi voti passando al 22,5%.</p>
<p>La situazione peggiorerà ancora nei due anni a seguire, quando la Fim consoliderà il suo primato e la Uilm supererà nettamente la Fiom, ormai consegnata ad una rappresentanza minoritaria dei lavoratori Fiat.</p>
<p>Lo shock è enorme.<br />
Nell’esito disastroso aveva indubbiamente pesato la durissima repressione padronale, i pesanti interventi della direzione nella campagna elettorale, al punto che la Fiom non era riuscita a presentare le liste dei candidati in alcune sezioni Fiat.<br />
Tuttavia, le dimensioni della sconfitta furono tali da determinare uno sbandamento tra le file della Fiom e molti militanti abbandonarono successivamente ogni attività sindacale, mentre la nuova situazione spingeva la Fiat ad accentuare ancora di più la propria attività repressiva.<br />
Si può dire che nel ’55, nella più grande ed importante fabbrica d’Italia, il padronato cerca e ottiene il suo 18 aprile sindacale.</p>
<p>E’ a questo punto che – per la diretta iniziativa di Giuseppe Di Vittorio &#8211; si apre nella Cgil un profondo esame autocritico nel quale, sin dal primo approccio, si specchiano il coraggio politico e l’onestà intellettuale del suo segretario.</p>
<p>“Anche se la colpa è al 99 per cento del padrone, se c’è un 1 per cento che ci riguarda – disse al direttivo della Cgil – è su questo che io voglio lavorare (…) Dobbiamo cioè dire chiaramente ai lavoratori che anche per i nostri errori il padronato ha potuto portare molto avanti la sua politica di terrorismo e coazione. Dobbiamo dare la prova ai lavoratori che la Cgil ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, di esaminare la propria azione, di scoprire e di denunciare apertamente i propri errori e di fare appello agli stessi lavoratori perché ci aiutino con il loro consiglio, con le loro esperienze, a superare questi errori, queste difficoltà, queste deficienze, e quindi a trovare insieme la strada che ci deve permettere di andare avanti”.</p>
<p>Poi, più precisamente:</p>
<p>“Specie sul terreno aziendale, noi non abbiamo studiato a fondo i nuovi processi produttivi, le nuove forme di retribuzione ad incentivo, molto differenziate tra un’azienda e un’altra” (…) Il nostro più grave errore è stato quello di seguire schemi generali, invece di elaborare nelle fabbriche e nei reparti le rivendicazioni più sentite dai lavoratori”.<br />
La questione che si abbatteva come un colpo di maglio sul sindacato di Di Vittorio era che, negli anni successivi al ’45, la Cgil praticava una rigorosa centralizzazione contrattuale che lasciava poco o nessuno spazio alla contrattazione di categoria.</p>
<p>Non solo, le iniziative delle commissioni interne erano viste con sospetto e spesso osteggiate perché considerate come l’espressione di un sindacalismo “aziendalista”, corporativo e divisivo, che comportava la rottura dell’unità della classe operaia.</p>
<p>Questa concezione erigeva il sindacato esterno ad unico rappresentante genuino degli interessi della classe operaia e della sua unità, mentre strutture come le commissioni interne erano considerate come inevitabili portatrici di interessi particolari, quando non veicolo di un sottogoverno che portava acqua alle direzioni aziendali.</p>
<p>Si generava così un paradosso esplosivo: proprio mentre la Cgil conseguiva la maggioranza assoluta nelle commissioni interne, negava ad esse il diritto alla contrattazione aziendale in ragione di un modello centralizzato che ne affidava il monopolio al sindacato esterno.</p>
<p>Ciò finì per generare una schizofrenia e una contraddizione che sfociava in una crisi, prima latente poi esplosiva, del rapporto con i lavoratori.<br />
Su di essa fece leva la Fiat, il cui passo successivo fu quello di revocare ai collettori sindacali le ore di permesso, imponendo la comunicazione formale dei nominativi, con la conseguenza che i collettori della Fiom furono trasferiti di posto in breve tempo e molti di loro vennero inseriti nelle liste dei licenziamenti.</p>
<p>La distruzione della rete dei collettori privò la Fiom di uno strumento organizzativo fondamentale per la comprensione dei problemi della fabbrica e per mantenere un rapporto costante con i lavoratori.<br />
Si completava così un prosciugamento delle fonti che alimentavano la vita sindacale di fabbrica.</p>
<p>Si trattava ora di avviare una profonda riconsiderazione dell’intera politica contrattuale della Cgil.</p>
<p>Operazione tutt’altro che semplice e scontata, come documenta un’eloquente testimonianza di Gianni Alasia che ricorda un attivo che si svolse alla Camera del lavoro di Torino, dove intervenne il segretario nazionale confederale Oreste Lizzadri, un compagno che pure aveva avuto grandi meriti nel periodo della clandestinità e nella fondazione della Cgil unitaria dopo la Liberazione, in un’Italia occupata ancora per metà dai tedeschi e dai fascisti e per l’altra metà dagli alleati.</p>
<p>Ebbene, Lizzadri nel suo intervento – fra lo stupore dei più – affermò che “sì, è vero, alla Fiat siamo stati sconfitti, ma guardatevi intorno, la Cina avanza!”.<br />
A ben vedere, si trattava della replica consolatoria, dell’atteggiamento che aveva consentito a tanti compagni e compagne che avevano vissuto gli anni duri del confino politico fascista di reggere la prova pensando che quella sconfitta era in realtà provvisoria di fronte al luminoso esempio dell’Unione Sovietica.</p>
<p>Il punto è che qui non si trattava di “guardare altrove”, ma di “guardarsi dentro”.</p>
<p>Ed è ciò che avvenne, passando per uno scontro aspro che investì l’insieme del gruppo dirigente della Cgil, incontrando l’opposizione più dura in alcune zone del Mezzogiorno e nella Fiom nazionale.</p>
<p>Di Vittorio, che pure aveva nutrito un forte scetticismo nei confronti del sindacato d’azienda e della contrattazione decentrata seppe rivedere le sue precedenti convinzioni, aiutato in questo dalla formidabile sensibilità che in ogni momento della sua vita egli ebbe per ciò che si muoveva nelle opinioni, nei sentimenti, nei comportamenti dei lavoratori dai quali mai e poi mai il sindacato doveva separarsi.</p>
<p>Di Vittorio afferra il problema con determinazione estrema e promuove un avvicendamento drastico nei gruppi dirigenti.<br />
Alla Fiom chiama Agostino Novella e Vittorio Foa, mentre a Torino si insedia un gruppo di lavoro del quale fanno parte, tra gli altri, Bruno Trentin, Sergio Garavini, Bruno Fernex e Tino Paci, con il compito di studiare e comprendere meglio l’organizzazione del lavoro in Fiat e l’impatto delle nuove tecnologie sulla condizione di lavoro.</p>
<p>La duplice necessità, di formare strumenti di conoscenza capaci di penetrare l’anatomia del processo produttivo e di riplasmare, di realtà in realtà, una capacità di iniziativa contrattuale, non poteva che mettere al centro la questione dello strumento negoziale, la necessità di un’articolazione delle lotte che non comportava affatto una perdita della coscienza e dell’unità di classe ma, al contrario, un rafforzamento straordinario del protagonismo operaio in ciascun luogo di lavoro, in materia di orario, inquadramento professionale, retribuzione, tutela della salute.</p>
<p>Viene dunque messa in discussione quella “perifericità” della fabbrica che viveva nella strategia sindacale e che si era rivelata perdente.</p>
<p>Nascono qui le premesse di quel movimento che nella sua maturità, nell’esperienza consiliarista di chiara impronta gramsciana degli anni Settanta, produrrà la più estesa esperienza di contrattazione della storia repubblicana, forme di controllo sulla produzione, di potere operaio e modelli di sindacalismo fondati su un originale intreccio di democrazia diretta e delegata del tutto inediti in Europa.</p>
<p>Un movimento che lascerà per oltre un decennio un’impronta profonda sull’insieme della società italiana, almeno fino alla nuova sconfitta alla Fiat del 1980 che sembra ancora una volta segnare un passaggio d’epoca, con la fondamentale differenza, rispetto a quel lontano ’56, che la Cgil non volle o non seppe trovare la capacità di analizzare le ragioni oggettive e soggettive di quella sconfitta che segnò una profonda involuzione nel rapporto fra il sindacato e i lavoratori, smarrendo proprio l’insegnamento del sindacalista, del rivoluzionario di Cerignola.</p>
<p>Il quale ci lascia, guardando alle secche in cui ristagna oggi il sindacato, un secondo grande tema su cui riflettere e che formulerei così: la crisi del sindacato non si supera inventando scorciatoie para-politiciste, ma ragionando seriamente sul proprio deficit di rappresentatività sociale e rielaborando criticamente la propria strategia, per rifondare – come fece Di Vittorio dopo la sconfitta alla Fiat – un modello contrattuale inclusivo, capace di offrire risposte ad un mondo del lavoro non più composto, in prevalenza, dalla classe operaia “centrale”, ma frammentato in un arcipelago sociale che la nuova organizzazione del lavoro e le politiche padronali hanno reso marginale e privo di rappresentanza.</p>
<p>Quanto al più complesso “genoma” Di Vittorio, alla statura politica e morale dell’uomo, non abbastanza compresa e apprezzata, vi consiglio di leggere il monumentale lavoro di Adolfo Pepe, presidente della Fondazione Di Vittorio.</p>
<p>Io mi limiterò a tornare su alcuni aspetti della sua personalità che spiegano la posizione, altrettanto e persino più coraggiosa di quella dimostrata nella svolta sindacale, che Di Vittorio assunse di fronte ai fatti di Poznan e, soprattutto, di fronte all’intervento militare sovietico in Ungheria.</p>
<p>Come è noto, si consumò qui uno strappo profondo fra la Cgil e il Pci, fra Togliatti e Di Vittorio. Un contrasto che si protrasse con asprezza lungo l’intero ’56 e che aveva come prodromo la diversa valutazione che Di Vittorio dava sul rapporto segreto in cui Chruscev denunciava i crimini di Stalin al XX congresso del Pcus.</p>
<p>Già sui fatti polacchi Di Vittorio metteva in dubbio una corrispondenza de l’Unità che validava le versioni provenienti da Varsavia secondo le quali la rivolta operaia era in realtà diretta da non meglio definiti “agenti provocatori” e replicava in un intervento sulla stessa Unità che un ruolo del genere poteva essere stato giocato da costoro, ma che se non ci fosse stato un malcontento diffuso e un distacco profondo fra i lavoratori, i loro bisogni e il sindacato questi stessi agenti sarebbero stati isolati.<br />
L’articolo terminava con l’indicazione della necessità di un esame serio della questione operaia a Poznan e, più in generale, in Polonia.<br />
Questa posizione sarà condivisa dall’intera segreteria confederale che invierà un telegramma ai sindacati polacchi in cui dopo avere espresso “il dolore e il rammarico dei lavoratori italiani per i fatti di Poznan”, si dice “sicura che i sindacati polacchi opereranno efficacemente e rapidamente per soddisfare le legittime rivendicazioni dei lavoratori, nel quadro di un progresso economico e sociale della repubblica polacca, condizione per isolare e neutralizzare qualsiasi provocazione”.</p>
<p>Togliatti qui invitò Di Vittorio a valutare la potenza del nemico, “forte non solo nel suo, ma anche nel campo opposto” e, quindi, “a non alimentare il disorientamento nel partito e la sfiducia nell’Urss”. Un invito, questo, ribadito da Togliatti anche dopo che il maggiore giornale polacco aveva di fatto recepito esplicitamente i rilievi di Di Vittorio.</p>
<p>Il 25 ottobre esplode la rivolta in Ungheria. Dove la situazione si presenta ancora più complessa e contraddittoria, soprattutto dopo gli sviluppi positivi della situazione in Polonia dopo i fatti di Poznan: qui i sindacati avevano promosso un serio esame critico degli errori compiuti e Gomulka era passato pressoché direttamente dal carcere alla segreteria del partito.</p>
<p>Il 26 ottobre il Pci prende posizione affermando che la richiesta di intervento sovietico è una prova di debolezza da parte del Partito comunista ungherese.<br />
Ancora più netto era stato Pietro Ingrao che sull’Unità parlava di forze controrivoluzionarie all’opera e chiedeva in sostanza di schierarsi, perché non esisteva un terzo campo, ma si stava da una parte o dall’altra della barricata, e soltanto dopo si sarebbe potuto discutere e differenziarsi.</p>
<p>Non passano 24 ore e questa volta è la Cgil a parlare attraverso una presa di posizione storica:<br />
“La segreteria confederale – diceva il comunicato &#8211; ravvisa in questi luttuosi avvenimenti la condanna storica e definitiva dei metodi di governo e di direzione politica ed economica antidemocratici che determinano il distacco fra dirigenti e masse popolari (…) La Cgil si augura che cessi lo spargimento di sangue, che si trovi nuovamente la concordia per superare la drammatica crisi attuale, isolando gli elementi reazionari che si sono inseriti in questa crisi col proposito di restaurare un regime di sfruttamento e di oppressione. In pari tempo la Cgil (…) deplora che sia stato chiesto e si sia verificato l’intervento di truppe straniere (…)”.</p>
<p>Lo scontro con Togliatti divenne inevitabile anche perché nel prosieguo del documento si invitavano i lavoratori italiani a non accettare campagne che avrebbero ancor più diviso i lavoratori e quindi “a non compiere la scelta di campo” chiesta prima da Ingrao e poi da Togliatti stesso.</p>
<p>“Nel nostro partito – si legge in una lettera che il 31 ottobre Togliatti inviò ai dirigenti sovietici, resa nota da Giulietto Chiesa solo nel settembre del 1996 – si manifestano due posizioni opposte ed entrambe sbagliate. Da una parte ci sono coloro i quali dicono: l’abbandono dei metodi staliniani, sancito dal XX congresso, è la causa di questo disastro. Dall’altra parte, all’estremo opposto, ci sono gruppi che esigono che l’intera direzione del nostro partito venga cambiata, e si richiamano ad una dichiarazione fatta da Giuseppe Di Vittorio”.</p>
<p>Togliatti proseguiva:<br />
“La posizione di Di Vittorio non corrisponde alla linea del nostro partito. Vi assicuro che gli avvenimenti ungheresi si sono sviluppati in modo tale da rendere difficile la nostra azione di chiarimento all’interno del partito”.</p>
<p>E infine:<br />
“La mia opinione è che il governo ungherese, rimanga o no alla sua guida Imre Nagy, si sta muovendo irreversibilmente verso una linea reazionaria; vorrei sapere se siete della stessa opinione”.</p>
<p>Era, evidentemente, un invito all’intervento, probabilmente superfluo perché i sovietici lo avevano già deciso.</p>
<p>Lo scontro non si poteva dunque attenuare perché in gioco erano questioni di fondo, non addomesticabili con equilibrismi dialettici ed è direttamente Di Vittorio a prendere di nuovo parola:</p>
<p>“A mio giudizio – dice &#8211; sbagliano coloro i quali sperano che dalla rivolta (…) possa risultare il ripristino del regime capitalistico e semifeudale che per decenni ha dominato l’Ungheria. E’ un fatto che tutti i proclami e le rivendicazioni di ribelli conosciuti attraverso le comunicazioni ufficiali di radio Budapest, sono di carattere sociale e rivendicano libertà e indipendenza. Da ciò si può desumere chiaramente che, ad eccezione di elementi provocatori e reazionari legati all’antico regime, non ci sono forze di popolo che richiedono il ritorno al capitalismo”.</p>
<p>Ad esprimersi in modo così netto era il Di Vittorio sindacalista e presidente della Federazione sindacale mondiale che interveniva in nome dell’autonomia del sindacato e dell’unità dei lavoratori dopo avere condotto nella Fsm, già prima dei fatti polacchi e ungheresi, un’esplicita battaglia politica, proponendo un documento che affermava l’indipendenza dei sindacati da qualsiasi governo, registrando un’ostilità diffusa espressa nei suoi confronti non soltanto da parte dei sindacati dei paesi socialisti.</p>
<p>Occorre qui tornare su alcuni tratti fondamentali della personalità politica di Di Vittorio.</p>
<p>Basta leggere la relazione da lui svolta alla terza sottocommissione della Costituente sul “Diritto di associazione e sull’ordinamento sindacale”, per cogliere a tutto tondo lo spessore e la modernità del suo pensiero politico, in particolare sui temi dell’indipendenza del sindacato, della libertà e della pluralità sindacale, dell’originale concezione della democrazia come condizione dell’unità sindacale.</p>
<p>Di lui scriverà Vittorio Foa – nel suo “Il cavallo e la torre”: “Credo di dover riconoscere in quell’uomo il mio solo maestro di politica”.</p>
<p>Ed è sempre Foa – ricorda Adolfo Pepe – a rintracciare in Di Vittorio che porta in sé l’eredità intellettuale, morale e politica del sindacalista rivoluzionario, una complessa “coabitazione di due lealtà , quella alla classe e al partito della classe”, una sorta di “doppia appartenenza”, dove però – cosa della massima importanza – la lealtà al partito non assorbe mai quella alla classe e non la subordina a sé.</p>
<p>Del resto, Di vittorio scopre il partito comunista – e vi aderisce – nel ’24, attraverso una riflessione sull’avvento del fascismo che aveva prosciugato il terreno dell’esperimento sindacalista, che per vivere “presuppone la democrazia, cioè la libertà di organizzazione, di propaganda e di movimento”.</p>
<p>Di qui la necessità del partito politico che invece “può continuare a vivere e a funzionare anche durante la tormenta, assicurando la continuità storica del movimento proletario”.</p>
<p>Si tratta, a mio modo di vedere, di un percorso simile a quello che portò Antonio Gramsci dall’esperienza dell’Ordine nuovo, dalla teorizzazione di una classe operaia capace di produrre direttamente politica, senza intermediari, all’insufficienza di questo cimento (che mai sarà smarrito nella sua più matura costruzione teorica) di fronte alla sconfitta operaia e al fascismo e dunque alla necessità di costruire il partito comunista.</p>
<p>Di Vittorio non abbandonerà mai l’antica convinzione che “il partito non è tutto e il sindacato è sempre l’organo specifico della lotta di classe; l’organo che realizza l’unità di classe anticapitalistica sul terreno degli interessi economici che uniscono tutti i lavoratori”.</p>
<p>E’ sorprendente ritornare ad alcune letture del Marx politico e vedere come la sua concezione del sindacato fosse molto simile a quella di Di Vittorio piuttosto che a quella che è stata nella tradizione del movimento socialista della Seconda e anche della Terza Internazionale.</p>
<p>“Mai – scriveva Marx – i sindacati devono essere collegati a qualsiasi associazione politica o posti sotto la sua dipendenza, se vogliono compiere il compito che è loro: farlo significherebbe portare un colpo mortale al socialismo.<br />
Tutti i partiti politici, quali che siano, entusiasmano le masse operaie per un certo tempo, i sindacati per contro organizzano tutte le masse, in modo durevole, solo essi sono capaci di rappresentare una classe che deve opporsi giorno per giorno alla potenza del capitale”.</p>
<p>In Marx c’è, come in Di Vittorio, la consapevolezza che persino attraverso forme primordiali di lotta di classe, il movimento di classe non potrà non trasformarsi in un fatto politico, nella misura in cui pone un problema di potere di fronte al capitale.</p>
<p>Insomma, ogni volta che un movimento di classe si oppone in quanto classe alla classe dirigente, e cerca di piegarla con un’azione esterna , questa è un’azione politica.<br />
Per questo, secondo Marx, ogni lotta di classe è una lotta politica.</p>
<p>Sarà proprio Ingrao, molti anni dopo, a rivedere completamente le posizioni a suo tempo espresse di fronte al dramma ungherese, affermando che “ dove il partito politico operaio si dà un orizzonte che scavalca la generazione attuale, e assume la classe come agente di un rivolgimento storico, il sindacato afferma continuamente la necessità di non smarrire l’oggi. Che il problema di una tale dialettica fra sindacato e partito sia reale – continuava Ingrao – lo conferma l’esperienza di quei paesi socialisti in cui la riduzione del sindacato ad organo meramente sussidiario del potere politico ha offuscato un momento necessario all’interno delle istituzioni e del movimento popolare, e in questo modo ha tolto qualcosa di importante anche al potere politico, e di fatti lo ha privato dell’esistenza di un segnale autonomo che continuamente esprima il grado di tensione che si determina tra i bisogni attuali dei lavoratori e i fini storici della classe”.</p>
<p>Nel suo intervento all’VIII congresso del Pci, Di Vittorio interverrà per rivendicare la piena autonomia e indipendenza del sindacato, liquidando la teoria della cinghia di trasmissione in nome di un’unità che non poteva fare appartenere un sindacato ad un partito, né qui né altrove, quale che fosse il regime politico in auge.<br />
Vorrei concludere citando due passi di altrettanti interventi di Di Vittorio. Il primo è tratto da un discorso che egli tenne a La Spezia in occasione dei festeggiamenti per i suoi sessant’anni, mentre il secondo lo fece a Bologna, nel gennaio del ’53, al II congresso della cultura popolare.<br />
Entrambi rendono come meglio non si potrebbe il senso profondo, indistruttibile, dell’appartenenza di Di Vittorio alla sua classe, il riscatto della quale rimase sempre la bussola dell’azione sindacale e politica dell’intera sua vita.<br />
A La Spezia:<br />
“Io non sarei stato nulla, io non sarei stato mai tratto dalla massa anonima dei miei fratelli braccianti di Cerignola e della Puglia se non fosse esistito, se non si fosse sviluppato, se non avesse lottato il movimento operaio organizzato.<br />
Ragazzo bracciante semi-analfabeta, figlio di braccianti analfabeti, vivente in una società in grande maggioranza di analfabeti (guardati allora, generalmente, con disprezzo dalla intellettualità del tempo), certo nessuno avrebbe potuto pensare, senza il movimento operaio organizzato, che qualcuno da quella massa dovesse emergere (…) Avevamo bisogno di aprirci la strada e aprircela con le nostre forze, i nostri mezzi, la nostra volontà per uscire dallo stato di abbrutimento e di umiliazione in cui erano tenuti i lavoratori e conquistarci un destino migliore. Sentivamo il peso della nostra arretratezza secolare e il bisogno imperioso di uscirne. Ed è questo che mi ha portato a studiare, a cercare di imparare per trovare la via della liberazione che portasse i braccianti della Puglia, del Mezzogiorno, dell’Italia, ad assurgere a migliori condizioni di vita e a una superiore dignità umana. Avevamo bisogno di dirigenti e il movimento operaio se li è creati questi dirigenti”.<br />
E a Bologna:<br />
“Amici congressisti – afferma di Vittorio – sono lieto di salutare questo grande congresso, che ha già avuto una profonda eco nel paese ed è destinato ad avere vaste ripercussioni nelle masse popolari per quanto concerne lo sviluppo della cultura nel popolo, in nome della Confederazione generale italiana del lavoro e dei cinque milioni di lavoratori manuali e intellettuali che vi sono iscritti”.<br />
“La nostra Confederazione del lavoro ha nel suo programma, nel suo Statuto, fra i suoi compiti fondamentali quello di difendere e di sviluppare la cultura nelle masse popolari e lavoratrici, come mezzo essenziale di liberazione, non soltanto di liberazione spirituale dell’uomo, come mezzo cioè di liberazione dall’ignoranza, dalla miseria, dalla superstizione, dai pregiudizi, ma anche come strumento fondamentale di liberazione dall’arretratezza, dalla miseria, dalla povertà, dalla sporcizia, come strumento di elevazione intellettuale, morale, spirituale ma anche economica e sociale”.<br />
“Perciò la Confederazione del lavoro e tutte le organizzazioni sindacali annettono una importanza primordiale a tutti gli sforzi che sono diretti alla diffusione ed allo sviluppo della cultura nel nostro popolo (…)”.<br />
“Ma prima di questo – prosegue Di Vittorio – permettetemi di accennare ad una certa ironia che è stata fatta da alcuni giornali sul mio intervento con un discorso a questo congresso della cultura popolare italiana […]”.<br />
“Per rendere a suo modo chiaro il significato della mia presenza a questo congresso, un giornale ha scritto una frase appositamente sgrammaticata per dire: «Ecco qualcuno che è veramente rappresentativo di coloro che non conoscono la lingua italiana e che sono al fondo dell’ignoranza al congresso della cultura popolare».<br />
“Lo scopo è di tentare di rappresentare come estremamente basso il livello culturale di questo congresso della cultura popolare. Ma lo scopo è anche un altro, al quale accennerò brevemente. Bisogna che io dica che in questa ironia di giornali benpensanti, di giornali che esprimono gli interessi della classe privilegiata e dirigente della nostra società, c’è qualche cosa di fondato”.<br />
“Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…”.<br />
“Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo, profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…”.<br />
Pare di sentire, in sottofondo, le parole di Antonio Gramsci che sul Grido del popolo scriveva:<br />
“Se è vero che la storia è una catena degli sforzi che l’uomo ha fatto per liberarsi dai privilegi, dai pregiudizi, dalle idolatrie, non si vede perché il proletariato, che un altro anello vuole aggiungere a quella catena, non debba sapere come, da chi e perché sia stato preceduto e quale giovamento possa trarre da questo sapere”.<br />
Quel Gramsci che invitava le masse diseredate, e in primo luogo i comunisti, a imparare, a studiare, ad essere all’altezza del compito straordinario che essi hanno affidato a se stessi: quello di cambiare in radice il mondo in cui viviamo per costruirne uno di liberi ed eguali.<br />
Di Vittorio svolse esattamente questo percorso, quello che portò un cafone di Cerignola a costruire le condizioni del proprio riscatto insieme a quello della sua classe.<br />
Di Vittorio capì nel profondo quello che Gramsci non si stancò mai di raccomandare, quando scriveva che “occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.” Uno sforzo necessario, perché “la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità; é conquista di una coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.”<br />
Nel primo anniversario della morte di Antonio Gramsci, Di Vittorio pubblica su «La Voce» un articolo in cui descrive, come meglio non si potrebbe, il profilo politico e morale del rivoluzionario sardo.<br />
“Antonio Gramsci – scrive Di Vittorio &#8211; non era un contemplatore, né il freddo scienziato che limiti la sua soddisfazione alla esattezza della diagnosi. Antonio Gramsci rappresentava la sintesi più completa dello scienziato scrupoloso, dell’uomo d’azione, del capo rivoluzionario”. “Egli fu il più grande marxista che abbia avuto l’Italia, quello che meglio d’ogni altro seppe trarne gli insegnamenti concreti e che compì i più grandi sforzi per applicarne il metodo alla situazione del nostro paese. Divenuto capo del Partito della classe operaia, Antonio Gramsci seppe vivere fra gli operai, seppe parlare con loro, seppe apprendere da loro e seppe dar vita al più interessante movimento unitario creato dalla classe operaia italiana, sia per la sua forma originale d’organizzazione che per la precisione e l’ampiezza dei suoi obbiettivi: i Consigli di Fabbrica”.<br />
Discutendo con Gramsci sul programma dell’Associazione di Difesa dei Contadini d’Italia, fondata nel 1924 – scrive Di Vittorio – “io sentii la profonda commozione con la quale Gramsci considerava la miseria crescente dei pastori della sua Sardegna, dei contadini poveri del Mezzogiorno, dei braccianti di tutta l’Italia. Io sentii l’odio che si sprigionava dai suoi occhi penetranti, contro i banchieri ed i filibustieri del grande capitale del Nord, che saccheggiano il Mezzogiorno e tutto il popolo lavoratore d’Italia. Unire i contadini ed i braccianti attorno al proletariato industriale; unire tutti gli strati del popolo attorno alla classe operaia e al suo programma di emancipazione generale della società, non fu mai per Gramsci una mera questione di tattica, ma bensì il risultato della convinzione profonda che l’unione del popolo attorno alla sua classe d’avanguardia &#8211; la classe operaia &#8211; è la via maestra per giungere alla liberazione di tutto il popolo”.<br />
Di Vittorio non conobbe l’opera fondamentale attraverso cui Gramsci potè parlare e ancora parla al mondo intero, i suoi Quaderni del carcere. Ma, grazie alla sua formidabile sensibilità di proletario ne seppe intuire oltre vent’anni prima tutta la portata.<br />
C’è, fra gli altri, un passo dei Quaderni nel quale – sono convinto – Di Vittorio si sarebbe totalmente riconosciuto. E’ il brano intitolato “Passaggio dal sapere al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere”.<br />
Gramsci vi scrive:<br />
“L’elemento popolare ‘sente’, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale ‘sa’, ma non sempre comprende e specialmente ‘sente’. I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia più sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato, cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo (…). Non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale con il popolo-nazione sono o si riducono a rapporti di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio. Se il rapporto fra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati è dato da un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere, solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita d’insieme che solo è la forza sociale; si crea il ‘blocco storico’ ”.<br />
In questa descrizione si incarna, come in pochi altri esempi di dirigenti comunisti di quella statura, la figura umana, culturale e politica di Giuseppe Di Vittorio.</p>
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		<title>Ombre nere sulla Repubblica</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jun 2017 21:37:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
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		<category><![CDATA[Saverio Ferrari]]></category>

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		<description><![CDATA[Il neofascismo italiano: tappe, percorsi, e identità di Saverio Ferrari &#8211; I fascisti ci sono ancora. Meglio, ci sono sempre stati. Una presenza costante e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/06/saggio_ferrari.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-647" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/06/saggio_ferrari-150x150.png" alt="saggio_ferrari" width="150" height="150" /></a>Il neofascismo italiano: tappe, percorsi, e identità</strong></em></p>
<p>di Saverio Ferrari &#8211;</p>
<p>I fascisti ci sono ancora. Meglio, ci sono sempre stati. Una presenza costante e tutt&#8217;altro che marginale nel secondo dopoguerra. Le ragioni sono state molteplici e risiedono principalmente nel contesto della “Guerra Fredda”, quando i primi gruppi neofascisti, una vita stentata all&#8217;insegna della clandestinità e di pratiche terroristiche (si pensi ai Fasci d’azione rivoluzionaria, già attivi dal 1946), furono prima sdoganati e poi sussunti nell&#8217;ampio e variegato schieramento anticomunista.<br />
Artefici: la Democrazia cristiana, il Vaticano, gli americani.</p>
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		<title>La Rivoluzione d’Ottobre. Dal capitalismo al socialismo. E viceversa</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2017 16:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Nel momento in cui celebriamo l’avvento, nella storia umana, del primo stato operaio &#8211; della prima rivoluzione proletaria, che tanto ha [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/03/lenin_trotsky.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-620" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2017/03/lenin_trotsky-150x150.jpg" alt="lenin_trotsky" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Nel momento in cui celebriamo l’avvento, nella storia umana, del primo stato operaio &#8211; della prima rivoluzione proletaria, che tanto ha influenzato il movimento comunista internazionale, la vittoriosa lotta anticoloniale in tre continenti e che ha cambiato l’intera storia umana – non possiamo non chiederci (dobbiamo chiederci!) come e perché nel giro di 70 anni si sia verificato il passaggio dal capitalismo al socialismo e poi – a ritroso – dal socialismo al capitalismo nella sua forma più oligarchica, autocratica, mafiosa. Come, in altre parole, il socialismo si sia convertito nel suo opposto.</p>
<p>Dobbiamo farlo, se non vogliamo consegnarci alla pura rievocazione nostalgica, ad un ruolo di pura testimonianza, se vogliamo dare un senso attuale al nostro essere comunisti oggi, a rivendicare l’attualità, la necessità storica della rivoluzione socialista.</p>
<p>Lo sforzo di capire e di “studiare per capire” è assolutamente essenziale. Dove capire vuol dire darsi gli strumenti (le categorie intellettuali) per comprendere la realtà e fondare su questa analisi rinnovata una teoria della rivoluzione in Occidente, sulle orme di Antonio Gramsci, e poi una strategia e poi una tattica che non siano consegnate all’improvvisazione e, alla fine, alla subalternità e alla sconfitta.</p>
<p>Solo se sai decifrare la realtà che ti circonda, solo se ne sai disvelare l’arcano (come ci ha insegnato a fare Marx) la rievocazione ha un senso, esce dal passato in cui è altrimenti congelata, ossificata, e diventa presente vitale, capacità di leggere e trasformare la realtà.<br />
Altrimenti è pura esercitazione scolastica, priva di qualsiasi capacità rivelatrice.</p>
<p>Non averlo saputo fare in modo adeguato è una delle ragioni (sebbene non la sola) dell’impasse del presente.</p>
<p>Quando tutto è iniziato</p>
<p>Ebbene, Lenin e i Bolscevichi fanno la rivoluzione proletaria esattamente un secolo fa.</p>
<p>Prima vi era stato un solo, ma straordinario antecedente, la breve epopea della Comune di Parigi del 1871, “la forma politica finalmente scoperta – come la definì Karl Marx – della dittatura del proletariato”.</p>
<p>Ebbene, nella rivoluzione d’Ottobre campeggia il genio assoluto di Lenin e del gruppo di rivoluzionari stretti intorno a lui.</p>
<p>L’obiettivo è il ritiro immediato dalla guerra imperialista da trasformare in guerra proletaria.<br />
Le parole d’ordine:<br />
alleanza fra operai e contadini<br />
terra ai contadini<br />
tutto il potere ai soviet</p>
<p>E’ bene tenere presente che Lenin e l’intero gruppo dirigente bolscevico pensano che la rivoluzione non reggerà se quella scintilla non farà scatenare la rivoluzione in Occidente, soprattutto in Germania e in Italia dove le condizioni paiono mature.</p>
<p>Lenin, Trockij, Radek, Zinoviev, Kamenev, Bucharin sono conviti che siamo nell’imminenza di un sommovimento rivoluzionario nel cuore dell’Europa.</p>
<p>Ma è un’illusione: la sconfitta del movimento operaio italiano e dell’occupazione delle fabbriche del ‘19-’20 e il tradimento della socialdemocrazia tedesca che diviene complice della repressione del movimento spartachista e dell’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht mette fine a quella speranza.</p>
<p>Alla sconfitta del movimento operaio in quei paesi corrisponde la svolta reazionaria che porterà al fascismo in Italia e, più tardi, con la caduta della repubblica di Weimar, all’avvento al potere di Hitler in Germania.</p>
<p>Il tema che allora si pone in Russia diventa uno solo: difendere la rivoluzione in un paese solo, un paese dalle dimensioni sterminate (dagli Urali al Pacifico), segnato da differenze etniche e da storie diversissime, dove pochi nuclei di classe operaia (concentrati prevalentemente a Mosca e a Pietrogrado) galleggiano su un mare di contadini.<br />
Tutto ciò mentre le armate bianche di Kolciac e Denikin, sostenute da Inghilterra e Francia cercano di rovesciare il potere rivoluzionario.</p>
<p>Difendersi, dunque, prima di tutto e a qualsiasi costo.</p>
<p>La disciplina è durissima e di tipo militare, anche in economia. E’ il “comunismo di guerra”, con la requisizione delle terre, il lavoro obbligatorio, la riduzione delle razioni alimentari, l’enorme prezzo pagato dai contadini.</p>
<p>La guerra, di inaudita durezza, viene vinta.<br />
Ma qualcosa scricchiola.</p>
<p>La chiusura delle fabbriche e la riduzione delle razioni alimentari provoca scioperi a Mosca e a Pietrogrado: particolarmente gravi quelli nella ex-capitale del nord, dove fu nuovamente imposto lo stato d’assedio: i bolscevichi si sentivano rinfacciare ciò che essi stessi avevano sostenuto nei loro programmi e che ora non erano in grado di realizzare.</p>
<p>Diceva un delegato contadino ad un congresso dei soviet:<br />
“I contadini lavoreranno sempre, non risparmieranno i loro figli, non risparmieranno il sangue. Siamo stati in Germania, siamo stati sugli Urali, abbiamo battuto Kolchak abbiamo battuto Denikin, li batteremo ancora. Sono scappati. Se torneranno li cacceremo un’altra volta. Ma vorremmo non essere tormentati invano… il lavoro deve essere libero…”.<br />
L’insieme della crisi finì per prendere un nome: Kronstadt.<br />
La rivolta della celebre fortezza marittima, che con i suoi marinai era stata nel ’17 uno dei massimi focolai della rivoluzione, cominciò il 1° maggio del ’21 in connessione con gli scioperi di Pietrogrado.<br />
Gli insorti rivendicavano “potere ai soviet, non ai partiti” e sognavano una terza rivoluzione.<br />
L’insurrezione fu infine schiacciata con un’offensiva comandata da Trockij e da Tuchacevskij.</p>
<p>Quella lotta furibonda fra uomini che uscivano appena da una guerra fatta insieme nel nome della stessa rivoluzione fu il sintomo più allarmante di un possibile crollo del potere nato nell’ottobre del ’17.</p>
<p>Qui inizia una profonda riflessione critica di Lenin, che critica il comunismo di guerra che rischia di compromettere ciò che per lui è la condizione stessa della rivoluzione: l’alleanza fra operai e contadini.<br />
Il risultato di questa profonda riflessione critica è la svolta politica della Nep (la Nuova Politica Economica fondata su un sistema ad economia mista), ma con il potere saldamente nelle mani del partito che aveva fatto la rivoluzione.</p>
<p>Nelle condizioni date questo porta ad un’altra torsione: il partito bolscevico diventa il solo partito legale del Paese, il vero organo dirigente, lungo un processo di progressiva identificazione del partito con lo Stato.</p>
<p>In Lenin la preoccupazione è tuttavia molto forte e non lo nasconde. Il suo giudizio è sferzante. Parla di uno “Stato appena unto di olio sovietico, pessimo fino all’indecenza”.</p>
<p>Si apre il conflitto con Stalin intorno al nodo cruciale delle nazionalità e del rapporto fra le repubbliche.<br />
Lenin pensa ad un decentramento profondo, in cui al governo centrale spettino solo la politica estera e la difesa, mentre Stalin ha in testa l’accentramento totale del potere.<br />
Lo scontro diventa durissimo.<br />
Lenin definirà Stalin “rozzo poliziotto grande russo” affetto da inguaribile sciovinismo.</p>
<p>Dicevo che dopo il tramonto della speranza in una generale rivoluzione in Occidente, l’attenzione dei Bolscevichi si sposta ad Oriente, e il tema è la “soviettizzazione” delle terre periferiche con lo sconvolgimento della vita e del modo di pensare e di vivere di genti rimaste a livelli di sviluppo arcaici.</p>
<p>La formazione dell’Urss è un’impresa titanica.</p>
<p>Tornando a Lenin, nella primavera del ’23 viene colpito da un colpo apopletico che lo metterà progressivamente fuori gioco. Tuttavia continua a scrivere e a dialogare con il suo partito, il suo prestigio è immenso.</p>
<p>In questa fase riprende il suo rovello intorno al carattere dello stato sovietico.<br />
Lenin è preoccupatissimo e pone la questione di una sburocratizzazione negli apparati dello stato e in quelli di partito, propone di istituire una commissione di controllo che avesse il diritto di sindacare la stessa attività del Poljtburo in modo che nessun dirigente – neppure il segretario generale – potesse impedirle di essere informata di tutto e di verificarne con scrupolo il funzionamento.<br />
Lenin pensa ad un processo di trasformazione della società cui partecipino le “vere masse”, non solo la nomenclatura, l’apparato burocratico.</p>
<p>Si va in queste condizioni al X congresso a cui Lenin non è in grado di partecipare e al quale manda un messaggio (che passerà alla storia come il testamento di Lenin).</p>
<p>Lenin afferma che due cose il partito non può mai permettersi di fare: rompere con la base sociale della rivoluzione, l’alleanza fra operai e contadini, e rompere la propria unità interna.</p>
<p>Il messaggio contiene anche un giudizio su tutti i capi bolscevichi, ma l’attenzione principale si concentra su Stalin.<br />
Scrive Lenin: “Stalin ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, è incline a metodi autoritari, è troppo grossolano, difetto intollerabile per chi ricopre quella funzione”.<br />
Lenin aggiungerà poi a quel messaggio un “codicillo” nel quale chiede di rimuovere Stalin dall’incarico di segretario generale.<br />
Il messaggio non sarà mai letto, come gli ultimi scritti di Lenin, secretati fino al 1956 ed oltre.</p>
<p>Lenin muore il 21 gennaio del ’24.</p>
<p>Dopo la sua morte comincia a praticarsi il culto del capo defunto, presto trasferito sulla persona del segretario generale, fino alle forme di vero e proprio cesarismo.</p>
<p>Stalin comincia a fissare la sua architettura del partito in formule icastiche e militaristiche: il partito come stato maggiore del proletariato, una specie di “Ordine dei portaspada”.<br />
Il partito come una piramide a strati, costruito su una gerarchia di segretari.</p>
<p>Poi le cinghie di trasmissione:<br />
sindacati<br />
cooperative<br />
Konsomol<br />
Organizzazioni femminili<br />
Scuola<br />
Stampa</p>
<p>Dirà: “La dittatura del proletariato consiste nelle direttive del partito”.</p>
<p>Lo Stato che Lenin aveva definito “appena unto di olio sovietico, pessimo fino all’indecenza” viene ora definito “il più alto tipo di apparato statale del mondo”.</p>
<p>E ancora, affermerà: “L’estinzione dello stato avverrà attraverso il suo rafforzamento massimo”.</p>
<p>Stalin liquida la Nep, lancia la collettivizzazione forzata, la deportazione dei kulak. Si assiste ad un generale impoverimento delle masse contadine.</p>
<p>Ma soprattutto deflagra lo scontro interno, la lacerazione della vecchia guardia leninista.</p>
<p>Stalin inizia, per strati e inesorabilmente, la sistematica repressione degli oppositori interni.<br />
Il dissenso diventa, in quanto tale, reato politico.<br />
Ad uno ad uno cadono tutti i capi bloscevichi accusati di complotto controrivoluzionario. Essi subiscono processi infamanti dopo confessioni estorte e con imputazioni inaudite: “Cospirazione e tradimento con l’aiuto straniero, spirito di capitolazione”.<br />
Uno dopo l’altro, vengono messi a morte: Piatakov, Sokolnicov, Zinoviev, Kamenev, Radek, infine Bucharin (l’allievo prediletto di Lenin).</p>
<p>La Ceka, la polizia segreta alle dirette dipendenze del segretario generale, assume un potere immenso e fuori da ogni controllo: è la fine di ogni garanzia legale.</p>
<p>Il terrore viene scatenato contro il partito nel suo insieme: prima la vecchia guardia, poi gli intellettuali, poi tutti i vertici dell’Armata rossa.<br />
Lo stesso comitato centrale non esiste più: 110 dei suoi 139 membri effettivi periscono durante le repressioni.</p>
<p>Degli 80 nomi di coloro che furono membri del comitato centrale con Lenin fra il ’17 e il ’23, 46 morirono nelle repressioni.</p>
<p>Stalin stabilisce un rapporto diretto fra capo e Paese, tale da scavalcare il partito stesso.</p>
<p>Malgrado ciò si compie il miracolo dello sviluppo a tappe forzate dell’industria pesante e dell’apparato bellico. I costi sociali sono immensi, ma la crescita ha del prodigioso e Hitler viene fermato.<br />
Come ognuno di voi sa nell’eroica resistenza di Stalingrado si decidono – senza alcuna enfasi retorica – le sorti del mondo. L’armata rossa attraverserà l’Europa per fermarsi soltanto a Berlino.</p>
<p>Ma anche dopo la straordinaria vittoria nella “guerra patriottica”, proprio nel momento di una grande vittoria, del più diffuso consenso, in un contesto internazionale non del tutto lacerato, in una società impegnata con spontanea vitalità nella propria ricostruzione, Stalin scatenò una recrudescenza della repressione.<br />
Anzi, essa si rivolge con particolare durezza contro i partiti comunisti fratelli: la scomunica di Tito, i processi contro l’ungherese Raick, il bulgaro Kostov, il polacco Gomulka, lo jugoslavo Kadar, i cecoslovacchi Clementis e Slanskj.</p>
<p>Cosa impediva ad un paese che aveva avuto la forza di tentare “la rivoluzione in un paese solo”, che aveva respinto la crociata dell’Occidente contro il primo Stato operaio della storia, che era stato decisivo nella sconfitta di Hitler, di sperimentare, una volta divenuto una potenza mondiale, anche una modesta riforma di se stesso?<br />
Stalin muore nel 1953.<br />
Sarà il XX congresso del Pcus, nel ’56, col famoso rapporto segreto a denunciare quello che il nuovo segretario generale, Nikita Chruscev, definì il comportamento di Stalin come “criminale e paranoico” permeato di “culto della personalità”.<br />
Emerge subito, tuttavia, il carattere tutto personalistico di questa così grave denuncia, senza che se ne indaghino origine e cause: tutta la colpa su un uomo solo.</p>
<p>Si apre un periodo di “disgelo”.<br />
In economia: con la concessione ai contadini della possibilità di produrre e vendere ciò che volevano nel piccolo pezzo di terra a loro privatamente assegnato; con il trasferimento alle cooperative dei mezzi meccanici di proprietà statale; con l’affermazione dell’utilità della presenza di un settore affidato al mercato.<br />
Ancora: viene promossa una riforma della scuola che determinò una formidabile crescita dell’accesso all’istruzione e una seconda campagna di alfabetizzazione ai livelli superiori.<br />
E poi: un aumento – moderato ma costante -del salario reale, un miglioramento generalizzato della copertura sanitaria, un aumento delle pensioni.<br />
Rimangono tuttavia intatti i tratti che avevano segnato lo stato sovietico nel periodo staliniano:<br />
il partito è lo stato e lo stato è il partito<br />
nessuna socializzazione dei mezzi di produzione: l’operaio sovietico non concorre in nessun modo a stabilire la destinazione del surplus di valore estratto dal lavoro<br />
i soviet restano un’emanazione del partito, così i sindacati<br />
nessuna socializzazione del potere, monopolizzato da una casta separata che lo gestisce per conto del popolo</p>
<p>La sfida competitiva con gli Usa si sviluppa dunque essenzialmente sul modello competitivo, quantitativo.</p>
<p>Nella versione chrusheviana nascevano le premesse della futura glaciazione brezneviana, cioè della sostituzione, tra le masse, dell’ipersoggettivismo staliniano con l’apatia politica e ideale e, tra i quadri, del timore delle epurazioni con il cinismo burocratico.</p>
<p>La “glaciazione” brezneviana</p>
<p>Con Breznev si ha il ritorno alla rigida pianificazione centralizzata e – siamo negli anni Settanta – l’Urss conosce un tasso di sviluppo rispettabile, comunque superiore a quello dei paesi occidentali.<br />
Ma già quello sviluppo era malato: restava come sempre concentrato sull’industria pesante e su quella militare, senza curarsi molto della loro produttività; nuovi settori industriali innovativi (chimica, petrolchimica, elettronica, per i quali esistevano materie prime abbondanti, raffinate competenze scientifiche, tecnici capaci) erano trascurati; il sistemma dei prezzi restava arbitrario; l’industria leggera di beni di consumo di massa produceva beni di cattiva qualità.<br />
La pianificazione centralizzata aveva ottenuto risultati straordinari quando si trattava di costruire ed estendere le basi dell’industrializzazione o di rispondere a bisogni essenziali, non poteva però più funzionare quando l’economia era diventata complessa e i bisogni, individuali e collettivi, potevano essere guidati ma non imposti.<br />
Tutto ciò non poteva più funzionare quando il ricordo della rivoluzione era ormai lontano, il pericolo di guerra diminuito e anzi i gruppi dirigenti collaboravano a spoliticizzare le masse per assicurare la stabilità del potere.<br />
Si raggiungeva così un perverso compromesso tra disciplina politica e apatia sociale.<br />
Una tale impasse del sistema economico si trasferiva immediatamente sul terreno geopolitico. Perché ormai il ciclo delle lotte di liberazione nazionale si stava concludendo e i nuovi Stati, che ne erano risultati, avevano bisogno non solo di un sistema militare, o di armamenti, ma di un sostegno tecnico, organizzativo, anche ideale, per sottrarsi alla lusinga e agli interessi che il neocolonialismo offriva loro attraverso la mediazione di una borghesia “compradora” già preesistente o reclutata all’interno degli stessi movimenti di liberazione.<br />
Credo abbia un discreto fondamento la tesi secondo la quale “Bresnev fu il vero affossatore della rivoluzione russa”, proprio nel momento in cui le si offrivano altre strade da percorrere.<br />
Da Breznev ad Andropov<br />
Dopo la morte di Breznev diventa segretario generale Jurij Anropov.<br />
Ciò che appariva a prima vista e faceva pensare ad una successione in perfetta continuità era il fatto che egli fosse e da tempo il capo del Kgb e in quanto tale poteva segnalare le premesse di una svolta autoritaria.<br />
E invece accadde il contrario.<br />
Sarebbe interessante – ma al momento impossibile – potere ricostruire la sua biografia per spiegarlo.<br />
Quel che è certo è che fu lui – nel breve tempo in cui esercitò il potere – ad iniziare, con un coraggio inusitato quanto imprevedibile, una svolta.<br />
Lo testimoniano alcune scelte immediate.<br />
In politica estera: con la proposta di smantellamento bilaterale dei missili di teatro in Europa o quella di un governo di unità nazionale in Afghanistan, accompagnato dal ritiro di tutte le forze armate straniere.<br />
Ma se si vuole cogliere la radicalità e il senso concreto delle intenzioni di Anropov è utile leggere un ampio scritto uscito in occasione del centenario di Carl Marx.<br />
Anzitutto perché, per la prima volta, dal vertice massimo veniva presentata al popolo un’analisi veritiera della situazione, traendo le somme del passato e un impegno per il futuro.<br />
L’analisi di Andropov era cruda. Il socialismo in Urss – scriveva – non era affatto realizzato:<br />
“Nonostante la socializzazione dei mezzi di produzione i lavoratori non sono i veri padroni della proprietà statale. Essi avevano ottenuto di essere padroni, ma non lo sono mai diventati. Chi sono allora i padroni in Urss? Tutti coloro che, avendo una concezione privatistica camuffata, si rifiutano di trasformare il mio in nostro e desiderano vivere alle spalle degli altri, alle spalle della società”.<br />
E’ difficile immaginare una critica più aspra al ceto burocratico e parassitario, al corporativismo avido di privilegi, all’economia sommersa che profittava dell’inefficienza pubblica per acquisire profitti immeritati. L’impegno che ne derivava, rivolto soprattutto alle masse, era a sua volta tutt’altro che demagogico:<br />
“Per uscire da una stagnazione economica occorre uno sviluppo non solo quantitativo ma qualitativo, che migliori la qualità del lavoro e offra ai consumatori ciò di cui hanno realmente bisogno. Perciò occorre mettere in discussione non la pianificazione in sé, ma una pianificazione fondata sul comando amministrativo, indifferente allo sviluppo tecnologico, alla qualità dei beni prodotti e incapace di valutare i risultati degli investimenti. Basta con la ‘decretazione comunista’ sulla quale le direzioni aziendali costruiscono le loro carriere, distribuendone parte ai loro diretti dipendenti”.<br />
Erano solo spunti, ma mostravano la volontà di riaffermare l’idealità socialista proprio nel momento in cui egli criticava una sua applicazione deviata, e la volontà di restituire alla lotta di classe un ruolo centrale.<br />
La malattia e la morte non gli permisero di fare di più e la successiva elezione di Konstantin Chernenko mostrò quanto fosse forte la resistenza di chi difendeva lo staus quo.<br />
Nel frattempo la stagnazione economica perdurava, la gerontocrazia divenne per tutti insopportabile: la candidatura di Michail Gorbacev alla guida del Pcus divenne uno sbocco necessario.<br />
Il primo obiettivo che Gorbacev si propose fu quello di liberare la società e il partito da quella gabbia di divieti, di conformismo, di omertà che era cresciuta nel ventennio brezneviano e aveva messo basi profonde in un gigantesco apparato burocratico (16 milioni di persone).<br />
Gorbacev operò concedendo e stimolando la libertà di parola e di stampa.<br />
In pochi mesi vi fu l’esplosione di un dibattito fra gli intellettuali in ogni campo, la moltiplicazione spontanea di nuovi organi di stampa critici, premiati da vendite straordinarie, la facoltà per la televisione di dire il vero e a volte di trasmettere in diretta dibattiti vivaci nel vertice del partito.<br />
Era una vera riforma strutturale, premessa di ogni altra.<br />
Le masse ne erano interessate, ma anche diffidenti. A Mosca cominciava a circolare fra la gente comune una frase graffiante: “Di giornali ne leggo molti, ma i negozi restano vuoti”.<br />
Quello che mancava era la capacità di indicare gli strumenti di applicazione, i soggetti cui attribuire responsabilità, i tempi necessari.<br />
Due esempi: per aumentare la produttività del lavoro, rinnovare le tecnologie, spostare investimenti verso l’industria leggera e migliorare la qualità dei beni di consumo, bastava concedere una crescente autonomia alle singole imprese, senza un sistema fiscale che ne premiasse i risultati o li redistribuisse, e senza un piano vincolante che ne orientasse le scelte?<br />
Oppure: bastava tollerare la nascita di un’imprecisata iniziativa privata o cooperativa, in assenza sia di imprenditori sia di un mercato e senza porre né limiti né trasparenza ai bilanci, né garanzie contrattuali, per impedire che si tramutassero in economia sommersa e speculativa?<br />
Poi c’era il problema dello stato del partito.<br />
Da settant’anni l’Urss si era retta su un potere politico il cui motore e gestore era un unico partito (lo Stato era solo uno strumento, il suo braccio secolare).<br />
Negli ultimi decenni, però, il partito &#8211; restando unico e autoritario &#8211; aveva via via cambiato ruolo e natura. Dietro il cambiamento formale che pareva riconoscere una pluralità di idee e di interessi si formava un ceto dominante che saldava in un blocco nomenclatura politica e tecnocrazia, riduceva l’ideologia ad un catechismo cui pochi credevano, incoraggiava la passività delle masse offrendo loro in cambio tolleranza per l’assenteismo e di conseguenza per il lavoro nero.<br />
Serviva perciò a poco, per superare questo muro, separare il partito dallo Stato, limitandone il potere, se prima e contemporaneamente non si riusciva a farvi rinascere un’identità ideale e a ricostruire un rapporto con le masse svantaggiate.<br />
Il collasso finale<br />
Alla base del collasso finale intervenne la divaricazione e poi lo scontro violento fra coloro che avevano condiviso la Perestrojka e sostenuto Gorbacev.<br />
Da un lato coloro che erano convinti della necessità che anche profonde riforme non dovessero cancellare il carattere socialista del sistema, non si dovesse né condannare in blocco la storia passata, né concedere al mercato e alla proprietà privata un ruolo preminente.<br />
Non solo per la fedeltà ai principi, ma per impedire la disorganizzazione economica del paese.<br />
Dall’altro quelli ormai convinti che ormai bisognava andare in fretta fino in fondo, cioè orientarsi a chiudere la parentesi aperta dalla rivoluzione di Ottobre e costruire un nuovo sistema coerente, assumendo come modello le democrazie occidentali.<br />
Gorbacev sostenne la prima opzione, per il momento maggioritaria nel partito e nel paese.<br />
Per reggere sarebbe stato necessario inventare un sistema sociale del tutto nuovo; occorreva non solo il consenso, ma la partecipazione attiva di milioni di persone, anzitutto nelle classi popolari, e occorreva neutralizzare chi sul socialismo aveva sempre giurato, ma nel socialismo aveva coltivato privilegi, o scarico di responsabilità.<br />
Gorbacev cercò di reagire cambiando l’agenda della Perestrojka, cioè trasferendo la riforma del potere politico su una nuova priorità, la democratizzazione dello Stato (maggiori poteri ai soviet delle repubbliche eletti con il voto popolare e un’effettiva pluralità di candidati).<br />
Intenzioni ottime, risultati pessimi: per il Pcus le elezioni sanzionarono una sconfitta.<br />
Il potere politico era ormai del tutto frammentato: soviet con facoltà legislative nei rispettivi territori, in continua competizione sulla suddivisione delle risorse con lo Stato; soviet della Federazione russa molto più influente rispetto ad ogni altro; governo centrale quasi esautorato; trentasette ministeri che non sapevano a chi chiedere ordini e ne facevano volentieri a meno.<br />
Ognuno di questi centri e livelli pretendeva che le proprie leggi, entro i propri confini, prevalessero sulle altre.<br />
La democratizzazione frettolosa diventava confusione.<br />
Tutto questo impresse un’accelerazione ed una moltiplicazione dei conflitti etnici e religiosi che, due anni più tardi, produssero la fine dell’Unione Sovietica e offrirono l’ascesa al potere, per quanto restava, di Boris Eltsin, regista ed inventore di un nuovo populismo che, in nome della libertà, finì col bombardare il parlamento e, in nome del popolo, rapinava il patrimonio pubblico per spartirselo con oligarchi corrotti e spesso mafiosi.<br />
Al potere si insedia una nuova classe sociale, con il suo personale politico, non frutto delle imprese vitali, ma un potere oligarchico prodotto della più grande rapina della storia.<br />
Ed ecco il prodotto di questa “civilizzazione”: crollo della produzione, disuguaglianze scandalose, una tragedia infinita per decine di milioni di persone ricacciate nella povertà, prive di protezioni, la riduzione drastica della speranza media di vita, l’esplosione di conflitti etnici cruenti.<br />
Conclusione<br />
Noi assistiamo da molti anni ad una solenne rimozione, ad una “damnatio memoriae” condotta? subita? da una parte cospicua degli epigoni di quella storia grande e tragica che fu la costruzione – per la prima volta nella storia – di uno Stato operaio.<br />
L’attacco ha avuto caratteristiche proteiformi, spesso il giudizio è stato sommario, quando non del tutto fondato su una contraffazione dei fatti, necessaria per occultare il senso profondo di un’abiura e di una deriva sempre più esplicita verso il pensiero liberale sino alla sua forma e alle sue manifestazioni più sciaguratamente oppressive.<br />
Ripercorrere controcorrente il fiume dell&#8217;esperimento sovietico, oggi è un compito politico. Se non si capisce lì, non si capisce qui.<br />
Perché non rimanesse pietra su pietra di quella storia si è giunti sino a condannare in blocco l’intero Novecento e ciò in quanto l’esperimento sovietico si è piazzato al centro del Novecento e lo ha definitivamente segnato.<br />
“Batti e ribatti – ha scritto efficacemente Mario Tronti &#8211; alla fine ho capito che l&#8217;antinovecentismo è sostanzialmente una forma, la più inconsapevolmente diffusa, di anticomunismo. Indipendentemente dal merito dei fatti, in realtà non si sopporta che quella cosa lì ci sia stata.<br />
Per cui anche parlarne male è rischioso. Conviene non parlarne affatto, finché come di Atlantide si favoleggerà che ci fu, ma senza sapere dove come e quando. I nostri avversari l&#8217;hanno capito, e molti nostri amici, senza saperlo, gli danno una mano: il modo più sicuro per tenere in piedi questo miserabile loro presente è cancellare ogni traccia di memoria alternativa. Oggi stiamo vivendo lo stadio avanzato, maturo, prossimo a una soluzione finale a livello mondo, di una storica, classica, lotta di classe tra politica ed economia. Lotta di classe, non altro. Schierarsi sull&#8217;uno o sull&#8217;altro fronte è la prima decisione da prendere. Poi la politica si può riformare, ridefinire, riorganizzare e quant&#8217;altro, ma, pensiamoci bene, ogni gesto, ogni parola, ogni iniziativa, che in qualche modo contribuisca a una sua delegittimazione, è un danno arrecato alle persone cha vivono nel basso della società e che hanno nella lotta di classe la sola arma di difesa e di attacco”.<br />
Ecco, la rivoluzione russa prese una piega diversa da quella che speravamo, una “forma profana”, come ha scritto in un suo splendido libro Rita Di Leo, ma il suo atto di nascita fu qualcosa di sacro. E questo perché il Palazzo d&#8217;Inverno i bolscevichi non lo criticarono, lo conquistarono.<br />
Per questo non saremo mai abbastanza grati a quel pugno di uomini e di donne che provarono a scrivere un’altra storia, una storia di riscatto, di emancipazione, di liberazione del genere umano che parla ancora, e quanto forte, anche a noi e al tempo presente.</p>
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		<title>Il concetto di bene comune nella Costituzione italiana, la questione della proprietà; I trattati a fondamento dell’Unione europea: privatizzazione e messa a mercato di tutto ciò che può assumere il carattere della merce</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2015 11:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dispense]]></category>
		<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Graco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; La Costituzione mette le cose in chiaro sin dal suo articolo 1: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ebbene, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/12/acquabenecomune.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-432" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/12/acquabenecomune-150x150.jpg" alt="acquabenecomune" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>La Costituzione mette le cose in chiaro sin dal suo articolo 1: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”.</p>
<p>Ebbene, nessun’altra costituzione fa una cosa del genere, tanto meno nel suo cuore, nel suo tratto identitario, nella definizione che essa dà di se stessa.</p>
<p>Al contrario, nello Statuto albertino il cuore è la proprietà e lo Stato deve difenderla.</p>
<p>Il mondo borghese, il mondo della borghesia liberale classica, è un mondo profondamente individualista: esso concepisce la sfera politica come funzione garantista della proprietà privata, retta sul principio inossidabile della concorrenza.</p>
<p>Lo Stato ha dunque come propria peculiare funzione quella di proteggere la proprietà privata.</p>
<p>Come sapete, l’articolo 3 della Costituzione recita:<br />
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.</p>
<p>Si tratta, con tutta evidenza, di un principio desunto dalla cultura liberale.</p>
<p>Ma poi, al secondo comma dell’articolo 3 troviamo la vera novità, che rompe con la tradizione liberale precedente:<br />
“E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.</p>
<p>Qui si va molto oltre i confini del pensiero liberale.</p>
<p>Il soggetto della trasformazione non è genericamente il cittadino, ma il lavoratore perché l’Italia, appunto, è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”.</p>
<p>C’è qui un vero e proprio salto di paradigma” politico-sociale che chiude i conti col vecchio stato liberale pre-fascista.</p>
<p>Ma è nel Titolo III della C.I., quello che disciplina i “Rapporti economico-sociali” che vive e si invera quella dichiarazione di principio.</p>
<p>Si tratta dei 13 articoli che vanno dal 35 al 47, dove viene sancito, senza mezzi termini, “il primato dell’utilità sociale” sull’interesse privato.</p>
<p>Perché lì la Costituzione italiana, unica al mondo, si occupa dei rapporti di proprietà per affermare che (articolo 41) l’iniziativa economica è sì libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.</p>
<p>Di più, vi si afferma che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.</p>
<p>In altri termini, la programmazione economica, di cui è titolare la mano pubblica, diventa la bussola che deve &#8211; e sottolineo deve &#8211; orientare tanto l’attività imprenditoriale pubblica, quanto quella privata.</p>
<p>E cosa succede – o dovrebbe succedere – ove l’interesse privato si muova in contrasto con l’interesse sociale?</p>
<p>La Costituzione è nettissima (articolo 42): “La proprietà privata può essere (…) espropriata” e (articolo 43) trasferita “allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti”.</p>
<p>Tutto ciò poiché &#8211; ribadisce la Costituzione &#8211; “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento” ma anche “i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.</p>
<p>Analoghi limiti e condizioni sociali vengono stabiliti per la proprietà terriera e per lo sfruttamento del suolo (articolo 44).</p>
<p>Quello che voglio sottolineare è la forza con la quale la Costituzione insiste su questo punto, in ogni suo articolo, e quanto essa sia permeata da un fortissimo spirito comunitario, teso a frenare gli “spiriti animali” del capitalismo e a promuovere l’interesse comune, l’interesse sociale, l’uguaglianza reale.</p>
<p>La domanda che a questo punto si impone è: quanto lontani siamo da quella ispirazione, da quella che – attenzione! – malgrado attentati e manomissioni rimane la legge fondamentale dello Stato italiano alla quale dev’essere (dovrebbe essere!) subordinata tutta la legislazione ordinaria e su cui la Corte costituzionale ha il compito di sorvegliare?</p>
<p>La risposta è lapidaria: siamo lontani anni luce da quell’impianto e dai rapporti di forza sociali e politici che ne consentirono la nascita.<br />
Ciò che si spiega con lo sforzo continuo del potere costituito di mutarne la lettera, mentre già si è lavorato alacremente, e con successo, per rovesciarne la sostanza.</p>
<p>Ecco dunque venire in chiaro il tema, squisitamente politico, che è di fronte a noi: il grande capitale, nell’epoca della globalizzazione e della sua superfetazione finanziaria, per venire a capo delle contraddizioni generate dal proprio modello di accumulazione ha bisogno di drenare e concentrare nelle proprie mani (le mani di un pugno di “proprietari universali”, direbbe il compianto Luciano Gallino) l’intera ricchezza prodotta dal lavoro sociale e di sequestrare tutto ciò che la natura offre come bene comune.</p>
<p>Per farlo occorre liberarsi di ogni ubbìa democratica e tornare alle forme più autoritarie, reazionarie e oligarchiche di governo del sistema.</p>
<p>Ecco perché la battaglia per la difesa e, soprattutto, per l’attuazione della Costituzione rappresenta un compito di primaria importanza che riguarda la gran parte del popolo italiano.</p>
<p>La stessa battaglia contro l’oligarchia liberista che governa l’Europa con il bastone della sua pseudo-scienza monetarista, passa attraverso la riaffermazione della nostra Costituzione che di quell’impianto è l’opposto diametrale.</p>
<p>Costituzione italiana e Costituzione europea</p>
<p>Per capire compiutamente di fronte a cosa ci troviamo non sarà inutile confrontare l’impianto della Costituzione italiana del’48 con l’impronta della Costituzione europea come emerge dal suo Testo fondamentale e dai trattati che ne formano l’architettura economico-sociale.</p>
<p>Ebbene, abbiamo visto come la C.I. non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza.</p>
<p>Anzi: l’articolo 41 dice con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.</p>
<p>Dunque, la C.I. – in termini di principio e prescrittivi – affida alla legge (e dunque all’autorità pubblica) il disegno globale dell’economia.</p>
<p>Ciò di cui si incarica la C.I. è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.</p>
<p>Ebbene, la decisione di sistema enunciata dall’ordinamento comunitario è radicalmente opposta (antinomica, direbbe il filosofo) rispetto a quella contenuta nella nostra Costituzione.</p>
<p>Perché i trattati sottoscritti a Maastricht nel 1992 e tutto quello che ne è seguito mirano a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.</p>
<p>Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”, perché privano il parlamento e dunque il popolo italiano della propria sovranità, a partire dalla legge di bilancio.</p>
<p>Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.</p>
<p>L’esigenza che ci viene proposta (o, piuttosto, imposta) di una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico “dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto): l’esatto contrario di ciò che sta scritto in termini inequivocabili nell’articolo 3 della Costituzione italiana.</p>
<p>Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi” nonché un’esteso processo di dismissioni della proprietà pubblica, di privatizzazioni dei servizi sociali e la messa a mercato dei beni comuni.</p>
<p>Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del Trattato costitutivo dell’Ue.</p>
<p>In conclusione: mentre lo spirito che animava i nostri “padri costituenti” e che innervò la Costituzione era quello di rifondere le tradizioni cattolica-comunista-socialista allo scopo di collocare lo Stato in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.</p>
<p>Riassumendo, la C.I. pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Unione europea impone un dispositivo di regole per il compimento degli affari.</p>
<p>La questione dell’acqua, fondamentale bene comune, essenziale, come l’aria che respiriamo, per la stessa riproduzione dell’esistenza umana</p>
<p>Ora, vale la pena di ricordare che sotto la spinta della crescita demografica e per effetto dell&#8217;inquinamento, le risorse idriche del pianeta pro capite si sono ridotte del 40 per cento negli ultimi trent&#8217;anni.</p>
<p>Ovviamente, come in tutte le statistiche, vive un qualcosa di perverso, come Trilussa aveva notato con sarcasmo:</p>
<p>“Da li conti che se fanno<br />
seconno le statistiche d&#8217;adesso<br />
risurta che te tocca un pollo all&#8217;anno:<br />
e, se nun entra nelle spese tue,<br />
t&#8217;entra ne la statistica lo stesso<br />
perché c&#8217;è un antro che ne magna due”.</p>
<p>Fatto sta che oggi 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, e la Banca Mondiale stima che antro il 2025 questo dato salirà a 2,5 miliardi.</p>
<p>Ciò significa che l’acqua diverrà sempre più preziosa, soprattutto se controllata da multinazionali.</p>
<p>Privatizzare l’acqua significa sottomettere un bene vitale ad interessi finanziari e ridurre la partecipazione democratica dei cittadini nelle decisioni sulla gestione di essa.</p>
<p>Se fino ad oggi l’acqua era considerata una risorsa vitale di cui la collettività (enti pubblici) si faceva carico, oggi diventa una vera e propria merce destinata a chi può pagarla.<br />
Nel 2000 i prestiti concessi dal Fondo monetario internazionale a 12 paesi (quasi tutti africani, poveri e indebitati) hanno avuto una condizione comune: la privatizzazione delle risorse idriche o il completo rientro sui costi del servizio pubblico.<br />
Dobbiamo avere piena consapevolezza che siamo di fronte ad un colossale processo di accumulazione mediante espropriazione, non dissimile a quello che si realizzò oltre due secoli or sono agli albori dell’industrializzazione.<br />
Tale processo ha assunto nel tempo presente proporzioni tali che 1000 persone fisiche detengono la ricchezza di due miliardi e mezzo di persone.<br />
La parabola di “Matrix”, il film di fantascienza dei fratelli Wachowski (metafora del cannibalismo del capitale).<br />
Il referendum sull’acqua pubblica e la situazione italiana<br />
Ricorderete tutti come il Forum italiano dei movimenti per l’acqua &#8211; al quale aderirono oltre 80 reti nazionali, centinaia di enti locali e più di mille realtà territoriali come, per esempio, sindacati e comitati – si batté contro la privatizzazione dell’acqua e per il passaggio alla gestione pubblica delle risorse idriche, riuscendo ad ottenere una grande vittoria nel giugno del 2011 quando 27 milioni di italiani andarono a votare il referendum per abrogare qualsiasi norma che affidava la gestione dell’acqua nelle mani dei privati.</p>
<p>Vittoria però che nelle città italiane rimane ancora sulla carta.<br />
Fatta eccezione di Napoli, unico caso in cui il passaggio è già avvenuto.<br />
Ciò in quanto i poteri economici dominanti, le forze politiche ad essi asservite hanno subito lavorato per vanificare il responso della volontà popolare.<br />
Il fatto è che i servizi pubblici locali sono da molto tempo sotto attacco e a rischio privatizzazione.<br />
La straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua nel giugno 2011 ha complicato molto i piani, senza tuttavia far desistere le grandi lobby finanziarie: non solo attraverso i ripetuti attacchi all’esito referendario, bensì mettendo in campo processi di privatizzazione strisciante, attraverso l’ingresso nelle società gestrici di F2i (Fondo per le infrastrutture, partecipato al 16% da Cdp) e/o di FSI (Fondo Strategico Italiano, interamente controllato da Cdp), per favorirne fusioni societarie e il rilancio in Borsa.<br />
Si capisce bene che sotto attacco è la stessa funzione sociale degli enti locali come luoghi di prossimità degli abitanti di un territorio.<br />
E si comprende meglio, a questo punto, anche il senso profondo della progressiva riduzione degli spazi di democrazia, che vede nell’accentramento istituzionale da una parte e nella riduzione della rappresentanza dall’altra, il progressivo distanziamento dei luoghi della decisionalità collettiva dalla vita concreta delle persone.<br />
L&#8217;obiettivo è chiaro: se ciò che è in atto è un mastodontico processo di spoliazione delle comunità locali, diviene necessario rendere loro sempre più ardua qualsiasi forma di organizzazione e di protesta, trasformando in rassegnata solitudine quella che potrebbe altrimenti divenire lotta per la riappropriazione sociale.</p>
<p>Oggi sindaci e amministratori sono posti di fronte ad un bivio senza zone d’ombra: devono decidere se essere gli esecutori ultimi di un processo di privatizzazione che dalla Troika discende verso i governi e scivola giù fino agli enti locali o se riconoscersi come i primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e porsi in diretto contrasto con quei processi.<br />
L’insieme delle draconiane misure nei confronti degli enti locali ha un unico scopo: metterli con le spalle al muro dal punto di vista economico per persuaderli/obbligarli ad un gigantesco percorso di espropriazione e di privatizzazione, consegnandone beni e patrimonio alle lobby bancarie e finanziarie.<br />
Un processo che avviene attraverso diversi ma convergenti percorsi.<br />
Cosa posseggono infatti gli enti locali? Territorio, patrimonio e servizi, ed è su questi che si sta giocando, e sempre più lo si farà nel prossimo periodo, la guerra contro la società.</p>
<p>Il territorio è da tempo strumento di valorizzazione finanziaria, che avviene<br />
attraverso la continua cementificazione del suolo, favorita da una norma criminale che consente di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente dei Comuni: in pratica, anche solo per garantire l’ordinario funzionamento dell’ente locale, gli amministratori sono invogliati a consegnare porzioni di territorio alla speculazione immobiliare.<br />
Ma, indipendentemente dalla consapevolezza dei propri sindaci e amministratori, le donne e gli uomini di ogni comunità locale di questo Paese devono sapere che la lotta collettiva e generalizzata per una nuova finanza pubblica e sociale, per la riappropriazione sociale dei beni comuni, è interamente nelle loro mani. E che da essa dipende il destino della democrazia nel nostro paese.</p>
<p>Il TTIP (Trattato di libero commercio fra Usa e Europa)<br />
Il 13 febbraio 2013, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e i leader dell’Unione Europea si sono impegnati ad avviare negoziati per un accordo transatlantico per il libero commercio e la libertà degli investimenti (Ttip).<br />
Si tratta del negoziato per la costruzione di un’area di libero scambio fra Europa ed Usa, il cosiddetto Trattato di partenariato trans-atlantico, sul modello di altre, famigerate intese liberoscambiste volute ed attuate dagli Stati Uniti, come il NAFTA (fra Usa, Canada e Messico).<br />
Ci provò nel 1997 anche il Wto (Omc)– nella quasi clandestinità (perché il lavoro sporco va fatto in silenzio) – con i 27 paesi interessati a promuovere la libertà di investimento, ripulita da vincoli legislativi, sociali, ambientali: il cosiddetto MAI (accordo multilaterale sugli investimenti), denunciato da Attac-Francia e da Le monde diplomatique.<br />
L’accordo fu a quel tempo bloccato dal parlamento francese.</p>
<p>Ma ci sono in Europa altri precursori, sia pure limitati al lavoro, come la Direttiva Bolkestein, che prevedeva che leggi e contratti applicabili alla manodopera di imprese che operano all’estero debbano essere quelli del paese d’origine e non quelli del paese ospitante, con l’istituzionalizzazione del dumping di manodopera.</p>
<p>Ora, in cosa consiste questo trattato che procede in semisegreta gestazione?</p>
<p>Ebbene, si tratta di un negoziato teso a dare vita ad un mercato interno transatlantico che attraverso l’abbattimento delle barriere non tariffarie e attraverso l’omologazione delle norme legislative, consentirà alle imprese multinazionali, ai grandi investitori e player economici, di superare vincoli legislativi e contrattuali di ogni genere che possano ostacolare la piena remunerazione del capitale investito (dicasi attesa di profitto).</p>
<p>In altre parole: una piena liberalizzazione competitiva che mette al primo posto il profitto, fa retrocedere a variabile dipendente diritti codificati nelle legislazioni nazionali e manda al macero intere costituzioni.</p>
<p>Come si può vedere, è la piena decostituzionalizzazione dei diritti rivendicata due anni or sono dalla banca d’affari J.P. Morgan.</p>
<p>Tutta la legislazione a protezione dei diritti collettivi e dei beni comuni è sotto schiaffo:<br />
sicurezza alimentare (norme sui pesticidi, ogm, ormoni);<br />
acqua, energia, servizi pubblici;<br />
sanità, istruzione;<br />
lavoro (salari, contratti, stato sociale);<br />
brevetti (diritto di proprietà intellettuale);<br />
biocombustibili;<br />
internet;<br />
tutela dei dati personali</p>
<p>Insomma, tutto ciò che è suscettibile di creare profitto entra nella logica mercantilistica e viene sottratto ad ogni e qualsiasi vincolo di natura politica e sociale.</p>
<p>Nella gerarchia delle priorità c’è il profitto privato o, per dirla con la formula paludata dei capitalisti, la remunerazione del capitale investito.</p>
<p>Al punto che è previsto un tribunale che dirimerà il contenzioso inevitabilmente destinato a nascere fra Stati e imprese.</p>
<p>Si veda il caso del Quebec che decise una moratoria sullo “shale gas”, il gas di argilla, nocivo per la salute.<br />
Ebbene, in ossequio al trattato Nafta, le industrie Usa hanno trascinato in tribunale lo stato canadese chiedendo un risarcimento di milioni di dollari.<br />
Per fare un esempio concreto, se il governo italiano dovesse approvare la legge d’iniziativa popolare del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, riconoscendo finalmente l’esito del voto referendario del 2011, ad accordo vigente potrebbe trovarsi sanzionato per aver impedito, con la ripubblicizzazione del servizio idrico, futuri profitti alle multinazionali del settore.<br />
Usa e Ue vogliono in sostanza spacciare per «uscita dalla crisi» il nuovo tentativo di realizzare l’utopia delle multinazionali, ovvero un mondo in cui diritti, beni comuni e democrazia siano considerate null’altro che variabili dipendenti dai profitti.<br />
Siamo di fronte ad una vera e propria guerra alla società, giocata con l’alibi della crisi e con il tentativo di rendere strutturali le politiche di austerità, riducendo il lavoro, i beni comuni, la natura e l’intera vita delle persone a fattori per la valorizzazione dei grandi capitali finanziari.<br />
Così come facemmo contro il Mai e contro la Bolkestein, occorre attivare una forte mobilitazione politica e sociale su entrambe le sponde dell’Atlantico, per dire tutte e tutti assieme che è un’altra la via di uscita dalla crisi.<br />
E che questa via passa esattamente per l’abbandono di un modello che è contro la vita e il futuro.</p>
<p>Il patrimonio pubblico in mano agli enti locali ha, come abbiamo visto, dimensioni enormi (421 miliardi).<br />
La sua svendita, cominciata da tempo, trova ora una sua più sistematica applicazione con il ruolo assunto nella stessa dalla Cassa Depositi e Prestiti, ovvero l’ente (ora SpA, con all’interno le fondazioni bancarie) che raccoglie il risparmio postale (230 miliardi) di quasi 24 milioni di persone.<br />
Ruolo attraverso il quale Cdp si propone agli enti locali come partner per la valorizzazione degli immobili da vendere, fissandone un prezzo e impegnandosi ad acquisirli qualora l’ente locale non riesca a venderli ad un prezzo maggiore di quello stabilito; operazione che l’attuale governo, sempre con il concorso di Cdp, intende estendere anche a tutti i terreni agricoli demaniali (338.000 ettari).</p>
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		<title>Il Pci, il secondo “biennio rosso”, il rapporto con i movimenti e le lotte sindacali</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2015 11:17:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Biennio rosso]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>
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		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; E’ necessaria un’avvertenza preliminare sul titolo di questa conversazione che, allusivamente, lega insieme due eventi diversi, per epoca, per contesto e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/pirelli_1969.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-378" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2015/11/pirelli_1969-150x150.jpg" alt="MANIFESTAZIONE SCIOPERO DEGLI OPERAI PIRELLI BICOCCA ANNO 1969" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>E’ necessaria un’avvertenza preliminare sul titolo di questa conversazione che, allusivamente, lega insieme due eventi diversi, per epoca, per contesto e per durata, suggerendo tuttavia l’interesse per una comparazione, certo possibile, anzi necessaria, a patto che si tenga sempre presente la specificità di ogni fatto storico che deve essere interrogato senza ricorrere a tesi precostituite.</p>
<p>Due vicende traumatiche della storia d’Italia, separate da soli 50 anni, possono essere comparate nell’intento di vedere in quale misura l’una possa illuminare l’altra e come le due – prese insieme – contribuiscano alla storia d’Italia del XX secolo.</p>
<p>Intanto, le due esperienze sono effettivamente dei bienni?</p>
<p>Col fallimento dell’occupazione delle fabbriche nel settembre/ottobre 1920 divenne chiaro che il movimento di rivolta aveva definitivamente esaurito la propria spinta propulsiva.<br />
Fissare invece una conclusione per la stagione che convenzionalmente individuiamo nel ’68-’69 è impresa più ardua.</p>
<p>In essa si possono individuare due cicli: un ’68 studentesco e un ’69 operaio che si staglia duraturamente sul decennio successivo segnando di sé l’intera vicenda politica e il carattere della società italiana.</p>
<p>In entrambe le vicende storiche l’elemento chiave è la ribellione della classe operaia.</p>
<p>Dichiaro preventivamente che questo – nella sua parzialità &#8211; sarà l’approccio fondamentale della mia relazione.</p>
<p>In entrambi i casi sono le condizioni di lavoro imposte dal capitalismo del primo e del tardo ventesimo secolo a dare luogo ad una lotta di grande intensità da cui sortiranno esperienze straordinariamente originali di democrazia operaia.</p>
<p>In entrambi i casi l’orizzonte culturale è il marxismo, che offre una chiaro riferimento teorico e una altrettanto chiara prospettiva politica alla sollevazione operaia.</p>
<p>Totalmente diversa (ma in entrambi i casi fortemente influente) la situazione internazionale: il “faro” ideale nel primo biennio è l’Ottobre rosso, la rivoluzione sovietica; nel secondo biennio è la sollevazione contro l’imperialismo nord-americano, è l’epopea del Vietnam, è la realtà di Cuba, è la guerra di guerriglia del Che, sono i preti latino-americani della teologia della liberazione.</p>
<p>Entrambi i periodi furono caratterizzati da una profonda sollevazione contro il sistema capitalistico, ma nella stagione apertasi con il ’68-’69 la rivolta non esplose al termine di una guerra mondiale, né in un’epoca di grande miseria proletaria, ma al culmine di un decennio testimone di un’espansione capitalistica senza precedenti: nel ’69 non c’è nell’aria un minimo sentore di catastrofe economica.</p>
<p>Insomma, è come se due Gramsci conversassero a distanza di 50 anni: quello dell’Ordine nuovo che lavora nel presupposto di un’insurrezione rivoluzionaria possibile e imminente (del resto ritenuta tale da parte di tutto il gruppo dirigente bolscevico) e il Gramsci dei Quaderni del carcere, che dopo la sconfitta e dopo l’avvento del fascismo individua la necessità di una lunga marcia nelle trincee della società civile come condizione per la rivoluzione in Occidente.</p>
<p>Infine diverso, nelle due vicende, come vedremo, il rapporto dei Consigli con il sindacato, con la Cgil e con il partito (quello socialista nel ‘19-‘20, il Pci nella lunga seconda stagione operaia).</p>
<p>Nel primo caso l’ostilità dei vertici della Confederazione generale del lavoro nei confronti del movimento dei consigli fu immediata e inestirpabile.</p>
<p>Nell’aprile del ’20 il sindacato non fece nulla per estendere lo sciopero generale piemontese alle altre zone del paese.<br />
La diserzione del Partito socialista fu poi totale: durante l’occupazione delle fabbriche esso lasciò nelle mani dei vertici della Cgl la responsabilità politica della capitolazione.</p>
<p>Ben diverso e complesso fu il rapporto del movimento con il sindacato e con il Partito comunista nella più recente stagione consiliare.<br />
Proveremo qui ad individuarne gli elementi e gli snodi più importanti.</p>
<p>Un’altra differenza occorre portare in luce: in Italia giovani studenti e intellettuali furono i protagonisti della propaganda interventista nell’anno della neutralità (1914-1915).<br />
Parte non piccola della gioventù sbandò verso lo squadrismo, il combattentismo, il diciannovismo.<br />
Nel secondo biennio rosso prese corpo un consistente e autonomo movimento studentesco e giovanile orientato, a differenza del 1919-20, a sinistra, deciso a uscire dalle università e dalle scuole per ricercare l’incontro con i lavoratori; e caratterizzato da un più marcato ed evidente conflitto generazionale che portava linfa e rivendicazioni nuove all’interno della classe operaia, intrecciandosi col fenomeno dell’immigrazione di giovani operai meridionali.</p>
<p>Ora, io credo si possa affermare senza allontanarci dal vero che l’autentico atto di nascita della “Repubblica democratica fondata sul lavoro” coincide con la riscossa operaia del 1969, dopo circa vent’anni di latenza costituzionale, segnati più dall’anticomunismo che dall’antifascismo.</p>
<p>Chi non ha vissuto quel periodo, un giovane di oggi, faticherebbe non poco – alla luce del presente – a comprendere le dimensioni di quel poderoso sconquasso che fu tale da mettere in discussione rapporti di potere consolidati, a partire dalla fabbrica, e da investire l’intera società, la cultura, la politica e la produzione legislativa lungo quasi un decennio.</p>
<p>L’elemento di svolta fu il contratto nazionale dei metalmeccanici dell’autunno 1969, conquistato dopo uno vero e proprio scontro campale e 300 ore di sciopero.</p>
<p>Si trattò di un’autentica rivoluzione che investì tutti gli aspetti del rapporto di lavoro.</p>
<p>Il pendolo dei rapporti di forza si sposta potentemente:</p>
<p>forti aumenti salariali dopo anni di stagnazione delle retribuzioni;<br />
superamento delle “gabbie salariali”, in ragione delle quali ad eguale prestazione di lavoro nel medesimo settore corrispondevano, territorialmente, diversi livelli retributivi;<br />
inquadramento unico operai-impiegati;<br />
riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali;<br />
diritto alle assemblee retribuite all’interno dei luoghi di lavoro;<br />
elezione dei delegati e la conquista di un monte ore di permessi sindacali retribuiti dall’azienda.</p>
<p>Nel contratto nazionale dei metalmeccanici successivo, quello del ’73, entrerà anche – sotto il titolo “Diritto allo studio” &#8211; la previsione di 150 ore retribuite per il completamento degli studi da parte di lavoratori il cui accesso al lavoro sin da giovanissimi aveva impedito di completare la formazione scolastica.</p>
<p>La polemica si snodò lungo tutto l&#8217;arco della vertenza contrattuale.<br />
Ci fu un episodio emblematico, quando Felice Mortillaro, direttore di Federmeccanica, nel tentativo di ridicolizzare le posizioni sindacali e dimostrarne l’inconsistenza domandò al tavolo delle trattative se le richieste comprendessero anche il diritto per i lavoratori di studiare il clavicembalo.</p>
<p>Bruno Trentin, allora segretario della Fiom-Cgil, rispose di sì, affermando per questa via il diritto alla piena autodeterminazione dei percorsi culturali e della domanda di apprendimento che ne discendeva.</p>
<p>Il clavicembalo divenne la rappresentazione simbolica dell’affermazione della libertà operaia di decidere della propria cultura, di scegliere e imporre le proprie priorità dentro e fuori la fabbrica, di rompere una soggezione anche culturale, psicologica nei confronti della classe possidente, di sottrarsi ad una condizione deprivata di ogni ambizione che andasse al di là della propria riproduzione sociale, come forza lavoro, consegnata al puro compito di valorizzazione del capitale.</p>
<p>La conquista delle 150 ore si inscrive, dunque, nella strategia di uguaglianza e di unità dei lavoratori che in quegli anni seppe collegare l&#8217;egualitarismo salariale alla battaglia per l&#8217;inquadramento unico fra operai e impiegati, nell&#8217;affermazione di un diritto permanente allo studio come rifiuto della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, fra la produzione e la scienza.</p>
<p>Il mondo padronale esce tramortito da quell’impetuosa spinta al riscatto collettivo nata sotto l’impulso di una nuova e giovane classe operaia, in gran parte senza storia precedente, emigrata in massa dalle campagne meridionali ed entrata in forze nella fabbrica manifatturiera fordista.</p>
<p>Angelo Costa, storico presidente di Confindustria, dopo la firma del contratto del ’69, vissuta come un’oltraggiosa usurpazione, si dimetterà dal suo incarico sostenendo che il nuovo contratto espropriava gli imprenditori del loro “diritto naturale” a considerare la fabbrica loro proprietà esclusiva, mentre le nuove norme, subite con la forza, li costringevano a finanziare la lotta di classe che veniva portata in “casa loro”.</p>
<p>L’impatto delle lotte operaie investirà tutta la società italiana e condizionerà profondamente la politica e l’attività legislativa per tutta la prima parte degli anni Settanta.</p>
<p>Sono di quel periodo:<br />
lo statuto dei diritti dei lavoratori (1970);<br />
la legge sulle lavoratrici madri (1971);<br />
la legge sul lavoro a domicilio (1973);<br />
la legge sul collocamento degli invalidi (1968).</p>
<p>Nel 1975 viene stipulato l’accordo che fissa il valore della indennità di contingenza (la scala mobile) a 1389 lire a punto, uguali per tutte le categorie e per tutti i lavoratori.</p>
<p>Sono inoltre di quegli anni:<br />
la riforma delle pensioni (il diritto al pensionamento matura a 35 anni con una rendita del 2% per anno calcolato sull’intero montante retributivo);<br />
la riforma della sanità (con la concreta affermazione del diritto universalistico alle prestazioni sanitarie);<br />
la riforma della psichiatria (la “riforma Basaglia”, con l’abolizione dei manicomi);<br />
la riforma della casa (con la legge 167, che afferma il principio del diritto all’abitazione attraverso la costruzione e l’assegnazione di case di edilizia economico-popolare);<br />
nasce il nuovo diritto di famiglia.</p>
<p>Nel 1974 la battaglia sul divorzio si conclude con la vittoria nel referendum abrogativo della legge promosso dai Comitati civici e sostenuto dalla Democrazia cristiana e dalle gerarchie vaticane.</p>
<p>Ma è lo Statuto dei lavoratori che rappresenta una vera cesura d’epoca, una vera e propria rottura di faglia nei rapporti economico-sociali.</p>
<p>Lo Statuto abbatte le barriere di quella “zona franca”, impermeabile alla Costituzione, che fino a quel momento era stata la fabbrica.</p>
<p>Il padrone incontra per la prima volta un limite cogente, di carattere giuridico, al proprio potere indiscriminato.</p>
<p>Con una formula secca: cambiano in Italia e radicalmente i rapporti di forza fra le classi.</p>
<p>Ma il sindacato stesso conosce una trasformazione originale che ne muta profondamente il carattere in senso democratico.</p>
<p>Lo Statuto dei lavoratori appena approvato dal parlamento prevedeva che i poteri di rappresentanza dei lavoratori fossero affidati alle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) nominate dai sindacati maggiormente rappresentativi (Cgil, Cisl, Uil).<br />
L’investitura avveniva dunque dall’alto e dall’esterno.</p>
<p>Ma il movimento si spinge oltre.<br />
L’esperienza dei Consigli di fabbrica muta radicalmente questa impostazione.<br />
Perché sul campo nasce la figura del delegato di reparto o di gruppo omogeneo (una sorta di collegio uninominale), eletto da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti ai sindacati, attraverso un voto su scheda bianca, dove tutti sono dunque elettori ed eleggibili e dove vige la regola della revoca istantanea del mandato ove questa sia richiesta dal 50 per cento +1 dei lavoratori interessati.</p>
<p>Ebbene la novità sta nel fatto che il sindacato decide una cosa assolutamente senza precedenti e cioè di fare cadere su coloro che i lavoratori hanno scelto come propri rappresentanti la nomina di Rsa, munendoli dei poteri formali e sostanziali che la legge assegna alle Rsa.</p>
<p>I consigli dei delegati non sono più soltanto l’espressione diretta dei lavoratori, in una sorta di dualismo di potere: essi diventano il primo livello dell’organizzazione sindacale.</p>
<p>La novità è straordinaria (una volta tanto questo termine non è abusato), perché rappresenta una sintesi originalissima di democrazia diretta e democrazia delegata, dove sono i lavoratori ad avere la prima e l’ultima parola.</p>
<p>Questo intreccio inedito ed unico al mondo fra organizzazione esterna e democrazia di base prelude alla stagione unitaria più feconda del sindacalismo italiano e all’esperienza di unità organica che da lì prenderà le mosse, realizzandosi in modo compiuto, per alcuni anni, con la federazione lavoratori metalmeccanici (Flm).</p>
<p>E’ interessante notare come questa fase di formidabile crescita della democrazia operaia richiami direttamente il biennio rosso 1919-1920 e l’esperienza del gruppo ordinovista di Gramsci, Togliatti e Terracini. E, ancora più indietro nel tempo, come la forma organizzativa dei Consigli si ispirasse, per tanti versi, all’architettura statuale costruita dai rivoluzionari della Comune di Parigi del 1871 ripresa dal Lenin di Stato e rivoluzione.</p>
<p>Ebbene, al punto più alto di questo gigantesco processo di soggettivazione operaia c’è, a mio avviso, la battaglia per la salute in fabbrica, non più delegata al sapere codificato degli “specialisti”, ma assunta in proprio dai lavoratori.</p>
<p>Si tratta della scoperta che l’organizzazione scientifica del lavoro portava, oltre alla fatica muscolare, un nuovo tipo di affaticamento di matrice psichica, la cosiddetta “fatica industriale”, i cui effetti incidevano pesantemente sulla sanità psicofisica dell’uomo, non misurabile con i tradizionali strumenti di rilevazione.</p>
<p>Sul piano scientifico, viene affermandosi il concetto che l’operaio non è soltanto un oggetto della ricerca, ma ne è soggetto, protagonista. Il suo parere diventa non già un’opinabile valutazione da inserire nell’anamnesi, ma un dato scientifico con il quale confrontare gli altri dati rilevabili con diverse metodologie.<br />
Non era più solo il giudizio dell’esperto a stabilire cosa fosse nocivo e cosa no: l’esperienza operaia e il suo racconto diventano un vero e proprio strumento scientifico, un vero e proprio “caposaldo epistemologico”.</p>
<p>La tendenza a chiedere un risarcimento monetario in cambio dei danni subiti dalla salute scaturiva da una riverenza, da una soggezione nei confronti della presunta scientificità di cui il tecnico della salute era portatore.</p>
<p>Al movimento operaio italiano mancava un autonomo punto di vista sulla scienza e sulla tecnologia, ritenuta neutrale e perciò non suscettibile di alcuna modifica.</p>
<p>Ebbene, l’esperienza consiliare recupera interamente Gramsci per ricostruire una “coscienza del produttore” a partire dal gruppo operaio omogeneo e dalla sua capacità di controllare e modificare il processo produttivo: l’elaborazione del “modello sindacale di lotta per la salute” e il valore che in esso era assegnato alla soggettività operaia contribuirono allo sviluppo di un’autonoma capacità di critica e di proposta sull’organizzazione del lavoro.</p>
<p>Parimenti, una leva di medici del lavoro rompe la propria separatezza dal mondo del lavoro, si sente rivalutata nella propria professione e acquista nuova dignità sociale.</p>
<p>L’esperienza consiliare troverà un ulteriore sviluppo, tutto politico, nei Consigli di zona, rete dei consigli di fabbrica operanti in un determinato territorio.</p>
<p>Questa evoluzione, tutta politica, della struttura consiliare, è il risultato della comprensione, che via via si fa strada, che la conquista di un potere negoziale dentro la fabbrica è fondamentale, ma non sufficiente e che ci sono contraddizioni e problemi che possono essere affrontati solo in una dimensione più vasta.</p>
<p>Si sentono qui gli echi di Lenin, che nel “Che fare” sottolineava come la coscienza politica di classe la si conquista oltre il rapporto fra padrone e operaio, perché lì si vedono i rapporti di tutte le classi fra loro, di tutte le classi con lo Stato, con il potere politico e si giunge ad una visione complessiva della società.</p>
<p>Perché ciò avvenga bisogna appunto capire cosa c’è dietro al padrone, come egli organizza il proprio potere e la propria egemonia e comprendere come il padrone sia sostenuto da tutta una struttura sociale, da tutta un’organizzazione politica e statuale.</p>
<p>L’effetto di riverbero delle lotte operaie sull’insieme della società è di assoluta rilevanza.</p>
<p>Strati di intellettuali e di piccola borghesia si separano dalle classi dominanti e si uniscono ad una classe operaia e ad un movimento sindacale di cui si riconoscono autorevolezza e forza egemonica.</p>
<p>Persino la tradizionale fatuità e apoliticità della musica leggera italiana ne viene influenzata. La condizione operaia vi irrompe in un modo prima impensabile, persino al festival di San Remo dove i Giganti cantano Proposta (“Me ciami Brambilla e fu l’operari / lavori la ghisa per pochi denari”…).<br />
Ricordo un convegno che promuovemmo negli anni Ottanta come Camera del lavoro di Brescia, a cui invitammo Giovanni Palombarini, fondatore di Magistratura democratica, a parlare di lavoro e Costituzione.</p>
<p>Palombarini ci disse che non si aveva ancora chiara percezione di quale impatto avesse avuto, su una nuova generazione di magistrati, l’irruzione sulla scena sociale e politica italiana del movimento operaio; e di quanto questa nuova leva di giuristi abbia imparato a rileggere la Costituzione con le lenti dello Statuto dei lavoratori, assimilandone non solo la lettera e la norma, ma anche la cultura, profondamente diversa da quella pre-esistente.</p>
<p>Nasce così il Nuovo processo del lavoro e le stesse aule di tribunale che ci vedevano sistematicamente sconfitti nelle cause di lavoro smettono di diventare per i lavoratori luoghi ostili: si comincia a vincere anche nel contenzioso giudiziario.</p>
<p>Il comportamento antisindacale (punito dall’articolo 28 dello Statuto) viene prontamente applicato, la violazione dell’ordine pretorile diventa un reato da codice penale che prevede (cosa inaudita) fino all’arresto.</p>
<p>La reintegrazione nel posto di lavoro ove il licenziamento del lavoratore sia intervenuto senza “giusta causa o giustificato motivo” (articolo 18) sancisce che il padrone non può ledere la dignità del suo prestatore d’opera perché il lavoro – come dice la Costituzione -non è solo il corrispettivo della retribuzione, ma è anche “elemento costitutivo della personalità umana”.</p>
<p>Di più. Nel giuslavorismo di nuovo conio, figlio di questa eccezionale stagione di sommovimento sociale, prende corpo un concetto giuridico di fondamentale importanza: quello in base al quale la legge deve compensare l’oggettiva asimmetria di forze che si stabilisce nel rapporto di lavoro fra datore di lavoro e prestatore d’opera.<br />
E lo deve fare, precisamente, affermando l’indisponibilità individuale del contratto collettivo di lavoro, cioè la sua inderogabilità.<br />
E ciò in quanto “bisogna difendere la parte più debole (il lavoratore) dalla sua stessa debolezza che potrebbe indurla a rinunzie sostanziali perché subite in una condizione di oggettivo ricatto, di oggettiva soggezione”.</p>
<p>Mai come in questo periodo il Paese viene a somigliare con i tratti, i principi, il dettato della sua carta costituzionale.<br />
E ciò avviene proprio in forza di quella soggettività, di quel protagonismo sociale e politico del lavoro che incarna e invera il concetto di democrazia progressiva.</p>
<p>E’ noto che il Partito comunista italiano pronunciò un voto di astensione sulla legge 300/70, lo Statuto dei lavoratori.</p>
<p>E ciò per due motivi, che bene illustrò al gruppo comunista alla Camera Fernando Di Giulio: a) perché dal campo di applicazione della legge erano escluse le aziende con meno di 16 dipendenti e, b) perché le regole relative alla rappresentanza erano in via esclusiva attribuite ai sindacati maggiormente rappresentativi, vale a dire a Cgil, Cisl e Uil, configurando una sorta di monopolio della rappresentanza che ledeva (e ancora lede) il diritto delle minoranze.</p>
<p>Ora, il tema del rapporto fra il Pci e questo movimento è complesso e tutt’altro che univoco.</p>
<p>Il quadro comunista di fabbrica, l’operaio specializzato, membro di commissione interna, duro, sperimentato, disciplinato, capace di resistere negli anni alla più aspra repressione è una figura molto diversa dal giovane operaio manuale, con scarsa o nessuna professionalità catapultato nella fabbrica fordista, senza storia sindacale metabolizzata, insofferente alla disciplina sindacale e al lavoro ripetitivo della catena di montaggio, ostile verso la gerarchia aziendale e refrattario alle regole del conflitto negoziale tra sindacato e padroni.</p>
<p>Eppure sarà questa nuova classe operaia a segnare di sé la riscossa operaia dei primi anni Settanta e a garantire buona parte dello straordinario successo elettorale del Pci del 1975 e del 1976.</p>
<p>L’atteggiamento del Pci nei confronti di questa nuova classe operaia è all’inizio di diffidenza.</p>
<p>Ma c’è qualcosa di più profondo.</p>
<p>Una parte assai autorevole ed influente del partito era preoccupata di vedere invaso dal sindacato il suo campo d’azione.<br />
E diffidava – in qualche caso era attivamente ostile – nei confronti dei nuovi esperimenti di democrazia operaia che apparivano venati di pansindacalismo, di assemblearismo, di primitivismo politico.</p>
<p>C’è – a questo riguardo – una eloquente testimonianza di Bruno Trentin (1999):</p>
<p>“Ricordo bene una riunione di partito tenutasi a Frattocchie nell’aprile del 1970, in buona sostanza per mettere sotto processo la decisione della Fiom di assumere i consigli come la struttura unitaria di base del sindacato nei luoghi di lavoro (…) l’attacco fu subito esplicito con gli interventi di Giorgio Amendola e, successivamente, di Agostino Novella, che aveva da poco lasciato la guida della Cgil.<br />
Gli argomenti invocati (…) furono diversi: non si poteva buttare a mare l’esperienza gloriosa delle commissioni interne per sostituirla con forme effimere e improvvisate di rappresentanza dei lavoratori, che sarebbero certamente scomparse con l’esaurimento della “sbornia” dell’autunno caldo. Anche se già a quell’epoca il numero dei consigli eletti dai metalmeccanici superava e di molto, il numero delle commissioni interne nei momenti della loro massima espansione”.</p>
<p>Trentin proseguiva spiegando che il partito accusava i nuovi vertici sindacali di avere “una concezione del sindacato che finiva per mettere in questione la sacra divisione del lavoro fra l’azione politica e l’azione sociale, fra l’azione necessariamente corporativa, subalterna, del sindacato, e il monopolio dell’azione politica che doveva essere riconosciuto al partito”.</p>
<p>L’ostilità o la diffidenza non erano, tuttavia, di tutto il partito. Intanto perché gli stessi massimi dirigenti della Cgil erano quasi tutti comunisti, con un legame certo non tenue con la “casa madre”. E poi perché le posizioni erano nel Pci molto più articolate.</p>
<p>Già nel ’56 sulle pagine torinesi dell’Unità si era sviluppato un interessante dibattito sulla proposta di Adalberto Minucci di ridare vita ai “delegati di reparto” nelle grandi fabbriche, come via decisiva per uscire dalle gravissime difficoltà seguite alla sconfitta della Fiom nelle elezioni delle commissioni interne alla Fiat. Una discussione a cui prese parte un pezzo rilevante del gruppo dirigente comunista (Luciano Barca, Luciano Gruppi, Antonio Giolitti, Sergio Garavini, Aris Accornero, ecc.).</p>
<p>Del resto, al centro della storia e della nascita di delegati e consigli di fabbrica c’è un’ispirazione politica profonda: quella della riconquista dell’unità sindacale, della “rifondazione dal basso” dell’unità sindacale che nella storia della Cgil vide un suo convinto alfiere e assertore proprio in Giuseppe Di Vittorio.</p>
<p>Pietro Ingrao, contro le tesi di Amendola, affrontava il tema spinoso in un lungo articolo apparso su Rinascita nel 1975, dove osservava, da un lato, che “nel ritorno di pansindacalismo convergevano (e a volte si intrecciavano) un operaismo palingenetico di ‘sinistra’ che, riscoprendo la fabbrica, riteneva di risolvere là dentro il problema della rivoluzione e del potere, e un interclassismo corporativo che, mischiando dottrine anglosassoni e sociologia cattolica, puntava ad una liquidazione della democrazia rappresentativa a favore di un rapporto ‘a tre’: sindacati, imprenditori, Stato”; ma dall’altro, sottolineava che “le esperienze della lotta di questi anni ci hanno mostrato che questo ruolo del sindacato oggi non può ricavarsi da una delimitazione dell’area di intervento (solo il salario, solo la fabbrica, ecc.), e cioè da una soglia oltre la quale il sindacato non va e al di là della quale comincia il partito politico”.</p>
<p>In sostanza, Ingrao sottolineava che “dove il partito politico operaio si dà un orizzonte che scavalca la generazione attuale, e assume la classe come agente di un rivolgimento storico, il sindacato afferma continuamente la necessità di non smarrire l’oggi.<br />
Che il problema di una tale dialettica fra sindacato e partito sia reale lo conferma – continuava Ingrao – l’esperienza di quei paesi socialisti in cui la riduzione del sindacato ad organo meramente sussidiario del potere politico ha offuscato un momento necessario all’interno delle istituzioni e del movimento popolare, e in questo modo ha tolto qualche cosa di importante anche al potere politico; e di fatti lo ha privato dell’esistenza di un segnale autonomo che continuamente esprima il grado di tensione che si determina tra i bisogni attuali dei lavoratori e i fini storici della classe”.</p>
<p>E’ sorprendente ritornare ad alcune letture del Marx politico e vedere come la sua concezione del sindacato era molto più vicina alla concezione che si affermò in Italia nel movimento operaio degli anni Settanta piuttosto che a quella che è stata nella tradizione del movimento socialista della seconda e della terza internazionale.</p>
<p>“Mai – scriveva Marx – i sindacati devono essere collegati a qualsiasi associazione politica o posti sotto la sua dipendenza, se vogliono compiere il compito che è loro: farlo significherebbe portare un colpo mortale al socialismo. Tutti i partiti politici quali che siano entusiasmano le masse operaie per un certo tempo, i sindacati per contro organizzano tutte le masse in modo durevole, solo essi sono capaci di rappresentare un partito operaio che si oppone giorno per giorno alla potenza del capitale”.</p>
<p>Qui è evidente la polemica di Marx contro il lassallismo, tuttavia nella concezione di Marx è assolutamente estranea la scissione fra azione sindacale e azione politica.<br />
C’è in lui la comprensione che il momento immediatamente salariale nell’azione di classe è una fase ancora del tutto primordiale e come tale non sfocia in azione politica; ma c’è la coscienza che, anche attraverso queste forme primordiali di lotta di classe, il movimento di classe non potrà non trasformarsi in un fatto politico, nella misura in cui pone un problema di potere di fronte al capitale.</p>
<p>Insomma, ogni volta che un movimento di classe si oppone in quanto classe alla classe dirigente, e cerca di piegarla con un’azione esterna, questa è un’azione politica.<br />
In questo senso, per Marx, ogni lotta di classe è una lotta politica.</p>
<p>Ma, reciprocamente, è vero anche il contrario, perché in certi momenti noi abbiamo visto partiti socialisti o comunisti, o anche di interclassismo cattolico, assumersi compiti di surroga sindacale dove il sindacato era debole oppure mancava.<br />
Oppure dove, come in Italia lungo il periodo che va dalla seconda metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta, si aprì un durissimo conflitto fra la Cgil di Luciano Lama e il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer.</p>
<p>All’opposto di ciò che si è affermato, questo scontro non aveva alla sua base l’urgenza di Berlinguer di ripristinare la cinghia di trasmissione, di tornare ad affermare la primazia del partito rispetto al sindacato, o di recuperare l’autorità del partito logoratasi negli anni della solidarietà nazionale.</p>
<p>Alla radice di quell’asprissimo conflitto vi era un profondissimo dissenso di merito intorno alla natura dello scontro di classe aperto nel paese.<br />
Un dissenso che attraversava tanto il sindacato quanto il partito.</p>
<p>Ora, qui è indispensabile una digressione.<br />
Nella storiografia comunista si è spesso parlato di “due Berlinguer”, quello del ‘compromesso storico’ e quello che – giunta su un binario morto la fase della ‘solidarietà nazionale’ – rompe duramente con la Dc e imprime al Pci una netta svolta a sinistra.</p>
<p>Chi vi parla pensa che questa lettura soffra di schematismo manicheo.<br />
Certo vi fu una cesura – e assai netta – fra le due stagioni politiche. Ma al centro della riflessione politica e teorica di Berlinguer vi fu, nell’una come nell’altra, la scelta di quella che egli riteneva la strada migliore e la più produttiva per la trasformazione dell’ordine di cose esistente, in direzione del socialismo.<br />
E quando egli si accorse che la strategia del ‘compromesso storico’ portava in un cul de sac fu proprio lui il critico più severo di se stesso e di quella linea politica.</p>
<p>L’errore fu quello di ritenere possibile, per così dire, una “costituzionalizzazione”, una democratizzazione della Dc, una riconduzione di essa ad un libero gioco democratico, sopravvalutando il ruolo che in quel partito potesse (volesse) svolgere Aldo Moro.<br />
Poco dopo la sua tragica scomparsa si sarebbe visto quanto quella di Moro fosse nella Dc una posizione minoritaria.</p>
<p>Errore ancor più serio fu quello di ritenere possibile un affrancamento della borghesia industriale italiana dal proprio tendenziale sovversivismo, dalla propria inclinazione reazionaria, tante volte affiorata nella storia del paese e della stessa Italia repubblicana.<br />
L’illusione fu quella di poterla piegare ad un compromesso stabile, tale da rendere definitive e consolidate le conquiste sociali e di potere realizzate nel decennio precedente dalla classe operaia: conquiste che, al contrario, il grande padronato stava duramente mettendo in discussione, nel quadro di un pesante processo di ristrutturazione dei processi produttivi la cui portata fu del tutto sottovalutata.</p>
<p>Errori che Berlinguer riconobbe esplicitamente, assumendosene la responsabilità, senza sconti per se stesso.<br />
Così si esprimerà, nel 1981, in un’intervista ad Eugenio Scalfari:<br />
“Durante i governi di unità nazionale, anche per nostri errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo avevamo perso il rapporto continuo e diretto con le masse”.</p>
<p>E qui vive un’esplicita allusione al modo distorto con cui una parte non piccola del gruppo dirigente comunista interpretò la linea del ‘compromesso storico’, depotenziandola del suo contenuto innovatore per riproporla come puro accordo di governo, in termini emendativi dei rapporti sociali esistenti. Linea che nella versione sindacale fu tradotta nella ‘politica dei sacrifici’.</p>
<p>“Ce ne siamo resi conto in tempo – continuava Berlinguer in quell’intervista &#8211; Posso assicurarle che un’esperienza del genere non la ripeteremo mai più (…)”.</p>
<p>La svolta impressa da Berlinguer è nettissima, ma trova tanto nel partito quanto in parte rilevante del gruppo dirigente della Cgil un dissenso ed un’opposizione molto forti.</p>
<p>Si trattava di uno strattone anche per il sindacato, e a Lama in particolare, con il quale l’area di dissenso era venuta via via allargandosi, in particolare da quando, nel gennaio del ’78, il segretario della Cgil aveva dichiarato, in un’intervista a Eugenio Scalfari, apparsa su La Repubblica che<br />
“se vogliamo essere coerenti con l’obiettivo di fare diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli occupati deve passare in seconda linea (…)”. E ancora: “Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive”.</p>
<p>E infine:<br />
“Ci siamo resi conto che un sistema economico non sopporta variabili indipendenti (…) e che la forza lavoro è divenuta pur essa una variabile indipendente (…). Ebbene, dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza”.</p>
<p>Lo strappo è fortissimo, la reazione di Berlinguer è gelida, come racconta lo stesso Lama in una lunga intervista a Giampaolo Pansa del 1987 (Intervista sul mio partito, Laterza), dove l’ex segretario della Cgil raccontata senza veli la dimensione tutta politica di un dissenso radicale che assumerà i tratti di una vera rottura che coinvolgerà, in dimensioni e qualità crescenti, l’insieme del gruppo dirigente del Pci.</p>
<p>Di questa rotta di collisione sono emblematica espressione due vicende, entrambe legate al rapporto con la classe operaia e alla questione che per Berlinguer rimane sempre decisiva della rappresentanza sociale e del rapporto stringente fra questa e ogni possibilità trasformativa della società italiana.</p>
<p>La prima risale al 1980, quando la Fiat decide di dare uno strappo netto e ingaggia una prova di forza, intimando 14 mila licenziamenti. Gli operai avevano reagito bloccando la produzione e presidiando i cancelli degli stabilimenti per 35 giorni.<br />
Berlinguer entra subito in campo e dal comizio conclusivo della festa nazionale de l’Unità invita governo azienda e sindacati a trasferirsi a Torino, per trattare davanti agli operai, perché la trattativa non si svolgesse lontano e “all’oscuro dei lavoratori”.<br />
Il richiamo, esplicitamente polemico nei confronti del sindacato, era alla trattativa in corso ai cantieri di Danzica, in Polonia, dove “gli altoparlanti trasmettevano le cose che gli attori della trattativa si dicevano”.</p>
<p>Così Berlinguer compie un gesto clamoroso: va davanti ai cancelli della Fiat, a Mirafiori, a Rivalta al Lingotto, alla Lancia di Chivasso accolto ovunque da una folla enorme di operai.<br />
Qui, interrogato da un lavoratore che gli rivolge l’esplicita domanda su cosa il Pci avrebbe fatto qualora gli operai avessero occupato gli stabilimenti, Berlinguer risponde che “se si dovrà giungere a questo per responsabilità della Fiat e del governo, i comunisti faranno la loro parte”.</p>
<p>Berlinguer voleva che il Pci si riappropriasse pienamente della rappresentanza di classe, colmando lo iato che si era creato negli anni della solidarietà nazionale tra la politica istituzionale del partito e la realtà sociale che voleva rappresentare. Per questo, anche se gli operai rischiavano seriamente una sconfitta, il Pci doveva essere al loro fianco.</p>
<p>Ma il sindacato aveva già deciso e subito dopo la cosiddetta marcia dei 40 mila, la capitolazione fu senza condizioni, l’accordo che poneva in cassa integrazione a zero ore 24 mila lavoratori, una sorta di prelicenziamento, fu stilato sotto dettatura dell’amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, malgrado l’aperto dissenso delle assemblee dei lavoratori, con un vulnus democratico che sarebbe stato gravido di conseguenze per il futuro.</p>
<p>Berlinguer fu duramente criticato – da Lama e dalla destra del partito &#8211; per questo suo gesto, giudicato, per il merito e per il metodo, un’invasione di campo, un’esplicita revoca della delega che il partito aveva dato ai comunisti del sindacato.<br />
Tesi priva di realtà, perché Berlinguer credeva fermamente tanto nell’unità quanto nell’autonomia del sindacato, ma proprio per questo rivendicava anche l’autonomia del partito e il suo ruolo di rappresentanza politica della classe operaia.</p>
<p>Altri sostennero a quel tempo che il capo del Pci fece male a sovraesporsi in uno scontro sociale a forte rischio di insuccesso. Ma – come ricordò più avanti nel tempo Mario Tronti – “la figura di un politico non si giudica soltanto dall’esito provvisorio delle sue battaglie, ma anche dalla scelta delle battaglie, dalle intenzioni, dall’etica della responsabilità, con cui arriva ad assumere in proprio un’occasione di lotta”. E poi – aggiungeva – “non sono giuste soltanto le battaglie che si vincono. Alcune di queste, anche se perdute, in quanto giuste, servono a mettere un germe per il futuro, ad impedire che la sconfitta si tramuti in una disfatta. Anche Marx sapeva che la Comune di Parigi, con il suo enorme carico di novità, poteva andare incontro ad una tragica sconfitta. E prima che la lotta iniziasse invitò alla prudenza. Ma quando la lotta ebbe inizio, allora non manifestò più esitazioni e fu dalla parte dei comunardi, che “vollero scalare il cielo”.<br />
Senza la follia di quel tentativo – concludeva Tronti &#8211; mancherebbe una pagina straordinaria nella nostra storia.</p>
<p>Ebbene, in Berlinguer agisce robustissima la convinzione che c’è una cosa che i comunisti non possono mai fare: dividersi dagli operai, dai lavoratori, senza i quali qualunque impresa diventa velleitaria, impossibile.</p>
<p>Di questa convinzione egli diede prova sin dal ’56, quando il gruppo dirigente del Pci mise sotto accusa Giuseppe Di Vittorio che aveva condannato l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss e il solo Berlinguer, il più giovane membro della Direzione, si alzò a difendere il segretario della Cgil il quale aveva sostenuto che non è accettabile che un paese socialista mandi l’esercito a sparare sugli operai in rivolta.</p>
<p>Non si trattò, dunque, davanti ai cancelli della Fiat, di un’operazione di puro posizionamento, quasi disperato, in un momento di presunta afasia strategica e di ripiegamento del partito su se stesso dopo la sconfitta della ‘strada maestra’, quella del ‘compromesso storico’, ma di una convinzione profonda che in ogni stagione politica Berlinguer seppe sempre tenere ferma.</p>
<p>La seconda vicenda risale a due anni dopo, nel 1982, quando il governo presieduto da Bettino Craxi decise di tagliare quattro punti di scala mobile.<br />
Cisl e Uil avevano già firmato l’accordo e la Cgil era spaccata e molto incerta (a volersi esprimere con un eufemismo) nella stessa leadership di Lama, ma Berlinguer metterà in campo tutta la forza del Pci per contrastare quella che riteneva non soltanto una plateale ingiustizia, ma anche un attacco politico alla classe operaia e allo stesso sindacato.</p>
<p>Dirà Berlinguer:<br />
”Non si può dimenticare che la difesa del potere d’acquisto dei salari, e soprattutto di quelli più bassi, per il sindacato costituisce un dovere istituzionale, mancando al quale esso sparirebbe; e per il nostro partito, per noi comunisti, costituisce un vincolo indispensabile per qualificare un nuovo modello di sviluppo generale dell’economia italiana (…). Occorre essere consapevoli che l’attacco alla scala mobile è un aspetto dell’offensiva che tende a scaricare sulla classe operaia tutto il peso della crisi, non solo riducendo la sua quota di reddito, ma colpendo il suo potere contrattuale, quindi il suo peso sociale, e perciò, in definitiva, la possibilità di esercitare la sua funzione politica dirigente nazionale. Ecco perché abbiamo detto che la posta dello scontro in atto è altissima: perché è anche politica”.</p>
<p>E’ a tutti noto come andò a finire: il referendum voluto da Berlinguer e tenutosi dopo la sua morte si svolse nell’ostilità di una parte dei gruppi dirigenti della Cgil e dello stesso Pci. Si può dire che lo si volle perdere. Malgrado ciò i “Sì” all’abrogazione del taglio raggiunsero il 46 per cento dei voti.</p>
<p>Ancora più complesso il rapporto del Pci col movimento studentesco.<br />
Movimento che alla sua origine si caratterizza come critica al funzionamento del sistema universitario che preclude il “diritto allo studio” (irrazionale distribuzione delle sedi sul territorio, carenze nelle strutture e nelle attrezzature didattiche, insufficienza degli alloggi per gli studenti) per spostarsi poi sugli aspetti qualitativi legati alla funzione dell’istruzione secondaria e universitaria nella società: riproduzione classista dei ruoli sociali, strumento di manipolazione ideologica e politica teso ad instillare negli studenti uno spirito di subordinazione rispetto al potere in genere e a cancellare in ciascun individuo la dimensione collettiva delle esigenze personali e la capacità di avere con il prossimo dei rapporti che non siano puramente di carattere competitivo.</p>
<p>Sarà Luigi Longo a rovesciare la diffidenza iniziale del Pci verso un movimento di cui si fatica a cogliere la novità culturale, politica e generazionale, letto come un’insorgenza piccolo borghese, del tutto estranea alla lotta di classe e a rivalutarne il carattere di forte e autentica contestazione dell’ordine di cose esistente, di forza potenzialmente alleata della classe operaia.</p>
<p>Nel 1969 fu eletto vice-segretario del Pci Enrico Berlinguer, e da subito fu chiara – come ricorda Guido Liguori – la sua formulazione della rivoluzione come processo, con la concezione della conquista del potere in termini di egemonia.</p>
<p>Così Berlinguer:</p>
<p>“Abbiamo detto più volte che, nella nostra concezione, non è il partito che conquista il potere, ma un blocco di forze politiche e sociali diverse, di cui il partito è parte, e che bisogna procedere, già d’ora, passo a passo, alla costruzione di questo blocco storico, affermando nel suo seno l’egemonia della classe operaia. La strategia delle riforme è quindi essenzialmente una strategia delle alleanze, che in definitiva è stato sempre e resta il problema centrale di ogni processo rivoluzionario. Ciò che importa (…) è il processo complessivo reale, è il concepire la lotta per il socialismo come avanzata non lineare, ma assai complessa, aspra e articolata, dei gruppi sociali progressivi e della loro unità (…) e di uno sviluppo conseguente della democrazia. La cornice, il quadro in cui collochiamo tutto questo, è quella che chiamiamo una via democratica, cioè una via di grandi lotte sociali e politiche e di una conseguente difesa ed attuazione dei principi e del sistema politico delineato nella Costituzione repubblicana”.</p>
<p>Come osserva ancora Liguori, “Berlinguer si inseriva nella tradizione teorico-politica del comunismo italiano, cercando di coniugarla con i soggetti che portavano avanti lotte di cui veniva enfatizzata la valenza anticapitalistica e la capacità di mettere in crisi gli assetti politico-sociali (“La lotta sociale tende a radicalizzarsi e questo è l’elemento dominante, e il più positivo, di tutta l’attuale situazione”), ma anche il punto di novità qualitativa che rappresentavano e che portava Berlinguer a sostenere che “momenti di coscienza socialista fra le masse nascono oggi non solo perché portati dall’esterno, dal partito, in seguito a movimenti nati per rivendicazioni immediate”.</p>
<p>Come si vede, una posizione profondamente diversa da quella della destra che si risolveva in una sorta di condanna del movimento per “ipostasia”.</p>
<p>Negli anni Settanta, progressivamente, il carattere del movimento cambia, conosce un’estrema politicizzazione e si frammenta nei gruppi della “Nuova sinistra”.</p>
<p>Il giudizio sull’ordine di cose esistente è molto netto: nulla, tanto nella scuola quanto nella società, è riformabile, per cui ogni azione innovativa si infrange fatalmente contro un mondo ormai chiuso, nel quale i giochi sono già fatti”.</p>
<p>I referenti culturali saranno nel tempo i più disparati: dall’Herbert Marcuse de L’uomo a una dimensione a Malcom X, da Lenin a Mao Tse Tung, fino alla contaminazione col filone contestativo di aree cattoliche influenzate da un libro come Lettera ad una professoressa di don Milani.</p>
<p>Anche l’icona di Stalin, persecutore duro ed inflessibile di ogni nemico di classe, ovunque esso si annidi, entra nella cifra culturale, la più dogmatica, di una parte dei movimenti.</p>
<p>E, prima di tutto, Marx.<br />
Il Marx che piaceva agli attivisti dei movimenti era il Marx critico intransigente della società borghese e apologeta della necessità di trasformarla ab imis fondamentis, contro la cultura marxista ufficiale, vista come una mistica dei fini, che si traduceva nella pratica in una catena di compromessi e di tradimenti.</p>
<p>La rivoluzione era senz’altro un forte elemento di identità ideologica, aveva la forza di suggestione di un grande mito, ma non era affatto intesa nel senso leninista del termine, cioè come evento risolutore di una crisi politico-istituzionale, come conquista del “potere”.</p>
<p>La politicizzazione estrema dei movimenti, per cui tutto era politico e tutto andava letto in termini di rapporti di potere, spiega anche la difficoltà a mettere capo a una concezione organica di rivoluzione.</p>
<p>Negata la via della “presa” del potere, non restava che declinare il tema della rivoluzione come destrutturazione permanente dei rapporti sociali di cui il potere era espressione.</p>
<p>L’idea di rivoluzione, che stava al centro del loro discorso politico, finiva inevitabilmente per risolversi in un’apologia del movimento perenne, della “lotta continua”, di una sorta di “azionismo” di massa, incapace di indicare tappe e obiettivi concreti della prassi rivoluzionaria.</p>
<p>Sicché, a ben vedere, movimenti sociali e rivoluzione diventavano una coppia concettuale inscindibile: se c’erano i primi, in qualche modo era in atto la seconda.<br />
Come e quando si sarebbe conclusa, a quale forma delle relazioni sociali avrebbe messo capo, e via dicendo, restava del tutto misterioso, lasciando quasi intendere che ciò che veramente contava erano il movimento e le lotte, non gli obiettivi finali: una sorta di revisionismo bernsteiniano, rovesciato di segno.</p>
<p>La radicalità assoluta, intesa come rifiuto di ogni mediazione istituzionale, l’irrisione del valore del lavoro quale fondamento della società e dell’emancipazione umana, l’attacco alla democrazia politica in quanto truffa o mistificazione non potevano che apparire al Pci, nella migliore delle ipotesi, come manifestazioni di infantilismo, se non addirittura come una nuova versione dell’avanguardismo e dell’irrazionalismo che cinquant’anni prima avevano prodotto i fascismi europei.</p>
<p>La strategia del “compromesso storico” verrà vista dal movimento del ’77 come la prova-provata della irriformabilità del sistema e il Pci indicato come il nemico da colpire perché responsabile dell’irretimento ideologico e della capitolazione del movimento operaio.</p>
<p>Un pezzo di quel movimento confluirà non a caso nella lotta armata.</p>
<p>Berlinguer, soprattutto nell’ultima sua stagione politica, fa segnare un’altra innovazione profonda, in seguito smarritasi, nella concezione comunista della questione di genere e nel rapporto con il movimento femminista, a cui Berlinguer riconosce un merito straordinario: quello di avere insegnato che “nella società capitalistica, insieme con l’oppressione di classe, si prolunga in nuove forme la più antica soggezione imposta alle donne: quella nei confronti dell’uomo”.</p>
<p>Berlinguer liquida cioè la concezione – che fu anche sua durante la battaglia per il divorzio &#8211; secondo cui la liberazione della donna era questione sovrastrutturale, cioè “minore”, secondaria e subordinata alla rivoluzione sociale.</p>
<p>Nell’evoluzione del suo pensiero si coglie un aspetto particolarmente significativo: il superamento del concetto di emancipazione inteso come conquista dell’uguaglianza con l’uomo, un tema che in un certo senso – sosteneva Berlinguer – ha come termine di riferimento le conquiste maschili, mentre “il tema della liberazione comprende, certo, ma anche supera quello dell’emancipazione”.</p>
<p>“I comunisti conseguenti,– disse alla VII conferenza delle donne comuniste – in quanto rivoluzionari e perciò fautori della fine di ogni forma di oppressione, devono superare quegli orientamenti culturali, quegli atteggiamenti mentali e pratici, quelle abitudini che sono proprie di una società e di una cultura e quindi anche di un modo di fare politica, costruiti secondo l’impronta maschilista, in nome di una pretesa supremazia dell’uomo sulla donna e delle concezioni che ne sono derivate”.</p>
<p>Insomma, “non soltanto il proletariato, ma anche la donna, liberando se stessa contribuisce a liberare tutta l’umanità”. E dunque anche l’universo maschile.</p>
<p>E’ noto come la vicenda sociale e politica del Paese si sviluppò negli anni seguenti. E come la morte di Berlinguer segnò per rapide fasi successive la trasformazione prima e la cancellazione poi del Partito comunista e di un’intera cultura politica, sino alla miserabile deriva del tempo presente.</p>
<p>Non è tuttavia compito di questa trattazione indagare attraverso quali tappe, snodi fondamentali, concatenazione di eventi successivi si siano così radicalmente rovesciati i rapporti fra le classi, come il più grande e originale movimento operaio europeo si sia ridotto all’irrilevanza, come di un’intera cultura operaia, classista, antagonista, portatrice di un punto di vista radicalmente opposto all’ordine di cose esistente, e resasi egemone per almeno un decennio nella società italiana sia quasi scomparsa ogni traccia.</p>
<p>Non potevamo qui tirare tutti i fili di un argomento così complesso, basti qui avere ricostruito alcune tracce per capire dentro quale scontro politico, dentro quali scelte si produssero gli eventi, politici e sociali, che<br />
nel loro insieme hanno prodotto lo stato di cose presente.<br />
E, forse, anche per comprendere come e da dove sia possibile riprendere il cammino.</p>
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