Auguri al Fronte Polisario

Vincenzo Colaprice*

La Repubblica Araba Democratica dei Saharawi compie 45 anni. Un traguardo importante e significativo che parla di quattro decenni e un lustro di lotta, resistenza, autodeterminazione.

Era il 27 febbraio 1976 quando a Bir Lehlu il Fronte Polisario proclamò la nascita della Repubblica e l’indipendenza del popolo saharawi. La Spagna della transizione post-franchista attraversava una fase di grande incertezza politica ed economica. Erano gli anni della terza ondata democratica, cadevano in Europa gli ultimi regimi fascisti e autoritari – Portogallo, Spagna e Grecia – e si ultimavano i processi di decolonizzazione in Africa e Asia.

Il governo spagnolo decise di risolvere la questione con la stessa indolenza con cui furono calpestati per secoli i diritti dei popoli ridotti in schiavitù dal colonialismo. Pochi giorni prima della morte di Franco, gli accordi di Madrid del 14 novembre 1975 stabilirono la spartizione del Sahara Occidentale tra Marocco e Mauritania. Per la Spagna si poneva la forte necessità di liberarsi delle colonie quanto prima. La rivoluzione democratica portoghese del 1974 metteva in discussione la sopravvivenza il regime dittatoriale spagnolo. La profonda crisi economica internazionale di quegli anni rendeva necessarie aperture agli scambi commerciali con i Paesi occidentali, in particolar modo con la Comunità Europea. La fine della questione coloniale rappresentava una delle condizioni politiche per poter essere accolti nel consesso delle società liberali occidentali.

Tuttavia, l’oppressione partita per secoli dalle popolazioni del Sahara Occidentale trovò sbocco nella costituzione di organizzazioni di liberazione saharawi fin dalla fine degli anni Sessanta. Le pressioni dell’ONU sul governo franchista per la fine del regime coloniale sul Sahara, esplicitate formalmente già nel 1967, aprirono la strada ad un riconoscimento internazionale delle legittime aspirazioni dei saharawi. Nel 1973 la nascita del Fronte Polisario segnò l’inizio della lotta per l’indipendenza, evidenziando le gravi insufficienze spagnole nella repressione della guerriglia saharawi e contemporaneamente quanto fosse obsoleta ogni pretesa coloniale. Fu in questo momento che il Marocco colse l’occasione per entrare in gioco. Le ragioni furono svariate: innanzitutto da anni si giocava una delicata partita tra Marocco e Spagna per la fine del regime coloniale spagnolo su porzioni del territorio marocchino; in secondo luogo, l’incapacità della Spagna di gestire l’avanzata del Fronte Polisario rischiava di spianare la strada alla costituzione di un nuovo Stato socialista nell’Africa decolonizzata proprio mentre sorgevano l’Angola di Agostinho Neto, il Mozambico di Samora Machel, l’Etiopia guidata dal DERG; in terzo luogo, la monarchia marocchina si proponeva come partner autoritario capace di garantire la stabilità dell’area e la repressione di ogni aspirazione indipendentista dei saharawi.

Seguendo questi assiomi, il 6 novembre 1975 il Regno del Marocco si fece promotore della marcia verde, un’invasione di massa del Sahara Occidentale – all’epoca ancora provincia spagnola – rivendicandone l’annessione. Gli accordi di Madrid giungono dopo pochi giorni. Per non scontentare la vicina Mauritania, anch’essa fu accontentata nelle rivendicazioni presentate, garantendo un terzo del territorio saharawi con il passaggio dei restanti due terzi al Marocco. Le Nazioni Unite, tuttavia, non hanno mai riconosciuto questo accordo, ritenendo che spettasse al popolo saharawi decidere del proprio destino e riconoscendone il diritto all’autodeterminazione. In maniera legittima, dunque, si giunse alla proclamazione della Repubblica Saharawi 45 anni fa. Una proclamazione che dovette richiedere però di essere difesa con le armi fin da subito. Il Fronte Polisario ingaggiò un lungo conflitto con Marocco e Mauritania per garantire la libertà al proprio popolo. Ma se la Mauritania lasciò cadere fin da subito le proprie pretese, diversamente il Marocco occupò militarmente buona parte del territorio saharawi. Un’occupazione illegale che dura tutt’oggi.

Nel 1991 la firma del cessate il fuoco gettò le condizioni per la costituzione del MINURSO, una missione di pace ONU con il compito di verificare il rispetto della tregua, il ritiro delle forze marocchine dal Sahara Occidentale e favorire l’indizione di un referendum sull’indipendenza saharawi. Una missione completamente inefficace che non è riuscita a far rispettare nessuna di queste condizioni. Ad oggi il popolo saharawi è ancora in attesa di un referendum, mentre nuove generazioni vengono alla luce costrette a vivere in durissime condizioni.

L’ostinazione e la determinazione del popolo saharawi nella propria lotta per la libertà non sono mai venute meno. Tante sono le azioni di protesta e le dimostrazioni organizzate in questi anni per tenere alta l’attenzione della comunità internazionale sulla causa saharawi.

Il quadro ad oggi è certamente complicato. Il Regno del Marocco si adopera costantemente nella repressione dei costumi, delle tradizioni e degli aspetti nazionali del popolo saharawi. Tanti sono i casi di violenze su manifestanti e semplici cittadini saharawi. Ad oggi sono 39 i prigionieri politici saharawi detenuti nelle carceri marocchine. Ad essi non è garantito il basilare dispetto dei diritti umani, come testimoniato da diversi ex prigionieri e da numerose ONG. Ma oltre alla repressione bisogna tenere in considerazione anche gli interessi occidentali in gioco nel territorio saharawi.

Secondo il Rapporto 2020 del Centro Studi e Documentazione Franco-Saharawi, sono 153 le multinazionali che operano illegalmente nei territori saharawi occupati dal Marocco: tra queste le ben note McDonald’s, Siemens, Continental, Alstom, BNP Paribas, Axa e decine di banche, aziende petrolifere e colossi mondiali della pesca. Le risorse del Sahara Occidentale fanno gola e si pongono alla base dell’oppressione coloniale e imperialista. L’Italia non è da meno, ben cinque sono le società impegnate illegalmente nei territori occupati: ENEL, Italcementi e la sua controllata Italgen, l’azienda petrolifera GE Company – statunitense ma a direzione italiana – e la compagnia degli armatori D’Amato. Tali attività costituiscono flagranti violazioni del diritto internazionale e crimini di colonizzazione, in quanto non hanno ottenuto il consenso né della popolazione del Sahara Occidentale né del suo unico rappresentante, definito dall’ONU, il Fronte Polisario. Miniere di fosfati, giacimenti petroliferi, una tra le coste più pescose al mondo: sono queste le ricchezze su cui le compagnie occidentali mettono le mani con la complicità del governo marocchino. Ricchezze e territorio del popolo saharawi recintato, fin dagli anni Ottanta, da un muro della vergogna lungo oltre 2.000 km e preceduto da campi minati che creano frequenti vittime, specie tra i più piccoli.

Il muro è uno dei simboli dell’oppressione marocchina che non solo segrega la popolazione saharawi nei pressi del confine algerino ma si offre come tutela degli interessi strategici del capitale occidentale. Proprio una delle tante manifestazioni contro il muro ha innescato la scintilla del conflitto ora in corso. Il 13 novembre 2020 le forze militari marocchine hanno attaccato civili saharawi inermi presso la zona di confine di Guerguerat. L’azione militare ha rotto la fragile tregua siglata nel 1991, violata coscientemente dal Marocco.

Il Sahara Occidentale è così tornato ad essere un teatro bellico, ma restano valide le ragioni dell’autodeterminazione del popolo saharawi e allo stesso modo è prioritario il ritorno alla normalità e lo svolgimento di un referendum che possa dare ai saharawi uno Stato libero e autonomo in cui vivere in pace. La lotta del Fronte Polisario nel raggiungimento di questi scopi non può che avere il supporto pieno del Partito della Rifondazione Comunista e dei/delle Giovani Comunisti/e. La libertà e il diritto all’autodeterminazione sono principi non negoziabili o sacrificabili sull’altare del capitale e dell’imperialismo. La fine dell’ultimo regime coloniale in Africa è una necessità, ce lo chiedono le generazioni future che aspirano a vivere nella pace e nel progresso.

 

*Resp. Esteri Giovani Comunisti/e