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	<title> &#187; Attualità del comunismo: a 100 anni dalla fondazione del PCdI</title>
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		<title>Le conseguenze della svolta di Occhetto e la lezione di Lucio Magri sulla sinistra</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2020 16:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità del comunismo: a 100 anni dalla fondazione del PCdI]]></category>
		<category><![CDATA[Luciana Castellina]]></category>

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		<description><![CDATA[10 Aprile 2019. di Luciana Castellina &#8211; Poiché io giro molto per l’Europa mi capita di sentirmi ancora chiedere: “ma perché fu sciolto il PCI?”. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>10 Aprile 2019. di Luciana Castellina &#8211;</p>
<p>Poiché io giro molto per l’Europa mi capita di sentirmi ancora chiedere: “ma perché fu sciolto il PCI?”. E’ una domanda che non proviene solo dalla sinistra cosiddetta radicale, ma persino dai socialdemocratici, a molti dei quali la cosa continua ad apparire una follia. Non so se in questo trentennale dell’evento Achille Occhetto si interroghi su quella sciagurata decisione di cui è stato il principale fautore, e con lui tutti coloro che l’hanno condivisa. Sarebbe una riflessione autocritica tutt’ora necessaria, anzi – a fronte del pessimo stato attuale della sinistra italiana – oggi tanto più indispensabile.<br />
Non perché sarebbe stato giusto conservare quel partito com’era alla fine degli anni ’80: bisognava cambiarlo nel profondo, e figuratevi se una come me che dal PCI fu radiata nel ’69 per via della vicenda del Manifesto, potrebbe pensare il contrario. Il punto è un altro: cambiare il nome del partito (che equivaleva a scioglierlo, perché farlo significava deleggittimarne il passato) ha inferto un colpo durissimo a centinaia di migliaia di compagni, a un corpo certo ferito dalle pessime scelte compiute negli ultimi tempi e indubbiamente anche dall’esito tristissimo dell’esperienza sovietica, e che però era ancora vivo e militante. Dovrebbe ben far riflettere il fatto che fra il primo congresso, quello dell’’89 a Bologna che lanciò la proposta, e il secondo, a Rimini nel gennaio ’91, che la ratificò, ben 400.000 compagni abbandonarono ogni forma di attività politica: non solo non si iscrissero al nuovo partito partorito, il PDS, ma nemmeno a Rifondazione comunista. Sono semplicemente andati a casa, disillusi, amareggiati, come qualcuno cui è stata spezzata la spina dorsale. Perchè sapevano che l’emergere clamoroso, con la caduta del Muro, dei guai del sistema sovietico, non comportava affatto il suicidio del il PCI, che da quel modello aveva sempre preso le distanze e che, sia pure con ritardo, lo aveva esplicitamente condannato. (E’per questo che, tuttora, se mi si chiede perché mi dico ancora comunista la prima cosa che rispondo è che lo sono soprattutto per via della storia dei comunisti italiani, ortodossi e non, di cui vado tuttora orgogliosa).</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/12/castellina.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-970" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/12/castellina-300x168.jpg" alt="castellina" width="300" height="168" /></a>Contro quello scioglimento, affrettatamente deciso dalla maggioranza del gruppo dirigente del PCI subito dopo la caduta del Muro (e prendendola a pretesto), noi del Pdup, che pure avevamo dato vita al Manifesto e per questo eravamo stati radiati dal partito vent’anni prima, ci battemmo in prima fila, firmando (Magri e io, entrati a far parte della direzione), assieme a Ingrao, Natta, Tortorella, Chiarante, Grazia Zuffa e Angius, la “mozione numero 2, quella che si opponeva alla proposta della maggioranza. Nel PCI eravamo infatti rientrati nel 1984, su invito di Enrico Berlinguer che, come molti non sanno, era venuto a Milano – dove nel marzo di quell’anno si teneva il congresso nazionale del Pdup – e che, accompagnato da Tonino Tatò, si era seduto in prima fila per ascoltare la relazione di Magri. Fra PCI e Pdup c’era già stato un ravvicinamento, da quando, nell’80, il segretario del Pci aveva compiuto una svolta autocritica rispetto al compromesso storico ed altri importanti punti. Lo aveva fatto con una relazione al Cc che, per via del terremoto dell’Irpinia, si era tenuto a Salerno e per questo fu chiamata, in ricordo di quella compiuta da Togliatti nel ’43 nella stessa città, “la seconda svolta di Salerno”. Finita la relazione di Magri Berlinguer era andato da lui e gli aveva detto: “Ma perché non tornate, adesso che le questioni che ci avevano divisi sono superate? ”E noi, dopo averne discusso con tutti i compagni in un congresso straordinario, accettammo e rientrammo nel PCI. La maggioranza dei nostri iscritti, ex giovani sessantottini, vi entrarono per la prima volta.<br />
Noi eravamo un piccolo partito, e però dotato di qualche migliaio di quadri preparati. Immagino che Berlinguer ne avesse bisogno in una fase in cui lo scontro nello stesso gruppo dirigente del partito era diventato aspro, sopratutto per quanto riguardava il rapporto con Craxi. Purtroppo servì a poco perché Berlinguer , come si sa, morì poco dopo.<br />
Fra le questioni su cui avevamo dissentito nel 1969 c’era il rapporto con il PCUS. Il Pci, è vero, aveva denunciato l’ingresso dei carri armati sovietici a Praga, ma si era limitato a definirlo un “errore”, quando noi ritenevamo si trattasse di un atto ben più grave: la dimostrazione che l’Urss non era più riformabile e che era necessario dirlo. Berlinguer lo disse con una lucidissima frase 10 anni più tardi, quando, nell’80, ruppe ufficialmente i rapporti con Mosca: “La rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua spinta propulsiva”. Una frase importante se si pensa soprattutto a come non pochi dirigenti delle successive incarnazioni del PCI hanno parlato di quella vicenda, negando la validità stessa di<br />
quell’ evento.</p>
<p>E però il tempo conta: dieci anni dopo rispetto a quando noi avevamo posto il problema con un drammatico editoriale di Lucio Magri su uno dei primi numeri del Manifesto rivista intitolato “Praga è sola” eravamo in un altro tempo storico; e la rottura acquistava inevitabilmente un altro significato. Nel 1969, infatti, era in atto nel mondo un esteso spostamento a sinistra: lotte operaie e studentesche in occidente, l’ingresso del terzo mondo indipendente sulla scena politica. I rapporti di forza stavano cambiando, e la critica all’Urss significava rivendicazione di un altro socialismo, più vero. Nel 1980, quando il Pci decise finalmente la rottura, si era, al contrario, in pieno riflusso reazionario, Thatcher e Reagan imperanti. E a questo punto, in quel contesto, la necessaria rottura finì fatalmente, ben al di là delle intenzioni di chi l’aveva operata, per assumere un significato diverso: il socialismo non si può fare. E infatti via via questa divenne la posizione dei brutti derivati del Pci.<br />
Ho accennato alla fine del PCI non solo perché fra tante celebrazioni oramai in voga allo scadere dei decenni proprio questa data sembra non volerla ricordare nessuno, ma anche perché la riflessione di Lucio Magri su quello sciagurato evento mi aiuta a scrivere del suo pensiero come sono stata sollecitata a fare da Gianfranco Nappi. Fu proprio a Magri che i sostenitori della mozione 2 (dopo il primo congresso unificata con la 3 promossa da Cossutta) affidarono il compito di tenere la relazione introduttiva all’ultima assemblea della corrente prima del congresso di Rimini. Che si tenne, affollatissima, dal 28 al 30 di settembre del 1990 ad Arco di Trento, in rappresentanza del 31 per cento del PCI che l’aveva votata nei congressi locali. (Fu pubblicata in un libretto ormai introvabile intitolato “Il nome delle cose” assieme al testo delle conclusioni di Giuseppe Chiarante e all’intervento di Liliana Rampello a nome del gruppo femminista ).</p>
<p>Il 31 per cento del partito non era poco, anche perché ad opporsi c’erano in realtà molti più compagni, quelli che, sfiduciati, se ne erano andati a casa senza partecipare ai congressi. E poi, per chi si ricorda come era allora il partito, è facile capire perché in molti accettarono la decisione della maggioranza. Ricordo ancora il dibattito congressuale in una sezione di Ferrara dove un’anziana compagna, motivando il suo assenso disse: “Se il partito ci chiede anche questo sacrificio – il cambiamento del nome – lo faremo”.<br />
Cito la relazione di Magri a quel convegno di Arco perché vi traspare, anche in quel frangente di scontro, la preoccupazione di non dividere la sinistra, fin dall’inizio affermando che scopo della riunione non era di “chiamare a raccolta le forze per una separazione”, bensì di “enucleare quella che Gramsci definiva la verità implicita anche delle posizioni che si contrastano”; e perciò per “contribuire con idee nuove alla costruzione delle ragioni e delle regole su cui anche componenti diverse possono stare utilmente insieme.” Nonostante la rottura che portò alla radiazione del gruppo de Il Manifesto, infatti, una delle costanti preoccupazioni di Lucio fu sempre quella di tener aperta la strada ad una futura riunificazione del corpo storico comunista, ripetendo sempre che il Pdup si considerava un partito “provvisorio”, il cui più ambizioso obbiettivo consisteva nel creare le condizioni per sciogliersi. (Una frase che sempre suscitava il sarcasmo degli altri gruppi della nuova sinistra).E non a caso il motto del Pdup – proprio per non cedere agli estremismi in voga nella nuova sinistra, resi facili dalle ristrette dimensioni delle nostre organizzazioni che non ci caricavano di rilevanti responsabilità, diversamente da quanto sarebbe stato per il PCI – era una citazione di Santa Teresa di Lisieux :“noi non contiamo niente ma dobbiamo agire come se tutto dipendesse da noi”.</p>
<p>Quella relazione di Arco di Trento è significativa anche per altre ragioni, innanzitutto per la lucida dimostrazione che le difficoltà riscontrate dal partito negli ultimi tempi non erano affatto conseguenza logica di un giudizio sul passato che ci avrebbe obbligato a cambiar il nome per l’impossibilità di mantenere in vita una forza comunista, bensì il risultato di un progressivo allineamento agli imperativi del sistema, dell’indebolirsi del proprio tradizionale ruolo di opposizione, della progressiva subalternità culturale rispetto all’offensiva neo conservatrice che si era scatenata negli ultimi decenni del secolo.<br />
Nel dimostrare la perdurante validità della definizione “comunista” Magri, in quel drammatico scontro sul futuro del PCI, riprende in realtà un filone di pensiero che aveva animato fin dai primi anni ’60 il dibattito interno al PCI e che in occasione dell’XI congresso, nel 1966, fu chiamato “ingraismo”. Perché fu proprio Pietro Ingrao che in quell’occasione, la prima di un esplicito dissenso interno al gruppo dirigente, portò allo scoperto la diversa lettura della società italiana del tempo, e dunque le diverse strategie politiche che da essa derivavano. Se, per dirla molto schematicamente, la società italiana fosse ancora arretrata e perciò alle prese con la modernizzazione o se, invece, pur restando segnata da perduranti sacche di sottosviluppo che vi si intrecciavano, non presentasse ormai tutte le contraddizioni del capitalismo avanzato. E che dunque il progresso, in quell’orizzonte, lungi dal rappresentare positivo incivilimento e sia pur graduale eguaglianza, avrebbe aperto la strada a un nuovo imbarbarimento. Per la prima volta, insomma, modernità e progresso non si presentavano come un dato positivo ma aprivano la strada a decadenza e a società castali. Di qui la necessità di combattere i processi di omologazione e di attrezzarsi ad esprimere un disegno anche più coerentemente antagonista. Che anziché negare riproponeva la validità dell’analisi marxiana più matura, in parte offuscata dalla lettura riduttiva ed economicista del movimento operaio: l’emergere, alimentati dalla stessa modernità capitalista, di nuovi bisogni, quelli che fornirono, qualche anno più tardi, la base materiale della rivolta studentesca e operaia.</p>
<p>L’insistenza sul mantenimento della parola comunista era basata proprio su questa analisi, non solo su un richiamo ideale al passato e tanto meno come riferimento all’esperienza sovietica. Voleva invece riaffermare l’ambizione di saper indicare quel “movimento reale che cambia lo stato delle cose esistenti”, che per Marx era il fondamento del comunismo, per questo conservando la radicalità indispensabile a combattere il sistema anche nelle sue forme più moderne; e però indicando la necessità di rinnovarsi profondamente per far fronte ai nuovi tratti del sistema e per mobilitare i nuovi soggetti capaci di trasformarlo.<br />
Questa polemica era emersa già nei primi anni ’60, e, esplicitamente in un convegno sulle “Tendenze del neocapitalismo” promosso dall’Istituto Gramsci nel 1962 e divenuto in seguito famoso, anche perché Sartre ripubblicò sulla sua prestigiosa rivista -“Temps Moderns”- gli interventi più significativi: fra gli altri quello di Trentin e quello introduttivo di Amendola, così come le sue polemiche conclusioni contro l’intervento di Lucio Magri, che non aveva neppure 30 anni e figurò così accanto a ben più paludate personalità della sinistra. A Magri Sartre chiese anzi di ampliare il suo discorso e proprio qualche mese fa abbiamo casualmente rintracciato una lettera del filosofo francese indirizzata allora a Magri, uno straordinario elogio: “Ho ricevuto il tuo articolo ieri – scrive il filosofo francese – e l’ho letto d’un fiato. Tengo a esprimerti il mio entusiasmo e la mia ammirazione. Il tuo articolo è, a mio parere, il migliore di tutti quelli che pubblicheremo, il solo che vada al fondo del problema e che abbia una dimensione filosofica. Ho ritrovato nel tuo scritto le idee centrali di una introduzione che avevo redatto per questo numero della rivista ma assai meglio espresse di quanto ero riuscito a fare io”. (Fa parte del carattere di Lucio aver abbandonato questa lettera a casa di un amico ed essersela scordata anziché, dato il prestigio del mittente, essersela incorniciata!).</p>
<p>In quella relazione di Arco Magri introduceva anche un altro problema, che aveva peraltro già affrontato compiutamente nelle tesi alternative proposte ( ma poi non sottoposte al voto per via delle perplessità di Ingrao) per il XVIII congresso del PCI (il testo è in appendice del libro di Magri “Il sarto di Ulm”) : quello della crisi della democrazia. Grazie alla sua straordinaria capacità di anticipazione, perché si trattava allora di una tendenza appena annunciata, indicò i rischi della trasformazione del PCI in “partito leggero” che il cambiamento del nome delineava. E cioè di un partito non ideologico, in cui gli iscritti perdono peso effettivo rispetto all’elettorato che aggrega forze su “issues” (cominciò allora l’orribile ricorso all’inglese, oggi diventata prassi costante), e cioè su singoli problemi anziché su una visione del mondo, coì raccogliendo la medietà del senso comune, sempre segnato dall’egemonia del potere. Fu proprio questa trasformazione del partito che portò alle famigerate “primarie”come metodo per selezionare la leadership, tutta dunque affidata ad una opinione pubblica sempre più manipolata e corporativamente segmentata. Una pratica che ha aperto la strada alla trasformazione di un’organizzazione militante – una collettività – in macchina elettorale, intesa a raccogliere consenso attorno a un leader, anziché a conquistare a un progetto alternativo, e a trasformare i cittadini da sudditi in protagonisti. I risultati di quell’indirizzo che ad Arco fu denunciato quando muoveva i primi passi sono oggi, dopo trent’anni, sotto i nostri occhi: le attuali primarie del PD ne sono, al di là dell’affluenza ai gazebo in nome di non si sa bene quale programma e senza interrogarsi sul perché delle precedenti sconfitte, la prova più sconcertante.<br />
Gianfranco Nappi mi chiede di rispondere all’interrogativo: cosa è ancora valido per l’oggi del pensiero di Lucio? Ebbene, io comincerei proprio da questo ultimo problema: la crisi della democrazia che sta investendo la società italiana, ma non solo. Da cui dipende la crisi della sinistra, che della democrazia, dunque del ruolo della politica, ha molto più bisogno di chi ha altri strumenti per imporre i suoi programmi, primo fra tutti la proprietà. E viceversa: perché senza i partiti il modello della democrazia rappresentativa perde di senso, si svuota, e anzi si rovescia nel suo contrario: la diffidenza per le sue istituzioni appaltate a quella che viene chiamata “la casta”, sempre più separata dai cittadini perché fra loro e il potere esecutivo non c’è alcun canale di comunicazione che garantisca la partecipazione al processo deliberativo.</p>
<p>Come rimediare? E’ ancora possibile resuscitare i vecchi partiti? All’inizio del secolo, scrivendo sulla nuova Rivista del Manifesto, che uscì assieme al quotidiano dal 1999 al 2004, Lucio riaffrontò il problema della democrazia e del partito, divenuto nel frattempo drammatico, in termini che a me sembrano attualissimi. Lo fa nel modo più efficace parlando di un libro di Alberto Burgio (“Gramsci storico”) che gli dà lo spunto per riflettere sull’ipotesi avanzata da Gramsci in uno dei suoi scritti dal carcere, in merito ai rischi di autoreferenzialismo dei partiti e dell’autoritarismo dello stato: riprendere la proposta di Lenin sui soviet, intesi non solo in termini di strumenti insurrezionali ma di organismi permanenti di democrazia diretta, sì da creare una utile dialettica nei confronti di partito e stato. Inoltre affidando loro anche il compito di avviare il processo di estinzione dello stato, attrezzandosi a riappropriarsi di funzioni di gestione della società espropriate dalla burocrazia statale. (Un’ipotesi di cui il leader bolscevico parla in Stato e Rivoluzione, e che però viene presto abbandonata nella pratica, così suscitando la precocissima critica all’Urss che Rosa Luxemburg esprime poco prima di esser assassinata nel 1919. )<br />
Magri riflette su questa tematica consiliare in rapporto alla inconcludente discussione sulla “forma partito”che affligge in quegli anni il dibattito della sinistra, sostenendo che la loro democratizzazione non può esser ottenuta con regolamenti o statuti, tanto meno attraverso la loro dissoluzione nella nebulosa di una amorfa società civile. Che serve, al contrario, sottoporli alla dialettica esercitata da organismi di democrazia diretta da costruire nella società. Lucio li pensa come consigli, o più in generale come forme di democrazia organizzata in grado di accompagnare il lungo processo storico necessario al superamento del capitalismo, sede di un esercizio del potere dal basso, organismi permanenti che via via strappano spazi di governo reale e si attrezzano ad esercitarlo.<br />
In questo contesto il partito, che per Gramsci resta decisivo, non appare più come un’avanguardia separata, perché sempre esposto al rapporto dialettico con altre forme politiche. Ma neppure resta una moltitudine appassionata e militante come fu il PCI, sempre tuttavia nelle mani di un gruppo dirigente in qualche modo separato. Un partito dunque in cui la democrazia viene garantita dalla riduzione al minimo della separazione fra dirigenti e diretti, una distanza che per esser colmata ha bisogno di una trasformazione che lo renda fino in fondo intellettuale collettivo.</p>
<p>Si tratta di un discorso troppo astratto e lontano dalla nostra odierna realtà? Non lo credo. Negli anni ’70 abbiamo sperimentato una straordinaria fioritura di nuove forme di democrazia organizzata, penso ai Consigli di Fabbrica e a quelli, più rari ma molto significativi, “di Zona”, a formazioni come Medicina Democratica, Psichiatria Democratica, Magistratura Democratica, persino Polizia Democratica. Che hanno cambiato nel profondo la società italiana. Da allora e pur nel quadro di una controffensiva conservatrice così violenta come quella subita in questi ultimi decenni, abbiano continuato in Italia ad assistere alla crescita di una variegata molteplicità di movimenti, spesso testimonianza della entrata in campo di soggetti alternativi nuovi e diversi rispetto a quelli del passato perchè frutto di contraddizioni di cui solo oggi è maturata la consapevolezza: l’ecologia, la questione di genere, solo per indicare le principali. Sono stati e sono tutt’ora preziosi, e tuttavia non riescono ancora – salvo il movimento femminista – a consolidarsi. Penso al movimento contro la privatizzazione dell’acqua, che ha trionfato nel referendum e tuttavia si è dissolto al momento in cui avrebbe dovuto consolidarsi in consigli locali stabili in grado di gestire la difficilissima concretizzazione di quella vittoria ( investimenti per la manutenzione delle condutture, spreco, ecc.). Ma penso anche alla preziosa rete creata da coloro che lavorano sul tema dei beni comuni, e che tuttavia fatica a uscire dal dibattito teorico per diventare pratica di un nuovo tipo di gestione della società, né privata ma nemmeno statale.Per l’appunto “comune”.</p>
<p>Non sono questi tutti esempi di un’iniziativa politica capace di uscire dalla artrosi politica in cui ci troviamo, e per ridar sangue ai partiti, sempre necessari, ma a condizione che abbandonino la loro tradizione statalista, propria sia a quelli socialdemocratici che a quelli comunisti, tutti puntati alla presa del potere centrale ( per via insurrezionale o parlamentare ), perdendo di vista la premessa essenziale, la conquista della società, indispensabile ad ogni reale trasformazione. Non vediamo oggi come si muovono i partiti? Quasi solo nelle campagne elettorali, in cui si dice: ”se andremo al governo faremo questo o quello”, mai impegnati a costruire quanto sarebbe già possibile costruire nella società: le famose “casematte” di cui Gramsci parlava. Non dico che sia facile, ma a me pare si tratti di spunti oggi anche più interessanti di ieri per il nostro fare.<br />
Pubblichiamo questo testo per gentile concessione della rivista <a href="https://infinitimondi.com/" target="_blank">Infiniti Mondi</a>, diretta da Gianfranco Nappi. Il nuovo numero, che contiene anche un’intervista del direttore al filosofo Aldo Masullo, è in vendita da oggi 11 aprile.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/file/d/1dIWp_G4ysJlG1yKrYN-PJP1egdySOxD9/view?usp=sharing" target="_blank">Versione .docx</a></p>
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		<title>Un ricordo di Lucio Magri: Mario Tronti su «Il sarto di Ulm»</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2020 15:57:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Attualità del comunismo: a 100 anni dalla fondazione del PCdI]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Tronti]]></category>

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		<description><![CDATA[Mario Tronti &#124; 9 Dicembre 2011 &#8211; In ricordo di Lucio Magri riproponiamo la recensione che Mario Tronti aveva scritto in occasione della pubblicazione del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mario Tronti | 9 Dicembre 2011 &#8211;</p>
<p>In ricordo di Lucio Magri riproponiamo la recensione che Mario Tronti aveva scritto in occasione della pubblicazione del libro.<br />
Ci troviamo di fronte a un libro che esplora, e che narra, la storia del Pci a tutto campo, o in campo aperto. Condizioni nazionali, condizioni internazionali, contesto esterno, vita interna, linea politica, forme di organizzazione. Viene avanti, il racconto, come una macchina escavatrice, che smuove la materia prima e fa venire alla luce reperti archeologici, alcuni dimenticati, altri rimossi, altri ancora stravolti dalle letture correnti. Teniamo presente che l’approccio non è quello di uno storico, ma quello di un politico. Non un’autobiografia, piuttosto la biografia di un soggetto collettivo, condotta però, per rubare un pensiero femminista, a partire da sé, dalla propria esperienza diretta, da una vicenda vissuta, tra lunga appartenenza e breve separazione. La misura era difficile da trovare e possiamo dire che è stata trovata. Non ripercorrerò passo per passo tutto il percorso, non tornerò a soffermarmi sulle date, classiche, simboliche, che lo hanno definito e caratterizzato. Soprattutto, salterò un punto che nel libro è presente e determinante, il contesto internazionale, con al centro il rapporto con l’esperienza sovietica e il tentativo di costruzione del socialismo. Da solo, questo è un tema che prenderebbe l’intero spazio del discorso. E noto, e registro, soltanto che, in generale, c’è su questo punto un impressionante vuoto di pensiero. Quei settant’anni sono stati archiviati, considerati dal buon senso intellettuale comune, insignificanti per una ricostruzione, indegni di una riflessione. E’ caduta su di essi una sbrigativa condanna etica e sappiamo che quando c’è sbrigativa condanna etica non c’è seria comprensione storica. Direi che per capire il movimento comunista del Novecento, il mysterium iniquitatis non va cercato nel Pci ma nel Pcus.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/12/il-sarto-di-ulm027.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-967" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/12/il-sarto-di-ulm027-220x300.jpg" alt="il sarto di ulm027" width="220" height="300" /></a>Il libro di Magri, già nell’Introduzione, avanza alcune osservazioni suggestive. L’intento, esplicito, è quello di riaprire una riflessione sulla “questione comunista”. La sua postazione è un po’ da “terza via” della ricerca. Né abiura né rimozione, che risultano i due atteggiamenti dominanti. Il lavoro di ricostruzione e di indagine deve invece prendere le distanze dalle due letture canoniche del Pci: la vera socialdemocrazia italiana oppure un’articolazione della politica sovietica. Essenziale viene dichiarata la mediazione della memoria: a condizione che venga avanti come memoria disciplinata, documentata. La parola viene data continuamente e testardamente ai fatti, alle vicende così come si sono svolte. Prima dell’interpretazione, correttamente, viene la lettura della storia. In questo bilancio, critico ma partecipato, del comunismo del Novecento, devo dire che ho apprezzato il richiamo ad Augusto Del Noce, un’acuta intelligenza reazionaria, che ha riflettuto sul “suicidio della rivoluzione”, là dove Del Noce ha detto che i comunisti hanno perduto e vinto: &lt;&lt; hanno perduto rovinosamente nella loro prometeica ambizione di rovesciare il corso della storia, di promettere agli uomini libertà e fratellanza, anche senza Dio e riconoscendosi mortali. Ma hanno vinto come potente e necessario fattore di accelerazione della globalizzazione della modernità capitalistica e dei suoi valori: il materialismo, l’edonismo, l’individualismo, il relativismo etico &gt;&gt; ( p. 15 ). Io lo direi in un’altra forma: i comunisti non hanno solo tentato “l’assalto al cielo”, come i comunardi di Marx, ma, per la prima volta e per un attimo storico, l’hanno fatto intravedere come possibile, l’hanno fatto toccare come realizzabile, nell’azione e nella coscienza di milioni di esseri umani.</p>
<p>La sconfitta di questo eroico tentativo di realizzazione ha paradossalmente prodotto il trionfo, che sembra definitivo, del capitalismo-mondo. La globalizzazione economica, implicita nella natura storica del capitale, è diventata un inarrestabile fatto politico, supportato da una potente armatura ideologica, l’ideologia della fine delle narrazioni ideologiche. La forma borghese-capitalistica della società umana ha rotto gli argini, ha dilagato oltre tutti i muri, come forma unica della modernità, inizio e cosa ultima del Moderno. Il comunismo, non quello generico, quello degli orizzonti, ma quello storicamente determinato, il comunismo del movimento operaio è, esso, un grande tema di filosofia della storia. Ci vorrebbe, come minimo, un Hegel, per pensarlo. Poi c’è l’altra dimensione. E’ contenuta e definita in quella espressione icastica: corruptio optimi massima. Viene attribuita a Gregorio Magno. Ma c’era già in Aristotele, ci sarà in Tommaso d’Aquino. La ritroviamo in Shakespeare, nel sonetto XCIV: “i gigli putrefatti puzzano più delle erbacce”. Quanto c’è di più alto, di sommo, è esposto a rovinare giù nell’inferno. Quanto c’è di più dolce, per dirla con il poeta, è destinato a divenire negli atti (by their deeds ) più agro. Ivan Illich, che ha ripreso quella espressione, l’ha applicata al cristianesimo, parlando di “pervertimento” ( corruption ) del cristianesimo, ma sarebbe meglio dire della cristianità. Allo stesso titolo si potrebbe applicare a quel comunismo, ma sarebbe meglio dire movimento comunista. Lucio Magri ha voluto mettere tra gli antefatti due espressioni efficaci. Una è il “fardello comunista”: il passaggio da socialisti a comunisti, con cui ha inizio il Novecento, dentro l’aprirsi e lo svolgersi dell’età delle guerre-mondo, carica sulle spalle di questi neorivoluzionari un peso storico, l’Ottobre e la costruzione del socialismo, che non tutti e non sempre saranno in grado di portare. I comunisti italiani, nello specifico della loro storia, saranno in un certo senso favoriti – è la seconda efficace espressione – dal patrimonio del “genoma Gramsci”.</p>
<p>Ecco, qui c’è il primo dei due punti che vorrei limitarmi a trattare, tralasciandone molti altri che pure sarebbero altrettanto interessanti. La “fortuna” di Gramsci – la straordinaria sua persona e soprattutto la sua opera – è vero che sono stati la fortuna del Pci. L’operazione di Togliatti sulla figura e sul lascito intellettuale di Gramsci è stata accusata di rozza strumentalità pratica. Non è vero. Quella di Togliatti è stata una magistrale iniziativa, che gramscianamente spostava anche sul terreno dell’egemonia culturale la lotta politica: rimanendo fedele all’ispirazione del maestro dei comunisti italiani e ottenendo dei risultati eccezionali sul piano del radicamento del partito nel tessuto nazionale. Ma voglio fare una sorta di dichiarazione, che sembra non pertinente al tema, e che invece nasce proprio in risposta e reazione al clima di conformismo culturale che caratterizza il discorso sul problema che trattiamo. Il politico Togliatti è stato per me un punto fondante di formazione intellettuale. Leggevo i suoi scritti e i suoi discorsi e quando, alcuni anni dopo, mi sono trovato a fare i conti con i classici del pensiero politico moderno, ho trovato straordinari punti di affinità e di convergenza. Se la politica è pensiero/azione, allora come il pensatore serve ad orientare la pratica, così l’uomo politico, da un certo livello in su, serve ad orientare il pensiero. Togliatti, o Lenin, hanno il loro posto anche nella storia delle dottrine politiche. Alle giovani generazioni, oggi un po’ distratte su questo terreno e forse, dati gli esempi in vita, con una certa ragione, occorre ravvivare la memoria degli esempi che contano. Secondo me, il Pci è Togliatti. Il partito comunista italiano nasce non nel ’21 a Livorno, ma nel ’44 a Salerno.</p>
<p>C’era il Pc d’I, estinto un anno prima. Un punto alto, un’idea di quelle che veramente cambiano orizzonte: sezione italiana dell’Internazionale. Direttamente, simbolicamente, in controtendenza rispetto alla storia delle forme capitalistiche, incardinate nell’idea di nazione, e nella pratica dello Stato-nazione. L’internazionalismo operaio – i proletari non hanno Patria! – è stata una classica utopia concreta, il sogno di una cosa, un balzo di tigre nel futuro, un fine e mezzi troppo alti per poter essere in qualche modo raggiunti. E infatti Togliatti, come Lenin, si faranno carico del rapporto tra contingenza e storia, dell’agire strategico dentro il momento specifico. La storia è una catena di congiunture, tutte da possedere, una ad una, spesso in modo diverso, lungo un processo di tempo appreso col pensiero. Il possesso della congiuntura storica: è questa la politica. Togliatti totus politicus e quindi grande politico. Perché non c’è grande politico che non sia totus politicus. La doppiezza è una grande categoria della politica. La “dissimulazione onesta” non l’ha inventata il movimento comunista. E’ iscritta nella pratica della modernità, sta nella struttura dominante del potere e nelle leggi di produzione della ricchezza. Non assumerla – con misura! – porta a rompere con la realtà. E la realtà con cui si rompe, non si trasforma. La mascheratura ideologica del rapporto di classe è la materia con cui ha quotidianamente a che fare la forma della politica. Non è questo che ha provocato sconfitte. Al contrario. Le poche vittorie sono tutte il risultato di una manovra delle categorie della politica moderna migliore, più efficace, più consapevole, rispetto a chi le aveva inventate. E’ stato detto che il capolavoro politico di Togliatti è stata in fondo l’uscire vivo dall’universo concentrazionario staliniano. Gramsci non ne sarebbe uscito vivo. Anche questa è grande politica. Solo la grande politica ti preserva, ti salva, ti lascia uscire libero, dal contatto ravvicinato con il lato oscuro del potere. E il lato oscuro del potere c’è sempre, anche qui in modi diversi, nei sistemi autoritari come in quelli democratici. Chi non l’ha capito fa danno a se stesso e a tutti. L’altro dei due punti che voglio trattare: gli anni Sessanta. La lettura degli avvenimenti, il giudizio sulle interpretazioni, i conti con i protagonisti, sono al centro del libro di Magri, il nodo intorno a cui si lega forse il senso della narrazione. Gli anni Sessanta, non il Sessantotto: il lungo decennio, dice Lucio. E’ l’anomalia positiva del caso italiano: quel circolo virtuoso di lotte, politica, economia, società, coscienza civile, dentro il decollo di un capitalismo avanzato e di una modernizzazione rampante. Dall’insorgenza neo-antifascista del luglio ‘60 alle lotte contrattuali del ’62, con gli operai Fiat di nuovo in campo aperto, all’iniziativa governativa di centro-sinistra, alla rivolta studentesca, all’irruzione femminista, fino all’esplosione dell’autunno caldo del ’69: succede di tutto in Italia e succede di tutto anche nel Pci. L’immediato dopo Togliatti è un terremoto ondulatorio dentro il palazzo delle Botteghe oscure. Bisogna dire che il gruppo dirigente di formazione togliattiana è stato un ceto politico di grande spessore. Ancora oggi i pochi vecchi rimasti sembrano quelli più in grado di capire e di pensare, nella generale devastazione che ci circonda. Perché lì c’era un modo nobile di praticare il primato della politica: il leader, che non ha bisogno di proporsi di formare i successori, ma per il fatto stesso che esista e operi, per questo solo fatto, educa e forma e depone un lascito negli uomini e nelle donne che sono intorno. Il leader non insegna, fa scuola, esistendo. La tesi forte di Magri è questa: il Pci non ha dato risposte adeguate alle domande di quella grande trasformazione.</p>
<p>Il partito, lasciato da Togliatti ancora in forza e in salute, poteva cambiare con i tempi che cambiavano e non cambiò. E tuttavia tutti gli anni Settante vedono un soggetto politico di tutto rispetto ancora in campo, anzi in crescita di consenso e di influenza. La seconda svolta di Salerno, quella berlingueriana dell’alternativa, doveva avvenire dieci anni prima, non alla fine ma agli inizi dei Settanta. Tesi discutibile e che fa discutere. In mezzo c’è la controversa e ancora ingiudicata, seria e ambigua, esperienza del compromesso storico. E’ dal suo superamento che Magri vede però l’occasione, non giocata e quindi mancata, di una possibile sopravvivenza del Pci. La sua tesi è riassunta in un passo centrale del libro, a pagina 366. Riportiamola con le sue parole: &lt;&lt; La svolta tentata da Berlinguer era esplicitamente mossa da un ambizioso obiettivo di medio periodo: contribuire a un effettivo passo in avanti sulla via democratica al socialismo in Italia e in Europa. Una tale ambizione, per ragioni oggettive e immaturità soggettive, al vaglio dei fatti non reggeva, l’obiettivo era fuori portata, tuttavia la forza che era riuscito a conservare, le nuove scelte e le nuove idee che vi erano penetrate permettevano al Pci di non essere travolto dalla crisi dell’Unione Sovietica, di evitare la dissoluzione e l’abiura, dunque di tenere in piedi e rifondare in Italia una sinistra di ispirazione comunista rilevante e vitale. Anche tale obiettivo era difficile, ma non impossibile. Se una tale sinistra fosse stata ancora in piedi nel momento del disfacimento della Prima repubblica, lo svolgimento non solo della storia del Pci, ma anche quello della democrazia italiana avrebbe assunto caratteri diversi da quelli che oggi costatiamo &gt;&gt;. Prima, nell’immediato dopo Togliatti, c’era stato lo scontro tra le due anime del Pci, personificate nelle figure in diverso modo carismatiche di Amendola e di Ingrao. Fu giusto non scegliere tra i due. Il passaggio di testimone da Longo a Berlinguer sarà nello spirito della forma togliattiana, centrista fra le ali, che il partito aveva e conservava. Come definire quelle due anime? Oggi possiamo vedere con più chiarezza. L’originalità del comunismo italiano è che quelle che saranno le due sinistre stavano dentro il Pci. Dietro cera anche una storia lunga.</p>
<p>In fondo il Pci aveva ereditato e rideclinato al suo interno sia il riformismo che il massimalismo della tradizione socialista, italiana e non solo italiana. Questo sarà la sua grande forza e questo il vero motivo per cui la tradizione socialista vivrà in maggioranza nel partito comunista. Delle due anime, nel Pci si faceva sintesi. Il “partito di lotta e di governo” era questo. Oggi ci si ride su, ma quella che si diceva allora, ed era allora, una “forza politica”, era nient’altro che questa cosa qui. La sintesi riguardava poi anche qualcosa di più. E’ difficile far capire a chi ormai parla con il vocabolario dei giornali d’opinione che la formula maledetta del “centralismo democratico”, nei suoi due termini apparentemente contraddittori, teneva in sé due categorie classiche della politica moderna, rappresentanza e decisione, che se non stanno insieme in una qualsiasi forma di organizzazione, semplicemente non c’è politica, non c’è pratica realizzatrice di un bel nulla. La fine del Pci separa le due sinistre. E che cosa vediamo, che cosa abbiamo visto? Che, separate, magari esistono, ma non contano, non incidono, non si radicano, non producono forza. Perché, separate, non riescono ad aderire a tutte le pieghe della società. Ognuna, per suo conto ne tiene alcune e ne lascia fuori altre. Ma la società italiana, e direi una società capitalistica, vecchia e nuova, antica o postmoderna che sia, è sempre fatta di tante pieghe, di tanti risvolti, è composizione di contraddizioni che, o le possiedi tutte insieme o le perdi, una ad una, tutte. Che cos’è che fa sintesi? Certo, la linea politica. Si diceva: via italiana, ma al socialismo. Il percorso e l’obiettivo, la strada e la mèta. Si diceva politica delle alleanze, ma intorno alla classe operaia. Un campo e un centro. Il Pci, ancora fino a Berlinguer, si autodefiniva partito della classe operaia, mostrando un’identità riconoscibile ad occhio nudo. Non lo era di fatto, ma spendeva questa risorsa simbolica sul mercato politico e con questo mobilitava militanza e raccoglieva consenso. La linea quindi faceva sintesi. Ma ancora di più, se possibile, faceva sintesi la forma-partito. Altra espressione sottoposta a insulse dannazioni. Eppure, per almeno quattro decenni aveva funzionato come forma che dava, sì, senso a una storia. Primato dell’organizzazione come modo di espressione del primato della politica; partito di quadri e partito di popolo, partito di élite e partito di massa; élite politico-intellettuale diffusa nel territorio e masse concentrate, unificate, dirette; militanti e dirigenti in reciproca fiducia e, quando necessario, in divergente accordo. Quando, questo contenuto di politica e questa forma di organizzazione cominciano a perdere colpi, a logorarsi, a non corrispondere più alle condizioni reali, ai bisogni concreti, alle contraddizioni nuove. Qui il dibattito è aperto. Magri, abbiamo visto, sembra anticipare tutto al tornante degli anni Sessanta. Posso sbagliare, ma a me pare di scorgere l’inizio della fine dentro gli anni Ottanta. Sono tutti gli anni Ottanta che portano, quasi inevitabilmente all’Ottantanove. I funerali di Berlinguer danno ancora un’immagine di potenza popolare, stretta intorno al Pci. Alle elezioni europee questo è per la prima volta il primo partito. Scrive in modo eloquente Lucio: &lt;&lt; da quanto più in alto ( e più inconsapevolmente ) si cade, tanto più ci si fa male &gt;&gt; (p. 402).</p>
<p>La caduta avviene in un pugno d’anni. Devastante è il dopo Berlinguer. Non è riuscita dopo Berlinguer l’operazione riuscita dopo Togliatti. Il ceto politico togliattiano, rimasto, commette l’errore di non gestire direttamente, magari con un compromesso interno, la transizione. Natta aveva bisogno di una direzione collegiale, con il compito di traghettare, essa, il Pci al dopo. Ci si apre invece, inaugurando una moda di cui scontiamo ancora gli esiti letali, a un cattivo rinnovamento, come passaggio di generazione. Per una grande forza politica, il rinnovamento o è nella continuità o non è un rinnovamento, è piuttosto una mutazione. La mutazione, nei dirigenti, non ancora nei militanti, era già avvenuta prima della Bolognina: ed era avvenuta nella nuova generazione, berlingueriana, ma soprattutto post-togliattiana. Su queste fragili frontiere irrompe poi il tornante pesante degli anni Ottanta: una congiuntura non compresa, non contrastata, acquisita, subìta. Un cambio di egemonia culturale accompagnava un inedito, fascinoso, rampante, ciclo capitalistico. Era quello il nuovo che avanzava. Si erano chiusi i “trenta gloriosi” del vecchio movimento operaio. Si aprivano i trenta gloriosi del nuovo capitalismo. Lo stesso socialismo si avviava a inciampare in questo imprevisto scenario. Oggi, alla fine di quel ciclo, fine che come da manuale si esprime attraverso crisi, possiamo vedere le trasformazioni, quelle reali e quelle virtuali, di capitale e di lavoro. Ma non per sole trasformazioni strutturali il capitalismo ha vinto. Ha vinto perché ha saputo costruirvi sopra un apparato ideologico, impressionante per volume di fuoco e per movimenti di eserciti mediatici. E’ l’ideologia della fine delle narrazioni ideologiche che ha imposto un modo generalizzato, più che di pensare, di sentire, un senso comune intellettuale di massa, che non è stato affatto sbagliato individuare come pensiero unico. Una delle più decisive sconfitte il postcomunismo l’ha realizzata sul piano culturale. Per il comunismo italiano questo è stato veramente un paradosso e lo ha scontato esso più di altri. Una forza che scompare lascia un vuoto. L’avvento contemporaneo di due immani processi, ascesa/trionfo del capitalismo-mondo da una parte e crisi/crollo del socialismo in paesi soli dall’altra, ha sfondato le linee e sbaragliato il campo. Oggettivamente – va detto – era difficile, se non impossibile, il contrasto. Non ci volevano nani sulle spalle di giganti. Ci volevano proprio giganti. Non ci sono stati. Non lo siamo stati. A questo punto, le responsabilità personali impallidiscono. Ed emerge una responsabilità collettiva, di cui dobbiamo tutti farci carico. Ma io voglio dire questo, nel modo più chiaro possibile: i comunisti sono stati gli unici che hanno messo veramente paura ai capitalisti. Non sono stati i socialisti umanitari, gli anarco-sindacalisti, la socialdemocrazia classica, le socialdemocrazie del nord; non sono stati i sessantottini, gli operaisti, gli autonomi, i movimenti no-global. Quando il marxiano spettro del comunismo si è realizzato nel movimento comunista internazionale, ha preso il potere in uno spazio di mondo, lo ha vittoriosamente difeso contro invasioni barbariche, lo ha esteso ad altri spazi di mondo, ha portato l’alternativa di sistema dentro i paesi dell’Europa occidentale, lì è emersa, giustamente minacciosa, la “grande paura” novecentesca.</p>
<p>Il contenimento, il trattenimento, il kathecon stava dalla parte dei capitalisti, l’eschaton era comunista, il sol dell’avvenire brillava e scaldava solo da questa parte. Nessuno dice che ben prima della costruzione dei muri erano scese in mezzo all’Europa le cortine di ferro. Nessuno ricorda che mentre si chiudeva la guerra calda antinazista, si apriva la guerra fredda anticomunista. Perché è così vivo e vegeto l’anticomunismo dopo la morte certificata del comunismo? Ci sarà una ragione. Lo spettro è il mondo di ieri. La memoria, sacrosanta, degli orrori è purtroppo servita e serve per liquidare, azzerare, demonizzare un intero mondo di valori. Non essere stati capaci di distinzione, l’essersi accodati passivamente a un ordine del discorso totalizzante, aver rinunciato alla necessaria critica della propria storia in favore di un pentimento a buon mercato su tutta la propria posizione politica, questo ha aperto quell’età della subalternità, della non-differenza, e quindi della irriconoscibilità, che tuttora pesa, e non sappiamo fino a quando, sull’idea, sull’immagine, sull’offerta simbolica, di una possibile nuova sinistra. Non è mia quel “motto di spirito”, che ho visto ha suscitato molto autoironico consenso, in quanto mette a fuoco la condizione vera dell’attuale rapporto tra le parti. E’ venuta fuori in un ragionare con alcuni giovani ricercatori impegnati, quando una di loro, particolarmente brillante, ha fatto la domanda: ma perché i nostri avversari, si definiscono sempre con il prefisso “neo” e noi ci definiamo sempre con il prefisso “post”? Classica domanda che è già una risposta. Negli anni Sessanta si disse neocapitalismo, negli anni Ottanta neoliberismo. A noi è rimasto di essere postcomunisti, postideologici, e in nessun dove come dalle nostre parti si usa civettare con il postmoderno. Io ho capito, per lunga esperienza di osservatore politico, che quando si perde di forza, l’unica risorsa è giocare di abilità. Forse si poteva cambiare la forma mantenendo la sostanza. Non bisognava svendere, bisognava reinvestire. Non chiudere bottega, ma mettere tutto, proprio tutto, il patrimonio rimasto nella nuova impresa. Non si apre un altro fronte senza buttarci dentro l’intero esercito. L’esperienza comunista del movimento operaio meritava qualcosa di più dell’alternativa che poi si è data, o una cancellazione o una rifondazione. Erano sbagliate tutte e due le soluzioni, il nuovo inizio e la vecchia identità. Una nuova altrettanto grande forza della sinistra, moderna, critica, del lavoro, differente di uomini e di donne, italiano-europea, o nasceva lì, nel frangente drammatico, come eredità, non come seppellimento, del Pci, oppure assai difficilmente avrebbe potuta essere recuperata in seguito. L’infinita, insulsa, transizione del dopo, questo ci ha detto. Lucio Magri ripubblica, in appendice, un suo testo del 1987, analitico e programmatico.</p>
<p>Qualcuno gli aveva consigliato di ripubblicare invece la sua relazione del 1989 ad Arco di Trento. Ha fatto bene a tener fermo su quel testo. Un conto è dire quelle cose due anni prima dell’89, un conto è dirle dentro l’89. Alcuni passaggi sono profetici: non tanto nella lettura economica e sociologica, quanto nella descrizione politica. Prendo solo due punti. Uno è quello della democrazia. &lt;&lt; La democrazia non vive senza un sovrano collettivo, e questo sovrano collettivo non può esistere nella forma di una moltitudine atomizzata, di una somma confusa di spinte e di culture eterogenee: la frammentazione non è pluralismo, è uniformità mascherata &gt;&gt;. E, dopo aver raccomandato uno sviluppo della democrazia come riappropriazione quotidiana e articolata delle varie funzioni di governo, come socializzazione del potere, come graduale deperimento della separatezza dello Stato, lancia un affondo, allora ancora attuale, oggi ormai confinato nell’isola di Utopia: &lt;&lt; … per riassumere un po’ rozzamente: riconoscere la democrazia come valore universale non implica affatto ritenere superata la vecchia affermazione leninista e poi soprattutto togliattiana, di un nesso tra democrazia e socialismo &gt;&gt; ( pp. 436-437 ). L’altro punto: la forma-partito. La sua tendenziale “innovazione” si presenta, nelle democrazie occidentali, come “vacua e apparente”. &lt;&lt; Un “partito leggero” che sopperisce alla fragilità dei suoi legami di massa e alla precarietà del suo tessuto culturale con una forte accentuazione del ruolo personale del “leader” &gt;&gt;, che è gestito da apparati di potere non meno stabili e separati di quelli antichi, e in più e in peggio da pezzi dell’establishment, che deve costruire il consenso prevalentemente con l’uso dei media e mediando corporazioni varie. Conseguenza diretta: la passivizzazione delle classi subalterne, attraverso l’assenteismo dal voto e l’impossibilità di contare. Conseguenza indiretta: &lt;&lt; un tipo di consenso elettorale che non regge e non può reggere a prove di governo aspre, dunque una necessaria autoriduzione dei programmi, un “ascolto della società” che seleziona e rispetta i fondamentali rapporti di forza esistenti &gt;&gt;. A quel punto, &lt;&lt; il “riformismo di basso profilo” diventa non una scelta, ma una necessità…&gt;&gt; ( p.442 ). Facile dire: de te fabula narratur. L’appendice completa il quadro, conferma il percorso. Il libro porta il sottotitolo, editoriale: una possibile storia del Pci. Lucio sottolinea piuttosto – come abbiamo sottolineato subito all’inizio – il dato di aver voluto scrivere una storia “reale” del Pci. Quell’aver messo avanti prima di tutto i fatti prima di qualsiasi interpretazione, a fine lettura, possiamo considerarla un’operazione riuscita. Gliene diamo atto e merito. Ma su quei fatti, sulla nostra storia, non allentiamo l’artiglio della riflessione.</p>
<p><em>L’articolo è stato pubblicato il 25 febbraio 2010 sul sito del Centro per la riforma dello Stato</em></p>
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